lapoliticalocale.it, 12 novembre 2021
Si è tolto la vita in carcere e gli altri detenuti hanno organizzato una colletta per portare i fiori sulla sua tomba. Il dramma è successo all'interno della Casa circondariale di Monza tra le 3 e le 4 di mattina di domenica scorsa.
Un uomo polacco di 47 anni era recluso al Sanquirico dal 2018, dopo aver riportato una condanna definitiva a 16 anni che prevedeva il fine pena nel 2033. Seguito dall'area trattamento, dalla Asst di Monza e da alcuni volontari, già in passato aveva denunciato un forte malessere, ma la notte del 31 ottobre è arrivato il gesto estremo, denunciato anche dal collegio dell'autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Un episodio che ha scosso tutti gli operatori, gli agenti di Polizia penitenziaria, il compagno di cella ma anche tutti gli altri detenuti della stessa sezione.
Proprio questi ultimi giovedì scorso hanno intrapreso "un'iniziativa di solidarietà e umanità nei confronti della scomparsa dell'uomo - come ha spiegato la direttrice della Casa circondariale Maria Pitaniello - inviando alla direzione del carcere una richiesta di poter contribuire economicamente all'acquisto di fiori da portare al funerale, e posare sulla futura lapide".
Fiori per una degna sepoltura, una volta che le esequie verranno celebrate la prossima settimana; al momento, su disposizione della Procura, lo scorso venerdì è stato effettuato l'esame autoptico. Tutti gli elementi e la dinamica dei fatti sembrerebbero confermare la natura del decesso come suicidio.
Allarme suicidi in carcere - E quello nella Casa circondariale di Monza sarebbe l'ultimo di tre avvenuti nel giro di una sola settimana, dopo i decessi del 25 e del 30 ottobre nelle carceri di Pavia e Isilli; la morte dello straniero ha portato il numero dei suicidi di detenuti in Italia a 47 dall'inizio dell'anno.
di Irene Famà
La Stampa, 12 novembre 2021
Protesta degli agenti della Polizia penitenziaria al carcere Lorusso e Cutugno di Torino per chiedere provvedimenti per gestire la situazione "di emergenza" all'interno della casa circondariale. Le sigle sindacali hanno indetto un presidio domani alle 10, all'esterno dei cancelli dell'istituto. "Abbiamo mandato continue note, ma tra i vertici della casa circondariale e il personale di polizia penitenziaria c'è totale assenza di comunicazione" spiegano in una nota stampa.
I sindacati raccontano di "continue tensioni all'interno dell'Istituto, turni di lavoro massacranti, continuo stravolgimento della programmazione dei turni, continui sbeffeggi e gravi aggressioni da parte della popolazione detenuta". I sindacati spiegano che la casa circondariale è sovraffollata "oltre il 35% della capienza" e sottolineano la "presenza di soggetti affetti da problematiche di natura psichiatrica che, senza la possibilità di essere impegnati nell'arco della giornata, sono lasciati liberi nelle sezioni a regime aperto, dove ingaggiano scontri fisici anche con gli altri detenuti".
C'è poi la questione di "grave carenza di organico" nei vari settori e delle "difficoltà quotidiane che gravano sulla sorveglianza generale, su ciascun padiglione detentivo, sul nucleo traduzioni e piantonamenti". I sindacati invitano le forze politiche a partecipare al presidio. "È triste constatare che il carcere di Torino sia lasciato allo sbaraglio - dicono - considerato che questi è tra i più critici d'Italia, se non il più complesso. L'amministrazione penitenziaria deve prendere provvedimenti con urgenza".
di Lodovico Poletto
La Stampa, 12 novembre 2021
L'Ospedaletto non c'è più. Cancellato d'ufficio - e non senza qualche polemica - dopo la morte di Mamadou Moussa Balde, nato in Guinea 23 anni fa, e suicidatosi mentre si trovava in "isolamento sanitario": ovvero dentro l'Ospedaletto del Cpr di Torino: il centro per migranti in attesa di rimpatrio. Era il 22 maggio scorso.
Un mese fa avevamo detto che i tentativi di togliersi la vita da parte degli ospiti della struttura - in molti casi si tratta di simulazioni - erano più di venti. Adesso i numeri sono schizzati in alto come nessuno si aspettava. Dall'inizio di settembre all'altro ieri, nel centro di corso Brunelleschi, 57 immigrati hanno tentato - o fatto finta - di uccidersi. Ed il numero è impressionante.
Perché la questione, a più di un mese dalla denuncia de La Stampa, non è ancora stata affrontata dal punto di vista amministrativo. Cioè: esaurite un paio di riunioni in Prefettura, al complesso di corso Brunelleschi, che riceve immigrati da tutta Italia, tutto è continuato come se nulla fosse accaduto. Non sono state adottate strategie per evitare il ripetersi di questo pericolosissimo film. Non sono cambiate le regole. Tanto che la chiave trovata da molti ospiti per riuscire a sfuggire alle maglie dei rientri in patria coatti, continua a far lievitare le statistiche.
Cinquantasette ragazzi sono finiti nei pronto soccorso degli ospedali più vicini - il Martini e il Maria Vittoria - per quelli che la burocrazia chiama "gesti anti conservativi". Hanno ingoiato pezzi di lamette dei rasoi usa e getta, hanno ingerito vetri delle lampadine o delle luci al neon, oppure hanno costruito un cappio adoperando le t-shirt oppure con i lacci delle sneakers. Se tutto è finito bene e nessuno ci ha rimesso la vita, è soltanto un caso.
Basta poco che una simulazione - come lo sono gran parte di queste storie - si trasformi una tragedia vera. Cinquantasette persone, dunque, hanno rischiato di morire così. Per quale ragione molti migranti in attesa di rimpatrio adottino questa strategia è ormai è ampiamente chiaro. Chi è stato ricoverato per un tentato suicidio - e al momento delle dimissioni dall'ospedale ottiene una diagnosi di stato depressivo - che è considerata incompatibile con la detenzione deve immediatamente tornare in libertà.
Così stabilisce la legge. Perfetto: si tratta di un doveroso gesto di umanità. Ma se i tentati suicidi sono simulazioni? E se qualcosa va male? Al Cpr di Torino, fino qualche mese fa esisteva una stanza che si chiama Ospedaletto. Serviva per ricoverare le persone che avevano bisogno di assistenza. Ma il Cpr non è un carcere e il sistema di vigilanza è circoscritto. Ci sono sì dei poliziotti, che garantiscono la sicurezza della struttura, ma niente di più. O meglio poco di più. Intervengono se - e quando - ci sono rivolte (e ci sono stati dei periodi in cui capitavano con una frequenza impressionante). Gli agenti garantiscono inoltre che gli accessi al Cpr siano autorizzati.
In pratica non sono agenti di polizia carceraria: perché quello non è un carcere. E quello non è il loro compito. Per cui non vigilavano che chi era all'Ospedaletto non uscisse. Di qui la precauzione adottata dai responsabili della struttura di chiudere a chiave la porta. Quel gesto è costato - tra le altre cose - anche l'accusa di sequestro di persone al medico del Cpr nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Mamadou Moussa Balde.
E per chi non se lo ricordasse era il giovanotto picchiato selvaggiamente a Ventimiglia da un gruppo di ragazzotti. E senza una ragione vera. Ecco l'indagine su quella vicenda da qualche giorno si è arricchita di un altro elemento. Nel fascicolo aperto dai magistrati Vincenzo Pacileo e Rossella Salvati - e nel quale figuravano già indagati il medico e il direttore della struttura (l'accusa che era stata loro mossa è di omicidio colposo) - adesso sono stati iscritti anche alcuni poliziotti della questura di Torino.
Cinque in totale: tre agenti semplici e due graduati. Per loro il reato contestato è il concorso. Si domandano cioè i magistrati se quella morte avrebbe potuto essere evitata. E se tutti hanno fatto il loro dovere. Di questa vicenda nessuno parla volentieri. Anzi, di più: nessuno parla. L'unico che commenta è Eugenio Bravo il segretario provinciale del sindacato di polizia Siulp che dice due cose. La prima: "Il Cpr sta diventando una farsa che fa soltanto spendere una marea di soldi ai cittadini, senza adempiere alla ragione per cui era stato previsto: cioè l'espulsione degli extracomunitari che non hanno diritto di restare in Italia".
La seconda: "Occorre ripristinare al più presto modalità più efficaci possibili per le espulsioni. Diversamente queste strutture saranno una perdita di tempo per le forze dell'ordine è una pia illusione per le espulsioni". Intanto l'"incubo suicidi" aumenta. E le ambulanze fanno la spola dal pronto soccorso al Cpr, e ritorno. Nessuno lo dice apertamente, ma trovare qualcuno che voglia prendersi la responsabilità di quanto sta accadendo dietro quei muri altissimi che circondano l'ex scalo ferroviario diventato un finto carcere, è sempre più complicato.
di Francesco Oliva
La Repubblica, 12 novembre 2021
Cinquantuno anni, 22 dei quali vissuti in cella, ora racconta in un libro come la passione per il cibo gli abbia cambiato la vita: prima fra le mura del supercarcere di Trani poi, una volta uscito, dandogli una seconda possibilità. Un libro per raccontare la sua esperienza in carcere dove ha subito soprusi e ingiustizie ma dove ha anche imparato il mestiere che ora svolge con passione e amore da circa dieci anni. "Sono un cuoco non uno chef" esordisce Fulvio Rizzo, 51 anni 22 dei quali trascorsi dietro le sbarre molti dei quali al 41 bis, il carcere duro. La sua passione per la cucina si è rivelata un balsamo per attendere il fine pena e concedergli una nuova chance appena tornato in libertà.
Ora Rizzo gestisce un albergo e un ristorante, collabora nella stesura di opere teatrali e ha scritto anche un libro il cui titolo è la sintesi perfetta dei suoi primi 51 anni: "Diventare chef (nonostante tutto)". Nei giorni scorsi ha presentato la sua prima fatica letteraria il cui ricavato sarà in parte devoluto all'associazione Antigone che da anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. E Rizzo di battaglie ne ha fatte tante e vinte altrettante.
Da ragazzino ci sapeva fare con il pallone e per tanti rappresentava una giovane promessa del calcio salentino; l'amicizia con Antonio Corvino che comprò il suo cartellino; poi, però, arrivarono le cattive amicizie; gli anni vissuti negli ambienti della malavita fino al carcere. Dietro le sbarre Rizzo ha visto il buio ma anche la luce (le amicizie coltivate, il diploma di ragioneria, la laurea in sociologia). "Ho fatto degli errori in gioventù - racconta - ho trascorso tanti anni dietro le sbarre per colpe non mie ma la vita mi ha riservato un'altra opportunità".
Rizzo era detenuto nel carcere di Trani quando si è avvicinato ai fornelli. "Dopo una protesta per il cibo scadente il direttore del carcere mi propose di allestire una squadra racconta. Lo feci ed è stata la decisione che mi ha cambiato la vita. Iniziai un percorso in cucina e il cibo si è rivelato qualcosa di eccezionale anche perché mi permetteva di trascorrere trenta/quaranta minuti con tutti gli altri compagni di cella". Nel tempo Rizzo ha affinato le doti anche se rimane modesto. Una specialità? La lasagna di Portofino (besciamella, pesto e gamberetti) ideata in cella come "innocente evasione" e come risposta a una guardia che gli disse che il mare non l'avrebbe più rivisto. Rizzo, invece, non ha mai mollato.
Insieme con il socio "fratello", Gigi Perrone, "l'unico maestro che ha creduto in me e che mi ha teso una mano" ha aperto un ristorante apprendendo velocemente i trucchi del mestiere. I primi anni non sono stati semplici. Rizzo doveva rientrare in carcere entro le 21 perché in regime di semilibertà ma sono stati anche gli anni dei concorsi in cucina e dei riconoscimenti. Ed ora eccolo qui. Pronto a dispensare suggerimenti e consigli su come una pietanza vada preparata per valorizzare i sapori e soddisfare i palati più esigenti. "Tutto questo - dice con un pizzico di emozione - non sarebbe stato possibile se non avessi avuto al mio fianco una donna speciale come mia moglie e mia figlia che ho ritrovato fuori già donna e imprenditrice".
di Marjana Sadat*
La Repubblica, 12 novembre 2021
È venerdì mattina. Il mio telefono squilla. Ho risposto. Una donna dall'altra parte dice con voce tremante: "Sei Marjana?". Ho risposto di sì. Mi dice subito: "Aiutami. I miei due bambini sono in pericolo". Le dico: "Come posso aiutare?" E lei: "Sono Maryam (nome di fantasia). Ho lavorato come giudice nel tribunale di Herat per molti anni. I criminali che ho mandato in prigione sono stati rilasciati dai talebani e mi stanno cercando.
Ho lasciato la mia casa. Sono venuta a Kabul da Herat, ospite di amici. Sono nei guai. Ti prego di parlare con qualcuno che possa aiutarmi a uscire da questo inferno, non riesco a telefonare e ho inviato un'email a diverse organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne, ma nessuna di loro ha risposto".
Ora vaga tra Herat e Kabul, ospite in casa di amici e conoscenti, con suo marito (che lavorava presso il Ministero dell'Energia e dell'Acqua) e i suoi due figli. Maryam chiede al Ministero della Giustizia italiano di aiutare lei e le altre donne giudici a proteggere la loro vita. Nel frattempo, 26 donne giudici e avvocate afghane sono arrivate in Grecia; altre centinaia sono ancora nel panico. La Grecia ha annunciato che 26 magistrate e avvocate afghane e le loro famiglie sono arrivate nel Paese alla fine della scorsa settimana. Più di 200 donne giudici e avvocate afghane vivono nel panico dopo la liberazione dei detenuti da parte dei talebani.
Il ministero degli Esteri greco il primo ottobre ha emesso un bollettino annunciando che 26 donne giudici e avvocate afghane hanno lasciato il Paese. I funzionari greci hanno detto che gli uomini e le loro famiglie resteranno temporaneamente in Grecia fino al loro trasferimento in un altro Paese. Secondo il comunicato del ministero degli Esteri greco, le magistrate e le avvocate erano arrivate in Grecia passando per Tbilisi, la capitale della Georgia.
Allo stesso tempo, Reuters riferisce che circa 250 donne, giudici e avvocate, sono vivamente preoccupate per il rilascio di detenuti che avevano mandato in prigione. Diverse magistrate afghane sono state uccise anche nell'era pre-talebana, ma ora sono in grande pericolo, dato che i talebani sono saliti al potere e non rispettano i diritti delle donne. Secondo la Reuters, il tentativo dell'Organizzazione Internazionale delle Donne Giudice (AIFJ) di far uscire queste donne dall'Afghanistan ha avuto successo solo in pochi casi.
"Si sono presentati a casa nostra quattro o cinque talebani chiedendo di me. Erano persone che avevo condannato a pene detentive". "Oltre alle donne magistrate e alle avvocate, circa 1.000 donne attiviste per i diritti umani e nella società civile sono a loro volta sono sotto la minaccia dei talebani", dice Hurriya Mossadegh, attivista per i diritti delle donne afghane in Europa. L'ex segretario di Stato per la Giustizia britannico Robert Buckland ha detto alla Reuters che Londra è a conoscenza della rimozione di nove magistrate afghane e sta lavorando per garantire l'uscita sicura dal Paese di queste e di altre persone vulnerabili.
*Traduzione di Luis E. Moriones
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 12 novembre 2021
La drammatica storia della studentessa del Sri Lanka Wishma Sandamali. La ragazza scompare a 33 anni "uccisa da stress e consunzione" Proteste nel Paese contro le durissime leggi anti- immigrati.
Un caso drammatico sta svelando il volto sinistro del Giappone in materia di immigrazione. Il paese del Sol Levante infatti è ben lontano dalle stereotipate immagini di una nazione moderna, dedita al lavoro e alla tecnologia. Le cerimonie e la riservatezza dei suoi abitanti non si sposano infatti con l'accoglienza di migranti e richiedenti asilo. A far gettare la maschera è stata la morte, avvenuta nel marzo scorso, di una donna dello Sri Lanka, Wishma Sandamali di 33 anni.
L'odissea inizia nel 2017 quando arriva in Giappone con un visto per studenti nel 2017, lo scorso anno chiese aiuto dopo aver subito violenza domestica ma invece di ricevere sostegno dalle autorità venne arrestata e posta in detenzione presso l'Ufficio Regionale per l'Immigrazione di Nagoya. La ragione, secondo quanto riferiscono i legali e la famiglia di Sardamali è che il suo visto era scaduto.
E proprio mentre si trovava in prigione la donna è morta in circostanze che hanno spinto martedì i familiari a sporgere una denuncia contro diversi alti dirigenti, compreso il capo della struttura di detenzione in cui era detenuta, insieme agli ufficiali in carica il giorno della sua morte. Una mossa legale che può avere lo scopo di spingere i pubblici ministeri a esaminare ulteriormente le vere cause del decesso. Wishma Sandamali infatti avrebbe perso la vita per consunzione, cioè a causa di un fortissimo stress che ne ha progressivamente deperito le difese. Una tesi che sarebbe avvalorata anche dalle testimonianze di alcuni attivisti che la visitarono in carcere fino al giorno della morte.
La condotta dell'Ufficio immigrazione dunque sarebbe apparsa altamente dolosa. Ciò è stato confermato anche da un rapporto stilato da un'agenzia governativa incaricata di investigare sul caso che, già in agosto, ha riscontrato come i funzionari dell'immigrazione non avessero condiviso i dettagli sulle condizioni della ragazza e non fornendo cure mediche adeguate. Tutto ciò legato da uno scarso rispetto dei diritti umani da parte del personale carcerario. Il caso tragico sta suscitando un'ondata massiccia d'indignazione in Giappone.
In molti sono scesi in piazza per protestare e chiedendo maggiori informazioni sulla vicenda. Ripetute manifestazioni sono scoppiate anche a Nagoya, Tokyo e Osaka. Una petizione, diffusa da studenti e gruppi di sostegno per gli immigrati, che chiedeva la pubblicazione di tutte le riprese delle telecamere di sicurezza del carcere (che avevano catturato gli ultimi istanti di vita della donna srilankese), è riuscita a raccogliere più di 93mila firme. E proprio dai video, consegnati ai familiari e agli avvocati, è emerso che le autorità per l'immigrazione non avevano agito prontamente quando le condizioni di salute di Wishma Sandamali si stavano palesemente aggravando.
Un dettaglio su tutti, la mancata chiamata di un'ambulanza sebbene la ragazza apparisse sempre più debole e insensibile nei giorni precedenti la sua morte. Sebbene la donna non fosse una richiedente asilo il suo caso ha messo in luce il complesso rapporto dello stato Giapponese con chi arriva in cerca di aiuto. A causa delle proteste popolari infatti è stato ritirato in Parlamento un controverso disegno di legge che avrebbe reso più facili le espulsioni. Attualmente non esiste un limite per il numero delle domande di asilo che si possono presentare, qualora però la norma più restrittiva andasse in vigore si potrebbe sottoporre richiesta in non più di due occasioni. Eppure le normative giapponesi sono già fortemente severe, un atteggiamento che fa si come non più dell'1% dei richiedenti venga accettato ogni anno. Una percentuale significativamente inferiore rispetto ad altre nazioni come gli Stati Uniti e i paesi europei in cui i tassi di accettazione sono compresi tra il 30% e il 40%.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 12 novembre 2021
"Rifarei tutto da capo". Condannato a 142 anni carcere per aver salvato 33 vite umane. Quando Hanad Abdi Mohammed, somalo, nel dicembre 2020 sale sul barcone che lo deve trasportare dalla costa turca in Grecia non immagina che cosa sta per succedergli. "Avevo paura di annegare, di morire. Ma non pensavo di finire in una cella". Al largo dell'isola di Lesbo i trafficanti turchi - come spesso accade - abbandonano il barcone e lo lasciano ai migranti. Così Mohammed, senza pensarci due minuti, afferra il timone e si mette alla guida. Ha paura ma è determinato a salvare se stesso e i suoi compagni di viaggio.
Poi, però, una volta arrivato a terra, Mohammed viene arrestato. L'accusa è di traffico internazionale di esseri umani. E in primo grado viene condannato a 142 anni di cella. "È una sentenza ingiusta e crudele", spiega al Corriere il deputato greco di Syriza Stelios Kouloglou che domenica ha fatto visita a Mohammed in carcere sull'isola di Chios insieme a una delegazione di eurodeputati. "Nonostante la situazione, l'ho trovato calmo e lucido", spiega ancora.
Per arrivare a questa sentenza "i giudici si sono basati su una legge greca del 2014, articolo 30 della legge 4251/2014 - spiega ancora Kouloglou - chi prende il timone è considerato un contrabbandiere e riceve una condanna a 15 anni per persona trasportata e l'ergastolo per ogni persona morta durante il viaggio". Ma non solo. "All'imputato sono stati forniti inizialmente avvocati d'ufficio che non hanno studiato il caso e non gli è stata fornita un'appropriata assistenza nella traduzione durante gli interrogatori", denuncia Kouloglou. Così, dopo un'udienza di circa quarantacinque minuti e di un'ora e mezza di Camera, arriva il verdetto. Uno choc.
Il caso di Mohammad non è l'unico. Secondo un rapporto pubblicato a novembre da Border Monitoring, una ong tedesca, sono stati identificati almeno 48 casi solo a Chios e Lesbo, dove "gli imputati non hanno tratto alcun profitto dal business del contrabbando". Nella stessa prigione di Chios sono rinchiusi due afghani, di 24 e 26 anni, entrambi condannati a 50 anni sulla base della stessa accusa. "Uno di loro ha viaggiato con la moglie incinta e il figlio, nessun trafficante farebbe una cosa del genere", dice Kouloglou.
E un uomo siriano di 28 anni è in prigione ad Atene dopo aver ricevuto una condanna a 52 anni ad aprile dopo aver attraversato la Turchia con sua moglie e tre figli, mentre un altro afghano è stato accusato per la morte del figlio durante la traversata provocata invece - secondo i testimoni - dallo speronamento della Guardia costiera greca. Una prassi comune, secondo le associazioni per i diritti umani. E proprio la condanna di Mohammad è stata aggravata dal fatto che due donne sono annegate in quella traversata. "Ma otto migranti che erano sulla barca hanno testimoniato come il trafficante turco che li trasportava avesse abbandonato l'imbarcazione dopo che una nave della Guardia costiera turca l'ha spinta a entrare in acque greche", spiega ancora.
Il meccanismo dunque è chiaro. Accusare i migranti per cercare di fermare il flusso. Una deterrenza che "oltre che a violare i diritti umani non funziona", concordano gli esperti. La pratica di processare i migranti per traffico di migranti è iniziata nel periodo della crisi del 2015-2016, quando più di 1 milione di rifugiati hanno attraversato la Grecia.
"E si è intensificata da quando la Turchia all'inizio del 2019 ha smesso di far rispettare un accordo raggiunto con Bruxelles nel 2016 per fermare il flusso e rimpatriare tutti coloro che riescono a entrare illegalmente in Grecia che non hanno diritto alla protezione dell'UE", dicono alcuni osservatori. Inoltre "è molto difficile per la Grecia, ma anche per l'UE, cooperare con la Turchia per reprimere il traffico". La Grecia, dal canto suo, si difende, affermando che i suoi tribunali sono equi e che ha l'obbligo di sorvegliare i propri confini.
Negli ultimi due anni, secondo Dimitris Choulis e Alexandros Georgoulis, gli avvocati che difendono Mohammad e altri come lui, le accuse vengono mosse senza prove reali, come prova il fatto che un uomo afghano sia sotto processo contrabbando semplicemente perché aveva il Gps aperto sul suo cellulare durante un attraversamento. Ma nei confronti dei veri trafficanti non viene fatto nulla. Con il risultato che nulla cambia. Perché, come ha sintetizzato al New York Times Clio Papapadoleon, un importante avvocato per i diritti umani, "processare un rifugiato come contrabbandiere significa trattare un piccolo criminale per droga come Escobar. E forse anche peggio".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 novembre 2021
Il comitato promotore pubblica un decalogo per smentire le convinzioni più diffuse sulla cannabis: dall'aumento dei consumi, alla "cultura dello sballo", fino al mercato delle mafie.
"La legalizzazione non serve a ridurre mercato delle mafie" dicono molti politici a destra e cittadini proibizionisti. "Falso" risponde il comitato promotore del "Referendum cannabis legale", spiegando anche il perché: "Il traffico di sostanze, anche di cannabis, è il bancomat delle mafie.
Dal narcotraffico le mafie ricavano grandi flussi di denaro per fare riciclaggio in attività perfettamente legali. La Relazione annuale del Parlamento sulle tossicodipendenze del 2021 riporta che il mercato delle sostanze stupefacenti (un sistema completamente appaltato alla criminalità organizzata) muove attività economiche per 16,2 miliardi di euro, di cui circa il 39% attribuibile al mercato nero dei cannabinoidi (pari a 6,3 miliardi di euro).
Per dare un metro di paragone l'infiltrazione criminale nell'industria turistica vale 2,2 miliardi di euro. La legalità si dimostra nuovamente l'unica arma per dare un colpo alla criminalità organizzata, per liberare risorse - uomini, mezzi, tribunali, carceri - per perseguire reati più gravi e droghe più pericolose".
E però "la legalizzazione della cannabis aumenterà il consumo dei giovani". "Falso" pure questo, lo dimostra quanto avvenuto nello Stato del Colorado che è stato il primo a legalizzare negli Usa nel 2012: "Da allora il Paese ha registrato una costante diminuzione del consumo tra i giovani (oggi intorno al 20%). Così come il numero di giovani consumatori canadesi si è praticamente dimezzato l'anno dopo la legalizzazione nel 2018 (dal 19,8% al 10,4%) per poi tornare a livelli comunque inferiori ai precedenti (19,2%).
In Europa la percentuale più bassa di giovani consumatori si trova in Portogallo: 14%. Si tratta di un Paese che ha decriminalizzato l'uso di ogni sostanza nel 2001, puntando a un approccio di intervento sociale invece che repressivo. In Italia, dove ci sono le leggi sulle droghe più severe d'Europa, il 28% degli studenti italiani ha fatto uso di sostanze nell'ultimo anno. Il 6% dichiara di aver iniziato prima dei 13 anni. La legalizzazione è finora l'unica misura messa in atto che ha allontanato i giovani dal consumo".
Queste sono solo alcune delle fake news che si sentono ripetere in merito alla legalizzazione della cannabis e che il comitato promotore, che ha raccolto e depositato 630 mila firme in Cassazione, ha deciso di sfatare sia durante un webinar con esperti, giuristi e medici sia con una apposita pagina sul sito della campagna.
"La più odiosa tra le menzogne usate in questi giorni è quella relativa al via libera alla guida strafatti" ha detto Marco Perduca, dell'Associazione Luca Coscioni e presidente del Comitato promotore. "Chi la usa mente sapendo di mentire" ha aggiunto Leonardo Fiorentini, segretario Forum Droghe: "Il quesito infatti non incide sulla guida in stato alterato da sostanze - che rimane sanzionata - ma su una sanzione odiosa che colpisce chi è trovato in possesso di sostanze ad uso personale anche sul divano di casa! Una sanzione senza funzione rieducativa e anzi desocializzante a partire dal rischio di perdere il lavoro. I dati ufficiali ci dicono che non vi è variazione rilevante dell'incidentalità stradale negli Stati che hanno legalizzato rispetto agli altri. L'insinuazione che con la legalizzazione della cannabis avremmo un'ecatombe sulle strade è semplicemente un mito proibizionista".
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 12 novembre 2021
La cittadinanza per protezione a Maraya Bashir. L'impegno della ministra Cartabia. Essere italiana, dice Mareya Bashir, significa "essere al sicuro, poter continuare a vivere, lavorare. Non essere sola. Grazie". Su segnalazione della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, il Consiglio dei Ministri ha deliberato il conferimento della cittadinanza alla prima procuratrice donna dell'Afghanistan, che attraverso un decreto del presidente della Repubblica entrerà sotto l'ombrello protettivo del nostro Paese. Con un passaporto europeo, ma soprattutto con una procedura straordinaria che riconosce un ruolo d'eccezione. E vale come impegno, parole di Cartabia, "in difesa di tutte le altre donne tuttora esposte a violenza in quel Paese".
Giovane avvocata durante il primo regime talebano, chiusa in casa, Mareya Bashir al Corriere racconta il risveglio, vent'anni fa, alla caduta dei fanatici: "Fu come un'alba al termine di una notte profondamente buia. Un nuovo inizio con la speranza di ricostruire l'Afghanistan con energia ed entusiasmo". Per un po' è durata, grazie anche alla presenza italiana nella sua provincia, Herat: "Le porte di scuole e università si sono nuovamente aperte alle ragazze, le donne sono tornate al lavoro, e io al mio impegno". Che era stato già stabilito quando studentessa negli anni Novanta Mareya s'era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza: "C'era molta ingiustizia nella mia società, vedevo disparità e oppressione sin da bambina, e avevo maturato l'idea che per la giustizia bisogna conoscere i diritti e studiare legge".
Non è stata una discesa. "Tutto è difficile per le donne nel mio Paese: ho affrontato molti ostacoli, ma sono andata avanti". Fino a diventare a 36 anni capo della procura di Herat (dal 2006 al 2015): "Cosciente di essere la prima nella storia del Paese, ho cercato di far capire alla mia gente, soprattutto agli uomini, che le donne possono lavorare bene. Ho l'orgoglio di esserci riuscita". Nonostante i rischi: il primo più grave attentato, sulla porta di casa, è appena del 2007, due guardie del corpo ferite.
Ma forte del sostegno (e della protezione) dei militari italiani, Bashir ha tenuto fede al suo impegno: istituti per ragazze, mercati in cui le donne potessero vendere i propri prodotti, ospedale dedicato all'alto tasso di maternità di Herat, un carcere femminile con spazio per i bambini delle detenute. Ma anche infrastrutture, una nuova Procura, sezioni specializzate - avanguardia assoluta nel Paese - nella tutela di donne e minori. La lotta alla violenza di genere è stata per la magistrata una priorità e molte delle sue iniziative hanno fatto scuola. Finito l'incarico in procura, Bashir ha fondando lo studio legale Bayat Adalat: "Deve esserci giustizia", con cui è riuscita a portare in tribunale molti casi di maltrattamenti e abusi.
Finché i talebani non sono tornati. "Siamo sotto choc - continua - è calata di nuovo l'oscurità. Se non avessi lasciato il Paese sarei stata uccisa, perché sono una donna e per il lavoro che ho fatto. Ci avevano già provato, questa volta ci sarebbero riusciti". Grazie a un visto per la Turchia, Bashir ha lasciato Herat in agosto, a settembre è arrivata in Italia, e ora raggiungerà i figli in Nord Europa. "Aiutate il mio popolo - è il suo appello - per mio conto, continuerò a tenere alta l'attenzione". Con un sogno ancora: "Tornare a Herat, un giorno, e vedere le bimbe andare a scuola liberamente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 novembre 2021
La Suprema Corte smentisce la fake news sul rischio di riconoscere benefici a chi si dissocia senza collaborare: infatti non è questo l'unico "parametro" di valutazione. La dissociazione dei cosiddetti "irriducibili" detenuti mafiosi al 41 bis viene interpretata da taluni detrattori della sentenza della Corte Europea e della Consulta sull'ergastolo ostativo, come una strategia efficace per ottenere un "tana libera tutti".
- Giustizia e referendum, non basta più nemmeno la fiducia
- Responsabilità civile dei magistrati. La Cassazione rimette la questione alla Consulta
- Giustizia, sulla microspia Trojan la maggioranza si spacca a colpi di ordini del giorno
- Cartabia: "Improcedibilità? Da non attivare mai, se possibile"
- Vogliono la sharia in Costituzione. Chi: l'Islam? No, Meloni e (forse) i Cinquestelle









