di Maurizio Ermisino
retisolidali.it, 10 giugno 2021
Il libro "Perché abolire il carcere. Le ragioni di No Prison", di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi, spiega perché e come il carcere si può abolire. Abolire il carcere si può? O è pura utopia? Il Movimento No Prison, nato nel 2014, continua la sua attività di sensibilizzazione attraverso un nuovo libro: "Perché abolire il carcere. Le ragioni di No Prison" (Apogeo Editore), di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi. Oggi sembra non possa esserci alternativa al carcere, mentre, secondo il movimento No Prison, è necessario progettare la sua abolizione e sostituzione con forme diverse di gestione degli illeciti (ne avevamo parlato qui).
L'abolizione della prigione non è un'utopia. "No Prison è un'idea nata nel 2012", ci ha raccontato Livio Ferrari, giornalista e scrittore, fondatore e portavoce del movimento. "Nove anni fa diversi di noi, i cosiddetti "esperti del carcere", furono coinvolti in un incontro del gruppo Abele. Ci confrontammo per una serie di proposte e di possibili politiche riguardanti il mondo del carcere. A me, come a Massimo Pavarini, venne una nausea grande. Dopo 30 anni di attività, sentire sempre i soliti discorsi, le solite cose che non vanno, le solite toppe da mettere, non andava giù. Sono discorsi che in casa sua uno non fa: se hai un frigo rotto o lo ripari o lo cambi. Il mio intervento a quel summit fu l'unico che non rientrò negli atti, era troppo dissacrante...".
"Dopo mesi in cui mi bolliva dentro un grande fastidio, chiamai Massimo. Venne a trovarmi a Rovigo e iniziammo a costruire il manifesto No Prison. Nel 2014 lo presentammo a Firenze. Nel 2015 uscì il mio libro "No Prison, il fallimento del carcere", in cui ho scritto tutto quello che ritenevo dovesse essere scritto, per dire che è un sistema che non funziona. Ho visitato 40 istituti in tutta Italia e ho viste le condizioni in cui vivono i detenuti".
Il carcere nasce per tenere i poveri ai margini - La povertà, per chi è ristretto nelle carceri italiane, è l'elemento caratterizzante della distanza che li separa dal resto della società. Ed è una delle cose di cui tenere conto quando parliamo della prigione. "Il carcere nasce verso la fine del 1500 per i poveri, non per i reati", spiega Ferrari. "Nasce per tenere ai margini della società i poveri. Nel 1700 a Napoli fu costruito il Real Albergo dei Poveri che diventò una prigione: prendevano tutti quelli che facevano accattonaggio e piccoli furti e li mettevano lì. Il carcere nasce per togliere dalla società le persone che davano fastidio". E così continua ad esistere, nel totale disinteresse o, nel peggiore dei casi, dell'odio nei confronti di chi è detenuto da parte dei liberi che non hanno nessuna voglia di approfondire la questione. "La vendetta fa parte della nostra storia umana", riflette Ferrari. "Ci fu qualcuno, dicono che fosse Dio, che quando Caino uccise Abele disse "chiunque tocchi Caino se la dovrà vedere con me".
Restituire il danno alle vittime e dignità alla persona - No Prison allora vuole provare ad andare oltre a questo sistema. "È un'idea semplice", spiega Livio Ferrari. "Qualsiasi soggetto che ha compiuto un reato, indipendentemente dal reato, se non è pericoloso, non ha nessun senso che venga privato della libertà. Intendiamo non pericoloso nel senso che non può fare del male".
"Io non dico che deve essere immediatamente libero", precisa Ferrari. "Ma dopo un lasso di tempo può tornare in libertà. Se lasci una persona per tanti anni a pagare con il carcere lo sollevi dalle responsabilità. Ma una persona, che abbia fatto del male o meno, deve avere responsabilità. Allora quella condanna la metti in atto in libertà, in modo che possa restituire il danno alle vittime. E dignità alla persona". Ma come si fa, in pratica, a restituire il danno arrecato? "Ci sono due percorsi sui quali confrontarci", spiega Ferrari. "Se è un danno materiale la restituzione può avvenire attraverso il lavoro, le attività. Se però è un danno umano, uno ha ucciso e non può restituire la vita, ci può essere un percorso di restituzione alla società".
Carceri: fatte per l'afflittività - La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea la mancanza di responsabilità verso il proprio comportamento e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano. È importante allora che si pensi a una sua sostituzione con forme diverse di gestione degli illeciti. "Le carceri che abbiamo noi sono luoghi disumani, che non sono stati fatti per la rieducazione ma per l'afflittività", spiega Livio Ferrari. "Hai fatto del male e ti restituisco un momento in cui devi star male a tua volta". La conformazione delle carceri, in qualche modo, è paradossale. "La cosa emblematica è che le carceri sono molto grandi, ci sono corridoi lunghissimi, spazi mostruosi e i luoghi dove vivono le persone sono buchi di tre metri" riflette.
"Dobbiamo tenere conto che ci sono quei soggetti per i quali non è possibile tornare in libertà. Ci sono soggetti che non vogliono cambiare e sono pericolosi. O hanno problemi di natura psichiatrica, come i serial killer, che se tornano in libertà riproducono le dinamiche che li hanno portati a delinquere. Queste persone non possono vivere dentro un buco tutta la vita: è disumano. Bisogna ripensare completamente gli spazi della non libertà: devono dare la possibilità di vivere come e in altri posti e di muoversi.
E il tempo che i detenuti trascorrono in carcere deve venire usato per aiutare le persone a riscattarsi e in modo che possano dare dei benefici restitutori alla libertà". "E nel momento in cui un soggetto non è pericoloso rientra in casa sua, entra in un programma sociale con una serie di attività si restituzione del danno attraverso il lavoro e altre cose indicate dal programma" continua.
Ma, chiediamo a Ferrari, in questi anni il Movimento No Prison ha suscitato polemiche, ha avuto oppositori, c'è stata una parte della popolazione che si è dimostrata contraria a questa idea. "C'è un gran silenzio", risponde con rimpianto Ferrari. "A noi sarebbe molto piaciuto che qualcuno avesse fatto presente la sua contrarietà, e il motivo di tale contrarierà. Invece non ho avuto nessun tipo di critica. Il massimo delle critiche che ho avuto è stato sentirmi dire che sono un utopista, un sognatore, e che un po' di utopia fa bene alla società".
"Anche i sindacati della polizia penitenziaria - e da anni scrivo cose pesanti su questo corpo - hanno recensito bene il mio libro, e mi hanno invitato a confrontami con loro, perché hanno molte cose da raccontare". Ma Ferrari è anche molto deluso dal mondo dell'informazione. "Sui grossi media non riusciamo ad arrivare", racconta. "Anche se inviti a una presentazione un giornalista di un famoso giornale italiano, viene a moderare un dibattito e poi gli proponi "facciamo un articolo per il tuo giornale", poi dice di no".
Ma c'è un altro ambito dove le istanze del Movimento No Prison non vengono ascoltate. "Un mondo che abbiamo cercato e non abbiamo trovato, è l'attuale mondo politico" ci svela Ferrari. "Alcune compagini politiche che non ci sono più, avevano dimostrato una certa attenzione. I politici di oggi ci guardano i marziani. Vorremmo coinvolgere questi mondi, uscire dalla carboneria in cui siamo costretti".
Le manifestazioni organizzate a Venezia e Roma nel 2018 e nel 2019 in collaborazione con le Camere penali delle città avevano avuto un buon seguito. "Dal mondo dell'avvocatura e della magistratura c'è stata grande disponibilità", racconta. "I mondi che evitano di confrontarsi con noi sono quelli dei politici. Vorremmo avere la possibilità di far conoscere questa proposta. Se la società sarà matura, per accoglierla come è successo con i manicomi quarant'anni fa, speriamo che si arrivi in tempi non biblici a questo. Noi non demordiamo. In fondo sono idee di pace e conciliazione".
di Roberta Barbi
L'Osservatore Romano, 10 giugno 2021
Decidere di abbellire le mura spoglie della cappella di sezione, per dimenticare almeno quando si prega di trovarsi in un carcere: è quello che ha fatto un gruppo di collaboratori di giustizia della casa di reclusione San Michele di Alessandria, partecipanti al laboratorio Tecniche di decorazione e stucco proposto dalla Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri. Ma quello che hanno ottenuto alla fine del corso è stato più di una chiesetta accogliente e finemente decorata; è stato un percorso interiore importante che ha attraversato varie tappe: dalla rilettura della Bibbia (indispensabile per realizzare i dipinti) a quella della propria vita, sempre sostenuti dalle braccia forti, dalle orecchie attente e dai sorrisi larghi di fra Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali del convento Madonna della Guardia di Torino.
Difficile definire chi sia per loro fra Beppe: non è il cappellano, questo è certo, e non è neppure un insegnante, anche se con lui i detenuti - quasi tutti per reati legati alla camorra - di scuola parlano moltissimo: "Forse perché hanno sempre creduto di non averne bisogno, ahimè, ma il sentimento che associano di più alla parola scuola è nostalgia - racconta - mi dicono sempre: fra Beppe, se non aggiustate la scuola, la camorra vincerà sempre; la camorra ha paura della scuola...". D'altronde lo diceva già Victor Hugo: "Chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione". E per loro scuola non significa solo lo studio della lezione, ma scoprire il valore di imparare, riuscire a stare con gli altri in modo diverso, conoscere finalmente una bellezza capace di aprire il cuore.
Forse potremmo dire che fra Beppe per i detenuti è il punto d'unione tra la Parola letta e l'immagine da ritrarre: un esegeta insomma. Ride di questa definizione: "Uno dei ragazzi ha preso il compito talmente a cuore che è riuscito a realizzare dietro al crocifisso sull'altare un'opera con riferimento alle Sette Chiese dell'Apocalisse, un lavoro di alta teologia e di alta esegesi! Un altro detenuto, invece, colpito dalla stazione della via crucis che stava preparando, in cui Gesù cade sotto il peso della croce, ha mormorato: come me che sono caduto sotto al peso del peccato per 30 anni, ma poi mi sono rialzato".
Allora forse fra Beppe è una guida spirituale verso una fede rinnovata? "L'espressione "percorso di fede" fa parte del nostro linguaggio - spiega ancora - loro sono abituati alla lingua della strada, ed è attraverso questa che io comunico con loro, perciò direi più correttamente che quella che hanno raggiunto è un'umanità ritrovata, hanno capito che Dio non t'impicca al tuo passato, ma ti prende la mano se tu gliela tendi".
Sicuramente questo francescano è qualcuno che il volto di Cristo in carcere lo vede tutti i giorni nei lineamenti dei reclusi, duramente scolpiti dalla vita: "Una volta uno mi ha regalato un quadro che aveva fatto e rappresentava Gesù con la corona di spine e il viso sporco di sangue - ricorda - loro sono questo: soffrono come Gesù, ma per i propri peccati, e risorgono nel momento in cui si pentono e iniziano a collaborare con la giustizia. Le ferite, però, si vedono ancora, perché non smettono di fare i conti con il passato. Spesso e volentieri, infatti, restano folgorati dal passo del Vangelo in cui Gesù promette al buon ladrone che presto saranno insieme in Paradiso".
Magari fra Beppe è un educatore, come ce ne sono pochi... fuochino: "Credo molto nel significato di educare nel senso di far emergere qualcosa che si ha dentro, e poi ricordo che l'articolo 27 della nostra Costituzione precisa che questo è il fine della pena, non è una vendetta sociale!", aggiunge.
Proviamo a immedesimarci un attimo. Una figura così non sembra quella di un padre? "Mi viene in mente una storia - prosegue con un filo di voce - quella di un detenuto che mi chiedeva come poteva pregare il Signore chiamandolo Padre Nostro quando lui, con tutti gli assassinii che aveva commesso, di figli senza padre ne aveva lasciati tanti".
Finalmente è chiaro. Fra Beppe per i suoi detenuti è un fratello e loro per lui sono i "fratelli briganti", come li chiamava il Poverello di Assisi. Ed è così che, tra i pennelli e i colori di una semplice cappella carceraria, può affacciarsi per l'uomo la possibilità di riconciliarsi, che non vuol dire dimenticare, bensì andare avanti. E risorgere. Come Gesù, che guarda caso è nostro fratello.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 10 giugno 2021
La leader di FdI plaude alla vice di Biden. Letta: "Specula, come gli Usa anche il governo lavora sugli accessi legali". Ad avvelenare i pozzi democratici ci prova un mattino Giorgia Meloni: "Le parole di Kamala Harris contro l'immigrazione illegale dimostrano che nel mondo tutti si preoccupano di difendere i propri confini, tranne la sinistra italiana, che continua a tenere spalancati i porti. Blocco navale subito!".
Ti aspetti che il centrosinistra insorga. Che ripeta a memoria le parole di Alexandria Ocasio-Cortez, sinistra della sinistra Usa, la prima a schierarsi contro la vice di Biden. E invece no: più scavi, più scopri che il Pd sta con Kamala. Con lei e con l'istituzione di canali regolari per chi cerca asilo o vuole migrare alla ricerca di un lavoro. Quei canali massacrati in Italia dalla filosofia della Bossi-Fini. "Giorgia, tu speculi - reagisce dunque Enrico Letta, che in passato con Mare Nostrum salvò migliaia di vite - Draghi ha ottenuto di discutere al prossimo Consiglio Ue di come gestire meglio il problema migratorio. Siamo in sintonia con il governo".
Niente, il giochino "butta dalla torre la Harris" a sinistra non funziona. Piace un po' a tutti, la vicepresidente Usa. A Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, reduce da un vertice sul Sahel: "Condivido che vanno riaperti i flussi regolari e che va combattuto efficacemente il traffico di esseri umani". A Giuseppe Conte, che sta per posizionarsi più a destra di Enrico Letta: l'ex presidente del Consiglio, fanno sapere, è sempre stato "per la legalità" e per i "rimpatri degli irregolari", dunque si differenzierà dal Pd. Ma Harris piace anche a chi, a sinistra, ha sempre scelto la battaglia per le organizzazioni non governative. "Non facciamo i provinciali - sorride Matteo Orfini - Kamala ha chiuso con l'era Trump e con i muri. Ha riaperto ai flussi regolari, dunque è ovvio che contrasta quelli irregolari".
Ecco, se esiste una linea di frattura, è meglio semmai guardare in casa. A Roma, più che a Washington. "La risoluzione del Pd che sosterrà la battaglia di Draghi in Europa segna un cambio di passo - premette sempre Orfini - Il problema, però, è che il governo è ancora pienamente dentro le azioni della filiera che va da Gentiloni (e Minniti) al Conte uno e due. Iniziamo a cancellare il fermo amministrativo delle navi delle Ong, tanto per cominciare, ed evitiamo di rifinanziare le missioni della Guardia costiera libica".
È qui che a sinistra qualcosa si inceppa. Perché invece la segreteria del Partito democratico punta molto sul testo che presenterà in Parlamento per dare una scossa all'Europa (e un po' anche all'esecutivo). "Kamala è stata molto pragmatica - dice Enrico Borghi, che quel testo lo sta scrivendo - Il rischio della posizione della Ocasio-Cortez è che enfatizzi la tesi opposta, quella dei fan del muro di Trump". E invece la proposta dem tiene assieme tutto, a sentirlo: salvataggi in mare e chiusura dei campi in Libia, canali per l'immigrazione regolare e rimpatri assistiti. "Io pure sto con la Harris - dice Lia Quartapelle - la linea giusta è dire no all'immigrazione irregolare e sì ai flussi regolari. Gli Stati Uniti hanno regole che li consentono, noi no. Quella è la strada giusta".
Poi, certo, se sbirci fuori dal centrosinistra vai a sbattere sul blocco navale della Meloni, oppure contro l'ossessivo repertorio anti migranti di Salvini. E i distinguo, nel campo progressista, diventano dettagli, esercizi di filosofia. Tocca comunque a Erasmo Palazzotto, un passato in Sinistra italiana e un presente da indipendente di sinistra, schierarsi (solitario) con Ocasio-Cortez.
E chiedere a Draghi una svolta che per adesso gli sembra lontana: "Vedo un cambio di passo nel Pd di Letta, non ancora nel governo. Io penso che la gente in mare vada salvata, poi discutiamo del resto. I respingimenti sono illegali, anche perché la Guardia costiera libica riporta i migranti nei campi di concentramento. Ripristiniamo le modalità di accesso legale nel nostro Paese. E smettiamola con l'idea che in questo mondo i confini non valgono per le merci e i capitali, ma soltanto per gli esseri umani"
di Luciano Floridi
La Repubblica, 10 giugno 2021
Viviamo un momento epocale: la trasformazione di un mondo analogico in uno computerizzato. La riflessione del filosofo dell'informazione. A volte dimentichiamo che la vita senza il contributo positivo della politica, della scienza e della tecnologia diventa presto "solitaria, povera, cattiva, brutale e breve", per usare la famosa frase del Leviatano di Thomas Hobbes. La crisi del Covid-19 ci ha tragicamente ricordato che la natura può essere spietata.
Solo la buona volontà e l'ingegno possono salvaguardare e migliorare la vita di miliardi di persone. Oggi, gran parte di questo sforzo è esercitato nel realizzare una rivoluzione epocale: la trasformazione di un mondo esclusivamente analogico in uno sempre più digitale. Gli effetti sono visibili ovunque: questa è la prima pandemia durante la quale un nuovo habitat, l'infosfera, ha aiutato a superare i pericoli della biosfera. Da tempo viviamo onlife (sia online che offline), ma la pandemia ha reso l'esperienza onlife una realtà comune e irreversibile.
Tra i fattori cruciali in questa rivoluzione epocale ci sono l'enorme potenza di calcolo sempre meno costosa, una connettività sempre più pervasiva, colossali quantità di dati in costante crescita, e infine l'intelligenza artificiale, sempre più efficace. Con una definizione classica, l'IA è l'ingegnerizzazione di artefatti che possono fare cose che richiederebbero intelligenza se dovessimo farle noi.
Questo significa che non è un matrimonio tra computazione e intelligenza, ma un divorzio senza precedenti tra agency e intelligenza, cioè tra la capacità di completare compiti o risolvere problemi con successo in vista di un obiettivo e qualsiasi necessità di essere intelligenti nel farlo. Per giocare a scacchi anche solo applicando le regole devo essere intelligente, ma il mio cellulare mi batte pur essendo stupido come un tostapane. Questo divorzio è diventato possibile solo recentemente, grazie ai fattori già menzionati - rete, calcolo e dati - ai quali si aggiungono strumenti statistici sempre più sofisticati, e la trasformazione dei nostri habitat in luoghi sempre più compatibili con l'IA. Più viviamo nell'infosfera e onlife, più condividiamo le nostre realtà quotidiane con agenti artificiali che possono svolgere bene un numero crescente di compiti.
Il limite dell'AI è solo nell'ingegnosità umana. Oggi l'IA può aiutarci a conoscere, comprendere, prevedere e risolvere di più e meglio le numerose sfide che stanno diventando così pressanti: il cambiamento climatico, l'ingiustizia sociale, la povertà globale, e l'aggiornamento delle democrazie liberali. La gestione efficace dei dati e dei processi da parte dell'IA può accelerare il circolo virtuoso tra innovazione, modelli business, imprenditoria di maggior successo, scienza più avanzata, e politiche anche legislative più lungimiranti.
C'è un "ma": l'ingegnosità umana senza buona volontà può essere pericolosa. Se la rivoluzione digitale non è controllata e guidata in modo etico e sostenibile, può esacerbare i problemi sociali, dal pregiudizio alla discriminazione; erodere l'autonomia e la responsabilità umane; e ingigantire i problemi del passato, dalla distribuzione ingiusta dei costi e dei benefici allo sviluppo di una cultura della mera distrazione. La stessa IA rischia di trasformarsi dall'essere parte della soluzione a essere parte del problema. Quindi buone normative internazionali, a partire dall'Unione Europea, sono essenziali per garantire che rimanga una potente forza per il bene.
Precedenti rivoluzioni nella creazione di ricchezza, come quella agricola e industriale, hanno portato a trasformazioni macroscopiche nelle nostre strutture ambientali, sociali e politiche, spesso senza molta lungimiranza e con profonde implicazioni concettuali ed etiche. La rivoluzione digitale non è meno profonda. In considerazione di questo importante cambiamento storico, il compito è quello di formulare un quadro etico e politico che possa trattare l'infosfera come il nostro nuovo ambiente. E la filosofia come design concettuale (conceptual design) può contribuire a tale aggiornamento di prospettiva.
Galileo suggeriva che la natura fosse come un libro, scritto con simboli matematici, da leggere attraverso la scienza. Oggi non sembra più una metafora, in un mondo che è sempre più fatto di 0 e 1. Le tecnologie digitali hanno sempre più successo al suo interno perché, come i pesci nel mare, sono i veri nativi dell'infosfera.
Loro svolgono meglio di noi un numero crescente di compiti perché noi siamo organismi analogici che cercano di adattarsi a un habitat sempre più digitale, come sommozzatori. Così, gli agenti artificiali, siano essi soft (app, webot, algoritmi, software di tutti i tipi) o hard (robot, auto senza conducente, orologi intelligenti e gadget di tutti i tipi) stanno sostituendo gli agenti umani in aree che si pensava fossero impraticabili per qualsiasi tecnologia solo alcuni anni fa: catalogare immagini, tradurre documenti, interpretare radiografie, estrarre nuove informazioni da enormi masse di dati, scrivere articoli di giornale, e molte altre cose.
È impossibile prevedere quanti lavori spariranno o saranno radicalmente trasformati, ma ovunque le persone oggi lavorano come vecchie interfacce - ad esempio tra un GPS e un'auto, tra due documenti in lingue diverse, tra alcuni ingredienti e un piatto, tra i sintomi e la malattia corrispondente - quel lavoro è a rischio. Allo stesso tempo, stanno emergendo nuovi lavori perché sono necessarie nuove interfacce, tra i servizi forniti dai computer, tra i siti web, tra le applicazioni di IA, tra i risultati dell'IA e così via.
La legislazione giocherà un ruolo influente anche nel determinare quali lavori dovranno restare "umani". Resta da sottolineare che molti compiti che scompariranno non elimineranno i lavori corrispondenti: ora che ho un robot tagliaerba ho più tempo per curare le rose. E molte attività saranno solo ricollocate sulle nostre spalle, basti pensare alle casse automatiche che ci permettono di scansionare le merci al supermercato. La rivoluzione digitale ci farà sicuramente svolgere più compiti in futuro.
Non è chiaro come andrà a finire tutto questo, ma una cosa è certa: non sta arrivando alcun Terminator e gli scenari fantascientifici sono distrazioni irresponsabili. Dopo le quattro rivoluzioni comportate da Copernico, Darwin, Freud e Turing, non siamo più al centro dell'universo, del regno animale, della sfera mentale e dell'infosfera. Come si sarebbe detto al liceo, siamo un hapax legomenon nel libro della natura di Galileo. Con una metafora più digitale e contemporanea, siamo un bellissimo glitch nel grande software dell'universo, non l'app di maggior successo. Un glitch che dovrà essere sempre più responsabile nei confronti della storia che scrive, e della natura di cui deve prendersi cura.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 giugno 2021
Passaporti cancellati all'improvviso, neonati senza cittadinanza, titoli di studio revocati. È successo in Italia ai cittadini turchi che fanno parte di Hizmet, il movimento che fa capo a Fethullah Gülen, il predicatore islamico considerato da Ankara l'ideatore del colpo di Stato fallito il 15 luglio 2016. "Mia figlia è nata tre giorni prima del golpe - racconta Ahmet - quando sono andata al consolato si sono rifiutati di registrarla. Mi hanno detto che ero un terrorista. Così la bambina è diventata apolide (priva di una cittadinanza, ndr).
Noi avevamo il permesso di soggiorno a tempo indeterminato ma lei non aveva nulla". Ahmet ha 39 anni ed è in Italia dal 2010. Per anni ha lavorato per l'associazione interculturale Alba di Milano, una delle realtà nel nostro Paese che si ispirano ai principi dell'Hizmet, che in italiano vuole dire "servizio". Le altre sono: l'istituto Tevere a Roma e l'associazione Milad a Modena e Venezia.
La "comunità gulenista" nel Belpaese conta poche centinaia di persone che vivono una situazione difficile. "Mio padre è morto due anni fa e io non ho potuto salutarlo - dice Ahmet -, mia madre piange tutti i giorni perché vorrebbe rivedermi. Noi ora abbiamo chiesto asilo politico in Italia nonostante avessimo il permesso di soggiorno perché non potevamo lasciare la bambina senza documenti". Oggi Hizmet per la Turchia è il Fethullahçı Terör Örgütü (FETÖ), ovvero il Gruppo terroristico dei seguaci di Fetullah. Chiunque ne faccia parte è automaticamente un nemico dello Stato. "La sera del golpe - dice Banu che ha 35 anni e ora vive nel Nord Italia - quando Erdogan ha invitato il popolo turco a scendere in piazza, qui a Modena hanno provato a bruciare la sede della nostra associazione. Ci hanno persino minacciato di morte. A quel punto abbiamo dovuto lasciare la città".
Banu si è laureata all'università di Milano e ha incontrato lì suo marito. La coppia ha avuto un figlio nel 2013 e uno nel 2018. "Per il primo non ci sono stati problemi - racconta, nella voce un filo di rassegnazione - ma con il secondo è stato un inferno. Al consolato di Milano ci hanno mandato via e non hanno voluto nemmeno darci una carta che dicesse perché. I nostri passaporti sono stati cancellati. È stato così anche per tutti i nostri amici". Banu e il marito sono in Italia da quasi dieci anni e potrebbero chiedere la cittadinanza ma devono rinunciare a questo sogno per mettere a posto la situazione del figlio. "Siamo andati alla questura di Varese e abbiamo fatto richiesta di asilo politico, oggi abbiamo anche un documento di viaggio".
È ancora nel limbo Ince, 32 anni, laureata in matematica e sposata dal 2013 con un turco che ha incontrato in Italia. La coppia, entrambi membri di Alba, ha avuto il secondo figlio nel settembre del 2019 ed ha cercato in tutti i modi di convincere il consolato turco di Milano a registrare il bambino. "Ci siamo presentati anche con l'avvocato - dice - ma sono stati irremovibili. Hanno detto che eravamo stati denunciati in Turchia". Qui, però, complica le cose anche la burocrazia italiana. "Nostro figlio è ancora apolide perché in questura hanno accettato la nostra domanda di asilo solo il 5 marzo scorso - spiega ancora la donna -. Il mio passaporto e quello del nostro bambino più grande sono scaduti, quello di mio marito lo sarà tra poco. Noi abbiamo fatto di tutto per rispettare le procedure ma ci trattano come se avessimo fatto qualcosa di male".
Cigdem, invece, insegnava in una scuola gulenista in Turchia nel 2016. Dopo il golpe le hanno annullato la laurea, i suoi colleghi sono finiti in carcere e lei è riuscita fuggire in Italia: "Per 25 anni ho cercato di aiutare l'umanità istruendo dei ragazzi - dice oggi - ora non possiedo più nulla". Per il professor Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano, "è spiacevole che sul nostro territorio possano accadere queste cose senza che nessuno ne parli, come è incredibile che venga cancellata una laurea, neanche Hitler l'ha mai fatto". All'ambasciata turca a Roma si limitano a ricordare che "le procedure di registrazione all'anagrafe dei figli dei nostri cittadini vengono eseguite senza alcuna restrizione" a meno che i documenti siano incompleti. Allora ci vuole tempo. Ma non è questo il caso.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 10 giugno 2021
In commissione giustizia la sfilata delle argomentazioni fantasiose contro la legge: c'è anche chi spiega che "lo stile di vita lgbt è incompatibile con lo sviluppo sostenibile". Pd e M5S torneranno alla carica. O una data certa, o subito in aula. Dove si rischia lo scapicollo. "Le audizioni hanno mostrato che non ci sono spazi di mediazione. Se non ci sono le condizioni per andare avanti in commissione dovremo passare al voto dell'aula, dove ciascuno si assumerà le proprie responsabilità".
Franco Mirabelli è il capogruppo Pd in commissione giustizia, è conosciuto per essere un uomo paziente e un gran mediatore. Ma ormai anche lui si è convinto non c'è modo di velocizzare l'andamento lento innescato dal presidente leghista Andrea Ostellari sulla legge contro l'omotransfobia. Le audizioni, con in ritmo di un appuntamento a settimana, sono state architettate come una sfilata di no al testo. Con le motivazioni più fantasiose.
E a prescindere dal testo. Martedì scorso c'è stato chi ha sostenuto che "lo stile di vita Lgbt è incompatibile con lo sviluppo sostenibile", chi ha lamentato che ci sono troppi gay nei programmi tv, chi ha - in quella sede - proposto sacre alleanze "delle culture sul concetto di sanità mentale, per fare clamorose iniziative comuni" e spingere il paese "in una direzione sana sul terreno dell'affettività".
Ma ormai siamo alla battaglia finale. Il problema non è il circo Barnum delle audizioni. Nel frattempo il renziano Davide Faraone ha proposto un tavolo per trovare una mediazione con le destre e modificare il ddl. La ministra della Famiglia Elena Bonetti, che alla Camera era grande sponsor della legge, stavolta si è messa nella scia. Il messaggio "in chiaro" agli alleati dell'ex maggioranza giallorossa sembra di buon senso: meglio cambiare il testo che affossarlo. Ma è altrettanto chiaro che gli spazi di mediazione sono finti: Lega e FI solo di recente hanno presentato una proposta di legge antiomofobia (prima firmataria la senatrice Licia Ronzulli), fino a poche settimane fa sostenevano la loro posizione storica: non c'è bisogno di una legge. Posizione che riecheggia ancora nelle audizioni.
Dentro Italia viva fioriscono dubbi. Nella riunione di deputati e senatori l'ex ministra Maria Elena Boschi avrebbe avanzato perplessità sulla proposta del tavolo. Ieri Ivan Scalfarotto, sottosegretario all'Interno e attivista dei diritti, ha ammesso sul manifesto che il tavolo non serve a nulla: "È un grave errore trattare con la destra sul ddl Zan. Lega e FdI vogliono solo affossarla". Scalfarotto se la prende con la senatrice Monica Cirinnà che per prima ha detto quello che ormai sanno tutti: Iv ha cambiato posizione.
Eppure alla legge ha lavorato la responsabile giustizia Lucia Annibali. E la discriminante contro "l'abilismo" - l'incitazione all'odio contro le persone con disabilità - porta la firma di un'altra autorevole renziana, Lisa Noja. Scalfarotto nega ogni illazione: "I voti di Iv fin qui sono stati determinanti e ci saranno". Ma il gesto "di buona volontà di Faraone non porterà ad alcun risultato. La destra vuole solo perdere tempo. Su temi come questo, le unioni civili, l'aborto, la spaccatura è insanabile: o stai da una parte o dall'altra".
E però al Senato circola un'altra versione. Matteo Renzi - e Iv che però non è compatta, abbiamo visto - non vuole concedere a Enrico Letta quella che sarebbe un'indubbia vittoria politica: il sì a una legge per la quale si è speso molto, l'unica possibile delle sue campagne identitarie. Ancora di più Renzi vuole polverizzare lo schema dell'alleanza giallorossa, da cui il suo partito ormai si smarca sistematicamente. La battagli contro l'omofobia finirebbe dunque impallinata da esigenze tutte politiche. "Dialoghiamo? Ma certo", non si oppone Monica Cirinnà, madre delle unioni civili e madrina delle battaglie arcobaleno. Ma a queste condizioni: "Per noi ci sono tre punti irrinunciabili: l'identità di genere tra le aggravanti, perché non si possono lasciare i più fragili senza protezione dall'odio; il coinvolgimento delle scuole nell'educazione contro le discriminazioni e la previsione di punire l'istigazione ai crimini d'odio con parole che ledono la dignità dei cittadini. Italia viva pensa che si possa trattare su questo? Strano: ricordo che la definizione "identità di genere" è stata inserita nella legge proprio grazie alla ministra Bonetti, con cui l'articolo uno è stato concordato parola per parola".
Oggi si riunirà di nuovo la commissione giustizia. Pd e M5s chiederanno a Ostellari di stabilire tempi certi per la fine delle audizioni e per il passaggio del testo in aula. Richiesta finale. Altrimenti la battaglia approderà alla capigruppo. E si apriranno ufficialmente le ostilità con tutti i mezzi offerti dai regolamenti parlamentari. Con il rischio però dello scapicollo finale: in aula la legge dovrà affrontare una serie di emendamenti a voto segreto.
Segreto fino a un certo punto, in realtà. In teoria i numeri per respingere gli assalti ci sono: ma a condizione che tutta l'ex maggioranza giallorossa resti compatta. Alessandro Zan, primo firmatario del testo, cerca di abbassare i toni. Non vuole credere che Renzi arrivi fino a rompere il fronte comune: "Piuttosto pensiamo a parlare con tutti i senatori, uno per uno, anche dell'opposizione. Lavorerò per questo fino all'ultimo minuto".
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 10 giugno 2021
Alla WTO il fronte per la sospensione dei brevetti sui vaccini è così ampio che anche Bruxelles ha dovuto acconsentire ad avviare i negoziati su un testo. Ma ha congegnato una trappola: bisognerà negoziare anche la proposta Ue, che "dettaglieremo meglio". Alla World Trade Organization il numero e il peso dei paesi che sostengono la sospensione dei brevetti sui vaccini è ormai così ampio che pure gli ostinati contrari hanno dovuto cedere. Il presidente del consiglio Trips della Wto, riunitosi per discutere del tema negli scorsi due giorni, ha preso atto del passo in avanti: "Anche se persistono punti di vista divergenti - ha detto Dagfinn Sorli - non ho sentito nessun paese obiettare al fatto che la discussione deve passare a un livello più avanzato". Significa che adesso non ci si limita a scambiare punti di vista. Ora si negozia su un testo. Anzi, su due. Ed è questa la trappola preparata dall'Unione europea, che da quando a ottobre 2020 India e Sudafrica hanno chiesto di sospendere alcune tutele su proprietà intellettuale e segreti industriali, ha sempre difeso la posizione di Big Pharma. Ora che tutti, compresi Stati Uniti e Cina, sono disposti a negoziare sulla proposta rivista di India e Sudafrica, anche Bruxelles ieri si è arresa all'isolamento internazionale. Si entra nel vivo dei negoziati. Ma la Commissione europea ha in serbo una strategia per boicottarli. Nel frattempo all'europarlamento passa - per un voto - un emendamento che chiede all'Ue di negoziare per la deroga.
Il sabotaggio dell'Ue - L'Ue è arrivata al consiglio Trips ormai isolata. I paesi a basso reddito, dove solo lo 0,1 per cento ha ricevuto le due dosi di vaccino, sono arrivati a Ginevra invece galvanizzati. Con Pechino e Washington pronte a valutare il "Trips waiver", la deroga, il sud globale si è preso la sua rivincita. Su 48 delegazioni, ben 30 hanno voluto prendere la parola. "Qualcosa di inedito, di solito succede solo alle ministeriali" dice Monica Di Sisto di Fairwatch, che da decenni monitora quel che succede alla Wto. Il vero game changer è stata l'apertura di Washington. "Prima di Biden eravamo abituati a vedere gli Stati Uniti piantare gli stivali sul tavolo e bloccare i negoziati. Nel 1999 ho visto saltare Seattle per le loro forzature sul dossier agricolo. Adesso sta succedendo il contrario: la Casa Bianca, sbloccando il waiver, ha riorientato il suo approccio alla Wto: costruisce alleanze".
È Bruxelles ora a piantare "gli stivali sul tavolo". In che modo? Non potendo più frenare i negoziati sulla proposta India-Sudafrica, alla quale si oppone ormai in compagnia solo di Regno Unito, Svizzera e Corea, l'Ue impone però di negoziare anche sulla sua proposta. Presentata il 4 giugno, difende la proprietà intellettuale, chiede meno ostacoli all'export e partnership volontarie con le aziende; contempla le licenze obbligatorie, che sono già possibili oggi e che portano i singoli paesi a confrontarsi con Big Pharma.
Gli scenari e il piano Biden - I negoziati entrano nel vivo il 17 giugno, Dagfinn Sorli deve presentare lo stato dell'arte davanti al consiglio generale del 21 e 22 luglio. La proposta Ue è un intralcio alla messa a segno della deroga, tantopiù che ora Bruxelles dice che vuole "dettagliarla". Gli scenari possibili sono almeno tre. Il sud globale, visto il sostegno massiccio alla proposta di deroga, può ottenerla, magari circostanziandone meglio ambiti e durata. Ma può anche succedere, considerando che la Wto si muove per consenso unanime, che l'Ue riesca effettivamente ad affossare il waiver, tra veti e dilazioni. Il terzo scenario, plausibile, è che si arrivi a una mediazione. Quanto sarà ambiziosa dipende molto dalla tenuta di Washington.
E a giudicare dalle parole espresse nelle ultime ore, pare che gli Stati Uniti non siano impermeabili alla posizione europea. Al consiglio Trips, gli Stati Uniti hanno detto che l'attuale versione della proposta di India e Sudafrica "non è cambiata a sufficienza", hanno invitato al "compromesso" e sperano che "altre proposte e idee arrivino sul tavolo". Dicono pure che bisogna "focalizzarsi sui punti che possono avere un consenso generale più rapido" e ringraziano l'Ue per la sua proposta. Joe Biden si è appena imbarcato su un aereo diretto verso l'Europa e ha detto: "Annuncerò un piano per le vaccinazioni globali". È anche una traccia per un compromesso.
Per un voto - Oggi gli eurodeputati hanno votato su una risoluzione congiunta che - per spinta di popolari, conservatori e liberali - è arrivata in aula senza riferimenti alla deroga. Sinistra, Verdi e socialdemocratici hanno provato a reintrodurla tramite una pioggia di emendamenti, che hanno sostenuto reciprocamente. Per un solo voto, è stato approvato l'emendamento 9 dei Verdi, che chiede un sostegno attivo ai negoziati per una deroga Trips (cioè il waiver).
Così come c'era chi anche in altri gruppi era pronto a sostenere un emendamento socialdemocratico, quello verde passato per un voto ha incassato l'appoggio di alcuni battitori liberi, tra cui i polacchi di Pis. Una volta approvato l'emendamento green, è integrato nella risoluzione congiunta. Dalla quale a questo punto i popolari si sfilano. Domattina sapremo gli esiti del voto, la risoluzione è appena a un pugno di voti.
di Massimo Basile
La Repubblica, 10 giugno 2021
In occasione dell'anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, il presidente americano avrebbe scelto una strategia diversa da Obama: ottenere dal Congresso il via libera per svuotare gradualmente la prigione, trasferendo gli ultimi detenuti. Chiudere il campo di prigionia di Guantanamo per i vent'anni dall'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001. È l'obiettivo a cui starebbe lavorando, "silenziosamente", Joe Biden. Rispetto a Barack Obama, che aveva provato inutilmente a chiudere il carcere con un ordine esecutivo, il presidente degli Stati Uniti avrebbe scelto una strategia diversa, più di basso profilo: vuole ottenere dal Congresso il via libera per svuotare gradualmente la prigione, trasferendo gli ultimi detenuti, meno di quaranta, rimasti in questi anni. Svuotare Guantanamo, anziché chiuderlo ufficialmente.
La notizia, riportata dall'agenzia Reuters e da Nbc, segnerebbe una svolta nella storia dell'icona della "guerra al terrorismo" ma anche luogo di torture, morti misteriose e detenzioni senza motivo. Il carcere venne inaugurato sotto la presidenza di George W. Bush nel 2002, come risposta all'attacco dell'11 settembre. Il campo di prigionia si trova nella base navale americana di Guantanamo, nella baia all'estremo sud dell'isola di Cuba. Al massimo della sua capienza, ha ospitato ottocento detenuti, sospettati di essere legati al terrorismo islamico o combattenti in Afghanistan. In realtà, come poi emerse nel 2011 con le rivelazioni di Wikileaks, furono decine le violazioni dei diritti civili: più di 150 persone, tra afgani e pakistani, molti agricoltori, autisti e cuochi, vennero tenuti per mesi in carcere senza un vero capo d'accusa. Il più giovane fu un ragazzino di 14 anni, con problemi mentali, il più anziano, un uomo di 89. Un cameram di Al Jazeera, Sami al-Hajj, venne tenuto prigioniero dal 2002 al 2008 perché rivelasse come il network avesse ottenuto i video del capo di Al Qaeda, Osama bin Laden. Il cameraman sarebbe stato picchiato e abusato sessualmente. Mohammed al-Qahtani, un saudita ritenuto legato ai dirottatori dell'11 settembre, venne sottoposto a uno specifico programma di torture che consisteva in venti ore di interrogatorio al giorno, portato avanti per mesi.
Un tunisino era stato tra i primi a entrare a Guantanamo, l'11 gennaio 2002, accusato di legami con i vertici di Al Qaeda, ma dopo oltre dieci anni di detenzione emerse che le accuse erano state estorte sotto tortura o frutto del racconto di detenuti che avevano mentito in cambio di migliori condizioni. Sia George W. Bush sia Obama ne avevano chiesto il rilascio, ma Donald Trump si è opposto. Lo stesso Obama aveva firmato, due giorni dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, un ordine con cui decretava la chiusura di Guantanamo, ma trovò l'opposizione del Congresso. Anche molti rappresentanti democratici votarono contro il finanziamento del trasferimento dei detenuti in altre prigioni. Nel frattempo il numero dei detenuti si è ridotto, passando da 245 a 41. Nel maggio 2018 un detenuto è stato trasferito, mentre altri due lo saranno nelle prossime settimane. Altri diciannove potrebbero essere spostati in altre carceri, o rimandati nei Paesi di provenienza. Ne resterebbero meno di una ventina, di cui una dozzina sospettati di aver fatto parte dell'organizzazione dell'11 settembre.
Quelli rappresentano lo scoglio legale più difficile da superare. Biden vorrebbe ottenere dal Congresso il via libera al loro trasferimento nelle super carceri federali, tra cui quella di Florence, Colorado, ma vuole procedere con una linea di "basso profilo" per non pregiudicarsi l'appoggio del Congresso su altri temi in agenda. Amnesty International ha chiesto da tempo la chiusura di Guantanamo. Il segretario di Stato Antony Blinken ha rivelato alla commissione Affari esteri della Camera che il suo dipartimento si sta occupando del caso. Serve tempo e prudenza, spiega l'entourage del presidente. L'ideale sarebbe arrivare a una soluzione entro l'11 settembre, per i vent'anni dall'attacco terroristico. Quelli dovrebbero essere anche i giorni del ritiro degli oltre duemila soldati americani rimasti in Afghanistan.
di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 10 giugno 2021
L'inchiesta sull'agguato mortale in Congo nel quale, oltre all'ambasciatore, vennero uccisi il carabiniere italiano di scorta e l'autista. Il responsabile dell'area di Goma sentito dai pm. Quella strada, la N2 che parte da Goma e taglia la provincia congolese di Kivu da sud a nord, era già macchiata di sangue. Negli ultimi tre anni era stata il teatro di almeno venti conflitti a fuoco tra milizie criminali e le guardie del parco. Eppure, il convoglio su cui il 22 febbraio scorso viaggiavano l'ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l'autista Mustapha Milambo per la missione organizzata dal Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite non aveva una scorta armata. Di più: i giubbotti antiproiettile e i caschi protettivi erano stati lasciati nel portabagagli. L'assalto a colpi di fucile dei banditi sbucati all'improvviso ("sei-sette uomini", secondo la ricostruzione degli ispettori Onu consegnata alla procura di Roma) è avvenuto con una facilità inaccettabile.
Quando tutto questo è stato contestato all'uomo che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del convoglio, un funzionario congolese del Pam responsabile dell'area di Goma che martedì si è seduto davanti al pm Sergio Colaiocco, quell'uomo ha balbettato. Entrato come testimone, M.R. è uscito dal Palazzo di giustizia indagato per omicidio colposo.
Nella storia della strage in cui hanno perso la vita Attanasio, Iacovacci e Milambo, dunque, c'è un primo accusato. Di negligenza, sostanzialmente. Ma forse la definizione è riduttiva, non inquadra bene ciò che gli inquirenti - aiutati dai carabinieri del Ros e dalle evidenze raccolte dall'Onu - hanno accertato. Andiamo con ordine.
Il Security Policy Manual delle Nazioni Unite prevede che, in caso di missioni su territori ostili, il responsabile in loco chieda il nulla osta con almeno cinque giorni di anticipo. È il tempo che serve agli uffici di New York per valutare la pericolosità dello spostamento, determinare le regole di ingaggio e rilasciare la Security Clearance. Il funzionario congolese, collega dell'italiano Rocco Leone che ha il ruolo di vicedirettore Pam Congo, se ne è ricordato solo la sera prima della partenza da Goma. Invece di annullare la missione, M.R.ha trovato il modo di farsi dare l'ok omettendo che a bordo dei veicoli l'indomani ci sarebbero stati due italiani A New York la sera del 20 febbraio è arrivata, in ritardo, una richiesta di nulla osta con l'indicazione di sette nomi di funzionari Pam. Non c'erano quelli di Attanasio e Iacovacci. Se avessero segnalato la presenza di due ospiti esterni al Pam, infatti, la pratica sarebbe passata immediatamente ai referenti di Monusco, la missione di peacekeeping per la stabilizzazione del Congo. Monusco, come è prassi in situazioni analoghe, avrebbe programmato un incontro preparatorio e l'accompagnamento con la scorta. Per i pm romani, i due italiani non sono stati identificati apposta. I loro nomi sono stati comunicati via radio solo dopo la partenza da Goma. Si tratta di capire se il pasticcio sia dovuto alla negligenza di M.R. oppure se sia stato una precisa strategia per lasciare la carovana alla mercé dei miliziani.
Sulla ricostruzione dell'agguato c'è uniformità tra Procura di Roma e ispettori Onu, tranne che per un particolare di non poco conto: la classificazione "verde" della strada. Secondo New York, il basso rischio era giustificato dal fatto che "non ci sono stati incidenti per più di un anno". In realtà, come detto, di sparatorie ce ne sono state venti, anche se non hanno coinvolto veicoli diplomatici.
Nel report delle Nazioni Unite, si legge: "Dopo l'agguato, a 2 km dal luogo dell'incidente, il fuoco dei ranger del parco divenne più intenso e M.R. disse di sdraiarsi a terra. Il fuoco continuò per 10 minuti. Secondo M.R., il carabiniere si è inginocchiato e ha cercato di allontanare l'ambasciatore. Sono stati sparati dei colpi e sembra che l'ambasciatore abbia ricevuto un colpo alla schiena, mentre il carabiniere è stato colpito al braccio e alla schiena. Entrambi sono caduti a terra. Sono rimasti in questa posizione e mentre i Park Rangers avanzavano, temendo che potessero scambiarli per assalitori, M.R. gridò "Per favore non sparate, siamo del personale della Pam". L'ambasciatore è morto per sei ferite d'arma da fuoco. I guardiaparco sono stati sorpresi quando M.R. ha menzionato l'ambasciatore".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 10 giugno 2021
Troppo occidentali per l'Islam ma non abbastanza per l'Italia. Ragazze in cerca di una nuova identità. Il ruolo delle famiglie e il nodo dei diritti. La terra di mezzo delle ragazze musulmane è racchiusa tra due paletti di confine: ciò che è halal, puro e giusto per l'Islam, e ciò che è haram, il suo contrario. "Ma noi spesso veniamo respinte da entrambe le parti, siamo troppo halal per gli haram e troppo haram per gli halal: per certe femministe siamo troppo radicalizzate e per alcuni delle nostre comunità d'origine troppo emancipate", sospira Marwa Mahmoud.
Giovane consigliera comunale del Pd a Reggio Emilia, è ormai famosa per aver bacchettato il proprio partito, "disattento" sul destino di Saman Abbas: così ora la invitano ovunque in tv, le amiche hanno tentato (invano) di truccarla "all'occidentale" per la serata dalla Gruber, dove se l'è vista con la Santanché e con l'abbraccio avvelenato di chi la loda per avere dato il fatto suo a una sinistra incapace di parlare con coraggio di Islam. Rischia l'apostasia politica per eccesso di sincerità.
Perché è una terra immensa da attraversare, questa di un'identità perduta e un'altra non ancora conquistata davvero. Assai più vasta degli ottanta ettari di campagna della Bassa lungo via Colombo, qui a Novellara, dove il sonar prova a strappare alla sua sepoltura infame il corpo di Saman. È una terra dove ci si può smarrire facilmente, com'è successo alla ragazzina che si taggava "ItalianGirl" ed è stata punita dalla famiglia pakistana per avere rifiutato un matrimonio combinato in madrepatria; o ci si può riscoprire nuovi e diversi, come è capitato a Marwa, che è donna fatta, madre single, politica e comunicatrice smaliziata, e ha messo il velo "identitario" solo per scelta, all'università. La differenza sta forse nel punto di partenza, i genitori: magari in un padre. Quello di Marwa, un saldatore venuto dall'Egitto, vedeva nella figlia "il riscatto sociale" e ha fatto il tifo per lei. Quello di Saman, un bracciante immigrato da Lahore, temeva che una figlia piena di sogni fosse il disonore della casa e l'ha consegnata al suo boia, lo zio giovane e violento.
Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato - Iqra Ghaffar dice che, sì, "la famiglia conta moltissimo". Diciannove anni, splendidi capelli corvini sciolti sulle spalle, sta facendo la maturità, si prepara per l'università in Germania e si vede "manager nel marketing". Anche i suoi vengono da Lahore, anche suo padre lavorava nei campi, ma lei, col suo sorriso di libertà, testimonia un percorso diverso. È ironica il giusto: "Quando s'è saputa la storia di Saman, mi è capitato di ammalarmi, per due giorni non sono andata a scuola. Beh, la prof di italiano mi ha mandato un file audio con l'avvertenza: "Ascoltalo da sola!". Mi diceva: "Sono preoccupata, va tutto bene? Conosci quella ragazza?". Io so che l'ha fatto per affetto, ma mi sono sentita un po'... giudicata". Iqra ha messo il velo qualche anno fa, solo per farsi accettare "dalla compagnia di amici pakistani", poi l'ha tolto, assecondata dai genitori. E tuttavia le usanze (e le contraddizioni) si sentono anche in casa sua. Il fratello Mohsin, 25 anni, ha fatto un matrimonio combinato con la sua Ayesha: "Sì, le famiglie si sono trovate d'accordo prima.
Ma loro si sono piaciuti e sono felicissimi! Lui è qui, lei in Pakistan, a dicembre fanno lo shadi, la cerimonia, e lei lo raggiunge. Io ho chiesto a mamma: e se mi piacesse un ragazzo non pakistano? Lei mi ha risposto: basta che piaccia a te. I miei sono molto religiosi. Ma pensano che la religione non possa essere una scusa per imporci qualcosa".Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato è tuttavia piuttosto labile. Alessandra Davide, che con l'associazione Trame di Terre ha scoperto 33 matrimoni forzati in Emilia-Romagna e un centinaio di episodi simili in tutt'Italia in una decina d'anni, spiega come "molto spesso il matrimonio combinato diventa forzato se ci si oppone: e il matrimonio forzato è una violazione dei diritti umani". Su 33 casi, 30 volte la vittima è una lei.
La sindaca di Novellara: "Su Facebook i commenti sono atroci" - Atif Nazir, operaio di Juyrat e mediatore culturale nella comunità della Bassa, è "scioccato" dal dramma di Saman ma pensa che "se gli sposi acconsentono non è poi sbagliatissimo" il matrimonio combinato. Lui ha fatto una piccola rivolta alla rovescia. Si è innamorato di una ragazza conosciuta a una festa in Pakistan e quando è tornato in Italia ha detto al padre: se non mi fai sposare quella, me ne sposo una di qui; il babbo ha infine ceduto. In certi contesti, l'obbedienza sconfina nella soggezione. Per le ragazze, nella sottomissione. I confini sono più vaghi nelle comunità più separate.
A Novellara i pakistani sono il gruppo più secluso, nonostante il lavoro di rammendo della sindaca Pd Elena Carletti e di Erica Tacchini, che da quasi vent'anni vi si dedica (l'ultima iniziativa interculturale è il centro Rosa dei Venti). "La coesione mi preoccupa, ho smesso di leggere i commenti Facebook perché sono atroci", ammette la sindaca. Aprire ambienti chiusi non è facile: molti immigrati, buoni per il duro lavoro nei campi, sono venuti da aree del Pakistan dove l'alfabetizzazione è bassissima. La strada del recupero è in salita.
Una ragazza ora sotto protezione, una Saman che s'è salvata, ha spiegato ai carabinieri un meccanismo tipico: "Quando i miei mi toglievano da scuola chiudendomi in casa, dicevano a tutti che ero da una zia a Roma: chi poteva controllare?". Così, gratta gratta, quasi tutte conoscono (conoscevano...) una vicina sparita, una compagna che ha lasciato la classe e chissà dov'è. Ma ne parlano a fatica, con imbarazzo: sempre col retropensiero che si sfoci in un processo alla loro religione.
Lo ius culturae che manca - Martedì sera, al flashmob di Pegognago, tra cento candele per Saman, hanno letto i nomi di tutte le donne uccise in Italia da inizio anno, con un non detto piuttosto chiaro: anche voi italiani ci ammazzate, questo femminicidio non è diverso. Ihsane Ait-Yahia ha 28 anni, è arrivata dal Marocco che ne aveva 6. Provoca: "Matrimoni combinati? Ma perché, voi non li fate in tv a Uomini e Donne?".
Azzarda equivalenze scivolose tra gli attacchi islamisti dell'11 settembre e i bombardamenti americani in Afghanistan. Poi, s'intuisce che dietro il rancore palese c'è la delusione segreta per una cittadinanza che ancora non riesce a ottenere, nonostante il percorso di studi e il lavoro in un ufficio legale. È quello l'approdo fantasma nella grande traversata delle islamiche d'Italia: lo ius culturae che manca. La scuola può fare molto. Muskan, 13 anni, terza media, mi dice che se avesse un problema coi suoi, andrebbe dritta dal suo prof di matematica: "Lui mi aiuterebbe". Si fida. Se fra dieci anni non l'avremo ancora accolta come un'italiana vera, abbandoneremo anche lei nella terra di mezzo.
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