assocarenews.it, 10 giugno 2021
Lo chiede Snalv Confsal. È giunto il momento per stabilizzare gli Operatori Socio Sanitari assunti nelle carceri italiane durante la Pandemia Covid. Eroi dimenticati? Stabilizzare gli Operatori Socio Sanitari (Oss) che lavorano nei penitenziari la cui funzione è stata messa in evidenza ancor di più durante la pandemia. È la proposta del sindacato Snalv-Confsal che pubblichiamo con la nota a firma del segretario provinciale Manuel Bonaffini.
giuridica.net, 10 giugno 2021
L'Associazione "Cammino - Camera Nazionale degli Avvocati per la persona, le relazioni familiari e i minorenni" - evidenzia le lacune nella giurisprudenza relativa al diritto di un minore di mantenere un rapporto con i propri genitori in situazioni di detenzione. È trascorso oltre un anno dalla proclamazione dello stato di emergenza nazionale (art. 24 del d.lgs n. 1 del 2018) il 31 gennaio 2020 dal Consiglio del Ministri, a cui ha fatto seguito l'emanazione di numerosissimi Dpcm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 giugno 2021
Intervista a Fabrizio Cicchitto, ex numero due di Forza Italia, sul caso della sindaca di Crema: "C'è un vaso che trabocca, anche per l'avvocatura: penso alla rivolta delle Camere penali per la rimozione della gip di Verbania". C'è una differenza strutturale, tra Fabrizio Cicchitto e la gran parte dei politici oggi in carriera.
L'ex numero due di Forza Italia, oggi commentatore su diversi giornali, ha una cultura da lasciare disarmati. Le analisi le fa su due basi: la realtà e le categorie del pensiero. Provate a mettervi contro di lui: perdete. Ad esempio, perdete nel vostro slancio ottimistico sulla presunta imminente emancipazione della politica dalla supplenza della magistratura. "Ma io più che pessimista mi dico scettico. Si deve distinguere fra rivolta e rivoluzione: sono cose diverse. I segni di rivolta ci sono, è vero, per la rivoluzione mi sa che c'è da attendere e le spiego perché".
Aspetti, onorevole Cicchitto, partiamo dal caso di Crema, dagli emendamenti sulle pagelle ai giudici: non le sembra che la politica si sia stufata?
Sì, certo. È la risposta di chi non ne può più. Guardi, dietro la reazione dei sindaci per l'indagine avviata sulla sindaca di Crema dopo che un bambino si è chiuso le dita nella porta, c'è l'accumularsi di una lunghissima serie di attacchi all'autonomia della politica. Vogliamo mettere insieme quelli principali?
Certo...
Bene. Concorso esterno in associazione mafiosa: si rende conto che non è un reato codificato come tale ma il combinato disposto fra due fattispecie diverse? Poco più in là troviamo la legge Severino: un affronto al principio della presunzione d'innocenza, della verità processuale stabilita nei tre gradi di giudizio. Mi riferisco naturalmente alla sospensione dalle cariche politiche locali fin dalla condanna in primo grado. All'interno di quella legge c'è un altro capolavoro.
A cosa si riferisce?
Al traffico di influenze. Ma come si fa? Com'è concepibile un reato del genere? Ma se fosse esistito quando ero in Parlamento, con tutte le lettere di raccomandazione che ho scritto quando c'erano le preferenze, mi avrebbero dato l'ergastolo.
Fantastico...
Andiamo avanti: la base, naturalmente, è l'abuso d'ufficio: vera licenza di uccidere nella mani dei pm. Il tutto condito da una delle non poche follie autodistruttive realizzate dalla politica in questi trent'anni: l'ultima legge, voluta da Enrico Letta, sul finanziamento pubblico ai partiti, totalmente abolito. Ecco, il quadro è completo. Politica denudata, disarmata.
E proprio di fronte a questo c'è la reazione dei sindaci, della politica, gli emendamenti sul Csm: non le basta?
Aspetti, è una rivolta di chi proprio non ne può più, che reagisce perché gli hanno tolto tutto, ogni difesa, ogni speranza di azione, e non può perdere nulla. Pensi alle fondazioni: quei temerari che avevano finanziato Renzi si sono visti entrare la guardia di finanza in casa alle 5 di mattina, senza essere neppure indagati. A uno la moglie ha detto, dopo la prima raffica d'insulti: azzardati a dare ancora un soldo a sti politici e ti butto fuori di casa. C'è un vaso che trabocca, anche per l'avvocatura: penso alla rivolta delle Camere penali per la rimozione della gip di Verbania, al di là del merito dell'indagine che dovrà pur dirci com'è che abbiamo avuto 14 morti.
E a tutto si aggiunge la crisi iniziata con Palamara, che ha tolto alla magistratura l'aura salvifica.
Sì è vero. È stato un po' come per l'Urss: non è caduta perché un nemico ha sganciato l'arma letale ma per implosione. Si è avviato un processo distruttivo partito dall'interno. Legato peraltro al cambio di alleanze fra le correnti voluto da Palamara: addio al solito patto fra i gruppi di sinistra e di centro per fare spazio a un'alleanza di centrodestra, Unicost con "Mi" anziché con "Md" appunto. Lì hanno pensato di usare l'arma atomica, il trojan. Ma l'arma atomica, seppure per pochi istanti, emana un bagliore che rischiara tutto. Tutte le contraddizioni e le distorsioni interne. Si sono fatti male da soli. Anche perché si sono dimenticati di Machiavelli.
Machiavelli?
Diceva: al gatto devi sempre lasciare una via d'uscita. Se no si vede perso e ti attacca con gli artigli negli occhi. Ed ecco: Palamara giustamente si è servito di un'autodifesa mediatica e ha portato allo scoperto uno scenario devastante per la magistratura.
E di fronte a tutto questo, caro onorevole Cicchitto, come fa a non essere ottimista su una politica che si riappropria del ruolo?
Deve tenere presenti due classici del marxismo primonovecentesco. Innanzitutto Rudolf Hilferding, Il capitalismo finanziario: ce n'è troppo, e in condizioni simili vengono schiacciati sia gli imprenditori che la classe operaia, diceva. In altre parole: si fa difficile, per la politica, organizzarsi e riprendere il timone, ma il discorso è lungo. L'altro classico ci aiuta di più: Georgj Plechanov, La funzione della personalità nella storia. In pratica spiegava come ci volessero dei veri leader, delle grandi personalità per trasformare una rivolta in vera e propria rivoluzione. Oggi figure di leader in grado di cavalcare l'onda e restituire alla politica il suo primato non ne vedo. Poi per carità, ci sono i piani di Cartabia, a rischio naufragio, però, per le resistenze dei 5 stelle e di quel partito delle procure mai schiodato dalle stanze del Pd. Ci sta pure la mossa geniale di Salvini.
Condivide i referendum?
Avranno il mio voto. Guardi, a me Salvini sta sulle scatole, lo dico chiaramente. Ma ha fatto una mossa geniale: ha disarticolato il quadro. Lui e il Partito radicale hanno messo la giustizia, la crisi della magistratura, a referendum. Hanno scatenato il panico nel Pd, pensi a Bettini.
E allora? Ci siamo: possiamo tornare alla politica egemone!
Gliel'ho detto: ci vogliono grandi personalità. Figure di ben altro spessore. Se no è una rivolta, non la rivoluzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 giugno 2021
Il professore di Diritto pubblico chiamato dalla ministra Cartabia a scrivere la riforma: "Una magistratura senza liste per battere le correnti"
Professor Massimo Luciani buonasera. Su incarico della Guardasigilli Marta Cartabia, lei ha ridisegnato l'architettura del futuro Csm. Lo si può fare senza toccare la Costituzione? L'ex ministro Flick dice di no.
"Non la penso come lui. È vero che anche la nostra commissione ha proposto degli aggiustamenti costituzionali, ma molto si può fare anche a Costituzione invariata. E credo che il nostro lavoro abbia dimostrato proprio questo".
A che interventi pensa?
"C'è l'imbarazzo della scelta. Citerei, nell'ordine, il cambio della legge elettorale per i togati, norme stringenti per l'accesso dei magistrati alle cariche politiche, disciplina rigorosa del fuori ruolo, lavoro degli uffici programmato in modo da garantirne l'efficienza...".
Si fermi, sarà una riforma vera o una riformicchia?
"Guardi, basta leggere la relazione per capire che non è così, fermo restando che la ministra Cartabia farà le sue valutazioni politiche".
Bisogna ridare prestigio a un organo costituzionale come il Csm, ma al contempo all'intera magistratura dopo i colpi del caso Palamara. L'ha ripetutamente chiesto Mattarella. Bastano ritocchi qua e là?
"La sento scettica, ma sta sbagliando. È vero che non s'immagina una riscrittura integrale delle norme, ma si disegna una riforma molto significativa. Però senza un grande rinnovamento culturale della magistratura, degli operatori del diritto, della politica, ma anche dei media, da questa grave crisi non si esce: le leggi aiutano a risolvere i problemi, ma sono le persone che ci riescono".
Senta, i giornalisti hanno fatto la loro parte. Denunciando gli accordi sottobanco privi della moralità istituzionale che dovrebbe essere il dna di una toga. Ma le toghe che hanno fatto?
"Guardando dall'esterno, mi pare evidente l'ansia di rinnovamento che serpeggia nell'intero corpo della magistratura, specialmente tra i più giovani. Il diritto è una missione prima che una professione, e per i magistrati dev'esserlo in modo particolare".
Sono scettica, per quello che vedo. Perché, in chiave anti-correnti e anti accordi di partito, ha escluso l'ipotesi di un rinnovo parziale del Csm ogni due anni? A Cartabia l'idea piaceva...
"È un'idea meritevole della massima considerazione. C'è però un problema: la sorte del vicepresidente. Si poteva ridurre il suo mandato a due anni? Penso proprio di no, perché il rapporto con il capo dello Stato dev'essere saldo e duraturo. E poi una parte del Consiglio non avrebbe mai potuto esprimere il vicepresidente. Allora abbiamo affidato la scelta del vice al capo dello Stato. Ma serve una riforma costituzionale".
Un Csm dove le interferenze della politica si sentono e dove le correnti la fanno da padrone su nomine, carriere, sanzioni disciplinari. La sua scure dove colpisce?
"A parte questi toni così forti, abbiamo proposto nuove regole per formare le commissioni, principi rigorosi per attribuire gli incarichi, in linea con il ddl Bonafede, freni significativi al carrierismo".
Fatta la legge, trovato l'inganno. Lei propone il "voto singolo trasferibile", ogni toga vota, ma poi conta un numero magico e imprevedibile, il "quoziente" tra il numero dei voti validi e quello dei seggi più uno. Scommetterebbe sull'impenetrabilità del sistema?
"Abbiamo immaginato candidature individuali (non di lista!) per favorire chi non è legato alle correnti. Quanto al "quoziente" si tratta di un semplice calcolo matematico che c'è in tutti i sistemi proporzionali che non utilizzano il metodo del cosiddetto divisore, che è una cosa ancora più complicata".
Scommette su questo?
"Scommetto che renderà molto più difficile la vita a chi vorrebbe comprimere il pluralismo interno della magistratura. Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che esista un sistema elettorale capace di eliminare il potere di forze organizzate".
Ma ha letto il libro di Palamara, il Sistema appunto? Perché non ha scelto il sorteggio?
"Un sorteggio puro e semplice sarebbe in frontale contrasto con la Costituzione, che parla esplicitamente di elezione".
E una formula mista?
"Per carità. Immaginiamo che si sorteggi prima e si elegga dopo. Lei si figura cosa sarebbe disposto a fare uno sconosciuto baciato dalla sorte per farsi eleggere? Non sarebbe facile preda delle correnti? All'opposto, se si vota e si sorteggia, poi il risultato è ovvio: le correnti condizionano comunque il voto, con in più l'inconveniente che tra gli eletti la sorte magari ci consegna i meno bravi".
Le promozioni. Magistrati che vivono per guadagnarsi un posto negli uffici che contano. Lei prevede criteri obiettivi e trasparenza dei curricula. Potrà bastare?
"Abbiamo limitato il carrierismo. L'aspirazione ad avere un incarico direttivo è legittima, ma non deve diventare una professione nella professione".
Tornerà quell'anzianità che umiliò Falcone e consentì ai suoi nemici di fargli una sporca guerra?
"Non so cosa decideranno governo e Parlamento. Noi abbiamo immaginato che le istituzioni siano ancora in grado di scegliere i magistrati migliori, senza ricorrere ad automatismi".
A differenza di Bonafede lei riapre le "porte girevoli", chi si candida può tornare in un incarico collegiale. Ma perché dovrei farmi giudicare da chi ha fatto politica ed è compromesso?
"Qui c'è un grande equivoco. Il nostro testo non è affatto meno incisivo del precedente. Tant'è che abbiamo previsto condizioni rigorosissime per l'accesso dei magistrati alla politica, comprese le cariche nei piccoli comuni che prima erano escluse. Nonché l'aspettativa senza assegni".
Però li fate rientrare.
"La Costituzione impone di conservare il posto di lavoro a chi è eletto. È una previsione difficilmente superabile. Tuttavia, ammesso che davvero ci sia chi intenderà candidarsi nonostante tutte le limitazioni previste, chi rientrerà potrà fare solo il giudice con altri, in una sede molto lontana dal luogo in cui è stato eletto".
Da quando in qua l'ideologia rispetta i limiti territoriali?
"Ma secondo lei è così semplice far prevalere un pregiudizio ideologico quando si sta in un collegio? La vigilanza degli altri sarà attentissima e preverrà i pericoli".
Le riforme sulla giustizia passeranno dopo che i cittadini avranno deciso se firmare o no per i referendum radical-leghisti. Questo non le farà apparire minimaliste soprattutto sulla separazione delle carriere?
"La questione non era di nostra competenza. Nondimeno abbiamo confermato il limite dei due passaggi, che non è affatto inefficace".
Anche la prescrizione non ricadeva nei suoi compiti, ma lei come la pensa?
"È un istituto di civiltà giuridica, ma come sempre c'è il rischio che se ne abusi. È un problema di delicato bilanciamento tra valori giuridici contrapposti. Possibile mai che in questo Paese si debba ragionare di cose così complesse a furia di slogan e preconcetti, e non di argomenti razionali?".
di Valerio Valentini
Il Foglio, 10 giugno 2021
La versione ufficiale parla di minuzie da correggere, di piccole incognite residuali da definire nel dettaglio. Roba da funzionari, insomma. Solo che in Transtalantico le rassicurazioni di Via Arenula rimbalzano con un tonfo meno rassicurante: anche perché i giorni scorrono, sul calendario, e gli emendamenti del ministero della Giustizia al disegno di legge sulla riforma del processo penale non arrivano. "Segnale che l'intesa politica ancora non è stata trovata", spiega ai suoi colleghi di partito il leghista Igor Iezzi, salviniano di rango, col tono di chi addita le prevedibili complicazioni a dimostrazione dell'opportunità dell'iniziativa referendaria promossa dal Carroccio. Gli emendamenti in questione, quelli con cui Marta Cartabia indirizzerà i lavori della commissione Giustizia di Montecitorio, dovevano in effetti arrivare a fine maggio; poi s'era spostato il termine alla settimana scorsa, quindi a quella che va declinando ora. E siccome, secondo la tabella di marcia concordata dai capigruppo di maggioranza col ministro Federico D'Incà, entro giugno il disegno di legge dovrebbe essere portato in Aula, il trascorrere dei giorni preoccupa un po' tutti.
A partire forse dalla stessa Cartabia, che pure ha fin qui fatto del troncare e sopire il suo metodo di lavoro preferito. E però anche lei sa quel che il dem Alfredo Bazoli afferma, e cioè che "un minor tempo di discussione presuppone una maggiore condivisione di partenza". Insomma, serve ormai un accordo blindato. Che però al momento pare difficile su più di un aspetto: e quasi tutte le insidie da superare hanno a che vedere con l'intransigenza del M5s. Perché la sostanza delle proposte che verranno da Via Arenula è già stata anticipata dal dossier elaborato dal gruppo di lavoro presieduto dal prof. Lattanzi. E su nessuna delle tre novità più rilevanti - modifica della prescrizione, inappellabilità delle sentenze di primo grado e indirizzo parlamentare nella definizione della priorità dell'azione penale - le rimostranze dei grillini si vanno placando.
Anzi, nei conciliaboli di corridoio alla Camera è emersa, da parte del M5s, la volontà di difendere a oltranza la bontà della riforma che porta il nome di Alfonso Bonafede. E il fatto che martedì sera Giuseppe Conte abbia rivendicato i successi di quella norma, ha dato nuovo ardore alla resistenza grillina. Specie sul punto della prescrizione: rispetto al quale, stando a quel che trapela, Bonafede vorrebbe proporre di ripartire dal "lodo Orlando", quello che l'attuale ministro del Lavoro propose a poche ore dal tracollo del BisConte, mentre Roberto Fico era ancora in versione esploratore e al Quirinale già s'apprestavano a chiamare Mario Draghi.
"È una questione di tempi sfortunati, per Giuseppe", dice chi gli sta vicino, per spiegare come sarebbe arduo, per il Conte che s'appresta a chiedere il plebiscito alla base di attivisti, presentarsi sul proscenio deturpando uno dei totem del grillismo duro e puro. Solo che le mediazioni proposte in epoca di Bis-Conte periclitante è evidente che non possano essere potabili in questo nuovo quadro politico e con una maggioranza in cui il M5s non ha alcun effettivo potere di veto.
"Noi abbiamo presentato le nostre due proposte, sulla prescrizione, e ci sembrano dei buoni punti di caduta per tutti", spiega Bazoli, come a invitare gli alleati grillini a fare un passo in avanti e a non intestardirsi su una via in cui resterebbero da soli. E non a caso Enrico Letta, nel voler incontrare la Cartabia, ha lanciato un segnale politico preciso: "La totale condivisione dell'operato e dell'agenda dalla ministra". Il che vale a ribadire, certo, la contrarietà del Nazareno alle scappatoie referendarie; ma serve anche a dire a Conte e Bonafede che no, sulla giustizia, stavolta, non arriverà alcun soccorso rosso.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 giugno 2021
Ardita e Di Matteo interpellano il Csm: "Necessario chiarire sulla sostituzione della Gip". Una pratica per "valutare la correttezza della decisione adottata" dal presidente del Tribunale Luigi Montefusco sono i consiglieri togati Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo, seguiti a stretto giro dai colleghi di Magistratura Indipendente, tutti convinti della necessità di fare chiarezza su una vicenda dai contorni sempre più incerti.
Donatella Banci Buonamici, presidente di sezione, è infatti colei che, nei giorni scorsi, ha cassato la richiesta di convalida di fermo dei tre indagati per la tragedia della funivia, richiesta avanzata dalla procura guidata da Olimpia Bossi, convinta che il "clamore internazionale della vicenda" costituisse un valido motivo di fuga per Gabriele Tadini, responsabile del funzionamento dell'impianto e reo confesso, per il quale il gip ha disposto i domiciliari, Enrico Perocchio, direttore di esercizio dell'impianto e Luigi Nerini, amministratore unico di Ferrovie del Mottarone, per i quali invece il gip ha disposto la scarcerazione. Banci Buonamici è stata sostituita lo scorso 7 giugno, giorno in cui avrebbe dovuto pronunciarsi sulla richiesta di incidente probatorio avanzata dal legale di Tadini.
Al suo posto, ora, è subentrata la giudice Elena Ceriotti, "titolare per tabella del ruolo" ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la "grave situazione di sofferenza" del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. Dopo quella data, la stessa ha però chiesto un congedo ordinario, conclusosi solo il 7 giugno.
La richiesta di incidente probatorio, dunque, era finita in mano a Banci Buonamici, ma secondo il presidente del Tribunale, "in base alle tabelle il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare" in Annalisa Palomba, "contestualmente impegnata in udienza dibattimentale". Ed in casi del genere, scriveva Banci Buonamici, "le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente", così come stabilito assieme allo stesso Montefusco. Il presidente del Tribunale, interpellato dal Dubbio, preferisce mantenere il silenzio sulla vicenda: "Risponderò dei miei atti nelle sedi competenti", si è limitato a dire.
La richiesta al Csm - I chiarimenti, probabilmente, arriveranno dunque davanti al Csm. "Apprendiamo dalla stampa che nel corso di un procedimento penale pendente presso il Tribunale di Verbania e nel cui ambito sono stati resi provvedimenti sulla libertà personale, il giudice costituito nella funzione di gip sarebbe stato sostituito in corso di procedimento con provvedimento del presidente del Tribunale - si legge nella nota inviata da Ardita e Di Matteo all'ufficio di presidenza, che si riunirà oggi.
Chiediamo che della questione venga investita con immediatezza la commissione competente e subito dopo l'assemblea plenaria affinché si intervenga con massima tempestività per valutare la correttezza della decisione adottata e la sua eventuale incidenza sui principi in tema di precostituzione del giudice". Dello stesso parere Loredana Micciché, Paola Maria Braggion, Antonio d'Amato e Maria Tiziana Balduini, togati di MI, decisi a chiarire quanto la decisione adottata da Montefusco incida "sui fondamentali principi di precostituzione del giudice".
Nel dibattito è intervenuto anche il procuratore generale di Torino Francesco Enrico Saluzzo, che secondo indiscrezioni giornalistiche si sarebbe adoperato "per verificare l'assegnazione del fascicolo". Questione rilanciata anche dalla Camera penale di Verbania, che ha proclamato una giornata di astensione, calendarizzata il 22 giugno, alla quale hanno già aderito le Camere penali di Novara, Piemonte occidentale e Valle d'Aosta, Vercelli e Alessandria, con la solidarietà dell'Ucpi. "Non ho alcun titolo per intervenire sugli uffici giudicanti e mantengo un "sacro" rispetto nei confronti della magistratura giudicante e dei suoi appartenenti", ha chiarito Saluzzo, secondo cui è "gravemente offensivo (per non dire oltraggioso) ipotizzare che io o il procuratore della Repubblica, un magistrato tra i più corretti che io abbia conosciuto, abbiamo posto in essere "manovre" occulte, poiché altro non potrebbero essere, per ottenere un risultato illecito.
E per cosa? Perché un giudice ha seguito una ricostruzione ed una valutazione diversa rispetto a quella del pubblico ministero? Come se non accadesse ogni giorno nella normale dialettica delle parti nel processo. Sono previsti rimedi processuali appositi e ad essi già fatto ricorso il procuratore della Repubblica di Verbania". La decisione di Montefusco, ha aggiunto, "riguarda dinamiche interne a quell'ufficio giudicante e la sua aderenza alla organizzazione tabellare (cioè, predeterminata e rigida per dare attuazione ai principi costituzionali del "giudice naturale" e "precostituito") sarà valutata dal Consiglio giudiziario e dal Csm".
L'unica nota inviata al presidente del Tribunale sarebbe, dunque, quella per acquisire informazioni "in ordine all'esistenza, alla portata e allo "spessore" delle asserite minacce o intimidazioni che sarebbero state rivolte alla dottoressa Buonamici", in qualità di titolare delle iniziative in materia di sicurezza personale dei magistrati e delle sedi giudiziarie.
La denuncia dei penalisti - Per i penalisti di Verbania la questione è solo agli inizi: al momento della sospensione dalle funzioni di gip di Ceriotti, si legge nella nota con la quale martedì hanno annunciato l'astensione dalle udienze, "era stato condiviso con la Camera penale il principio per cui l'assegnatario di fascicoli destinati" alla stessa "li portasse a conclusione". Tant'è che in nessun altro caso è stato preso un provvedimento simile a quello destinato a Banci Buonamici: "Ad oggi - affermano - non risulta che tutti i procedimenti assegnati ai vari giudici in sostituzione della dottoressa Ceriotti siano alla stessa stati riassegnati e nel provvedimento del presidente del Tribunale non vi è menzione alcuna in merito".
Un precedente insolito che secondo gli avvocati merita un approfondimento anche da parte del ministero della Giustizia, per diramare i dubbi su possibili "insistenze provenienti da una parte del procedimento", situazione che rischierebbe di rappresentare "un inaccettabile vulnus alla serenità della giurisdizione, di cui deve essere espressione l'assoluta indipendenza del giudice".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
Intanto i consiglieri del Csm Sebastiano Ardita e Nino di Matteo, entrambi Pm, hanno chiesto al Comitato di presidenza di investire "con immediatezza la commissione competente". Dopo l'adesione di tutte le Camere penali del Piemonte allo stato di agitazione proclamato dagli avvocati di Verbania per il provvedimento di revoca dell'assegnazione del fascicolo relativo alla tragedia della funivia "Mottarone" alla dott.ssa Banci Buonamici, da parte del Presidente del locale Tribunale, scende in campo anche l'Unione nazionale delle Camere penali.
Con una delibera adottata nel pomeriggio di martedì, la Giunta esecutiva esprime "incondizionato consenso e sostegno alla iniziativa di denuncia e di protesta" assunta dai colleghi piemontesi e manifesta "piena solidarietà, umana e professionale" alla dott.ssa Banci Buonamici, e "profonda ammirazione per la manifestata sua indipendenza di pensiero e di giudizio".
Inoltre, l'Ucpi rivolge "a tutti gli avvocati italiani l'invito a manifestare in ogni forma, sui social e nelle proprie camere penali, il sostegno ai penalisti di Verbania e del Piemonte Occidentale, ed a convergere numerosi a Verbania il giorno 22 giugno 2021, perché da quel Foro si rilanci con forza la grande battaglia per l'approvazione della legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella Magistratura". E la questione arriva anche al Consiglio superiore della magistratura dove, mercoledì mattina, i consiglieri Sebastiano Ardita e Nino di Matteo, entrambi pm, hanno chiesto al Comitato di presidenza di investire "con immediatezza la commissione competente e subito dopo l'assemblea plenaria affinché si intervenga con massima tempestività per valutare la correttezza della decisione adottata e la sua eventuale incidenza sui principi in tema di precostituzione del giudice".
La delibera delle Camere penali - "Un Paese - si legge nella delibera di Giunta - nel quale può accadere ciò che accade a Verbania, e cioè che un Giudice che adotta decisioni sgradite all'Accusa venga bruscamente eliminato dallo scenario processuale, è un Paese che calpesta la Costituzione, con una protervia ed un sentimento di impunità che lascia sbalorditi". "Invitiamo il Governo, la Ministra Cartabia e tutti i Parlamentari ad acquisire definitiva consapevolezza di questa allarmante emergenza, e dunque a rilanciare il percorso della proposta di legge di iniziativa popolare dell'UCPI, firmata da 75mila cittadini".
Una strada da preferire anche alle "illusorie scorciatoie referendarie" che "propongono poco più che un blando rafforzamento della separazione delle funzioni", bollato come uno "specchietto per le allodole dei più strenui ed attrezzati oppositori della sola riforma risolutiva, necessaria ed indispensabile: la riforma costituzionale dell'ordinamento giudiziario italiano". Secondo i penalisti a confermare la "inaudita gravità di questa vicenda", è proprio la ricostruzione dei fatti che non può essere "dissimulata da implausibili formalismi burocratici".
Se fosse vero infatti, argomentano i penalisti, che la qualità in capo alla dott.ssa Banci Buonamici di Giudice supplente della dott.ssa Ceriotti, originaria destinataria della assegnazione del fascicolo, basti a legittimare quella decisione, "essa avrebbe dovuto allora accompagnarsi, prima e dopo, con decine se non centinaia di altri identici provvedimenti relativi a tutti gli altri fascicoli che, per le medesime ragioni di indisponibilità della dott.ssa Ceriotti, sono stati assegnati ad altri GIP parimenti in funzione di giudici "supplenti".
Non solo invece, proseguono, quella relativa alla tragedia della funivia risulta ad oggi "l'unico fascicolo in riassegnazione, ma è altresì vero che questa decisione, incredibilmente adottata -tramite Cancelleria!- nella fisica imminenza del deposito di una ordinanza di accoglimento di una istanza difensiva di incidente probatorio avversata dalla Procura, risulta inspiegabilmente violativa di un esplicito accordo in precedenza raggiunto tra la Presidenza del Tribunale, la Camera Penale ed il C.O.A. di Verbania". Con tale accordo si conveniva, proprio a proposito delle necessitate "supplenze" verso la dott.ssa Ceriotti, "che esse avrebbero assunto carattere di definitività".
"I l Re, dunque, è nudo, e se in questo Paese fosse ancora necessario avere conferma della improcrastinabile necessità di operare, da subito, per una riforma costituzionale che separi le carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, la clamorosa vicenda di Verbania ha assolto definitivamente questo compito". Del resto, conclude la Giunta, non risulta neppure smentita la notizia, ripetutamente diffusa dai media pubblici e privati, di un diretto intervento del Procuratore Generale di Torino sul Presidente del Tribunale di Verbania per la rimozione da quella inchiesta di un Giudice coraggiosamente indipendente dall'Ufficio di Procura come la dott.ssa Banci Bonamici.
finita.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
La sentenza n. 22768 depositata oggi fa il punto sulla disciplina da applicare. La Cassazione ha confermato la condanna emessa dalla Corte di appello di Venezia nei confronti di un automobilista rumeno per la morte dello sfidante, uscito di strada e finito contro un platano, durante una gara non autorizzata per chi fosse arrivato prima ad un bar della zona, nell'area del trevigiano. Con la sentenza n. 22768 depositata oggi la Quinta sezione penale ha dunque dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna a due anni di reclusione, ritenuta la continuazione, con la pena accessoria della revoca della patente di guida e il risarcimento del danno in favore della parte civile.
La condanna nei confronti dell'imputato, è stata emessa, ai sensi dell'articolo 9 del Codice della strada (che vieta le competizioni), dell'art. 586 cod. pen. (Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto) e dell'art. 189, comma 1 e 7 Cds (Omissione di soccorso) "per aver gareggiato in velocità con altro veicolo, nonché per aver cagionato la morte dell'altro automobilista il quale, nell'effettuare una manovra di sorpasso, perdendo il controllo, usciva di strada alla propria destra collidendo contro un platano e riportando lesioni letali, il tutto senza prestare assistenza ed allontanandosi dal luogo del sinistro, senza allertare i soccorsi".
Per la Suprema corte dunque la qualificazione della condotta operata prima del Gip e poi dal giudice di secondo grado è corretta. Secondo la giurisprudenza di legittimità, spiega la sentenza, è configurabile una gara di velocità, vietata dall'art. 9-ter C.d.S. quando due o più conducenti di veicoli, senza preventivo accordo e per effetto di una tacita e reciproca volontà di voler competere l'uno con l'altro, pongono in essere una contesa, consistente nel tentativo di superarsi, ingaggiando una competizione da cui deriva un vicendevole condizionamento delle modalità di guida (n. 52876/2016).
"È noto, poi (n. 10669/2019) - prosegue la Corte - che, in tema di circolazione stradale, in caso di violazione del divieto di gareggiare in velocità a cui consegua la morte di una o più persone, è configurabile il delitto di cui all'art. 9-ter, comma 2, C.d.S. e non anche il reato di omicidio stradale di cui all'art. 589-bis cod. pen., difettandone gli elementi costitutivi, atteso che, in tal caso, la morte non è determinata da una condotta colposa bensì dolosa, alla quale si accompagna la sola prevedibilità dell'evento".
"Questa Corte di legittimità - continua la decisione -, infatti, ha chiarito che nel caso in cui, nel contesto della gara, la morte sia dipesa da violazioni cautelari diverse dal gareggiare e sia presente anche la colpa, l'imputato potrà rispondere dell'omicidio colposo ex art 589-bis cod. pen. (oltre che del reato di cui al comma 1 dell'art. 9-ter C.d.S.), mentre, qualora la morte sia derivata tanto dal gareggiare che da altre violazioni cautelari e ciascuna sia assistita dal correlativo elemento soggettivo, avrà luogo il concorso materiale dei reati".
Quanto poi al mancato riconoscimento della speciale attenuante di cui all'art. 589-bis, comma 7, cod. pen. (prevista nell'omicidio stradale qualora l'evento non sia esclusiva conseguenza dell'azione o dell'omissione del colpevole"), il Collegio osserva che proprio la natura speciale della attenuante, ne giustifica la non applicabilità al diverso delitto di cui all'art. 586 cod. pen, "per il quale il ricorrente ha riportato condanna". In via generale, infatti, ricapitola la Cassazione, va osservato che l'art. 586 cod. per, non prevede, per ogni categoria di omicidio e lesioni colpose, l'automatica applicazione dell'art. 589 e 590, ma solo che, qualora l'evento effettivamente cagionato sia sussumibile in tali disposizioni, le relative pene siano aumentate. Quando, invece, i fatti sono sussumibili nella fattispecie speciale di cui all'art. 589-bis cod. pen., l'aumento di pena previsto dall'art. 586 non si applica, perché esso trova applicazione solo in relazione ai reati di cui agli artt. 589 e 590 cod. pen. (sez. 3, n. 25538 del 14/02/2019).
Le disposizioni di cui all'art. 589-bis cod. pen., dunque, sono speciali rispetto alle fattispecie richiamate dall'art. 586 cod. pen., in quanto le condotte di cui agli artt. 589 e 590 cod. pen. sono poste in essere dall'agente con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale. Ebbene, conclude la Cassazione, proprio di tale particolarità non si può non tener conto nella applicazione dell'art. 586 cod. pen., secondo cui "quando un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano disposizioni dell'articolo 83 cod. pen., ma le pene stabilite negli articoli 569 e 590 sono aumentate". Si tratta di una particolare applicazione dell'aberratio delicti di cui all'art. 83 cod. pen., sicché, quando si è in presenza di condotte speciali tenute dall'agente trovano applicazione le disposizioni di cui agli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen., in luogo degli aumenti di cui all'art. 586 cod. pen..
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
Il capo clan lasciando gli altri detenuti in coda faceva pesare la sua leadership. La sanzione: 10 giorni di esclusione dalle attività comuni. Confermata la sanzione disciplinare a carico del detenuto che resta 25 minuti sotto la doccia, lasciando gli altri carcerati in attesa del loro turno, per dimostrare il suo alto grado nella gerarchia mafiosa.
Tra le mura di un carcere sono tanti i modi per imporre la propria leadership sul gruppo, compresa una doccia a oltranza, malgrado i solleciti ad uscire dell'agente di custodia. Prove di forza che la Cassazione (sentenza 22381) considera tanto inaccettabili da avallare la scelta di applicare al capo clan la sanzione disciplinare di 10 giorni di esclusione dalle attività comuni.
Il ruolo di capo clan - Per la Suprema corte, a fronte di un tempo per lavarsi stimato in circa 10 minuti, i 25 impiegati dal ricorrente erano la spia di un comportamento inaccettabile, perché irriguardoso nei confronti dell'intera comunità penitenziaria e in contrasto con i principi sul corretto vivere civile. Ad avviso dei giudici di legittimità era chiaro lo scopo di porsi, attraverso l'abuso, al di sopra delle regole penitenziarie e dei diritti degli altri detenuti. Nella sanzione pesa anche lo spreco dell'acqua: da evitare come l'affermazione del ruolo di vertice del clan.
di Carlo Bonini, Anais Ginori e Massimo Pisa
La Repubblica, 10 giugno 2021
La parabola di Cesare Battisti e i retroscena della cattura degli ex terroristi italiani riparati a Parigi. All'alba del 28 aprile 2021, la magistratura francese dà corso alle richieste di estradizione della magistratura italiana - di fatto rimaste lettera morta per oltre trent'anni - nei confronti di ex appartenenti alle sigle del terrorismo rosso italiano condannati in via definitiva a pene detentive.
A Parigi, vengono per questo arrestati Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi (tutti ex militanti della Brigate Rosse), Giorgio Pietrostefani, ex di Lotta Continua condannato come mandante dell'omicidio Calabresi, e Narciso Manenti, dei Nuclei Armati contro il Potere Territoriale.
Ventiquattro ore dopo, si costituiscono Luigi Bergamin, ex esponente dei Proletari Armati per il Comunismo, e Raffaele Ventura, ex militante delle Formazioni Combattenti Comuniste. Nei giorni successivi, tutti i fermati verranno rilasciati e avrà inizio presso la "Chambre d'instruction", la sezione della Corte d'appello competente sulle domande di estradizione, una battaglia giudiziaria che si annuncia complessa e il cui esito definitivo è facile prevedere non arriverà prima di anni.
Battezzata "Ombre rosse", l'operazione decreta la fine della dottrina Mitterrand, chiude una ferita aperta tra Italia e Francia, segna, simbolicamente, l'ultimo atto della storia del Novecento italiano e della sua coda di sangue, con l'attacco della lotta armata, del terrorismo e della violenza diffusa di matrice politica alla nostra democrazia (soltanto tra il 1969 e il 1982, i feriti sono 1.100 feriti e 350 i morti). Indica - come scriverà su Repubblica Ezio Mauro all'indomani degli arresti - l'unica strada possibile in grado di dare una lettura finalmente condivisa dell'insorgenza terroristica, indispensabile per un suo rifiuto. Quella in grado di stabilire, finalmente, che in quegli anni un'ideologia è impazzita nella metà campo della sinistra, portando chi cercava la rivoluzione nel cuore della libera Europa a uccidere persone inermi che pensavano di vivere in pace in un Paese democratico.
Non valendo, quale giustificazione o attenuante, le bombe fasciste e le stragi di Stato, perché sia pure nelle sue infedeltà e nelle sue oscurità nel dopoguerra in Italia c'è sempre stata una democrazia, e come tale doveva essere difesa anche da chi era all'opposizione e voleva un cambiamento. L'epilogo parigino, solo apparentemente inatteso, è figlio di un percorso politico-diplomatico tortuoso, affrontato da Roma e Parigi a fari spenti. Che qui ricostruiamo nei suoi snodi cruciali e attraverso le testimonianze inedite di alcuni dei protagonisti. A cominciare dalla resa di Cesare Battisti, l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, "l'innocente" che si sapeva colpevole, simbolo beffardo e irridente dell'inganno consumato, per quattro lustri, ai danni delle sue vittime e dei Paesi in cui aveva trovato asilo come "perseguitato politico": la Francia, prima, il Brasile di Lula, poi.
La confessione - Forse è davvero cominciato tutto da quella frase. Che non è poi il passaggio più eclatante, quello in cui Cesare Battisti rinnegava, una volta e per sempre la lotta armata e il suo io del 1979. Né quello dedicato alla ricostruzione dei suoi anni di passaggio. Dalle rapine ai Proletari Armati per il Comunismo. Dal carcere di Frosinone all'accogliente comunità di rifugiati a Parigi. E poi al Messico e al Brasile, fino a quel pomeriggio boliviano in cui la sua latitanza terminò. Già, Battisti, insieme al suo legale Davide Steccanella, ci aveva pensato per due mesi. In quel primo pomeriggio del 23 marzo 2019, nel parlatorio del "Soro", alla periferia di Oristano, il racconto della sua traiettoria da clandestino in armi aveva avuto un improvviso inciso. Battisti si era preso una pausa. Poi, d'un fiato: "Faccio presente che ho avuto la possibilità di leggere le sentenze emesse nei miei confronti da quando sono detenuto qui a Massama ed in via di sintesi posso dire che i fatti che mi riguardano ricostruiti nelle sentenze stesse ed i nominativi dei responsabili corrispondono al vero".
Lo volle ribadire, parlando dell'esecuzione di Antonio Santoro, maresciallo al carcere di Udine, freddato a quattro settimane dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Fani: "Confermo che la ricostruzione della sentenza è esatta". Il muro era caduto. Due volte. Lo Stato che lo aveva condannato era uno Stato giusto. Battisti l'imprendibile, Battisti il negazionista ("Io ho sempre professato la mia innocenza e ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto", ebbe a ribadire in quel drammatico interrogatorio), lasciava il posto a Battisti il vinto.
"Così lo vidi - ribadisce oggi Alberto Nobili, procuratore aggiunto dell'Antiterrorismo milanese, il magistrato che raccolse le sue ammissioni - e mi colpì il fatto che all'inizio non trovava nemmeno la voce per dirlo, dopo due mesi di isolamento. Mi resta impressa un'altra frase: quando mi disse che aveva contribuito a uccidere il Sessantotto. Io ero studente, c'ero in quei cortei dove si chiedeva la fine del Vietnam, la riforma della scuola e dell'università. E c'ero quando cominciarono ad arrivare questi incappucciati con le pistole, che quei cortei fecero degenerare. All'epoca pensavamo a infiltrati fascisti". Invece erano i compagni con le P38. Come testimoniò Battisti: "La lotta armata è stata un movimento disastroso che ha stroncato una rivoluzione culturale e sociale che aveva preso avvio nel 1968 con prospettive sicuramente positive per il Paese ma che proprio la lotta armata contribuì a stroncare. Chiedo scusa pur non potendo rinnegare che in quell'epoca per me e per tutti gli altri che aderirono alla lotta armata si trattava di una guerra giusta". Allora. Fino agli omicidi. "Parlare oggi di lotta armata per me è qualcosa privo di senso".
Chiediamo a Nobili se il riconoscimento postumo di Battisti a quello Stato che lo aveva condannato ha contribuito a incrinare un altro muro, quello della dottrina Mitterrand e dell'area di consenso intorno ai fuoriusciti. "Credo soprattutto a questa seconda ipotesi, al fatto culturale, a chi aveva sostenuto la sua innocenza e alla mancanza di correttezza delle procedure". Lo chiediamo anche a Maurizio Romanelli, che per anni ha diretto l'Antiterrorismo col dossier Battisti sulla sua scrivania e che adesso coordina l'Ufficio esecuzione penale, che ha in carico il fascicolo su Luigi Bergamin, la sua prescrizione appesa alla dichiarazione di "delinquenza abituale".
"Io non credo che ci siano dirette conseguenze tra le dichiarazioni del 2019 e la situazione attuale, che dipende piuttosto dalla capacità di Italia e Francia di sedersi a un tavolo e risolvere una situazione molto delicata. Ma le conferme che Battisti diede furono di grandissima utilità. Portarono un elemento di chiarezza sulla bontà del nostro sistema legale: non che ce ne fosse bisogno, di certo male non fecero". E davvero ebbero impatto sulla rete dei suoi sostenitori, spiazzati - ne presero nota gli investigatori della Digos, in un procedimento poi archiviato - da quella assunzione di responsabilità, da quella frase lanciata verso i parenti delle sue vittime attraverso un verbale: "Io non posso che chiedere scusa ai famigliari delle persone che ho ucciso o alle quali ho fatto del male".
La rabbia - Quello del marzo 2019 era lo stesso Cesare Battisti che, dal 2 giugno scorso, ha formalizzato il suo sciopero della fame e delle terapie all'interno del carcere di Rossano Calabro, dove oggi è detenuto, in un "Appello alla giustizia" che rivolge invettive veementi contro il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e invita alla mobilitazione i compagni a Parigi: "La questione dei rifugiati in Francia è una farsa, così come è reale l'intenzione dello Stato di negarmi i diritti stabiliti fino alla fine. L'Italia ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza. Lo provano le condizioni della prigionia di Cesare Battisti. L'opposto di quello che dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che, dalla Francia, arrivano in Italia". Cos'è successo dunque nel frattempo? Lo chiediamo all'avvocato Steccanella, che degli anni Settanta è anche profondo conoscitore e divulgatore, come testimonia il suo ultimo volume "Milano e la violenza politica 1962-1986".
"È successo che Battisti, dal settembre del 2020, è l'unico detenuto non terrorista islamico nella casa di reclusione di Corigliano-Rossano. In isolamento, di fatto, in quello che definiamo "antro Isis", dopo esserlo stato per diciassette mesi a Oristano. E questo perché il ministero lo ha classificato AS2, il secondo grado dell'alta sorveglianza, nonostante l'ordinanza della Corte di Appello di Milano del 17 maggio 2019. Guardi". Parla carte alla mano, Steccanella. Quel provvedimento porta la firma del presidente Giovanna Ichino, "che, ironia della sorte, era stata giovane estensore della sentenza di condanna al processo contro i Pac". Il dito indica una frase: "non risulta applicabile il regime ostativo di cui all'art. 4 bis". Più avanti si parla di "benefici penitenziari" e di "progressione trattamentale": tradotto, un trasferimento a Rebibbia per avvicinarsi ai familiari, e in regime ordinario vista la pacifica non pericolosità attuale e l'autodafè messo per iscritto in Sardegna.
"Ho fatto ricorsi all'Ufficio di sorveglianza di Cosenza - insiste l'avvocato - e me li hanno respinti. Ho scritto al Dap per chiedere gli atti, senza risposta. Lo scorso 12 maggio mi sono rivolto al ministro Cartabia". Torniamo a leggere, con gli occhi sul passaggio conclusivo: "Mi sono permesso di segnalarLe la situazione del mio assistito anche in vista della possibile consegna all'Italia di condannati residenti all'estero che presero parte a quel periodo e che rischierebbero di subire in età avanzata il medesimo trattamento carcerario che fino ad oggi l'Italia ha riservato a Battisti".
Il 14 gennaio 2019 alle 11.30 Cesare Battisti atterrava a Ciampino su un Falcon 900 del Governo italiano. L'areo era partito dalla Bolivia. Battisti era stato arrestato due giorni prima dall'Interpol e subito estradato in Italia. L'ex terrorista, senza manette, è stato preso in consegna dal Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria e portato a Rebibbia. Immagini di Giuseppe Fiasconaro e Fabio Falanga
Il garbo del suggerimento scritto lascia il posto all'amarezza a voce: "Io spero che questa vicenda serva da monito ai francesi. Che non ci restituiscano ottantenni a cui questo Stato non garantisce una detenzione legittima". Chiediamo a Steccanella se Battisti è oggi pentito delle ammissioni del 2019. "No, perché quella non fu una strategia. Allora pensò, pensammo di rivolgerci a uno Stato che non faceva sconti ma rispettava i diritti. Che ci si potesse fidare. Forse, quello pentito sono io, nel vederlo sepolto come un criminale nazista o un boss mafioso al 41 bis". Gli appelli dell'ex leader dei Pac (da "Guantanamo Calabro"), messi per iscritto e pubblicati sul blog d'area Carmilla online sono usciti dal recinto delle letture per addetti ai lavori per approdare al terreno della discussione pubblica. Su cui non possono che intrecciarsi le indignate reazioni di Maurizio Campagna e Alberto Torregiani - fratello dell'agente Digos Andrea e figlio dell'orefice Pierluigi - e la loro incrollabile ostilità alle richieste dell'ex terrorista.
In Procura a Milano nessuno lo ammette esplicitamente, ma sarebbe altamente gradito un abbassarsi dei toni. Nell'interesse dello stesso Battisti (nessuno, né all'Antiterrorismo né altrove, lo ritiene più capace di nuocere), la cui voce viene però ritenuta dal Dap ancora potenzialmente capace di fare proseliti. E per non danneggiare le procedure di estradizione di Petrella, Pietrostefani, Tornaghi e gli altri. Con la posizione di Luigi Bergamin che rimane appesa al proverbiale filo. Anzi due. Il Tribunale di Sorveglianza, che dovrà discutere il ricorso dell'avvocato Giovanni Ceola contro la dichiarazione di "delinquenza abituale" a quattro decenni dagli ultimi reati commessi. E la Cassazione, dove il pm Adriana Blasco ha presentato a sua volta ricorso contro l'interpretazione sulla prescrizione. Due partite delicatissime e in punta di giurisprudenza, che potrebbero trascinare l'esito delle altre posizioni.
Lo studio di Rue Lacepede - "Ho difeso Battisti una prima volta, nel 1991, riuscendo a bloccare l'estradizione, e poi la seconda volta nel 2004 fino a quando ha deciso di scappare dalla Francia e cambiare avvocato". Nel suo studio parigino, Irène Terrel, sessantenne di piccola corporatura, con un caschetto castano e l'aria della studiosa più che della passionaria, ha in bella mostra l'enciclopedia di Fortunato Bartolomeo De Felice, editore illuminato della fine dell'Ottocento, presentato come "un Diderot italiano". È un antenato di suo marito, Jean-Jacques De Felice, avvocato famoso per aver difeso una sorta di internazionale degli insorti. Dai combattenti algerini del Fln (Front de libération nationale), all'etnia kanak in Nuova Caledonia. I primi italiani vennero a trovare la coppia De Felice-Terrel alla fine degli anni Settanta dopo che si erano occupati dell'affaire Hypérion, la scuola di lingue accusata di essere una "centrale francese" in grado di tirare le fila della lotta armata contro lo Stato italiano. Da allora decine di "rifugiati" sono passati dallo studio di rue Lacépède, palazzo moderno e un po' decrepito nel quinto arrondissement, diventato, come confida Terrel, "punto riferimento non solo giuridico ma anche umano" per chi aveva deciso di scappare dall'Italia.
Dal 2008, quando De Felice è morto, è rimasta solo lei in prima linea, Irène. Con molti dei suoi clienti è ormai amica e sembra aver sviluppato quasi un istinto materno per la determinazione con cui vuole proteggerli. "Quello che sta succedendo è un delirio, una vendetta assurda", ripete più volte, spiegando che "l'esilio" dei suoi assistiti - sette dei dieci estradandi - non è mai stato una "passeggiata di salute". La Francia ha regalato loro la possibilità di una seconda vita, certo, ma insiste sulla loro "precarietà", sul timore di qualche tranello che potesse far precipitare la loro normalità. A parte qualche eccezione, di cui Battisti è la più vistosa, la maggior parte dei latitanti si è imposto silenzio e anonimato. Una strategia che Terrel continua a seguire. Inutile chiederle di parlare con i suoi clienti. Si è convinta che qualunque cosa dicano verrebbe usata contro di loro e che finché resterà aperto il fronte giudiziario non saranno "liberi di esprimersi".
A Parigi, Battisti aveva un lavoro come portiere in un immobile, prendeva i diritti dei suoi romanzi gialli, alcuni pubblicati con la prestigiosa "Gallimard". Nel braccio di ferro con la giustizia italiana che ne chiedeva l'estradizione era rappresentato appunto dalla coppia De Felice-Terrel. Poi, la romanziera Fred Vargas ne ha sposato la causa, decidendo di ingaggiare a sue spese un altro avvocato e ribaltando la linea difensiva: non più rifugiato politico ma vittima di un errore giudiziario. Vargas ha pubblicato un pamphlet, "La vérité su Cesare Battisti", nella quale fa una ricostruzione, a tratti farneticante, delle procedure giudiziarie italiane. Né ha cambiato idea dopo l'arresto in Bolivia e l'ammissione di colpa. "Le sue dichiarazioni non rimettono in discussione i risultati delle mie ricerche. Avete il diritto di considerarmi un'imbecille, un'ingenua, ma mi ero estremamente documentata". E questo perché nel suo entourage alcuni sono convinti che la confessione sia stata estorta con chissà quali mezzi. È un fatto che il caso Battisti sia ormai motivo di imbarazzo tra quelli che un tempo si mobilitavano in piazza cantando "Bella Ciao". Terrel di Battisti non vuole più parlare. "Ha deciso di essere cavaliere solitario, quindi non mi esprimerò più su di lui".
La dottrina Mitterrand tradita da Mitterrand - Irène Terrel continua a difendere quello che secondo lei era il senso originale del patto stipulato tra lo Stato francese e decine di italiani che avevano preso parte alla lotta armata. Quando François Mitterrand, dopo un colloquio con l'allora premier Bettino Craxi, annunciò nel 1985 che la Francia non avrebbe estradato gli ex terroristi italiani, fece una precisazione che all'epoca pareva importante: "Tranne quelli che hanno commesso crimini di sangue". Doveva essere quello, il criterio. Ma il machiavellico presidente socialista, che voleva accontentare militanti della gauche molto attivi nella difesa dei compagni italiens, poco dopo modificò la sua posizione durante un raduno della "Ligue des Droits de l'Homme". In modo più tranchant: "Non li estraderemo, punto".
È accaduto così che la protezione francese per i latitanti si sia allargata e ristretta negli anni. Una coperta tirata da troppe parti. Al magistrato Louis Joinet, incaricato di seguire le regolarizzazioni, Mitterrand aveva spiegato il suo intento. "Non dobbiamo capire solo come si entra nel terrorismo, ma come se ne esce. È questa la vera domanda politica che ci dobbiamo porre". La risposta ha provocato una scia di incomprensioni e rancori che si sono trascinati fino ai nostri giorni. Al di là dell'ambiguità di una dottrina basata solo su dichiarazioni dell'allora capo di Stato, l'avvocata Terrel ricorda concreti "effetti giuridici". I latitanti italiani condannati per reati di terrorismo in Italia hanno ottenuto permessi di soggiorno presso le Prefetture, sempre rinnovati, e poi diventati permanenti. In due occasioni, prosegue l'avvocata, le autorità francesi hanno proceduto ad aggiustamenti normativi per permettere che non venissero fermati i rifugiati: prima togliendo i loro nomi dagli archivi delle persone ricercate durante la creazione dello spazio Schengen e poi con la postilla che non prevede di applicare il Mandato di arresto europeo per i reati commessi prima del 1993.
Non è mai stato uno scudo totale. Nel tempo, quasi un centinaio di latitanti italiani è stato fermato Oltralpe nell'ambito delle procedure di estradizione. L'ultimo era stato Ventura, tre anni fa. Per alcuni ci sono stati pareri favorevoli, poi bloccati a livello governativo. Altri, hanno invece ottenuto in passato vittorie sul piano giudiziario. Terrel invoca il principio del ne bis in idem. "Il potere politico si permette oggi di chiedere a dei giudici di modificare le loro sentenze già pronunciate che, fra l'altro, hanno acquisito la forza del passato in giudicato". Nelle udienze che si terranno presso la chambre d'instruction, la sezione della Corte d'appello che deve esaminare le nuove domande di estradizione, verrà sollevato anche il problema delle condanne in contumacia. Secondo la legge francese, le persone hanno diritto a un nuovo processo. Mentre in Italia le sentenze sono definitive, anche se andrebbe ricordato che gli imputati si sono volontariamente sottratti ai processi, a volte minacciando avvocati e magistrati. Un altro punto che la difesa vuole sollevare è l'ipotesi di violazione della vita privata e famigliare sulla base di articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Insomma, la battaglia giudiziaria spazierà dal piano tecnico a quello più storico-politico. E sarà comunque lunga. Si parla di anni, con vari gradi di ricorso fino al Consiglio di Stato. Terrel è convinta che alla fine non se ne farà niente, e insiste sul fatto che solo i crimini dell'umanità non conoscono prescrizione. Vuole anche far venire in tribunale avvocati italiani per spiegare come funzionano le regole di detenzione in Italia che, a suo dire, sarebbero più dure che in Francia. E proprio il caso di Battisti - il suo sciopero della fame nel carcere calabrese in cui è detenuto, il suo "appello per la giustizia" - potrebbe tornare utile alla difesa, per appoggiare la sua tesi di uno Stato solo in cerca di "vendetta". Ma per comporre le tessere di questa storia, e in qualche modo provare a intuirne anche l'approdo giudiziario, conviene spostarsi di quartiere e bussare a un'altra porta.
Il poliziotto in Rue de Varenne - Nella villa settecentesca del settimo arrondissement che Mussolini ottenne in cambio della concessione di Palazzo Farnese, la nostra rappresentanza diplomatica ha custodito per decenni un voluminoso archivio di sentenze e carte bollate, reperti dell'archeologia politica del Secolo breve. Gli ambasciatori che hanno abitato la dimora di rue de Varenne in stile neoclassico, con un delizioso teatrino rococò siciliano, hanno attraversato momenti di speranza, e di disillusione. Per molto tempo è stato, anche, un gioco delle parti. Nel gergo diplomatico francese la questione degli ex terroristi protetti dalla dottrina Mitterrand appartiene alla categoria degli "agenti irritanti", contenziosi di difficile soluzione. Che avvelenano le relazioni bilaterali. E, come tali, da evitare.
Nicola Falvella è già a Parigi da cinque anni quando riceve da Roma l'ordine di riprendere in mano i dossier. Il responsabile dell'ufficio dell'Esperto per sicurezza dell'ambasciata è cresciuto nella memoria dei caduti del terrorismo e si è formato nella Digos di Roma, allora guidata da Franco Gabrielli, futuro capo della Polizia e oggi sottosegretario per la Sicurezza nazionale, e del suo allora vice Lamberto Giannini, l'attuale capo della Polizia. Falvella è il poliziotto che nell'ottobre 2003 ha arrestato Roberto Morandi. "Mi dichiaro prigioniero politico" aveva detto l'esponente delle Nuove Brigate Rosse, interrompendo la lettura dell'ordinanza d'arresto. E, a Parigi, è il terminale del direttore della Polizia criminale Vittorio Rizzi. Anche se di tutt'altra matrice, sempre di attentati si occupa nel suo lavoro di collegamento con le autorità francesi. Nel 2015 è cominciata la stagione del terrorismo islamico, nella quale sono coinvolte anche vittime italiane, giovani espatriati come Valeria Solesin o Antonio Megalizzi.
Falvella deve far ripartire procedure sepolte da quasi vent'anni, dal periodo in cui si era accesa la battaglia intorno all'estradizione di Battisti, scappato un attimo prima che le autorità giudiziarie francesi si pronunciassero favorevolmente. Una volta ottenuto l'asilo politico dal Brasile, l'ex esponente dei Pac ha sostenuto di essere stato aiutato nella fuga dai servizi segreti francesi, che gli avrebbero fornito un passaporto falso. La versione che ne fornisce Dominique Perben è diversa. "Avevamo deciso di voltare pagina, senza nessuna ambiguità" ricorda l'allora Guardasigilli venuto dal partito neogollista che aveva già dato il via libera all'estradizione lampo di Paolo Persichetti, l'unico latitante mai rinviato dalla Francia, chiesto dalle autorità italiane nella falsa pista di un suo coinvolgimento nel delitto Biagi firmato dalle nuove Br. Qualche tempo dopo, sempre Perben avvia la procedura per Battisti. Purtroppo l'autorità giudiziaria concesse la libertà vigilata - ricorda - e lui ne approfittò per scappare.
In Brasile sulle orme di Cesare Battisti, latitante in fuga in un Paese immenso - Dove è fuggito Cesare Battisti dopo la firma del decreto di estradizione in Italia firmato dal presidente brasiliano Michel Temer del 14 dicembre 2018? Le indagini sono partite da Cananeia, l'isola brasiliana a 250 chilometri da San Paolo che ha ospitato il latitante condannato in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni Settanta.
Risalgono a quel periodo gli ultimi aggiornamenti sui dossier dei latitanti. "Sul principio - prosegue l'ex ministro francese - eravamo d'accordo nell'accogliere le domande, siamo sempre stati disponibili a lavorare insieme". Ma le altre procedure non andarono avanti. "C'erano spesso irregolarità giuridiche - conclude Perben - oppure non eravamo sicuri che alcune persone si trovassero effettivamente ancora in Francia". Tra ostacoli reali o pretestuosi, sono passati anni. Quando anche Nicolas Sarkozy, il presidente di destra che pure odiava l'eredità del Sessantotto, decide di bloccare l'estradizione di Marina Petrella, cade una pietra tombale. Almeno questo è il messaggio. È Carla Bruni Sarkozy che porta la notizia all'ex brigatista nel frattempo ricoverata in gravi condizioni all'ospedale psichiatrico Sainte-Anne, accompagnata dalla sorella, l'attrice Valeria che ha perorato la causa. "Ho un messaggio da parte di mio marito: lei non sarà estradata" annuncia la première dame. La consegna all'Italia non viene effettuata in forza della clausola umanitaria contenuta nella convenzione europea del 1957. Nel film La seconda volta di Mimmo Calopresti, Bruni Tedeschi ha interpretato Elisa, un'ex brigatista in semilibertà che affronta un professore universitario al quale ha sparato dodici anni prima. "Dicevate: colpirne uno per educarne cento. Avete colpito me. Dove sono i cento che avete educato?" le chiede l'uomo, interpretato da Nanni Moretti. "Io non ci ho pensato più, non ci voglio più pensare" risponde Elisa.
Si riparte da zero - Dopo il caso Petrella, tanti a Roma si convincono che il contenzioso non sarà mai risolto. Cambiano altri quattro premier a Palazzo Chigi, non se ne sente più parlare. E invece si riparte da zero. Anzi, da quattordici. Tanti sono i nomi nella lista che il ministero di via Arenula manda nel febbraio 2019. Ci sono già Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Enzo Calvitti, Maurizio Di Marzio, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi, Raffaele Ventura. L'elenco è in parte già superato, la lista comincia a restringersi. Paola Filippi e Enrico Villimburgo vengono dichiarati deceduti. Altri fascicoli vengono scartati perché prescritti o con rilievi tecnici che rendono improcedibile l'estradizione, che è il motivo per cui si salvano Ermenegildo Marinelli e Paolo Ceriani Sebregondi.
Al loro arrivo in place Vendôme, la sede del ministero della Giustizia, i tecnici italiani hanno una prima sorpresa. Confrontando la lista con i francesi, vedono una nota a margine che correda ogni fascicolo. "Prescription", "prescription", "prescription...". Prescrizione. Ad eccezione dei quattro condannati all'ergastolo, infatti, tutti gli altri latitanti vedono la loro pena già estinta. Quantomeno secondo quanto previsto dall'ordinamento francese. C'è dunque un'unica strada percorribile per l'Italia: ratificare la convenzione di Dublino che prevede che, in materia di prescrizione, si applichi la legge penale del paese richiedente. Per paradosso, l'Italia non aveva mai fatto proprio nel suo ordinamento quell'accordo europeo del 1996 per una preoccupazione garantista, nel timore cioè di dover accettare domande da paesi dove l'estinzione della pena non fosse in linea con la propria cultura giuridica.
La crisi Di Maio - Gilet gialli - "Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi". Nel mezzo delle discussioni bilaterali sugli ex terroristi rossi, si presenta a Parigi Luigi Di Maio per partecipare a un incontro clandestino con dei gilet gialli. La sortita del vicepremier pentastellato provoca una crisi diplomatica che spinge la Francia a richiamare per qualche giorno l'ambasciatore a Roma, Christian Masset. La nostra ambasciatrice, Teresa Castaldo, lavora per ricucire lo strappo dietro le quinte. E alla fine risulta decisivo l'intervento del presidente Sergio Mattarella, in visita ad Amboise, la città della Loira dove è morto Leonardo da Vinci. Il capo dello Stato rinnova a Macron la sollecitazione a "trovare un accordo su una questione delicata come quella delle estradizioni", ricordando che la "ricerca di giustizia per le vittime è un principio irrinunciabile". Dopo aver ratificato la convenzione di Dublino, che entra in vigore in autunno, il 2020 sembra dunque l'anno della svolta.
La strana caccia - A gennaio 2020, parte da Roma un corriere per portare a Parigi i fascicoli che riguardano gli estradandi. Tutti i documenti sono protocollati, comprese le sentenze di merito. Alcune di oltre mille pagine, come quella del processo Moro Ter. Il nostro ministero di Giustizia ha ufficializzato la lista definitiva. Dieci nomi. Sul piano formale, l'allora Guardasigilli francese Nicole Belloubet continua a promettere al suo collega e omologo Alfonso Bonafede di volere esaminare "caso per caso". Nei fatti, tutto va a rilento. La crisi nei rapporti bilaterali provocata da Di Maio, per quanto rientrata, ha lasciato degli strascichi e i rapporti tra Macron e Giuseppe Conte si sono raffreddati. Per altro, anche la pandemia non aiuta. Il "Bureau d'entraide penale internationale" manda diverse richieste di integrazione sui dossier ricevuti, in una fitta corrispondenza tra Parigi e Roma che va avanti fino all'estate. All'ambasciata italiana è la magistrata di collegamento, la piemontese Roberta Collidà, a interfacciarsi con i colleghi francesi. In parallelo, il responsabile dell'ufficio sicurezza dell'ambasciata Falvella lavora con il maggiore dei carabinieri Valentino Nevosi e il commissario di polizia Caterina Baglivi per localizzare i dieci italiani.
Sono cittadini ormai perfettamente integrati nella società francese, anche se nelle "red notice", gli avvisi di ricerca dell'Interpol, i loro nomi compaiono con l'avvertenza: "Violento, Pericoloso". È una strana caccia. Se è vero infatti che molti lavorano, versano i contributi, hanno figli a scuola, sono da anni regolarizzati con permessi di soggiorno rilasciati dalle Prefetture, è altrettanto vero che non è così facile ricostruire indirizzi, abitudini, rete di contatti. Le autorità francesi hanno infatti apposto sui "red notice" Interpol la sigla "Ivp", indicateur validité permanent, che nel gergo tecnico è il caveat formale che impedisce qualsiasi accertamento della polizia giudiziaria su quei rifugiati. Già, sono esistenze opache, inafferrabili, quelle che incrocia questa strana caccia. Parlando con i colleghi della Sous-direction anti-terroriste (Sdat), il servizio dell'antiterrorismo francese, Falvella descrive un'indagine che insegue delle ombre, dal colore politico un tempo definito. "Ombres Rouges". Nasce così il nome dell'operazione.
A settembre 2020, Falvella sente di essere finalmente a una svolta. Ha lavorato nella massima discrezione come gli ha insegnato l'allora capo della polizia Franco Gabrielli: "I funzionari dell'antiterrorismo non sono uomini da prima pagina". I dieci fascicoli sono stati dichiarati ricevibili dai tecnici francesi del ministero. È stata svolta un'attività informativa che ha integrato i fascicoli dei latitanti, sin lì corredati solo da vecchie foto segnaletiche in bianco e nero, di immagini che consentono di dare un volto a quelle ombre. Uomini e donne sorpresi nella loro quotidianità. Affacciati alla finestra di buon mattino, come nel caso di Pietrostefani. In bicicletta durante la spesa. Incanutiti. In qualche caso, segnati dalla malattia. Vinti dal tempo prima ancora che dalla storia. E privi di ogni residua epica rivoluzionaria. Il momento propizio per far scattare l'operazione, è fissato in coincidenza con la visita di Stato di Mattarella in Francia prevista a inizio ottobre del 2020. Ma la seconda ondata del Covid che travolge l'Europa e la decisione di spostare il viaggio del capo dello Stato impongono un nuovo rinvio. L'operazione Ombre Rosse svanisce di nuovo. Torna ad essere una chimera. E qualcuno comincia a pensare davvero che quella partita forse non si chiuderà mai. Come ormai sappiamo, resta davvero da percorrere solo l'ultimo miglio.
"Anni di sogni e di piombo" - Seduto al bistrot du Marché, Alessandro Stella rievoca con nostalgia un'epoca intrisa di sangue. "Années de rêves et de plomb" (éditions Agone), "Anni di sogni e di piombo", il memoir dell'ex militante di Autonomia operaia, ha rotto la legge del silenzio che tanti fuoriusciti dalla lotta armata si sono imposti in cambio della protezione Oltralpe. "Per me è più facile perché non ho sparato a nessuno", ammette Stella, una faccia da vecchio rocker, sorseggiando un bicchiere di vino davanti al mercato di Montreuil, banlieue in corso di gentrificazione. Il libro è un omaggio ai tre "compagni" veneti morti nel 1979 mentre stavano preparando una bomba.
Le vittime non sono solo da una parte. Anche noi abbiamo pagato un prezzo, argomenta Stella, condannato in contumacia a sei anni di carcere per associazione sovversiva e banda armata. Era il 1986 e lui già da qualche anno si trova in Francia, dopo essersi lasciato alle spalle l'Italia che fa i conti con una delle sue stagioni più buie e la "disaggregazione del movimento rivoluzionario", tra pentiti, dissociati e quella che lui definisce "feroce repressione" dello Stato. Stella ha pensato a un certo punto di entrare nelle Brigate Rosse, ma si è poi reso conto che non ci credeva più, che ogni scelta, anche quella estrema, sembrava ormai inutile. Dopo un breve passaggio in Messico ha preso in parola il governo socialista francese che promette di accogliere i fuoriusciti dalla lotta armata. Gli agenti che lo fermano al suo arrivo rimangono basiti quando spiega che ha intenzione di chiedere asilo politico. Sembrava incongruo, scrive nel suo libro, che un cittadino della comunità europea potesse presentare tale domanda. La promessa viene mantenuta. Dopo una settimana, Stella è libero. Il suo dossier giudiziario finisce in fondo a un cassetto. Un'amnistia in contumacia, la definisce nel suo memoir. L'esponente del gruppo di Thiene ha fatto da apripista. Decine di altri seguono il suo esempio. A un certo punto, la piccola comunità di fuoriusciti dalla lotta armata sale fino a seicento persone, anche se un conteggio ufficiale non è mai stato fornito.
I primi anni ci si deve arrangiare. Stella fa corsi di italiano, lavora come manovale nei cantieri come tanti altri "compagni" che alla fine riescono a costruirsi quelle vite piccolo-borghesi che un tempo disprezzavano. Calvitti è diventato psicoterapeuta. Ventura fa il documentarista televisivo, abita anche lui a Montreuil e ha trascorso le estati a Bonifacio, guardando dal mare l'Italia. Stella riprende gli studi e passa il concorso come ricercatore universitario al Cnrs, il Centro nazionale di ricerca. La sua prima tesi storica la dedica alla rivolta dei Ciompi che, spiega, gli ha permesso di fare una sorta di "autoanalisi". Sposato con una francese, ha tre figli. Non ha mai nascosto il suo passato, né si è pentito. "Dichiararsi innocente come ha provato a fare Battisti è una cazzata".
A sessantacinque anni milita ancora per l'assunzione di una "responsabilità collettiva" dei reati commessi in quegli anni. Nella primavera Duemila, quando è stata dichiarata estinta la sua pena, è tornato a casa, nel vicentino, in tempo per salutare un'ultima volta suo padre che stava morendo. "Come tanti immigrati mi sono sentito uno straniero", racconta Stella, descrivendo un paese dove secondo lui la storia degli Anni di Piombo è raccontata solo "dai vincitori" e le lotte sociali sono diventate archeologia. Anche se poi è costretto ad ammettere che pure la Francia è cambiata, "nella lotta contro il terrorismo islamico sono state approvate leggi repressive, le forze dell'ordine organizzano retate di gruppo". Mostra una cicatrice sulla gamba. Una scheggia di granata della polizia che l'ha colpito durante una manifestazione dei gilet gialli. Nell'autunno 2018 ha aderito subito al movimento che ha attaccato l'Arco di Trionfo e minacciava di espugnare l'Eliseo. "Ho avuto l'impressione di rivivere i miei anni giovanili". Una contestazione poliforme senza alcuna struttura ideologica. "Credete forse ci fossero i militanti che negli anni Settanta leggevano davvero i libri di Toni Negri?", domanda polemico. Non ha una buona opinione del filosofo di Padova, uno dei primi a riparare in Francia, tuttora residente a Parigi. Negri, dice Stella, si è tenuto sempre in disparte dalla "compagneria". Non si vedeva negli anni Ottanta quando venivano organizzate estenuanti assemblee tra i "rifugiati" per discutere dei massimi sistemi ma anche, più prosaicamente, se sottoporsi a una schedatura volontaria, come chiedevano le autorità francesi che non hanno fatto differenza tra innocenti, colpevoli, irriducibili, dissociati, tra chi rivendica e chi rinnega, ma per anni hanno organizzato una stretta sorveglianza, non si sa mai.
Place des Amendiers - Una volta si potevano comprare i souvenir "aria di Parigi". E in place des Amendiers, nel ventesimo arrondissement, si può venire oggi per respirare quel che resta degli Anni di Piombo. In un contesto surreale, in piedi sul palco, una signora parla di migliaia di prigionieri politici, di torture, del codice Rocco, di quando Cossiga aveva definito il conflitto degli anni '70 "una guerra civile a bassa intensità". E il fatto che il comitato che lotta contro le nuove estradizioni abbia il Picconatore tra i maître-à-penser è solo uno dei tanti paradossi. Stella è stato uno dei promotori del raduno organizzato domenica 6 giugno a Belleville. E si era mobilitato per lanciare un appello pubblicato su "Libération". Anche se questa volta la gauche, o quel che ne resta, secondo lui ha "tradito", non si è mobilitata come in passato. Si canta "Le Temps des Cerises", la canzone della Comune di Parigi, rivolta di cui si celebra il centocinquantesimo anniversario. Viene rievocato il messaggio di Victor Hugo ai deputati che dovevano votare in favore di un'amnistia per chi aveva commesso massacri durante l'insurrezione. "Soyez grands, soyez forts". Qualcuno cita di nuovo le parole di pietà pronunciate dalla vedova Calabresi, dimenticando che il figlio Mario, venuto due anni fa a Parigi per incontrare Pietrostefani malato, ha anche chiesto agli ex terroristi di ammettere le loro colpe, di partecipare alla costruzione di una verità storica su quegli anni. Un rappresentante del quartiere ricorda che Petrella lavora da dieci anni in un'associazione.
Durante il primo lockdown, spiega, l'ex brigatista è andata a cercare gli anziani strada per strada. "Senza di lei molti sarebbero morti". Il sindaco di un comune banlieue che l'ha conosciuta elogia la sua umanità e sottolinea che tre presidenti, quindici ministri e ventiquattro governi non hanno mai rinnegato la protezione per gli "esuli" italiani. Una narrazione che continua da quarant'anni identica a se stessa. E in cui continua ad essere regolarmente assente anche solo un pensiero per le vittime del terrorismo politico, le uniche fino in fondo innocenti in questa storia.
Epilogo - È la fine del marzo di quest'anno e nella "compagneria" è scattato l'allarme. Tra avvocati e sostenitori dei "rifugiati" italiani gira voce che Macron sarebbe pronto a dare il via libera alle estradizioni chieste dall'Italia. Il 20 aprile, un collettivo di intellettuali firma un appello su Le Monde. "Riaffermare la Dottrina Mitterrand sugli esuli politici - si legge nel titolo - non significa dare all'Italia lezioni in materia di giustizia". Una frase che però viene contraddetta quando i firmatari scrivono che gli ex terroristi (non vengono mai chiamati così ma sempre "esuli") furono accolti perché, in certi casi, le condizioni del funzionamento della giustizia italiana, dettate dalla necessità di una risposta urgente alle derive terroristiche della contestazione sociale, lasciavano paradossalmente temere che non tutte le garanzie di equità fossero rispettate.
I promotori dell'appello non spendono parole per le vittime del terrorismo, insistono sul fatto che è tempo di voltare pagina. "La guerra è finita". È successo che qualche giorno prima - l'8 aprile - i due ministri della Giustizia si siano parlati. E che gli astri sembrino finalmente allineati. A place Vendôme è arrivato il nuovo Guardasigilli Éric Dupond-Moretti, diventato avvocato nel ricordo del nonno, un minatore marchigiano ucciso senza che la famiglia abbia mai ottenuto giustizia. Non è a lui che bisogna spiegare come la democrazia italiana ha combattuto il terrorismo interno, uno dei suoi film preferiti è "Avvocato!" dedicato al presidente dell'Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce assassinato dalle Brigate Rosse per aver accettato la difesa d'ufficio dei suoi capi storici.
In via Arenula è stata nominata a febbraio l'ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia che parla perfettamente francese e cita a memoria i lavori sulla giustizia riparativa di Paul Ricoeur, il filosofo con cui Macron ha lavorato da giovane. "Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica - spiega Cartabia - non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso 'una parola di giustizia'". Cartabia e Dupond-Moretti si sarebbero dovuti incontrare di persona a Parigi ma il rimbalzo della pandemia - siamo alla terza ondata - li costringe a fare una riunione in video. La ministra ricorda la lista presentata un anno prima, con alcune posizioni che rischiano di cadere in prescrizione. L'intesa tra i due ministri tecnici è immediata, manca il vaglio politico.
La nota diffusa il pomeriggio del 21 aprile da Palazzo Chigi è appositamente evasiva. "Al centro dei colloqui vi sono state la lotta alla pandemia, le prospettive economiche europee, la situazione in Libia e le relazioni bilaterali". A margine, come non viene menzionato, Draghi e Macron parlano delle richieste di estradizione. Il premier non ha dovuto convincere il leader francese, già stato sensibilizzato in passato dal Quirinale, e a cui preme rafforzare subito le relazioni con il nuovo governo di Roma. Il giorno seguente l'Eliseo sblocca la procedura, trasferita dal Guardasigilli alla procuratrice generale della Corte d'Appello, Clarisse Taron.
La magistrata a sua volta trasferisce gli ordini di arresto all'antiterrorismo francese. Che però deve occuparsi di altro. "Allah Akbar". Una funzionaria di polizia viene uccisa all'arma bianca davanti a un commissariato di Rambouillet, sud-ovest di Parigi. Gli agenti della Sdat effettuano una serie di perquisizioni per rintracciare eventuali complici dell'aggressore. L'operazione "Ombre Rosse" viene rimandata. Ancora, e ancora. Cinque giorni dopo la telefonata tra Draghi e Macron, si apre un'opportunità per gli agenti che hanno il quartier generale a Levallois Perret, a nord della capitale. Si decide di chiudere. Resta poco tempo per fare le ultime verifiche sulle localizzazioni tra Parigi, la sua banlieue e Bordeaux, dove risiede Tornaghi.
Mercoledì 28 aprile, si riunisce il consiglio dei ministri all'Eliseo. Il governo presenta una nuova legge contro il terrorismo, ennesimo cambio normativo da quando, sei anni fa, il Paese ha scoperto di avere una minaccia interna. È l'alba quando gli agenti della Sdat bussano alla porta di dieci "ombre rosse". Qualcuno è stato avvertito, nessuno rimane sorpreso. La piccola comunità di fuoriusciti italiani può ancora contare su una rete di persone interne alle istituzioni francesi che non si sono dimenticate del patto degli anni Ottanta e continuano ad aiutarle dietro le quinte.
Tre non si fanno trovare: Di Marzio, Ventura e Bergamin. Gli ultimi due si consegnano qualche ora dopo, convinti dagli avvocati della difesa che hanno chiesto la libertà vigilata per tutti. Di Marzio ha appositamente lasciato nei giorni precedenti il suo cellulare nell'appartamento del nono arrondissement dove si trova la moglie. Un modo per depistare gli investigatori. Scommette di riuscire a nascondersi per arrivare alla prescrizione prevista il 10 maggio. E ci riesce. Negli archivi di polizia italiana, il nome dell'ex brigatista è legato al tentato sequestro del vicecapo della Digos della capitale Nicola Simone il giorno della Befana del 1982. Ferito al viso, Simone aveva risposto al fuoco. Tra i rifugiati a Parigi quell'agguato è contestato oltre anche a Alimonti, a Petrella e Cappelli. Il vicequestore Simone, diventato poi prefetto, è morto tre mesi fa ad Avezzano, dopo aver osservato per decenni i suoi ex aggressori protetti dalla Francia. Il destino ha voluto che a farli arrestare abbia contribuito un altro Nicola. Falvella. La guerra, forse, è davvero
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