di Glauco Giostra
Avvenire, 12 giugno 2021
Assistevano in prima fila allo 'spettacolo' della decapitazione, continuando a lavorare a maglia: erano le tricoteuses, donne del popolo che non possiamo immaginare tutte sadiche sanguinarie. Probabilmente, nella eliminazione fisica dei rappresentanti di quell'aristocrazia che aveva tanto e tanto a lungo vessato il popolo, vedevano la giusta punizione per i soprusi subiti e la fine del loro soffrire. Il fatto, poi, che si stessero ghigliottinando molti innocenti e che quella lama non fosse la soluzione dei loro problemi, non possiamo certo addebitarglielo. Anzi, non è azzardato ipotizzare che, se lo avessero potuto immaginare, avrebbero smesso di sferruzzare e avrebbero chiesto una giustizia più giusta, nonché risposte meno plateali, ma più appropriate.
Anche noi rammagliamo le nostre giornate cenando o sdraiandoci sul divano davanti alla tv, il cui palinsesto sempre più spesso erige un patibolo mediatico sopra al quale trascinare il presunto responsabile del terribile misfatto di turno, che tanto ha scosso la nostra sensibilità e tanto angosciante allarme ha suscitato in noi. Ascoltare perentorie affermazioni di colpevolezza rassicura: la profonda ferita sociale causata dal delitto trova convincente e tempestiva sutura, senza attendere un processo lontano da noi, quanto a metodo di accertamento, e dal fatto di reato, quanto a distanza temporale.
Per carità, nessun plausibile accostamento con quello squarcio della Rivoluzione francese. Eppure c'è qualcosa, nella prontezza con cui certi media (magari 'garantisti' a intermittenza, come certi politici, quando alla sbarra vanno figure amiche) si affrettano a ghermire lo sconvolgente fatto di cronaca nera e a predisporre il carro su cui far salire i condannati senza giudizio; nella ostentata esibizione dei risultati investigativi da parte delle autorità inquirenti, soddisfatte di poter annunciare che giustizia è fatta; nel nostro inconfessato bisogno di crederci; nel diffuso fastidio per qualsiasi accertamento che possa in seguito smentire quelle sbandierate certezze; nel ritenere che non vi sia nulla di più democratico del tribunale dell'opinione pubblica; c'è qualcosa, dicevo, che dovrebbe destare molta preoccupazione.
Perché il tribunale dell'opinione pubblica ha a che fare con la giustizia, quanto la folla acclamante sotto a un balcone o 'likeggiantè dai social network ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla. Sarebbe bene piuttosto, dopo aver restituito a queste due forme di 'barbarie civilè i nomi appropriati - rispettivamente, infotainment giudiziario e oclocrazia (óchlos, massa; krátos, potere) -, coglierne la strettissima e inquietante parentela.
Perché una società per la quale la dignità del singolo è valore sempre subvalente rispetto al proprio bisogno di rassicurazione è una collettività in balìa di chi saprà agitare pericoli e paure, puntando l'indice contro ogni diversità in grado di calamitare il rancore sociale. Perché l'insicurezza sociale, che troppi media a mo' di specchio ustorio riflettono e alimentano, costituisce una ghiotta opportunità per certa politica deteriore: offre agli imbonitori di turno la possibilità di lucrare facile consenso contrabbandando per argine contro la criminalità il più cieco rigore punitivo, notoriamente inutile rispetto all'obbiettivo che si ostenta di voler perseguire (negli Usa, gli Stati che prevedono la pena di morte registrano mediamente più alti indici di criminalità rispetto a quelli che non la ammettono).
Perché all'opinione pubblica che reclama a gran voce una risposta immediata alla propria angoscia, talvolta la magistratura inquirente è indotta sciaguratamente a offrirla, con maldissimulato compiacimento, e, nel migliore dei casi, con impropri intenti rassicuratori. Perché i testimoni finiscono fatalmente e inconsapevolmente per rielaborare il proprio ricordo in modo da conformarlo al racconto che del fatto di reato hanno imbastito gli organi di informazione: una 'subornazione mediatica' che non potrà trovare alcun antidoto processuale. Perché questo ingravescente fenomeno per cui le autorità giurisdizionali, ogniqualvolta che sono chiamate ad assumere decisioni percepite come incidenti sulla sicurezza sociale, vengono cinte da una sorta di assedio emotivo, finisce per delegittimare la giustizia che non condanna e alla lunga potrebbe indurre persino a conformare alla precedente sentenza mediatica quella giurisdizionale.
Non vorremmo che un Alessandro Manzoni del futuro dovesse scrivere anche del nostro tempo che i giudici avevano "il timor di mancare a un'aspettativa generale, di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contra di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non meno miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commettere l'ingiustizia".
Sono tanti i fattori che dovrebbero sinergicamente concorrere per superare questa inquietante tendenza mediatica, segnatamente della tv, ad allestire parodie processuali: una maturazione civile del nostro Paese, dopo la desertificazione culturale prodotta da certa televisione commerciale, purtroppo in larga misura emulata dal servizio pubblico; una politica che sappia rinunciare alla cinica speculazione sulle paure della gente; una riforma del processo penale che ne riduca i tempi geologici; una maggiore professionalità degli operatori dell'informazione e della giustizia; più stringenti regole deontologiche e disciplinari; un assetto normativo che segni rigorosi confini tra informazione sul processo e processo sui mezzi di informazione, presidiandoli con rigorose sanzioni interdittive ed economiche. Ma nell'orizzonte prossimo non si scorgono miglioramenti significativi. Di certo, non se ne vedranno sino a quando non vi sarà diffusa, turbata consapevolezza dell'insidioso degrado civile che stiamo attraversando: il media- evo della giustizia penale.
di Michele Ainis
La Repubblica, 12 giugno 2021
Manca ancora un testo, un progetto di legge timbrato dal governo, eppure si discute animatamente su proposte e ipotesi. Fin qui, sulla giustizia, c'è una riforma senza forma: manca ancora un testo, un progetto di legge timbrato dal governo. Eppure le discussioni s'accendono come cerini. Ma senza un testo sul quale confrontarsi, di che discutono i discussant?
D'ipotesi, o al più di proposte caldeggiate da questa o quella commissione ministeriale, e immediatamente respinte da questo o quel partito. È l'esito d'una babele che dura ormai da troppo tempo: qualunque idea divide prima ancora di venire formulata.
In questa Babilonia, c'è però una scelta che chiama in causa la ministra in carica, e insieme a lei le forze di governo. Dovranno decidere fra l'aspirina e il cortisone, fra una terapia minima e uno shock per curare la giustizia italiana. Che sia malata, d'altronde, non c'è dubbio. Un sondaggio Ipsos espone numeri eloquenti: quasi un italiano su due (il 49%) dichiara di non avere più fiducia nella magistratura, mentre nell'ultimo decennio il credito che circonda il potere giudiziario è sceso a precipizio (dal 68 al 39%).
La giustizia - dice l'articolo 101 della Costituzione - viene "amministrata in nome del popolo"; ma di questi tempi manca il popolo, resta soltanto l'amministratore. Ed è un problema, anzi una sciagura. Perché il discredito offusca l'autorità dei giudici, ne incrina la legittimazione. E perché mette radici nella stessa democrazia applicata alla cittadella giudiziaria, con i suoi tre corollari: il pluralismo culturale, il metodo elettivo, il consenso come fondamento del potere. Sennonché il potere del Csm è tutto in mano alle correnti organizzate, che nessun sistema elettorale è riuscito mai a scalfire. E le correnti decidono carriere, incarichi, prebende.
Dinanzi a questa crisi - giuridica e morale - si fronteggiano due eserciti: i minimalisti e i massimalisti. Non sempre è agevole distinguerli, giacché i primi spesso si travestono con i panni dei secondi, e allora dettano riforme secondarie spacciandole per altrettanti rivolgimenti normativi, quando si tratta in realtà d'aggiustamenti, di correzioni leggere come cipria. I minimalisti sono conservatori, però hanno pudore a dichiararsi. Tuttavia c'è almeno un elemento, un indice esteriore, che li divide dai massimalisti. Dipende dall'oggetto stesso della riforma: la legge ordinaria o la Costituzione. E dipende dalla profondità dell'intervento, dalla sua attitudine a separare nettamente politica e giustizia, anche attraverso soluzioni inedite, mai sperimentate. Come il divieto di ricoprire funzioni giudicanti nei confronti del magistrato cessato da una carica elettiva. O l'uso del sorteggio per formare il Csm. O il rinnovo parziale dell'organo, allo scopo di rompere la morsa correntizia. O l'attribuzione a un'Alta corte di giustizia del potere di decidere sugli illeciti disciplinari dei magistrati, dato che la giurisdizione domestica ha offerto pessime prove (nemo iudex in causa propria, dicevano i latini).
Su tutti questi aspetti la commissione nominata da Cartabia ha detto no. Senza compromessi, senza concessioni al fronte dei massimalisti. Proponendo viceversa l'ennesima legge elettorale che dovrebbe trasformare in santi i diavoli. Riducendo le firme necessarie per la presentazione delle candidature, quando il referendum di Lega e Radicali le elimina del tutto. Aumentando a dismisura i membri del Csm (36+1, come alla roulette).
E respingendo con toni un po' sdegnati l'idea stessa del sorteggio, pur applicandola - contraddittoriamente - in un'ipotesi minore (pag. 12 della Relazione). Eppure il sorteggio, diceva Montesquieu, rende concreta l'eguaglianza. E i giudici formano una comunità d'eguali, distinti solo per funzioni (articolo 107 della Costituzione). D'altronde gli stessi costituenti prescrissero l'uso del sorteggio per il nostro più alto tribunale, la Consulta, quando giudica sui reati del capo dello Stato (articolo 135). Non sarebbe una bestemmia, quindi, estenderlo pure al Csm. Si può fare a Costituzione invariata, benché quest'ultima indichi il metodo elettivo: basta sorteggiare una platea di candidati da sottoporre alle elezioni. Per le correnti giudiziarie, sarebbe un funerale. Per la giustizia italiana, è un funerale ogni riforma finta, edulcorata.
di Pietro Chiaro
Il Domani, 12 giugno 2021
Dopo aver ascoltato qualche sera fa il procuratore Gratteri alla trasmissione curata dalla Gruber, mi sono ancora più convinto del ritardo culturale che ci accompagna sul versante carcerario, del quale, non a caso, non si parla più da tempo. Nemmeno è dato, tra l'altro, di sapere a che punto sono le indagini sulle rivolte avvenute l'anno scorso nelle carceri di Pisa e Santa Maria Capua Vetere, con le morti poco chiare di alcuni detenuti, conseguenti alle stesse.
Accennavo al deficit di approfondimento cognitivo del problema del carcere e della sua funzione, e reale necessità. Ritardo culturale che non permette l'adeguata comprensione della problematica correlata alla natura e all'entità della pena, e alla sua funzione in rapporto al trattamento e alla sorte del detenuto. Ebbene, a differenza del messaggio che sembra pervenire dal pur ottimo magistrato in questione - sotto scorta da moltissimi anni, per la costante e rigorosa lotta alla malavita calabrese - bisogna insistere nel ricordare ai cittadini che la pena, più che alla funzione vendicativa, racchiusa in quella punitiva e retributiva, ha una finalità essenzialmente rieducativa e recuperativa (così come previsto dall'art. 27 della Costituzione).
La privazione della libertà, che non va affidata necessariamente alla restrizione in quattro mura, da adottare come extrema ratio, ma altresì alle previste pene alternative, deve avere come ottica il recupero alla società del soggetto-detenuto, che un giorno dovrà in essa rientrare, libero da ogni vincolo. Resto convinto se si insiste su questo messaggio, si riuscirà a far comprendere perché il carcere ha una funzione falsa e puramente ideologica e perché il "fine pena mai" è incompatibile con il rispetto della dignità della persona, insita anche nel peggiore assassino.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 12 giugno 2021
"Io capisco che un ministro della Giustizia non possa venire a firmare per un referendum sulla giustizia, ma la invito ugualmente a farlo", dice il senatore leghista. "Personalmente nutro la massima stima nell'attuale Ministro della Giustizia, Maria Cartabia, per il il suo incarico attuale e per la sua esperienza e autorevolezza da giudice.
Ho apprezzato le sue parole nell'intervento di oggi in Senato se non fosse che nella realtà temo siano scritte sull'acqua, soprattutto rispetto all'avviso di garanzia. Se la Cartabia dovesse mai, e non glielo auguro ovviamente, provare sulla propria pelle cosa significa ricevere un avviso di garanzia ritengo che solo allora potrebbe capire che significato ha oggi mediaticamente la ricezione di quest'atto a tutela dell'indagato che, come ha ammesso la stessa Cartabia: "spesso diviene di dominio pubblico e rischia di innescare di un meccanismo di stigmatizzazione sociale, a detrimento, anziché a vantaggio, della persona destinataria"". A dirlo è il senatore leghista Roberto Calderoli, vice presidente del Senato, che si rivolge alla guardasigilli Marta Cartabia per sottolineare l'importanza dei referendum sulla giustizia proposti da Lega e Radicali.
"Ecco, questo è proprio quello che non riesco a capire, e rivolgo la domanda al Ministro della Giustizia, non riesco a capire come un atto a tutela dell'indagato finisca prima alle testate giornalistiche che nelle mani dell'interessato, come possano contenuti di indagine, sottoposti a segreto d'ufficio, o le motivazioni di pronunciamento di un Tribunale, arrivare nelle scrivanie dei giornalisti prima che nelle mani degli imputati.
Ma tutto questo, ministro, non rappresenta un reato? Ovviamente sì. E qualcuno non può prendersi la briga di indagare sulle origini di queste fughe di notizie con l'esercizio dell'azione penale e arrivare a trovare il vero responsabile di questa fuga di atti riservati? Finora ovviamente no! I nostri referendum chiedono anche questo, che chiunque nel sistema della giustizia sbagli poi paghi ma paghi sul serio. Io capisco che un ministro della Giustizia non possa venire a firmare per un referendum sulla giustizia, ma la invito ugualmente a farlo: venga a formare anche lei, la aspettiamo! Ma soprattutto spero vengano a firmare i cittadini perché andare avanti così non è giusto", aggiunge Calderoli.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 12 giugno 2021
Il segretario dem ha detto che il referendum è solo un modo per fare lotta politica e che il suo programma è quello di Cartabia. Quindi nessun blocco alle porte girevoli, nessuna responsabilità per i magistrati e ancora più potere alle correnti.
Una vera riforma della giustizia non s'ha da fare! Questo il vero senso delle parole, che Letta sta spendendo, giorno dopo giorno, sul tema della giustizia. Dispiace rilevare che anche Mattarella ha pronunciato, probabilmente al diverso fine di tutelare le istituzioni, parole che, di fatto, possono avere lo stesso effetto. Ma procediamo con ordine.
Lo scadimento raggiunto dal precedente CSM nella amministrazione dell'Ordine Giudiziario è stato ben rappresentato dalla lettera pubblica, con cui Andrea Mirenda, presidente di sezione del tribunale di Verona, annunciava nel luglio 2017 di andare a fare il magistrato di sorveglianza come "gesto controcorrente, di composta protesta verso un sistema giudiziario improntato ormai ad un carrierismo sfrenato, arbitrario e lottizzatorio, che premia i sodali, asserve i magistrati alle correnti...".
Successivamente, il trojan, che ha disvelato i rapporti di Palamara, ha portato alla luce una realtà ancora più ampia e degradata di quella denunciata da Mirenda. Ha fatto seguito la pubblicazione del libro intervista Sallusti-Palamara, che ha dato conto dell'esistenza di un sistema, capace di influenzare non solo l'attribuzione degli incarichi nell'ambito dell'ordine giudiziario, ma anche l'esito dei procedimenti.
Il sistema avrebbe anche determinato l'elezione dell'attuale vicepresidente del CSM. Sono divenute di pubblico dominio le registrazioni di alcune dichiarazioni di Amedeo Franco, giudice relatore nel processo in Cassazione che ha confermato la condanna di Berlusconi, secondo cui il collegio giudicante non sarebbe stato sereno. Un componente togato del CSM è andato in pensione per limiti di età, ma solo dopo aver condotto una battaglia strenua per restare ciononostante al suo posto. È divenuto noto il contenuto di alcuni verbali relativi agli interrogatori re si dall'avv. Amara innanzi alla Procura della Repubblica di Milano, secondo i quali sarebbe esistita una cd. Loggia Ungheria, che, tra l'altro, avrebbe condizionato l'assegnazione di incarichi direttivi ai magistrati.
Tali verbali sarebbero stati informalmente consegnati da un magistrato inquirente ad un componente del CSM ed il relativo contenuto sarebbe stato, sempre informalmente, condiviso da quest'ultimo con il Presidente della Commissione antimafia. La ragione di questo passaggio di mano dei verbali sarebbe stata la preoccupazione dovuta al fatto che, nonostante la gravità delle rivelazioni, non fossero state subito disposte dal capo dell'ufficio le conseguenti indagini. Milena Gabanelli nella sua rubrica 'Data room" ha offerto alcuni dati precisi, e sconvolgenti, su come funziona la giustizia domestica nell'ambito del CSM.
Alla crisi di carattere istituzionale, di cui sono espressivi i fatti appena menzionati, si è aggiunto, con drammatica evidenza, l'aggravarsi della crisi del servizio giusti zia, che non è più in grado, troppo spesso, di dare una risposta adeguata, nei tempi e nei contenuti, alle esigenze della collettività. Tanto da essere diventato uno dei fattori decisivi della crisi struttura le in cui versa l'economia italiana.
A fronte di tutto questo, il Capo dello Stato ha affermato, in occasione del ventinovesimo anniversario della strage di Capaci, che "sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all'interno della Magistratura, minano il prestigio e l'autorevolezza dell'Ordine Giudiziario". In altri termini, "non litigatè. Forse un po' poco, troppo poco, rispetto al quadro appena descritto. La drammatica crisi in cui la giustizia è sprofondata è il frutto avvelenato del rifiuto di dare corso a qualsiasi tentativo di riforma.
La Magistratura associata, con il sostegno di alcune forze politiche, si è opposta pervicacemente a qualsiasi tentativo di incidere sull'attuale assetto, in nome della tutela dell'autonomia e dell'indipendenza. Ma, nel momento in cui emerge che il risultato è la creazione di un "sistema", quale quello descritto da Palamara e confermato dalle intercettazioni che lo riguardano, il rifiuto di ogni possibile riforma si è palesato essere stato nient'altro che la difesa di un assetto di potere, per giunta del tutto illegittimo.
Oggi, il Governo in carica si sta muovendo in una duplice direzione da 1m lato cercando di intervenire sui meccanismi della giustizia civile e su quelli della giustizia penale e, dall'altro, cercando di intervenire sull'ordinamento giudiziario (composizione del CSM, rapporti tra funzione requirente e funzione giudicante, attività politica dei magistrati, etc.). Su quest'ultimo tema si concentra, in modo pressoché esclusivo, anche l'iniziativa referendaria portata avanti dal Partito Radicale e dalla Lega. Letta non ha avuto esitazioni nel posizionare il Partito Democratico su di un atteggiamento nettamente conservatore.
Sul tema della riforma della giustizia penale ha tenuto a precisare di essere contro l'impunitismo. Neologismo creato per l'occasione, ma di significato assai miserevole se, come sembra, esprime l'ossessione di ogni giustizialista che qualcuno possa farla franca. Tutto il contrario di quello che il pensiero liberale ha sempre ritenuto: il problema centrale del diritto penale è quello di garantire lo statuto dell'imputato, anche se colpevole, essendo chiamato a misurarsi con un potere, quale quello dello Stato, che se non regolato è illimitato e potenzialmente prevaricatore.
Ma è soprattutto sul secondo aspetto che si misura la posizione di Letta. Ha, difatti, dichiarato che il suo programma su questi temi è quello della Ministra Cartabia e che l'iniziativa referendaria è solo un modo, evidentemente a suo avviso esecrabile, 'per fare lotta politica". Sennonché la proposta di riforma dell'ordinamento giudiziario, che la Ministra ha illustrato ai capi gruppo dei partiti di maggioranza della Commissione Giustizia alla Camera non tocca, ma anzi rafforza, il potere delle correnti, non (docce le porte girevoli tra magistratura e politica, non introduce alcun profilo di responsabilità per i magistrati, non affronta realmente il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, non assegna alcun ruolo alla società civile nella valutazione dei magistrati.
Si potrebbe obiettare che si tratta, alla fin fine, di problemi che riguardano per lo più le questioni interne all'Ordine Giudiziario. Ma non è cosi: qualsiasi riforma della giustizia civile e della giustizia penale passa attraverso l'interpretazione, che poi è chiamata a darne la magistratura.
Ed una magistratura totalmente autoreferenziale, come quella attuale, è capace di vanificare ogni riforma. Un esempio? Più volte il legislatore, negli ultimi trenta anni, ha cercato di intervenire per limitare l'uso della carcerazione preventiva. Ma senza successo: la magistratura ha interpretato le nuove norme in continuità con le proprie prassi precedenti. E l'eccesso di custodia cautelare non è mutato.
di Eduardo Savarese
Il Riformista, 12 giugno 2021
Luoghi e occasioni per parlare di giustizia predittiva e intelligenza artificiale nel comparto giustizia aumentano vertiginosamente. Intanto il 20 aprile scorso la Commissione europea ha approvato la proposta di regolamento sull'AI (Intelligenza Artificiale), contenente procedure di valutazione di impatto e di certificazione per le applicazioni ad alto rischio, come gli algoritmi valutativi e quelli adoperati nel settore della giustizia.
Il libro bianco Giustizia 2030, dal canto suo, nel prospettare tutte le possibilità della giustizia digitale, riserva ampia attenzione al tema di intelligenza artificiale e uso di algoritmi nell'identificare mezzi e obiettivi della giustizia predittiva. Si intensificano, in quest'ottica, i progetti di ricerca, come quello avviato a Pisa dalla Scuola Superiore Sant'Anna, funzionale a creare una banca dati della giurisprudenza per valutare le chance di successo e i tempi di contenzioso. Tra gli entusiastici aedi di questa nuova frontiera e i diffidentissimi critici che invocano Sofocle e la Costituzione, poniamoci, socraticamente (ma anche vonnegutianamente), qualche domanda.
La prima afferisce al metodo: la giustizia predittiva è invocata a quale scopo? La risposta parrebbe, più che semplice, banale: velocizzare la giustizia, rendere il sistema più performante, più efficiente, a beneficio della (famigerata, perché a sua volta scarsamente definita) utenza. Declinata così, mi sembra che continuiamo imperterriti a parlare del fumo e non dell'arrosto. Il quale arrosto sta in un interrogativo ben diverso: posto che una risposta di giustizia deve attuarsi in un tempo ragionevole, in un certo contesto - poniamo l'Italia, anzi poniamo il Mezzogiorno d'Italia - secondo quali meccanismi e per quali bisogni fa formandosi la domanda di giustizia? A me pare che questo interrogativo resti ostinatamente inevaso: ma per incidere sui sistemi noi dobbiamo avere la possibilità di analizzare il dato da entrambi i lati, domanda e offerta. Allora forse gli algoritmi ci potrebbero aiutare a comprendere, per esempio, che impatto ha il numero di avvocati nella creazione di domanda di giustizia, oppure cosa comporta - in termini di costi per il sistema giustizia - un fenomeno epocale come quello del flusso incessante di migranti da un continente a un altro.
Una seconda domanda tra Socrate e Vonnegut è poi culturale: quando invochiamo o condanniamo l'algoritmo, sappiamo davvero di cosa stiamo parlando? Insomma, i giuristi - almeno in Italia - spesso fanno fatica con le scienze più o meno esatte. Una cosa è certa, però (la letteratura distopica lo insegna): l'algoritmo è un dispositivo tecnico strumentale a un esercizio di potere. Occorre capire chi lo forma, perché, secondo quali criteri: occorre cioè formarci ad apprendere la lettura del contenuto e del modo d'operare dell'algoritmo. Si tratta quindi di farci consapevoli della modificazione del paradigma di conoscenza in atto da tempo in ogni settore e che vuole attraversare anche la giustizia.
Terza e ultima questione: dal momento che l'algoritmo può servire a molte cose (prevenire i reati, orientando l'attività di indagine, valutare le prove, risolvere questioni interpretative delle norme, orientare i modi di risoluzione delle controversie civili alternativi alla sentenza), a me pare di poter individuarne tre utilità foriere di risultati potenzialmente fecondi. In primo luogo, forse potremmo affidare a un algoritmo - definito per legge del Parlamento - la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari (l'uso degli algoritmi nei concorsi pubblici, come si sa, è già una realtà effettiva, e il Consiglio di Stato ha fornito diverse indicazioni al riguardo).
In secondo luogo, all'algoritmo potremmo chiedere di analizzare i flussi di domanda di giustizia al fine di ridisegnare la geografia giudiziaria di questo Paese e soprattutto dei Tribunali campani. In questi due casi, la pretesa neutralità dell'algoritmo potrebbe liberarci di due zavorre che opprimono la magistratura e il funzionamento della giustizia (con profili e problemi evidentemente diversi tra l'uno e l'altro aspetto).Infine, e quel che mi sembra più interessante, è l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per l'analisi delle prospettive di successo di un'azione giudiziaria civile che si voglia intentare, sistemi leggibili (questa è un po' la ratio del progetto pisano, se ho ben capito) anche dal comune cittadino senza la necessaria intermediazione dell'avvocato.
Questo percorso aprirebbe una - per così dire - maggiore consapevolezza democratica nella volontà di ricorrere ai Tribunali ovvero nella scelta di trovare sistemi alternativi di risoluzione delle controversie. Non solo, l'elaborazione dei dati assicurata da sistemi di AI nel comparto giustizia aiuterebbe un istituto al quale credo molto e che sostengo da anni, prendendolo a prestito dalla riforma attuata presso la Corte di Strasburgo: quello del "giudice filtro" che stabilisce, anche sulla base dell'esistenza di consolidati orientamenti giurisprudenziali oppure di pacifiche applicazioni di norme di diritto positivo, se una causa è più o meno "sensata", stabilendone anche la futura calendarizzazione nei mesi se non negli anni a venire.
In conclusione, se tutto non si riducesse a formulette di marketing e a target efficientisti, i temi dell'intelligenza artificiale e della giustizia predittiva potrebbero essere un campo di rinnovamento vasto e stimolante del sapere giuridico. Non voglio essere pessimista, ma lo "Zeitgeist" sembra soffiare verso una nuova corsa alla redazione di pagelline e premi a punti.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 12 giugno 2021
Intervista al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, dopo il caso della sindaca di Parma: "Se ci sono pm in giro per l'Italia che indagano quattro o cinque volte un primo cittadino e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione, una conseguenza dovrà pur esserci". Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, sulle recenti indagini contro i sindaci spiega che "se ci sono pm in giro per l'Italia che indagano quattro o cinque volte un primo cittadino e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione, una conseguenza dovrà pur esserci".
Sindaco Pizzarotti, a mente fredda che idea si è fatto dell'indagine sulla sindaca di Crema?
Il fatto di Crema è stato così paradossale che ha reso evidente ciò che in altre occasioni lo era già. Senza entrare nel dettaglio della scuola di Crema, il tema generale era la porta, che secondo l'accusa doveva avere presupposti di sicurezza diversi da quelli che aveva. Ma se il sindaco avesse voluto intervenire, avrebbe potuto comunque essere indagata perché avrebbe potuto usare impropriamente il suo potere, non essendoci motivi di urgenza. Come fai, sbagli.
Quali garanzie dovrebbero essere fornite a sindaci per evitare conseguenze del genere?
Tutti i sindaci hanno sempre detto che nessuno di noi vuole avere un lasciapassare che lo sottragga dalle proprie responsabilità, ma queste devono essere conseguenti alle potenzialità della figura del sindaco. È necessario poi che non ci sia discrezionalità delle procure, perché questa renderebbe tutto molto complesso.
Cioè?
A volte vengono indagati i dirigenti, in altri casi gli assessori, in altri i sindaci, in base al gusto di chi sta indagando. Se c'è una catena delle responsabilità e delle azioni si deve poter seguire in ogni occasione. Non credo sia naturale che ogni volta sia a discrezione dell'inquirente. Faccio un esempio che mi riguarda. Sono stato indagato per disastro colposo per i fatti dell'alluvione del 2014, quando l'acqua aveva invaso anche altri comuni, i cui sindaci però non sono stati indagati. Io lo sono stato semplicemente perché Parma era la più grande città colpita e si trova a valle, ma non mi sembra questo un canone per prendere decisioni diverse sui singoli. Servono canoni oggettivi e non soggettivi.
Si dice che per evitare casi come quello di Crema "bisogna cambiare le leggi". In che modo?
Non sono un giurista e non entro nella questione, ma la paura della firma, tante volte citata da Draghi, è un tema che esiste. Sono le procedure a dover cambiare. Il sindaco firma ogni giorno decine di documenti sui quali non ha la competenza personale per sapere se sono giusti o sbagliati e così si fida del proprio assessore o funzionario. Se ci sono i visti di correttezza amministrativa ed economica la firma del sindaco è un atto politico, ma un atto politico non può avere conseguenze di responsabilità giuridica.
É per tutti questi motivi che oggi nessuno o quasi vuol fare più il sindaco?
É un tema molto soggettivo. Sicuramente il lavoro del sindaco è uno dei più belli, perché lo fai per la tua comunità con l'orgoglio della città dove tendenzialmente sei nato e vissuto. Puoi prendere decisioni efficaci in poco tempo, se hai le risorse economiche, e questo lo differenzia ad esempio dal consigliere regionale o dal parlamentare. Al tempo stesso, a differenza di come lo può pensare il comune cittadino, più il comune è piccolo più il sindaco è a contatto diretto con i vari problemi. Nell'immaginario medio del cittadino forse non è chiaro quali siano i contorni entro i quali il sindaco, a fatica, si muove. Molti sindaci delle grandi città hanno a proprio carico delle indagini pendenti.
Crede che l'operato della magistratura rischia di imbrigliare il lavoro dei primi cittadini?
Il tema giudiziario è sempre più rilevante. Potremmo citare i casi di Appendino e Raggi, ma sono tanti i sindaci che hanno inciampi giudiziari che poi nella stragrande maggioranza finiscono nel nulla. Ed è per questo che chi ha una propria credibilità magari rinuncia a candidarsi. Non è bello vedere sul giornale locale della città il proprio nome con la dicitura "indagato" e doverlo spiegare ai propri familiari e amici. Io, ad esempio, spendo duemila euro all'anno di assicurazione sulla cause civili e penali. A volte, poi, finisce male.
Come nel caso dell'ex rettore dell'università di Parma...
Esatto. Il nostro ex rettore, persona straordinaria, si è suicidato nel 2018 a causa di un procedimento che oggi, anni dopo la sua scomparsa, si è chiuso con un nulla di fatto per tutti. Il fattore di interpretazione e di peso personale non può essere sorvolato. Bisognerebbe poi anche entrare nel filone della separazione delle carriere e della responsabilità dei magistrati. Entriamoci, visto che sono questioni di grande attualità. Tra le due questioni, quella che riguarda più da vicino le indagini sui sindaci è la responsabilità civile dei magistrati. Se ci sono pm in giro per l'Italia che ti indagano quattro o cinque volte e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione una conseguenza dovrà pur esserci. Come viene chiamato in causa il medico o il sindaco che sbaglia, così deve esserlo il magistrato che sbaglia. È un tema che è stato lasciato troppo alla destra, perché la sinistra non ha mai avuto il coraggio di affrontare in maniera sana il tema delle riforme della giustizia, necessarie per adeguare il sistema con ciò che accade in Europa.
Crede che le scuse di Di Maio all'ex sindaco di Lodi siano un segnale del fatto che il giustizialismo è ormai stato messo in soffitta o andrebbero contestualizzate nell'attuale scenario politico?
La mia interpretazione è che si tratta di opportunismo politico. Prima c'erano la gogna mediatica e il giustizialismo, oggi si va verso un'immagine moderata del Movimento 5 stelle con e grazie a Conte, e per farlo anche i toni devono essere quelli di un centro moderato, che difende fino a giudizio definitivo chi è accusato o indagato. Era opportunismo politico all'epoca, perché faceva audience urlare contro i politici che rango tuti corrotti, e lo è oggi, perché essendo al governo fa comodo dare un'immagine diversa. Oggi essere garantisti conviene a tutti. Penso però che la mancanza di coerenza spinga le persone sempre più lontano dalla politica, e questo lascia l'amaro in bocca.
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 12 giugno 2021
"Prima gli italiani": la sindaca leghista aveva tagliato fuori dal bando i cittadini bengalesi. Che la Lega, dappertutto, cerchi in tutti i modi di far fuori gli extracomunitari, anche quando regolarmente residenti, da contributi, concorsi, assegnazioni di posti negli asili nido e quant'altro, è cosa risaputa. Così come ormai fa giurisprudenza la lunga lista di sentenze che riconoscono l'illegittimità di tali atti. Bandi annullati, graduatorie sospese, un po' dappertutto è tutto un fare e disfare.
È successo anche a Monfalcone dove sono finiti sotto processo bandi e graduatorie legate all'assegnazione di alloggi popolari e all'ottenimento di contributi per l'affitto. Coinvolta Regione, Ater, e Comune. Chiedere un supplemento di documentazione ai cittadini extracomunitari, la prova ufficiale di non possedere proprietà immobiliari all'estero, quando agli altri basta autocertificare, il più delle volte cozza contro l'impossibilità pratica di ottenere tale documentazione che, se anche fosse disponibile, comporterebbe spese inaffrontabili di registrazione, traduzione, autenticazione ecc. Vale così, in particolare, per i cittadini bengalesi, quei tanti che lavorano nel cantiere navale di Monfalcone, spesso per incontrollate ditte di subappalto, con contratti capestro quando riescono ad avere un contratto, ricattati, sfruttati, lasciati in mano a profittatori di ogni genere che speculano sulla loro fragilità e non si fanno scrupolo anche di ospitarli in nero per lucrare sui loro bisogni più basilari.
Gli extracomunitari a Monfalcone rappresentano più del 25% della popolazione, un numero enorme, e orbitano praticamente tutti attorno a Fincantieri. La maggioranza viene dal Bangladesh e ha attraversato mezzo mondo per arrivare su questo golfo e costruirsi un futuro. Sembra inevitabile che l'amministrazione comunale debba occuparsene, dopo tutto è sul loro disgraziato lavorare che si garantisce anche un bel ritorno economico ed è sulla costruzione di una società includente e pacifica, che può misurare la serena convivenza dei suoi cittadini. Invece no, "Prima gli italiani", ecco così i bandi che pretendono documenti da reperire in Bangladesh e poco importa se in quel Paese sostanzialmente il catasto, come parecchio altro, non esista. Fuori dalle graduatorie, niente casa, niente contributi.
Ma quindici cittadini asiatici e trentacinque residenti bengalesi si sono rivolti all'avvocato Cattarini ed è partito il ricorso. Di due giorni fa la sentenza: la giudice del Tribunale di Gorizia, Di Lauro, riconosce che Regione, Ater e Comune di Monfalcone hanno tenuto una condotta di carattere discriminatorio e, regole uguali per tutti, ha ordinato l'inserimento in graduatoria di tutti quelli che ne avrebbero avuto diritto. Ma per la sindaca di Monfalcone Cisint oltre al danno c'è la beffa: la Regione Friuli Venezia Giulia aveva messo a disposizione un budget per finanziare il taglia/affitti ma, se ora Monfalcone deve raddoppiare la graduatoria degli aventi diritto, mancano più o meno 700 euro che spettano ai cittadini monfalconesi che affittano casa e che la Regione non può più garantire. Gli uffici comunali devono rifare tutto, nuove graduatorie, altro tempo perso, altro lavoro che si poteva evitare se solo si fosse usata la ragionevolezza e non la protervia leghista. Il commento di Anna Maria Cisint?
La sindaca glissa ma dovrà tagliare da qualche altra parte, dovrà ridurre altri servizi perché servono soldi a questo punto. Pagheranno i cittadini. "Siamo stanchi di vedere i costi della propaganda scaricati sui cittadini, vogliamo amministratori che facciano il bene della comunità, che conoscano e difendano la Costituzione, che uniscano la comunità anziché dividerla" commenta Cristiana Morsolin, consigliera comunale di "la Sinistra per Monfalcone".
di Chiara Daina
Corriere della Sera, 12 giugno 2021
Quali sono le strategie più efficaci per aiutare i minori che hanno commesso un reato? Chi sono gli adolescenti che trasgrediscono? Quali necessità hanno? La cooperativa sociale Arimo di Milano (che dal 2003 aiuta i minori con vite difficili, sottoposti a misure penali o vittime di abuso e allontanati dalle famiglie, a riscrivere i loro destini) ha istituito il primo Osservatorio annuale dedicato ai ragazzi e alle ragazze a rischio di devianza, con l'obiettivo di capire i loro bisogni e di trovare nuove soluzioni e di promuovere interventi in grado di stimolare le risorse personali con cui costruire una nuova identità e un'alleanza con la società civile. L'Osservatorio è presieduto da un comitato scientifico, di cui fa parte Lamberto Bertolè, presidente di Arimo, e a cui hanno già aderito Joseph Moyersoen, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Genova, Ferruccio De Bortoli, e Federico Capeci, amministratore delegato di Kantar. "Un adolescente che commette un reato sta chiedendo aiuto, spesso inconsciamente, e se non riceve risposte l'asticella si alza, il livello di trasgressione diventa ancora piu forte e questa identità si consolida - dichiara Bertolè -. Le risposte che possiamo dare, che possono essere anche sanzionatorie, devono soprattutto essere risposte responsabilizzanti e non passivizzanti, come quelle della detenzione".
Il ruolo delle comunità per il recupero dei minori in difficoltà - Per far funzionare i servizi e le comunità educative, sottolinea il presidente di Arimo, "c'è bisogno di educatori formati e motivati e di non demonizzare il mondo delle comunità, di cui comunque si fa un uso residuale in Italia, perché si tende a lasciare il minore il più possibile con la sua famiglia, e che sono più sicure del carcere avendo tassi più bassi di recidiva. Fondamentale, inoltre, fare rete con i servizi di neuropsichiatria sul territorio".
Gli interventi precoci sono salvavita. Ipotecare il futuro è un danno indelebile. "L'investimento sul capitale umano va concentrato soprattutto negli anni della formazione della personalità - ricorda De Bortoli -. Il tempo del recupero si restringe e si esaurisce con l'avanzare dell'età. Rinviare questo investimento sugli adolescenti significa eliminarli dal panorama sociale, non considerarli più dei cittadini ma degli invisibili e la pena dell'invisibilità è una sorta di ergastolo nascosto, quando si potevano benissimo incoraggiare dei percorsi di recupero".
L'indagine di Kantar - L'urgenza di indagare il fenomeno della devianza minorile è confermata dall'indagine svolta da Kantar tra il 13 e il 17 maggio su un campione di mille cittadini, da cui emerge una significativa discrepanza tra la percezione che si ha sulla delinquenza minorile e la realtà dei numeri. Questa disinformazione produce una serie di pregiudizi fuorvianti. Partiamo dal primo dato. Nel 2020 i minori che hanno commesso reato sono stati circa 30mila. Ma solo un intervistato su dieci si è avvicinato alla stima corretta.
Il 28 per cento pensa sia un milione o più, mentre la valutazione media è di 750mila minori autori di reato. Due italiani su tre ritengono che nell'anno della pandemia la delinquenza minorile sia aumentata rispetto al 2019: falso. E solo il 17 per cento ne ha consapevolezza. Un altro stereotipo riguarda la nazionalità. Solo il 23 per cento dei minori che commettono reati è straniero, ma un italiano su due crede siano molti di più, addirittura oltre il 70 per cento per un intervistato su dieci. Il tipo di reato più frequente è il furto ma la maggior parte delle risposte ha indicato la detenzione e lo spaccio di stupefacenti.
La sovrastima dei reati minorili spiega perché il 70 per cento degli intervistati si senta preoccupato dal fenomeno. Malgrado ciò, evidenzia Capeci "c'è un'apertura nei confronti di chi sbaglia: solo il 16 per cento ritiene che la detenzione sia lo strumento più indicato e un intervistato su tre sostiene che possano essere molto più efficaci le comunità educative, seguite dalle attività socialmente utili. Il 17 per cento, inoltre, chiede nuovi strumenti non ancora conosciuti che non siano quelli ad oggi disponibili per questi ragazzi".
Gli italiani tendono una mano ai minori in difficoltà - Per fortuna la solidarietà batte gli stereotipi. "Il 60 per cento degli italiani, infatti, si dice disponibile ad aiutare chi si occupa di minori in difficoltà. Una percentuale che per il 64 per cento è rappresentata da appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero ai nati fra il 1997 e il 2010" conclude Capeci. Secondo il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità il tasso di recidiva per chi sconta la pena interamente in carcere è superiore al 60 per cento.
Nel caso delle misure alternative, invece, non supera il 20 per cento. Morale, la detenzione è inefficace e per di più produce maggiori costi economici a carico dello Stato. "Il processo penale minorile disegna un modello rieducativo e trattamentale che mette al centro dell'attenzione i bisogni di crescita del ragazzo, assegna alle misure penali un contenuto educativo, prevede la residualità del carcere e include l'apporto dei servizi sul territorio per i ragazzi più problematici", chiarisce Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale per i minorenni di Milano.
Che insiste: "La risposta giudiziaria da sola non è sufficiente per affrontare incisivamente la delinquenza minorile. Occorre - sostiene - una strategia complessiva che preveda l'investimento di risorse per il riscatto dei quartieri abbandonati, per contrastare la dispersione scolastica, per creare opportunità occupazionali, per favorire percorsi di integrazione dei minori non accompagnati che altrimenti possono essere coinvolti in attività criminose. Servono investimenti coraggiosi a sostegno di interventi psicologici e assistenziali seguiti da progetti di responsabilizzazione personale. Questo costo si tradurrà in futuro in un beneficio e in un successo per tutta la società oltre che in un sicuro risparmio di spesa".
L'Osservatorio di Arimo e il recupero sociale dei minori - L'Osservatorio ideato da Arimo sarà un'occasione per raccogliere e diffondere iniziative virtuose di recupero sociale già sperimentate, come "Liberi di scegliere", un protocollo di intesa tra ministero della Giustizia, ministero dell'Istruzione, dipartimento delle Pari opportunità della presidenza del Consiglio, direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Conferenza episcopale italiane, associazione Libera, Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e Procura, volto a fornire una rete di supporto (educativa, psicologica, logistica, scolastica, economica e lavorativa) e un'alternativa concreta di vita ai minori e alle loro madri che provengono da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata e vogliono uscire dal circuito mafioso.
di Alessandro Dal Lago
Il Manifesto, 12 giugno 2021
A più di 50 anni dal caso Braibanti, il reato di "circonvenzione d'incapace" definito dal nostro codice penale, non è che una variante di quello di plagio. Sono passati più di 50 anni dal "caso Braibanti", la persecuzione di un intellettuale antifascista, ex-partigiano giustificata da un reato, il plagio, che fu poi cancellato dal codice penale. Risalgono ai primi anni Settanta gli studi foucaultiani sul potere psichiatrico e la sua connivenza con i sistemi punitivi, giudiziario e carcerario. Quarant'anni anni fa, moriva Franco Basaglia, medico e filosofo decisivo nel liberare gli internati dalle catene, metaforiche e non, di una psichiatria oppressiva e punitiva.
Questa progressiva liberazione della sofferenza personale, della marginalità sociale e dell'indipendenza esistenziale dall'oppressione legalizzata - giudiziaria o para-scientifica che sia - sembra un mero ricordo, svanita com'è nell'attuale ritorno di una pratica psichiatrica legata a concezioni arcaiche della vita psichica e basata sugli psicofarmaci, sulla contenzione e sulla segregazione. Lo dimostrano i casi di diversi centri per la salute mentale nell'Italia del nord a cui l'amministrazione di destra, con il contributo decisivo leghista, ha imposto direttori culturalmente reazionari, in certi casi denunciati per gli abusi commessi sulle persone di cui dovrebbero prendersi cura.
Ma lo dimostra anche il ritorno di un'alleanza diffusa tra potere psichiatrico e potere giudiziario-inquisitivo, come è manifesto nell'incredibile caso in cui è coinvolto il filosofo Gianni Vattimo. Apprendiamo infatti dalle cronache che un convivente di Vattimo, Simone Caminada, è stato rinviato a giudizio per "circonvenzione d'incapace" dopo che uno psichiatra torinese, tal Franco Freilone, ha giudicato Vattimo, in una perizia disposta dal pubblico ministero Giulia Rizzo, "circonvenibile", in sostanza incapace di giudizio autonomo. L'oggetto della "circonvenzione" sarebbe costituito, naturalmente, dal patrimonio del filosofo, come dimostrato - secondo l'accusa - dai benefici economici ottenuti da Caminada.
Conosciamo da circa quarant'anni Gianni Vattimo, con cui abbiamo collaborato in diverse occasioni, da "Il pensiero debole" (Feltrinelli 1983) a diversi annuari filosofici e volumi collettivi curati da Vattimo e pubblicati da Laterza. Recentemente, abbiamo partecipato con lui a incontri e seminari. Lo riteniamo non solo una delle menti più brillanti della filosofia italiana, come è anche dimostrato dal suo grande riconoscimento internazionale, ma un uomo libero, buono e generoso. Le sue prese di posizione a favore dei movimenti sociali di liberazione, degli oppressi e degli esclusi dimostrano inoltre un'apertura politica e culturale di cui raramente molti pensatori, italiani e non, si sono dimostrati capaci.
Ci rifiutiamo di credere che la sua militanza nei movimenti omosessuali e la sua nota vicinanza alla sinistra radicale siano state determinanti nel rinvio a giudizio del suo amico e convivente, nonché nella valutazione di una sua incapacità di giudicare. È davvero sconcertante, anzi grottesco, che, proprio nel momento in cui la casa editrice Nave di Teseo dà alle stampe la sua opera filosofica completa, qualcuno, in base a un mandato giudiziario, contribuisca a coinvolgerlo in un processo. Parliamo di un uomo di 85 anni, che ha sofferto diverse perdite personali ma che, nonostante tutto, è attivissimo in campo intellettuale. Ci chiediamo inoltre come tanti suoi allievi e colleghi, filosofi e non, che Vattimo ha aiutato a imporsi sulla scena intellettuale e mediale, tacciano. Sarebbe imperdonabile se si trattasse di una sorta di realismo politico, o peggio personale, applicato al pensatore e all'amico.
Ma il punto è anche un altro. Riteniamo che il reato di "circonvenzione d'incapace", così come definito dal nostro codice penale, non sia che una variante di quello di plagio. E che soprattutto comporti una svalutazione "a prescindere" dell'indipendenza personale che non dovrebbe avere cittadinanza in una società che si presenta come "liberale".
Oggi parliamo di Vattimo, perché siamo personalmente toccati dalla sua vicenda. Ma dovremmo parlare anche e soprattutto della penetrazione dei poteri - giudiziari e non - nella vita privata dei cittadini. Crediamo che il caso di Vattimo dovrebbe innescare un dibattito sul modo in cui una società, che si riempie la bocca di parole sulla libertà personale, tratta chi decide di beneficare in qualsiasi modo le altre persone, in base alla sua esclusiva libertà di giudizio.
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