di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 novembre 2021
È al 41 bis da 29 anni. Un tumore diagnosticato tardi nel carcere de L'Aquila, nonostante le sollecitazioni per una visita rimandata dopo due mesi. Dopo l'operazione di urgenza, viene subito portato via con un blindato e ammanettato nonostante le ferite ancora non rimarginate. Richiede un permesso di necessità per poter abbracciare l'ultima volta la madre morente. Rigettata, perché - così scrivono i giudici - non è in pericolo di vita. Dopo una settimana muore. Stessa situazione con il padre: gli rigettano in permesso di necessità per poterlo abbracciare e dopo un po' muore.
Parliamo di Salvatore Cappello, attualmente detenuto nel carcere Mammagialla di Viterbo al 41 bis, che ha indirizzato una lettera al Magistrato di Sorveglianza per rimarcare le numerose violazioni dei diritti che lui denuncia di aver subito. È l'associazione Yairaiha Onlus a segnalare la vicenda alla ministra della Giustizia e al garante nazionale Mauro Palma e quello regionale, Stefano Anastasìa.
"Sì sono d'accordo che è un'ingiustizia quella che fanno a Zaki, ma per lo meno Al Sisi le cose le faceva e ci mette la faccia, mentre qui parlate di democrazia e poi siete peggio della Turchia. Qui condannate il re e tutta la famiglia: che colpa aveva mia madre, mio padre che gli avete negato un ultimo abbraccio di un loro figlio?", scrive Cappello nella lettera inviata alla magistratura di Sorveglianza.
Sandra Berardi dell'associazione Yairaiha, sottolinea che è difficile non notare la quantità di violazioni che Cappello denuncia di aver subito, a cominciare dal diritto alla salute. "A fronte di un tumore - scrive nella segnalazione alle autorità -, la visita specialistica è stata rinviata per oltre un anno nonostante le continue richieste del medico e l'aggravarsi delle condizioni fisiche; il rientro postoperatorio in carcere ammanettato in un blindato nonostante le ferite non ancora rimarginate e la discontinuità nel trattamento chemioterapeutico".
Non solo. L'associazione Yairaiha evidenza il discorso dei rigetti delle richieste di permesso di necessità a fronte di genitori morenti che non vedono il proprio figlio da anni, "senza alcun motivo plausibile dove non è stata tenuta in considerazione l'impossibilità assoluta degli ultimi due anni visto che gli unici detenuti, tranne poche eccezioni, a non avere avuto garantiti i video-colloqui sostitutivi di quelli in presenza durante la pandemia sono stati proprio quelli in 41 bis".
A questo si aggiunge la disparità di trattamento tra il carcere de L'Aquila e quello di Viterbo dove è attualmente recluso Cappello. Mentre nel carcere abruzzese gli era permesso ricevere il pesce dai famigliari, al carcere di Viterbo glielo fanno buttare. Cappello ha richiesto il permesso premio, ma l'esito è scontato.
"Ventinove anni di 41 bis sono un tempo inimmaginabile dove il senso della pena si smarrisce tra divieti assurdi e verifiche dubbie", scrive Sandra Berardi. Il tema è quello delle informative "stereotipate". "Spesso - evidenzia Berardi - cristallizzate al momento del compimento dei reati piuttosto che fotografanti l'attualità dei collegamenti".
Lo stesso detenuto scrive che: "Ma cosa dovrei organizzare se ho detto bello chiaro che ho dato un calcio al passato e come me molte persone?". Se dopo 29 anni, rimane l'attualità del collegamento con il vecchio clan mafioso, allora - scrive Berardi di Yairaiha "delle due l'una: o il 41 bis non funziona e permette di continuare a gestire affari e clan oppure funziona e le informative non sono attuali".
avvocatoantoniodisanto.it, 10 novembre 2021
Intervista a Stefano Anastasìa. Un recente convegno organizzato dal Cao-Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma in collaborazione con la locale Camera penale sul ruolo della polizia penitenziaria nel sistema giustizia è stato occasione per un punto sulla situazione delle carceri in Italia. I dati del primo semestre 2021 "generano grande preoccupazione", secondo l'avv. Antonino Galletti, presidente del Cao della capitale: per l'Ussp-Unione sindacale della polizia penitenziaria, si tratta di "5.290 atti di autolesionismo, 44 suicidi consumati e 738 sventati, 3.823 colluttazioni, 503 ferimenti", ai quali si aggiungono i decessi per cause naturali.
di Pier Francesco Borgia
Il Giornale, 10 novembre 2021
Quella di Fratelli d'Italia è una lotta contro il tempo. L'obiettivo? Evitare che decada l'istituto dell'ergastolo ostativo così come previsto da una sentenza della Corte costituzionale dell'aprile di quest'anno. Secondo la suprema Corte, infatti, questo istituto è incompatibile con alcuni principi della Costituzione (tra i quali il valore rieducativo della pena) e nella sua sentenza ha dato un anno di tempo (cioè fino alla prossima primavera) per porre rimedio a questa dissidio tra un principio costituzionale e una norma penale. A questo scopo Fratelli d'Italia ha presentato due proposte di legge, una delle quali "costituzionale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 novembre 2021
Per La Corte costituzionale la sentenza è inevitabile se non verrà modificata la legge entro maggio 2022 e in commissione Giustizia della Camera è in corso l'esame di tre proposte.
"Abbiamo presentato due diverse proposte di legge, una costituzionale a prima mia firma e una ordinaria, per scongiurare lo smantellamento del carcere ostativo per i boss mafiosi". Lo ha detto la leader di Fratelli D'Italia, Giorgia Meloni, nel corso di una conferenza stampa sulla giustizia. Poi ha aggiunto: "Bisogna intervenire entro maggio 2022, perché in assenza di una legge rischiamo che la Corte Costituzionale dichiari incostituzionale il carcere ostativo".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 novembre 2021
Alla vigilia degli emendamenti Cartabia, veleni sul sistema di voto: le toghe di Area e MI si rinfacciano trame restauratrici. Ermini: "Serve un passo in avanti etico". Come già annunciato due settimane fa da queste pagine, lo scontro all'interno della magistratura su quello che sarà il nuovo sistema elettorale del Csm prosegue e si fa sempre più aspro. Durante il Comitato direttivo centrale dell'Anm, che si è svolto nello scorso week end, non si è riusciti a esprimere una posizione unitaria e a votare un documento comune. Eppure sono passati cinque mesi da quando la Commissione Luciani ha reso nota la propria posizione che ora, comunque, dovrà essere modulata dalla ministra Cartabia.
Lo scontro maggiore si è avuto tra Magistratura indipendente e AreaDg, ed è proseguito ieri a colpi di note stampa. Il paradosso è che entrambe si accusano a vicenda di sostenere sistemi elettorali che non eliminano il potere delle correnti e favoriscono il voto controllabile. La lettura complessiva di quanto accaduto nell'ultimo direttivo, ossia una "netta alzata di scudi contro il sistema Luciani", consente facilmente di capire, secondo la corrente di Eugenio Albamonte. "come MI, con il convergente supporto delle altre due rappresentanze (di A&I e Articolo 101, ndr), voglia sostanzialmente mantenere immutato il sistema elettorale vigente di tipo uninominale e maggioritario con voto singolo, operando una mera operazione di immagine, volta a sostituire il collegio unico nazionale con più collegi plurinominali, ma sempre di tipo maggioritario e caratterizzato da poche candidature espresse evidentemente dall'alto perché non scelte dagli elettori con il voto".
AreaDg, ricorda una nota del coordinamento nazionale, "ha sempre ribadito che le storture evidenziate dalle vicende dell'Hotel Champagne e dal disvelamento di alcune conversazioni tra componenti del Csm fossero in parte determinate da un sistema elettorale che induce a presentare pochi candidati e quindi attribuisce una scarsa possibilità di scelta agli elettori, e consente l'espressione di un unico voto di preferenza, che diventa fortemente condizionabile dai meccanismi di appartenenza correntizia e controllabile ex post. Il sistema vigente, seguendo le indicazioni di MI, verrebbe perpetrato per il futuro attraverso una legge elettorale molto simile, che sostituisce soltanto il collegio unico nazionale con più collegi di medie dimensioni, ma di fatto riproduce su scala minore esattamente le stesse dinamiche. Riteniamo che questa posizione non sia accettabile e che vada contrastata con grande fermezza".
Dall'altra parte MI accusa le toghe progressiste di essersi alleate con Unicost, avendo firmato la loro mozione a favore del voto singolo trasferibile: "Scelta che riproduce un'alleanza strategica - si legge in una nota del gruppo - che si propone ormai costantemente fino a convergere, guarda caso, su un sistema elettorale che ha, come unica prerogativa, quella di consentire proprio le alleanze e le "cordate" tra i gruppi associativi, amplificando il peso delle correnti e condizionando il voto con modalità ancor più controllabili delle attuali. Restiamo fermamente convinti che il sistema del voto singolo trasferibile, così come delineato dalla Commissione Luciani, purtroppo agevola la realizzazione di patologiche aggregazioni di interessi, invece di ostacolarle, e questa nostra convinzione è fondata su solidi argomenti". I togati guidati da Angelo Piraino concludono: "Il voto singolo trasferibile, purtroppo, non solo si presta alla creazione di solide cordate, ma può costituire addirittura strumento di controllo del voto, laddove sia applicato in un contesto di collegi di dimensione medio-piccola, come pure sembra intravedersi".
Dibattito acceso che si verifica proprio nel momento in cui il vicepresidente del Csm David Ermini, che conosce il pensiero del vertice del Csm, ossia Sergio Mattarella, richiama nuovamente la magistratura a un passo in avanti sul piano etico, intervenendo al convegno 'Il ruolo dei magistrati nel contrasto alle mafie': "Non si può negare che i gravissimi fatti degli ultimi anni abbiano profondamente scosso e confuso l'opinione pubblica e gettato discredito sulla magistratura. Sarebbe però un errore esiziale derubricare quanto accaduto a incidente di percorso e non cogliere nello scandalo l'occasione di un riscatto della magistratura. Una rigenerazione che riguarda soprattutto gli ideali e i comportamenti quotidiani di ogni singolo magistrato, che devono essere improntati a riserbo, sobrietà, rigetto di protagonismi e lusinghe mediatiche. A un modello di magistratura indipendente ed estranea a logiche di potere e a interessi personali, votata al corretto esercizio della giurisdizione e al rispetto del ruolo che la Costituzione le assegna e capace di riscuotere la piena fiducia dei cittadini".
La Repubblica, 10 novembre 2021
La gara riguardava l'acquisto di apparecchiature per le rilevazioni dei cellulari e relativi codici Imsi e Imei da fornire in dotazione agli agenti. I tre sono ai domiciliari. I militari del Nucleo Speciale Anticorruzione, su delega della procura di Roma, hanno eseguito un'ordinanza di applicazione di misure cautelari degli arresti domiciliari, emessa dal gip di Roma, nei confronti di tre persone, tra cui un funzionario pubblico e due imprenditori.
Le complesse attività investigative, effettuate anche attraverso l'esecuzione di intercettazioni telefoniche e acquisizioni documentali, hanno portato a ricostruire un grave quadro indiziario relativo ad accordi collusivi tramite i quali alcuni contratti pubblici sarebbero stati affidati a imprenditori compiacenti. Sono state evidenziate irregolarità nella gestione e aggiudicazione di alcune procedure di gara bandite dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per l'acquisto di apparecchiature per la rilevazione di telefoni cellulari e relativi codici Imsi e Imei da fornire in dotazione alla polizia penitenziaria. Le imprese affidatarie avrebbero goduto, ai fini dell'aggiudicazione e dietro la corresponsione di cospicue somme di denaro, dell'appoggio di un appartenente alla polizia penitenziaria in servizio al Dap.
di Davide Cavaleri
pharmastar.it, 10 novembre 2021
Per meglio valutare lo stato di salute e i bisogni specifici delle donne negli istituti penitenziari, che in tutto il mondo rappresentano una netta minoranza, la Simspe ha istituto un network genere-specifico e ha condotto uno studio osservazionale sulla terapia test and treat dell'epatite C in questa popolazione, presentato all'Italian Conference on AIDS and Antiviral Research (Icar) 2021.
"Nella maggior parte dei casi le detenute hanno una storia di violenze e abusi e molto spesso un disagio psicologico. Rispetto agli uomini è più frequente l'abuso di sostanze stupefacenti per via endovenosa e anche un abuso alcolico" ha spiegato introducendo la sua relazione la dr.ssa Elena Rastrelli, U.O.C. Medicina Protetta-Malattie Infettive, Ospedale Belcolle, Viterbo. "È molto più frequente la probabilità di episodi di autolesionismo, fino al suicidio, e sono soggetti più fragili, in quanto spesso uniche responsabili della cura della prole e dei propri familiari. Sono quindi per la gran parte delle mamme". In Italia le donne detenute rappresentano circa il 4% della popolazione carceraria. Il 25% sconta la pena in 4 istituti penitenziari esclusivamente femminili, mentre il restante 75% è distribuito sul territorio nazionale in carceri prevalentemente maschili con sezioni femminili separate, quindi in un ambiente costruito e organizzato prevalentemente per gli uomini.
Epatite C nelle detenute italiane. I dati più recenti riportano che la prevalenza dell'infezione da virus dell'epatite C (HCV) nelle donne sottoposte a restrizione è almeno il doppio rispetto alla popolazione carceraria maschile e fino a 14 volte superiore rispetto alla popolazione generale.
La terapia con antivirali ad azione diretta (DAA) ha rivoluzionato molto di più il trattamento dell'HCV negli ambienti carcerari dove, con test e trattamenti rapidi, l'eradicazione dell'infezione diventa un obiettivo raggiungibile. La Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe) ha creato un network genere-specifico che studia lo stato di salute e i bisogni specifici di genere per questa popolazione target in Italia (ROSE: Rete dOnne SimspE), reso necessario dal fatto che, altrimenti, informazioni e valutazioni sarebbero rappresentative quasi esclusivamente dei detenuti di sesso maschile.
Uno studio osservazionale sulla popolazione carceraria - Per conoscere le principali caratteristiche della cascata di cure per l'HCV nelle donne detenute è stato condotto uno studio osservazionale della durata di 18 mesi a cui hanno aderito 9 istituti penitenziari. Gli unici criteri per il reclutamento erano un'età superiore a 18 anni e l'accettazione tramite consenso informato scritto.
Sono state arruolate donne con una infezione attiva da HCV. La stadiazione della fibrosi epatica è stata valutata sia mediante fibroscan che con la misurazione del rapporto tra aspartato aminotransferasi (AST) e piastrine (indice APRI). I regimi terapeutici, la definizione della risposta virologica sostenuta (SVR) e la valutazione dell'efficacia della terapia hanno seguito le linee guida standard. L'abbandono è stato definito come un'interruzione non pianificata o un trattamento non iniziato.
Da giugno 2018, delle 486 donne arruolate (19% del totale delle donne detenute in Italia) in 46 sono risultate avere una infezione attiva da HCV e tutte hanno acconsentito a sottoporsi al trattamento. L'età media era 45 anni, in 44 provenivano dall'Italia e 2 dai paesi dell'Europa orientale, 44 avevano una storia di tossicodipendenza per via endovenosa e solo 2 avevano avuto precedenti trattamenti per l'infezione cronica da HCV.
La coinfezione da HIV era presente in 3 soggetti (tutti in terapia HAART con soppressione virale). I genotipi di HCV osservati erano: 30 pazienti con genotipo 3, 15 con genotipo 1A, 8 con genotipo 1B, 1 paziente con genotipo 2 e 3 pazienti con genotipo 4.
Lo stadio della fibrosi epatica è stato valutato con il metodo APRI (11 pazienti) o con il fibroscan (35 pazienti). La maggior parte delle partecipanti (41, 89%) aveva una fibrosi bassa (punteggio APRI <1,5; METAVIR F0-F1 secondo fibroscan). In generale i livelli di fibrosi epatica erano bassi e tutte le 11 donne con fibrosi grave (F4) avevano più di 50 anni.
Risposta virologica sostenuta 12 settimane dopo la fine della terapia - Solo 4 pazienti non hanno completato il trattamento, 1 per trasferimento domiciliare e 3 per trasferimento in altro istituto prima che potessero iniziare la terapia. Delle 42 donne che hanno completato il trattamento, tutte hanno raggiunto la SVR 12 settimane dopo la fine della cura.
"La terapia con DAA è efficace anche in questo contesto e i nuovi regimi di 12 e anche 8 settimane si sono rivelati molto utili per raggiungere anche questa minoranza, che di solito è in carcere per reati minori e ha una durata della pena detentiva decisamente più breve rispetto agli uomini" ha concluso la relatrice. "Le donne detenute hanno spesso una storia di tossicodipendenza e disagio mentale, violenza e fragilità sociale, tutti fattori che predispongono a un maggior rischio di infezione da HCV, mancanza di accesso allo screening e difficoltà di mantenimento in cura. Servono strategie specifiche per genere che rimodellino l'intero processo di cura e, solo conoscendo a fondo questa popolazione, si possono attuare azioni efficaci".
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2021
Il leader del Carroccio ha messo il cappello sui quesiti e il partito che aveva avviato la campagna è fuori dal comitato promotore. Alla fine siamo sempre lì: al grande e unico leader che non c'è più, Marco Pannella. Capace di fare patti col diavolo, ma riuscendo sempre a essergli almeno pari. Come quando il leader radicale costrinse Silvio Berlusconi nel 1996 ad andare a pietire al suo cospetto un accordo elettorale in extremis per raggranellare i voti che servivano al Polo per battere l'Ulivo. E poi esigerne pubblicamente il pagamento, 1 miliardo e 200 milioni da incassare con l'ufficiale giudiziario nella sede di Forza Italia. Altri tempi.
Adesso Matteo Salvini ha messo definitivamente il cappello sui referendum sulla giustizia e i radicali zitti e fuori gioco poiché si è deciso di depositare i quesiti in Cassazione non accompagnandoli con le 500mila firme necessarie, ma con la richiesta di nove consigli regionali. Risultato: il partito che fu di Pannella che aveva avviato la campagna è fuori dal comitato promotore, il che significa che non avrà diritto ad andare in tv per perorare la causa. E dovrà rinunciare ai rimborsi per le circa 25mila firme raccolte, pochine peraltro, specie se comparate a quelle raccolte da altri soggetti della galassia su eutanasia e cannabis.
Sullo sfondo però il tema è solo uno, quello del leader che non c'è più: come si sarebbe comportato Pannella con un alleato come Salvini? Un tema aleggiato anche al congresso radicale di fine ottobre che si è concluso, per dirla con il segretario Maurizio Turco "con una unanimità finta". Unanimità che non cancella le parole della più pannelliana di tutti, Rita Bernardini, 45 anni di militanza e un rapporto simbiotico con il Capo supremo fino alla fine. "Quella con la Lega è stata una grande operazione politica dopo una lunga traversata nel deserto", ha detto Bernardini prima di manifestare un certo sconcerto per la scorciatoia imboccata in Cassazione.
Ché la raccolta firme richiede tempo e fatica "e conoscenza della legge" che - è il sottotesto - i radicali conoscono a menadito e la Lega, neofita delle procedure, molto meno: in ogni caso non si saprà mai se le firme raccolte dai salviniani ai banchetti avrebbero passato l'esame. Ma non l'ha passato neppure il Partito radicale, a sentire Bernardini. Che nel suo intervento congressuale ha buttato lì una provocazione pannelliana e dunque feroce: "Siamo in grado di portare Salvini nelle carceri a vedere che situazione c'è? Ma deve venire a vedere i reparti dove c'è gente con gli arti atrofizzati perché manca lo spazio. Non andare per farsi un giro e magari un selfie con le guardie carcerarie".
di Otello Lupacchini*
Il Riformista, 10 novembre 2021
Il Consiglio dei Ministri, il 4 novembre scorso, ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo di recepimento della Direttiva 2016/343/UE sulla presunzione di innocenza, volto, tra l'altro, programmaticamente, a cambiare i rapporti tra indagini preliminari, dove il protagonismo di alcuni pubblici ministeri e/o dirigenti di polizia giudiziaria spesso porta all'intollerabile affievolimento dei diritti dell'indagato, presunto innocente fino a sentenza definitiva, e giudizio. Ed è soprattutto su questo che si sono registrate le maggiori polemiche.
Non ritengo valga la pena di schierarsi né con coloro che nel provvedimento legislativo vedono la panacea di tutti i mali che affliggono la giustizia, ma neppure con coloro che paventano che esso non consenta, ma al contrario allontani, il raggiungimento dell'equilibrio fra i due fondamentali principi della dignità delle persone, e, dunque, anche di chi è sottoposto a un'indagine processuale, in cui si rinviene la ratio della stessa presunzione di non colpevolezza, e del diritto all'informazione in entrambe le facce in cui si sostanzia, quello di informare e quello di essere informati.
Meglio lasciare, invece, libero sfogo al cupo ottimismo di chi, per parafrasare Francesco Carrara, "un tempo ingenuo" credette che "la politica dei liberi reggimenti non fosse la politica dei despoti", ma a cui "le novelle esperienze (...) hanno pur troppo mostrato che sempre e dovunque quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra per tornarsene al cielo".
Sono, infatti, pienamente consapevole e fermamente convinto che esista un'aristocrazia togata, fatta di personaggi che, per dirla con Augusto Murri, "godono di tutti i privilegi, anche l'immunità dalla logica! (...) Per costoro quel che piace lice. E tanto più meravigliose e sciocche e false sono le cose affermate, tanto più la folla si volge stupita a questi privilegiati! Ed essi allora si sentono ammirati. Come l'oca, uscita appena dai sogni ambiziosi della notte, sbatte sconciamente le ali impotenti e crede di mandare fino al cielo i suoi clamori ridicoli, tali allora son costoro, spettacolo miserevole di vacuità stupida, presuntuosa, tracotante e maligna".
Mi chiedo, dunque, se rispetto a questi signori le norme introdotte in ottemperanza alla direttiva europea potranno mai trovare effettiva applicazione. A sentir loro, no. Una voce, per tutte, si leva infatti dal coro dei dissenzienti, per avvertire: la direttiva "a me non lega niente e non chiude la bocca. Sono una persona che non ha timore di niente e di nessuno, dico sempre quello che penso e se non posso dire la verità è perché non posso dimostrarla. Continueremo a parlare e a spiegare all'opinione pubblica, che ne ha diritto". Si tratta magari di un modo di argomentare piuttosto grossier, che i filosofi Antoine Arnauld e Pierre Nicole avrebbero potuto addurre, nella loro Logique de Port Royal (1662) quale preclaro esempio di come non si dovrebbe ragionare, ma i precedenti non sono rassicuranti e danno purtroppo ragione ai normofobi.
"Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? | Nullo, però che 'l pastor che procede, | rugumar può, ma non ha l'unghie fesse", verrebbe da chiedersi con Marco Lombardo (Purg. XVI, 97-99), di fronte al meccanismo di attenzione-disattenzione selettiva, tipico d'ogni "polizia del pensiero", che parrebbe ispirare l'opus dei titolari dell'azione disciplinare, quando condotte in violazioni di legge o di norme deontologiche appartengano a esponenti di quell'aristocrazia togata, la quale si sente, ed è considerata da chi dovrebbe istituzionalmente contenerne la bulimia e gli eccessi, al di sopra della Costituzione e delle leggi.
Non è un caso, infatti, che essa sia rimasta sin qui indifferente ai moniti che il Capo dello Stato lancia ciclicamente, per ricordare ai magistrati l'importanza di esercitare le proprie funzioni nel rispetto della Costituzione. E abbia dato continuamente mostra d'ignorare le Linee-guida per l'organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale, adottate dal Consiglio Superiore della Magistratura, nelle quali si stabilisce che "la comunicazione (...) deve essere obiettiva, sia che provenga da tribunali o corti sia che provenga da uffici di procura"; che "la presentazione del contenuto di un'accusa deve essere imparziale, equilibrata e misurata, non meno della presentazione di una decisione giurisdizionale"; che, dunque, "vanno evitate la discriminazione tra giornalisti o testate, la costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione, la personalizzazione delle informazioni, l'espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi".
Linee-guida, nelle quali, spicca il richiamo, per un verso, al dovere di assicurare il rispetto della presunzione di innocenza, dovendo evitarsi "tanto più quando i fatti sono di particolare complessità o la loro ricostruzione è affidata ad un ragionamento indiziario, ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate"; e, per altro verso, al rispetto di altri princìpi fondamentali, quali "La chiarezza nella distinzione di ruoli", tra magistratura requirente e giudicante; "la centralità del giudicato rispetto agli altri snodi processuali", indagini preliminari, misure cautelari, rinvio a giudizio, requisitorie e arringhe; e, ancora, "il diritto dell'imputato di non apprendere dalla stampa quanto dovrebbe essergli comunicato preventivamente in via formale"; nonché "il dovere del pubblico ministero di rispettare le decisioni giudiziarie, contrastandole non nella comunicazione pubblica bensì nelle sedi processuali proprie e, specificamente, con le impugnazioni".
Quel che occorrerebbe veramente per l'effettiva tutela della presunzione d'innocenza è un radicale cambiamento di mentalità, implicante l'abbandono dell'idea che la magistratura, quando è massimo l'allarme, talvolta addirittura enfatizzato ad hoc, nei confronti di una determinata manifestazione criminale, debba svolgere un improprio compito di supplenza, quale il muovere guerra contro il nemico del momento. Solo così si bandirebbero definitivamente subturpicula del tipo: "il nostro compito", inteso come compito delle procure della Repubblica, "è quello di derattizzare, non con il colpo di spillo ma con la scimitarra, che è un'arma diversa dal fioretto, perché solo la scimitarra si capisce; il colpo di spillo non si sente perché ci si è assuefatti, a furia di reiterare i comportamenti di faccendieri, di ingordi che non si saziano di nulla"; situazione che "noi (...) stiamo cambiando e la cambieremo, alla grande, abbiamo la cartucciera piena" avendo "la possibilità e l'onore di dirigere pezzi della migliore polizia giudiziaria italiana"; ovvero del tipo "I centri di potere si sono accorti in ritardo, ma ormai il gioco è fatto: i centri di potere non mi hanno preso sul serio (...) e li ho fregati. Oggi è tardi, oggi la macchina non si ferma più, nessun centro di potere (...) la può fermare. Siamo una macchina da guerra".
In mancanza di tale rivoluzione culturale ci si dovrà rassegnare a continuare ad assistere, come se nulla fosse, alle pletoriche conferenze stampa del procuratore capo di turno, circondato da una folta schiera di militari e di funzionari, che tanto ricordano le "società corali" descritte da Piero Calamandrei, i cui membri, in occasione delle autocelebrazioni, si assiepavano ad arculas intorno al gerarca come "lugubri bandisti da funerale", a voler ostentare l'orgia del proprio potere.
*Magistrato in pensione, ex procuratore generale di Catanzaro
vita.it, 10 novembre 2021
Elaborare strategie comuni destinate a promuovere e incrementare percorsi di educazione alla legalità e opportunità concrete per il reinserimento sociale e lavorativo dei giovani del circuito penale. Questo l'obiettivo dell'intesa firmata da Gemma Tuccillo, capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità e dal presidente Marco Rossi-Doria. Nel corso dell'incontro presentati i progetti del bando "Cambio rotta" che coinvolge circa 5mila i ragazzi e le ragazze
È stato siglato dal Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia e da Con i Bambini un protocollo di intesa che permetterà di elaborare strategie comuni destinate a promuovere e incrementare percorsi di educazione alla legalità e opportunità concrete per il reinserimento sociale e lavorativo dei giovani del circuito penale. A sottoscriverlo nella sede del Dipartimento Gemma Tuccillo, capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità (Dgmc) e da Marco Rossi-Doria, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini.
Nel corso dell'incontro, moderato dal giornalista di Domani, Giovanni Tizian, sono stati presenti in collegamento online i referenti dei progetti selezionati attraverso il bando "Cambio rotta", promosso da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, e i responsabili dei servizi territoriali della giustizia minorile partner degli interventi finanziati.
Parlando di povertà educativa, Tuccillo ha evidenziato come l'accordo contribuirà "Ad offrire a tutti i giovani che entrano nel circuito penale, ma anche a quelli a rischio di devianza, un ventaglio di opportunità sempre più al passo con quelle che sono le notevolissime situazioni nelle quali il disagio adolescenziale viene a trovarsi". Da parte sua il presidente di Con i Bambini ha sottolineato le finalità dell'intesa: "È un protocollo molto importante quello con le istituzioni che si occupano di minori e di presa in carico comunitaria presso il ministero della Giustizia.
Con i Bambini lo sottoscrive con grande soddisfazione e gratitudine perché in qualche modo incardina il nostro bando dedicato ai ragazzi che vogliono cambiare rotta perché hanno commesso dei reati. Credo che questo rafforzi le potenzialità dei 17 partenariati che stanno già lavorando in ogni parte d'Italia. È anche una sperimentazione importante dal punto di vista istituzionale per innovare le politiche pubbliche: sono circa 5mila i ragazzi e le ragazze coinvolti nei progetti del bando "Cambio rotta". Un grande cantiere educativo aperto da cui possiamo tutti imparare moltissimo".
Le 17 iniziative selezionate con il Bando, promosse grazie al coinvolgimento di organizzazioni del Terzo settore, enti pubblici, istituti scolastici ed enti profit, interesseranno circa 5mila ragazzi tra i 10 e i 17 anni di età, già in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni (Ussm), agli Istituti Penali per i Minorenni (Acireale e Catania), ai Centri diurni polifunzionali (Lecce), all'Ufficio di esecuzione penale esterna (Taranto) o ai servizi sociali territoriali e sono state quasi tutte avviate nel mese di ottobre 2021.
Nei percorsi educativi possono essere coinvolti sia minorenni sia giovani adulti - che abbiano commesso un reato nella minore età e, al momento della pubblicazione del bando, non abbiano più di 21 anni - segnalati dall'Autorità giudiziaria minorile e già in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni o ai servizi sociali territoriali, in particolare per reati "di gruppo", oppure in uscita da procedimenti penali o amministrativi.
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