lecodelsud.it, 21 luglio 2021
Secondo appuntamento del Festival Shakespeariano dello Stretto di Daniele Gonciaruk il 24 luglio al Palacultura di Messina con "Sogno di una notte a Bicocca" di Francesca Ferro, produzione del Teatro Mobile di Catania in prima visione per Messina, dopo due anni di rappresentazione e un ritorno in scena al Teatro Litta di Milano nel maggio scorso. Il testo, ispirato a "Sogno di una notte di mezza estate", che ha aperto il festival il 18 luglio scorso, racconta l'allestimento della pièce curato nel 2017 dall'attrice e regista, figlia di Turi Ferro e Ida Carrara, con i detenuti dell'istituto di pena catanese Bicocca.
Un testo dai contenuti sociali importanti, fortemente voluto nel cartellone della rassegna dall'attore e regista peloritano, che, nella contrapposizione tra sogno e realtà, recupera la funzione catartica del teatro, capace di scavalcare le fredde mura di un carcere e regalare ai detenuti l'elemento del sogno, una dimensione "proibita" all'interno della situazione detentiva. Perché la prigione annulla desideri, progetti, ambizioni, assieme all'identità degli esseri umani: li priva del tempo e dello spazio, alimentando la necessità di proiettarsi in altri luoghi e in altri spazi, protagonisti di una storia che non è la loro, magari dentro un bosco in una notte d'estate. Dieci detenuti si fanno così guidare da una regista con l'obiettivo di riportare il teatro alla sua antica funzione catartica, verso un cambiamento che dal luogo sognato invade la dimensione soggettiva di ciascuno. Soprattutto se a guidare il sogno è il più grande genio del teatro, William Shakespeare.
"Nello spettacolo gli uomini interpretano anche ruoli femminili come ai tempi di Shakespeare e questo porta a situazioni esilaranti ma anche forti, di grande scontro tra i protagonisti". Così aveva anticipato, alla conferenza stampa di presentazione del festival, Agostino Zumbo, tra gli interpreti della pièce con la stessa Ferro. In scena con loro Rosario Minardi, Mario Opinato, Giovanni Arezzo, Francesco Maria Attardi, Renny Zapato, Giuseppe Brancato, Giovanni Maugeri, Antonio Marino e Dany Break.
Lo spettacolo sarà rappresentato in un'unica replica al Palacultura, alle ore 21:30. Festival Shakespeariano dello Stretto è promosso dall'associazione culturale Officine Dagoruk col patrocinio di Comune e Città Metropolitana di Messina, Fondazione Bonino-Pulejo, Accademia di Belle Arti di Messina e la collaborazione del Comando della Marina di Militare di Messina. Main Sponsor è Caronte & Tourist.
di Marco Consoli
La Repubblica, 21 luglio 2021
Kamzy Gunaratnam, 33 anni, fuggì dall'isola gettandosi in acqua. Racconta la sua vita e spiega perché è pericoloso considerare l'assassino un mostro. Quando abbiamo saputo dell'esplosione a Oslo mi sono preoccupata di rassicurare i ragazzini che erano con me nell'isola di Utøya, dove si svolgeva il campus estivo della sezione giovanile del Partito laburista norvegese, perché ero una dei dirigenti ed erano sotto la mia responsabilità.
Qualche ora dopo abbiamo sentito dei botti sull'isola, e ci siamo avvicinati ai rumori, perché pensavamo fossero fuochi d'artificio. Subito però abbiamo incontrato decine di altri ragazzi che scappavano nella nostra direzione, dicendo che un poliziotto stava sparando e uccidendo tutti. In casi del genere puoi restare paralizzato dalla paura, cercare di combattere o nasconderti.
Io ho scelto di scappare: ho messo il cellulare in modalità silenziosa dentro il reggiseno e sono fuggita verso la riva". Kamzy Gunaratnam, 33 anni, oggi vicesindaco di Oslo e candidata alle prossime elezioni parlamentari di settembre, era a Utøya il 22 luglio di dieci anni fa. "Fuggivo e sentivo i colpi di arma da fuoco e il tonfo delle persone che crollavano a terra, e quando sono stata vicino al lago ho deciso che se dovevo morire preferivo affogare. Così mi sono tuffata e ho nuotato finché, all'improvviso, ho visto una barca. Poi mi hanno portata in un hotel dove radunavano i sopravvissuti".
Che cosa è accaduto dopo?
"La gente piangeva e urlava e io non volevo stare lì. Volevo dormire, mi sembrava tutto assurdo. Quando mi sono svegliata e ho sentito delle decine di morti sono rimasta scioccata. Poi ricordo in tv le parole del premier Jens Stoltenberg: la nostra risposta sarà più apertura e maggiore democrazia, perché sono l'esatto contrario di ciò in cui crede Breivik".
Cosa ha pensato quando ha conosciuto le farneticanti motivazioni della strage?
"Non ricordo esattamente, ma tre giorni dopo mi hanno intervistata in tv e ho detto che non odiavo Breivik, ma provavo pietà per lui. Perché le sue idee ci potranno anche sembrare folli, ma lui non è un mostro, è una persona come noi e un prodotto della società. Anche lui è stato un bambino che giocava con altri bambini. Se si riduce tutto al fatto che è matto, come faremo a evitare che un altro come lui cresca nella nostra società?".
Ha mai parlato con Breivik?
"Ho scritto un libro che si apre con una lettera che Breivik ha scritto nel gennaio 2020 a me e ad altri parlamentari in cui presenta le proprie scuse. Sostiene di aver cambiato le sue idee da posizioni di estrema destra ad una, diciamo, più moderata. Così nell'ultimo capitolo gli ho scritto a mia volta più o meno queste parole: "Ho letto la sua lettera e volevo farle sapere come lei abbia traumatizzato me e un'intera generazione che non si sente più al sicuro. Anche se lei parla di supremazia bianca io sono meglio di lei, perché lavoro per creare una società aperta che includa anche quelli come lei, quindi non ha nulla da insegnarmi"".
Fuori dalla Norvegia la pena di 21 anni è stata giudicata troppo lieve. Breivik tra 11 anni potrebbe uscire dal carcere. Come la fa sentire?
"La prigione deve punire, ma allo stesso tempo bisogna reinserire i criminali nella società quando hanno scontato la pena. Certo, da vittima, trovo un insulto l'idea che possa girare a piede libero, ma io devo ragionare da politica. Quando nel 2015 sono diventata vicesindaco di Oslo ho detto che Breivik dovrebbe andare a lavorare in uno di quei centri che accolgono gli immigrati, perché solo così potrebbe cambiare la propria prospettiva".
Di recente il primo ministro Erna Solberg ha dichiarato che la Norvegia ha un problema di razzismo strutturale. Lei che è arrivata a tre anni come rifugiata dallo Sri Lanka che ne pensa?
"Quando avevo sette anni due ragazzini più grandi mi spalmarono la faccia di neve cercando di lavare via il colore della mia pelle. All'epoca però non avevo l'età per capire quel tipo di attacco, proseguito in maniera più sfumata nella mia vita da adulta. Ora la mia autostima mi permette di ignorare tutto ciò. In Norvegia non c'è l'apartheid e non tutti sono razzisti. Ma il razzismo diventa strutturale quando la cultura discriminatoria si ripete e non si fa nulla per contrastarla. I razzisti spesso non conoscono persone diverse da sé, e aprirsi e conoscere gli altri e il mondo è l'unico modo di cambiare le cose".
Crede che i social media siano parte del problema?
"Oggi puoi pubblicare tutto quel che ti passa per la testa in pochi secondi senza filtro. Credo che il problema sia che la gente non ha più il tempo di riflettere prima di esprimersi".
Alcuni cittadini di Utøya si sono opposti alla costruzione di un memoriale per le vittime. L'odio si propaga più facilmente anche perché dimentichiamo in fretta?
"Dobbiamo ricordarci di chi è morto e sapere perché è morto. Penso che alcuni norvegesi non vogliano ricordare perché è difficile ammettere che Breivik è uno di noi e che qualcosa di orribile può accadere anche nel nostro Paese".
Nel documentario lei sembra molto forte, uscita quasi indenne da quei tragici eventi. Posso chiederle qual è il peso che si porta addosso a distanza di 10 anni?
"Mi sento in colpa per essermi tuffata e non aver salvato molti ragazzi che non hanno voluto nuotare con me. E da quel giorno non posso più entrare in un luogo chiuso senza controllare dove sono le vie d'uscita. Ricordo di essere andata al cinema un paio d'anni fa con un'amica e averle detto come se fosse una cosa normale: se qualcuno inizia a sparare dobbiamo correre da quella parte".
di Pasquale Annicchino
Il Domani, 21 luglio 2021
La politicizzazione della religione è un fenomeno che riguarda diversi paesi nel mondo e che può portare a esiti anche apertamente in conflitto con il sistema di tutela dei diritti individuali e collettivi, essenziale nelle democrazie liberali. Negli ultimi giorni Domani ha raccontato la storia di Ikram Nazih, la studentessa italo-marocchina condannata in Marocco a 3 anni di carcere per oltraggio all'islam. I conflitti sulla religione si moltiplicano quotidianamente in numerosi paesi. È questo, ad esempio, il caso della Germania relativo a IX e MJ, dipendenti di due società tedesche (la "Wabe eV" e la "Mh Muller Handels GmbH") in qualità, l'una, di educatrice specializzata e l'altra di consulente di vendita e cassiera.
Entrambe avevano deciso di indossare un velo islamico sul luogo di lavoro. Tale decisione veniva contestata dai datori che nel caso di IX si determinavano ad applicare prima un provvedimento di ammonimento formale e poi di sospensione dalle funzioni lavorative. Nel caso di MJ, davanti al suo rifiuto di togliere il velo sul luogo di lavoro, il datore, dopo averla invitata a tornare a casa, le ha nuovamente chiesto di presentarsi senza segni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.
Tali richieste erano dettate dalla necessità di aderire a una politica di neutralità perseguita nei confronti di genitori, bambini e clienti in generale. Una recente sentenza della corte di Giustizia dell'Unione europea, resa pubblica il 15 luglio, ha sancito che è possibile per un datore di lavoro vietare ai suoi dipendenti di indossare qualsiasi forma visibile di espressione delle convinzioni politiche, filosofiche o religiose. Tale decisione deve essere tuttavia giustificata da una reale esigenza. Inoltre, secondo i giudici, le corti nazionali possono anche tener conto dello specifico contesto dello stato membro dell'Unione e, nello specifico, delle norme nazionali più favorevoli e relative alla tutela della libertà di religione.
La critica turca - In tal senso, nel ragionamento della corte del Lussemburgo, la volontà di un datore di lavoro di adottare una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può essere ritenuta una finalità legittima, ma deve costituire un'esigenza reale dell'impresa, quale, ad esempio, la prevenzione dei conflitti sociali o la presentazione del datore di lavoro in modo neutrale nei confronti dei clienti. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu non si è lasciato sfuggire l'occasione per sferrare un attacco contro le istituzioni dell'Unione affermando che "vietare il velo islamico o più in generale qualsiasi forma visibile di espressione delle convinzioni politiche, filosofiche o religiose è una chiara violazione delle libertà religiose". Tale sentenza, quindi, sarebbe quindi una manifestazione di "intolleranza verso i musulmani" e non avrebbe altro effetto se non quello di aggravare "i pregiudizi contro le donne musulmane in Europa". Secondo Cavusoglu "questa situazione ha un impatto molto negativo sulle donne musulmane escludendole dalla sfera socio-economica. Non si può negare che questa tendenza sia pericolosa e mostri che dal passato non si è imparato nulla". Sulle stesse frequenze sembrano sintonizzarsi le dichiarazioni dell'UcoiI (Unione delle comunità islamiche in Italia) che, mediante un comunicato, ha chiesto di rivedere la sentenza. Per la vicepresidente dell'UcoiI,
Nadia Bouzekri, tale decisione rappresenterebbe addirittura "un altro passo verso l'istituzionalizzazione dell'islamofobia. Un atto che questa volta non si mostra sotto forma di riconoscibili manifestazioni di hater dietro una tastiera, ma con il volto più presentabile delle istituzioni comunitarie".
Queste due reazioni, sicuramente sproporzionate rispetto all'effettivo impatto della sentenza (basta pensare all'ampio margine che viene garantito ai contesti nazionali), ci dicono molto della partita che si gioca oggi nel mondo sul ruolo della religione nella sfera pubblica. Da una parte ci sono le solite grandi ambizioni di Erdogan rispetto al monopolio della rappresentazione delle istanze dei fedeli musulmani in Europa e nel mondo unite al populismo religioso che rappresenta parte integrante delle sue politiche. Dall'altra, probabilmente, una valutazione troppo affrettata di quello che sarà il reale impatto della decisione della Corte. La partita sul ruolo della religione nella sfera pubblica riguarda tutte le istituzioni. Sarà bene che si organizzino per tempo.
di Maurizio Cianchella
Il Manifesto, 21 luglio 2021
Il 30 giugno è stata pubblicata dal Dipartimento per le Politiche Antidroga la Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Nelle 422 pagine vengono (anche) condivisi e brevemente commentati quegli stessi dati che sono ogni anno oggetto di analisi sul Libro Bianco sulle Droghe, in particolare: ingressi e presenze in carcere, procedimenti penali pendenti, segnalati, segnalazioni e relative sanzioni amministrative, misure alternative.
Tra i dati da noi raccolti e quelli presentati dal DPA molti coincidono, ma vi sono anche delle discrasie: alcune sono dovute al fisiologico consolidarsi dei dati, che spostano di poche unità i conteggi. Un esempio è il totale dei ristretti ex DPR 309/90 al 31 dicembre 2019, che da 21.147 sono diventati 21.213: aggiustamenti privi di una reale rilevanza statistica. Notevoli differenze emergono invece, negli anni precedenti al 2020, nella tabella relativa a segnalati e segnalazioni: su questi dati sarebbe auspicabile un confronto, volto a comprendere come sia possibile che tra "i nostri" numeri (annualmente inviatici dal competente ufficio del Ministero) e "i loro" ci sia una forbice tanto ampia.
Del resto, confrontando l'ultima Relazione al Parlamento con quella dell'anno precedente è possibile riscontrare sensibili differenze, che diventano ancor più marcate se si guarda la Relazione 2019 sui dati 2018. Una tale schizofrenia non può essere frutto del mero consolidamento: i numeri riportati nelle Relazioni divergono (parecchio) già a partire dal 2010; in termini di raccolta statistica, quei dati avrebbero dovuto esser scritti sulla pietra. Molto distanti anche i dati sugli ingressi in carcere nel 2020: 35.280 di cui 10.852 ex art. 73, stando al Libro Bianco; 53.933 di cui 15.698 ex art. 73 nella Relazione al Parlamento. In questo caso crediamo si tratti di un errore materiale da parte del Dipartimento per le Politiche Antidroga: nei lunghi mesi di lockdown, di limiti alla circolazione, di tribunali chiusi e udienze rimandate, è infatti difficile immaginare che si sia verificata un'impennata degli ingressi in carcere (+16,7% sul 2019). Molto più plausibile è il decremento (-23,6%), come accaduto per detenuti presenti, segnalazioni e segnalati.
È ipotizzabile allora si sia fatto l'errore di inserire, in luogo degli ingressi, i detenuti presenti (in una data diversa dal 31 dicembre, giacché i numeri sono diversi). In linea generale, i dati sono inequivocabili: il proibizionismo è e resta il volano di ogni politica carceraria; un detenuto su tre è in carcere per violazione della normativa antidroga, uno su quattro è "tossicodipendente;" quasi il 75% delle segnalazioni e la metà (in kilogrammi) dei sequestri riguarda la cannabis e i suoi derivati; dal 1990 al 2020, circa un milione di persone sono state segnalate ex art. 75 per consumo di cannabinoidi. Ogni anno lo Stato spende miliardi di euro per processare, incarcerare, sequestrare. Ciononostante, qualsiasi tipo di droga circola liberamente nelle strade, e i proventi del mercato vengono incamerati e riciclati dalle mafie.
I consumatori, stigmatizzati, si allontanano dai servizi, talvolta dedicandosi alla microcriminalità e al piccolo spaccio, e indulgendo in modalità di consumo più rischiose perché clandestine. Nel 2020, in Italia, 308 persone sono morte per overdose. Numeri tremendi sebbene in diminuzione, ma che impallidiscono a fronte degli oltre centomila morti causati ogni anno, congiuntamente, da alcol e tabacco: prodotti legali, pubblicizzati, tassati, che nessuno si sognerebbe di proibire. Serve quindi un nuovo approccio, più umano ma anche più efficace, che al dogma prediliga i risultati, che metta al centro la sicurezza e la salute pubblica anziché il furore ideologico che tanti danni ha fatto da decenni a questa parte. L'ora sarebbe giunta, ma pare che al governo gli orologi siano ancora fermi a trentuno anni fa.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 21 luglio 2021
Quasi 700 presentati dalla Lega. Anche Iv presenta 4 proposte di modifica al testo. Destinato ormai a slittare a settembre. La voglia di confronto tanto richiesta e proclamata nei giorni scorsi ha preso la forma di oltre mille emendamenti al ddl Zan consegnati alle 12 di ieri al Senato. E anche Italia viva, sebbene nei giorni scorsi Matteo Renzi avesse assicurato che non avrebbe presentato richieste di modifica al testo contro l'omotransfobia, alla fine ha depositato quattro emendamenti scritti con Psi e Autonomie. "È la prova che sono inaffidabili", commenta la dem Monica Cirinnà quando tra i corridoi di palazzo Madama cominciano a circolare le prime notizie sulla decisione presa dai renziani.
Come previsto, la parte del leone l'ha fatta la Lega: 672 proposte di modifica quasi interamente messe a punto dai senatori Pillon, Emanuele Pellegrini, Pepe e Urraro che mettono mano praticamente a tutto l'impianto della legge. Più altri venti preparati da Roberto Calderoli e centrati sugli articoli 1, 2 e 4, correzioni sulla libertà di espressione e cancellazione delle parole "identità di genere". "Se si dialoga, la Lega è pronta a ritirare gran parte degli emendamenti presentati - fa sapere il capogruppo Massimiliano Romeo - Se invece il Pd continuerà a volere lo scontro, affosserà la legge e la tutela dei diritti di migliaia di persone". "672 emendamenti dimostrano che la volontà della Lega non è mai stata quella di mediare, ma solo di affossare una legge di civiltà", è la replica della presidente dei senatori dem Simona Malpezzi mentre Enrico Letta conferma quanto va dicendo da giorni: "Impossibile per noi negoziare con la Lega", afferma il segretario del Pd.
La giornata è proseguita con la discussione generale sul provvedimento, ma il percorso che aspetta la legge è sempre più insidioso. I pochi emendamenti renziani, due dei quali firmati dal capogruppo Davide Faraone, insistono anch'essi sugli articoli 1, 4 e 7 e in particolare sulla cancellazione delle parole "sesso", e "identità di genere" dall'articolo 1 e sull'inserimento all'articolo 7, quello che introduce la Giornata nazionale contro l'omotransfobia, di un riferimento esplicito al rispetto "della piena autonomia scolastica". Punti che, nel momento in cui si arrivasse al voto segreto, potrebbero convogliare anche i voti del centrodestra rispedendo il ddl alla Camera. "Aver posto come finalità quella di perseguire tutte le condotte discriminatorie fondate su misoginia, abilismo e omotransfobia garantisce la tutela di tutti senza alcuna esclusione", ha spiegato Faraone. "Adesso non c'è più alcun motivo per non stringere un patto su un testo condiviso e stabilendo tempi strettissimi per approvare il ddl al Senato e poi alla Camera".
Ma è possibile anche che a quel punto non ci si arrivi neppure. La capigruppo riunita prima dell'avvio del dibattito in aula non ha infatti inserito il ddl tra i lavori in programma fino al 30 luglio ma è servita a Lega e Fratelli d'Italia per comunicare l'intenzione di chiedere una nuova sospensiva e di non passare all'esame degli articoli. Sulla prima si procederebbe con voto palese, ma sulla seconda è previsto il voto segreto e potrebbe accadere di tutto.
I tempi sono comunque stetti. Dei 36 senatori iscritti a parlare ieri hanno preso la parola in 19. Tutti gli dovranno intervenire nelle tre ore circa rimaste per di più zigzagando tra una serie di decreti che devono essere convertiti. Il primo è il dl sostegni bis che va in aula oggi e deve essere votato entro il 24, ma anche il dl semplificazioni che va licenziato entro il 30. In mezzo le comunicazioni della ministra della Giustizia Cartabia sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. Il 6 agosto il Senato chiude per la pausa estiva, ma prima ci sono altri decreti da convertire. Il risultato, scontato, è che se tutto va bene del ddl Zan se ne riparlerà come minimo a settembre.
di Christian Putsch*
La Repubblica, 21 luglio 2021
Saccheggi, incendi dolosi, blocchi stradali: il colosso del continente africano è scosso da violenti disordini dopo l'arresto dell'ex presidente Jacob Zuma. La violenza è frutto delle sue tattiche di "mobilitazione etnica" degli zulu e la pacificazione sembra difficile. L'esercito sudafricano si stava preparando per una delle sue missioni più delicate.
Giovedì 15 luglio è iniziata la sua partecipazione alla lotta al terrorismo islamista nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, assieme alle truppe di altri Paesi dell'Africa meridionale. Un'iniziativa indispensabile per la stabilità della regione, dal momento che oltre 700.000 persone sono state costrette a fuggire nel Paese vicino.
Ma lunedì 5 luglio l'esercito ha annunciato che il suo intervento si rendeva assolutamente necessario anche sul suolo nazionale. Si tratta di una misura estremamente rara, ma urgente. I manifestanti e i criminali violenti hanno scatenato il caos come raramente è accaduto nella storia democratica del travagliato paese. Su Twitter domina il grido di battaglia digitale #ShutdownSA - "paralizza Il Sudafrica". Un appello che molti interpretano in modo brutale e con opportunismo.
Nella metropoli costiera di Durban si bloccano strade importanti, si incendiano centri commerciali e camion. A Durban, ma anche nell'hub economico di Johannesburg e in altre città, i negozi vengono saccheggiati su larga scala. La polizia è completamente sopraffatta. Almeno sette persone sono state uccise, si stanno formando gruppi di vigilanti armati contro i criminali. I danni alle proprietà ammontano a centinaia di milioni di euro.
Il "presidente dalle nove vite" in carcere - Non si tratta più solo del detonatore delle proteste, l'incarcerazione dell'ex presidente sudafricano Jacob Zuma. Mercoledì 8 luglio il politico settantanovenne ha finalmente iniziato la sua pena detentiva di 15 mesi, a cui era stato condannato dalla Corte costituzionale per aver violato una disposizione giudiziaria. Non si trattava affatto dei suoi reati di corruzione ben documentati, ma del suo rifiuto di testimoniare davanti a una commissione d'inchiesta. "Come Al Capone", ha efficacemente sintetizzato il Financial Times, "Zuma è stato incarcerato per un crimine minore".
Per quasi vent'anni Zuma, il proverbiale "Presidente dalle nove vite", era sopravvissuto a molti casi di impeachment e a numerose accuse, o perlomeno continuava a rimandare i procedimenti. Familiari e seguaci si sono schierati in difesa di Zuma, lui stesso ha paragonato le indagini a suo carico all'amministrazione della giustizia ai tempi dell'apartheid. La scorsa settimana migliaia di sostenitori si sono radunati fuori dalla tenuta di campagna di Zuma nella provincia di KwaZulu-Natal per impedire il suo arresto.
Zuma si è arreso e si è costituito solo tre giorni dopo la data stabilita per l'inizio della carcerazione, quando, poco prima della scadenza dell'ultimatum, la polizia si è avvicinata in forze alla proprietà, con oltre 100 veicoli. Un'impunità durata fin troppo, che gli ha consentito di sopravvivere, ma che ne ha anche rivelato la fragilità. Il tradizionalista Zuma, che alla domanda sulla sua identità si definisce "Zulu al 100%", deve la sua carriera in gran parte al pensiero tribale, che è ben lungi dall'essere oscurato dalle strutture democratiche. E ha utilizzato proprio questa dinamica per impostare la propria difesa.
Il pericolo del pensiero tribale - Questa realtà sociale è ignorata dal partito al governo, l'African National Congress (Anc). Dopotutto, qualsiasi altra cosa equivarrebbe a un'ammissione di fallimento, poiché i padri fondatori dell'Anc avevano già indicato come priorità la lotta al "demone del tribalismo". Le parole pronunciate domenica 11 luglio dal presidente Cyril Ramaphosa sono tanto più significative. Erano state programmate già da tempo di fronte alla terza (e finora peggiore) ondata della pandemia di Covid nel Paese, ma ora Ramaphosa ha anche chiesto la fine delle "attività criminali" - e ha stigmatizzato apertamente la "mobilitazione etnica" che tutti i sudafricani dovrebbero condannare: "Costi quel che costi".
Da giorni, quello che è di gran lunga il principale partner politico ed economico dell'Europa in Africa discute sulla portata del pensiero tribale che si sta manifestando. Helen Zille, che è stata a lungo primo ministro della provincia del Capo occidentale come leader del partito di opposizione "Alleanza Democratica", ha scelto parole provocatorie, come spesso ha fatto negli ultimi anni. "In sostanza, questa tragedia affonda le sue radici nell'enorme complessità della nostra decisione collettiva di imporre una moderna democrazia costituzionale a una società feudale africana ancora ampiamente tradizionale", ha scritto in un saggio pubblicato sul sito "News24", bollato come "antropologia a buon mercato" dal commentatore politico Eusebius McKaiser.
L'Anc ha sottolineato il suo "chiaro impegno" per la Costituzione. Sulla carta, la legislazione sudafricana è una delle più progressiste al mondo. L'Anc ha dato un contributo decisivo alla sua elaborazione in anni di profonda trasformazione sociale, godendo del sostegno di ampi settori della società. Ma l'appartenenza etnica è stata un fattore importante in Sudafrica fin dai primi giorni della democrazia. E questo non vale solo per il rapporto tra bianchi e neri. A differenza dello zulu Zuma, i suoi predecessori Nelson Mandela e Thabo Mbeki appartenevano agli xhosa. Già negli anni Novanta, dopo la fine dell'apartheid, celebrata in tutto il mondo, si parlava spesso delle scelte preferenziali a favore di questo gruppo etnico negli affari e nella politica. Gli zulu - peraltro il gruppo etnico più numeroso del Sudafrica - inveivano contro "Cosa Nostra" e per lungo tempo hanno sostenuto un altro partito, l'"Inkatha Freedom Party" (Ifp). Solo con l'ascesa politica di Zuma molti si sono spostati nel campo ben più conveniente dell'Anc - portando con sé la cultura retrograda del nazionalismo etnico dell'Ifp.
Corruzione e crisi economica - Probabilmente questo è stato possibile solo perché il successo del modello sociale sudafricano dipende dallo sviluppo economico per tutti.
Nonostante la forte crescita economica iniziale, divenne subito chiaro che le disuguaglianze sociali sarebbero rimaste tra le più elevate del mondo. E che della crescita avrebbe beneficiato soprattutto una piccola minoranza. Con il diffondersi della corruzione nell'Anc, ma anche con il crollo dei prezzi delle materie prime, così importanti per l'export sudafricano, si sono deteriorate le condizioni economiche generali. E, come è avvenuto in tutto il mondo in tempi di crisi economica, l'attenzione si è spostata sempre più sulla politica dell'identità. In Sudafrica si sono moltiplicati gli attacchi retorici alla minoranza bianca, mentre l'amministrazione di Zuma dominata dagli zulu ha lavorato in parallelo per smantellare i meccanismi di controllo democratico.
Zuma è stato "eletto costituzionalmente, ma ha agito come un capo tribù", ha dichiarato Zille a proposito dei quasi nove anni nei quali l'ex presidente ha esercitato il suo mandato, conclusosi nel 2018 con le dimissioni forzate e la promessa del suo successore Ramaphosa di liquidare le strutture corrotte. A distanza di tre anni, ciò non è avvenuto nella misura sperata, anche perché Zuma continua ad applicare gli stessi principi e a minare sistematicamente la fiducia nelle istituzioni statali. Zuma mette in conto che nel corso degli attuali disordini vi siano anche violenze xenofobe contro i migranti africani, come nel caso dei camionisti stranieri.
Egli lucra politicamente anche sulla rabbia provocata dalle rigorose misure di contrasto alla pandemia di Covid, per effetto delle quali la disoccupazione è aumentata a livelli da record. "Per salvarsi la pelle, ha liberato i demoni del tribalismo", ha scritto Mondli Makhanya, caporedattore di "City Press". "In questo modo, sta riportando indietro di un secolo il lavoro dei membri dell'Anc e delle altre correnti della lotta di liberazione sudafricana".
*Traduzione di Carlo Sandrelli
di Agnese Rapicetta
beleafmagazine.it, 20 luglio 2021
Intervista a Stefano Anastasìa. "Ci vuol poco a mettere in ansia l'opinione pubblica su fatti di cronaca legati alle droghe, ma bisognerebbe anche saper spiegare che, con una diversa politica, si potrebbero facilmente superare tutte quelle situazioni che creano tanta preoccupazione".
di Filippo Giordano* e Luigi Pagano**
Corriere della Sera, 20 luglio 2021
Caro direttore, abbiamo letto l'articolo di Gabanelli e Piccolillo del 12 luglio scorso titolato "Con le celle aperte aumentano le violenze". Riteniamo importante che dopo i fatti drammatici di Santa Maria Capua Vetere si ritorni a parlare dei problemi del carcere, ma è necessario che il dibattito si sviluppi in termini globali partendo da una base di conoscenza delle norme e riconoscendo la complessità del sistema.
di Nello Trocchia
Il Domani, 20 luglio 2021
Finalmente la ministra della Giustizia Marta Cartabia risponde alla camera dei Deputati sul pestaggio di stato compiuto dagli agenti della polizia penitenziaria il 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La ministra, all'atto dell'insediamento, ha ricevuto dai vertici del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, un fascicolo sui fatti di Santa Maria? La ministra intende rivedere l'utilizzo dei gruppi di supporto agli interventi, gli agenti che, nell'orribile mattanza, erano muniti di caschi e provenivano da altri istituti?
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 20 luglio 2021
La riforma della prescrizione è vera o è farlocca? Il garantismo è reale o immaginario? E i tempi potranno mai essere davvero contingentati? Un dialogo tra uno scettico e un entusiasta, sceneggiato da Fiandaca.
- Cpr, l'involucro vuoto della detenzione amministrativa in Italia
- La riforma Cartabia e la giustizia riparativa. Un nuovo ruolo per il giudice
- Conte-Draghi, tregua sul penale. Cartabia avvisa: il ddl non si tocca
- Giustizia, Draghi offre "qualche modifica". Ma da votare in fretta
- Conte cerca l'intesa con Draghi: via le bandierine, ma no all'impunità










