di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 9 giugno 2021
La recente scarcerazione per fine-pena del boss "pentito" Giovanni Brusca ha provocato profondo turbamento e reazioni indignate. Non solo tra i familiari delle vittime, ma anche nella pubblica opinione e in alcuni settori del mondo politico. Sino al punto di indurre a sollevare l'interrogativo se non siano maturati i tempi per rivedere la legge sulla collaborazione giudiziaria.
di Samuele Ciambriello*
Il Riformista, 9 giugno 2021
La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario, la revisione della giustizia penale e di quella del civile per accedere ai fondi del Next Generation Eu, necessitano di audacia che contrasti i pregiudizi del rito mediatico e il fenomeno del populismo giudiziario. Sono interventi urgenti e improcrastinabili perché qualcosa si è guastato nel rapporto fiduciario magistratura-cittadini. Stavolta ce lo chiede l'Europa, non è una dichiarazione preconfezionata dalla politica.
di Michele Gelardi
L'Opinione, 9 giugno 2021
Abbiamo nutrito fiducia nella vocazione liberale della Lega, fin dagli albori, ben prima dei superficiali osservatori dell'ultima ora, sicché non ci coglie di sorpresa la recente decisione di promuovere, di concerto con il Partito Radicale, la raccolta delle firme per i referendum sulla giustizia. Quella vocazione era impressa nella ragione sociale di un movimento, che nasceva per valorizzare le autonomie locali e difendere la libertà d'impresa dall'invadenza dello Stato accentratore, ispirandosi alla cultura storica del federalismo, declinata nei tempi moderni secondo la dottrina politica del professor Gianfranco Miglio.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 giugno 2021
"Siamo tutti indagati". Sui giornali di oggi troverà probabilmente molto spazio la notizia arrivata ieri dalla Francia relativa allo schiaffo rifilato a Emmanuel Macron da un anarchico incrociato dal presidente francese durante un viaggio nel dipartimento della Drôme, all'uscita dalla scuola alberghiera di Tain-l'Hermitage. Simbolicamente, quello schiaffo è clamoroso, ma non è più clamoroso di un altro schiaffo, politicamente più rilevante, che è andato in scena ieri in Italia e che meriterebbe di far rumore ben più di un buffetto al presidente francese.
Lo schiaffo di cui stiamo parlando è quello trasversale che hanno mollato ieri all'unisono alcuni tra i principali primi cittadini italiani, che in modo tanto coordinato quanto inaspettato hanno colto al volo un assist arrivato da Crema per urlare tutta la propria indignazione contro la giustizia ingiusta, contro la magistratura impazzita, contro la trasformazione degli amministratori locali in furfanti fino a prova contraria.
L'assist arrivato da Crema coincide con una notizia incredibile che è quella che avrete probabilmente già letto. Ieri mattina, il sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, del Pd, ha annunciato sul suo profilo Facebook di avere ricevuto un avviso di garanzia in relazione all'infortunio di un bimbo che si era chiuso due dita in una porta tagliafuoco dell'asilo nido comunale. E come reazione all'indagine, il sindaco ha posto ai suoi colleghi una domanda: non pensate anche voi che sia il caso di porre l'attenzione "su un sistema che, a livello nazionale, forse necessita di interventi e correttivi che aumentino le tutele giuridiche a favore dei sindaci?". In un'altra stagione politica, la storia dell'indagine al sindaco del Pd sarebbe stata probabilmente o nascosta dal Pd (meglio evitare rogne) o usata dai nemici del Pd per dimostrare l'inaffidabilità del Pd (meglio non perdere l'occasione).
La particolarità della giornata di ieri è stata invece l'accumularsi, ora dopo ora, di messaggi di solidarietà rivolti alla prima cittadina di Crema da parte di alcuni tra i più importanti sindaci d'Italia, che probabilmente non attendevano altro che una scusa buona per denunciare ad alta voce quello che fino a ieri avevano denunciato solo a voce bassa. Siamo tutti indagati, hanno detto diversi sindaci, e le loro reazioni ci portano a riflettere sull'unicità di questa fase politica, in cui il garantismo sembra essere misteriosamente e sorprendentemente diventato per una volta mainstream.
Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, del Pd, si è chiesto "se sia possibile andare avanti così". Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha affermato che su questi temi, da parte dei sindaci, "il livello di esasperazione è altissimo". Il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, del Pd, ha parlato di "pazzie" e ha ricordato che non sia necessario sorprendersi se poi, in Italia, "scarseggino i candidati a sindaco". Il segretario lombardo del Pd, Vinicio Peluffo, ha invitato a "fermare questa deriva", che ha portato "a un cortocircuito assurdo nel rapporto tra enti dello stato". Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ex grillino ora emancipato, ha espresso anche lui solidarietà al sindaco di Crema, ricordando che "così è davvero difficile amministrare".
Virginia Raggi, sindaco di Roma, pezzo da novanta di un movimento che in passato ha spesso e volentieri usato le indagini a carico dei sindaci avversari per delegittimare l'operato dei sindaci avversari, ieri, testimoniando la progressiva trasformazione del M5s da Movimento 5 stelle a Movimento 5 scuse, ha espresso "solidarietà" al sindaco di Crema e ha chiesto "più chiarezza sulle responsabilità dei sindaci per evitare il blocco delle azioni amministrative". Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, presidente dell'Anci, è arrivato a dire che "insieme con Stefania siamo tutti indagati" e che "se lo stato non cambierà regole noi ci costituiremo parte civile". E poi ha aggiunto una considerazione dirompente: "Ogni volta che un sindaco firma un atto rischia di commettere un abuso d'ufficio. Se non firma, rischia l'omissione di atti d'ufficio. Così non si può andare avanti".
La storia della formidabile rivolta dei sindaci contro la malagiustizia è istruttiva almeno per tre ragioni. In primo luogo, è significativo che un fronte imponente di amministratori locali del centrosinistra individui come un problema centrale per il buon funzionamento del paese la presenza di una giustizia impazzita, specializzata cioè (a) nell'usare in modo discrezionale l'arma dell'obbligatorietà dell'azione penale e (b) nel trasformare con disinvoltura i politici in banditi fino a prova contraria. In secondo luogo, è interessante notare come un fronte imponente di amministratori locali del centrosinistra sia sceso in campo per demolire un vecchio e ridicolo dogma, in base al quale l'avviso di garanzia sarebbe, come si dice, un atto a tutela dell'indagato e non invece, come di fatto è, una lettera scarlatta, utile il più delle volte non a tutelare i diritti dell'indagato ma a macchiare a vita la sua reputazione.
In terzo luogo, è interessante notare come la politica, anche quella un tempo più ostaggio delle fesserie giustizialiste, abbia capito che uno dei guai dell'Italia, e anche dei comuni, è quello di avere avuto per molto tempo un fronte trasversale specializzato nel regalare alla magistratura tipologie di reato spesso inafferrabili, come l'abuso d'ufficio, in grado cioè di offrire con molta frequenza ai pm la possibilità di trasformare in indagini infinite alcuni sospetti basati sul nulla.
L'energia mostrata ieri dai sindaci contro le pazzie della giustizia ingiusta è un buon segnale per la politica, che può diventare qualcosa in più di un semplice atto di dimostrazione simbolica se i sindaci avranno il coraggio nei prossimi anni di essere non i semplici testimoni di un problema ma i cani da guardia della più importante riforma che la politica dovrà necessariamente portare avanti: contro lo strapotere delle procure, contro la discrezionalità dei pm, contro le lettere scarlatte, contro il populismo penale e contro la giustizia impazzita. Se non ora, cari sindaci, quando?
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 9 giugno 2021
"Non è possibile che un sindaco sia chiamato a rispondere di tutto ciò che accade all'interno dei confini del suo comune. Si rischia di spazzare via un'intera classe dirigente. Si rischia che nessuno voglia fare più il sindaco". Intervistata dal Foglio, non nasconde lo sconforto Stefania Bonaldi, sindaca di Crema, raggiunta da un avviso di garanzia per un incidente avvenuto in un asilo comunale della città lo scorso ottobre, quando un bambino si schiacciò due dita infilando una mano nel cardine di una porta tagliafuoco che si era chiusa automaticamente. Il bambino non ha subito lesioni permanenti ed è tornato a frequentare l'asilo poco tempo dopo. La sindaca, però, ora si ritrova indagata dalla procura di Cremona per violazione di una delibera regionale che riguarda gli asili nido e impone "l'installazione di dispositivi idonei a evitare la chiusura automatica delle porte tagliafuoco".
Una vicenda paradossale, emblematica della condizione angosciante vissuta ogni giorno da migliaia di sindaci e amministratori locali sparsi per il paese, destinatari di continui avvisi di garanzia da parte di una magistratura iperattiva (e sostenuta dal circo mediatico). "La mia vicenda, visto che non ha contorni drammatici, perché il bimbo non ha riportato lesioni permanenti, consente di avviare una riflessione ampia e serena attorno a tema della responsabilità dei sindaci", dichiara Bonaldi. "Esiste una netta distinzione tra gli atti di tipo gestionale, in capo ai dirigenti o ai responsabili di servizio, e gli atti di indirizzo politico-amministrativo, che sono appannaggio degli organi politici, come il sindaco, la giunta e il consiglio. Sempre più spesso, però, le responsabilità di atti gestionali vengono allocate ai sindaci. Evidentemente c'è qualcosa che non va".
Per comprendere il paradosso, spiega la sindaca Bonaldi, è sufficiente ragionare all'inverso: "Laddove io dessi indicazioni operative al mio comandante della polizia locale o al mio dirigente dell'ufficio tecnico rischierei di essere accusata di abuso d'ufficio, perché sono ambiti di loro competenza. Quando non intervengo, però, le responsabilità di ordine tecnico vengono comunque attribuite a me". Seguono gli avvisi di garanzia, presentati dai pm come "atti dovuti" e spesso scambiati dall'opinione pubblica per condanne anticipate. "Dal punto di vista giuridico, l'avviso di garanzia costituisce un avviso a tutela dell'indagato e del suo diritto di difesa. Rispetto al principio, però, conosciamo bene la portata mediatica di queste notizie", afferma la sindaca di Crema.
L'incredibile iniziativa giudiziaria nei confronti di Bonaldi ha generato la rivolta dei sindaci in tutta Italia. "Insieme a Stefania siamo tutti indagati, se lo Stato non cambia regole ci costituiremo parte civile", ha commentato Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell'Anci, aggiungendo: "Lo Stato deve metterci nelle condizioni di fare il nostro lavoro serenamente. Non chiediamo l'immunità o l'impunità, chiediamo solo di liberare i sindaci da responsabilità non proprie. Così non è più possibile andare avanti".
"La solidarietà mostrata dai colleghi mi ha commosso - confida Bonaldi - e allo stesso tempo mi ha confermato che siamo di fronte a un tema di grande attualità, sulla quale occorre pretendere maggiore chiarezza. Ne va della tenuta di una classe dirigente. Con questa spada di Damocle si rischia che nessuno voglia fare più il sindaco. Alla fine una persona rispettabile, con un lavoro e con una reputazione, si chiede: 'Ma chi me lo fa fare?'".
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 giugno 2021
Clamorosa apertura del magistrato Guido Salvini alle ipotesi di riforma più coraggiose: "Giuste le pagelle per noi toghe. Vincolo di sobrietà sulle indagini". Salvini è intervenuto due sere fa a un dibattito sulla crisi della magistratura organizzato dalla Camera penale di Milano e ha detto cose molto interessanti. Anche dal punto di vista di Enrico Letta.
Un esempio? "Sono molto importanti", a suo giudizio, le proposte del Pd su "pagelle" per i magistrati e "sobrietà" dei pm. Nel primo caso "si tratta finalmente di valutare per i pm e i giudici, nelle promozioni o nelle nomine, la loro percentuale di successi e insuccessi. Gli insuccessi qualche volta portano a delle promozioni", è il paradosso evocato dal gip, "qualcosa del genere è successo anche a Milano in un caso".
È vero, il Pd ha inserito fra i propri emendamenti al ddl sul Csm il nesso fra valutazioni dei magistrati ed esiti processuali delle richieste e ordinanze di rinvio a giudizio. Sono meccanismi condivisi anche dai partiti del cosiddetto fronte garantista e da gran parte dell'avvocatura.
A Milano il giudice Guido Salvini ha aggiunto di trovare positiva anche la proposta sul vincolo di sobrietà nella proiezione mediatica delle indagini: "È assolutamente inammissibile che magistrati, soprattutto delle procure, intervengano in trasmissioni televisive per sostenere le proprie indagini. L'utilizzo massiccio dei mezzi di comunicazione interferisce fortemente, e sempre in un senso, nei confronti dei testimoni, dei giudici e dell'opinione pubblica", ha scandito con lucida verità il magistrato milanese. Pensate: un gip, che per funzione si trova spesso a dover convivere con la ridondanza mediatica delle inchieste, plaude ai partiti che, come il Pd, vogliono introdurre l'obbligo per i pm a una "comunicazione sobria".
È proprio vero: siamo in presenza di un allineamento astrale irripetibile. In realtà, come detto, Salvini è un giudice illuminato e acutissimo nelle proposte. Lo attestano altri passaggi del suo intervento al dibattito dei penalisti. Come il consenso all'ipotesi di una "corte di giustizia" che sottragga al Csm "la funzione disciplinare". Colpisce la sintonia del giudice con posizioni che sembravano esclusivo appannaggio dell'avvocatura. Sulla separazione delle carriere ad esempio, il magistrato coglie il vero nocciolo della questione: prima ancora della osmosi fra i percorsi da giudicante e requirente, spiega, va limitata l'egemonia politica dei pm nell'autogoverno: "Io proporrei che il Csm fosse diviso in due: uno dei giudicanti e uno dei requirenti, così si impedirebbe l'assoluta prevalenza delle procure nel governo dell'intera magistratura".
È incredibile: sembra di ascoltare un leader delle Camere penali. E qui non è solo la convergenza di un magistrato con gli avvocati a stupire, ma anche l'originalità del discorso: "Oggi il Csm è parte importante della governance del Paese: i suoi interventi, e quelli dei procuratori che ne sono la parte predominante, possono incidere sugli equilibri politici dei governi Pensiamo all'avviso di garanzia a Mastella che ha fatto cadere il governo Prodi, poi Mastella è stato assolto".
A proposito di vicinanza alle idee del mondo forense, non si può tacere un altro passaggio in cui il giudice milanese avanza una proposta sull'accesso in magistratura per figure provenienti dall'avvocatura: di fronte alla carenza degli organici e ai rallentamenti nei processi, Salvini ipotizza "concorsi per avvocati con un'anzianità di servizio di 8-10 anni, che siano assolutamente specchiati e che possono diventare magistrati: un'iniezione che potrebbe fare molto bene".
Non è solo un'attestazione di stima per la professione forense, è anche il riconoscimento di un ruolo organico dell'avvocatura nella giurisdizione. Di un coprotagonismo del Foro di cui hanno parlato spesso altre figure di rilievo dell'ordine giudiziario come Gianni Canzio. È una sinergia fra giudici e professione forense che secondo il Cnf dovrebbe trovare corrispondenza nella riforma dell'avvocato in Costituzione.
L'allineamento di pianeti di cui ha parlato ieri Letta a Cartabia è, certo, anche un modo allusivo per contestare la scelta eterodossa dell'altro Salvini, il leader leghista, sui referendum: "È il Parlamento ad avere la responsabilità di fare tutto ciò che non si è riusciti a fare negli ultimi dieci anni", ha detto il segretario del Pd nell'incontro con la ministra, "oggi la riforma è possibile e serve il massimo sforzo di tutte le forze politiche per cogliere questa opportunità". Tutto vero. Ma la coincidenza favorevole sembra riguardare la stessa magistratura, disponibile, almeno nei suoi settori più avanzati, a non sottrarsi al cambiamento.
di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 9 giugno 2021
Arrestato l'avvocato già al centro dell'inchiesta sulla loggia Ungheria: è accusato di aver corrotto l'ex procuratore di Taranto, Capristo, dopo pressioni sul Csm per nominarlo. Obiettivo: manovrare il processo sull'inquinamento. La storia è quella a cui, da qualche tempo, ci si è quasi abituati: "Giustizia svenduta", per citare le parole del gip di Potenza, Antonello Amodei, da magistrati infedeli. E acquistata da affaristi, interessati a fare soldi.
Nel ruolo dell'acquirente, insegna la cronaca degli ultimi anni, si trova spesso l'avvocato Piero Amara, legale siciliano condannato per corruzione in atti giudiziari, cuore dell'inchiesta di Perugia (e prima di Milano e in parte di Roma) sulla fantomatica loggia Ungheria, e da ieri in carcere su ordine del tribunale di Potenza: per il procuratore Francesco Curcio ha corrotto pm e pubblici ufficiali per far ottenere favori processuali ai suoi clienti.
Che lo pagavano lautamente: la Guardia di Finanza ha individuato investimenti finanziari riconducibili ad Amara per non meno di due milioni di euro. Questa volta, però, la storia è, se possibile, persino peggiore, per due motivi almeno: perché a essere "svenduta" era stata anche la funzione del Consiglio superiore della magistratura. E perché oggetto della "compravendita" era stato uno dei processi più delicati della storia del Paese, quello sull'inquinamento dell'Ilva di Taranto. Se un giudice terzo non avesse impedito ad Amara di compiere il suo progetto, con la complicità di due pezzi dello Stato (la magistratura, ma anche Ilva in amministrazione straordinaria per cui Amara lavorava) non si sarebbe mai arrivati alle condanne per 400 anni, pronunciate dal tribunale di Taranto. Mai si sarebbe saputa la verità sulla morte di due operai: Alessandro Morricella e Giacomo Campo.
I fatti: Amara è accusato di aver brigato, e aver messo a disposizione la sua rete di conoscenze, per far nominare un magistrato a lui amico, Carlo Maria Capristo (per lui ora c'è l'obbligo di dimora), come procuratore capo di Taranto. Per farlo si sarebbe affidato a un poliziotto "particolare", dalle grandissime relazioni. Filippo Paradiso, anche lui in carcere. Insieme avrebbero mosso membri del Csm, politica, imprenditori, riuscendo nell'operazione. "Amara si muoveva - scrive il gip - in molteplici direzioni istituzionali di altissimo livello, in modo tentacolare, attraverso scambi di favori che minano alla radice i principi su cui si fonda la società democratica e civile, nonché lo Stato di diritto".
Ma perché per Amara era così importante mandare Capristo a Taranto? Perché - arriviamo al secondo motivo - Amara era diventato consulente dell'amministrazione straordinaria di Ilva. A introdurlo era stato un altro consulente, Nicola Nicoletti. "Sin dalle prime fasi dell'insediamento a Taranto - ricostruisce il procuratore Francesco Curcio - Capristo si rendeva promotore di un approccio dell'ufficio certamente più aperto dialogante e favorevole alle esigenze di Ilva". Approccio che si concretizzava in tre circostanze: nonostante il parere contrario dei pm, Capristo chiuse un patteggiamento nell'ambito del processo "Ambiente Svenduto" per Ilva.
Patteggiamento che poi fu bocciato dal giudice perché ritenuto troppo sbilanciato per l'azienda. Dopo l'incidente mortale avvenuto all'operaio Giacomo Campo, fu Amara a "suggerire a Capristo il nome del perito da nominare". Fu Amara a sollecitare e ottenere, in meno di 48 ore, il dissequestro dell'altoformo. Stessa operazione fatta in caso della morte di un altro operaio, Alessandro Morricella. Quando un altro operaio fu costretto a "confessare la sua esclusiva responsabilità per escludere qualsivoglia coinvolgimento dell'azienda".
"Un sistema di potere - scrive ancora Curcio - in cui il contesto giudiziario, lungi dall'essere sede di tutela dei diritti, rappresenta un palcoscenico in cui i protagonisti agiscono in vista di vantaggi individuali". Il tutto, chiaramente, aveva un costo. L'amministrazione straordinaria di Ilva concesse "incarichi per centinaia di migliaia di euro" a un avvocato del foro di Trani, Giacomo Ragno, "amico di Capristo e legato a Paradiso".
Amara, dicono i magistrati, ha continuato a fare affari sino a qualche mese fa. Per evitare le indagini "aveva fidelizzato tutti i soggetti che avevano intensi rapporti con lui comunicando con il sistema dì cripto-messaggistica Wickr che, utilizzando algoritmi di crittografia militare, rende segrete le chat". Non troppo, evidentemente.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 9 giugno 2021
Dal 9 al 22 agosto sarà garantito soltanto un "presidio minimo" nei servizi essenziali. L'Usb Giustizia: "Decisione assurda". Anche la giustizia va in vacanza. A chiudere i battenti sono i "sistemi informativi automatizzati" che andranno "in ferie" dal 9 al 22 agosto: per due settimane sarà garantito soltanto un "presidio minimo" nei servizi essenziali, cioè sui sistemi di rete e i server nazionali.
La decisione viene direttamente dalla Dgsia (Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati) del ministero della Giustizia, che con una nota ha informato l'Unione sindacale di base (Usb) per il pubblico impiego della sospensione. Il motivo? "La riduzione dell'attività lavorativa degli uffici ministeriali e giudiziari, nonché le chiusure aziendali", si legge nel provvedimento.
Ma per Giuseppa Todisco, segretaria dell'Usb Giustizia, si tratta dell'ennesimo "atto di forza" delle società private di cui si avvale il ministero nei confronti dei lavoratori della pubblica amministrazione. E anche di una vera e propria contraddizione rispetto alla tanto proclamata esigenza di velocizzare la Giustizia.
"È inutile sottolineare l'assurdità di questa decisione in un momento in cui l'Unione Europea rimarca la necessità di ridurre i tempi della Giustizia, condizione essenziale, tra l'altro, per ricevere i Fondi del Recovery Plan", scrive il sindacato in un comunicato. Ma "ancora più grave - si legge - è rilevare che la chiusura estiva di queste società private imponga un fermo delle attività di questa articolazione pubblica snaturando completamente la funzione di questa direzione e svilendo il personale che in essa vi opera. In sostanza la massiccia privatizzazione dell'informatica nel Ministero della Giustizia ha prodotto che la direzione informatica e le sue articolazioni territoriali si debbano piegare ai diktat delle imprese private contrariamente a quanto dovrebbe avvenire".
Le articolazioni a cui si fa riferimento sono gli Uffici dirigenziali di coordinamento territoriale denominati Cisia (Coordinamenti Interdistrettuali per i Sistemi Informativi Automatizzati), di cui la Dgsia ha disposto la chiusura ad agosto unitamente a quella degli "Uffici della Direzione Generale e dei Presidi". Mentre la Dgsia si occupa sostanzialmente della digitalizzazione dell'amministrazione della Giustizia, gli uffici Cisia hanno funzione di supporto, con il compito di garantire presso le articolazioni territoriali il funzionamento dei sistemi informatici, telematici e di telecomunicazione, e di "coordinare il personale tecnico-informatico dell'amministrazione e dei fornitori". La loro chiusura ha più di un risvolto negativo, sottolinea l'Usb. Il primo riguarda certamente il personale amministrativo, che sarà messo in ferie forzate, e al rientro sarà costretto a turni massacranti per recuperare l'attività informatica arretrata. "Ma il punto focale di questa faccenda" è un altro, spiega Todisco al Dubbio, dipingendo un quadro alquanto drammatico delle infrastrutture digitali.
"La Dgsia sembra andare controcorrente e invece che approfittare della riduzione delle attività giudiziarie per un intervento massiccio di aggiornamento e/o manutenzione straordinaria dei sistemi, decide di chiudere i battenti", scrive il sindacato. Sistemi che "che fanno acqua da tutte le parti", sottolinea Todisco. Caso emblematico è quello del portale telematico del processo penale, il cui malfunzionamento, più volte denunciato dall'Ucpi, mette a rischio l'esercizio del diritto di difesa. "Abbiamo investito cifre enormi nella digitalizzazione - conclude Todisco - un miliardo e 100 milioni dal 2014 a oggi, per arrivare all'anno zero. Perché praticamente siamo all'anno zero: la giustizia penale telematicamente è ancora tutta da costruire, la giustizia civile più o meno funziona. Finché i server reggono...capita infatti che non reggano, e per giorni non possiamo lavorare. Ecco la situazione della giustizia...".
di Liana Milella
La Repubblica, 9 giugno 2021
Il nome è stato scelto e lo sentiremo pronunciare prima del previsto. Si chiama Agenzia per la cyber-sicurezza nazionale, acronimo: Acn, e già domani il decreto legge che la istituisce potrebbe finire sul tavolo del Consiglio dei ministri, sempre che il premier Draghi riesca a convocarlo prima di partire per il G7 in Cornovaglia. L'Agenzia, fino ad oggi tassello mancante della complessa architettura di difesa delle nostre reti e infrastrutture strategiche, ha in sé l'ambizione di far recuperare all'Italia il ritardo accumulato nell'ultimo decennio in un settore cruciale come quello della protezione cibernetica.
La cui importanza continua a sfuggire a gran parte dell'opinione pubblica, ma è ben chiara ai governi dell'Alleanza Atlantica, preoccupati dall'aggressività di camaleontici gruppi di hacker legati ad apparati parastatali e paramilitari cinesi, russi, nordcoreani. I danni arrecati all'economia non sono virtuali, sono devastanti, come dimostra quanto accaduto il 7 maggio al Colonial Pipeline, il più grande oleodotto degli Stati Uniti: 8.800 chilometri di tubazioni tra Texas e New Jersey bloccati dai pirati digitali e da una richiesta di riscatto in bitcoin.
Non a caso Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, in visita al Pentagono ha ribadito che la difesa dalle minacce informatiche "sempre più sofisticate" è e deve essere la priorità. Dunque, l'Agenzia nazionale. La bozza del decreto legge, a cui ha lavorato Franco Gabrielli, ex capo della Polizia adesso Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, è articolata e molto tecnica: definisce gli obiettivi, la struttura e il funzionamento dell'Acn e, contemporaneamente, riscrive la governance della cyber-security in Italia.
Il testo è già stato mandato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), in nome di un impegno preso da Gabrielli a condividere il dl con gli onorevoli. Segnando così, una volta di più, la discontinuità col metodo del governo Conte II. A dicembre, infatti, l'allora premier ha provato a forzare la mano, inserendo la norma che faceva nascere un Istituto italiano di Cyber-sicurezza (molto diverso, nella concezione, dall'Agenzia) nella legge di Bilancio, senza dire niente a nessuno e spiazzando l'intera maggioranza. Il blitz, ideato col suo braccio destro al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), l'ex direttore Gennaro Vecchione, è fallito. Con la nomina di Gabrielli e con l'arrivo al Dis della nuova direttrice, Elisabetta Belloni, il piano per un organismo nazionale che funga da referente unico per Bruxelles e per la miriade di imprese e ricercatori impegnata nella sicurezza cibernetica, è rientrato sul binario della prassi istituzionale, si è definito e rilanciato.
Come anticipato da Repubblica, l'Agenzia sarà pubblica, avrà un capo scelto dal governo e sarà incardinata nella Presidenza del Consiglio, sotto l'Autorità delegata. Ma a che cosa servirà? E perché è una buona notizia per tutti? Facciamo un passo indietro. Nel 2013 la Nato e l'Unione hanno preteso dall'Italia uno sforzo di aggiornamento del perimetro di difesa digitale, allora completamente inadeguato. Il governo Monti ha deciso di affidare al Dis il compito di mettere in piedi, nel più breve tempo possibile, una governance nazionale sulla sicurezza cibernetica. Spingendo però il Dis su un crinale estraneo dalla sua missione tipica, che è coordinare le due agenzie di intelligence, Aise e Aisi.
Col governo Gentiloni, nel 2017, si è piantato il seme della futura Agenzia: al di là della risposta ai cyber-attacchi, infatti, era impellente potenziare la sicurezza dei sistemi, dei computer nei ministeri e nella pa, dei prodotti tecnologici connessi alla Rete, degli operatori dell'energia e delle telecomunicazioni. Un obiettivo raggiungibile solo mettendo in contatto le aziende con le Università, il mondo dell'accademia e i centri di ricerca.
E solo dando a questo variegato universo indicazioni unitarie che evitino la dispersione delle risorse e convoglino gli sforzi su cosa effettivamente serve al Paese. Da qui l'esigenza di un'Agenzia nazionale pubblica. Che dialoghi col Dis ma che dal Dis non sia controllata o partecipata, a differenza di come la voleva Conte. Si evita così di esporre il Paese al rischio della sorveglianza di massa.
di Giulia Merlo
Il Domani, 9 giugno 2021
Il presidente del tribunale di Verbania ha sostituito la gip che aveva scarcerato i tre indagati. Per "ragioni tabellari", dice lui. Ma per gli avvocati è una scelta "anomala" che desta preoccupazione sulla terzietà del giudice. La storia processuale della tragedia di Stresa si complica ancora di più e rischia di venire soffocata da nuove tensioni: prima quelle create dal cortocircuito tra media e procura, ora lo scontro interno alla magistratura stessa.
Il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, ha tolto il fascicolo a Donatella Banci Buonamici, la gip che aveva deciso per il rigetto della richiesta di convalida di fermo, presentata dalla procura per i tre indagati. Una revoca che è arrivata proprio nel momento in cui la gip stava per depositare la sua decisione sulla richiesta di incidente probatorio sulla cabina, chiesto dalle difese e a cui si è opposta la procura perché, se fatto subito, "pregiudicherebbe in modo irreversibile lo svolgimento delle attività di indagine".
Sulla carta, le motivazioni del cambio di gip sono di natura tecnica: Banci Buonamici era la gip supplente e ora il fascicolo è stato assegnato alla gip titolare, Elena Ceriotti, che è rientrata nel suo ruolo il 31 maggio facendo terminare la supplenza. Nelle motivazioni scritte dal presidente del tribunale, l'assegnazione a Banci Buonamici era "giustificata per la convalida del fermo", ma "non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione".
Secondo il vertice del tribunale, dunque, la scelta è stata dettata da banali ragioni procedurali di distribuzione del lavoro interno perché il procedimento è stato riassegnato alla "titolare per tabella del ruolo", sulla base di una "equa e coerente distribuzione del lavoro". Nulla c'entrerebbe il duro scontro a colpi di dichiarazioni sui giornali dei giorni successivi alla scarcerazione dei tre indagati. La gip aveva detto che gli estremi per il fermo (che la pm aveva motivato anche con il "clamore mediatico", pur avendo lei stessa reso molte dichiarazioni alla stampa) non c'erano e che "si dovrebbe essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia ed è una garanzia".
La pm Olimpia Bossi, annunciando la richiesta di riesame aveva ribattuto di essere convinta delle sue scelte d'indagine e aveva aggiunto che la decisione "sta nelle regole del nostro lavoro" e ma che "per un po' il caffè che a volte bevevo con il giudice alla macchinetta, lo prenderò da sola nella mia stanza". Un botta e risposta che, soprattutto nell'ultima parte riferita al pm, aveva inasprito ancora di più il dibattito e soprattutto infastidito gli avvocati per l'apparente rappresentazione di contiguità tra procura e tribunale.
Scelta anomala - Eppure, il tempismo della decisione del presidente del tribunale di riassegnare il fascicolo stride. Questo particolare tipo di esonero, infatti, è del tutto eccezionale: normalmente, infatti, un gip viene sostituito da un procedimento su cui ha già iniziato a lavorare per ragioni di impedimenti personali oppure di incompatibilità. Non consueto, invece, è che questo avvenga per ragioni "tabellari". La prassi, infatti, prevede che la competenza resti al primo gip che ha adottato un atto del procedimento. Secondo il presidente del tribunale, invece, questa regola non varrebbe nel caso di una gip supplente.
Inoltre questa sostituzione in corsa potrebbe creare un problema: in piccoli tribunali con pochi magistrati come è Verbania, il rischio spesso è di creare incompatibilità tra i giudici che se sono stati gip nel procedimento non possono poi essere anche giudici dell'udienza preliminare. Con questa mossa, invece, il presidente del tribunale ha perso la possibilità di utilizzare uno dei suoi magistrati: Banci Buonamici non potrà più svolgere alcun ruolo nel processo. Ancora più stridente, infine, è che il presidente del tribunale pubblichi un comunicato per spiegare una scelta che viene considerata una semplice prassi burocratica, proseguendo sul filone di un procedimento che ha fatto della stampa il suo luogo privilegiato.
Le polemiche con gli avvocati - La decisione ha inevitabilmente riacceso un faro non tanto sul merito dell'inchiesta, quanto ancora sulla gestione delle indagini preliminari da parte della procura e del tribunale.
I primi ad attaccare sono gli avvocati, sia quelli degli indagati che la Camera penale. "È un provvedimento anomalo. Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro", ha commentato l'avvocato Pasquale Pantano, legale di uno degli indagati. Anche la Giunta dell'Unione camere penali italiane ha annunciato di aver attenzionato la situazione, "verificando natura e ragioni del clamoroso provvedimento" che "crea allarme nell'avvocatura per il contesto giudiziario nel quale esso è maturato". I penalisti, dunque, si riservano l'adozione di "di ogni eventuale iniziativa".
La scelta è stata definita "singolare" anche dal presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, Alberto de Sanctis: "È ancora più incredibile che questo avvenga d'urgenza così di fatto da impedire al gip originario di decidere su una richiesta di incidente probatorio formulata dalla difesa". Il sospetto dei legali, infatti, è che la sostituzione in corsa del gip che ha dato ragione alle difese sulla scarcerazione sia servita a evitare un'altra decisione sfavorevole alla procura sul tema della concessione dell'incidente probatorio sulla cabina, su cui la gip sostituita stava per decidere e che ora sarà responsabilità della nuova giudice affrontare.
Al netto della vicenda processuale - che tuttavia continua a complicarsi per ragioni che esulano dal merito della tragedia - la scelta del presidente del tribunale rischia di avere ulteriori echi mediatici sull'indagine. Un livello di scontro che esula dall'indagine vera e propria ma che rischia di influenzarla, instillando dubbi sulla terzietà del tribunale ma soprattutto minando la serenità della nuova gip. A lei ora spetta decidere sull'incidente probatorio: il ruolo le impone di decidere sulla base degli atti e nulla fa nemmeno ipotizzare che i criteri siano diversi. Tuttavia, una inattesa sostituzione in corsa di questo tipo e le tensioni che sta generando fanno presagire che il livello di scontro intorno alla gestione del fascicolo non si abbasserà, soprattutto nel caso in cui la gip decida in favore della procura di non concedere l'incidente probatorio.
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