askanews.it, 23 luglio 2021
Cartabia: qui capacità di guardare al diritto attraverso relazioni. La costruzione di un ponte tra il dentro e il fuori l'Istituto penale minorile Beccaria per farne un modello di "carcere aperto". È l'obiettivo dei dieci progetti presentati durante un convegno organizzato dalla Fondazione Francesca Rava e dal Tribunale per i minorenni di Milano nella sede di via Leopardi al quale hanno partecipato tra gli altri, il ministro della Giustizia Marta Cartabia in video-collegamento e il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Tra le iniziative c'è la ristrutturazione della palestra, degli spogliatoi e del sistema idrico del Beccaria così come la creazione nella struttura penale di laboratori d'arte e arte-terapia.
Sono poi previste attività di imbiancatura degli spazi interni dell'Istituto, allenamenti e torneo di calcio, corsi di primo soccorso sanitario e uso del defibrillatore, corsi in collaborazione con sommozzatori e incursori Comsubin della Marina Militare, corsi di informatica, corsi di educazione finanziaria e al risparmio, corsi sul cyber-bullismo e rischi della Rete in collaborazione con la polizia postale e delle comunicazioni e infine un progetto "accoglienza educante" presso l'Ussm di Milano in collaborazione con il Politecnico.
"Negli istituti penali per minorenni - ha evidenziato Cartabia - l'educazione è tutto. Se è vero che nella nostra Costituzione, pena ed educazione sono sempre un binomio inscindibile, ciò è ancor più vero quando la pena riguarda ragazze e ragazzi minorenni o giovani adulti. I progetti realizzati con la collaborazione tra la Fondazione Francesca Rava, Tribunale per i Minorenni di Milano e Centro per la Giustizia Minorile della Lombardia, dimostrano la capacità di guardare al diritto attraverso le relazioni".
"Questi progetti, oggi presentati con la Fondazione Francesca Rava - ha sottolineato Maria Carlo Gatto, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano - sono la dimostrazione che è possibile rafforzare la relazione tra dentro e fuori, tra istituto penale minorile e territorio. Diventa anche un modo di ideare e gestire nuove opportunità di scambio e momenti di dialogo tra il carcere minorile e la città, per acquisire la consapevolezza che quel che avviene dentro riguarda tutti coloro che sono fuori: noi ed il nostro futuro".
"Con i nostri dieci progetti - ha aggiunto Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava -, che nel frattempo sono aumentati grazie a nuove alleanze, puntiamo alla formazione e al trasferimento di skills pratici e teorici, che possano arricchire il curriculum dei ragazzi nel tempo sospeso della pena o durante la detenzione. Competenze ed esperienze che consentiranno anche di identificare i propri talenti e alimentare la speranza".
umbriajournal.com, 23 luglio 2021
La Terza commissione dell'Assemblea legislativa dell'Umbria, presieduta da Eleonora Pace, ha approvato nella seduta di questa mattina (con il voto contrario di Valerio Mancini - Lega) la relazione del "Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale" sull'attività svolta nel 2020.
Il report, illustrato dall'ex Garante, Stefano Anastasia, (dal 15 giugno sostituito da Giuseppe Caforio), evidenzia che "nel 2020 c'è stata una riduzione del sovraffollamento nelle carceri, in seguito alle misure attuate per ridurre la diffusione del Covid: gli ultimi dati del Ministero della giustizia riferiscono che al 30 giugno in Umbria c'erano 1337 detenuti su 1330 posti detentivi, quindi con solo 7 detenuti in più rispetto alla capienza massima.
In particolare però la casa circondariale di Terni mantiene una situazione di sovraffollamento, con 70 persone in più di quelle che potrebbero essere ospitate. Durante la pandemia nei penitenziari umbri si è registrata una buona capacità di attuare misure sanitarie di prevenzione della diffusione del contagio da Covid".
"L'epidemia - ha rimarcato Anastasia - ha cambiato le attività svolte e la vita negli istituti. il sistema penitenziario, oltre al sovraffollamento soffre di altre criticità: serve una più stretta integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali; è necessario digitalizzare le carceri, anche per garantire la didattica a distanza e l'accesso a molti servizi; va completata la campagna vaccinale negli istituti di pena; rivedere le misure di sorveglianza sanitaria alla luce dell'evoluzione del quadro epidemiologico; mancanza di una residenza per le misure di sicurezza (Rems) e gestione della salute mentale in carcere; andrebbe adottata la cartella clinica informatizzata e sperimentate forme di telemedicina; semplificazione dell'accesso ai servizi anagrafici a Spoleto; bisognerebbe colmare la carenza di personale a Perugia e Terni.
La gran parte delle persone detenute in Umbria non sono residenti qui, ma provengono da altre regioni e vengono inviate qui per scontare pene detentive mediamente lunghe. Ciò comporta che negli istituti di Spoleto e Terni, dove ci sono sezioni di alta sicurezza, ci sono molti detenuti che provengono da regioni meridionali e devono scontare lunghe pene. A questo si aggiunge il problema dei trasferimenti, anche nelle sezioni di media sicurezza, arrivano molti detenuti dalla Toscana, causando molti problemi di gestione, spesso trasferiti per motivi di 'ordine e sicurezza'. Ciò comporta un peso ulteriore per il personale penitenziario umbro.
Questa problematica potrebbe essere amplificata dalla scelta del Ministero rispetto alla costruzione di un nuovo padiglione nel carcere di Capanne (Perugia) con un aumento di circa 200 posti, da destinare a detenuti che verranno trasferiti da altri ambiti territoriali. Ritengo che il sistema penitenziario umbro non abbia bisogno di questo incremento di posti, che invece andrebbero implementati laddove esiste questa esigenza, anche per garantire la 'territorializzazione' dei detenuti, per poter essere effettivamente reinseriti al termine della pena. L'ufficio del Garante dei detenuti avrebbe bisogno di dotazioni e strutture più adeguate al fine di poter assolvere in maniera piena e concreta il proprio ruolo".
di Marcello Pulidori
La Nuova Ferrara, 23 luglio 2021
L'annuncio del ministro Cartabia alla Camera dei deputati Attualmente i detenuti sono 333, previsti 80 nuovi posti. La notizia è di quelle molto attese in diversi ambiti. Il carcere di Ferrara, noto anche come "dell'Arginone" per l'omonimo quartiere in cui si trova, sarà ampliato con la costruzione di un nuovo padiglione che potrà ospitare 80 detenuti.
L'annuncio è arrivato nelle ultime ore dal ministro della giustizia Marta Cartabia che parlando alla Camera ha dichiarato che "nell'ambito dei fondi complementari al Pnrr, è stata prevista la realizzazione di 8 nuovi padiglioni", e tra questi uno a Ferrara. La ministra ha elencato anche gli altri penitenziari (oltre a Ferrara) che saranno oggetto di allargamento. Gli altri istituti che saranno ingranditi sono quelli di Santa Maria Capua Vetere, Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia e Reggio Calabria. Attualmente nel carcere ferrarese i detenuti sono 333, 193 italiani e 140 stranieri (ultimo dato ufficiale è della fine giugno). I lavori di costruzione del nuovo padiglione all'Arginone, la cui data di inizio non è stata specificata (per il termine lavori si parla del 2026) dovrebbero riguardare la realizzazione di nuovi spazi che, come il ministro Cartabia ha sottolineato riferendosi al contesto nazionale, "saranno intesi sia come camere, sia come spazi di trattamento. Nuove carceri, nuovi spazi, che ci saranno, voglio dire anche a chi li invoca - ha detto la Cartabia - non può significare solo posti letto".
Sarà un aiuto contro il problema del sovraffollamento, ma non lo risolverà del tutto. Ne è convinto Giovanni Battista Durante segretario nazionale del Sappe, il sindacato della Polizia Penitenziaria: "La notizia è certamente positiva - dice Durante - e la speranza è che i lavori possano iniziare al più presto. Più spazi significa soprattutto migliore qualità della vita nel carcere, anche alla luce di quei detenuti che hanno problematiche psichiatriche e che ultimamente hanno purtroppo provocato feriti tra gli agenti della Polizia Penitenziaria". Così come drammatica fu la situazione che si venne a creare nel marzo del 2020 quando nel carcere di Ferrara scoppiò una rivolta di detenuti che venne sedata soltanto dopo alcuni giorni di trattative: il ministro ha annunciato indagini. -
di Lilli Goriup
Il Piccolo, 23 luglio 2021
Il candidato sindaco del centrosinistra amplia la squadra e presenta Emilia Colella, docente nei penitenziari: "Lavoro spesso invisibile". Il Comune prenda in mano, aumentandoli, i progetti di utilità e reinserimento sociale per i detenuti, ascoltando al contempo le istanze dei lavoratori a vario titolo all'interno del carcere cittadino. È la proposta del candidato sindaco del centrosinistra, Francesco Russo, per "far sì che il tema della sicurezza non sia più appannaggio del centrodestra". Proposta illustrata durante la conferenza stampa di presentazione di Emilia Colella, sociologa e docente carceraria, che alle elezioni amministrative si candiderà nella Lista Russo-Punto Franco.
"Il carcere, pur essendo in centro città, è un luogo di frontiera che tendiamo a rimuovere, assieme a detenuti, operatori educativi, sanitari o di Polizia penitenziaria", ha continuato Russo: "Emilia, che abbiamo conosciuto durante il nostro tour rionale, porta alto il nome di Trieste in Italia. Ora mette la sua professionalità a disposizione di questa avventura: continuiamo a scriverne la storia attraverso quella delle persone che entrano in squadra".
"Mi sono ritrovata per caso nella docenza carceraria: contesto dietro cui c'è un lavoro immenso, da parte di diverse figure professionali, spesso invisibile all'esterno", ha detto Colella, 55 anni, napoletana di nascita e triestina d'adozione da quasi un trentennio, che dopo varie esperienze d'insegnamento nel 2011 è approdata al Centro provinciale istruzione adulti (Cpia): "A livello locale stiamo sperimentando un'idea alternativa di sicurezza: dare ai detenuti la possibilità di reimpiegarsi e risarcire la collettività, attraverso specifici progetti, ad esempio sul verde pubblico. Dalla casa circondariale di Trieste sono partite numerose sperimentazioni, che vorremmo diventassero un cavallo di battaglia della prossima amministrazione comunale. E non solo. Siamo stati attenzionati dal Governo, in vista della riforma complessiva dell'istituzione carceraria, che secondo noi deve tener conto delle esigenze dei lavoratori e coinvolgere trasversalmente i ministeri di Giustizia e Istruzione. Io stessa faccio parte del Comitato tecnico-scientifico per l'istruzione in carcere".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 luglio 2021
Il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e i garanti cittadini Pietro Ioia e Emanuela Belcuore tornano a chiedere che i detenuti trasferiti da Santa Maria Capua Vetere dopo le denunce dei pestaggi in carcere siano avvicinati alla Campania. E lo fanno nel giorno in cui la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferisce in Aula sulle violenze finite al centro di un'inchiesta penale e di un'indagine interna. Lo fanno tornando anche a porre l'attenzione sul problema del sovraffollamento, quello di cui ha parlato anche la Guardasigilli. Le carceri stanno tornano a esplodere e con il caldo il livello di vivibilità nelle carceri si abbassa notevolmente.
"Ho denunciato quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere, poi mia moglie lo ha raccontato in alcune interviste e ora il Dap mi ha fatto un altro regalo: essere trasferito a Spoleto. Questa cosa mi sta uccidendo": scriveva così pochi giorni fa uno dei detenuti vittime dei pestaggi del 6 aprile 2020. La lettera, riportata dal riformista.it, contiene tutta la disperazione di Ciro e di altri cinquanta detenuti come lui. "Mi ha telefonata dal carcere dicendo che lo riempiono di farmaci - ha raccontato la moglie del detenuto al garante Ioia - Sta facendo lo sciopero della fame e della sete perché non riesce più nemmeno a parlare. Dice che alle 7 del mattino lo svegliano e gli fanno ingoiare i farmaci davanti a loro, sta facendo lo sciopero perché vorrebbe una visita psichiatrica che ancora non ha avuto da una settimana e mezzo che sta là. Si è rimesso nuovamente le lamette in bocca perché questa terapia lo sta buttando giù in tutti i sensi, fisicamente e mentalmente".
Parole che non possono essere ignorate, su cui occorre fare chiarezza. Un grido di allarme che è il grido dei tanti reclusi ammassati nelle celle. Il tema non riguarda soltanto la storia personale di un singolo detenuto. Il tema riguarda il sistema carcere nella sua totalità e nella sua complessità. I fatti di Santa Maria Capua Vetere lo hanno reso evidente anche a chi in questi anni aveva considerato il carcere come un mondo a parte, da relegare a un'attenzione secondaria e marginale rispetto a tutto il resto. Dopo le scene dei pestaggi e delle violenze riprese dai filmati delle telecamere interne al carcere, finite agli atti dell'inchiesta e diffuse dai media, qualcosa nella percezione dei più è inevitabilmente cambiata. Il premier Mario Draghi, con la guardasigilli Marta Cartabia, ha deciso di visitare di persona il carcere, un segnala dalla grande portata non solo simbolica e vale ribadirlo. Ora si attendono i fatti.
Il problema del sovraffollamento è la prima criticità da risolvere. In Campania, nel primo semestre del 2021, sono stati 2.227 i detenuti entrati in carcere dalla libertà. L'effetto Covid, quello legato alle misure restrittive per decongestionare le carceri e ridurre i rischi di possibili contagi, sembra svanito. Le celle tornano a essere super-popolate. Di certo incide il tasso di criminalità elevato nei nostri territori ma in discussione finisce anche il sistema delle misure cautelari, l'uso che ne fanno i magistrati, il nostro sistema giustizia. Le carceri sono affollate solo in parte da detenuti con condanne definitive, per quasi la metà la popolazione penitenziaria è composta da detenuti in attesa di giudizio e detenuti con residui di pena inferiori ai cinque anni. Forse sfollare le carceri si può stando a questi dati. Bisogna puntare sulle misure alternative. Se ne riparla in questo periodo.
Intanto in Campania, su una popolazione complessiva di 6.533 detenuti, 4.013 dei quali con almeno una condanna definitiva, sono 76 i condannati all'ergastolo, 35 quelli con una pena da scontare superiore ai 20 anni, 212 quelli con una pena residua compresa tra i 10 e i 20 anni di reclusione, e 688 i reclusi con una condanna tra i 5 e i 10 anni da scontare. Quindi, sono in totale 3.002 i detenuti con una condanna da scontate inferiore ai 5 anni e 2.128 quelli con un residuo di pena inferiore ai tre anni. In tutta Italia su un totale 37.203, 1.806 hanno condanne all'ergastolo, 432 con condanne superiori ai 20 anni di reclusione, 2.427 con condanne tra 10 e 20 anni, 5.986 con condanne tra i 5 e i 10 anni. Si deduce che in cella, a scontare condanne che non superano i 5 anni di reclusione, ci sono attualmente in Italia 26.552 persone su una popolazione carceraria che, tra detenuti condannati e in attesa di giudizio definitivo, conta 53.637 persone a fronte di una capienza di 50.779 posti.
di Enrico Calamai
Il Manifesto, 23 luglio 2021
La storia si ripete. Dal ritiro dell'Armata rossa a quello delle forze occidentali, che procede in questi giorni tra mielosi ammainabandiera, zero autocritica e nessuna richiesta di perdono alla popolazione locale per gli ultimi 20 inutili anni di guerra, l'ex ambasciatore a Kabul racconta le fasi e le responsabilità che possono spiegare anche il prossimo bagno di sangue.
Sono arrivato all'ambasciata a Kabul ai primi di settembre del 1987. Il blocco occidentale non riconosceva il governo fantoccio messo su dall'invasore sovietico a partire dal 1979, e a me erano state assegnate funzioni di Incaricato d'Affari a.i..
Da parte occidentale si seguiva con grande interesse il tentativo di Gorbaciov di trasformare l'Urss, sia in politica interna che in politica estera. Per quanto riguardava quest'ultima, gli si chiedeva il ritiro dell'Armata rossa dall'Afghanistan come prova fattuale della reale capacità di arrivare a quella distensione, che a parole auspicava.
A luglio dello stesso anno Gorbaciov aveva dichiarato, ricevendo una delegazione ufficiale del Pci, che in Italia c'era una persona che avrebbe potuto dimostrarsi di fondamentale importanza per la pacificazione dell'Afghanistan. Era chiaro il riferimento a Zahir Shah, il re deposto dell'Afghanistan, che viveva in esilio a Roma. La cosa non era certo sfuggita all'allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti, che, vecchio habitué dei salotti internazionali e grande amico del Pci, non nascondeva la speranza che l'Italia potesse giocare un ruolo nel superamento della crisi afghana.
Alla Farnesina si fantasticava del ritorno a Kabul - con volo Alitalia - del vecchio sovrano, l'unico in grado di convocare una Loya Girga, o assemblea di tutte le fazioni afghane, per traghettare il Paese verso un sistema più o meno democratico, dopo il ritiro dell'Urss.
Sia detto per inciso che il popolo afghano era - e presumibilmente è tuttora - prevalentemente sunnita moderato, con l'eccezione di una minoranza sciita, moderata anch'essa, soprattutto nella zona di confine coll'Iran.
Subito dopo l'invasione sovietica nel '79, la resistenza afghana era stata organizzata da parte degli Usa, che la finanziavano, armavano e addestravano insieme a Pakistan e Arabia Saudita. La svolta sarebbe arrivata con la dotazione ai Mujaheedin del missile terra-aria Stinger, che era facilmente trasportabile, aveva una gittata di 5mila metri e aveva reso del tutto impraticabili le operazioni antiguerriglia condotte dai corpi speciali dall'Armata rossa a mezzo di elicotteri.
I gruppi armati erano 7, tra cui il più fanatico era quello finanziato dall'Arabia Saudita, che non faceva prigionieri: li decapitava sul posto. Vi faceva il suo apprendistato bellico un giovane e brillante Bin Laden. Gli europei facevano peraltro affidamento su Massoud, il Leone del Panshir, che pur essendo a sua volta un signore della guerra e quindi operando colle stesse regole degli altri gruppi armati, aveva studiato alla scuola francese di Kabul e sembrava meno fondamentalista degli altri.
I Mujaheddin erano ormai appostati nelle montagne tutto intorno a Kabul e ogni tanto sparavano colpi di mortaio contro postazioni sovietiche cui immancabilmente si rispondeva con i temibili Scud al cui boato si accompagnava l'improvviso, convulso ondeggiare del pavimento della nostra ambasciata.
Il 30 settembre 1987, Najib veniva nominato presidente dell'Afghanistan. Uno dei suoi primi passi fu modificare il nome in Najibullah, in chiaro segno di superamento dell'ateismo fino a quel momento sbandierato dal governo pro-sovietico. Famoso per la sua brutalità, temuto ed odiatissimo, era stato fino ad allora Capo della Polizia afghana. La sua nuova - e impossibile - missione consisteva nell'arrivare a una riconciliazione nazionale che permettesse una transizione non violenta a un regime di stampo democratico.
Avevo avuto modo di incontrarlo in occasione di una visita del segretario generale della Farnesina a Kabul. Malgrado il dispiegamento di forze intorno alla sua persona, eravamo evidentemente di fronte al vertice di una struttura di potere in procinto di sciogliersi come neve al sole, di a un uomo colla corda al collo. Nel corso del colloquio sostenne che non era nell'interesse del mondo occidentale che i fondamentalisti si impadronissero del Paese, dato che ne avrebbero fatto il centro di un espansionismo politico religioso difficilmente controllabile. Fece anche un accenno alla speranza riposta dal popolo afghano nel rientro di Zahir Shah come Presidente, con l'incarico di presiedere alla Loya Girga per la riconciliazione nazionale, dichiarandosi disposto a farsi da parte nell'interesse nazionale. Magari fosse stato ascoltato!
A fine dicembre 1988 Gorbaciov annunciava ufficialmente il ritiro dell'Armata Rossa, il che voleva dire abbandonare alla propria sorte il Governo di Kabul, che difficilmente sarebbe potuto sopravvivere senza una chiara volontà politica in tal senso da parte occidentale.
L'Italia e parte almeno dei partner comunitari avrebbeo voluto lasciare aperte le ambasciate a Kabul, come segno di fiducia nel processo di transizione, ma da parte Usa si mirava al cosiddetto Vietnam sovietico, vale a dire a una fuga disordinata dell'Armata rossa - che venne lasciata partire senza danno alcuno - e l'immediato crollo del governo fantoccio. Dopo non pochi tentennamenti, ci si allineò sulla posizione americana e si decise di chiudere le ambasciate adducendo motivi di sicurezza, con l'intento di creare una situazione di panico collettivo, che avrebbe facilitato il crollo di quel governo.
Dovemmo chiudere l'ambasciata tra il 28 e il 31 gennaio 1989. Andarlo a comunicare al ministero degli Esteri afghano è stata una delle esperienze più tristi della mia vita. Un'ambasciata è infatti un ponte tra due popoli e due governi e chiuderla e come abbandonare una nave. Tra l'altro, le ambasciate occidentali erano rimaste a Kabul, sia pure non nel pieno dei rapporti diplomatici bilaterali, in segno di solidarietà col popolo afghano invaso dai sovietici. E quando finalmente i sovietici si ritiravano, noi chiudevamo!
Alla sede centrale della Ariana Afghan Airlines, l'unica che facesse ancora servizio tra Kabul e Nuova Delhi, non c'erano più posti disponibili. "Tutti scappano - mi disse l'impiegato. Se anche le ambasciate chiudono, non resterà nessuno a far da testimone di quanto accadrà in città. Io ho 7 figli e non posso andarmene", finì con le lacrime agli occhi. Dovetti andare dal direttore generale e mentre aspettavo di venir ricevuto, vidi la fila di impiegate che venivano a salutare perché lasciavano il lavoro.
La mattina dopo all'aeroporto era il si salvi chi può, colla folla che assediava gli sportelli. La destabilizzazione, perseguita da parte americana e occidentale, funzionava come un congegno di precisione. Lasciavo una Kabul in preda al terrore.
Arrivato a Roma, mi recai dal Segretario generale della Farnesina, cui comunicai la mia convinzione che il governo sarebbe presto crollato, richiamando quanto profetizzato da Najib, vale a dire che non era nell'interesse occidentale che l'Afghanistan cadesse in preda ai fondamentalisti. Mi venne risposto che risultava che il governo afghano godesse di ottima salute e mantenesse la presa sul territorio. Analoga risposta, sorprendentemente, ricevetti dall'allora ministro degli Esteri del governo ombra del Pci, on. Giorgio Napolitano, che mi spiegò con pazienza che la guerra civile era ormai finita e il governo afghano restava saldamente in sella. Il resto è noto. Dopo due anni i gruppi Mujahideen entrano a Kabul senza tuttavia riuscire ad impossessarsene. Ogni volta che uno di essi arriva al centro, gli altri 6 gli si coalizzano contro. Accade che un ministero spari contro l'altro. Najib può rifugiarsi nella rappresentanza delle Nazioni unite e continuare a lavorare per la sua mission impossible della riconciliazione nazionale.
Ci pensa l'ingordigia del mondo occidentale a porre rimedio al vuoto politico scientemente creato a Kabul. Con grande orchestrazione mediatica internazionale, entrano in scena i Talebani, minoranza fino a quel momento conosciuta per il fondamentalismo religioso e l'arretratezza dei costumi. Valga a titolo di esempio quanto segue: usi a camminare scalzi, si vantavano del numero di chiodi che riuscivano a piantarsi nel callo sotto i piedi: quanti più chiodi, più macho. Radicalmente omofobi, consideravano la donna buona soltanto per la riproduzione e i giovanetti preferibili per il piacere. I loro notabili si mostravano spesso in pubblico (difficile che non continuino a farlo) con un ragazzo rapito o comprato alla famiglia, la cui sorte nel diventare adulto era segnata: respinti dalla famiglia, emarginati dalla società erano (probabilmente lo sono ancora) condannati alla prostituzione o a morire d'inedia.
Quanto sopra per dire che era materialmente impossibile che nel giro di pochi mesi da tale stato di arretratezza culturale i talebani fossero arrivati a pilotare gli aerei e a guidare i carri armati con cui si espandevano a macchia d'olio, fino a impadronirsi del Paese. Più probabile che fossero i Pasthun dell'Isi (Inter-Services Intelligence) pakistano a provvedere alla bisogna, con accordo Usa e finanziamento saudita.
Il vero bagno di sangue iniziò a quel punto e ne divenne emblematica la tragica uccisione di Najib, prelevato dalla sede delle Nazioni Unite contro il diritto internazionale, straziato e linciato pubblicamente, non tanto, si badi bene, per il suo passato prosovietico, quanto per la credibilità di moderato mediatore politico che aveva saputo costruirsi. E in Italia, ci fu chi pensò al riconoscimento del nuovo regime.
Oggi, la storia si ripete con Usa e mondo occidentale, Italia compresa, nella parte che fu degli invasori sovietici, un governo fantoccio che ancora una volta si scioglierà come neve al sole, una nuova resa dei conti e un nuovo bagno di sangue, a meno che i talebani, con 20 anni di guerra sulle spalle, non abbiano imparato quella particolare regola del gioco, per cui ci si esprime pubblicamente da fondamentalisti e sottobanco ci si prodiga in nome del business. A pagare il prezzo, ancora una volta sarà il popolo afghano, le donne costrette, se vogliono sperare di sopravvivere, a tornare a chiudersi nel pregiudizio, i bambini che potranno imparare solo l'uso delle armi e il Corano.
È da sperare che l'occidente - che dopo vent'anni e chissà quante migliaia di morti, si ritira quasi fosse una vittoria, gonfiando il petto con mielosi ammainabandiera - possa almeno non chiudere la porta in faccia ai disperati che noi stessi abbiamo costretto alla fuga per la vita. Per quanto riguarda l'Italia, non sarebbe poi male fare autocritica per aver violato l'art. 11 della Costituzione e chiedere perdono all'incolpevole popolo afghano per aver partecipato ai disastri di un'inutile invasione.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 luglio 2021
Dopo le scuse del governo in carica nel 2009, oggi il Senato della Repubblica Ceca ha finalmente approvato il provvedimento che stabilisce risarcimenti in favore delle migliaia di rom sterilizzate illegalmente dal 1966 (quando il paese era ancora la Cecoslovacchia) fino al 2021.
Le testimoni che hanno preso parte alla lunga campagna per ottenere i risarcimenti hanno denunciato di essere state costrette a firmare moduli di consenso mentre erano prossime al parto o si stavano riprendendo da un parto cesareo senza che qualcuno spiegasse loro di cosa si trattava o dietro la minaccia di vedersi ritirare i sussidi statali o di vedersi sottrarre i figli.
Il diritto internazionale ha sempre parlato chiaro: per le Nazioni Unite e il Consiglio d'Europa le sterilizzazioni illegali costituiscono un trattamento invasivo e permanente e quando sono eseguite senza uno scopo terapeutico e senza il consenso sono una forma di tortura.
Le sopravvissute alle sterilizzazioni illegali avranno diritto a un risarcimento di 300.000 corone (equivalenti a circa 12.000 euro): occorrerà domanda al ministero della Salute entro tre anni dall'entrata in vigore della legge, indicando il nome dell'ospedale dove avvenne la sterilizzazione. Certo, la cifra è del tutto modesta. Ma Elena Gorolova, vittima di sterilizzazione forzata e protagonista della campagna per i risarcimenti, afferma che "dopo anni e anni di lotta, sono soddisfatta. Le scuse del 2009 non bastavano. Ora il nostro gruppo di volontarie aiuterà le sopravvissute a presentare la domanda e a trovare la documentazione a sostegno".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 luglio 2021
C'è un sottobosco di popolazione che è senza residenza. E senza di essa, si è senza diritti. Ciò diventa ancora più problematico ai tempi di pandemia, perché vuol dire avere diritto al medico, alle cure di base e al sistema sanitario nazionale. Per questo l'organizzazione umanitaria ActionAid lancia la campagna # DirittiInGiacenza per denunciare che "troppo spesso nel nostro Paese l'esclusione dalla residenza è discrezionale, illegittima e discriminatoria verso le persone più fragili, sia italiane che straniere".
Nella giornata ieri, gli attivisti hanno "invaso" piazza Montecitorio a Roma con pacchi vuoti restati "in giacenza", tornati al mittente per mancanza di indirizzo, simbolo dei diritti sospesi. Un'azione dal forte impatto visivo denuncia un problema sommerso e sconosciuto che accomuna italiani indigenti e migranti, la fascia della popolazione più fragile che spesso vive in condizioni abitative precarie e senza titoli di possesso delle proprie case e che subisce gli effetti più gravi della negazione di diritti fondamentali.
Senza residenza, vuol dire vivere in uno stato di incertezza. La campagna lanciata da ActionAid denuncia che questa fetta di popolazione subisce discriminazione nell'accesso ai vaccini, avere problemi per la mensa scolastica e il bonus libri dei propri figli. O difficoltà ad accedere ai sussidi, ai buoni spesa Covid e all'assistenza sociale. E ancora non votare, spesso non poter rinnovare il permesso di soggiorno, essere costretti a registrarsi come senza fissa dimora.
È quanto sperimenta un numero imprecisato di persone italiane e migranti in Italia, oltre 300mila stimati solo quelle di origine straniera (Dati Ismu), che resta escluso dall'anagrafe. È la discriminazione invisibile che subiscono le persone che non riescono ad iscriversi all'anagrafe e i cui diritti, non esercitati, restano appunto "in giacenza". Assenza di dati verificabili da parte delle istituzioni non permettono di conoscere l'ampiezza reale di una parte importante della popolazione sul nostro territorio. Con la campagna # DirittiIn-Giacenza, gli attivisti di ActionAid vogliono denunciare che troppo spesso nel nostro Paese l'esclusione dalla residenza è discrezionale, illegittima e discriminatoria verso le persone più fragili.
Chi è escluso dall'iscrizione anagrafica è, nella maggior parte dei casi, impossibilitato a esercitare, com'è detto, alcuni diritti fondamentali. In alcuni casi questo legame è definito dalla legge, come nel caso del diritto di voto, per il quale l'iscrizione alle liste elettorali è strettamente connessa alla registrazione della residenza. In altri casi, di per sé, la residenza non dovrebbe essere un prerequisito per l'esercizio del diritto o per l'accesso a un servizio ma, nella prassi, molte amministrazioni pubbliche tendono a vincolare - anche quando non previsto dalla legge - l'erogazione dei servizi alla pregressa iscrizione anagrafica. In assenza di residenza, in sostanza, i diritti negati sono molteplici.
Ecco perché si viene esclusi dall'anagrafe
L'art. 43 del codice civile stabilisce che "la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale". Si tratta di una definizione molto chiara e semplice. Non può essere di ostacolo alla iscrizione anagrafica la natura dell'alloggio, quale ad esempio un fabbricato privo di licenza di abitabilità o non conforme a prescrizioni urbanistiche, roulotte, presenza o meno di un contratto regolare di proprietà o locazione. Nonostante questo, il legislatore negli anni ha escluso dall'anagrafe specifici gruppi sociali con finalità "punitive" - ad esempio i richiedenti asilo con i Decreti Sicurezza del primo Governo Conte - e prima ancora l'art. 5 del "Piano Casa" del 2014, nato per contrastare le occupazioni abusive, ha di fatto posto delle barriere insormontabili per migliaia di persone.
Per le persone straniere la situazione è ancora più grave: molti uffici non registrano le dichiarazioni di residenza presentate dai cittadini stranieri con il permesso di soggiorno in fase di rinnovo, conversione o rilascio, una procedura illegittima molto diffusa. Numerosi i casi di errori burocratici. Per sfuggire all'invisibilità chi è escluso dalla residenza è costretto a ricorrere alla cosiddetta iscrizione fittizia, cioè iscriversi come senza fissa dimora. Una soluzione difficile e che toglie dignità alle persone perché richiede un colloquio preliminare con i servizi sociali e ha tempi di gestione lunghissimi. La situazione ha creato anche un "mercato delle residenze", laddove si è costretti ad acquistare la possibilità di essere registrati presso un appartamento nel quale non si vive. L'organizzazione ActionAid ha condotto un sondaggio su 23 associazioni del Terzo settore impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti, dei senza dimora e dei più vulnerabili, per verificare quanto il problema sia diffuso e radicato nei diversi territori. Risulta che Il 48% di queste testimonia che sono le persone straniere che più spesso vedono negata la residenza. I migranti vivono infatti più spesso in condizioni di povertà economica e abitativa e in alloggi ritenuti (illegittimamente) non idonei per l'iscrizione anagrafica (ad es: affitti non registrati, case con molte persone presenti, ecc).
Secondo ActionAid, il personale degli uffici anagrafici non formato, barriere linguistiche, difficoltà delle pratiche burocratiche, discrezionalità e discriminazioni sono le cause principali che senza l'intervento diretto e la presa in carico delle associazioni non sarebbero superati. Per il 62% delle associazioni sono proprio le persone migranti a subire gli effetti più gravi e di forte impatto dell'esclusione dall'anagrafe.
Un problema comune a Nord, Centro e Sud d'Italia dove emerge chiaramente la difficoltà di assistenza per i lavoratori e i braccianti agricoli. Nelle comunità dove non sono presenti Ong, associazioni e sindacati non c'è nessuna forma di sostegno e orientamento legale. E allora che fare? Secondo ActionAid, è necessario che la Politica e le istituzioni invertano la rotta e garantiscano il diritto all'iscrizione anagrafica senza discriminazioni. In attesa che - come l'organizzazione auspica - venga abolito l'articolo 5 del Piano Casa, le amministrazioni locali possono mettere in campo alcune misure.
Quali? Rendere omogenee le prassi applicate negli uffici anagrafici e azzerare ogni prassi non conforme alla normativa. Oppure cessare ogni prassi non conforme in relazione alla richiesta del titolo di godimento dell'immobile. O ancora: restringere l'ambito di applicazione dell'art. 5 del decreto legge 47/ 2014 e favorire la deroga indicata nel comma 1 quater dell'art. 5, secondo il quale "il sindaco, in presenza di persone minorenni o meritevoli di tutela, può dare disposizioni in deroga a quanto previsto ai commi 1 e 1- bis a tutela delle condizioni igienico- sanitarie", così come attuato dal sindaco di Palermo nel 2019, che ha autorizzato l'iscrizione anagrafica in base a questa specifica previsione.
Altra raccomandazione è quella di allineare le procedure per l'iscrizione anagrafica per le persone senza fissa dimora al contenuto della legge, consentendo loro la possibilità di fornire autodichiarazioni, dichiarazioni di esercenti commerciali, di associazioni, etc., nell'ambito delle tempistiche e con le modalità definite dalla legge. Inoltre si propone di incentivare la formazione interculturale dei funzionari d'anagrafe e rendere effettiva la registrazione telematica dell'iscrizione per tutti gli interessati.
linchiestaquotidiano.it, 23 luglio 2021
Oggi, 23 luglio, è il giorno del grande debutto per i detenuti-attori del Carcere di Frosinone sezione Alta Sicurezza che in circa due anni hanno partecipato ad una serie di laboratori teatrali organizzato dall'Associazione Culturale Korinem e della compagnia teatrale Errare Persona all'interno del progetto "Korinem - Invisibili Teatro". Il progetto, che nasce come Officina Sociale della Regione Lazio e poi si è sviluppato grazie al Bando regionale per le attività con i detenuti. Dopo circa due anni di lavoro e di studio di William Shakespeare e delle sue opere, i detenuti sono pronti a presentare il loro "Macbeth" presso la struttura detentiva aprendo ad un pubblico che non sarà solo quello del Carcere ma che vedrà la partecipazione anche di alcuni ospiti esterni.
"Da tre anni siamo riconosciuti come Officina Culturale dalla Regione Lazio ma già da prima, dal 2017, ci occupiamo di laboratori teatrali nel Carcere con l'obiettivo di portare tra i detenuti la nostra idea di teatro sociale - commenta Damiana Leone della compagnia Errare Persona. Siamo molto soddisfatti di portare in scena questo Macbeth che è il risultato di un grande lavoro non solo nostro ma anche, e soprattutto, dei detenuti-attori e della collaborazione con gli educatori".
La messa in scena dell'opera sarà anche l'occasione per inaugurare la Sala Teatro che è stata realizzata grazie a fondi della Regione Lazio e con l'impegno dei detenuti guidati da Luigi Di Tofano insieme alla compagnia e alle associazioni parte del progetto "Korinem".
Grande soddisfazione per il lavoro emerso durante i laboratori del progetto anche dalla Direttrice del Carcere Dott.ssa Teresa Mascolo felice di poter inaugurare la sala teatro realizzata anche con fondi della Regione Lazio.
"Sono molto felice del risultato ottenuto dal progetto, il teatro e l'analisi delle opere è stato un modo per affrontare tanti temi diversi e far riflettere i detenuti accompagnati in un percorso collettivo dagli operatori che hanno saputo approcciare con grande qualità e sensibilità - conclude Damiana Leone. Sono, inoltre, soddisfatta di inaugurare, contestualmente allo spettacolo, anche la Sala Teatro. A testimonianza dell'importanza di questo progetto e della volontà di proseguirlo anche in futuro". Per la realizzazione dello spettacolo si segnala e ringrazia la regia e direzione artistica di Damiana Leone, con la collaborazione di Anna Mingarelli, allestimento e luci Luigi Di Tofano, assistente e riprese Giuseppe Treppiedi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 luglio 2021
Dopo il sì al ddl penale la guardasigilli può rilanciare il decreto scritto nel 2018 dai dem sui detenuti. Boss impuniti? Via Arenula replica alle obiezioni dei giudici antimafia. Un decreto riposto nel cassetto da Alfonso Bonafede, successore a via Arenula dell'attuale ministro del Lavoro. Se il doppio colpo riuscisse davvero, dunque, non solo sarà vanificato l'effetto distorsivo della prescrizione targata 5 Stelle, ma verrà anche rimessa sui binari quella riforma penitenziaria che proprio il Movimento e Bonafede decisero di archiviare. Naturalmente esiste il principio di realtà: affiancare ora al testo sul penale un'accelerazione sul carcere, considerate le tensioni con i 5 stelle sarebbe suicida. Ma vanno considerati altri due fattori: il pressing del Pd su norme e risorse da immettere nel campo penitenziario e la connessione oggettiva con le misure alternative che si trova già ora in alcuni passaggi del ddl Cartabia sul processo.
- Una nuova cultura della pena e non soltanto nuove carceri
- "C'è anche responsabilità politica dietro quei pestaggi"
- Santa Maria Capua Vetere. "Violenza a freddo, indagine su tutte le carceri della rivolta"
- Dopo Santa Maria Capua Vetere avanza l'ipotesi dell'amnistia
- La ministra condanna le violenze e assolve il dipartimento










