di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 11 novembre 2021
Sì al decreto. Ma poi cominciano i problemi. Maggioranza in affanno alla camera perché divisa sul trojan e sulla proroga alla raccolta delle firme. La discussione, impedita sugli emendamenti, esplode sugli ordini del giorno. Costringendo a ripetuti rinvii.
di Massimiliano Di Pace
Il Dubbio, 11 novembre 2021
La Corte di Cassazione ha emanato un'ordinanza per richiedere alla Corte costituzionale di decidere se, in materia di responsabilità civile dei magistrati, disciplinata dalla legge 117/ 88 (legge Vassalli), è costituzionale l'art. 2, comma 1, che prevedeva la limitazione dei danni non patrimoniali al solo caso della privazione della libertà personale, limite poi cassato dalla legge 18/2015, la quale è però rinviata anche essa all'esame di costituzionalità per la mancanza di una disciplina transitoria.
Tutto è nato da un ricorso presentato nel 2008 da un magistrato della Cassazione contro la Presidenza del Consiglio per ottenere il risarcimento dei danni (patrimoniali e non) subiti per essere stato coinvolto in un procedimento penale avviato dalla Procura di Catanzaro nel 2004, nel quale si ipotizzava un suo concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso, in assenza di un qualsiasi elemento, sia pure indiziario, e con l'aggravante che l'evento era stato divulgato dalla Procura, producendo una vasta eco, dato il ruolo della persona sottoposta ad indagine. Inoltre la sua posizione era stata stralciata dopo ben 2 anni (e decisamente archiviata dopo 3 anni), pur essendosi messosi a disposizione delle autorità inquirenti fin dall'inizio.
Il ricorso presentato dal magistrato indagato ingiustamente al Tribunale di Salerno diede luogo ad una liquidazione di 12.000 euro di danni patrimoniali, ma nulla per quelli non patrimoniali, non essendo stato il ricorrente privato della libertà personale. A quel punto l'esponente della Cassazione ha proposto appello per la richiesta dei danni non patrimoniali, che viene però rigettata dalla Corte d'Appello di Salerno nel 2018, che riteneva che la novità introdotta dalla legge 18/ 2015, che ampliava i danni non patrimoniali a fatti ulteriori rispetto all'incarcerazione, non poteva essere considerata una interpretazione delle norme, e quindi essere applicata retroattivamente, trattandosi invece di una loro modifica. Inoltre si escludeva che la norma in questione (art. 2 della legge 117/ 88) fosse incostituzionale, costituendo quella disposizione un compromesso tra interessi diversi, tutti ugualmente tutelati dalla Costituzione.
A questo punto il magistrato di Cassazione si rivolge nel 2019 alla Suprema Corte (ma non a sé stesso), contestando che la legge 18/ 2015 non aveva natura innovativa, ma una finalità di adeguamento del sistema della responsabilità civile dei magistrati con il diritto comunitario, tra l'altro proprio per le misure riparatorie, che non erano in linea con il diritto dell'Ue, e per questo motivo tale adeguamento doveva avere valore retroattivo. Inoltre il ricorrente insisteva sul palese contrasto dell'art. 2 della legge 117/ 88 (che impediva di risarcire i danni non patrimoniali, oltre il caso della privazione della libertà personale) con i parametri costituzionali di eguaglianza e ragionevolezza.
Si è arrivati così alla valutazione del caso da parte della Cassazione a luglio 2021 (17 anni dopo gli eventi che hanno determinato i ricorsi), la quale, dopo aver riconosciuto la necessità del rinvio alla Corte costituzionale, ha espresso alcune considerazioni, che contrastano quelle del collega ricorrente: 1) i fatti che hanno determinato i danni hanno avuto luogo in un periodo (2004- 2007) in cui vigeva una norma diversa da quella attuale, ed inoltre la vicenda è esaurita, per cui non si può applicare la retroattività, che tra l'altro deve essere espressamente prevista dalle norme; 2) la normativa comunitaria non prevede un diritto al risarcimento di qualsiasi danno derivante dall'attività giurisdizionale, ma soltanto di quello cagionato nell'interpretazione delle norme comunitarie.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 novembre 2021
Pd e M5S contro centrodestra, Italia viva e Azione. Furibondo il ministro D'Inca. Per colpa della microspia Trojan il governo si spacca alla Camera. Per giunta su un decreto per il quale era stata messa e votata la fiducia. Quello che proroga di un mese la possibilità di raccogliere le firme per il referendum sulla cannabis e cambia le regole sui tabulati telefonici che dovranno essere autorizzati dal giudice dopo la richiesta del pm. Ma quando è sera ecco l'agguato dei super garantisti che da sempre odiano il 'virus' inoculato nei telefoni. Per giunta sulla votazione degli ordini del giorno. Quindi a fiducia ormai alle spalle.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 novembre 2021
La ministra fa a tappa a Palermo nel suo Viaggio nelle Corti d'appello. E torna sull'istituto più controverso del ddl penale. "Ha tanto suscitato discussioni: deve rimanere l'extrema ratio".
"L'improcedibilità che tanto ha suscitato discussioni deve rimanere un'extrema ratio, possibilmente da non attivare mai. E perché questo possa accadere abbiamo previsto l'osservatorio sul processo penale che istituiremo a giorni. È di imminente attuazione proprio per accompagnare una riforma che sappiamo essere sconvolgente, che ha bisogno di essere testata nella sua sperimentazione e che vogliamo accompagnare con tutti i supporti e le correzioni che si dovessero rendere necessari". A dirlo a Palermo è stata questa mattina la ministra Marta Cartabia, nella nuova tappa del suo viaggio nelle Corti di Appello.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 novembre 2021
Giorgia Meloni ha presentato un disegno di legge per modificare l'articolo 27 della Costituzione. La ragione immediata di questa iniziativa è chiarissima: impedire che misure come l'ergastolo ostativo (sul quale, in assenza di iniziative del Parlamento la Consulta deciderà a maggio) siano abolite perché incostituzionali. Dice Meloni: anziché cambiare le misure repressive, cambiamo la Costituzione. L'articolo 27 contiene dei principi che sono il cuore della Costituzione.
di Marco Patucchi
La Repubblica, 11 novembre 2021
Firmato da senatori pentastellati, di Pd e Leu, punta a integrare il decreto governativo che ha rafforzato l'Ispettorato nazionale e le sanzioni. Romano: "Non sono norme anti-impresa. Le aziende virtuose non saranno danneggiate dalla concorrenza sleale di quelle fuori regola". L'iter procede a Palazzo Madama.
Faticosa e titubante su altri fronti, l'alleanza tra Movimento Cinque Stelle e centrosinistra procede spedita su un tema di profondo valore sociale: la sicurezza nelle fabbriche e nelle aziende, dove morti e incidenti sono emergenza endemica del Paese. "Una tragedia nazionale", l'ha definita la ministra della Giustizia, Marta Cartabia. E lo fa concretamente con un disegno di legge che istituisce la Procura nazionale del lavoro, ovvero la distribuzione dei magistrati in pool specialistici, come si è proceduto in Italia (con ottimi risultati) nel contrasto alle mafie, o come altre esperienze analoghe in Germania e Francia.
L'articolato ha iniziato il suo iter nella Commissione lavoro del Senato, che ha già svolto audizioni e a breve sentirà anche i ministri del Lavoro e della Salute, Andrea Orlando e Roberto Speranza. A firmarlo l'intero gruppo M5S, con in testa Iunio Valerio Romano, insieme a molti esponenti Pd e di Leu, tra i quali i dem Tommaso Nannicini, Valeria Fedeli e Gianclaudio Bressa che, tra l'altro, presiede la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle condizioni del lavoro.
Si tratta di un tassello che completerebbe l'azione già avviata con il decreto governativo, varato nelle scorse settimane, per il rafforzamento del ruolo dell'Ispettorato nazionale del lavoro e per l'inasprimento delle sanzioni alle imprese che non rispettano le norme sulla sicurezza. "Ma ci tengo a sottolineare la proposta non è animata da alcun spirito anti-industriale - spiega Romano - anzi, sono proprio le imprese virtuose a guadagnarci, perché viene meno la concorrenza sleale delle aziende fuori norma. Abbiamo scritto un ddl con la consapevolezza che non si esce dall'emergenza solo con le sanzioni, ma completando un quadro di intervento culturale che guardi anche alla prevenzione e alla conoscenza dei fenomeni. Anche perché la legislazione in materia è adeguata, semmai a pesare è la mancata applicazione e la carenza dei controlli affidati a organi di vigilanza e magistratura".
"Una Procura nazionale esperta e specializzata nel fare fronte - si legge nella relazione del ddl - alle ipotesi caratterizzate da maggiore complessità, ipotesi di reato di cui alcuni uffici non sono in grado di occuparsi, non per cattiva volontà, ma per difetto di competenza specifica". Fondamentali, in questo senso, evidenzia il provvedimento, "metodologie di indagine innovative e penetranti che facciano chiarezza sui centri decisionali dove si definiscono le politiche anche sulla sicurezza, non fermandosi all'accertamento di responsabilità dei livelli più bassi della gerarchia aziendale". Da qui l'applicazione, finora poco praticata, del sistema di responsabilità amministrativa delle società. Altro obiettivo della Procura nazionale è l'efficienza dei rapporti con l'Inail e "la semplificazione di quelli con le autorità giudiziarie degli altri Paesi, necessari nei casi di infortuni che si verifichino in stabilimenti posti alle dipendenze di società multinazionali con sede all'estero".
Il ddl prevede la creazione, presso il tribunale del capoluogo, di una direzione distrettuale del lavoro con la designazione di magistrati che dovranno farne parte per almeno due anni. Nell'ambito della procura generale presso la Corte di cassazione, inoltre, è istituita la Direzione nazionale del lavoro: il procuratore nazionale del lavoro ha un mandato di quattro anni, rinnovabile una sola volta, e "esercita funzioni di impulso e di coordinamento nei confronti dei procuratori distrettuali al fine di rendere effettivo il coordinamento delle attività di indagine, di garantire la funzionalità dell'impiego della polizia giudiziaria nelle sue diverse articolazioni e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni".
È contemplata anche la possibilità di avocare le indagini preliminari. La vigilanza sulla Procura nazionale (che avrà a disposizione addetti con funzioni di sostituti), è esercitata dal procuratore generale presso la Corte di cassazione che illustrerà l'attività svolta e i risultati del procuratore nazionale del lavoro nella relazione generale sull'amministrazione della giustizia. Il ddl, infine, prevede un aumento di 100 unità dell'organico della magistratura e di 300 unità per l'Ispettorato nazionale del lavoro.
di Giulia Merlo
Il Domani, 11 novembre 2021
Il Consiglio di Stato ha annullato il bando che prevedeva prestazioni gratuite, ma ha scritto che "la prestazione lavorativa a titolo gratuito è lecita" perché il ritorno può essere un "vantaggio indiretto". Mentre alla Camera si è approvata la legge sull'equo compenso per i professionisti. Il Consiglio di Stato ha annullato l'avviso pubblico del Ministero dell'Economia, che prevedeva di assegnare prestazioni professionali a professionisti del settore legale. Prestazioni che, però, dovevano essere svolte a titolo gratuito.
L'avviso, pubblicato nel febbraio 2019, era rivolto a professionisti con "consolidata e qualificata esperienza accademica e professionale documentabile di almeno 5 anni", anche in ambito europeo o internazionale, negli ambiti tematici del diritto societario, bancario, pubblico dell'economia o dei mercati finanziari o dei principi contabili e bilanci societari. L'incarico, di durata biennale e non rinnovabile, era a titolo gratuito, con l'esclusione di ogni onere a carico dell'amministrazione. Inoltre, per recedere dal rapporto serviva l'avviso di 30 giorni e il completamento di eventuali progetti in corso. L'avviso è stato impugnato al Tar dai consigli degli ordini di Roma e Napoli ma i giudici amministrativi lo avevano rigettato, ritenendo la richiesta di lavoro gratuito per la pubblica amministrazione pienamente legittima. Ora il Consiglio di Stato ribalta la decisione, ma solo in parte.
L'annullamento - Secondo i giudici di Palazzo Spada, infatti, l'avviso pubblico va annullato non perché violi i principi dell'equo compenso per i professionisti, la cui norma è stata approvata nel 2017, ma per violazione delle regole sull'imparzialità dell'azione amministrativa, "sia sotto l'aspetto della formazione dell'elenco da cui attingere per i futuri affidamenti di incarichi, sia in relazione ai criteri da applicare di volta in volta per attribuire specificamente gli incarichi ai professionisti". Secondo il Consiglio di Stato, infatti, l'avviso pubblico aveva criteri troppo generici e per questo è da considerarsi illegittimo perché la pubblica amministrazione deve utilizzare "canoni e regole di assoluta imparzialità nella selezione e nella scelta dei professionisti, di modo che in questo "nuovo mercato" delle libere professioni nessuno abbia ad avvantaggiarsi a discapito di altri".
In pratica, avrebbero dovuto essere specificati meglio i criteri per scegliere i professionisti candidati, per evitare corsie preferenziali. Nessun dubbio, invece, sulla legittimità di chiedere ai professionisti di lavorare gratis: "Nel quadro costituzionale ed eurounitario vigente la prestazione lavorativa a titolo gratuito è lecita e possibile e che il "ritorno" per chi la presta può consistere anche in un vantaggio indiretto (arricchimento curriculare, fama, prestigio, pubblicità)".
Tradotto: lavorare gratis per la pubblica amministrazione conviene, perché si ottiene un vantaggio indiretto come voci di curriculum interessanti e pubblicità. E forse anche entrature presso gli uffici pubblici. La domanda che segue è chi sia il libero professionista che può permettersi di lavorare senza incassare per due anni, senza ottenere vantaggi economici nemmeno in via indiretta.
L'equo compenso - Il paradosso è che alla Camera è stata approvata una proposta di legge che integra le norme già vigenti in materia di equo compenso per i professionisti. In particolare, impone che i professionisti abbiano diritto ad essere retribuiti in modo equo anche nell'ambito dei rapporti contrattuali con la Pa e i cosiddetti "committenti forti", come sono per esempio le imprese bancarie, le compagnie assicurative e le aziende di grandi dimensioni. Questa legge ha l'obiettivo di evitare l'effetto dei grandi committenti che ottengono prezzi sotto soglia di mercato per prestazioni professionali da parte di studi che poi sperano di avvantaggiarsi di altre offerte di lavoro. Con questa pratica, però, a venire penalizzati sono i piccoli studi professionali e i singoli professionisti che non sono in grado di competere e di offrire prestazioni a prezzo altrettanto basso.
Secondo i giudici amministrativi, però, il caso del lavoro gratuito non va considerato lesivo dell'equo compenso. Questo per un ragionamento peculiare: l'equo compenso si applica solo per contratti a titolo oneroso. Quando il contratto presuppone un pagamento, questo pagamento deve rispettare uno standard come previsto dalla legge. Ma in questo caso il contratto è a titolo gratuito e l'equo compenso non può essere reclamato, visto che compenso non c'è. "La normativa sull'equo compenso sta a significare soltanto che, laddove il compenso sia previsto, lo stesso debba necessariamente essere equo, mentre non può ricavarsi dalla disposizione l'ulteriore che lo stesso debba essere sempre previsto", scrive il Consiglio di Stato.
di Davide Bonesi
La Nuova Ferrara, 11 novembre 2021
La comandante: "Il medico mi riferì di andare a vedere il detenuto: è una maschera di sangue". In aula la testimonianza di Annalisa Gadaleta della Polizia penitenziaria. "Colopi mi denunciò di essere stato picchiato dagli agenti". Tre poliziotti e un'infermiera accusati anche di falsi, calunnia e favoreggiamento
Se non è il primo, è uno dei pochi processi in Italia per il reato di tortura, in carcere. Su un detenuto - ipotesi d'accusa - da parte di tre tra ispettori e agenti di Polizia penitenziaria e, indirettamente anche un'infermiera. Ma come emerso nell'udienza di ieri il processo dovrà valutare prima gli aggettivi usati a riguarda della perquisizione della cella 2, sezione Nuovi Giunti, che ospitava in isolamento Antonio Colopi, in carcere per omicidio, il giorno 30 settembre 2017.
Perquisizione della Polizia penitenziaria al centro del processo, che la procura ritiene essere stata "arbitraria", poiché non prevista quel giorno. Mentre in aula ieri è emerso, dalla deposizione della comandante della Polizia penitenziaria, Annalisa Gadaleta, che era comunque "anomala", "inconsueta", "residuale", ma "non irregolare". Ossia, quel giorno tra le 8 e le 8.30 di mattina, i poliziotti decisero autonomamente - lo potevano fare - di perquisire la cella di Colopi. Anche se la stessa Gadaleta ha ribadito essere "un fatto non consueto ma non irregolare".
Accendendo uno dei difensori l'avvocato Alberto Bova che assiste due poliziotti rimasti a processo, il terzo ha chiuso in abbreviato con la condanna a tre anni mentre l'infermiera deve rispondere solo di falsi e favoreggiamento. Bova ha infatti chiesto perché nel capo di imputazione viene indicata come "arbitraria" quando non lo era, di fatto.
La tesi dell'accusa è che i tre, entrati nella cella di Colopi quella mattina, lo picchiarono, lo fecero denudare, lo ammanettarono e minacciarono. In modo violento e arbitrario, in modo premeditato e punitivo: Colopi era lì in isolamento da due giorni dopo uno scontro con altri agenti, ed essersi poi tagliato un braccio con un vetro. Quell'aggressione è poi diventata il reato di tortura e tanto altro: reati che vanno dalle lesioni ai falsi nelle relazioni, alla calunnia per aver accusato Colopi di resistenza a pubblico ufficiale. La comandante Gadaleta ha ripercorso quella mattina, ricordando che attorno alle 10.15, la dottoressa Sibahj, medico di turno del carcere, quella mattina dopo aver visitato Colopi le telefonò dicendole: "Comandante ha visto il detenuto? Lo veda perché è una maschera di sangue".
La visita era stata alle 9 del mattino, dopo la perquisizione avvenuta attorno alle 8.20/8.30. "Mi ero allarmata per la frase della dottoressa" ha ricordato la Gadaleta, che però sapeva già dell'aggressione violenta dall'ispettore Casullo alle 9.20, nel suo ufficio: "mi informò che c'era stata una aggressione e mi disse "noi ci siano dovuti difendere"". Gli agenti avevano escoriazioni, occhiali rotti, trovarono in cella un coltellino rudimentale fatto con un lamierino delle bombolette del gas. "Fotografai tutto e dissi ai colleghi di farsi refertare". Poi alle 10.15, la telefonata della dottoressa che la allarmò. Quindi alle 11, la Gadaleta con il direttore del carcere Paolo Malato, ricevettero il detenuto Colopi in ufficio che disse: "Io oggi devo denunciare, mi hanno picchiato in cella". Dunque, i poliziotti sostengono di essere stati aggrediti durante la perquisizione cui Colopi non voleva sottostare, mentre Colopi dice il contrario. Le indagini di procura, polizia penitenziaria e carabinieri gli hanno dato ragione arrivando alle accuse in aula: ora toccherà al tribunale valutare se quella perquisizione fu un atto premeditato o no. Tribunale che ieri ha visionato le immagini di quella mattina riprese dalla telecamera del corridoio della sezione Nuovi giunti. In cui si vedono andare e venire agenti e detenuti, e nessuna immagine della cella 2, dove si trovava Colopi.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 11 novembre 2021
Parla il sindaco di Firenze Dario Nardella: "I soldi che lo Stato spende per i detenuti non mirano alla rieducazione, il sistema va riformato". Rita Bernardini, Presidente di Nessuno Tocchi Caino, lo ripete da anni: "Sollicciano è un carcere fuori dalla legalità".
Ora anche il sindaco di Firenze Dario Nardella chiede alla ministra Cartabia di venirlo a visitare, perché ormai la situazione è insostenibile.
Sindaco ci vuole spiegare bene le ragioni di questo appello?
Sono anni che pongo il tema dello stato delle carceri italiane all'attenzione del dibattito pubblico e politico. La situazione ha raggiunto ormai un livello non più sopportabile, dal punto di vista sociale, giuridico ed economico. Un recente studio della Bocconi ha messo in evidenza come ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo sei per il mantenimento del detenuto, appena 35 centesimi per la sua rieducazione, prevista dalla Costituzione italiana. I soldi degli italiani che lo Stato spende non mirano all'attuazione di uno principio costituzionale. Non rieducare significa incrementare la recidiva che in Italia, come sottolinea lo stesso studio, è del 68%, dato che scende al 19% quando si applicano misure alternative come la semilibertà e le forme di inserimento lavorativo. Recidiva poi significa utilizzo di soldi pubblici per contrastarla. Questo è un tema che riguarda i cittadini: se gli italiani fossero più informati e coinvolti, forse ci sarebbe più attenzione da parte della stampa e del Parlamento sul problema carcerario. Poi c'è l'altro aspetto, quello umano, che riguarda la vita dell'intera comunità penitenziaria. È sconvolgente il dato delle morti: oggi si muore di carcere. Nel 2018 ci sono stati 67 suicidi, nel 2019 53, nel 2020 62, nel 2021 48 suicidi tra i detenuti. Ma muoiono anche le persone che lavorano in carcere: dal 1998 143 agenti penitenziari si sono tolti la vita. Occorre una riforma del sistema carcerario, a partire dalle strutture. Il carcere di Sollicciano è una vergogna dell'architettura carceraria del nostro Paese, per tutto il rispetto per chi l'ha disegnata. Quella struttura non è pensata per aiutare il detenuto in un'ottica di rieducazione e di reinserimento. Dobbiamo ripensare tutto il modello e partire dall'obiettivo della rieducazione. Il carcere non è un problema marginale rispetto alle nostre città e vite di comunità. È un anello fondamentale di tutta la filiera della legalità, della sicurezza e della convivenza sociale e civile. Per tutto questo ho chiesto nuovamente alla ministra Cartabia di venire a visitare il carcere di Sollicciano, sarebbe un grande gesto di attenzione e di vicinanza a tutto il mondo del carcere.
Sollicciano non è tra gli istituti che potranno beneficiare dei fondi del PNRR. Quali sono allora le strade che si possono percorrere a livello locale e nazionale per migliorare la situazione?
Mi dispiace molto che il Pnrr non possa essere impiegato per Sollicciano. Però il Pnrr permette anche di liberare risorse su altri capitoli. Certamente si possono trovare fondi aggiuntivi. Contemporaneamente all'aumento dei fondi pubblici occorre mettere in campo un modello nuovo, che preveda anche una progressiva ricostruzione di queste strutture. Devono essere pensate per vivere dentro il contesto sociale, per aumentare le possibilità di inserimento lavorativo dei detenuti, per offrire loro strumenti di educazione e formazione, con spazi più adeguati per chi vive e lavora all'interno.
Come dice Lei le carceri non assicurano il rispetto della dignità dei detenuti. Abbiamo raccontato su questo giornale di un padiglione di Sollicciano rimasto per settimane senza acqua e corrente. Ma non è l'unico caso. Allora in attesa di grandi riforme non sente l'urgenza di interventi immediati, ad esempio facendo uscire chi ha pene o residui di pena bassi da scontare?
L'obiettivo è quello di mettere i detenuti nelle condizioni di vivere il carcere in modo umano e con la possibilità di crescere come persone. Quando si arriva a provvedimenti palliativi come lo svuota-carceri, lo Stato ha già perso. Se non si cambia prospettiva ci troveremmo sempre dinanzi alle solite polemiche in Parlamento tra chi preferisce misure urgenti e il partito dei forcaioli. Il sovraffollamento è solo una delle criticità ma va risolto alla radice.
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 11 novembre 2021
Respinti i ricorsi degli agenti della Penitenziaria indagati. Hanno retto anche davanti alla Corte di Cassazione le accuse a carico degli agenti della Polizia Penitenziaria coinvolti nell'indagine sulle violenze ai danni di detenuti avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Per gli agenti le accuse sono a vario titolo di tortura, lesioni, reati di falso.
Al vaglio della suprema Corte ieri le posizioni di alcuni agenti ancora sottoposti a misure di restrizione della libertà personale, come gli arresti domiciliari, ma la Cassazione ha dichiarato inammissibili tre ricorsi rigettando gli altri nel merito. Resteranno dunque ai domiciliari Gaetano Manganelli, che il sei aprile 2020 era il comandante delle guardie penitenziarie del carcere di Santa Maria Capua Vetere (poi trasferito), l'agente Angelo Iadicicco e il Sovrintendente della Penitenziaria Salvatore Mezzarano, che appena qualche giorno fa è passato dal carcere ai domiciliari e ora vi resterà; i tre indagati sono difesi da Giuseppe Stellato. Arresti in casa confermati anche per gli altri agenti Raffaele Piccolo di 57 anni, Rosario Merola e Oreste Salerno (assistiti da Angelo Raucci), Raffaele Piccolo di 48 anni (difeso da Mariano Omarto) e Fabio Ascione (assistito da Michele Spina).
Gli avvocati difensori hanno puntato sulla mancanza di esigenze cautelari, visto che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha notificato agli indagati l'avviso di chiusura indagini il 9 settembre scorso, per cui, a detta dei legali, non sussisterebbe più l'esigenza cautelare del pericolo di reiterazione del reato.
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