di Luciano Violante
La Repubblica, 16 giugno 2021
L'eventuale occultamento di prove che avrebbero favorito gli imputati nel processo Eni costituisce il più recente segnale di allarme sulla affidabilità della magistratura. Se l'accusa fosse fondata sarebbe compromessa la reputazione professionale di una parte della Procura di Milano. Se così non fosse, sarebbe compromessa la serietà professionale dei magistrati di Brescia che hanno ordinato alla polizia giudiziaria di acquisire il contenuto dei pc dei colleghi di Milano.
Si aggiungono le vicende del gip di Bari arrestato per corruzione e possesso di armi da guerra, il caso del procuratore di Firenze che avrebbe aggredito sessualmente una collega, le questioni Palamara, lo strano caso dei verbali segreti consegnati al dottor Davigo, il processo contro il procuratore di Taranto e altre vicende meno note ma altrettanto gravi. È il tempo della responsabilità per tutti. La magistratura è una istituzione decisiva per qualsiasi democrazia e ancora di più per la nostra, che alla magistratura ha affidato, sconsideratamente, una parte del sistema di governo del Paese.
La Commissione sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, nominata dalla ministra Cartabia e presieduta dal professor Luciani, ha proposto due interventi costituzionali ricostruttivi che possono determinare un cambio di fase: la nomina del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura da parte del presidente della Repubblica, che del Csm è presidente, e la costituzione di un'alta Corte che giudichi dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari e amministrativi del Csm e dei Consigli di presidenza delle altre magistrature.
La Commissione Luciani non si è limitata a proporre riforme costituzionali; è intervenuta sui nodi principali con misure che possono essere criticate ma alle quali nessuno può togliere il pregio della serietà. Si tratta della nuova legge elettorale, delle candidature di magistrati alle elezioni politiche e amministrative, dei giudizi sulla professionalità.
La proposta più interessante riguarda il rinnovo parziale periodico del Csm. Chi conosce le dinamiche istituzionali sa che il rinnovo totale degli organi, soprattutto quando c'è disparità di esperienze tra i componenti, nuoce alla istituzione perché impedisce la sedimentazione delle prassi e favorisce i componenti con maggiore esperienza.
Una delle ragioni dei difetti del Csm sta proprio nel rinnovo totale. I magistrati eletti dai loro colleghi sanno tutto del Csm e della magistratura; i laici eletti dal Parlamento, in genere, sanno poco o nulla. Questo divario di conoscenze favorisce eccessivamente i magistrati e penalizza i membri laici. La Commissione propone di estendere il numero dei componenti elettivi dagli attuali 24 a 36 e di eleggere i dodici in più dopo due anni dalla elezione dei primi. Poiché in base alla Costituzione la durata di ciascun componente del Csm è di quattro anni, avremmo una rotazione che rispetta la Costituzione ed evita il predominio della componente giudiziaria.
Il Parlamento, il governo, i partiti devono sentire la responsabilità che grava su di loro dopo la redazione di questo documento. La legislatura ha ancora due anni davanti; se spesi bene sono sufficienti. Chi non si muove favorisce il declino della giustizia, con il rischio che domani qualcuno, da qualunque parte provenga, possa impadronirsene.
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 giugno 2021
Le misure straordinarie sono ancora in vigore e lo rimarranno fino al 31 luglio. La gestione dei tribunali è demandata ai capi degli uffici e varia da città a città. Per questo l'ordine di Roma ha chiesto l'intervento della ministra Marta Cartabia perché "coordini la ripartenza, evitando questo effetto a macchia di leopardo che penalizza prima di tutto i cittadini che chiedono giustizia".
Per ora il ministero attende di vedere come prosegue l'emergenza sanitaria. Poi, alla scadenza del 31 luglio, farà le sue valutazioni di modifica e coordinamento di eventuali riaperture dei palazzi di giustizia.
Il governo Draghi sta gradualmente allentando in tutti i settori le limitazioni dovute alla pandemia. Tutti tranne che la giustizia, dove la gestione dei tribunali è ancora la stessa vigente nei mesi di lockdown e rimarrà tale fino al 31 luglio per effetto di due disposizioni del 4 maggio scorso. Vale a dire che i tribunali rimarranno in assetto emergenziale fino a settembre, visto che agosto è il mese di sospensione feriale. Durante la pandemia, i servizi nei palazzi di giustizia - dalle udienze alle aperture delle cancellerie - si sono svolti in modo contingentato e regolato, per evitare assembramenti e maggiore diffusione del contagio. Le regole gestionali però non sono state fissate in modo omogeneo direttamente dal ministero della Giustizia, ma l'allora guardasigilli Alfonso Bonafede aveva delegato le scelte ai capi degli uffici giudiziari.
Questa decisione, presa nel marzo 2020, era giustificata dal fatto che ogni territorio aveva le sue peculiarità in termini di diffusione del virus: per esempio i tribunali lombardi erano luoghi certamente più a rischio e dunque necessitavano di norme di sicurezza più stringenti rispetto a quelli di altre regioni. Col passare dei mesi, tuttavia, l'autonomia decisionale dei singoli tribunali ha fatto sì che l'Italia si trasformasse nel paese dei mille campanili anche nella giustizia. Ogni sede giudiziaria, infatti, continua a regolarsi in modo autonomo nella gestione non solo delle udienze - che stanno tornando ad essere celebrate in presenza - ma soprattutto nell'accesso al pubblico del tribunale e negli orari di cancelleria.
Una situazione che si sta facendo sempre più insostenibile in particolare per gli avvocati, che subiscono le conseguenze di una riduzione del servizio e anche i disagi di doversi informare sulla prassi di ogni tribunale in cui si spostano.
Ogni città a modo suo - Dai piccoli ai grandi fori, ogni ufficio giudiziario è una repubblica a sè. "Per poter accedere alle cancellerie bisogna mandare la Pec, ma spesso l'appuntamento arriva a distanza di più giorni", racconta il presidente dell'ordine degli avvocati di Roma, Antonio Galletti, che per primo ha lanciato l'allarme di una giustizia ancora chiusa "mentre il governo riapre le discoteche". Quanto alle udienze, nella Capitale quelle celebrate telematicamente sono state pochissime "perché non ci sono le infrastrutture necessarie", quindi "si svolgevano solo con trattazione scritta nel civile, in presenza quando si poteva nel penale oppure venivano rinviate". Con l'effetto di accumulare nuovi ritardi sui precedenti mai smaltiti.
Dai grandi tribunali a uno più piccolo, anche a Trento la situazione è simile: "Le udienze sono ancora trattate molto spesso per iscritto, con termini per depositi che le cancellerie fanno fatica a gestire tempestivamente", racconta il presidente del consiglio dell'ordine, Michele Russolo. Per entrare in cancelleria serve la prenotazione e il tempo per ottenerla varia da due giorni a una settimana. Anche gli accessi al tribunale sono contingentati e si può accedere solo con prenotazione o in caso di udienza.
Meglio va invece a Bari. Qui i vertici del tribunale hanno permesso "una certa elasticità per gli accessi agli uffici" e le udienze sono riprese anche in presenza, ha detto il presidente dell'ordine, Giovanni Stefanì. In Puglia ma anche nel resto d'Italia, tuttavia, il problema principale riguarda i giudici di pace: per loro il processo telematico non è ancora attivo e le norme anti-covid limitano il lavoro in presenza, riducendo drasticamente il numero di udienze.
"A Napoli esistono dei provvedimenti restrittivi che limitano a dieci fascicoli per giudice di pace le udienze. Questo comporta rinvii d'ufficio a tempi immemorabili, impossibilità di trattare nuove cause e arretrato decuplicato", ha raccontato il presidente Antonio Tafuri. Secondo l'orientamento del presidente del tribunale, però, la situazione non subirà cambiamento almeno fino a settembre e a nulla vale il miglioramento della situazione epidemiologica.
Milano, infine, ha condizioni ancora diverse. A seconda degli uffici, alcune cancellerie stanno tornando alla normalità: nel penale l'accesso è libero mentre alla sezione lavoro è ancora necessario appuntamento. "Con il personale amministrativo il clima è stato di collaborazione. Siamo riusciti a gestire con elasticità la situazione di anormalità e a programmare la normalità futura, che sarà comunque diversa da quella pre-Covid", ha detto il presidente Vinicio Nardo. A differenza soprattutto dei piccoli tribunali, tuttavia, quello di Milano ha praticamente sempre mantenuto libero l'accesso al palazzo di giustizia.
La situazione è diversa da tribunale a tribunale ed è influenzata dal grado di collaborazione tra avvocatura e vertici degli, dalla scopertura di organico delle cancellerie e dalla disponibilità di risorse informatiche. Non solo: la difficoltà più concreta è quella per i singoli capi degli uffici di assumersi in proprio la decisione di imporre al proprio personale di cancelleria un ritorno stabile in ufficio, quando non esiste un obbligo generale di farlo.
Per questo l'ordine di Roma ha chiesto l'intervento della ministra Marta Cartabia perché "coordini la ripartenza, evitando questo effetto a macchia di leopardo che penalizza prima di tutto i cittadini che chiedono giustizia, soprattutto ora che il paese sta riaprendo". Sentito da Domani, per ora il ministero attende di vedere come prosegue l'emergenza sanitaria. Poi, alla scadenza del 31 luglio, farà le sue valutazioni di modifica e coordinamento di eventuali riaperture dei palazzi di giustizia. Quindi un ritorno alla normalità nell'ambito del lavoro nei tribunali non avverrà di certo prima di settembre. Una tempistica, questa, che stonerebbe però con il fatto che il resto del paese si sta lentamente riadattando alla normalità.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 16 giugno 2021
Referendum sulla Giustizia, parla il vice presidente leghista del Senato Roberto Calderoli: "La legge Severino? Un obbrobrio giuridico, costituzionale e soprattutto umano". Nei giorni scorsi ha invitato la guardasigilli Marta Cartabia a sottoscrivere i referendum sulla giustizia, ora il vice presidente leghista del Senato, Roberto Calderoli, spiega: "Era un invito provocatorio nel senso che probabilmente la ministra, di cui ho stima, non può alzare bandiera bianca davanti al processo di riforme che sta affrontando. Ma avrà a che fare con un Parlamento e una maggioranza che la potrebbe indurre in futuro a venire a sottoscrivere i nostri referendum".
Il processo di riforme è destinato a fallire?
Non so sarà fallimentare no, ma lo vedo lungo e difficile. E soprattutto figlio di un Parlamento che esce dalle urne riforme nel 2018, con una composizione che non corrisponde neanche lontanamente a quello che è oggi il volere popolare.
Nel 2018 la Lega andò al governo col M5S, sostenendo in una prima fase anche la riforma della prescrizione. Poi cosa è successo?
Io rispondo per me ovviamente. Io tendo a dar fiducia al mio compagno di viaggio, il mio alleato. Se uno mi dice: intanto facciamo la riforma della prescrizione ma entrerà in vigore l'anno prossimo perché nel frattempo farò la riforma penale, io mi fido. Se poi però quella riforma non arriva mi rendo conto di essere stato truffato. Per questo non mi sento responsabile.
Perché vuole cancellare con un referendum la legge Severino?
Considero la legge Severino un obbrobrio giuridico, costituzionale e soprattutto umano. Non puoi distruggere la vita e la carriera politica di una persona, di un eletto, a fronte di una sentenza di primo grado.
Alcuni quesiti referendari che la Lega sostiene insieme ai Radicali sono molto tecnici, come quello che interviene sui meccanismi di candidatura al Csm. Sarà complicato spiegare all'opinione pubblica il motivo di una consultazione del genere...
L'esempio che lei ha citato, che sembra una cosa tecnica buttata lì, è in realtà uno strumento fondamentale per combattere il correntismo nel Csm, è il "fucile da caccia grossa". Attualmente ogni magistrato solo per potersi candidare al Csm è obbligato a raccogliere tra le 25 e le 50 firme. Con questo sistema, un magistrato indipendente, non iscritto ad alcuna corrente, non può neanche pensare di presentarsi alle elezioni. Noi proponiamo di rimuovere quell'obbligo e consentire a tutti di correre alle consultazioni.
I cittadini lo capiranno?
Sembra tutto campato in aria, ma avrò tre mesi di tempo per spiegare ai cittadini perché si è arrivati allo scandalo Palamara e non solo. Perché a me non sembra normale nemmeno il caso Eni. E non mi sembra neanche normale che alcune carte finiscano nelle mani di Davigo che le accetta e poi le ripropone anche a qualcun altro. Non mi sembra neppure normale che il presidente di un organo come la Commissione Antimafia debba farsi carico di mettere pace tra i due leader in una determinata corrente del Csm perché non compete a lui. Insomma, di cose anormali mi sa che ce ne sono un po' troppe.
E basta separare le carriere della magistratura per evitare questo cortocircuito?
Non basta, ma è assolutamente indispensabile. La convivenza tra magistratura requirente e giudicante non garantisce la terzietà. Chi giudica è succube dei colleghi pm. Un pubblico ministero può mettere nel mirino chiunque, persino un giudice. E il peso politico dei procuratori nel Csm è molto più forte di quello dei giudicanti. Ma allora come è possibile, nella situazione attuale, garantire la terzietà di un giudice rispetto ad accusa e difesa quando saranno i pm a decidere della sua carriera all'interno del Csm?
Riuscirete a spiegare alla gente anche il quesito sui consigli giudiziari?
Il Csm su cosa basa le proprie valutazioni? Anche sulle decisioni dei consigli giudiziari territoriali. Si tratta di Csm piccolo in cui però la parte laica ha diritto di voto per decidere se mettere la macchinetta dell'acqua minerale, non sulla valutazione dei magistrati. Ecco, noi proponiamo che i laici possano esprimersi anche sulla valutazione delle toghe. È un concetto molto semplice che serve a cambiare davvero le cose, senza toccare di una virgola la Costituzione, mettendo nel mirino i punti sensibili del sistema.
Con i referendum la Lega ha già ottenuto qualche risultato politico: ha messo in discussione l'asse giallo-rosso sulla giustizia (vedi Bettini) e ridimensionato il potere contrattuale del M5S al tavolo delle riforme. Dietro questa mossa c'è il suo zampino?
Io le garantisco che l'ultimo mio pensiero è l'influenza politica. Io sono molto più semplice, a me queste cose francamente sfuggono. Con Bonafede ho un buon rapporto, abbiamo avuto modo di collaborare quando abbiamo scritto il contratto di governo, e penso che il problema non sia la sua riforma della prescrizione, ma la durata dei processi. Nel momento in cui garantisci una ragionevole durata dei processi allora puoi parlare della prescrizione. Invece qui si è agito in modo inverso: si è prima riformata la prescrizione e ancora siamo in attesa della riforma del processo.
Quindi la Lega garantista a giorni alterni non esiste più?
A me questa definizione fa anche incazzare. Noi abbiamo una linea molto semplice: chi ha sbagliato paghi a condizione che ci sia un giudizio in via definitiva.
Che effetto le ha fatto ascoltare le scuse di Di Maio a Uggetti?
Mi ha fatto un'impressione positiva. Non rispetto al caso Uggetti in sé, quanto rispetto all'atteggiamento che loro hanno sempre avuto sulla questione giustizia.
Anche la Lega non ci andò leggera con Uggetti, sente anche lei l'esigenza di chiedere scusa?
Mi son chiesto se fosse il caso di chiedere scusa, visto che anche io all'epoca ho partecipato a un comizio sul caso Uggetti. Ma io, da politico, mi son fidato di chi aveva deciso di mettere in carcere una persona.
Quindi niente scuse?
Devo chiedere scusa io che non ho attaccato direttamente l'interessato? Oppure deve chiedere scusa chi alla fine nel suo operato è stato sconfessato, visto che questa persona è stata assolta?
Forse entrambi?
Vero, ma prima deve farlo la magistratura. Perché la politica non si è mossa autonomamente.
La giustizia resta il terreno più delicato che potrebbe portare persino Mario Draghi a inciampare nel percorso?
Vedo Draghi razionale, logico e distante rispetto agli inciampi. Se io fossi il ministro della Giustizia di un governo con così ampia maggioranza porterei un testo blindato in Parlamento, cioè solo dopo aver avuto tutti i necessari confronti con le forze politiche. In questo momento tutti i partiti, forse tranne i Cinque Stelle, vogliono risolvere in un modo o in un altro problemi della giustizia, a maggior ragione oggi che alle riforme sono vincolati i fondi del Recovery. Con le bandierine non si va da nessuna parte.
Quando si tornerà al voto?
Risposta sincera?
Certo...
Penso nel 2023. Draghi di cose da fare da qui al febbraio 2022 ne ha tante probabilmente troppe.
Quindi non può andare al Quirinale nel frattempo...
No, ma soprattutto conoscendolo come persona, so che non lascia le cose a metà.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 giugno 2021
Nella proposta dem, la norma cara al M5S resta in vigore, ma il giudizio d'appello "muore" se dura troppo: un'opzione più accettabile per i grillini, fa notare il Nazareno alla ministra. Ci sono gli incontri allargati a tutta la maggioranza, passati al setaccio dalla stampa. Ci sono poi le interlocuzioni informali, meno visibili ma comunque utili. Il discorso vale per tutti, anche per una ministra attenta al rigore delle forme (sia politiche che giuridiche) come Marta Cartabia. E nelle scorse settimane, in un'occasione d'incontro appunto "non collegiale", alcuni rappresentanti del Pd hanno sottoposto alla guardasigilli una riflessione, più o meno così sintetizzabile: "Lei dovrà avanzare a breve una proposta di emendamento governativo sulla prescrizione.
La commissione Lattanzi ha prospettato due soluzioni: un ripristino delle norme approvate nel 2017, con un lieve allungamento del tempo in cui la prescrizione è sospesa dopo la condanna in primo grado, e una soluzione cosiddetta processuale. Ecco, quest'ultima", è stato il ragionamento sottoposto dai dem a Cartabia, "è abbastanza assimilabile a un nostro emendamento depositato alla Camera a fine aprile. E la nostra soluzione, in particolare, potrebbe essere politicamente più accettabile per lo stesso Movimento 5 Stelle". Da qui a dire che la ministra seguirà il suggerimento del Pd ce ne passa. Ma di sicuro intende trovarla a breve, una soluzione. Anche considerato l'approssimarsi di alcune scadenze, ricordato ieri in un articolo del Fatto quotidiano: la riforma penale, con dentro la "nuova" prescrizione, sarebbe in teoria attesa per il 28 giugno nell'aula di Montecitorio, ma quel termine è a questo punto impossibile da rispettare.
Non vuol dire, però, che un dossier importante come il restyling del ddl Bonafede sul penale sia destinato ad andare in coda. E infatti non è cosi. Da quanto si apprende, la guardasigilli è tuttora al lavoro per completare la propria azione di sintesi politica, in modo da depositare poi in commissione Giustizia alla Camera le proposte di emendamento. Ed è possibile che quelle soluzioni, innanzitutto sulla prescrizione, "siamo anche diverse, su alcuni aspetti, dalle opzioni suggerite dalla commissione Lattanzi", si fa notare da via Arenula. Insomma, sul penale si lavora. Ma in quale direzione?
E qui vale la pena di tornare alla proposta del Pd, per capre se potrebbe essere presa in considerazione, almeno in parte, da Cartabia. L'emendamento dem sulla prescrizione introduce la "improcedibilità" per i giudizi troppo lunghi, prevista anche dalla "Ipotesi B" della commissione Lattanzi. Tra la proposta del Nazareno e quella degli esperti ci sono alcune differenze. Innanzitutto, secondo i tecnici guidati dall'ex presidente della Consulta (e predecessore, in quella carica, della stessa Cartabia), la prescrizione del reato cesserebbe di avere efficacia, una volta che il pm ha esercitato l'azione penale, dunque dalla richiesta di rinvio a giudizio. A quel punto, la ragionevole durata del processo (che in alcuni casi rischierebbe di essere comunque compromessa) sarebbe sanzionata da una sopravvenuta improcedibilità. In particolare, la cosiddetta "prescrizione processuale" arriverebbe col superamento di limiti anche più dilatati di quelli per i quali scattano i risarcimenti ex legge Pinto.
Più precisamente, ipotizza la commissione Lattanzi, il processo "morirebbe" dopo 4 anni in primo grado, 3 anni in appello e 2 in Cassazione. Il Pd dice una cosa leggermente diversa: la prescrizione del reato resterebbe disciplinata esattamente come previsto dalla legge Bonafede, verrebbe cioè di fatto abolita con la pronuncia di primo grado. E come recita la norma approvata all'interno della "spazza-corrotti", lo stop varrebbe per tutti, condannati e assolti. Ecco il primo pregio, dal punto di vista politico, della proposta dem: non elimina la norma cara ai 5 Stelle. Poi però rimedia alla più insopportabile stortura causata da quella disciplina: prevede che per chi è stato assolto in primo grado, si dichiari l'improcedibilità, in appello, se viene superato il limite di fase previsto nel ddl penale firmato sempre da Bonafede (al massimo due anni). E chi in primo grado era stato condannato?
L'emendamento del Pd suggerisce di "prevedere un termine più lungo oltre il quale l'improcedibilità operi" pure per chi ha subito una condanna in primo grado. E attenzione: visto che si tratta di legge delega, vuol dire che a "prevedere" il termine superato il quale il processo "muore" anche per i condannati dovrà essere la parte attuativa della riforma. Cioè, il decreto legislativo da emanarsi, dopo l'approvazione del ddl delega in Parlamento, ad opera di Cartabia. E chiaro a tutti l'ulteriore vantaggio della soluzione dem, dal punto di vista del M5S: il limite massimo alla durata dei processi verrebbe in ultima istanza fissato non da un voto a maggioranza in commissione Giustizia, ma dalla ministra e, soprattutto, non subito.
Il che darebbe a Giuseppe Conte il tempo di prendere meglio possesso del dossier. Allo stesso modo, un muro invalicabile verrebbe comunque ripristinato per qualsiasi processo. Non se ne può certo dedurre, è il caso di ripeterlo, che Cartabia seguirà una ipotesi del genere. Ed è anche vero che la ministra potrà proporre emendamenti, ma che poi saranno pur sempre i deputati della commissione a dover scegliere, sia fra le proposte governative sia fra quelle dei partiti. Di sicuro, un'exit strategy dalla prescrizione arriverà. "Le riforme non possono morire per eccesso di discussione", fa notare Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia che ha partecipato in prima persona anche ai lavori della commissione Lattanzi. E in effetti, in tempi di urgenze legate al Recovery, far morire le riforme sarebbe in realtà un suicidio.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 giugno 2021
La ministra vuole fare luce sulla presunta omissione di prove nel processo Eni-Nigeria e sulla sostituzione della gip Banci Buonamici. Tra la procura di Milano e il Tribunale di Verbania ci sono 80 chilometri. Due città diverse, ma simili, perché finite al centro, nelle ultime settimane, degli scontri interni alla magistratura. Scontri violenti, veleni, accuse pesanti, che hanno spinto la ministra della Giustizia Marta Cartabia a spedire gli ispettori in entrambi i posti, per avviare un'inchiesta amministrativa e verificare cosa sia accaduto durante le indagini Eni-Nigeria e sulla tragedia della funivia del Mottarone.
"Dopo la diffusione di notizie in merito all'iscrizione nel registro degli indagati di due pm della Procura di Milano - si tratta del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del sostituto Sergio Spadaro, ndr - e alla luce del deposito delle motivazioni della sentenza del Tribunale di Milano, il ministero ha chiesto all'ispettorato di svolgere accertamenti preliminari, al fine di una corretta ricostruzione dei fatti, attraverso l'acquisizione degli atti necessari".
Stessa storia a Verbania, dove a far discutere, invece, è stata la sostituzione della gip Donatella Banci Buonamici, prima presa di mira per aver scarcerato due degli indagati e mandato ai domiciliari il terzo, poi cambiata in corsa proprio mentre stava per accogliere la richiesta di incidente probatorio avanzata da una delle difese. Dei fatti in questione sono stati informati anche il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, titolare dell'azione disciplinare, e il Csm, che nel caso di Verbania ha già aperto una pratica per verificare se sia stato o meno legittimo il provvedimento preso dal presidente del Tribunale Luigi Maria Montefusco.
L'obiettivo è quello di fare chiarezza e fugare ogni dubbio. Gli ispettori di via Arenula, dunque, chiederanno ora ai vertici degli uffici giudiziari competenti sul caso Eni-Nigeria e sulla tragedia del Mottarone la trasmissione di una serie di atti, sulla base dei quali verrà stilata una relazione finale su quanto accaduto. Quel che è certo, intanto, è che i due tribunali sono diventati epicentro di veri e propri terremoti all'interno della magistratura. A Milano, in particolare, nei corridoi di procura e tribunale "si respira una brutta aria", fanno sapere gli addetti ai lavori.
I pm chiedono al procuratore Francesco Greco un confronto, così come già avevano fatto dopo la sentenza di assoluzione dei 15 imputati del processo Eni. Ma tutto, ai piani alti della Procura, tace. L'indagine sui due pm, che hanno visto l'inchiesta crollare sotto il peso della "mancanza di prove certe ed affidabili dell'esistenza dell'accordo corruttivo", come hanno scritto i giudici in sentenza, nasce dal fuoco incrociato tra magistrati della stessa procura. Fuoco rimasto, fino ad un certo punto, sotto la cenere, per poi diventare un grande incendio. Ad accusare De Pasquale e Spadaro di aver omesso alcune prove fondamentali, infatti, è un altro pm, Paolo Storari, anche lui indagato a Brescia per rivelazione di atti d'ufficio, per aver consegnato i verbali dell'ex avvocato esterno dell'Eni, Piero Amara, a Piercamillo Davigo.
Tutto nasce, infatti, proprio dalla gestione di Amara e del grande accusatore del processo Eni, Vincenzo Armanna, all'epoca da poco licenziato dalla compagnia ma comunque attivo negli investimenti all'estero nel settore petrolifero. Storari aveva infatti segnalato attraverso alcune mail inviate a De Pasquale, Spadaro, l'aggiunta Laura Pedio (con la quale stava gestendo l'inchiesta sul "Falso complotto Eni") e il procuratore Francesco Greco l'inattendibilità di Armanna. Inattendibilità sancita anche dai giudici, che hanno pesantemente criticato la scelta dei due pm di non produrre come prova il video registrato di nascosto da Amara che dimostrava l'intento di Armanna di gettare fango sull'Eni.
Elemento, questo, non conosciuto da Storari, in possesso comunque di informazioni importanti: il presunto pagamento, da parte di Armanna, di un teste, al quale avrebbe versato 50mila dollari in cambio di una testimonianza al processo, e la presenza di chat false, prodotte dallo stesso Armanna, comunque finite a processo, nonostante i pm fossero consapevoli di questa circostanza. Quel materiale, secondo De Pasquale, Spadaro, Greco e Pedio, era infatti stato acquisito da Storari senza seguire le procedure del caso, così come le comunicazioni inviate sarebbero state inutilizzabili in quanto spedite in via informale, sotto forma di documenti word privi di firme. Di tutto ciò Storari ha parlato nel corso dei due interrogatori avvenuti a Brescia nell'inchiesta che lo vede indagato per il caso verbali. E lì il pm meneghino - per il quale il Csm ha già avviato l'azione disciplinare - ha spiegato anche quelle che, a suo dire, sarebbero le ragioni del comportamento dei colleghi.
Secondo Storari, infatti, la posizione di Amara non doveva essere compromessa da una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati per calunnia in relazione alle sue dichiarazioni sulla presunta "Loggia Ungheria" - della quale farebbero parte magistrati, politici, ufficiali delle forze dell'ordine e vertici delle istituzioni, capaci di gestire le nomine a proprio piacimento - per non minare la sua credibilità come possibile teste nel processo del caso Nigeria.
De Pasquale e Spadaro, infatti, hanno tentato di inserire Amara tra le persone da sentire al processo, una scelta dettata sempre dalle sue dichiarazioni, secondo le quali i legali di uno degli imputati sarebbero stati in grado di avvicinare il presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada. Così, mentre Storari raccoglieva le dichiarazioni di Amara sulla presunta "Loggia Ungheria" e chiedeva ai vertici dell'ufficio di poter effettuare le prime iscrizioni nel registro degli indagati e tabulati telefonici, Greco e Pedio portavano a Brescia il verbale di Amara sulle presunte "interferenze" delle difese Eni sul giudice. Da lì venne aperto un fascicolo, poi archiviato.
La versione di Storari, dunque, è chiara: la linea dei vertici dell'ufficio era quella di evitare possibili indagini su Amara affinché potesse essere sentito durante il processo. Così come non poteva essere screditato Armanna, architrave dell'intera inchiesta. Ma a distruggere la solidità delle sue dichiarazioni ci ha pensato il tribunale: "Il suo atteggiamento opportunista rivela una personalità ambigua, capace di strumentalizzare il proprio ruolo processuale a fini di personale profitto e, in ultima analisi, denota un'inattendibilità intrinseca che certamente non avrebbe potuto essere sanata dalla testimonianza di Piero Amara".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 16 giugno 2021
Intervista al professor Alessio Lanzi, ordinario di Diritto penale all'università di Milano Bicocca e attuale componente del Csm. "L'asserita incostituzionalità della separazione delle carriere, o meglio delle funzioni, nella magistratura è un argomento che viene ciclicamente proposto nel dibattito sulla riforma dell'ordinamento giudiziario", è la premessa da cui parte il professor Alessio Lanzi, ordinario di Diritto penale all'università di Milano Bicocca e attuale componente del Csm, eletto su indicazione di Forza Italia.
La campagna referendaria alle porte e la recente proposta della commissione Luciani - voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia per studiare modifiche all'ordinamento giudiziario - di limitare solo a due i passaggi di funzione consentiti durante la carriera del magistrato, hanno nuovamente infiammato la discussione sulla "separazione" fra pm e giudici. Il Dubbio ha ospitato sul punto in questi giorni diversi contributi di autorevoli giuristi, avvocati e magistrati. Fra i più contrari alle ipotesi formulate dal governo e dai quesiti referendari, si segnala l'ex presidente dell'Anm, il pm romano Eugenio Albamonte, segretario di Area, il gruppo della magistratura progressista.
Professor Lanzi, perché la previsione della separazione delle carriere, anzi, come dice lei delle funzioni fra giudicante e requirente, non sarebbe incostituzionale, diversamente da quanto sottolineato dal dottor Albamonte?
Guardi, tralasciando per un momento le solite polemiche e le prevedibili strumentalizzazioni, vorrei che l'attenzione si concentrasse sulla lettura di tre articoli della Costituzione: il 101 comma 2, il 107 comma 3, ed il 112.
Iniziamo dal primo...
"I giudici sono soggetti solo alla legge". I giudici, non i pm. Si tratta di una norma a garanzia dei cittadini. Viene escluso che i giudici nella loro attività possano subire condizionamenti da soggetti esterni.
Il 107 comma 3?
"I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni". Questa è una disposizione di tipo ' amministrativo' che serve a dare pari dignità fra tutti i magistrati, in particolar modo per quanto concerne lo stipendio. A parità di anzianità di servizio non cambia l'emolumento del procuratore o del semplice sostituto.
E infine l'articolo 111: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"...
È la norma che prevede l'obbligatorietà dell'azione penale nel nostro Paese.
Quindi non c'è nessuna preclusione, nella Carta, a una separazione di funzioni?
A supporto del mio ragionamento invito anche alla lettura dell'articolo 111 comma 2: "Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". Non credo ci possano essere dubbi.
Scusi, ma allora perché queste continue polemiche?
Guardi, per dirla tutta, è essenzialmente un problema di potere.
Possiamo fare degli esempi?
Adesso i pm, nei Consigli giudiziari, si esprimono sulle valutazioni di professionalità relative ai magistrati giudicanti, pur essendo i pm stessi una parte del processo. Perché queste valutazioni, allora, non dovrebbero poter essere fatte dall'altra parte del processo, quindi dagli avvocati?
Un ' mantra' che viene ripetuto spesso riguarda poi l'asserita unicità della giurisdizione. I fautori della carriera unica ripetono che il pm, essendo un magistrato, svolge accertamenti anche a favore dell'imputato.
Lei si riferisce all'articolo 358 del codice di procedura penale...
Sì. Quell'articolo, secondo cui appunto "il pm svolge accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini", è una grande mistificazione. Qualcuno deve avere il coraggio di dirlo.
Spieghiamo il motivo?
Certo. L'esperienza insegna il contrario. Senza andare troppo lontano è sufficiente leggere le cronache degli ultimi giorni su alcune intercettazioni a favore degli imputati fatte sparire in un importante processo. Mi pare di tutta evidenza quanto questa disposizione venga disapplicata nella prassi.
Anche perché, aggiungo, non prevede alcuna sanzione nei confronti del pm inadempiente, di quello che indaga a "senso unico"...
Esatto. Citare l'articolo 358 del codice di procedura penale in una discussione del genere rappresenta una tesi di comodo. Io, ripeto, non vedo in giro tutti questi pm ' imparziali' nello svolgimento delle indagini.
I pm, oltre all'asserita incostituzionalità, dicono che se ci fosse la separazione delle carriere finirebbero sotto il controllo dell'esecutivo, con conseguenti abusi di ogni tipo...
Anche questa obiezione francamente mi sorprende.
In che senso?
Si dà per scontato che il pm inserito in un diverso assetto ordinamentale commetta illeciti di ogni genere. Ma chi lo ha detto? Come è possibile avere queste certezze?
In conclusione, quale contributo si sente adesso di dare?
Io credo che serva una riflessione serena, senza preconcetti. Prendendo atto da quello che normalmente accade nelle aule dei tribunali, dall'esperienza di tutti i giorni. Invece, ed è questa la mia opinione, è forte il sospetto che i pm non vogliano perdere il loro potere. Sinceramente non mi sentirei di affermare che anche i giudici siano, allo stesso modo dei magistrati requirenti, tutti contrari alla separazione delle funzioni.
di Pietro Di Muccio de Quattro
L'Opinione, 16 giugno 2021
Scrivevo qui il 7 giugno che contrapporre il garantismo al giustizialismo costituisce un paragone impossibile. Forse utile a dare una patina politica ma inutile a chiarire l'essenza dell'uno e dell'altro concetto. Parlando in generale, alla definizione di un nome giova molto il significato del nome opposto. Il dizionario dei sinonimi e dei contrari aiuta davvero a "tornire" il senso di una parola al di là della spiegazione che ne dà il vocabolario.
Garantismo e giustizialismo non solo sono nomi che rimandano a complessi concetti, ma sono anche allusivi, nel senso che chi li pronuncia può voler dire cose diverse da chi li ascolta, in tutto o in parte. Quindi contrapporre due allusioni è umoristico oltre che sterile. Inoltre, usare i due nomi con riguardo ad un caso concreto costituisce una truffa semantica. Per evitarla, bisogna dichiararsi colpevolisti o innocentisti.
Proclamarsi "garantisti-innocentisti" dopo la sentenza di assoluzione pare un'assurdità, non meno che "giustizialisti-colpevolisti" dopo una condanna. Il garantista è un innocentista in servizio permanente fino alla sentenza di condanna, il giustizialista è un colpevolista in servizio permanente prima della sentenza di condanna. A parte la malafede di dichiararsi tali per lisciare il pelo dell'opinione pubblica in voga o della fazione amica.
Il concetto opposto del garantismo non è, dunque, il giustizialismo, ma lo Stato di-storto ovvero Stato distorto cioè quello Stato di diritto che, tale di nome, non lo è di fatto. La contrapposizione, pertanto, è tra liberalismo e "illiberalismo". Sbagliano coloro che affermano di essere garantisti o giustizialisti come se dicessero: "Sono carnivoro, non vegetariano". Mentre non esiste il falso giustizialismo, esiste invece il falso garantismo.
Per esempio, garantismo non può voler dire che l'imputato possiede il diritto di cavillo, con cui impedire la conclusione del processo e l'emanazione della sentenza definitiva. La presunzione d'innocenza viene assimilata, dai falsi garantisti, ad uno scudo contro il processo, mentre significa che l'accusa è sempre aleatoria prima del giudicato. Se no, il garantismo cessa di essere ciò che è, per nome e sostanza: equo processo secondo giusta legge.
Per converso, quando una pena è stata irrogata, dev'essere scontata, perché la certezza del diritto è parte integrante del garantismo. E se le leggi non la favoriscono, bisogna accordarle allo scopo. Anche l'umanità della pena è parte integrante del garantismo. Ma la norma costituzionale, secondo cui la pena tende alla rieducazione del reo, non può essere applicata nel senso di vanificare di fatto la sanzione.
L'anno dei condannati già dura nove mesi, anziché dodici, in galera. Il garantismo non confonde l'effettività con l'umanità della pena. La pietà verso il colpevole è nobile, ma le lacrime della vittima, se può ancora piangere, moralmente valgono di più. Garantismo e giustizialismo sono separati. Farli scontrare come tori aizzati è una specie di tauromachia che fa comodo perché distrae dalla giustizia.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 16 giugno 2021
Lo premetto subito: Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto di Milano e il suo collega Sergio Spadaro credo proprio non abbiano per nulla dolosamente occultato la registrazione che, se depositata in atti, sarebbe stata un aiuto per i difensori dei dirigenti Eni, accusati di corruzione internazionale in Nigeria. Eppure, per questa omissione entrambi sono indagati dalla Procura di Brescia.
Orbene, allo stato non abbiamo prove di un loro comportamento intenzionalmente scorretto e preordinato a danneggiare le difese. Tuttavia, il fatto rimane certo e indubitabile: è assodato cioè che quella registrazione è rimasta nei cassetti della Procura mentre avrebbe dovuto transitare nel fascicolo del Tribunale chiamato a decidere il caso. Infatti la sentenza del Tribunale, mandando assolti tutti gli imputati, ha definito "incomprensibile" quella omissione.
Che dire allora di fronte alla giustificazione dei due pubblici ministeri, i quali - sorpresi dalle critiche ricevute - hanno candidamente affermato di non aver ritenuto quella registrazione rilevante dal punto di vista processuale? Da dire c'è una cosa di rilevantissima gravità politica e istituzionale: oggi in Italia diversi pubblici ministeri (non tutti ovviamente), in perfetta buona fede, si comportano con assoluta spregiudicatezza, ritenendo di essere i soli depositari della verità e che perciò loro possono tutto e il contrario di tutto.
Ma non è colpa loro. Appena vinto il concorso e ancor prima di assumere le prime funzioni, essi vengono letteralmente bombardati in modo continuo e crescente da ammonimenti, insegnamenti, lezioni, esemplificazioni, indicazioni, tutti senza eccezione destinati a far loro intendere che loro, e soltanto loro, sono i difensori della legalità e della compagine sociale contro la criminalità e che a questo compito devono rimanere fedeli a qualunque costo. Se a questo bombardamento pseudo-pedagogico si aggiunge la sovraesposizione mediatica di alcuni di essi - complice una stampa ed una opinione pubblica che, seguendo i fatti di cronaca nera come si trattasse di un film, non vede l'ora che i "buoni" arrivino a punire i "cattivi" - allora si capisce dove si possa giungere.
Si giunge ad una sorta di ipertrofia dell'ego - di cui essi neppure si rendono conto - in forza della quale, costoro (lo ripeto, non tutti, per fortuna) si sentono investiti di una funzione più sacra che profana - in quanto salvifica - e perciò tale da giustificare ogni abuso, anche quello di non far conoscere alla difesa elementi ad essa favorevoli.
E se lo fanno, quando lo fanno, il bello è che neppure ne sono consapevoli, infarciti come sono di idee come quelle sopra esposte, a scorgere l'assurdità delle quali basterebbe una sola considerazione. Il loro ministero, infatti, non è privato, ma "pubblico": ciò vuol dire che essi non sono al servizio di nessuno - neppure dello Stato - ma unicamente della giustizia e che perciò son tenuti a tutelare egualmente la posizione delle persone accusate. Questo nelle leggi vigenti viene precisato, ma nella realtà accade rare volte. Tanto che, quando si vede che il pubblico ministero in mancanza di prove chiede l'assoluzione dell'imputato, ci si stupisce, avvezzi come si è ad un atteggiamento ostinatamente e pregiudizialmente a lui avverso.
Che fare allora? Un'opera di autentica educazione alla legalità verso costoro pare indispensabile da condurre, anche se paradossale: chi si comporta in modo troppo spregiudicato, come fosse il padrone delle leggi, ha perso il senso stesso dell'identità del proprio ruolo. Anche perché l'origine storica della figura del pubblico ministero risiede nella necessità di offrire un presidio al cittadino contro possibili abusi da parte della Polizia giudiziaria in ambito investigativo. Ma se colui che deve proteggere dagli abusi li commette lui stesso, e per giunta in buona fede, cioè senza neppure avvedersene, siamo messi davvero male. Che ne dice il ministro Marta Cartabia?
di Giuliano Foschini e Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 16 giugno 2021
Nell'abitazione di Marcella Contrafatto, la dirigente del Consiglio superiore della magistratura indagata per la diffusione dei verbali segreti di Piero Amara, trovati fascicoli di procedimenti disciplinari e documenti sull'ex capo dell'Anm. Le nuove accuse nel provvedimento del Riesame.
A casa di Marcella Contrafatto, la dirigente del Csm indagata per la diffusione dei verbali segreti di Piero Amara, sono state trovate "rassegne stampa a cura del Consiglio superiore della magistratura con chiave di ricerca Palamara", un "estratto del libro Il Sistema", i fascicoli di due procedimenti disciplinari e la stampa della posizione disciplinare del dottor Palamara", un "avviso di conclusione delle indagini di un procedimento romano con annesse notizie stampa". È questo il particolare più interessante delle tre pagine di provvedimento con cui il tribunale del Riesame ha respinto il ricorso dei legali della Contrafatto confermando così il sequestro e l'impostazione che la Procura di Roma ha dato dell'inchiesta sui verbali di Amara.
Roma indaga sulla calunnia ai danni del procuratore di Milano, Francesco Greco. Tutto parte infatti dal plico fatto recapitare al consigliere del Csm, Antonino Di Matteo: c'erano due dei verbali di Amara e "una missiva anonima - si legge nel provvedimento - con cui si incolpava il dottor Greco di "occultare" i verbali di interrogatorio dell'avvocato Amara dinanzi alla procura di Milano". Secondo il tribunale del Riesame, Di Matteo è da considerarsi a tutti gli effetti un pubblico ufficiale.
E, dunque, chi ha spedito quel plico ha commesso una calunnia. Motivo per cui l'indagine è della procura di Roma. Che è convinta che "l'anonimo" sia in realtà la Contrafatto: già segretaria di Piercamillo Davigo, che ricevette quando era al Csm quei verbali dal pm milanese Paolo Storari, sarebbe stata lei a inviare i verbali ai giornali e a Di Matteo. Resta da capire il perché lo abbia fatto: la donna fino a questo momento non ha voluto rispondere alle domande. Né ha chiarito il giallo emerso dalla perquisizione: ha raccontato di aver interrotto da tempo i rapporti cin Fabrizio Centofanti, di cui conservava però alcuni atti giudiziari a casa. Non è chiaro invece il perché di tutta quell'attenzione a Palamara che la Contrafatto aveva conosciuto bene nel corso della sua esperienza al Consiglio superiore.
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 16 giugno 2021
Una relazione con molte criticità quella presentata dal garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, nella sala consiliare del Comune di Caserta. Nel Report annuale, relativo ai luoghi di privazione della libertà personale della provincia di Caserta 2020, redatto in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla detenzione, Ciambriello ha messo in luce insieme alle buone prassi, anche numerosi problemi che la popolazione carceraria vive.
Tra quelli che appesantiscono una situazione già molto difficile in tempo di Pandemia, sicuramente c'è la mancanza di figure professionali come gli educatori, gli psicologi, o addirittura mancanti come i mediatori culturali. Mancano anche i medici specialistici negli istituti penitenziari, non sono sufficienti ad accogliere tutte le richieste sanitarie dei detenuti. Ad appesantire una situazione che la pandemia ha reso sicuramente più complicata, sono arrivate anche le rivolte, le proteste, in varie forme, ma anche tanti atti di autolesionismo e finanche 59 tentativi di suicidi di cui 3, purtroppo, riusciti. Si è tolto la vita anche un minore, Vincenzo, 16 anni, ospite di una comunità per minori, a Villa di Briano. Ci sono stati dei morti anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, ma dovuti al Covid, in seguito ad alcuni focolai scoppiati nel carcere di Carinola e Santa Maria C.V.
"Se ad Arienzo e nell'istituto militare di Santa Maria CV, la vita comunitaria è stata caratterizzata da un sostanziale mantenimento della socialità - ha evidenziato Ciambriello - che è riuscita a contenere un numero di eventi quantificabili in uno o due episodi, la situazione negli altri istituti del territorio provinciale è decisamente diversa. Infatti gli atti di autolesionismo sono stati 42 ad Aversa, 92 a Carinola, 196 a Santa Maria CV. Rilevante il numero degli scioperi della fame e/o sete risultati in 262 e l'aumento delle infrazioni disciplinari registrate che sono 893. Nel 2020, inoltre, si sono verificati in questi istituti 59 tentativi di suicidio e 3 persone hanno deciso di togliersi la vita in carcere (due a Santa Maria Cv e una ad Aversa). In Campania i suicidi sono stati 9 nel corso del 2020"
Ciambriello, ha sottolineato che oltre al pianeta carcere, il mandato istituzionale del Garante regionale dei detenuti prevede anche che si occupi di coloro che sono sottoposti a Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso), dei ricoverati nelle Rems (residenze per l'esecuzione delel misure di sicurezza) e nella RsA (Residenze per Anziani) e di tutti coloro che si trovano in una condizione di limitazione della propria libertà personale, come accade anche agli stranieri nei centri per gli immigrati.
Ma soprattutto ha messo in risalto che la pandemia ha aumentato l'isolamento che le persone vivono nei luoghi di restrizione, causando una limitazione di contatti all'esterno e, in alcuni casi addirittura una cessazione delle attività. Un aiuto fondamentale è arrivato dall'uso delle nuove tecnologie.
"Rivolte, mini rivolte e proteste hanno caratterizzato questo lungo anno segnato dalla pandemia - ha spiegato Ciambriello - A Carinola a Santa Maria Cv, così come a Poggioreale e a Salerno, sono note le proteste durante la diffusione dei primi contagi e la sospensione dei colloqui. In particolare a Santa Maria C.V. sono in corso indagini in seguito a presunti pestaggi che si sarebbero verificati per contenere le proteste".
Nel dibattito che è seguito alla relazione di Ciambriello, sono intervenuti il Prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto; Maria Antonietta Troncone, procuratore a Santa Maria C.v. Gabriella Maria Casella, presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Emanuela Belcuore, Garante dei detenuti della provincia di Caserta, Francesco Piccirillo, avvocato. Le conclusioni sono state affidate a Francesco Chiaromonte, magistrato di Sorveglianza.
- Ricette dietro le sbarre: il primo libro scritto dai detenuti delle carceri italiane
- Torino. Con "Zona luce" il calcio fornisce un assist ai giovani detenuti
- Reggio Calabria. Carcere di Arghillà, dopo la visita del neo vescovo parlano i Garanti
- Ma l'alleato Erdogan nella Nato non era un dittatore?
- Il Parlamento ha numeri e proposte. Sulla cannabis facciamo come gli Usa











