di Mariangela Pala
L'Unione Sarda, 10 novembre 2021
"La tutela della salute mentale: dal territorio alle carceri" è il titolo dell'intensa "due giorni" articolata in autorevoli contributi di clinici di fama nazionale e internazionale. Continua l'impegno dell'ATS Sardegna per l'approfondimento delle delicate tematiche relative ai soggetti più fragili. L'11 ed il 12 novembre al Thotel, con inizio alle 9, il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - Zona Sud diretto dal primario Graziella Boi ha organizzato un importante convegno che ospiterà i massimi esperti della materia.
"La tutela della salute mentale: dal territorio alle carceri" rappresenta una intensa due giorni articolata in autorevoli contributi di clinici di fama nazionale e internazionale, un momento di incontro tra studiosi delle diverse università italiane e straniere che si confronteranno sulla situazione attualmente vissuta e portata avanti quotidianamente dagli specialisti a favore dei pazienti.
Dopo i saluti della direttrice del Dipartimento aprirà i lavori il farmacologo isolano di fama internazionale Giovanni Biggio, Professore emerito di Neuropsicofarmacologia all'Università di Cagliari, che parlerà del contributo delle neuroscienze nella tutela della salute mentale. A seguire Massimo Di Giannantonio, direttore del Dipartimento di Salute mentale della ASL 2 Abruzzo, professore ordinario di Psichiatria alla Scuola di Medicina e Scienze della Salute dell'Università "G. D'Annunzio" di Chieti e presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria interverrà sul tema "La tutela della salute mentale in Italia, la posizione della Società Italiana di Psichiatria".
Sul medesimo tema, ma quale rappresentante dei direttori dei dipartimenti di salute mentale, si esprimerà Giuseppe Ducci, direttore del Dipartimento di Salute mentale, della ASL Roma 1, e professore di Psichiatra d'urgenza all'Università "La Sapienza" di Roma.
La prima sessione di lavori si concluderà con l'analisi della situazione della tutela della salute mentale in Sardegna proposta all'attenzione della platea da Bernardo Carpiniello, professore ordinario di Psichiatria e direttore della Clinica psichiatrica dell'Azienda ospedaliero universitaria di Cagliari e coordinatore della Scuola di specializzazione in Psichiatria dell'Università di Cagliari. Nel pomeriggio, con inizio alle 15, Mario Amore, Professore Ordinario dell'Unità Operativa Complessa di Psichiatria del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Genova affronterà il tema della formazione specialistica negli Atenei.
Sulle implicazioni delle epidemiologie cliniche nelle carceri parlerà Massimo Clerici, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell'Università degli studi di Milano Bicocca e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze della ASST di Monza. Sarà invece Enrico Zanalda, Direttore del Dipartimento Interaziendale di Salute Mentale ASLT03 e AOU San Luigi Gonzaga - Orbassano - Torino e Presidente della Società Italiana Psichiatria, a trattare il sistema delle REMS e la tutela mentale negli autori di reato. La chiusura della sessione pomeridiana sarà affidata al responsabile del Progetto Carceri del Dipartimento diretto da Graziella Boi, Matteo Papoff. Psichiatra e psicoterapeuta, esperto di tutela della salute mentale in ambito penitenziario.
La seconda giornata inizierà alle ore 9 con i saluti della direttrice del dipartimento che introdurrà i quattro interventi della mattina. Alle 9.30 la Direttrice della Clinica Psichiatrica dell'AOU di Sassari e della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell'Università di Sassari interverrà sul problema dei trattamenti senza consenso, un tema spinoso spesso all'ordine del giorno nelle cronache quotidiane. Le nuove sostanze nella tutela della salute mentale sarà l'argomento proposta da Fabrizio Schifano, professore e ricercatore sulle NPS e l'abuso di droghe presso la University of Hearthlordshirer del Regno Unito. Mirko Manchia, dirigente medico della Clinica di Psichiatria dell'Università di Cagliari e ricercatore presso il Dipartimento di Farmacologia della Dalhouise University in Canada, relazionerà su "Determinanti di trattamento resistenza: opportunità per un cambio di paradigma nella gestione della salute mentale.
In chiusura un magistrato esperto come Gilberto Ganassi, Procuratore aggiunto della Repubblica al Tribunale di Cagliari, affronterà il tema "La giustizia e la tutela della salute mentale negli autori di reato". Il convegno si chiuderà con la discussione generale ed un question time su tutte le tematiche trattate nel corso della "due giorni".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 novembre 2021
Il recupero passa per l'istruzione e la cultura, perché a tutti deve essere concesso il diritto allo studio e tutti devono avere la possibilità di migliorare se stessi. Si è aperto ieri il nuovo anno accademico 2021-2022 del polo universitario penitenziario della Federico II. Nel carcere di Secondigliano, che ospita 1.200 detenuti tra alta e media sicurezza, gli studenti sono circa 90 e, tra questi, 25 matricole.
Un'esperienza felice iniziata quattro anni fa e che vedrà, il prossimo anno, le prime lauree. I corsi abbracciano un ampio ventaglio di scelte. "Io ho scelto la facoltà di Scienze enogastronomiche - ha raccontato uno degli studenti - perché tempo fa ho lavorato in un ristorante e anche all'estero, in Svizzera. Poi, per alcune scelte sbagliate, mi sono ritrovato qui".
Nel corso della cerimonia è stata anche firmata la convenzione tra università Federico II, Dipartimento di Farmacia, Tribunale di Sorveglianza, ASL Napoli 1 e provveditorato amministrazione penitenziaria Campania, per l'attivazione del primo tirocinio interno per gli studenti del corso di laurea in Scienze erboristiche, che si svolgerà nella farmacia dell'istituto.
Otto i corsi di studio del polo universitario che si trova nel centro penitenziario di Secondigliano, dove due sezioni sono state destinate agli studenti detenuti; la sezione Ionio per i detenuti in regime di alta sicurezza e la Mediterraneo per quelli di media sicurezza. Lì potranno godere di un regime detentivo diverso, con celle aperte tutto il giorno, spazi per lo studio, per le lezioni e per l'incontro con professori e tutor. "Il tirocinio rappresenta quel ponte verso l'esterno per fare in modo che ci possa essere un reale riscontro, da parte dei detenuti, della spendibilità del titolo di studio" afferma la direttrice del carcere Giulia Russo.
"Siamo vicini ai detenuti che vogliono acquisire delle competenze per entrare nel mondo del lavoro e reinserirsi in una vita normale" aggiunge Ciro Verdoliva, direttore dell'Asl Na1. Gli fa eco Antonietta Mastrullo, prorettrice dell'Università Federico II, che parla di uno "strumento essenziale per immaginarsi una progettualità futura". Lo studio e la cultura come viatico per la libertà, questo emerge dagli occhi entusiasti di chi ha deciso di impegnarsi, malgrado stia scontando una pena. Da chi il futuro lo vede oltre le sbarre.
di Roberto Sanna
La Nuova Sardegna, 10 novembre 2021
I capigruppo ieri mattina hanno avviato la procedura per la revoca dell'incarico "Unida ha causato una sovraesposizione mediatica negativa per Sassari". La posizione di Antonello Unida nel suo ruolo di Garante dei detenuti è ufficialmente in bilico. Ieri mattina a Palazzo Ducale si è svolta la conferenza dei capigruppo, convocata venerdì dal presidente del Consiglio comunale Maurilio Murru, che aveva all'ordine del giorno proprio la polemica esplosa dopo le dichiarazioni pubbliche dello stesso Unida che dichiarava di non essere in possesso di green pass.
Una certificazione indispensabile per poter entrare in carcere (e anche a Palazzo Ducale, dove il Garante ha l'ufficio) e questo ha fatto scattare l'allerta. Dalla direzione del carcere di Bancali era subito arrivata una nota cui si invitavano gli organi competenti a valutare l'opportunità della revoca dell'incarico: "L'ingresso nelle strutture penitenziarie, come prevede la normativa nazionale, dal 15 ottobre è consentito soltanto ai titolari di certificazione verde. Scegliere di non munirsi del green pass vuol dire scegliere di non entrare nella casa circondariale dove il Garante svolge la sua attività.
Inoltre le dichiarazioni del Garante hanno causato una sovraesposizione mediatica negativa per Sassari che ha creato un notevole sconcerto e disagio nella comunità cittadina, tale da minare il rapporto di fiducia che deve esistere tra i componenti dell'assemblea civica che nominano e la persona nominata" è il testo della nota del Comune che annuncia l'attivazione della "procedura propedeutica alla revoca ad Antonello Unida della nomina di Garante". Maurilio Murru ora invierà la contestazione in cui saranno espresse le motivazioni della possibile revoca e Antonello Unida avrà venti giorni per rispondere. Successivamente una nuova riunione dei Capigruppo esaminerà la documentazione per poi portare la questione in Consiglio che a quel punto sarà chiamato a esprimersi.
Unida comunque resterà operativo coi pieni poteri "Finché non sarà dichiarato decaduto dal consiglio comunale" specifica il presidente del consiglio comunale, che poi non rinnega la scelta fatta a suo tempo: "Nella terna di nomi in ballo era quello col curriculum più adatto a ricoprire questo in carico - dice -, se poi esercitando l'incarico una persona tradisce le aspettative è un altro discorso". E ieri mattina, proprio mentre i capigruppo discutevano la sua posizione, Antonello Unida è stato protagonista di una diretta su La7 nella quale, nel corso del programma "L'Aria che tira" ha ribadito le sue posizioni. Abbastanza incompatibili, sembra di intuire, con la linea adottata da Palazzo Ducale.
di Caterina Gonnelli
toscanatv.it, 10 novembre 2021
"La recidiva nelle carceri è ancora altissima, al 68%: questo significa che il lavoro che stiamo svolgendo è sbagliato. Noi chiediamo un cambio di passo. Lo ha detto il garante comunale dei detenuti Eros Cruccolini in una comunicazione al consiglio comunale a Firenze in riferimento all'alto dato di persone che, una volta uscite dal carcere, ricommettono un reato senza nessun effetto rieducativo della pena. Per il garante occorre mettere a disposizione le risorse umane necessarie per far funzionare il carcere come polizia penitenziaria, educatori, mediatori culturali, poi cambiare il sistema organizzativo".
Insomma occorre fare un lavoro costruttivo e rieducativo e richiamare l'attenzione sullo stato delle carceri. A riguardo è intervenuto il sindaco Nardella che chiede alla ministra Cartabia di venire a visitare il carcere di Sollicciano. Poi ha ricordato che "ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo sei per il mantenimento del detenuto, solo 35 centesimi per la sua rieducazione, quella di cui parla la Costituzione italiana.
Sulla questione sovraffollamento, sottolinea, serve ripensare a misure alternative ed è fondamentale la "rieducazione, che consente di dare una opportunità ai detenuti. Non da meno il problema a livello struttura: Sollicciano è una vergogna dell'architettura carceraria del nostro paese, aggiunge il primo cittadino- avvallato dalla posizione dell'assessore al Welfare Sara Funaro che parla di una struttura da rifare completamente ma anche degli interventi di prevenzione sanitaria, in particolare di salute mentale, e di prevenzione sociale che se realizzati in un luogo dignitoso permettono un percorso di rieducazione serio e completo.
di Sara Corbella
verbaniamilleventi.org, 10 novembre 2021
Venerdì 12 novembre alle ore 21 si terrà nella chiesa di S. Leonardo a Pallanza un incontro organizzato dall'Associazione di volontariato in carcere "Camminare insieme", in collaborazione con l'Associazione ex insegnanti dell'Istituto Cobianchi. L'evento, che avverrà in concomitanza con le celebrazioni per il santo patrono protettore dei detenuti, prevede una serata con musiche e letture, in cui si possano ricordare, nella ricorrenza della scomparsa di Don Donato Paracchini, i volontari recentemente scomparsi e che si sono messi a disposizione del prossimo.
L'incontro ha come tema "Far fiorire la speranza": è stato scelto per poter guardare più positivamente oltre le difficoltà del presente, in un periodo che ha visto imporsi delle limitazioni per tutti quanti creando più o meno situazioni di disagio in ognuno di noi, e a maggior ragione in chi è già privato delle proprie libertà e ha attraversato una situazione ancora più penosa e desolante. Quindi si è voluta creare una serata che sia un'occasione per poter affrontare l'avvenire con più gioia e positività. A coloro che parteciperanno alla serata verranno donati i fiori confezionati da un gruppo di detenuti, quale simbolo ed augurio di un futuro più sereno per tutti. Interverranno il duo acustico Puglisi e Fassi e Oliva Curti con letture sul tema.
Camminare Insieme è un'associazione di volontariato che nasce nel 1987 su iniziativa dell'allora cappellano don Donato Paracchini, per molti anni docente dell'Istituto "Cobianchi" a Intra. L'associazione di volontariato, che è diventata una Onlus dal 2001, opera per sostenere i detenuti della Casa Circondariale di Verbania, con l'obiettivo di poter offrire la miglior situazione possibile alla popolazione carceraria, alleviando le situazioni di disagio laddove è possibile, per poter offrire anche possibilità concrete di recupero ai detenuti. Camminare Insieme opera all'interno della struttura carceraria grazie all'aiuto di volontari, che assistono in vari modi i detenuti, in generale in tutte quelle situazioni in cui possono offrire del supporto, da colloqui di sostegno, alla creazione di attività, alla promozione dei rapporti familiari così come nei percorsi di studi.
di Alessia Arcolaci
Vanity Fair, 10 novembre 2021
Le Donne del Muro Alto, compagnia teatrale nata a Rebibbia, hanno trovato la forza per reagire all'esperienza del carcere e il coraggio di guardarsi davvero, per scoprirsi nuove. Il racconto delle loro sofferenze e del loro desiderio di riscatto.
Daniela si schiarisce la voce e lo dice tutto d'un fiato. Grazie al teatro è riuscita a raccontare alle sue due figlie di essere stata per dieci mesi in carcere. Detenuta per un tentato furto. "Durante quel periodo in cella, avevo detto loro che ero via per lavoro. Ci potevamo solo sentire pochi minuti al telefono, e nemmeno tutti i giorni, e non volevo che vivessero quella sofferenza così grande con questa distanza tra noi. Non volevo che lo leggessero attraverso lo schermo di un computer". Una volta uscita, le parole per spiegare il carcere alle sue figlie Daniela le ha lasciate pronunciare allo spettacolo teatrale Ramona e Giulietta, che ha preparato durante il periodo di detenzione insieme alla compagnia delle Donne del Muro Alto a Rebibbia, guidate dalla regista Francesca Tricarico, insieme all'associazione Per Ananke.
"Volevo che capissero in questo modo dov'ero stata durante quei mesi e che si sentissero libere di giudicarmi senza paura. Di arrabbiarsi, se lo avessero voluto. Hanno guardato lo spettacolo in silenzio e alla fine mi hanno detto che non dovevo vergognarmi, che erano fiere di me". Daniela ha 39 anni, i capelli biondi e ondulati sulle punte, i lineamenti delicati. Gli occhi sono bassi mentre ricorda quei momenti vissuti insieme con le sue ragazze, come le chiama lei. Accenna un sorriso e apre lo sguardo quando ripete che hanno accettato tutto, che sono state orgogliose di lei. È arrivata a Roma da Bucarest 17 anni fa e mai avrebbe immaginato di vedersi un giorno "sola e rinchiusa dentro quelle quattro mura".
Lo descrive così il periodo nel carcere femminile di Rebibbia. "Mi sono chiesta per giorni cosa facessi lì dentro, come mi era potuta accadere una cosa simile". Il cuore spaccato in due, il pensiero fisso alla sua famiglia fuori, e quel distacco innaturale, di una madre dalle proprie figlie. Quando la incontriamo, Daniela è una donna libera, ha scontato il periodo di detenzione e si sta preparando alla prova generale per il debutto dello spettacolo all'Auditorium del Maxxi di Roma (avvenuto il 20 ottobre scorso, nell'ambito della Festa del Cinema di Roma).
Una tappa della prima tournée della compagnia di attrici, composta da ex detenute e donne ammesse alle misure alternative alla detenzione. "Il teatro è stata la mia strada per la libertà", continua Daniela, mentre in sala prove cammina avanti e indietro ripetendo le sue battute. "Quando salivo sul palcoscenico
Dice Daniela: "Quando salivo sul palco, in quel momento non avevo più addosso il marchio della detenuta", mi sentivo una donna libera. Finalmente, in quel luogo e in quel momento non avevo più addosso il marchio della detenuta". Libertà e coraggio sono le parole che ripetono anche Bruna, Alessandra, Annamaria, Sara, Raquel. Poi Maida, Bianca, Betty, Renata, Joana, Sofia.
Le abbiamo incontrate fuori e dentro il carcere di Rebibbia. Nel teatro hanno trovato la forza per reagire alla detenzione, ma anche il coraggio di guardarsi davvero e dentro scoprirsi nuove. "Queste donne pagano una doppia colpa", ripete la regista Francesca Tricarico, che insegna teatro nel carcere romano da sette anni. "Quella di essere donne e di essere detenute. Tante volte mi è stato detto che dalle donne in carcere non si ottiene niente, che avrei perso tempo. Ramona e Giulietta è la dimostrazione che c'è solo un grande pregiudizio".
Il testo, riscritto dalle ex detenute stesse insieme alla regista, nasce dalla loro personale rilettura di una delle più celebri opere shakespeariane. L'occasione è stata la celebrazione, il 26 ottobre del 2017 a Rebibbia femminile, della prima unione civile tra persone dello stesso sesso all'interno di un istituto penitenziario italiano. "Quell'avvenimento aveva acceso il dibattito sull'amore omosessuale anche dentro il carcere, proprio come accadeva fuori, nelle piazze. Così lo abbiamo portato in scena". Alessandra ha la voce piena di chi ha tanto da raccontare. Riesce a farlo cantando, e quando inizia c'è spazio solo per lei. Sul palcoscenico è Mercuzia.
"Interpreto la poetessa dell'amore, ma io quello vero non l'ho mai conosciuto. È stato grazie a questo personaggio che mi è tornata la voglia di credere che da qualche parte ci sia qualcuno pronto ad amare anche me". Dopo quasi 18 anni trascorsi fuori e dentro, Alessandra appena è uscita ha cominciato una vita nuova.
"Il carcere mi ha tolto tutto: la famiglia, gli affetti, i miei figli. Sono rimasta sola, ma oggi lavoro in una casa-famiglia dove ci sono bambini di tutte le età che hanno bisogno di affetto. Io faccio questo, pulisco e mi occupo di loro. La vita mi ha insegnato che i figli non sono solo nostri: abbiamo tanto amore e tante persone a cui possiamo darlo". Alessandra prende le parole dell'indimenticabile Gabriella Ferri per raccontare la fragilità dell'essere umano. E la sua bellezza. Quando intona Sinnò me moro, Giulia Anania, cantautrice, poetessa e paroliera, che firma le musiche dello spettacolo, imbraccia la chitarra e la segue. Come in una danza che, insieme al teatro, entra ed esce dalle mura del carcere. Entrarci è come ritrovarsi sbalzati in una bolla dentro cui trattenere il respiro.
Lo racconta bene Maida, 33 anni, a Rebibbia da diciotto mesi. Quando arriva in sala teatro è in tenuta da lavoro, si occupa di distribuire la spesa alle detenute. "La prima cosa che mi viene in mente, quando penso al carcere, è la tristezza. Prima avevo una vita come quella di tanti giovani: lavoravo come barista, la sera uscivo con gli amici, mi piaceva organizzare cene a casa. Poi ho perso tutto questo". Il motivo della sua detenzione Maida preferisce non dirlo, "non perché sia un fatto grave, ma non me la sento. Entrare qui è stato traumatico, solo grazie alle attività che possiamo fare riesco a stare meglio. Il teatro mi emoziona", racconta Maida prima di scoppiare a piangere. "Mi fa sentire altrove, non penso di essere qui dentro".
Mentre parliamo in una stanzetta riservata, Francesca Tricarico in sala teatro fa scaldare le sue attrici. Si fanno esercizi per la voce, si danza, si cerca un momento per tirare fuori tutto quello che dentro la cella sta troppo stretto. "Mi hanno dato 20 anni", ripete Renata a bassa voce, rassegnata. "La mia vita è distrutta e così quella dei miei figli". È una delle prime volte che Renata partecipa al corso di teatro e qui sembra cercare un appiglio per non chiudersi alla vita. "La mia fine pena è nel 2044. Ho otto figli, alcuni sposati, sono loro l'unica mia forza. Insieme al teatro. Mi sono iscritta al corso perché quando sono qui dimentico un po' la sofferenza, non vedo più la sezione dove sto tutto il giorno e mi piace imparare".
Le storie delle detenute ed ex detenute s'intrecciano nella vita e sul palcoscenico. Sono unite tutte da una profonda sofferenza, a volte dalla violenza, dal desiderio di riscatto. Cantare l'amore, portarlo sul palco, le fa sentire più vive. "Finalmente libere", racconta Bruna, che ha 51 anni ed è rimasta in carcere un anno e mezzo. Durante la detenzione ha trovato lavoro e oggi è una tecnica informatica all'Università La Sapienza. "Da quando sono uscita non ho abbandonato il teatro e continuo a studiarlo". Mancano poche ore al debutto e le attrici della compagnia delle Donne del Muro Alto provano e riprovano le posizioni da tenere sul palco.
In sala regia, Francesca Tricarico le incoraggia fino a perdere la voce. Per lei non è un lavoro, è un pezzo di vita. "Preparare questo spettacolo è stato un viaggio dentro e fuori le mura di Rebibbia, perché il carcere come il teatro è una grande lente d'ingrandimento sull'uomo e la società in cui vive. Un modo per ritrovare le proprie necessità oltre le sbarre e i corridoi della sezione". Seduta su un cubo bianco c'è Annamaria. È la più anziana della compagnia, stringe il copione tra le mani, è distesa. Il suo periodo di detenzione non è ancora definito. Annamaria non la sente l'ansia della prima volta, le è passata troppa vita addosso. Per lei è un momento di gioia. "Faccio vedere quello che so fare", ripete, mentre chiede una caramella alle compagne.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 10 novembre 2021
La battaglia contro la pena capitale e l'ergastolo. Per gentile concessione della casa editrice Vallecchi Firenze, pubblichiamo la postfazione al romanzo di Cinzia Tani "L'ultimo boia - Storia di un pubblico giustiziere pentito" firmata da Sergio D'Elia. Nel suo capolavoro letterario Passaggio in Ombra, Mariateresa Di Lascia, una delle fondatrici di Nessuno tocchi Caino, scrive che "bisogna essere molto ciechi per aggiungere nuove sofferenze all'eredità di dolore di chi è passato prima di noi".
Nessuno tocchi Caino nasce a Bruxelles nel 1993 con l'obiettivo di condurre una campagna internazionale per il superamento della pena di morte, di quella concezione primordiale della giustizia secondo la quale "chi ha ucciso, deve essere ucciso". Già da subito, nella scelta del nome, ci rendiamo conto che il ragionamento possa andare oltre la pena di morte, abbracciando il superamento della pena fino alla morte e della morte per pena. Il passo della Genesi, normalmente tradotto con "nessuno uccida Caino", desta delle perplessità e allora chiediamo a Erri De Luca di tradurlo dall'ebraico. Ne viene fuori una scoperta straordinaria: "Il signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato". La nuova traduzione, che mette al centro il segno della intangibilità e della tutela della vita e della dignità della persona, colpire e non solo uccidere, è considerata da Monsignor Gianfranco Ravasi e, nel 1995, con l'enciclica Evangelium Vitae di Papa Wojtyla, compare nei testi biblici.
Nel segno della storia di Caino, che diviene costruttore di città, le battaglie di Nessuno tocchi Caino contribuiscono al raggiungimento di un passaggio epocale: la Moratoria universale delle esecuzioni capitali, approvata dalle Nazioni Unite, nel 2007. La suprema assemblea del mondo considera ormai la pena di morte un ferro vecchio della storia dell'umanità. Cosa fare ancora per abolire la pena di morte? È un ferro arrugginito e perciò - non solo in Italia, anche nel mondo - tutti stanno attenti a maneggiarlo: tantissimi Stati hanno cancellato del tutto la pena di morte, alcuni non la usano più da decenni, altri si vergognano a usarla e la praticano in segreto, altri ancora l'hanno mascherata con il fine pena mai, l'ergastolo senza via d'uscita.
Per Nessuno tocchi Caino la nuova frontiera da superare diventa allora quella della pena fino alla morte. La lotta politica nonviolenta è ispirata alla ferma convinzione che la pena non debba essere dannazione eterna, ma riscatto, rinascita. Nel 2015, quindi, inizia il viaggio della speranza dei condannati alla pena senza speranza, il viaggio di spes contra spem, la speranza come spes, non come spem, come soggetto e non come oggetto, come materia viva e non fatalistica attesa di un domani migliore.
La grande lezione di Paolo di Tarso, rivissuta da Marco Pannella in comunione con Papa Francesco, anima i Laboratori del cambiamento denominati Spes contra spem, nelle sezioni di alta sicurezza delle carceri di Opera, Parma, Voghera, Rebibbia e Secondigliano, e libera nei detenuti nuovi livelli di coscienza. Alcuni di loro, condannati al fine pena mai, diventano protagonisti del docufilm Spes contra spem - Liberi dentro di Ambrogio Crespi, nel quale mettono a nudo la loro umanità, la loro luce interiore trionfa sul buio di una cella senza via di fuga.
Così accade che dai detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, il viaggio della speranza abbia raggiunto nel 2019 Strasburgo e i giudici supremi europei, che creano un nuovo diritto umano: il diritto alla speranza. La via della nonviolenza e del Diritto conduce poi a Roma, innanzi ai massimi magistrati della Corte Costituzionale, che aprono una breccia nel muro di cinta del fine pena mai e illuminano i volti degli uomini-ombra che, per la prima volta, non si alienano nello stigma del proprio reato.
Dopo la fine della pena di morte e del fine pena mai, non finisce il viaggio della speranza di Nessuno tocchi Caino. Continua e corre ora verso una nuova frontiera, quella invocata da Aldo Moro: la ricerca non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale. Siamo convinti che la morte per pena possa esser superata solo facendo leva sulla forza della parola, del dialogo, dell'amore, vero principio attivo della nonviolenza. Nella lotta nonviolenta non si tratta infatti di mostrare i muscoli, di abbattere fisicamente il nemico, ma di con-vincere, vincere con, trasferire al potere la convinzione che lo Stato di Diritto, lo stato della vita, non possa nel nome di Abele divenire esso stesso Caino.
Crediamo che il mondo debba superare quella idea meccanicistica, rettiliana, secondo la quale al male, si risponde con il male e si debba vivere sotto il peso schiacciante dei confini chiusi, delle separazioni, della cultura dell'anti, del carcere. Il carcere va superato, nel nome di un diritto della tutela e del miglioramento, di una vita eraclitea nella quale tutto scorre come un fiume e non ci si bagna mai nella stessa acqua, ove non si sia vittime di una maledizione erinnica ma immersi nell'armonia.
Occorre non essere diabolici, manichei, portati a separare, a porre in mezzo ostacoli. Occorre essere religiosi, capaci di unire, tenere insieme, pensare che, essendo uomini, tutto ciò che umano non è a noi estraneo. L'unica risposta creativa, che ci eleva tutti al livello della coscienza orientata ai valori umani universali, è parlare al male con il linguaggio del bene, all'odio con il linguaggio dell'amore, alla forza bruta della violenza con la forza gentile della nonviolenza. Questo vuol dire Nessuno tocchi Caino.
di Vera Viola
Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2021
L'azienda campana venderà sul proprio sito i prodotti del carcere: caffè, tisane e dolciumi per favorire l'inserimento nel mondo del lavoro. Il brand di abbigliamento femminile, Silvian Heach, si unisce alla "Cooperativa Lazzarelle" per dar vita ad un nuovo progetto di responsabilità sociale intitolato "Lazzarelle non si nasce, si diventa".
Tre donne per le donne: Mena Marano, CEO di Silvian Heach, Imma Carpiniello, founder della Cooperativa Lazzarelle e Maria Luisa Palma, direttore della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli, promuovono il progetto che consiste nel far conoscere i prodotti realizzati dalle donne del carcere e metterli in vendita oltre che sensibilizzare sul tema attraverso video e fotografie.
Un'impresa di undici anni - L'obiettivo, insomma, è contribuire a modificare la convinzione secondo cui va emarginato chi ha commesso reati e altri errori, piuttosto che concedere loro una seconda possibilità. La Cooperativa Lazzarelle, si occupa della torrefazione di caffè dal 2010 all'interno della casa Circondariale Femminile di Pozzuoli. Qui le "Lazzarelle", guidate da Imma Carpiniello, realizzano la torrefazione del caffè, producono dolciumi. "Ci troviamo in un contesto gravemente svantaggiato dal punto di vista socioeconomico - dice Carpiniello. Soprattutto le donne faticano ad entrare e restare nel mercato del lavoro. Le donne detenute sono doppiamente svantaggiate, e per questo abbiamo pensato di provare a rispondere a questo bisogno attraverso una torrefazione che produce caffè artigianale".
L'iniziativa piace a Mena Marano, ad di Silvian Heach, da sempre in prima linea nei progetti che riguardano le donne. "Sono entusiasta nel sostenere queste donne che meritano di rinascere e di avere una seconda possibilità - commenta - Con il duro lavoro alla torrefazione e al bistrot possono auspicare al cambiamento e ad un futuro migliore, rimettersi in gioco e non tornare nelle stesse situazioni che le hanno portato a delinquere". Il direttore del carcere, Maria Luisa Palma, accoglie con entusiasmo l'iniziativa.
Una special box in vendita - Il sodalizio ha prodotto una scatola che verrà messa in vendita sul sito ufficiale silvianheach.com, contenente sia i prodotti firmati Lazzarelle (due miscele di caffè, una tisana e una crema spalmabile), che quelli Silvian Heach (una t-shirt, con la stampa di un logo creato ad hoc, un cuore con un abbraccio, e una bag in tessuto ecosostenibile con la stessa grafica).Inoltre sono stati realizzati un documentario e un reportage fotografico, all'interno della Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli. Tutto ciò è stato presentato a Napoli a Palazzo Caracciolo.
Ridimensionati dal Covid, pronti a ripartire - Silvian Heach è il brend principale di Arav, Casa di moda nata a Ottaviano, in provincia di Napoli, che oggi è titolare anche del brand Jhon Richmond (uomo, donna, bambino e accessori) e Marcobologna (donna e accessori) e in licenza la linea Trussardi Kids. distribuiti in cinque negozi e numerosi corner in Italia e all'estero. "Dal 2022 ricominceremo ad ingrandire la rete di vendita che ha subito un riassetto nel lungo periodo del Covid - dice Mena Marano - e punteremo a rafforzare la presenza all'estero. Penso agli Usa, poi la Georgia, la Russia".
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
Corriere della Sera, 10 novembre 2021
I social sono diventati un'arma potentissima di diffusione dei peggiori istinti umani, in nome della libertà d'espressione. Proviamo a vederne le dimensioni. L'odio online colpisce con 1 tweet ogni due minuti contro le donne, 1 ogni quattro contro i musulmani, 1 ogni cinque contro i disabili, 1 ogni dieci contro gli ebrei, 1 ogni 11 contro gli omosessuali e 1 ogni 15 minuti contro i migranti. Lo dicono i nuovi dati raccolti tra gennaio e metà ottobre da Vox-Osservatorio sui diritti, che ha monitorato la diffusione dell'hate speech su un campione di quasi 800 mila tweet esaminati in collaborazione con l'Università Statale di Milano, Bari e la Sapienza di Roma fra gennaio e ottobre 2021. Dal report 2021 di Amnesty International, su un campione di 17.400 commenti a post su Facebook e 14.541 su Twitter, emerge che è offensivo, discriminatorio o odioso il 27% dei commenti che riguardano le donne, il 25% la comunità Lgbt, il 42% l'immigrazione, il 47,6% i Rom, il 55% le minoranze religiose, il 7% i disabili. Perché non si riesce ad arginare questa deriva che riporta la civiltà indietro nei secoli
Il legame tra odio virtuale e realtà - L'odio online può essere innescato da fatti di cronaca: dopo attentati terroristici in Francia (2015); l'omofobia durante il dibattito sulla legge Cirinnà delle unioni civili (2016); il razzismo in concomitanza agli sbarchi dei migranti (2017-18). Ma possono essere anche i messaggi online ad incitare alla violenza, come i due tweet di Donald Trump dell'8 gennaio 2021, seguiti all'assalto a Capitol Hill: "I 75 milioni di Patrioti americani che hanno votato per me... avranno una voce da gigante nel futuro. Nessuno mancherà loro di rispetto, né saranno trattati ingiustamente in alcun modo, misura o forma".
Poco dopo è arrivato il secondo: "Per tutti coloro che me lo hanno chiesto: non andrò all'Inaugurazione del 20 gennaio". Per la prima volta Twitter ha deciso di cancellare l'account @realDonaldTrump. Un altro post tristemente noto dell'ex presidente americano fu quello del 29 maggio 2020 durante le proteste a Minneapolis per l'uccisione del 46enne afroamericano George Floyd durante un fermo della polizia: "Quando iniziano i saccheggi si inizia a sparare". Allora Twitter lo nascose, mentre Facebook ha lasciato lo stesso contenuto sulla piattaforma, con la motivazione: "Non è una questione di moralità, ma di libertà di espressione".
I 3 post che hanno generato più hate speech - In Italia, secondo il report di Amnesty International, i tre post pubblicati tra il 15 giugno e il 30 settembre 2020, che hanno generato più commenti odiosi sono stati: "Ecco chi ci prendiamo in casa... Nell'hotspot strapieno di #Lampedusa risse e violenze tra clandestini del Nord Africa e del Centro Africa. Ma sarebbe questa l'immigrazione positiva che la sinistra vende ogni giorno?!?!" (Silvia Sardone, europarlamentare della Lega); "Dopo le fiamme, anche la sassaiola contro i Vigili del Fuoco intervenuti per spegnere l'incendio. Continuano i danni e i disagi prodotti dal campo nomadi di via Candoni a Roma, con gli abitanti residenti nelle vicinanze arrivati al limite della pazienza e nell'assenza totale delle istituzioni e dello Stato. La situazione è ormai completamente sfuggita dal controllo dell'amministrazione: cosa si aspetta a sgomberare?" (Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia) e "Succede in una spiaggia belga: immigrati violenti contro bagnini e forze dell'ordine che tentano di ristabilire la tranquillità. Eccolo il modello di integrazione della sinistra, davvero c'è qualcuno che vuole che questo accada in Italia??" (Daniela Santanché, senatrice di Fratelli d'Italia).
E in questi mesi di pandemia assistiamo allo scontro violento tra utenti che si definiscono "no mask" e quelli che si chiamano "covidioti". Il botta e risposta di insulti nella grande piazza virtuale è questo: "Figli di puttana disinformatori. Criminali di merda, questo siete", "Scrivete vaccate a spron battuto. Tutti i covidioti lobotomizzati dal farlocco virus".
Quali contromisure ci sono - Per mettere un freno nel 2016 la Commissione europea fa siglare a Facebook, Microsoft, Twitter, YouTube, Instagram, Google+, Snapchat, Dailymotion e Jeuxvideo.com un codice di condotta non vincolante (Code of conduct on countering illegal hate speech online) nel quale indicano cosa ritengono forme di incitamento all'odio e predisporre le procedure per la segnalazione, l'esame del post e la sua eventuale rimozione nel giro di 24 ore.
Come funziona nella pratica - Prendiamo Facebook: sulla pagina iniziale dichiara che non consente l'incitamento all'odio e vieta attacchi diretti rivolti alle persone per razza, etnia, nazionalità, disabilità, affiliazione religiosa, casta, orientamento sessuale e malattie gravi; discorsi violenti, stereotipi offensivi, incitazioni all'esclusione o alla segregazione.
E protegge gli immigrati dagli attacchi più gravi, pur consentendo di commentare e criticare le politiche sull'immigrazione. La rimozione di un post dalla piattaforma funziona così: l'utente clicca sui tre puntini accanto al post e seleziona l'opzione incitamento all'odio e la categoria vittima del post. Fb gli dà tre scelte: bloccare l'utente, nascondere il post dalla bacheca oppure, se vuole eliminare definitivamente il post incriminato dai social, segnalarlo.
Decidere poi spetta ai cosiddetti moderatori di contenuti: si stima siano 100 mila sparsi nei vari Paesi del mondo, non specificatamente formati e con contratti a tempo; ciascuno di loro deve valutare in media mille post al giorno, uno ogni 20 secondi (da Gli obsoleti, Jacopo Franchi, ed. Agenzia X). Chi non è d'accordo sulla rimozione di un contenuto può presentare ricorso al Comitato di Controllo oggi composto da 19 soggetti di diverse nazionalità: giuristi, attivisti per i diritti umani, accademici, ex ministri, giornalisti. A selezionarli però non è un'autorità indipendente bensì una commissione interna di Fb.
Il problema - A dicembre 2020 è stato presentato dalla Commissione europea il Digital service act, una proposta di regolamento per uniformare tra le piattaforme la definizione di contenuti illegali e definire le procedure per rimuoverli. Ma al momento non esistono norme vincolanti volte a fermare l'odio online né a livello europeo, né in Italia dove sono solo depositate tre proposte di legge (due di Laura Boldrini-Leu, una di Valeria Fedeli-Pd).
Così sulla rimozione di un contenuto online decide la singola piattaforma, cioè un soggetto privato che delega la funzione di censura a persone costrette a prendere decisioni, in base a standard di autoregolamentazione generici; e tali decisioni vengono prese in pochi secondi, nonostante sia in gioco una libertà costituzionale: la libertà di manifestazione del pensiero (articolo 21 della Costituzione).
Ora il business delle piattaforme è il traffico e i messaggi offensivi ne generano di più rispetto a quelli cordiali: l'algoritmo di Facebook premia i contenuti fortemente polarizzati al negativo
Le piattaforme social non hanno nessuna convenienza, dunque, a rimuovere i messaggi offensivi, discriminatori o di hate speech: sugli oltre 22 milioni di post/tweet di pagine/profili pubblici relativi al mondo della politica, dei sindacati, dell'informazione e del Welfare scaricati da Amnesty International, quelli neutri-positivi hanno ottenuto in media 529 like, 130 condivisioni e 101 commenti, quelli di odio 3.211 like in media, 2.193 condivisioni e 1.042 commenti.
In assenza di un quadro normativo chiaro, anche di fronte alla rimozione da parte di Facebook di contenuti contrari agli standard della community, possono essere presentati ricorsi davanti ai giudici nazionali che portano a decisioni diverse. Esempio: il 9 settembre 2019 Facebook chiude sia profili legati a CasaPound sia profili legati a Forza Nuova perché considerati veicolo di contenuti d'odio. Stiamo parlando di post di questo genere: "Sono in piazza anche io. Non è il momento di dividere, ma di unire. E costruire con ogni mezzo una rivolta popolare, culturale e democratica a questo osceno governo di usurpatori" (Simone Di Stefano, CasaPound), piuttosto che di decine di contenuti pubblicati su profili di Forza Nuova che andavano dalla raffigurazione di uno striscione di Forza Nuova esposto al Colosseo in occasione dell'anniversario della morte di Mussolini con la scritta "Mussolini per mille anni", a post in occasione dell'anniversario della Liberazione in cui i partigiani sono chiamati "traditori che hanno venduto l'Italia agli stranieri", fino a bambini ritratti mentre fanno il saluto romano per promuovere un campo estivo.
Com'è andata a finire? Il ricorso di CasaPound per vedere riattivata la propria pagina è stato accolto con la motivazione che il blocco della pagina era avvenuto in base agli standard Fb, ma non in base alla legge italiana, dal momento che CasaPound opera legittimamente nel panorama politico italiano e la normativa italiana (c.d. legge Mancino n. 205 del 1993) non sanziona la mera manifestazione del pensiero, ma la propaganda, l'istigazione e l'apologia (Trib. Roma, ord. 11 dicembre 2019). Invece, il ricorso di Forza Nuova è stato respinto perché i contenuti sono stati considerati contrari ai principi internazionali ed europei che vietano ogni incitamento all'odio e alla violenza (Trib. Roma, ord. 23 febbraio 2020).
E poi c'è tutto quello che non approda da nessuna parte, perché non coinvolge direttamente una categoria, un partito o un movimento, ma singoli soggetti che diventano bersaglio di insulti nella piazza virtuale, di solito colpiti da amici o compagni di classe. Qualche volta ne veniamo a conoscenza per i risvolti tragici. È venuto il momento per i governi di costringere i colossi tecnologici a trovare soluzioni efficienti nella moderazione dei contenuti. Hanno fatto più utili di qualunque altra azienda al mondo, creando dipendenza, e sdoganando la parte più subdola dell'essere umano. Oggi le sanzioni che vengono inflitte per non avere rimosso subito contenuti inequivocabilmente d'odio sono irrisorie. Si potrebbe iniziare a sanzionare i grandi trasgressori con somme che impattano sul loro bilancio, visto che ormai sono chiari i danni che stanno facendo.
di Mario Giro
Il Domani, 10 novembre 2021
Lo scorso ottobre, davanti al Colosseo, Papa Francesco è stato se possibile più radicale che nell'enciclica Fratelli tutti: "La guerra è un fallimento della politica e dell'umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male e dobbiamo smettere di accettarla con lo sguardo distaccato della cronaca per sforzarci di vederla con gli occhi dei popoli!".
L'occasione era la 35° edizione delle giornate di dialogo interreligioso per la pace organizzate dalla Comunità di Sant'Egidio. Accanto al papa c'erano due amici citati nell'enciclica: il patriarca Bartolomeo e il grande Imam di al Azhar, al Tayyeb. C'era pure Angela Merkel e numerosi rappresentanti politici e religiosi da circa 40 paesi. Il tema della pace è tornato d'attualità in maniera molto concreta viste anche le guerre fallite. Non si tratta soltanto di morale.
La politica internazionale sta in effetti cercando una soluzione al problema: come difendere l'ordine e la stabilità internazionale visto che lo strumento guerra ha provocato più danni di quanti ne voleva risolvere? Le immagini che abbiamo recentemente visto in Afghanistan sono eloquenti: un dramma per le persone accalcate all'aeroporto, una sconfitta per chi andava via, un brutto futuro per tutti gli afghani. Questo è accaduto dopo 20 anni di guerra che non ha dato nessun risultato malgrado le centinaia di migliaia di vittime e i tanti denari spesi. Un paese poverissimo che è rimasto tale, un'impotenza nel costruire modalità di convivere, una contrapposizione tra stati che è addirittura cresciuta. Per capire il nuovo discorso sulla pace occorre guardare la guerra in faccia. In Afghanistan non è servita a niente: siamo al punto di partenza e questo deve provocarci a una seria riflessione su questo strumento. La guerra non risolve niente. Anche perché - è una constatazione evidente - nessuno è più in grado di vincerla davvero.
Violenza permanente - Guerriglieri, miliziani e terroristi lo sanno bene: non puntano a vincere ma a impedire la completa vittoria dell'avversario. In questi anni troppe guerre sono state fatte senza risultati: lasciar dietro di sé una scia di morte (e di rancori) senza nemmeno riuscire a vincere è una totale assurdità. La cosa più grave è che la guerra non finisce ma si trasforma in violenza diffusa permanente.
Di conseguenza in maniera oggettiva possiamo constatare che la guerra è uno strumento ormai obsoleto, vecchio, inutile e dannoso. Non è ingenuità pacifista. È noto che ci sono tanti dissidi politici da risolvere, anche gravi. La pace infatti non è mai un improvviso bagno irenico smielato che risolve in maniera buonista e con magia tutte le discordie. Per risolvere i numerosi problemi ci vuole reciproca conoscenza, dialogo, in certi casi paziente negoziato e mediazioni, compromessi politici, quadri internazionali di riferimento e tanto altro.
Quello che però si può constatare con assoluta certezza è che la guerra non è lo strumento adatto. Ciò non cambia nemmeno se la si maschera sotto altri nomi: intervento umanitario, responsabilità di proteggere e così via. Lo strumento militare peggiora sempre la situazione che vorrebbe correggere. Con le armi il mondo diventa peggiore. Oggi lo verifichiamo purtroppo in Siria, in Iraq, in Yemen, in Libia, in Ucraina, in Afghanistan, in Somalia e altrove. Anche per questo il papa al Colosseo si è scagliato contro il commercio delle armi. Quando il conflitto attanaglia un paese, non lo lascia più andare. Molti paesi restano a terra e nessuno vuole o può ricostruirli.
Sono stati dove la gente è fuggita, la vita è diventata impossibile o è addirittura cambiata la composizione etnica. La guerra non raggiunge gli obiettivi che si è data nemmeno quando viene fatta in nome della pace o dei diritti umani. Questo è il punto: la guerra non serve ad affermare la giustizia. Oltre le ragioni etiche e politiche per un suo ripudio, c'è da constatare tale dato fattuale e oggettivo: le guerre sono inutili o peggiorano la situazione.
Le ragioni del conflitto - È venuta l'ora di prendere consapevolezza di tale fatto e tornare all'intuizione del "never again" del secondo dopoguerra, che al contrario ha prodotto molti frutti. La pace diventa possibile a partire da tale consapevolezza. Se questo è vero, perché allora la guerra è tornata a essere popolare e si ripresenta senza pudore? Ci sono due ragioni principali. La prima è la cultura della globalizzazione: forte competitività che in politica diviene contrapposizione violenta. È una cultura che afferma che per risolvere i problemi occorre affrontarsi e combattere contro gli altri. L'economia globalizzata ha reso accettabile una violenta cultura della competizione che ha travolto la politica e l'ha trasformata e polarizzata.
La seconda causa è la manipolazione della paura. Basti pensare agli attentati dell'11 settembre 2001 e alle guerre che ne sono seguite, strumentalizzando la paura della gente in ogni dove. Terrorismo e guerra preventiva hanno prodotto antipatia sociale e scavato fossati con la predicazione dell'odio. Questo spiega le difficoltà attuali delle costruzioni collettive come l'Ue o l'Unione africana ma anche l'Onu. Nelle relazioni internazionali troppi dirigenti politici si sono arresi a tutto questo: troppa rassegnazione, poche iniziative di pacificazione e crescente tentazione di risolvere i contenziosi con la forza. Approfondendo l'analisi si osserva che ciò vale anche per la vita delle società al loro interno, in cui spesso tutto si polarizza in maniera competitiva producendo conflitti. Osserviamo fanatismi ideologici riapparire senza nascondersi, la ripresa del fascismo in Italia o l'antisemitismo che cresce nuovamente in tutta Europa. La guerra più frequente è quella contro i poveri, gli ultimi o i diversi. Non può esserci pace per una società che esclude. I poveri intuiscono meglio di tutti il valore della pace. Per loro - che non possono difendersi - la pace è vitale. In una società dominata dalla competizione, i poveri soffrono di più: sono l'ago più sensibile anche dal punto di vista sociologico. Se una società diviene più spietata e violenta al suo interno, la classe povera è quella che se ne accorge prima.
Oltre lo spirito del tempo - Occorre andare oltre lo spirito del nostro tempo, fatto di individualismo, mercatismo e assuefazione per le disuguaglianze. Secondo tale mentalità la felicità è l'estensione dell'io proprietario (talvolta predatore) contro quello degli altri. Una società che accetta la guerra in realtà l'ha già combattuta dentro di sé. Il no al povero, al diverso, all'ultimo prepara il no al vicino e poi allo straniero.
Una società indurita ha già inconsapevolmente perso la pace ma non lo sa. Scriveva l'autore ungherese Sándor Márai rammentando le sue esperienze giusto prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale: "La guerra era ancora una prospettiva indistinta, soltanto il fumo e la cenere della pira suicida aleggiavano già nell'aria, ma gli avvoltoi delle catastrofi umane, i profittatori dell'economia bellica si tenevano già pronti dietro i confini in attesa di banchettare coi loro becchi famelici sulle carcasse delle vittime del gran funerale. Non c'era ancora la guerra e già non c'era più la pace".
Per questo è indispensabile che nelle società siano continuamente costruiti ponti e abbattuti muri, sia psicologici che reali: si tratta di un processo sociale che libera dalla paura e dall'incertezza fomentate dalla cultura della contrapposizione. Com'è noto quest'ultima provoca disuguaglianze, apartheid razziste, patologia della memoria, rancore sociale. La pace non è semplice ma si basa sullo sforzo del convivere che inizia vicino a sé, nella politica sociale, e porta lontano, fino alla politica estera. Anche le religioni possono aiutarsi reciprocamente a evitare le manipolazioni fondamentaliste e fanatiche, per vivere la globalizzazione come un'avventura dello spirito che contrasti la paura e costruisca un nuovo grande movimento di pace e dialogo mondiale. Questo è lo spirito di Assisi che dissocia le religioni dalla guerra.
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