di Stefano Bizzi
Il Piccolo, 11 giugno 2021
La nuova struttura eviterà il trasferimento dei detenuti al San Giovanni di Dio. A regime sarà operativo settimanalmente. Rimane aperto il nodo della ex Pitteri. È un piccolo miracolo: l'ambulatorio di odontostomatologia inaugurato il 10 giugno nel carcere di Gorizia è un piccolo miracolo perché, nonostante la pandemia e, più in particolare, la burocrazia italiana, la struttura è stata realizzata in tempi da record e permetterà di evitare disagi agli utenti dell'ospedale di Gorizia. Fino ad ora, in caso di necessità, i detenuti venivano accompagnati dagli agenti di polizia penitenziaria da via Barzellini al San Giovanni di Dio dove sparigliavano le carte perché le loro visite venivano considerate come urgenze e avevano la precedenza su tutto e su tutti. Questo, oltre a comportare ritardi nelle prestazioni programmate nella giornata e creare malumori tra i pazienti in attesa, aveva costi importanti perché prevedeva spese di trasferta del personale penitenziario, ma impattava anche psicologicamente sugli utenti più fragili dell'ospedale, che si trovavano di fronte a persone ammanettate e scortate. A meno di casi particolari, da ieri tutto questo sarà solo un lontano ricordo per tutti.
I lavori per il nuovo ambulatorio sono iniziati nel 2019 e si sono conclusi lo scorso anno, quando ne è stato completato l'allestimento funzionale con attrezzature e dispositivi di moderna concezione. Nella più ampia ristrutturazione del carcere, a individuare i locali più idonei è stato il direttore della casa circondariale Alberto Quagliotto.
L'inaugurazione di questa mattina conclude un iter di alcuni anni e s'inserisce nel più ampio progetto regionale dell'odontoiatria pubblica coordinato da Roberto Di Lenarda, direttore della Struttura complessa di Chirurgia maxillo-facciale e odontostomatologia di Asugi oltre che rettore dell'Università di Trieste.
La nuova struttura, inaugurata alla presenza del direttore generale di Asugi Antonio Poggiana e del sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna, farà funzionalmente parte dell'Odontostomatologia di Gorizia allo stesso modo del nuovo ambulatorio di Monfalcone.
Tra acquisto degli strumenti e allestimento degli ambienti, l'investimento complessivo è stato di circa 90 mila euro. In una prima fase l'ambulatorio sarà operativo un paio di volte al mese, ma a regime l'attività medica avrà cadenza settimanale. Tutto dipenderà dal personale a disposizione della clinica odontostomatologia di Gorizia.
"Noi abbiamo un'agenda fitta, ma per tutta una serie di motivi i detenuti avevano la precedenza - spiega Daniele Angerame, direttore della Sosd di Odontostomatologia di Gorizia -. Un ambulatorio interno al carcere quindi era necessario. Inoltre, sposa le linee politiche della regione". "Si tratta di un investimento che porta vantaggi per tutti", ha puntualizzato Di Lenarda, evidenziando come la collaborazione tra tutti gli attori in campo sia stata stretta.
"Questo ambulatorio segna un salto di qualità nell'assistenza sanitaria ai detenuti - ha aggiunto il direttore Quagliotto. Da un punto di vista edilizio e logistico la struttura di Gorizia ha subito una svolta: solo 4/5 anni fa era fatiscente. È stata rivoltata come un calzino e ora ha celle a norma e servizi adeguati". Il sindaco Ziberna ha fatto invece il punto sulla cessione della ex scuola Pitteri: "Ne stiamo sollecitando il passaggio perché il carcere ha bisogno di spazi. Il Comune voleva darla gratuitamente allo Stato ma non può farlo. Questo passaggio poteva essere fatto già 2 anni fa". Infine, il direttore di Asugi Poggiana ha evidenziato: "Con il nuovo ambulatorio "vengono date risposte anche ai bisogni di una popolazione che spesso dimentichiamo".
di Giacomo Costa
Corriere del Veneto, 11 giugno 2021
L'ambasciatore in Sudan, su input del ministro Di Maio, alza la voce con le massime autorità africane. "Inaccettabili condizioni di reclusione, subito gli arresti domiciliari". Caso Zennaro, il governo italiano protesta con il Sudan, è scontro diplomatico. Ormai sono passati i settanta giorni, eppure per Marco Zennaro la luce sembra ancora lontana. L'imprenditore veneziano arrestato in Sudan il 1 aprile è stato fatto rimbalzare tra le celle del carcere e quelle del commissariato, la promessa dei domicilari in albergo sembra sempre di più una semplice esca con cui calmare gli animi a Roma e, allora, proprio da Roma ieri si sono levate le voci di protesta del governo e della Farnesina: l'ambasciatore in Sudan Gianlugi Vassallo, su istruzioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si è rivolto alle massime autorità della repubblica africana per lamentare le "incaccettabili condizioni" in cui è rinchiuso il 46enne veneziano.
Vassallo ha anche evidenziato "l'esigenza di garantire il pieno rispetto dei diritti umani del detenuto": "Con l'occasione - specifica la Farnesina - l'ambasciatore ha ricordato alle autorità sudanesi la viva aspettativa da parte italiana di una rapida ed equa soluzione della vicenda giudiziaria e della controversia commerciale che ne è all'origine, che consenta di definire quanto prima la posizione del signor Zennaro". Il veneziano è accusato di truffa perché, dopo aver concordato la vendita di una partita di trasformatori elettrici con un mediatore locale, si è visto dichiarare quegli stessi strumenti "non conformi" sulla base di analisi di laboratorio che a suo parere sarebbero parziali, in quanto effettuate da una ditta a lui concorrente.
Da lì, Zennaro ha passato sessanta giorni in una cella di sicurezza del commissariato di Khartum, chiuso assieme ad altre trenta persone, con un solo bagno, nessun letto e una temperatura che oscillava tra i 45 e i 50 gradi; poi, quando sarebbe dovuto passare ai domiciliari, è stato invece trasferito nel carcere vero e proprio. Una situazione allarmante, ma comunque più "organizzata"; lì il 46enne è stato addirittura aiutato dagli altri carcerati: "Tutti i miei nuovi compagni mi hanno preso in cura - ha raccontato nei giorni scorsi l'imprenditore prigioniero - perché hanno detto che quando mi hanno guardato hanno visto un uomo morto". È durata poco, comunque: tempo una settimana e, con il pretesto di una nuova interrogazione del procuratore generale, l'imprenditore è stato fatto tornare in quell'incubo che era la cella di sicurezza. Un orizzonte temporale, in questo caso, non c'è: da Khartum non sono arrivati dettagli, di conseguenza la famiglia teme che i tempi della reclusione tornino a dilatarsi all'inverosimile. Già da maggio sarebbe dovuta bastare una firma su un fascio di documenti già preparati per far uscire Zennaro, una firma che per un motivo o per l'altro non è mai arrivata. La paura ora è che si replichi.
Ieri ha parlato anche il direttore generale per gli italiani all'estero, Luigi Vignali, già stato in missione a Khartum la scorsa settimana, che ha convocato alla Farnesina l'incaricato d'affari sudanese, per un altro passo di protesta a nome del governo italiano.
di Frans Timmermans*
Corriere della Sera, 11 giugno 2021
È il momento della verità per i valori europei. La fermezza è l'unica risposta possibile al comportamento del dittatore, che ricorda il regime sovietico. Normalmente sarebbero sufficienti due ore di volo da Bruxelles per raggiungere un Paese europeo governato da delinquenti. Dove un'elezione è stata manipolata così evidentemente e senza vergogna che nessun tipo di propaganda di stato ha convinto la popolazione della vittoria del dittatore.
Dove centinaia e centinaia di manifestanti pacifici sono arrestati, per poi essere torturati, drogati e minacciati di morte. Dove i suoi capi dirottano con la forza un volo di una compagnia aerea basata nell'Ue, che viaggiava da una capitale europea a un'altra.
Mettendo coscientemente a rischio le vite di cittadini europei, solo per mettere le mani su due giovani residenti regolari di uno Stato membro dell'Ue perché hanno avuto l'audacia di schierarsi contro un regime illegittimo e i suoi crimini. La reazione europea a questo scandalo è stata unita, rapida e chiara. Presto seguiranno nuove sanzioni, come è giusto che sia. La risposta a questo livello di barbarie può essere soltanto la fermezza, specialmente se le vite di cittadini europei sono messe direttamente a rischio, così come gli interessi e la sicurezza degli Stati membri.
La Lituania è stata finora il Paese più colpito, non solo perché confina con la Bielorussia, ma anche perché nel corso degli anni è diventata un porto sicuro per i suoi cittadini che cercano la libertà. I lituani sono particolarmente sensibili all'oppressione di Lukashenko e dei suoi uomini, perché ricorda così da vicino quello che loro stessi hanno sofferto durante l'occupazione sovietica.
Il modo criminale in cui Roman Protasevich e Sofia Sapega sono stati rapiti e la vergognosa confessione falsa estorta al giornalista in diretta televisiva, ricordano i giorni più bui dell'era sovietica, quando il capo del Kgb Juri Andropov aveva perfezionato un sistema repressivo per eliminare i dissidenti. Un sistema di uomini insicuri e impauriti, che sanno che il loro dominio è fragile e non può essere mantenuto senza un totale controllo. Processi-farsa, confessioni false, uso forzato di droghe, totale ostracismo sociale, minacce alla famiglia e ai cari, reclusione in istituti psichiatrici o lavori forzati.
Faceva tutto parte del metodo di Andropov, ora seguito fedelmente da Lukashenko. Lo scopo è chiaro: instillare la paura in tutta la società mostrando la distruzione politica, morale e psicologica di chi è abbastanza coraggioso da opporsi al regime. Non è sufficiente rinchiuderli o ucciderli. Devono essere completamente distrutti davanti a tutti, così non possono essere né eroi né martiri. Con diverse centinaia di persone incarcerate, centinaia di migliaia che temono di essere le prossime e milioni che si chiedono quanta miseria debbano ancora sopportare prima che il regime collassi, i bielorussi stanno vivendo un incubo. Il fatto che stia succedendo alle soglie di casa nostra fa infuriare, a maggior ragione perché il regime bielorusso vuole instillare la paura anche in quelle persone che sono fuggite in Ue. Oggi sono nostri vicini, colleghi, studenti nelle nostre università. Molti di loro sono poco più che ventenni. Pensiamo a cosa possa significare vivere in esilio e temere comunque che possano venire a prenderti.
L'Ue e i suoi Stati membri hanno ragione a imporre sanzioni. Ma dovremmo fare di più. Dovremmo organizzare un'operazione attiva di condivisione degli oneri con la Lituania e gli altri Paesi confinanti, costruendo e finanziando rapidamente strutture di sostegno psicologico per tutti gli esiliati che ne hanno bisogno. Le università in tutta l'Ue dovrebbero offrire borse di studio completamente pagate per gli studenti bielorussi, le compagnie dovrebbero fornire lavoro o tirocini. Ovunque sia necessario, l'Ue dovrebbe adattare i programmi di sostegno esistenti, come l'Erasmus, per accogliere misure di supporto agli studenti bielorussi. Gli scienziati e gli istituti di ricerca europei dovrebbero intensificare la cooperazione dove possibile. I media indipendenti, tradizionali e nuovi, dovrebbero essere sostenuti e i media europei dovrebbero pensare di prendere sotto la loro ala protettrice i loro colleghi bielorussi.
Questo è il momento della verità per tutti noi. Sostenere tutti quelli che combattono l'oppressione è la cosa giusta da fare, perché crediamo che tutti debbano vivere in libertà. È la cosa giusta anche perché sappiamo che se non ci battiamo per quello in cui crediamo, rischiamo di importare l'ingiustizia e l'instabilità che fanno parte dei metodi del dittatore. Se lo facciamo per loro, lo facciamo in definitiva anche per noi stessi e per tutto quello che riteniamo scontato nella nostra Unione.
*Vicepresidente esecutivo della Commissione europea
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 11 giugno 2021
"La violenza è proibita da noi come qui in Italia. E chi sa deve collaborare". È uno dei diplomatici più apprezzati ed esperti. Deve affrontare la terribile storia di Saman Abbas. "Un possibile atto criminale non è pachistano, italiano, americano o di un'altra nazionalità. È l'atto criminale di chi lo ha commesso". Jauhar Saleem è l'ambasciatore del Pakistan in Italia. È stato ambasciatore in Germania, è uno dei diplomatici più apprezzati ed esperti nel suo ministero. Si trova a dover affrontare una brutta storia di cronaca nera, quella di Saman Abbas. Una storia che ha colpito, che addolora tutta la comunità pachistana in Italia.
"Sono arrivato a Roma un anno fa, in piena pandemia: non ho ancora potuto girare in lungo e largo l'Italia per incontrare le comunità dei 150 mila miei connazionali che vivono nel vostro paese. Ho avuto tanti contatti con loro, molte conferenze video, tante telefonate.... voglio conoscerli...".
Anche in queste ore terribili, in questi giorni in cui in Italia il nome del Pakistan è associato al mistero della scomparsa della giovane Saman Abbas?
"Si certo, ancora di più voglio essere vicino ai pachistani in Italia, e per questo ho voluto parlare con voi: per lanciare dei messaggi molto chiari. Il primo è questo: la violenza è proibita dalla legge, dalla morale e dalla religione in Pakistan. Come in Italia. Senza nessun dubbio, senza nessuna incertezza. Da questo deriva che chi sa qualsiasi cosa su questo episodio deve collaborare con le autorità. Deriva che la famiglia deve collaborare. Perché in Pakistan rispettiamo le donne e la legge, e su questo non possono esserci incertezze. Chi usa violenza è contro la legge".
Ambasciatore, si è fatto un'idea di cosa possa essere accaduto alla povera Saman? Crede davvero che sia stato possibile organizzare un 'delitto d'onorè contro questa ragazza di 18 anni?
"Non so molto di più di quello che sapete tutti voi leggendo i giornali, e non voglio commentare nulla di una inchiesta penale in corso. Voglio esprimere però un sentimento che è espressione della comunità della diaspora pachistana in Italia, 150 mila persone che lavorano a Milano, Brescia, Napoli, Roma, in Emilia e ovunque nel vostro paese per il benessere delle loro famiglie e della nazione che le ospita".
Qual è il sentimento dei suoi connazionali in Italia? C'è qualcuno che può comprendere le ragioni di un eventuale omicidio d'onore?
"Non c'è nessuno che ha alcuna tolleranza per nessun atto criminale. Un possibile atto criminale non è pachistano, italiano, americano o di un'altra nazionalità. È l'atto criminale di chi lo ha commesso, e se è stato commesso all'interno di una famiglia, di una comunità, ebbene tutta quella famiglia deve collaborare alle indagini, perché la legge dal Pakistan e quella dell'Italia sono chiare".
Abbiamo notato dalle statistiche che in Italia vivono circa 150 mila pachistani, la cittadinanza di una piccola provincia come Siracusa. Quali sono i caratteri di questa vostra presenza in Italia?
"I miei connazionali sono in Italia ovunque per offrire al vostro Paese i frutti del loro onesto lavoro e per godere di quanto necessario a far prosperare le famiglie che in Italia hanno scelto di vivere. È gente che lavora, nelle fattorie, nelle fabbriche, una comunità sana e rispettosa".
Ci sono famiglie che culturalmente potrebbero essere vicine a chi ha commesso un possibile omicidio come quello di Saman?
"Non si può essere vicini a un potenziale omicidio del genere. In Pakistan coesistono culture, modelli religiosi, comunità etniche e linguiste diverse, anche molto disparate. C'è una enorme parte della nostra popolazione, buona parte di quella delle città, che vorrei dire è antropologicamente e culturalmente più vicina a quelle delle vostre città che a quella di alcune regioni pachistane. Ma la verità è questa: in tutti i paesi ci sono atti criminali. Pensate per fare un esempio lontano da noi, a tutti gli assurdi omicidi compiuti in America da chi imbraccia un fucile automatico. Questo non significa che "gli americani", gli abitanti di quel paese o di un altro sono tutti criminali di quel tipo".
Certo, un atto criminale non definisce una comunità. Ma eventualmente l'omertà di una famiglia, di una famiglia allargata possono risentire di caratteri negativi presenti in una comunità...
"E per questo io dico che la famiglia deve collaborare, chiunque deve collaborare con le autorità. Non si uccide, lo dice la legge e lo dice la religione. Chi uccide è un criminale, non ci sono ambiguità. Ma invito tutti a guardare con rispetto, con vicinanza a questa comunità pachistana in Italia, che nel vostro Paese ha trovato accoglienza e amicizia. L'integrazione ha bisogno di tempo, di molto tempo. Pensiamo al cammino degli italiani negli Stati Uniti, al lungo percorso che li ha portati ad essere una delle comunità più rilevanti di quella nazione. Quanto tempo c'è voluto... I pachistani in Italia sono impegnati in un viaggio, di fratellanza e integrazione. Sarà lungo, ma sarà un successo".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 11 giugno 2021
"Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni" scriveva Dostoevskij. Questa è una delle storie accadute dopo l'11 settembre: 12 anni in cella da innocente, raccontati dal protagonista, Mohamedou Ould Slahi, aiutato da uno scrittore. Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni" scriveva Dostoevskij. Avanti veloce di quasi due secoli, quando l'11 gennaio del 2002, su ordine di George W. Bush, a Guantánamo arrivarono i primi 20 detenuti vestiti in uniforme arancione, il mondo non immaginava ancora cosa sarebbe potuto capitare lì, tra quelle reti e a pochi metri dalla sabbia bianca e il mare blu di Cuba. "Qui dentro verrà rinchiusa la feccia dell'umanità", disse l'allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush affermando di voler vendicare così le 3 mila vittime dell'11 settembre. In totale 780 detenuti, di cui 150 sono stati riconosciuti poi innocenti, e di cui ne restano ancora 40, tutti musulmani e tutti uomini ormai anziani. Non sono bastati i rapporti, le denunce e i processi. Guantánamo brucia ancora come una ferita.
"La mia cella o meglio la scatola, era fredda al punto che tremavo per la maggior parte del tempo. Mi era proibito vedere la luce del giorno; di notte venivo svegliato da un messaggio registrato in cui mi ricordavano che non potevo parlare o guardare gli altri detenuti. Vivevo letteralmente nel terrore. Non ho dormito per 70 giorni consecutivi". La storia di Mohamedou Ould Slahi inizia alla fine di dicembre 1970, quando un'infermiera che parla solo arabo hassaniyya sbaglia a trascrivere il suo cognome facendo saltare la prima a di Salahi. È il nono di dodici figli di una famiglia povera. Suo padre è un commerciante di cammelli. Ancora adolescente, con i suoi si trasferisce a Nouakchott, la capitale della Mauritania. Lo scrittore ed attivista per i diritti umani Larry Siems ha aiutato Slahi a trasformare le 466 pagine scritte durante la sua detenzione a Guantánamo in un libro. Ed è proprio a Guantánamo Diary, pubblicato in Italia con il titolo 12 anni a Guantanamo (edito da Piemme) cui si ispira The Mauritanian, film in uscita il 3 giugno su Amazon Prime Video. Inoltre Siems è una delle poche persone che davvero conosce Slahi.
Chi era Slahi prima di diventare il prigioniero numero 760?
"Dopo la morte del padre, Mohamedou diventa il figlio nel quale la famiglia ripone le sue speranze economiche e i suoi sogni. Al liceo aveva vinto una borsa di studio in ingegneria elettronica in Germania. Aveva imparato a memoria il Corano da bambino, e già da adolescente dimostrava ottime doti intellettuali. Si è laureato in ingegneria elettronica in Germania, dove ha vissuto fino alla fine degli anni 90".
Cosa lo porta in Afghanistan e cosa lo avvicina al jihad?
"Negli anni Ottanta, lui e un cugino più giovane, un poeta di nome Mahfouz Ould al-Walid, trascorrevano le serate in un caffè, dove il proprietario mostrava video della lotta palestinese e della jihad in Afghanistan. Quando nel 1988, Osama bin Laden annunciò la formazione di Al Qaeda. Walid, che aveva tredici anni, iniziò a leggere gli opuscoli di bin Laden. Lui e Slahi furono colpiti dalla narrativa di Al Qaeda, e nel 1991 Slahi parte per l'Afghanistan per dare un supporto ai mujaheddin contro l'invasione dell'Unione Sovietica. Dopo un anno interrompe qualsiasi legame con Al-Qaeda. E più volte nei suoi interrogatori ha spiegato di essersi arruolato solo per combattere contro l'occupazione, non per supportare l'attività terroristica". (continua a leggere dopo i link)
Nel 1998, poco dopo che Al Qaeda fa esplodere le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, Slahi riceve una chiamata da un numero di telefono riconducibile a bin Laden. Poi, e almeno in un'altra occasione, un membro del Consiglio della Shura di Al Qaeda - la sua leadership - trasferisce circa quattromila dollari sul conto bancario di Slahi in Germania...
"Sì, dopo l'11 settembre viene messo sotto sorveglianza dall'intelligence canadese per i suoi rapporti di parentela con Mohfouz Ould-Wolid, uno dei portavoce di Al-Qaeda e uno dei gli uomini vicini a Osama bin Laden. Nonostante ciò, il governo canadese non trovò prove per incriminarlo. Per motivi familiari tornò in Mauritania e fu arrestato una prima volta e scagionato per mancanza di prove, ma l'intelligence americana convinta della sua colpevolezza lo arrestò di nuovo trasferendolo in Giordania. Dopo otto mesi di detenzione fu rapito e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Guantánamo e da lì è iniziato il suo vero calvario. Il governo statunitense lo incolpava di aver partecipato all'organizzazione dell'attentato delle Torri Gemelle e ne erano così convinti che lo stesso Donald Rumsfeld, allora ministro della Difesa, firmò l'ordine con cui autorizzava il suo interrogatorio "rinforzato"".
A Cuba ha subito ogni forma di abuso: waterboarding, privazione del cibo e del sonno, abusi sessuali, minacce di ogni tipo. Pur non essendo mai stato processato Slahi è stato accusato anche di aver reclutato mercenari in Cecenia e di aver organizzato un attentato a Toronto. Pur essendo innocente, è stato considerato uno dei prigionieri più pericolosi per il suo presunto legame con bin Laden. Come è andata a finire?
"Nel 2007 fu ordinata la sua scarcerazione per mancanza di prove. Ma è stato liberato solo il 17 ottobre 2016. Dalla sua cella di Camp Echo ha descritto nel dettaglio le torture e le deprivazioni da lui subite, ma ha raccontato anche del rapporto con le guardie, di come alla fine li considerasse degli esseri umani, nonostante tutto quello che gli avevano fatto. In quelle pagine c'è una componente umana e letteraria che mi colpito subito, non c'è solo la cronaca del suo dolore".
Pubblicare quel libro non è stato per nulla semplice, come è andata?
"Quando Mohamedou ha consegnato il manoscritto al suo avvocato, come tutto ciò che scrive un prigioniero di Guantánamo, il testo è stato immediatamente considerato classificato, ed è stato rinchiuso in una struttura sicura fuori Washington, accessibile solo ai suoi avvocati con l'obbligo di non divulgazione. È rimasto lì per circa sette anni, mentre il suo team legale, guidato da Nancy Hollander, vera eroina di questa storia, ha portato avanti contenziosi e trattative per costringere il governo a declassificare il manoscritto e a renderlo pubblico. È successo nell'estate del 2012. All'epoca il mio compito era quello di vagliare circa 140 mila pagine di documenti che l'Aclu, l'American Civil Liberties Union, era riuscita a ottenere e rilasciati attraverso il Foia (Freedom of Information Act) sugli abusi sui prigionieri a Guantanamo, in Afghanistan, in Iraq e nei black site della Cia".
Che vita conduce oggi Slahi? È davvero un cittadino libero?
"No, non può viaggiare in molti posti, in primis in Europa e negli Stati Uniti. Soffre ancora di terrori notturni. Spesso si sveglia tremando, piangendo e digrignando i denti". Sul New Yorker, il premio Pulitzer Ben Taub riporta queste parole di Slahi: "In genere se un uomo dice che è arrabbiato, questa affermazione viene interpretata come l'espressione di un'emozione. Ma se io dico che sono arrabbiato viene visto come una minaccia alla sicurezza nazionale".
Davvero Slahi ha perdonato i suoi carcerieri?
"Sì, Mohamedou è un uomo pacifico. Nel 2019 Amanda, la sua seconda moglie (è un'avvocata, ndr) ha dato alla luce un figlio. Lo hanno chiamato Ahmed, Slahi ha chiesto a Wood, uno dei suoi carcerieri con cui è diventato amico ed è rimasto in contatto, di essere il padrino. "Ci sono così tanti Ahmed che sarà difficile per loro metterlo nella nofly list", ha scherzato Slahi".
ansamed.it, 11 giugno 2021
Dissidente sciita morto per Covid in prigione. Una rara protesta popolare a sfondo confessionale si è registrata oggi in Bahrain, nel Golfo, dopo che nei giorni scorsi il ministero degli interni aveva ammesso che un detenuto politico era morto in carcere a causa del Covid. Familiari, amici e seguaci dell'attivista per i diritti umani Hussein Barakat, 48 anni, morto in prigione per il coronavirus, hanno inscenato una protesta nella località di Diya, non lontano dalla capitale Manama.
Da settimane i familiari dei detenuti della tristemente nota prigione di Jaw chiedono che i prigionieri vengano rilasciati per evitare che vengano contagiati dal covid, in un paese che sta affrontando una recrudescenza della diffusione del virus. Barakat era stato condannato all'ergastolo nel 2018 con l'accusa di appartenere a una "cellula terroristica", definizione che il regime sunnita di Manama adotta indicando attivisti della comunità sciita locale.
Il Bahrain era stato teatro dieci anni fa, nel contesto delle proteste arabe, di manifestazioni sociali che avevano quasi subito assunto un carattere politico contro il potere dominante, incarnato nella casata sunnita dei Khalifa, appoggiata dall'Arabia Saudita in funzione anti-iraniana.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 11 giugno 2021
Israele/Territori occupati. Nel filmato che risale a due anni fa, si vedono le guardie carcerarie trascinare, tra manganellate e calci, i prigionieri palestinesi. Quindici detenuti rimasero feriti. Solo una guardia è stata indagata, non è stato eseguito alcun arresto e il caso è stato chiuso. Nel marzo 2019, nel carcere israeliano di Ketziot, nel Negev, dopo che due guardie erano state accoltellate e ferite da un prigioniero palestinese, 55 detenuti in maggioranza di Hamas furono brutalmente picchiati con manganelli e presi a calci da almeno dieci agenti e lasciati per ore ammanettati e sul pavimento uno sopra l'altro. A rivelarlo è un filmato delle telecamere di sorveglianza diffuso ieri dal quotidiano Haaretz. In un articolo firmato da Josh Breiner, il quotidiano ricorda che le autorità avevano parlato di sommossa che invece le immagini non mostrano. Piuttosto si vedono le guardie carcerarie trascinare, tra manganellate e calci, uno alla volta i prigionieri palestinesi. Quindici detenuti rimasero feriti, due in modo grave. Malgrado ciò solo una guardia carceraria è stata indagata, non è stato eseguito alcun arresto e il caso è stato chiuso. "Questo è uno dei video più scioccanti che abbia mai visto. Dozzine di detenuti sono stati sbattuti a terra dalle guardie e picchiati con manganelli e calci mentre erano indifesi. 15 sono rimasti feriti, due gravemente. E la polizia? Ha chiuso il caso perché i responsabili del crimine sono sconosciuti", ha commentato Josh Breiner su Twitter.
La diffusione del video del pestaggio è coincisa con una nuova giornata di tensione a Gerusalemme Est. Al mattino la polizia ha caricato un raduno di palestinesi in via Salah Eddin a sostegno delle famiglie dei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah minacciate di espulsione dalle case dove vivono da decenni. Al loro posto andranno coloni israeliani, che affermano di essere proprietari delle abitazioni e dei terreni dove sono state costruite. Nel pomeriggio la tensione è risalita quando il deputato di estrema destra Itamar Ben Gvir, sfidando il rinvio della "Marcia delle bandiere" alla prossima settimana, si è recato alla Porta di Damasco, assieme a un manipolo di seguaci, per sventolare la bandiera di Israele nell'anniversario dell'occupazione militare della zona araba di Gerusalemme nel 1967.
Le proteste palestinesi sono state immediate, così come l'intervento della polizia che usato il pugno di ferro contro i dimostranti. Le stesse scene si sono viste anche a Sheikh Jarrah mentre da Gaza Abu Odeida, il portavoce delle Brigate Al Qassam, ha fatto sapere che l'ala militare di Hamas segue con attenzione cosa accade a Gerusalemme ed è pronto ad intervenire di nuovo. Lo scorso 10 maggio, dopo l'ingresso massiccio di forze di polizia sulla Spianata della moschea Al Aqsa, Hamas sparò decine di razzi verso Israele e Gerusalemme. Il governo Netanyahu reagì lanciando l'offensiva aerea "Guardiano delle Mura" che ha ucciso circa 260 palestinesi a Gaza e causato gravi distruzioni. I razzi di Hamas e i suoi alleati hanno ucciso nove israeliani e tre lavoratori stranieri. Ieri due agenti dell'intelligence militare palestinese e un presunto membro del Jihad sono stati uccisi a Jenin in Cisgiordania da uomini di una unità speciale israeliana entrata nella città di Jenin.
truenumbers.it, 10 giugno 2021
Sono cresciuti senza sosta fino al 2019. Adesso in 203 sono al 41 bis. Fine pena: 31/12/9999. Si fa prima a dire: "Fine pena: mai". Il senso delle due formule riportate sui certificati di detenzione degli ergastolani è lo stesso: indicare che, salvo eccezioni, per il condannato le porte del carcere sono destinate a non aprirsi mai più.
di Massimo Donini
Il Riformista, 10 giugno 2021
Una svolta antipopulista. La prima riflessione che sorge spontanea è che nel pianeta Giustizia qualcosa è cambiato dopo le due ultime esperienze governative e con la nascita del Governo Draghi. Saranno i tecnici che hanno fatto la differenza, ma ora si ricomincia a parlare di diritto, a costruire diritto dentro alle leggi, e gli stili gridati e irrazionali del punitivismo giustizialista sembrano così distanti che quasi si stenta a credere che le forze politiche che sostengono l'attuale Consiglio dei Ministri siano le stesse dell'ultimo triennio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 giugno 2021
Il carcere non deve rappresentare l'unica risposta al reato e che, anzi, per gli effetti desocializzanti che comporta, deve essere evitato quando possibile in favore di pene da eseguirsi nella comunità. Per questo motivo, "se corredate di contenuti sanzionatori positivi, le sanzioni sostitutive possono rivestire il ruolo di vere e proprie pene sostitutive delle pene detentive".
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