di Giordano Contu
vaticannews.va, 22 luglio 2021
L'Osservatore Romano racconta storie di ordinaria fraternità nate dalla pastorale penitenziaria dell'arcidiocesi di Cali. C'è un messaggio di speranza per i 12 mila detenuti di Cali. È una lettera scritta da un figlio. Un video. Una fotografia che ritrae la propria famiglia. La Chiesa locale si fa portatrice di questi pensieri e istantanee. Ciò è diventato fondamentale durante la pandemia, quando erano state sospese le visite dei familiari, dei volontari e i laboratori. Adesso gli incontri stanno riprendendo, anche se molto sporadicamente. In questo tempo sospeso, lungo un anno e mezzo, la pastorale penitenziaria della capitale colombiana ha continuato a dare assistenza spirituale, pastorale e psicologica. Si è parlato anche di ciò lo scorso 15 luglio al forum "Verso una giustizia riparativa dell'essere", sul sistema carcerario e i diritti umani, organizzato dall'arcidiocesi di Cali e dal ministero della Giustizia. Il convegno ha fatto il bilancio del progetto "Promozione della dignità umana e reinserimento sociale nelle carceri della giurisdizione dell'arcidiocesi di Cali" finanziato dalla Conferenza episcopale italiana. "Voglio ringraziare profondamente la Cei", dice a "L'Osservatore romano" don Carlos Alberto Usma Giraldo, delegato dell'arcivescovo per la pastorale penitenziaria locale. "Il nostro obiettivo primario è aiutare le persone private della loro libertà, così come le loro famiglie e gli ex detenuti, a incontrare nuovamente Dio. Li aiutiamo a riscoprire se stessi, a risocializzare, a credere in una seconda opportunità".
C'è un evento che più di tutti ha segnato l'inizio del ritorno alla normalità. È la Festa del papà che si è tenuta lo scorso 15 giugno nel Centro de atención transitoria (Cat) di San Nicolás, una struttura che ospita 480 uomini in attesa di entrare in carcere. Per l'occasione è stata celebrata l'eucaristia e commentato un passo della Lettera agli Ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere" (Ebrei, 13, 3). Fulcro dell'iniziativa erano i messaggi dei familiari. "Alcuni hanno salutato i genitori per la prima volta, senza vederli dietro le sbarre, anche se hanno condanne molto alte", racconta il sacerdote. "Abbiamo dato una parola di speranza e di incoraggiamento, perché sono privati della libertà, ma non della dignità". Ad allietare l'evento ci ha pensato anche l'orchestra musicale della Polizia nazionale, mentre i volontari hanno distribuito beni di prima necessità.
La Festa del papà è stata un'occasione per dire ai detenuti e ai loro familiari che nonostante la pandemia non ci si è scordati di loro. "Il cuore della Chiesa è rivolto ai detenuti. Li accompagniamo perché per noi sono importanti e vale la pena credere in una conversione. Sono figli fatti a immagine e somiglianza di Dio", dice don Carlos. Le famiglie sono uno dei cardini dell'azione della pastorale penitenziaria. Lo raccontano bene le lacrime di gioia di un genitore che fissa il video di un figlio felice che stringe al petto un regalo di Natale e che è circondato dall'affetto dell'equipe pastorale. O il sorriso di un marito che guarda la foto di una delle 250 donne detenute con i figli minori (fino a 4 anni) assistite dai catechisti, come Karen Guerrero, che da nove anni insegna nelle carceri di Cali. In un istante una foto colma il vuoto di un'anima che trabocca di amore. "Lavoriamo soprattutto con i bambini: cerchiamo di fargli comprendere perché la loro mamma o il loro papà è in carcere, gli insegniamo a essere resilienti e a trovare strumenti per proseguire la loro vita", racconta il presule. L'intervento pedagogico si struttura come un accompagnamento psicologico, pastorale, spirituale e valoriale ed è finalizzato a che i bambini credano maggiormente in se stessi.
La pastorale penitenziaria di Cali si occupa di migliaia di persone ristrette, dislocate tra la prigione di Villahermosa, il complesso di Jamundí, 25 stazioni di polizia e il centro minorile. "Con un'equipe di psicologi accompagniamo i carcerati, le loro famiglie e gli ex detenuti. Li aiutiamo nella gestione delle emozioni, sotto il profilo affettivo, e a ricostruire i legami familiari e il tessuto sociale lacerato", spiega il delegato ai penitenziari. L'equipe pastorale, guidata direttamente da don Carlos, accompagna i detenuti attraverso i laboratori e con parole di incoraggiamento e di speranza. C'è poi la squadra dei cappellani che offre sostegno spirituale attraverso i sacramenti dell'eucaristia e della riconciliazione. Un forte impulso alle attività con i detenuti è dato dalla Fundación dignidad y amor che si occupa di formare i volontari e sensibilizzare i benefattori. E ha in cantiere alcune iniziative: la creazione di una mensa insieme alla pastorale sociale diocesana per distribuire il cibo nei penitenziari, l'apertura di una panetteria per dare lavoro a chi ha scontato la propria pena. "Stiamo progettando la Fondazione in modo che diventi una casa per ex detenuti. Una casa di transizione in cui riposare appena usciti dal carcere, in cui vivere gli affetti con i familiari, accompagnati delle psicologhe e dall'equipe pastorale che li preparano al ritorno a casa", dice il presule.
Il personale di custodia e di sorveglianza è l'altro importante cardine intorno a cui ruota la pastorale penitenziaria. "Alle guardie insegniamo che san Paolo è stato in carcere, che san Pietro è stato in carcere, che nostro Signore Gesù è stato in carcere. E che mai hanno abbandonando la mano di Dio che li ha aiutati", prosegue don Carlos. Per la Chiesa locale questa è una sfida che negli ultimi anni ha dato tante soddisfazioni. "Nella misura in cui evangelizziamo i custodi, loro possono trattare meglio chi è stato privato della libertà". Per insegnare ai custodi che i detenuti sono loro fratelli il sacerdote commenta spesso un passo della Genesi: "il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". "Il Signore replica con un sì. Ognuno è responsabile dell'altro. Ancora di più se ha potere, poiché è subordinato all'altro", afferma il delegato pastorale. Sensibilizzare è fondamentale. "Noi lo facciamo con la testimonianza, mostrando alle guardie il volto misericordioso di Dio grazie ai ritiri spirituali, alle convivenze e all'eucaristia. Questo ha fatto sì che la loro spiritualità si facesse prossima a Dio e ai fratelli detenuti". Coltivando l'umanità si responsabilizzano e grazie a essa oggi godono di maggior rispetto tra i detenuti. Certo, c'è ancora tanto da fare, ma il progresso fatto è tangibile.
Altri problemi restano insormontabili. Come il sovraffollamento che segna un triste +20,6 per cento. Secondo i dati governativi dell'Istituto nazionale penitenziario e carcerario colombiano (Inpec) ci sono 97.606 detenuti in 132 strutture, a fronte di una capacità totale che invece è di 80.900 persone. Al di là delle difficoltà, la pastorale penitenziaria di Cali cerca di far sì che le persone private della propria libertà prendano coscienza del valore immenso che esse hanno agli occhi di Dio. "La società continua a emarginarli - conclude don Carlos - invece noi li nobilitiamo. Perché è necessario ridargli dignità ma anche rafforzarli, offrendo loro strumenti che possano utilizzare nel momento in cui usciranno di prigione e dovranno ricostruirsi il tessuto sociale che era stato danneggiato". Per restituire alla società una persona convertita. Per costruire una comunità che offra una seconda chance.
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 22 luglio 2021
Le forze turche sono impegnate a proteggere l'aeroporto di Kabul da sei anni, ora il presidente chiede che Washington paghi. Il progetto è quello di creare una zona di influenza turca di fronte al ritiro degli altri Paesi Nato. La Turchia terrà in Afghanistan un suo contingente militare, ma solo se a pagare saranno gli Stati Uniti. La richiesta arriva dal presidente, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha sottolineato che se Washington ha interesse a mettere in sicurezza l'aeroporto internazionale "Hamid Karzai" di Kabul, allora deve soddisfare a "condizioni" particolari, con un sostegno finanziario, logistico e diplomatico.
La richiesta di Ankara segue una strategia pianificata da tempo: la Turchia ha partecipato all'intervento militare in Afghanistan solo a patto che le sue truppe non prendessero parte ai combattimenti. Di fatto l'idea era quella di proporsi sin dal primo momento per un ruolo super partes. Forti anche della comune fede islamica, i turchi hanno provato a profilarsi diversamente dagli occidentali, anche se la risposta dei talebani è stata di scarso entusiasmo. Ankara aveva persino proposto un passaggio del processo di pace a Istanbul, ma gli "studenti coranici" hanno preferito andare avanti con la loro condotta abituale, composta di attacchi militari e colloqui rallentati nella sede "amica" di Doha.
Proprio i buoni rapporti fra Qatar e Turchia avevano spinto il governo di Ankara a scommettere su un progetto ambizioso, che però ancora non decolla. E proprio sull'aeroporto di Kabul, dove le forze di Erdogan sono impegnate da sei anni a gestire le operazioni logistiche e militari, sembra essersi consumata una rottura seria: i talebani hanno ammonito Ankara, insistendo sul principio che tutte le truppe straniere devono lasciare il Paese.
Erdogan ha ribattuto che con il sostegno Usa l'impegno turco a garantire l'apertura dello scalo verrà mantenuto e garantito. Per Ankara è anche un'occasione preziosa per ricostruire almeno in parte il rapporto con l'alleato d'oltre oceano, messo seriamente in discussione da una serie di disaccordi legati soprattutto alle "aperture" di Erdogan verso Mosca, in tema di armamenti e non solo.
Un primo passo verso un allentamento delle tensioni è stato nell'incontro con Joe Biden, in giugno, a margine di un meeting della Nato. Nei giorni scorsi, Erdogan aveva lasciato capire che sul tema dell'aeroporto di Kabul c'era stato un accordo di massima, anche perché il pericolo che lo scalo finisca in mano ai talebani sembra inaccettabile, visto che sarebbe una svolta difficilmente sostenibile, peggiore di una sconfitta con grave perdita territoriale.
Erdogan ha sempre sostenuto la necessità di parlare con i talebani, sottolineando che questi ultimi sono probabilmente più a loro agio confrontandosi con controparti turche piuttosto che americane. Per ora, comunque, la risposta degli studenti coranici è sempre la stessa: i soldati "invasori", musulmani o no, saranno sempre trattati da nemici.
Con tutta probabilità, l'atteggiamento dei talebani è legato alla fase sul terreno, che li vede in forte offensiva (ieri hanno colpito anche Kabul, prendendo di mira il palazzo presidenziale con razzi). La posizione di vantaggio potrebbe ispirare il rifiuto ad assumere nuovi "padrini", quanto meno fino a quando il controllo dell'intero Afghanistan non sarà in mano loro. Persino il loro tradizionale protettore, il Pakistan, fatica a recuperare un maggiore controllo sul gruppo integralista, ormai riottoso anche verso Islamabad. Ma per i Paesi dell'area la prospettiva di un regime talebano aggressivo è poco gradita. E questo vuol dire che anche per gli "studenti coranici" la scelta di accettare alleanze con nazioni musulmane sarà obbligata.
di Davide Varì
Il Dubbio, 21 luglio 2021
L'informativa della ministra Cartabia alla Camera sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. "È nostro dovere riflettere sulla contingenza ma anche sulle cause profonde che hanno portato un anno fa ad un uso così insensato e smisurato della forza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fatti di questa portata richiedono da un lato una risposta immediata da parte dell'autorità giudiziaria, ma ai miei occhi sono spia di qualcosa che non va e dobbiamo indagare e intervenire con azioni ampie e di lungo periodo perché non accada più".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 luglio 2021
"È arrivato il momento che il governo approvi nuove regole che modernizzino la vita carceraria. Antigone a tal fine ha elaborato e proposto un nuovo regolamento penitenziario che prevede più possibilità di contatti telefonici e visivi, un maggiore uso delle tecnologie, un sistema disciplinare orientato al rispetto della dignità della persona, una riduzione dell'uso dell'isolamento, forme di prevenzione degli abusi, sorveglianza dinamica e molto altro".
di Augusto Cavadi*
zerozeronews.it, 21 luglio 2021
È importante che un Presidente del Consiglio dei Ministri, affiancato dalla Ministra della Giustizia, dica chiaro e tondo che gli episodi di violenza sui detenuti non sono incidenti imprevedibili, ma esito logico di un sistema difettoso sin dall'impostazione. Ancora più importante, però, sarà che da queste dichiarazioni si passi ad interventi legislativi e amministrativi concreti.
di Franco Corleone
L'Espresso, 21 luglio 2021
Il Presidente Draghi e la ministra Cartabia hanno espresso con estrema chiarezza la condanna per la violenza esercitata contro detenuti inermi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo non si tratta dell'unico episodio, perché le inchieste della magistratura riguardano diciotto prigioni.
di Carmelo Leo
Il Domani, 21 luglio 2021
L'informativa "urgente" della ministra della Giustizia a Montecitorio a più di tre settimane dalla pubblicazione, da parte di Domani, dei video della mattanza di stato: "Violenza a freddo contro i detenuti. Mancata capacità di condurre un'indagine interna, ma ora indagheremo su tutti gli istituti della rivolta di marzo 2020. Le persone sospese sono 75, la direttrice non è indagata. Dal Pnrr fondi per ampliare strutture e garantire più formazione".
di Alfredo Mantovano*
interris.it, 21 luglio 2021
Sono trascorsi tre mesi da quando la Corte costituzionale ha ritenuto, con l'ordinanza n. 97/2022, il contrasto fra gli art. 3 e 27 della Costituzione e la disciplina dell'esclusione dalla liberazione condizionale del condannato all'ergastolo per omicidi o stragi di mafia.
La Consulta tuttavia non ha dichiarato subito l'illegittimità del regime carcerario duro per i mafiosi: ha rinviato l'esame delle questioni al 10 maggio 2022, per consentire al legislatore di intervenire con una legge che tenga conto "della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie". In tre mesi il Parlamento non ha neanche sfiorato il tema: se andrà così fino alla scadenza del termine indicato, non ci si dovrà stracciare le vesti quando il Giudice delle leggi cancellerà larga parte del c.d. 41 bis.
La questione è complessa, dal punto di vista giuridico e politico: mentre i condannati all'ergastolo "comuni" possono aspirare di essere ammessi alla liberazione condizionale dopo 26 anni di reclusione (in realtà 20 anni, per le riduzioni previste dall'ordinamento penitenziario), se i medesimi delitti sono aggravati dal metodo o dalla finalità mafiosi, la possibilità non esiste, a meno che il condannato non collabori con la giustizia. Gli ergastolani non collaboranti non possono accedere a nessun beneficio penitenziario come permessi premio, semilibertà, detenzione domiciliare e affidamento in prova al servizio sociale. La collaborazione con la giustizia è premiata perché attesta il distacco dall'area criminale di appartenenza, attraverso l'aiuto che il collaborante fornisce allo Stato per far catturare e condannare i responsabili dei delitti più gravi.
Più volte, anche in anni recenti, la Corte costituzionale ha avanzato il dubbio che la scelta di collaborare sia sempre "libera", poiché chiamare in causa terzi pone a serio rischio il detenuto, e i suoi parenti in libertà. La Consulta però non ha tratto le conseguenze dei principi più volte affermati e ha sollecitato l'intervento del legislatore, cui riconosce la titolarità delle scelte di politica criminale che una sentenza di illegittimità costituzionale per un verso non ha competenza a fare, per altro verso non è in grado di fare senza squilibrare il sistema.
La Corte invita in sostanza il Parlamento a redigere una legge che per faccia emergere "le specifiche ragioni della mancata collaborazione": la normativa che impedisce di concedere la liberazione condizionale agli ergastolani non collaboranti sarebbe legittima, secondo l'argomentazione della Corte, purché preveda la possibilità di tenere conto delle "specifiche ragioni" che impediscono al detenuto di collaborare.
Presupposto di ammissibilità della domanda di liberazione condizionale dovrebbe essere la non sottoposizione al regime di cui all'art. 41 bis ord. pen., e cioè la riscontrata assenza di comprovati collegamenti con un'associazione criminale.
Inoltre il detenuto deve avere seguito durante il tempo di esecuzione della pena un comportamento tale da "far ritenere sicuro il suo ravvedimento"; la valutazione spetta nello specifico al Tribunale di Sorveglianza e deve essere certa, non probabilistica (per una completa disamina cf. https://www.centrostudilivatino.it/lergastolo-ostativo-dopo-lintervento-della-corte-costituzionale/).
Tutto questo esige una ricostruzione normativa attenta, nel difficile equilibrio fra le esigenze di sicurezza e il rispetto dei diritti. Un Parlamento che ometta di intervenire si assumerebbe la responsabilità, per l'ennesima volta, di lasciare la scelta alla Consulta, la cui annunciata sentenza di illegittimità non potrebbe non essere traumatica. È una prospettiva che va evitata.
*Vicepresidente Centro Studi Rosario Livatino
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 21 luglio 2021
La guerra degli emendamenti. I pentastellati presentano 917 proposte di modifica. La ministra: "Lo status quo non è un'opzione sul tavolo". La carta che i grillini tengono coperta sarebbe un drastico innalzamento dei termini prima dell'improcedibilità. La guardasigilli Marta Cartabia non ha alcuna intenzione di rimettere mano a una riforma della quale non è in realtà soddisfatta. La considera già sin troppo snaturata dalla mediazione con i 5S, che la ha costretta ad annacquare le proposte della commissione Lattanzi su riti e pene alternative, cioè tutta la parte che mirava alla deflazione dei processi. Forse alla fine qualche piccola modifica in nome della ragion politica la accetterà ma l'offensiva mirante a smantellare l'impianto della riforma sbatterà sulla sua opposizione.
La ministra lo aveva detto subito dopo l'incontro fra Conte e Draghi, chiarendo appunto che la riforma è già molto diversa da come la avrebbe voluta. Ieri, mentre i 5S galvanizzati dal procuratore Gratteri, quello dei 155 arresti e 8 condanne a Platì, dei 334 arresti e 7 condanne nell'inchiesta Nema, presentavano 916 emendamenti sulla riforma e altri 917 solo sulla prescrizione, la ministra della Giustizia ha rincarato la dose: "Le forze politiche spingono in direzioni diametralmente opposte ma questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale. So che i termini indicati sono esigenti ma sono quelli che il nostro ordinamento e l'Europa definiscono come termini della ragionevole durata del processo".
La ministra è consapevole di trovarsi di fronte a un attacco il cui obiettivo, nonostante le parole alate di Conte all'uscita del colloquio con Draghi, non è apportare lievi modifiche tecniche ma ripristinare, soprattutto sulla prescrizione, la riforma Bonafede. Del resto c'è un Conte per tutte le stagioni. Parlando con i collaboratori più stretti, prima di rivolgersi ieri sera agli eletti a cinque stelle, ha usato toni sideralmente distanti da quelli squadernati all'uscita di palazzo Chigi. "Non ci si può accontentare di ritocchi", ha detto in sintesi. Bisogna mirare al bersaglio indicato dai procuratori: eliminare l'improcedibilità. Cioè abbattere di nuovo la prescrizione e tornare alla Bonafede.
In un certo senso, l'ex premier è tra due fuochi. Non vuole rompere e arrivare a uno scontro frontale con Draghi per il quale non è pronto e forse non lo sarà mai. Ma è pressato da un intero mondo, non limitato alla base grillina, che preme per la dichiarazione di guerra. I magistrati alla Gratteri che ieri hanno regalato alla truppa pentastellata la parola d'ordine: "Così converrà delinquere". L'esterno/interno Di Battista, che martella: "Sono tornate le porcate immonde come la riforma Cartabia. Complimenti ai ministri 5S che l'hanno votata". Il Fatto, che scrive addirittura di una contrarietà del Quirinale alla riforma mentre il Colle ritiene che il testo Cartabia non presenti alcuna criticità.
In questo clima, che non autorizza certo a scommettere su alcun accordo, arrivano in due diverse ondate gli emendamenti alla riforma in commissione. Quelli sui quali si dovrà cercare un punto d'incontro, per evitare lo scontro frontale nella maggioranza, sono firmati dai 5S. Indicano tre vie d'uscita possibili. La prima è il ritorno rimaneggiato della Orlando, con la prescrizione sospesa per due anni dopo il primo grado e per un anno dopo l'appello, però a decorrere dal primo gennaio 2024 e non 2020: qualche cambiamento si inizierebbe a vedere tra un decennio o giù di lì. La seconda è il lodo Conte, con allusione al deputato di LeU Federico: prescrizione eliminata ai sensi della Bonafede ma solo per i condannati in primo grado, non per gli assolti. La terza via, l'unica che mantenga l'eventuale "improcedibilità" di un processo presente nella Cartabia, si limita a far slittare i tempi del conto alla rovescia. Partirebbe con la prima udienza dei processi d'appello o di Cassazione e non dalla data d'impugnazione. In realtà la carta di riserva che i 5S tengono ancora coperta sarebbe un drastico innalzamento dei termini prima dell'improcedibilità, nel complesso di 5 anni.
Poi c'è il Pd con la sua formula meno drastica: possibilità per il giudice di prorogare di un anno i termini prima che scatti l'improcedibilità per tutte le fattispecie di reato. E c'è LeU, con Federico Conte, che punta sulla possibilità di raddoppiare i tempi dell'appello, da 2 a 4 anni, ma solo per le condanne in primo grado. È uno scontro tecnico, ed è soprattutto uno scontro politico, con la Lega che fa muro, Fi e Iv che tirano a modificare la legge ma in direzione opposta. Sta a Draghi sbrogliare la matassa. Ma è difficile che, senza il ritiro della valanga di emendamenti 5S, dunque in un clima già di guerra, il governo accetti di tentare una nuova mediazione.
di Emanuele Lauria e Liana Milella
La Repubblica, 21 luglio 2021
Valanga di emendamenti per cambiare il testo del governo. Quasi mille firmati Cinque Stelle. "L'ho detto a Draghi: c'è un limite che il Movimento non può oltrepassare". Giuseppe Conte riunisce parlamentari e deputati e prova a rassicurarli: la riforma della giustizia non tradirà i principi dei 5S. L'avvocato riferisce dell'incontro avuto con il premier Draghi: "Ho fatto un discorso chiaro. A volte alcuni toni gridati hanno schiacciato l'immagine dei Cinquestelle, siamo passati per manettari, forcaioli. Ma noi sappiamo esprimere una solida cultura giuridica. E rivendichiamo con forza lo stato di diritto. I nostri fari saranno la presunzione di innocenza e il principio della durata ragionevole del processo".
Conte dice che i 5S "non difendono una bandiera ideologica". "Noi - sottolinea - avremmo scritto una riforma diversa anche se siamo pronti a dialogare. Ma c'è un limite che non possiamo sorpassare: non possiamo permettere che svaniscano nel nulla migliaia di processi. Non possiamo permettere che vittime di reato rimangano senza giustizia". E arrivano gli applausi più sentiti dai parlamentari. "Ho invitato quindi Draghi ad ascoltare gli addetti ai lavori - prosegue Conte nella riunione di Montecitorio - Sono loro a condividere la nostra forte preoccupazione. Sono contento che alcune forze di maggioranza si stiano accorgendo dei rischi. Il principale è che venga a mancare la fiducia dei cittadini nello Stato".
Davanti al "suo" nuovo popolo l'ex presidente del Consiglio tocca le corde più sensibili, accarezza temi identitari. Va incontro ai tanti che chiedono norme più rigide sulla prescrizione: "L'improcedibilità non velocizza i processi ma li incarta", era stata, in apertura di assemblea, la posizione espressa dal capogruppo al Senato Andrea Licheri. Ma la strada per un'intesa è stretta: non aiutano i 917 emendamenti presentati proprio da M5S in commissione Giustizia, sotto la regia dell'ex ministro Alfonso Bonafede. Una montagna, rispetto ai 21 del Pd e agli 11 della Lega. E dentro c'è di tutto: se passassero scomparirebbe la riforma Cartabia. A cominciare dall'entrata in vigore, il primo gennaio 2025. E poi via l'improcedibilità, 4 anni per l'appello anziché 2, e due per la Cassazione anziché uno. E quanto ai reati eliminare del tutto la lista di quelli per cui scatta la prescrizione, oppure allargarla tantissimo. Bocciata del tutto l'ipotesi che tocchi al Parlamento decidere su quali reati indagare. Sarebbe incostituzionale.
Ma Draghi e Cartabia trattano e non rinunciano di certo all'impianto della riforma. Tutt'altro. Dice Cartabia ai suoi: "Gli aggiustamenti tecnici erano stati già stati previsti a palazzo Chigi". Niente stravolgimenti, né tantomeno cambiamenti di sostanza. Basterà al Conte che ha mostrato i muscoli davanti ai suoi parlamentari?
La Guardasigilli continua a tessere la sua tela, mandando messaggi ai partner della maggioranza. Alle toghe che incontra a Napoli dice con verve: "Troveremo il modo per risolvere i problemi". E ancora: "Le decine di migliaia di processi che già oggi vanno in prescrizione sono una sconfitta dello Stato". Serve una giustizia "in tempi ragionevoli". Ma quei "tempi ragionevoli" che lei disegna vengono bocciati con durezza da due magistrati come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il capo della procura nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho. "Il 50% dei processi finirà sotto la scure della riforma", dice Gratteri. Cafiero adombra "conseguenze sulla democrazia del Paese, se tanti processi diventeranno improcedibili minando la sicurezza dello Stato".
Impossibile non cercare nuove mediazioni, dopo queste parole. Si studiano possibili modifiche: allargare la lista dei reati per cui non vale il limite dei due anni. Ancora: eliminare del tutto la lista dei reati e lasciare ai giudici la scelta di decidere se l'appello dura due o tre anni. Comunque, ed è l'ipotesi che piace al Pd, far slittare l'entrata in vigore della legge di un anno quando le assunzioni di cancellieri e magistrati saranno operative. Ma i tempi per il varo della legge sono strettissimi.
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