di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Lo ha detto il Ministro Guardasigilli incontrando i Capi degli Uffici Giudiziari del Distretto della Corte di Appello di Napoli. Nel giorno più difficile del "viaggio" nella Corti d'Appello - "Napoli è un paziente grave" -, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia apre al coinvolgimento dei magistrati in età pensionabile per aggredire l'arretrato e fronteggiare le situazioni emergenziali. Non solo dunque potenziamento dell'Ufficio del processo, revisione delle piante organiche e nuovi concorsi.
"C'è un'altra idea alla quale stiamo lavorando - ha detto il Ministro nel corso dell'incontro con i vertici degli uffici giudiziari partenopei - perché veramente non stiamo pensando di accorciare i tempi del processo solo con la tagliola della prescrizione, qualcuno mi raccontava in questi giorni di un desiderio di alcuni magistrati che sono già in età pensionabile di, come dire, mettersi a disposizione: io non so se questo sarà possibile, non so se sarà possibile politicamente, non so se il Csm potrà essere d'accordo ma è un'altra idea una sorta di appunto: una task force di unità nazionali che potrebbe essere di aiuto sempre che sia gradita e che ci sia la disponibilità delle persone".
Intanto dopo l'audizione di questa mattina in commissione Giustizia alla Camera del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, secondo cui con la riforma "il 50 % dei processi finiranno sotto la scure della improcedibilità", compresi 7 maxi processi contro la 'ndrangheta, i deputati del M5S in Commissione rinfocolano la polemica: "La riforma del processo penale messa a punto dalla ministra Marta Cartabia deve essere modificata".
Per Cartabia però, incalzata sul rischio impunità anche dal procuratore capo di Napoli, "non possiamo stare fermi, non è l'improcedibilità che porterà i problemi che a Napoli come altrove ci sono già". "Dunque, ha proseguito, anche se le forze politiche spingono in direzione diametralmente opposte, questa riforma deve essere fatta perché lo status quo non può rimanere tale". "So molto bene che i termini indicati sono esigenti per questa realtà perché partiamo da un ritardo enorme ma non sono termini inventati perché sono i termini della legge Pinto che non solo la nostra legge ma tutta Europa definisce come i termini della ragionevole durata del processo".
"Non perdiamo il treno del Recovery - ha poi aggiunto - non facciamoci intrappolare in quello che è accaduto ormai da decenni nella giustizia italiana dove ognuno porta esigenze particolari imprigionando tutte le riforme della giustizia". "Sono venuta perché sapevo che sarei andata a incontrare la realtà più complessa e più difficile quella con maggiori problemi ma se l'Italia non rinasce da qui se la giustizia non riparte da qui non ce la farà da nessuna parte".
Cartabia poi è tornata sull'Ufficio del processo: "16.500 laureati che vi assicuro non sono stati mobilitati per fare degli esperimenti, la formazione ci sarà prima che arrivino in tribunale". "Daranno una mano per uccidere quei tempi morti tra il deposito della sentenza il passaggio al grado successivo che non possono rimanere inerti, non possono durare due anni, è un tempo che grava sull'imputato se non grava sull'ufficio successivo, possiamo permettere questo?"
"So bene però che non è una misura sufficiente". Perché, ha ricordato, in Italia il numero di giudici è la metà di quello che c'è in Germania. E per questo il Ministero si è impegnato a non fermare la macchina dei concorsi: oltre all'esame da avvocato, è stato "reinventato" anche quello della magistratura, che si è svolto la scorsa settimana. "E già l'ho detto e lo ribadisco qui dopo l'estate ci sarà un altro concorso perché i giudici non bastano". "E guardate - ha concluso Cartabia - che le vostre preoccupazioni di vedere ambiti di impunità, che qui non si possono tollerare, sono anche le mie preoccupazioni, l'ho già detto e l'ho già ripetuto: ogni processo che non arriva a una soluzione definitiva e una sconfitta. Tutti gli Abele e tutti gli imputati, che tante volte non sono neanche Caino, attendono un giudizio severo, giusto e tempestivo questo è quello che la costituzione ci chiede".
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 21 luglio 2021
"Quello che mi è successo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere mi ha rovinato la vita. Sono caduto in depressione e ho anche tentato di uccidermi". È il racconto di una violenza atroce quella che un torinese detenuto nel carcere in provincia di Caserta ha riportato in una querela che ha sporto solo ora, quando le immagini shock dei pestaggi subiti dai detenuti hanno alzato il velo su angherie e soprusi avvenuti lì dentro.
Uno stupro, subìto in carcere pochi mesi dopo essere stato arrestato, il 14 gennaio 2016, per associazione a delinquere di stampo mafioso, è quello che gli è successo. Era nell'alta sicurezza, stava facendo la doccia, quando tre uomini l'hanno incappucciato con un asciugamano e l'hanno seviziato con un bastone fino a causargli una grave emorragia. "Non so dire chi sia stato, se fossero guardie o, come penso, altri detenuti. Certo è che quel carcere per me è stato un inferno. Sono stato anche alle Vallette a Torino e ad Asti, ma la situazione non era grave come a Santa Maria Capua Vetere. Lì c'era un clima di terrore: non avrei mai potuto denunciare subito".
Chi parla è un panettiere di 51 anni, condannato in via definitiva a 4 anni e sei mesi di carcere, tra i protagonisti di un'inchiesta torinese che è stata tra le più importanti sulla presenza della 'ndrangheta in città. "Sono diventato mafioso a 45 anni dopo una vita di lavoro - racconta - avevo bisogno di soldi e sono finito in un giro di usura. Non so perché mi abbiano mandato in quel carcere, ma per 7 mesi non ho potuto avere colloqui con mia moglie e questo mi provocava grande sconforto. Per colmare il vuoto che provavo, mi recavo spesso dagli educatori anche solo per sapere quando potessi parlare con i miei familiari. Ma gli altri detenuti hanno probabilmente pensato che io riferissi informazioni su di loro, così mi hanno preso di mira, escludendomi spesso e minacciandomi".
Nella querela, l'ex detenuto descrive vagamente chi gli ha fatto violenza. "Non ho potuto vederli, ho solo sentito l'accento napoletano. Cantavano a squarciagola per coprire quello che stava succedendo. Io non potevo urlare, mi hanno messo contro il muro. In due, avranno avuto tra i 30 e i 40 anni, mi hanno bloccato, il terzo ha preso un bastone. Quando se ne sono andati, mi sono rannicchiato nelle docce a piangere. Ho avuto una grave emorragia, con una colonscopia mi hanno riscontrato le lacerazioni subite, ma non ho fatto denuncia. Avevo troppa paura". Dopo questa violenza, è stato ricoverato tre volte per motivi psicologici: "Ho tentato il suicidio per la vergogna e il dolore che ho provato".
Nessuno ha mai saputo niente, fino a quando i giornali non hanno iniziato a raccontare le violenze avvenute in carcere. "Ho trovato il coraggio di raccontare a mia moglie quello che ho subìto. Lì dentro non c'era alcuna protezione. C'erano ispezioni tutti i giorni, anche di notte. Una volta era sparito un cucchiaino dalla mensa e successe un casino, smantellarono tutte le celle, poi si scoprì che era finito in un tombino. Ho vissuto nella paura, per via del clima violento instaurato sia dalle guardie sia dai detenuti: ho anche provato a spiegare al magistrato che ero minacciato, ma è stato inutile. In carcere mi dicevano frasi terribili per incutermi terrore: 'Lo sai che c'è chi è finito giù da un ponte? Lo sai che c'è gente che è caduta giù da una finestra?'. Io non ho mai dato informazioni sugli altri detenuti, ero solo fragile e questo mi portava a un atteggiamento remissivo".
Assistito dall'avvocata Caterina Biafora, il torinese confida che la querela che ha sporto possa servire a far luce sul clima di violenza ma anche sulla mancanza di controlli e vigilanza sull'incolumità dei detenuti. "L'emorragia che ho avuto è stata evidente, eppure nessuno ha voluto capire cosa mi fosse successo" racconta.
"Sebbene la violenza sia avvenuta alcuni anni fa, solo ora il mio assistito ha elaborato cosa gli è successo". A parlare è l'avvocata Biafora che è specializzata nelle pari opportunità e da tempo si occupa di tutela dei detenuti, tanto che ha anche scritto un libro, "Rime tra le sbarre", sulle sensazioni e le esperienze di chi vive il carcere. "Spesso le vittime che subiscono questo tipo di reati - aggiunge - non elaborano immediatamente il fatto, ma impiegano anni per arrivare a raggiungere la consapevolezza così da riuscire a trovare il coraggio di fare denuncia. Ecco perché confidiamo che venga fatta chiarezza anche su questo episodio con un'indagine".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Non spezza il legame tra le due condotte il solo fatto che la prima sia stata già giudicata con sentenza definitiva. In materia di stupefacenti, nulla osta a che due reati di coltivazione illecita siano in continuazione anche se vi è già stata sentenza definitiva e le prime piante siano state sequestrate. Ad esempio, il fine di assicurarsi una forma più economica di antidolorifico cannabinoide è elemento intellettivo che - unito ad altre circostanze - dimostra la prevedibilità del reiterarsi di una condotta. E non si interrompe il legame tra i diversi episodi se la continuazione riguarda una condotta già precedentemente giudicata con sentenza definitiva e risalente negli anni.
La Corte di cassazione con la sentenza n. 27992/2021 ha perciò riconosciuto come incongruo il ragionamento dei giudici di merito che avevano tout court escluso il vincolo della continuazione - tra due diversi episodi di coltivazione domestica illecita di piante di marjuana - in quanto tra uno e l'altro erano trascorsi due anni. La "frattura" tra i due episodi affermata valutando solo l'elemento temporale non è affatto provata. Infatti, non vi è frattura tra due o più diversi episodi neanche per un fatto esterno - quale il corso della giustizia già compiuto - all'eventuale "identico disegno criminoso".
Ciò che rileva perché il precedente reato sia avvinto dalla continuazione con quello successivo è la sussistenza - al momento di commissione del primo - della rappresentazione futura di una reiterazione del successivo reato anche solo in termini di alta probabilità. Circostanza prospettica non escludibile in un caso come quello concreto dove la finalità "di cura" o di sollievo perseguita dall'autore del reato sia condizione stabile e il reato venga ripetuto con le medesime modalità e nei medesimi luoghi: l'abitazione dell'imputato.
Spiega, infatti la Cassazione, che la continuazione tra reati è desumibile in base a diversi elementi:
- omogeneità tra violazioni e bene protetto;
- contiguità spazio-temporale;
- modalità e singole causali;
-sistematicità e abitudini di programmazione di vita.
La programmazione unificante è quella esistente al momento di commissione del primo reato e il vincolo della continuazione anche in presenza di elementi di probabilità di reiterazione si spezza se il successivo reato è commesso sotto una spinta estemporanea.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2021
Parere favorevole, con osservazioni, del Garante privacy sullo schema di regolamento del Ministero della giustizia che disciplina il trattamento in una pluralità di ambiti e contesti. Il Garante per la privacy ha espresso parere favorevole sullo schema di regolamento, predisposto dal Ministero della giustizia, che disciplina il trattamento dei dati giudiziari in una pluralità di ambiti e contesti.
Il testo recepisce buona parte delle indicazioni fornite dall'Autorità nel corso di diverse interlocuzioni con il Ministero e rafforza le tutele previste per le persone. Definite anche un complesso di garanzie minime nei principali settori nei quali possono essere trattati dati giudiziari: dall'ambito forense al mondo del lavoro, dalla verifica dei requisiti di onorabilità a quella della solidità e affidabilità di soggetti privati, dall'ambito assicurativo a quello delle professioni intellettuali o della ricerca storica e statistica, oppure nella mediazione e conciliazione delle controversie civili e commerciali.
La bozza di regolamento si applica anche ai dati relativi alle misure di prevenzione, come quelle per gli indiziati di appartenenza ad associazione di tipo mafioso. Il testo prescrive inoltre che tutti i titolari rispettino i principi di proporzionalità e di minimizzazione previsti dal Gdpr, trattando solo dati indispensabili e per il tempo strettamente necessario rispetto alla finalità perseguita.
Chi tratta i dati, dovrà anche verificare l'affidabilità delle fonti, adottando specifiche garanzie volte ad assicurare l'esattezza dei dati trattati, che dovranno essere sempre aggiornati rispetto, tra l'altro, all'evoluzione della posizione giudiziaria dell'interessato.
Le osservazioni del Garante - Al fine di rafforzare ulteriormente le garanzie già previste nel testo del Ministero, il Garante ha comunque espresso nel parere ulteriori osservazioni. In particolare, il Garante ha richiesto che le garanzie introdotte con il decreto siano previste come parametro di riferimento minimo anche per quei trattamenti che vengono svolti in ambito pubblico sulla base di previsioni normative diverse. Ha inoltre chiesto che sia prestata particolare attenzione ai dati giudiziari raccolti da fonti aperte in caso di trattamenti svolti a fini di verifica della solidità, solvibilità ed affidabilità nei pagamenti. In tali casi si dovrebbero ammettere, quali legittime fonti di raccolta, solo i siti internet istituzionali, nonché quelli di ordini professionali e di associazioni di categoria.
Il Garante ha inoltre sottolineato che, nella maggior parte dei casi, il consenso dell'interessato non può essere considerato una base giuridica legittima per il trattamento dei dati giudiziari; questo aspetto vale in particolare nella gestione del rapporto di lavoro dove il dipendente si trova in una posizione di disparità tale, rispetto al datore di lavoro, da non garantire una libera espressione del consenso.
L'Autorità ha infine rilevato l'importanza di disciplinare anche i trattamenti svolti da soggetti no-profit, per finalità di mediazione e conciliazione delle controversie civili e commerciali, nonché quelli per finalità di accesso a sistemi o aree sensibili in determinati ambiti, particolarmente rilevanti nel contesto socio-economico attuale.
di Michela Marzano
La Stampa, 21 luglio 2021
All'inizio della pandemia, le mafie si sono ben organizzate per poter approfittare della situazione: hanno congelato i prestiti a usura; hanno rinviato le scadenze; hanno fatto arrivare pasta, zucchero e caffè nelle case dei più bisognosi. A buon rendere, ovviamente, come hanno denunciato sia la Direzione investigativa antimafia, sia associazioni come Libera.
Visto che non è mai stata la compassione a muovere il crimine organizzato, ma la possibilità di poter massimizzare profitti e interessi. Proprio come i fornai, i macellai e i birrai di cui parla Adam Smith nel suo celebre La ricchezza delle nazioni. Per il padre dell'economia politica, d'altronde, fornai, macellai e birrai sono spinti a produrre e vendere il pane migliore o la cane e la birra più pregiate non certo per altruismo o per benevolenza, ma per trarne profitto, e quindi per puro egoismo: più la carne, il pane e la birra sono buoni, più la gente è disposta a spendere. "Dare" al fine di "ottenere", quindi.
Che è poi diventato il principio cardine del neoliberismo dei Chicago Boys. Sebbene in nome della deregolamentazione e della privatizzazione, l'ultraliberismo abbia progressivamente non solo picconato il Welfare State che si era diffuso in Europa nel Secondo Dopoguerra, ma abbia di fatto anche favorito il diffondersi della criminalità organizzata. Laddove lo Stato è assente e non si ha accesso ad alcuni servizi fondamentali come l'istruzione e la sanità, oppure la gente non trova lavoro e non sa come fare per sbarcare il lunario o sentirsi protetta, la mafia prospera. Strumentalizzando ogni situazione d'urgenza e di crisi, persino la pandemia, al fine di alimentare quello che ormai, dagli studiosi, viene definito il "welfare mafioso".
Col passare dei mesi e l'apri-e-chiudi di moltissimi negozi, però, la situazione è pian piano cambiata: senza pizzi e senza guadagni, le casse si sono svuotate e anche il welfare mafioso si è incrinato. E allora sono tornate le minacce e, da quanto sta emergendo in seguito al blitz che ha portato ieri al fermo di sedici persone del mandamento di Ciacilli, sono ricominciate le estorsioni. Anche perché gli uomini di Cosa Nostra sono stati a loro volta minacciati dalle mogli dei detenuti che hanno fatto capire loro che, se i soldi non fossero arrivati, prima o poi i mariti avrebbero iniziato a parlare.
Nessun codice d'onore inviolabile, allora, nonostante gli strascichi di un linguaggio infarcito di "cornuti" e "sbirri" come emerge da alcune intercettazioni. Nulla a che vedere con la visione romanzata secondo cui la mafia incarnerebbe una vita non mediocre, basata sul coraggio, il rispetto, la virilità e la magnanimità. La mafia prospera finché aiuta e protegge sostituendosi allo Stato. Quando non può più farlo, perde credibilità.
Non sono tanto, o solo, la mitizzazione della violenza o l'idealizzazione dei boss che hanno d'altronde reso possibile il dilagare della criminalità organizzata, quanto la ben più prosaica esistenza, per le persone, di bisogni essenziali da soddisfare: nutrirsi, vestirsi, curarsi, lavorare, sentirsi protetti. Perché allora non fare in modo che le persone non abbiano più bisogno della protezione e degli aiuti offerti dalla mafia?
Non è questa l'unica cosa che dovrebbe fare lo Stato, assumendosi nuovamente, e ovunque, il ruolo di assicurare ai suoi cittadini un minimo tenore di vita, di proteggerli quando ce n'è più bisogno e consentire loro accesso all'istruzione, alla sanità e agli altri servizi necessari a una vita decente? Occupare lo spazio, quindi, anche grazie alle ingenti somme di denaro del Pnrr, preparando pian piano i cittadini all'autonomia. Perché non si tratta di agire paternalisticamente, ma di dare a tutte e a tutti gli strumenti adeguati (materiali e culturali) affinché possano poi perseguire i propri obiettivi, avendo la capacità e la possibilità di scegliere su quali valore fondare la propria esistenza, invece che semplicemente cercare di soddisfare i propri bisogni primari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 luglio 2021
Corte costituzionale: "Non è ragionevole, e contrasta con l'effettività del diritto di difesa, che il cittadino di un Paese non aderente all'Unione europea non abbia diritto al patrocinio a spese dello Stato soltanto perché si trova nell'impossibilità di produrre la certificazione dell'autorità consolare richiesta per i redditi prodotti all'estero".
È quanto ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 157 depositata ieri (redattrice Emanuela Navarretta), dichiarando illegittimo l'articolo 79, comma 2, del Dpr n. 115 del 2002, nella parte in cui non consente al cittadino di Stati non Ue di dimostrare di aver fatto tutto il possibile, in base a correttezza e diligenza, per presentare la richiesta documentazione, e quindi di produrre una dichiarazione sostitutiva di tale documentazione. L'intervento della Corte nasce da un procedimento nel quale due cittadini di nazionalità indiana avevano proposto opposizione al provvedimento di diniego del permesso di soggiorno per lavoro stagionale.
I due ricorrenti si erano visti negare il beneficio del patrocinio a spese dello Stato in quanto l'Ambasciata e il Consolato indiano in Italia non avevano dato riscontro alla loro richiesta di certificare la mancanza di redditi all'estero. A sollevare questione di legittimità era stato il Tar del Piemonte secondo il quale se l'esclusione dal patrocinio a spese dello Stato di uno straniero non abbiente, cittadino di un Paese non appartenente all'Ue, "viene a dipendere dall'inerzia di un soggetto pubblico terzo, non sopperibile con gli istituti di semplificazione amministrativa e decertificazione documentale previsti, invece, per i cittadini italiani e dell'Unione europea", si verrebbe a creare un irragionevole vulnus al principio di eguaglianza nell'accesso alla tutela giurisdizionale.
Con la sentenza depositata ieri inoltre la Corte ha uniformato, sotto il profilo della certificazione dei redditi prodotti all'estero, "la disciplina sul patrocinio a spese dello Stato nei processi civile, amministrativo, contabile e tributario a quanto richiesto dal principio di autoresponsabilità e a quanto già previsto per il penale, non essendoci, quanto all'aspetto citato, alcuna ragione per differenziarli". L'istante avrà così l'opportunità di produrre in ogni tipo di giudizio una "dichiarazione sostitutiva di certificazione" relativa ai redditi prodotti all'estero, una volta dimostrata l'impossibilità di recuperare i documenti.
calabria7.it, 21 luglio 2021
"Ergastolo ostativo. Percorsi e strategie di sopravvivenza": è il titolo della tesi di laurea che Salvatore Curatolo, sessantacinque anni, condannato all'ergastolo ostativo per reati di mafia, ha discusso ieri, martedì 20 luglio, nella sala teatro del carcere di Catanzaro, conseguendo il voto di 110 e lode.
L'uomo ha raccontato se stesso accendendo i riflettori con una consapevolezza facilitata dalla scrittura autobiografica su ciò che gli ha consentito di sopravvivere in senso psicologico e fisico alla detenzione, 28 anni ininterrotti di reclusione di cui 12 in regime di 41 bis. Relatore della tesi il professor Charlie Barnao, docente di Sociologia all'Università Magna Graecia di Catanzaro e delegato del Rettore per il Polo universitario per studenti detenuti.
Metodo dell'autoetnografia - Barnao spiega il metodo dell'autoetnografia al centro di questo lavoro partito dalla descrizione delle regole, dei ruoli sociali, della dimensione culturale delle carceri. "Il metodo dell'autoetnografia - afferma il professore - rientra nell'ambito più generale dell'etnografia. Ma mentre con l'etnografia il ricercatore studia le culture altre per comprendere i soggetti al centro della sua ricerca, con l'autoetnografia il ricercatore è nel contempo osservatore e osservato, l'autore e il focus della storia. Lavori autoetnografici di questo tipo possono servire a valorizzare aspetti della personalità utili per determinati percorsi di adattamento; ciò può assumere anche una significativa valenza dal punto di vista educativo e rieducativo".
La tesi di Curatolo - "In particolare - spiega Charlie Barnao - nella tesi di Curatolo emerge il ruolo centrale dell'istruzione. Per quest'uomo che non aveva neanche la quinta elementare, studiare in carcere e arrivare alla laurea in sociologia è stato un modo per avvicinarsi con nuovi argomenti di discussione alle persone a lui più care. La tesi è frutto di un percorso introspettivo lungo e faticoso. Un lavoro reso possibile anche grazie alla grande disponibilità e collaborazione dell'istituto penitenziario di Catanzaro, diretto da Angela Paravati, e dell'Università 'Magna Graecia' di Catanzaro con il suo Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia (Diges) diretto da Geremia Romano presidente del Senato accademico che ha presieduto la commissione di laurea".
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 21 luglio 2021
"Siamo stati caricati e colpiti al volto con manganellate anche coi tondini in ferro pien". La denuncia di un recluso "testimone passivo" delle rivolte nel carcere e della "spedizione punitiva" il giorno dopo ad Ascoli dove fu trasferito assieme ad altri. "Molti detenuti, alcuni in palese stato di alterazione probabilmente dovuto all'assunzione di farmaci, furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate anche coi "tondini in ferro pieno" che si usano per effettuare la battitura nelle celle. Alcuni di questi a cui non fu dato nessun supporto medico morirono nel giro di pochi minuti".
È un passaggio di una lettera scritta da C.C., che si qualifica come uno dei reclusi nel carcere di Modena durante la rivolta dell'8 marzo 2020, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il detenuto riferisce anche di pestaggi durante il suo trasferimento insieme ad altre persone nel carcere di Ascoli Piceno e successivi alla morte di Salvatore Piscitelli, il 40enne noto per il suo talento di attore teatrale dal cui decesso è originata la prima delle indagini sulle otto persone morte in seguito alle proteste. In particolare, riferisce a Cartabia di "una spedizione punitiva cella a cella" effettuata da "una squadretta di una decina di agenti".
"Picchiati da ammanettati e senza scarpe" - C.C. è stato sentito come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Modena dopo avere presentato un esposto il 20 novembre del 2020. Nella lettera di sei pagine, afferma di essersi trovato "coinvolto seppure in maniera passiva" nella rivolta scoppiata in carcere e "di avere assistito ai metodi di intervento messi in atto dagli agenti della casa circondariale dopo che i detenuti si erano consegnati spontaneamente. Metodi che consistevano in veri e propri pestaggi effettuati tra le due porte carraie e in una sala adiacente alla caserma agenti. Il pestaggio avvenne in uno stanzone dopo che tutti ci eravamo consegnati, dopo che eravamo stati ammanettati e privati delle scarpe". "La morte dei detenuti - prosegue - fu successivamente classificata come morte d'overdose dovuta ad assunzione di farmaci, ma la mia domanda personale è: se non fossero stati picchiati al volto e fossero stati condotti in ospedale sarebbero morti?".
"Di nuovo picchiati nudi nei furgoni" - L'uomo racconta anche cosa sarebbe successo dopo. "Verso le 20 circa, fummo fatti salire senza porre resistenza sui mezzi della penitenziaria e condotti alla casa circondariale di Ascoli Piceno. Alcuni di noi vennero picchiati durante il viaggio a cui partecipò anche Piscitelli". "Arrivati ad Ascoli fummo fatti scendere e posti in una serie di furgoni parcheggiati nel piazzale, denudati, senza scarpe e con le porte aperte. Dato l'orario e le temperature basse rimanemmo al freddo per più di un'ora, all'interno dei furgoni fummo nuovamente picchiati. Mi chiedo - commenta C.C. - come mai non furono chiesti i filmati delle telecamere del piazzale di Ascoli".
Piscitelli morì la mattina dopo il trasferimento, secondo C.C. anche per i mancati soccorsi pure sollecitati dai detenuti. "Il 9 marzo alle 7 e 30 circa - si legge nella lettera - salì una 'squadretta' in reparto composta da circa 10 agenti, alcuni con casco, scudo e manganello. Cella dopo cella ci picchiarono tutti, una violenza ingiustificata dato che eravamo stati trasferiti da Modena, eravamo arrivati in sicurezza ammanettati e senza scarpe e senza porre resistenza alcuna. Quella di Ascoli fu una vera e propria spedizione punitiva per i fatti occorsi a Modena il giorno prima".
"Ministro, le porgiamo una mano" - E ancora nella sua lunga narrazione, C.C dice che poco più tardi dopo avere di nuovo chiesto soccorsi per Piscitelli che emetteva "versi di dolore" si sentirono zittire da un agente che li avrebbe invitati a "farlo morire". "Si parla spesso di giusta giustizia e di giustizia garantista - si conclude la lettera a Cartabia. Le stiamo porgendo una mano, ci consenta di aiutarla ad aiutarci nel costruire un sistema migliore. Da parte mia sarà doveroso chiedere un risarcimento non per me ma per i familiari delle vittime".
Il "Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna" sottolinea che "C.C. si interroga sul perché i vari garanti a cui si è rivolto non siano stati interrogati sulla sua denuncia". E rilancia: "Le recenti indagini su Santa Maria Capua Vetere e il loro esito hanno abbattuto per una volta quella coltre di silenzio che da troppo tempo ricopriva le mura del nostro sistema penitenziario. Bisogna insistere e continuare a chiedere giustizia".
di Monica Musso
Il Dubbio, 21 luglio 2021
Da un lato l'ombra di una "dittatura sanitaria". Dall'altro la Costituzione, che non vieta la possibilità di introdurre limitazioni. Sull'obbligo vaccinale è scontro tra giuristi, a confronto sull'ipotesi di una stretta che riguardi, in primis, le scuole. Ad affermare la legittimità di un intervento statale che limiti le libertà in caso di mancata vaccinazione è il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che in un'intervista a La Nazione si è schierato a favore dell'obbligo. "Soggetti con controindicazioni mediche sono l'eccezione, ma l'obbligo va introdotto e soprattutto per professioni a contatto con soggetti deboli (ragazzi, ragazze, bambine e bambini, persone inferme) in un quadro di rispetto generale", ha affermato. Flick si è fatto promotore, assieme a una ventina di giuristi, di una lettera rivolta al presidente del Consiglio Mario Draghi, al quale hanno chiesto una legge che imponga l'obbligo vaccinale per insegnanti e altro personale scolastico, in vista della ripresa delle lezioni in presenza da settembre. Ciò anche in qualità di "nonno": "Davanti alle conclusioni Invalsi sugli effetti nocivi della Dad e al desiderio dei nostri nipoti di tornare in classe - ha dichiarato a Repubblica - chiediamo al governo di valutare le condizioni migliori per l'accesso a scuola, sia sul fronte dei trasporti che su quello della presenza in aula per evitare che si contagino. Ecco perché l'obbligo di vaccinazione per studenti e prof". Nulla di trascendentale, secondo Flick, che cita l'articolo 16 della Costituzione: "Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza". Da qui, dunque, la possibilità di introdurre trattamenti medici, come già accaduto in passato, a tutela della salute della collettività. "Esistono doveri di reciprocità", ricorda il presidente emerito della Consulta, che in merito a eventuali sanzioni spiega: "Esse sono previste. Sanzioni e ammende proporzionate sono inevitabili in caso di mancato rispetto delle leggi. Fermo restando che l'informazione completa e comprensibile è il primo passo per un'adesione consapevole alla legge che sarebbe preferibile. Ci possono essere tante opinioni, ma non è possibile che vinca il caos". Su Repubblica, Flick si è detto "convinto che lo Stato possa introdurlo (l'obbligo vaccinale, ndr) legittimamente alla luce dell'articolo 16 della Costituzione, che prevede limiti alla libertà di circolazione per ragioni sanitarie, e dell'articolo 32, che tutela il diritto fondamentale alla salute come interesse della collettività".
Non è d'accordo, invece, Fabrizio Giulimondi, consulente giuridico-normativo presso la presidenza della Commissione Agricoltura del Senato, componente del comitato scientifico di ForoEuropa e collaboratore di LabParlamento. "Il Green pass lo inquadro come obbligo indiretto di vaccinazione, bisogna chiamare le cose come sono - ha dichiarato ai microfoni della trasmissione "L'Italia s'è desta". Nel momento in cui io dico a una persona che può entrare in un luogo pubblico solo se ha fatto due dosi di vaccino, se ha un tampone negativo o se è guarito dal covid, tu gli stai dicendo di fatto di vaccinarsi, è un obbligo indiretto. Dicano se vogliono l'obbligo vaccinale o no, se non lo vogliono non possono rendere obbligatorio il green pass. Il tampone è l'alternativa ma costa, di conseguenza una famiglia di 4 persone che vuole andare al ristorante deve spendere il doppio considerando i tamponi. Imporre così un vaccino può suscitare grossi dubbi di costituzionalità. Vi sono prese di posizione della Corte Europea e del Consiglio d'Europa che sono contro questi mezzi", ha affermato. Secondo Giulimondi, il vaccino anti- covid, a differenza di altri per i quali è previsto un obbligo, "non è consolidato e validato in tutte le sue fasi, è in fase di controllo, perciò qualche dubbio lo desta. Essere contrari ai vaccini è un'idiozia, ma avere qualche dubbio su questo vaccino lo ritengo ragionevole.
Cartabellotta della fondazione Gimbe proprio su Radio Cusano Campus ha detto che mancano i vaccini, questo incide in chiave giuridica e costituzionale, se io sono impossibilitato ad accedere ai vaccini come è possibile imporre il Green Pass? Poi ci sono persone che il vaccino non possono proprio farlo per motivi di salute. Questi sono problemi giuridici importanti, non stiamo parlando del derby Roma- Lazio, non si tratta di dividere in vax e no vax".
Per Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori, i vaccini, così come gli strumenti "anti-virus", "sono importanti, ma secondari rispetto al distanziamento cui continua a fare riferimento lo stesso Comitato tecnico scientifico. La verità è che per il terzo anno consecutivo stiamo andando incontro a delle lezioni con le classi pollaio e non attuando quanto chiesto dal Cts: il distanziamento sociale all'interno degli spazi scolastici chiusi. È certo importante che tutti si vaccinino, però per la ripresa della didattica in presenza bisogna focalizzare l'attenzione pubblica non sull'obbligo vaccinale ma sull'obbligo dello Stato di fornire gli spazi adeguati". Perché deve essere chiaro, ha detto ancora Pacifico, che "in una classe di 35 metri quadri, più di 15 alunni non possono stare".
paeseitaliapress.it, 21 luglio 2021
"Stabat mater" è un cortometraggio realizzato dall'associazione culturale Teatro Electra di Pistoia con la partecipazione, in qualità di attori, dei detenuti della Casa Circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia, insieme agli attori professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori, per la regia di Giuseppe Tesi. Si terrà venerdì 23 luglio alle ore 10:00 presso Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari, la proiezione del cortometraggio Stabat Mater, regia di Giuseppe Tesi, il progetto cinematografico proposto e realizzato dall'Associazione Culturale Electra Teatro Pistoia che coinvolge i detenuti affiancati da due attori professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori. La proiezione è parte dell'evento "Non c'è giustizia senza umanità" organizzato dalla Senatrice Paola Binetti nell'ambito del dibattito, attualmente in atto in Parlamento, sulla Riforma della Giustizia. Prevista anche la tavola rotonda a cui interverranno Monsignor Dario Edoardo Viganò, A. Mantovano, R. Turrini Vita, G. Caliendo, B. Nicotra, Giuseppe Tesi. Chiuderà il dibattito l'On. Paolo Sisto, Sottosegretario alla Giustizia.
Il progetto Stabat Mater - Il Regista Giuseppe Tesi ha scelto un testo originale per contenuto e stile. Si tratta dello Stabat Mater, una piéce tratta dalla raccolta Madri (ed. Oedipus, 2018) della poetessa Grazia Frisina. Un testo in versi, strutturalmente evocativo del canto greco. Lo scritto, di grande impatto carnale e, al contempo, spirituale appartiene all'alveo del teatro post-moderno, circoscritto in una chiave di lettura immaginaria e visionaria, fra estremi toni modulari, basso/alto, dentro/fuori. Il pianto della Madre di Cristo, qui interpretato con impeto neorealistico da Melania Giglio, è rappresentativo del pianto di tutte le madri di fronte al sacrificio e all'ingiusta morte di un figlio. Il Coro, formato da dodici detenuti di diversa etnia ed appartenenza linguistica, e la Corifea, sostenuta da un insolente Giuseppe Sartori, si contemperano con efficacia all'afflato dei versi. Il grido di dolore di ciascuno, il vero disagio vissuto nel divenire Opus Artis acquisiscono, nel corso delle sequenze sceniche, i colori della speranza.
Malgrado i tempi frammentati e dilatati dovuti alle necessarie limitazioni imposte dalla pandemia, Electra Teatro è riuscita ad iniziare e a concludere le riprese nell'arco di un anno. La dirigenza e le maestranze della Casa Circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia, sotto la guida della D.ssa Loredana Stefanelli, hanno sostenuto con entusiasmo e spirito collaborativo il lavoro. I detenuti, nonostante le iniziali incertezze e alcune diffidenze, si sono dimostrati seri, partecipi e motivati, rivelando inaspettate capacità espressive.
La realizzazione del cortometraggio è stata in parte finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Fondazione un Raggio di Luce, Ordine Avvocati, Società della Salute Pistoiese, Misericordia, Fondazione Tesi Group, Publiacqua, Publiservizi, Chianti Banca, Unicoop Firenze - sezione di Pistoia, Fondazione San Giovanni Pistoia.
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