di Francesco La Licata
La Stampa, 19 luglio 2021
Le indagini sul mondo del grande capitalismo. Il giudice martire sapeva di rischiare la vita, ma non si fermò. Le stragi mafiose in Sicilia, quella del 19 luglio 1992 che sterminò il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, e la precedente, del 23 maggio, che massacrò Giovanni Falcone insieme con la moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi che li proteggevano, rappresentano - ancora oggi a quasi trent'anni di distanza - la più grave perdita che il paese abbia subìto dopo la tragedia della guerra mondiale.
Una perdita resa ancora più incolmabile dall'assenza di verità e giustizia che concorre ad acuire il dolore dei familiari, privati del giusto risarcimento, e dei tanti cittadini onesti che non si rassegnano a "non sapere" ciò che accadde all'inizio degli Anni Novanta in Italia. Già, non soltanto nella periferica e bizzarra Sicilia, dove può accadere tutto e il contrario di tutto, ma nell'intera Nazione. Perché ciò che è avvenuto nell'Isola (ormai solo chi non vuol vedere non vede e capisce) ha origini molto meno anguste della patria di Cosa nostra.
Paolo Borsellino è stato ucciso dalla mafia e questo è assodato. Ma tre decenni di indagini, rivelazioni di pentiti (buoni e inaffidabili), certezze giudiziarie e dubbi sostenuti dalla logica, tre decenni di depistaggi - alcuni sfrontatamente ostentati - ci dicono che dietro la macchina da guerra diretta da Totò Riina c'era (e forse c'è ancora) un mondo contaminato che si nasconde dietro la patina della politica e degli interessi economici nazionali e transazionali che toccano le inviolabili stanze dei soldi, tanti soldi: il "gioco grande", per dirla con le parole con cui Giovanni Falcone descriveva la trappola in cui si era cacciato mentre cercava di superare i ristretti limiti di una mafia rozza per entrare nel bel mondo delle grandi fortune, dei grandi appalti e dei finanziamenti pubblici.
Cosa nostra non aveva interesse a riproporre, dopo appena 57 giorni, la sceneggiatura di Capaci. Un replay che le avrebbe portato pochi vantaggi e un mare di guai, in termini di repressione e di carcere per i propri affiliati. E tuttavia, raccontano i pentiti, Riina si assume la responsabilità per intero e ordina: "Borsellino si deve fare e basta". Come se fosse intervenuto qualcosa di esterno e di nuovo a spingere per il "secondo colpo" e addirittura a pretendere un'accelerazione, come se il tempo giocasse contro gli interessi non di Cosa nostra (che è abituata ai tempi biblici e alla vendetta come piatto servito "freddo") ma di qualcuno che guardava un po' più lontano.
Paolo Borsellino non è stato ucciso per vendetta, o quantomeno non solo per vendetta, movente che potrebbe essere stato invocato da Riina per dare soddisfazione al suo popolo e per nasconderne un altro più vero: la prevenzione. Borsellino andava fermato perché si era avvicinato al vaso di Pandora ed aveva capito il vero motivo per cui era stato ucciso il suo amico Giovanni Falcone. Lo affermò chiaramente nell'ultima uscita pubblica, nell'atrio di Casa Professa: "Io sono testimone - disse - e ho il dovere di riferire all'autorità giudiziaria". Purtroppo non fece in tempo, perché il giudice che avrebbe dovuto interrogarlo non lo chiamò mai. E a quanti, cronisti compresi, gli suggerivano di andare via e salvarsi, rispondeva: "Non posso, lo devo a Giovanni Falcone e ai tanti cittadini che hanno creduto e credono in noi". Per questo si può parlare del giudice come di un martire: sapeva che andava a morire ma non ha valuto tradire la propria coscienza e il proprio dovere etico e morale.
Qualcuno guidò e utilizzò la protervia mafiosa, qualcuno che non aveva in tasca la tessera di Cosa nostra e proteggeva segreti tanto grandi da poter dire di agire nell'interesse nazionale. Paolo Borsellino aveva intrapreso la strada che portava ai grandi appalti e al grande capitalismo. Aveva chiesto ai carabinieri di riesumare il dossier intitolato "Mafia e appalti" che, apprendiamo, altro non era che il prologo di una inchiesta che avrebbe portato direttamente alla Tangentopoli milanese, esplosa quasi in contemporanea con lo stragismo mafioso e chiusa con il crollo della Prima Repubblica e con la destabilizzazione del Parlamento.
Quel dossier rappresentava forse la miccia adatta per innescare una bomba nel mondo politico, economico e finanziario. Dice oggi Antonio Di Pietro, che Tangentopoli la conosce bene: "Prima di noi di Milano, il sistema corrotto della spartizione degli appalti e delle tangenti per il finanziamento della politica lo aveva scoperto il pool antimafia di Palermo. Falcone ci aiutò per le rogatorie internazionali e ricordo che aveva le idee chiare". Borsellino, quindi, rappresentava un pericolo per la stabilità politica del paese. Questo potrebbe spiegare la fretta e la determinazione nell'approntare l'attentato di via D'Amelio. E potrebbe spiegare la grande attività depistatoria del dopostrage (dall'agenda scomparsa al falso pentito Scarantino "inventato" istituzionalmente per collocare saldamente la strage dentro un movente esclusivamente mafioso), che non si è mai fermata e continua ad avere risultati altalenanti nei vari gradi degli infiniti processi.
E probabilmente la strategia del muro di gomma avrebbe avuto risultati ancora più vincenti se le vicende di Borsellino e Falcone non fossero state supportate dall'ostinato impegno delle famiglie dei due giudici che, senza indietreggiare di un passo e sempre nel rispetto delle regole istituzionali, hanno eretto delle vere e proprie dighe in difesa della memoria dei loro cari e in difesa del diritto ad ottenere verità e giustizia come risarcimento per le loro perdite. Commovente e, nello stesso tempo, lucida l'analisi di Fiammetta Borsellino nella sua requisitoria contro i tentativi di insabbiamento giudiziario. Con parole semplici ricorda che se il depistaggio su Scarantino viene considerato dalla stessa magistratura "il più grande della storia giudiziaria recente" ci deve essere una spiegazione a questa ferita, "ci devono spiegare perché le istituzioni si comportarono in modo così poco istituzionale". Forse perché aveva appena avuto inizio il tentativo di approccio, la famigerata trattativa con Cosa nostra? Ma questo è un altro capitolo della triste storia della lotta alla mafia.
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
L'ex premier: "Non accetteremo che siano cancellate, no all'impunità". E sul reddito: "Qualcuno oggi per interessi di bottega vorrebbe cancellarlo, ma non è la strada per aiutare gli italiani. Piuttosto miglioriamolo". Alle sei e trenta del pomeriggio, puntale come un orologio svizzero, Giuseppe Conte si presenta sui social per tratteggiare il nuovo corso dei 5 Stelle. E, dunque, per annunciare la votazione dello Statuto e della Carta dei valori. Indossa già i panni del presidente in pectore di un Movimento che, per dirla con le sue parole, "riparte con slancio e nuova forza". È vero, ammette, "sono stati mesi difficili", "di smarrimento".
Da ora in avanti, però, il Movimento farà sentire il suo peso all'interno del governo di Mario Draghi. E lo farà di certo lunedì quando varcherà l'ingresso di Palazzo Chigi per un faccia con l'ex presidente della Bce. L'"avvocato del popolo" è già pronto e lancia una serie di messaggi bellicosi all'indirizzo del governo: "Non accetteremo che le nostre riforme siano cancellate". Conte si riferisce al reddito di cittadinanza, un totem per i 5 Stelle: "Qualcuno oggi per interessi di bottega vorrebbe cancellarlo, ma non è la strada per aiutare gli italiani. Piuttosto miglioriamolo".
E poi si riferisce alla riforma della giustizia, oggetto della contesa tra Palazzo Chigi e la galassia pentastellata. Non a caso si schiera con chi oggi, nel M5S, non intende accettare la mediazione che ha portato alla riforma Cartabia. Rivendica quindi l'approvazione della legge Spazza-corrotti e manda un altro avvertimento sulla riforma della prescrizione: "Siamo quelli che vogliono processi veloci ma non accetteremo mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati. Non accetteremo mai che il processo penale per il crollo del ponte Morandi possa rischiare l'estinzione".
Insomma, è un Conte che non recede sui valori identitari del Movimento, che cita solo una volta Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, e che in un passaggio sottolinea un aspetto che lo riguarda. "Nello statuto troverete quelle che considero le basi per rilanciare la nostra azione comune: la piena agibilità politica del presidente del Movimento, una chiara separazione fra ruoli di garanzia e quelli di indirizzo politico". Tradotto, l'ex premier sembra voler dire che è finita la stagione della diarchia. Eppure leggendo lo Statuto si scopre che "la consultazione in Rete per la conferma della sfiducia al Presidente è indetta senza indugio dal Garante". Sia come sia, guarda avanti l'ex premier, promette che non mollerà di un centimetro, che crede in questa comunità e che girerà tutto lo Stivale mettendo al centro i cittadini. Spazio dunque ai forum territoriali, alla scuola di formazione, non abbandonando "la lotta agli sprechi e ai privilegi, la lotta alle disuguaglianze".
Il suo Movimento mira ad essere un contenitore interclassista: si rivolgerà al mondo delle imprese, a quel ceto medio "che oggi fatica ad arrivare a fine mese", senza dimenticare gli ultimi. Fondamentale però sarà "essere uniti e tanti". Infine, ecco l'appello ai vecchi e ai nuovi iscritti: "Fateci sentire il vostro calore e il vostro sostegno".
Ma prima di entrare nell'era Conte, dovranno essere approvate le modifiche statutarie. Vito Crimi, in qualità di presidente del comitato di garanzia, ha convocato l'assemblea degli iscritti "dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 2 e 3 agosto in prima convocazione e dalle ore 10 alle ore 22 dei giorni 5 e 6 agosto in seconda convocazione". Dopodiché sempre l'assemblea sarà chiamata a votare per l'elezione del presidente, "indicato dal Garante, Beppe Grillo, nella persona del professor Giuseppe Conte".
di Piero Ignazi
Il Domani, 19 luglio 2021
Per capire la differenza tra un governo di destra e un governo ispirato a valori costituzionali si faccia il confronto tra gli interventi del presidente del Consiglio Mario Draghi e della ministra della Giustizia Marta Cartabia di fronte al pestaggio dei detenuti nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere e quello dl Silvio Berlusconi e di tutti i suoi ministri all'indomani del G8 di Genova del 2001, di cui ricorre oggi il ventesimo anniversario. Mentre oggi i responsabili delle istituzioni hanno pubblicamente fatto ammenda di comportamenti vergognosi e illegali della polizia penitenziaria, allora dai banchi della maggioranza nessuno si alzò a denunciare le inaudite violazioni commesse.
La scelta di Berlusconi - Da presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi illustrò in parlamento le prove delle intenzioni violente degli occupanti della Diaz esibendo una serie di "armi", comprese le due bottiglie molotov portate lì dalla polizia per incastrare i manifestanti. A supporto di questa opera di falsificazione venne un silenzio di tomba sulle violenze compiute dagli apparati di sicurezza. Non una parola sui pestaggi di persone inermi incontrate per strada, non una parola sulla macelleria messicana dell'irruzione alla scuola Diaz, non una parola sulle torture - come le ha finalmente definite 16 anni dopo (un po' tardi...), l'ex capo della polizia Franco Gabrielli - inflitte agli arrestati. E, infine, non una parola sulla sospensione dei diritti civili, a incominciare dalle garanzie costituzionali degli arrestati.
Quanto successe nella caserma di Bolzaneto non aveva paragoni nell'Europa democratica del dopoguerra. Soltanto negli angoli più bui dell'America Latina si potevano trovare esempi simili (e persino peggiori, com'è tristemente noto). L'incubo proiettato attraverso le immagini di film come Garage Olimpio a Nuevo Orden, o nel passaggio sulla repressione della manifestazione studentesca nel Roma di Alfonso Cuaron, si è materializzato nei tre giorni maledetti del luglio 2001.
Soltanto la giustizia, oggi trascinata nel fango dalle sue manchevolezze e dalla lunga, incessante, tambureggiante opera di delegittimazione della destra, riuscì a fare luce su quel buco nero. Tuttavia, alla ricostruzione giudiziaria degli eventi e delle responsabilità non sono corrisposte adeguate sanzioni penali e politiche. Uomini degli apparati di sicurezza hanno schivato le pene tra prescrizioni e sentenze benevoli, e il livello politico non ha pagato alcun pegno.
Far finta di niente - È proprio quest'ultimo aspetto il più inquietante. Come è possibile che tutto il governo Berlusconi abbia potuto continuare indisturbato e tranquillo a ignorare quanto accaduto, come fosse una quisquilia di nessun conto, senza aver dovuto affrontare non tanto i tribunali formali quanto quelli dell'opinione pubblica? Quanto accaduto vent'anni fa e negli anni successivi ha evidenziato una società ancora troppo incerta nella difesa dei diritti civili di fronte alla cosiddetta "autorità costituita" e senza la forza per delegittimare i responsabili politici. E quindi, nel caso, si può ritornare a praticare quei metodi, perché il rischio è minimo. Non per nulla in un tweet del 12 luglio 2018 (non un secolo fa), la leder di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni scrisse che era necessario "abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il loro mestiere"; un tweet che le era uscito dal cuore, visto che fu poi corretto dai suoi accorti consiglieri.
Cosa direbbe Meloni del comportamento delle forze di polizia durante il G8 di Genova? Loderebbe il loro coraggio e la loro abnegazione, o ne condannerebbe le violenze? Starebbe dalla parte dei massacrati della Diaz e dei torturati della caserma Bolzaneto, incarcerati senza poter vedere un avvocato, oppure considererebbe tutto ciò una legittima azione della parte dello stato? Allora tutto ciò scivolò come acqua sulla destra al potere mostrando la sua intima natura illiberale e una società civile troppo acquiescente. Oggi il quadro è diverso o si affacciano ancora delle pulsioni autoritarie?
"Voglio i pieni poteri", smaniava l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini nell'estate di due anni fa. Il giudizio sui fatti di Genova non è una questione di archeologia politica: fornisce la cartina di tornasole della piena adesione o meno ai valori costituzionali.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Le devastazioni dei black bloc e l'attacco al corteo pacifico. La morte di Carlo Giuliani, il blitz alla Diaz, i processi: i passaggi salienti della manifestazione di luglio 2001. A guardare nei ricordi, viene in mente l'ultimo momento di quiete prima della tempesta. Erano le nove del mattino di un venerdì soleggiato. Il colonnello dei carabinieri Giorgio Tesser e il questore di Genova Francesco Colucci si erano presentati "per un veloce saluto agli organi di informazione" nella hall dell'hotel di Genova che raccoglieva i giornalisti venuti da tutto il mondo.
Per "un caffè tranquillizzante", questa la frase che resta su un taccuino ormai scolorito, che doveva fugare i timori e le ansie che secondo loro i media diffondevano "con inspiegabile esagerazione". Parlò solo il militare, un uomo massiccio, ex giocatore di rugby. "Fidatevi, non succederà nulla e voi vi annoierete". Strizzando l'occhio, spiegò che era tutta una gigantesca recita, che i black bloc avrebbero fatto un po' di casino, ma con gli altri, gli organizzatori del grande corteo che sarebbe sceso nel centro della città partendo dallo stadio Carlini, c'era un accordo "quasi scritto". Li avrebbero fatti sfilare, avrebbero consentito a qualche militante di violare la zona rossa che proteggeva gli otto grandi della terra giunti nel capoluogo ligure per discutere tra loro. "E poi ce ne andiamo tutti cena".
Salutò con virili pacche sulle spalle, augurò buon lavoro a tutti. Mentre usciva ripetè ad alta voce che tutto sarebbe andato bene. Dietro di lui, il questore che non aveva pronunciato parola, si mise la mano nella tasca dei pantaloni e procedette a un gesto scaramantico che rivelava i suoi dubbi sul buon esito di quelle manifestazioni. Appena fuori dall'hotel, nel grande piazzale davanti alla stazione di Brignole, i black bloc stavano cominciando a picconare l'asfalto per fare scorta di pietre e sassi.
Il movimento no global - Sono passati vent'anni, da quei tre giorni che dovevano essere pieni di abbracci e divennero un'orgia di violenza. Il G8 di Genova fu il punto d'arrivo e l'inizio della fine del movimento no global, chiamato così perché si batteva contro la globalizzazione, e a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo assunse una dimensione mondiale, mai più raggiunta da nessun'altra organizzazione non governativa. Era così grande che non aveva una sola anima. Ne aveva molte, forse troppe. La caratteristica principale di Genova 2001 fu che all'interno della sigla del Genoa Social Forum (GSF) confluirono associazioni che operavano in campi molto diversi l'uno dall'altro, unite però da una visione condivisa, senz'altro anticapitalista, soprattutto contro il potere delle multinazionali, lo sfruttamento della manodopera nel terzo mondo e non solo in quello, la perdita di controllo del singolo individuo rispetto ai meccanismi spesso oscuri della grande finanza mondiale. Lo slogan valido per tutti era che "un altro mondo è possibile".
I black bloc - Ci arrivarono male, i no global, a quell'appuntamento così in anticipo sui tempi di una esperienza ancora gracile, perché fatta di embrioni che ancora dovevano coagularsi in una sola entità. Abbiamo detto che in quel movimento confluivano esperienze dissimili. Per limitarci al campo italiano, c'erano partiti politici di sinistra, sindacati, associazioni studentesche, movimenti cattolici come i Beati i costruttori di pace, c'era la Rete Lilliput, che operava nel Sud del mondo, c'erano gli "intellettuali" di Attac, una associazione nata in Francia che si opponeva alle politiche neoliberiste. C'era di tutto. Nell'anno precedente il G8 di Genova, divenne chiaro che il movimento era diventato veicolo anche di soggetti indesiderati, il cosiddetto Blocco nero, termine che in origine indica una tattica di protesta violenta. Ci furono scontri violenti a Davos durante il Forum economico mondiale, a Göteborg per il summit dell'Unione europea, e nel marzo del 2001 a Napoli, in quella che fu una prova generale di Genova anche in termini di repressione delle manifestazioni di piazza.
I primi segnali - I segni che qualcosa di molto brutto sarebbe potuto accadere erano ovunque. Ma il G8, la riunione annuale dei grandi della terra, era diventato una ossessione. Bisognava esserci, anche se ormai si parlava quasi solo di ordine pubblico e non dei contenuti della variegata piattaforma No global. I capi del GSF caddero nella trappola, che era anche mediatica. Dichiararono guerra, in senso figurato, imposero condizioni, senza capire, precedenti alla mano, che il manganello dalla parte del manico ce l'avevano gli altri, non solo in senso figurato. Se questa è la premessa, tutto ciò che accadde dopo non ha alcuna giustificazione. Se esiste una memoria condivisa, basata sui fatti, allora non esistono neppure le ragioni dell'uno dell'altro. Esistono i torti di una parte, lo Stato italiano, e le ragioni delle vittime, al netto dei loro peccati di presunzione che comprendevano una ostinata sottovalutazione dell'ostilità nei loro confronti da parte degli uomini in divisa. Ma quella mattina, il giorno della grande manifestazione, tutto sembrava andare come previsto dal colonnello dei carabinieri.
Il copione riscritto - I black bloc avanzavano verso le alture della città devastando, saccheggiando. Le pattuglie li accompagnavano nel loro percorso, quasi scansandosi. Tutto cambia all'improvviso nel primo pomeriggio. Come se il copione fosse stato riscritto senza avvisare la maggior parte degli attori. A poca distanza dai black bloc, le quarantacinquemila persone che stanno scendendo dallo stadio Carlini vengono attaccate da una carica laterale dell'Arma che spezza il corteo. È un attacco violentissimo, che ancora oggi non trova alcuna spiegazione plausibile. Cosa è successo per giustificare un tale cambio di strategia? Si possono fare solo ipotesi. L'unica cosa certa è che mentre venivano trasmesse in mondovisione le immagini delle devastazioni dei black bloc, l'allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini si presenta alla caserma San Giuliano dei Carabinieri, una visita non prevista, forse per imporre una reazione, di qualunque genere, rispetto al piano definito in precedenza. Alle 14.58 dalla centrale operativa dei "cugini" della Polizia si sentono le bestemmie del dirigente genovese che doveva coordinare le varie mosse delle pattuglie. "Noo... hanno caricato l'altro corteo porco giuda... I carabinieri dovevano andare dall'altra parte e non in via Tolemaide, che c... ci fanno lì, ma perché attaccano?". La domanda non ha ancora trovato risposta. È saltato il tappo, saltano i freni inibitori.
La morte di Giuliani - Sotto i portici di corso Gastaldi, dove sono riparati manifestanti e giornalisti feriti soccorsi dai medici volontari, i militari fanno scorrerie colpendo a caso, infierendo su anziani, passanti, ragazzi. Muore un ragazzo di 23 anni, ucciso in piazza Alimonda da un colpo di pistola sparato da una giovane recluta rimasta intrappolata in una Jeep assediata dai manifestanti inferociti. Aveva 23 anni, si chiamava Carlo Giuliani. Era uscito di casa insieme ad alcuni amici per andare a vedere. In quello che ormai è diventato un delirio di violenza, anche lui lancia pietre, raccoglie un estintore, sta per scagliarlo verso la Jeep blu. Muore sul colpo. Il suo corpo verrà sfregiato da alcuni ufficiali desiderosi di dissimularne la causa della morte. La faccia che talvolta riaffiora sui muri delle città italiane è la sua. Carlo non era un no Global, ne sapeva poco di quella storia. Ma ne diventerà un simbolo. Il peggio è accaduto, il peggio deve ancora accadere. Il giorno seguente, la manifestazione di chiusura del GSF è una follia di violenza. I black bloc infiltrano il corteo, la Polizia alla quale è stato affidato il compito di sostituire i Carabinieri li insegue e non fa distinzioni tra manifestanti pacifici e infiltrati.
"Una macelleria messicana" - A sera, sembra finita. Invece no. La scuola Diaz è il luogo dove dormivano alcuni black Bloc, che intanto hanno lasciato la città. All'interno ci sono un centinaio di no Global che stanno trascorrendo la loro ultima notte a Genova. L'irruzione del reparto mobile di Roma guidato da Vincenzo Canterini verrà ricordata con la definizione data al processo da uno dei suoi uomini, "una macelleria messicana". Sangue sui muri, teste spaccate, violenze di ogni genere su persone inermi. Una spedizione punitiva, una vendetta. Appare chiaro che è successo qualcosa di enorme. Il tentativo maldestro di giustificare quell'intervento fabbricando prove false, una bomba molotov portata all'interno della scuola da uno degli uomini di Canterini, sarà oggetto di una lunga vicenda processuale che si concluderà solo dieci anni dopo, con la condanna dell'intera catena gerarchica della Polizia per falso, mentre le accuse di lesioni sono andate prescritte. Per le violenze della Diaz e per le sevizie accadute nella caserma di Bolzaneto, dove venivano portati i manifestanti arrestati, umiliazioni, abusi sessuali sulle donne, sfregio su persone private della loro libertà, pagheranno in pochi. Perché a quell'epoca non esiste nel nostro Codice penale il reato di tortura, l'unico adatto a definire quel che è accaduto.
Vent'anni dopo - Sono passati vent'anni, e non è vero che non sappiamo nulla. (Per chi vuole approfondire, sono appena usciti molti libri. Genova vent'anni dopo, con un sottotitolo eloquente: storia di un fallimento, di Giovanni Mari mantiene un approccio equilibrato; Genova per chi non c'era, curato da Angelo Miotto è un resoconto preciso anche delle istanze ancora attuali dei no global; Diaz. Processo alla Polizia, di Alessandro Mantovani è la ricostruzione basata sugli atti giudiziari dell'irruzione alla scuola mentre Fai qualcosa! di Fabio Geda, è appunto il tentativo riuscito di spiegare quei fatti ormai lontani ai ragazzi di oggi). Almeno esiste una percezione chiara di chi fu l'aggredito e di chi era l'aggressore. La giustizia dei tribunali, con i suoi tempi, è arrivata a delineare un quadro preciso, ancorché asimmetrico: nessun ufficiale dei Carabinieri ha mai pagato per quella decisione scellerata che diede il via alle violenze. Il movimento no global sopravvisse alla ferita cambiando pelle. Fu obbligato a farlo, perché due mesi dopo ci fu l'undici settembre di New York. Iniziò la stagione delle grandi mobilitazioni contro la guerra in Iraq, poi ognuno andò per la sua strada, disperdendosi in mille rivoli.
Il reato di tortura - L'eredità di quei giorni sta nella legge che introduce il reato di tortura, approvata sedici anni dopo, nel luglio del 2017. Genova 2001 non è stato l'inizio di nulla, anche se qualcuno sostiene che quei fatti hanno aperto la strada al populismo in voga oggi. Al massimo, ha segnato l'inizio di un modo di fare politica, o di un modo della politica di commentare ogni vicenda, dove i fatti vengono ignorati e si può dire ogni cosa e il suo contrario. E allora, perché raccontare questa storia un'altra volta. Forse, per quell'esercizio necessario della memoria che in Italia viene quasi sempre trascurato. Perché fu una pagina ignobile della democrazia, che allontanò dalla partecipazione una intera generazione. E perché ricordare è l'unico modo possibile per dire che non deve accadere mai più.
di Luigi Manconi
La Stampa, 19 luglio 2021
Esiste una soglia oltre la quale la violazione sistematica dei diritti fondamentali della persona e la mortificazione della dignità umana impongono di rifiutare qualsiasi calcolo politico, anche quando fondato su interessi nazionali o regionali e su valutazioni geo-strategiche?
È possibile, cioè, individuare una misura di sofferenza e di vergogna, di efferatezza e di barbarie, superata la quale risulti riprovevole, e alla lunga improduttivo, stringere compromessi con gli artefici dell'orrore? Penso di sì, e penso che quanto accade nel tratto di mare tra le coste italiane e quelle libiche abbia oltrepassato, appunto, il confine - convenzionalmente e storicamente tollerabile - dell'ignominia.
Tuttavia, la stragrande maggioranza della Camera dei Deputati, compreso il gruppo di Fratelli d'Italia e con l'eccezione di una quarantina di parlamentari, ha rinnovato il finanziamento della missione di cooperazione con la Libia e della sua cosiddetta guardia costiera. Viene da dire: realismo politico, quanti misfatti in tuo nome. La categoria di realpolitik ha una sua fosca grandezza. Muove da una concezione tragica della natura umana e da una idea disincantata dell'agire politico e delle dinamiche del potere: e persegue l'obiettivo della massima capitalizzazione dei rapporti di forza presenti, spogliati da qualunque riferimento a un'etica che non sia quella dell'utile immanente e circoscritto. Eppure, non è detto che una simile concezione sia la più conveniente, sui tempi medi, sotto il profilo morale, ma anche politico. La cancellazione del giudizio etico nei processi decisionali e tra le motivazioni delle scelte politiche può risultare un parametro di corto respiro e rivelarsi controproducente.
D'altra parte, la realpolitik ottocentesca del principe Otto Eduard Leopold von Bismarck operava in un mondo estremamente "più piccolo", dove la formazione degli stati nazionali costituiva una forza rivoluzionaria in grado di rovesciare le categorie classiche della politica e i fondamenti degli ordinamenti giuridici.
Oggi, tutto è cambiato, e il realismo politico che si invoca è, in genere, un espediente retorico (talvolta miserevole) per giustificare la torpida conservazione dello status quo. Una condizione dove si consumano tutte le ingiustizie e si legittimano tutte le atrocità. Quella adottata nei confronti della Libia costituisce, in realtà, la supina accettazione di uno stato delle cose da cui sembrano trarre profitto solo due soggetti: la Turchia del despota Tayyip Erdogan e quell'accozzaglia, scissa in mille fazioni ma aggregata da una sola volontà criminale, fatta di milizie, gang, pezzi di apparati statali e di consorterie tribali, dedita alla tratta di esseri umani e alla loro riduzione in schiavitù; e, poi, a rapimenti, stupri, torture e assassinii.
Tutto ciò, assai spesso, a opera di appartenenti a strutture militari ufficiali e a quella stessa guardia costiera finanziata, formata e addestrata dall'Italia. Si tratta di crimini documentati, ormai da anni, dall'Onu e da tutti gli organismi internazionali. E, più di recente, da un filmato ripreso da un aereo della Ong Sea Watch, dai tracciati navali e aerei registrati da Sergio Scandura di Radio Radicale e dall'accurato rapporto di Amnesty International. Come non rendersi conto che questo orrore, destinato a perpetuarsi, è un fattore di acutissimo disordine per tutta la regione e un elemento di permanente instabilità per la Libia e per il Mediterraneo? Un serio realismo politico avrebbe voluto, piuttosto, che l'Italia e l'Europa elaborassero una strategia di cooperazione, fondata sulla tutela dei diritti universali della persona e sull'intervento umanitario in tutta l'area che va dai confini del Sahel al Mediterraneo. Al contrario, la scelta compiuta sembra destinata, fatalmente, a rivelarsi una distopia: una meschina utopia andata a male. Un caso esemplare di realismo politico straccione.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Esraa Abdel-Fattah aveva contribuito a creare il movimento "6 aprile". Gli Stati Uniti hanno espresso "preoccupazione" sulle detenzioni del regime di Al Sisi. La giornalista e attivista egiziana Esraa Abdel-Fattah, uno dei simboli della rivoluzione del 2011, è stata rilasciata dopo quasi 22 mesi di detenzione preventiva. Era accusata di "appartenenza ad organizzazione terroristica" e "diffusione di notizie false atte a creare destabilizzazione nel Paese" e screditare lo Stato. Nel 2008, tre anni prima del rovesciamento del presidente Hosni Mubarak, la 43enne Abdel-Fattah è stata co-fondatrice del movimento "6 aprile" (e della sua pagina Facebook) per sostenere i lavoratori in sciopero e chiedere riforme politiche. Il movimento fu poi determinante anche nella rivoluzione di piazza Tahrir.
Gli altri rilasciati - Oltre a Abdel-Fattah sono stati rilasciate domenica 18 luglio altre cinque persone: gli avvocati Mahienour el-Masry, conosciuta per l'attivismo sindacale e in favore dei rifugiati siriani e palestinesi, e Gamal e-Gamal, noto per i suoi articoli critici verso il regime di Al Sisi; i giornalisti Mustafa el-Aasar e Moataz Wadnan e il vice-capo del partito socialista Abdel-Nasser Ismail. Le indagini contro i sei attivisti e giornalisti continueranno però nonostante il loro rilascio.
La "preoccupazione" del dipartimento di Stato Usa - La pressione da parte degli Stati Uniti sarebbe stata fondamentale. Il portavoce del dipartimento di Stato americano Ned Price ha espresso "preoccupazione", mercoledì scorso, per la detenzione di accademici, giornalisti e attivisti in Egitto, dichiarando in conferenza stampa che Washington "in quanto partner strategico" si è fatta sentire con il governo di Al Sisi. Price ha citato il caso di Hossam Bahgat, il presidente dell'Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), una delle principali organizzazioni per il monitoraggio dei diritti in Egitto. Bahgat è stato incriminato lo scorso 12 luglio per un tweet nel quale un anno fa aveva criticato la commissione elettorale (è accusato di aver insultato le autorità elettorali e diffuso notizie false). Price ha spiegato che "individui come Bahgat non dovrebbero essere sotto attacco per aver espresso le loro opinioni". Rispondendo ad una domanda sulla vendita di armi all'Egitto, il portavoce ha poi osservato che il presidente Biden ha discusso in passato sulla situazione dei diritti umani con Al Sisi e che si tratta di qualcosa che gli Stati Uniti "prendono in seria considerazione" in queste decisioni.
Zaki resta in prigione - Queste dichiarazioni giungono mentre al Cairo i giudici confermavano altri 45 giorni di detenzione cautelare per Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna arrestato l'8 febbraio del 2020 con l'accusa di "azioni volte a destabilizzare lo Stato". Anche Zaki è un collaboratore dell'Eipr, da cui sta ricevendo sostegno legale.
di Paolo Riva
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Un anno fa il provvedimento di emersione e regolarizzazione per badanti, colf e braccianti. Ma sono stati rilasciati solo 11mila permessi contro 220mila richieste. A Roma zero su 16mila. Intanto sui vaccini è il caos. "Mi vergogno. Ogni volta che la mia collaboratrice familiare mi chiede notizie, io non so cosa dirle. Aspettiamo. Da quasi un anno", dice arrabbiata Tiziana Simonini, una dei tanti datori di lavoro che ha usufruito della sanatoria per mettere in regola cittadini stranieri senza permesso di soggiorno impiegati in nero.
La data in cui ha presentato la domanda per la sua collaboratrice familiare lo scorso anno ce l'ha appuntata: 8 agosto 2020. All'8 luglio di quest'anno, mentre andiamo in stampa, non ha ricevuto ancora il permesso di soggiorno che ne sanerebbe la posizione. Non è l'unica. E questa situazione crea molti problemi, anche dal punto di vista sanitario. Ma andiamo con ordine. Nel giugno 2020 il Governo Conte approva un provvedimento di emersione e regolarizzazione dei lavoratori in nero impiegati in agricoltura, allevamento, assistenza agli anziani e cura della casa. Se i lavoratori in nero sono migranti irregolari ottengono, oltre al contratto, anche un permesso di soggiorno. Complessivamente vengono depositate circa 220mila domande. In larghissima parte sono di cittadini stranieri, riguardano colf e "badanti" (l'85 per cento del totale) e sono presentate dai datori di lavoro (un'altra opzione riguardava migranti irregolari disoccupati, ma è stata poco usata, con sole 13mila domande). Il caso di Simonini e della sua colf, quindi, è emblematico. Ed è emblematico anche il ritardo con cui le istituzioni stanno trattando la pratica. Secondo un monitoraggio della campagna "Ero straniero - L'umanità che fa bene", al primo giugno di quest'anno "solo 11mila delle 220mila persone che hanno fatto richiesta hanno in mano un permesso di soggiorno per lavoro, mentre circa 20mila sono in via di rilascio".
Il rapporto, realizzato da una coalizione della società civile per la riforma della legge sull'immigrazione, è stato compilato sulla base dei dati raccolti da Ministero dell'Interno, prefetture e questure. Evidenzia una situazione critica soprattutto nelle grandi città. "A Roma, al 20 maggio, su un totale di circa 16mila domande ricevute, solo due pratiche sono arrivate alla fase conclusiva e non è stato ancora rilasciato alcun permesso di soggiorno. A Milano, su oltre 26mila istanze ricevute, poco più di 400 sono i permessi di soggiorno rilasciati". Questa attesa di mesi e mesi lascia le persone in un limbo pieno di incertezza e difficoltà, non ultime quelle legate alla pandemia.
La copertura sanitaria: diritti e doveri - Per quanto riguarda la copertura sanitaria di queste persone il Ministero della Salute, nel luglio dello scorso anno, aveva in effetti emanato un'apposita circolare. E in essa spiegava che i cittadini stranieri "in emersione" hanno non solo il diritto, ma proprio l'obbligo d'iscriversi al sistema sanitario nazionale "dalla data di presentazione della domanda di emersione o del permesso temporaneo". Eppure questo, troppo spesso, non è avvenuto e non avviene. Lo spiega l'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione. "Molte strutture sanitarie rifiutano l'iscrizione in mancanza della dimostrazione dell'avvenuto versamento dei contributi da parte del datore di lavoro", scrive l'associazione in una nota. Questo mix di ritardi amministrativi e incomprensioni burocratiche ha impedito a molti di questi lavoratori di vaccinarsi, creando rischi per la salute loro e delle persone di cui si occupano, a maggior ragione se anziane. Un paradosso al quale si sta provando a porre rimedio. I ritardi nell'esaminare le pratiche, secondo le prefetture, sarebbero dovuti alla mancata assunzione di personale aggiuntivo. La norma sulla sanatoria lo prevedeva, poiché la regolarizzazione avrebbe causato un logico aumento del lavoro, ma per mesi non ve ne è stata traccia.
Carichi e assunzioni - Poi, lo scorso maggio, una nota del Ministero dell'Interno alle organizzazioni sindacali riportava che "hanno assunto servizio presso le Prefetture 676 lavoratori". Sono meno degli 800 inizialmente previsti, ma dovrebbero comunque contribuire a smaltire i carichi accumulati. Anche le Regioni possono agire: la Lombardia, per esempio, ha annunciato che ci si potrà registrare al portale per i vaccini anche con il codice fiscale provvisorio, del quale sono forniti i cittadini stranieri che fanno fatto domanda di regolarizzazione. Simonini si augura che la situazione migliori presto. Intanto ha scritto persino al Presidente del Consiglio Draghi. "Una email con tanto di posta certificata", spiega: "Ho ribadito quanto questa situazione sia assurda, ma al momento non ho avuto nessuna risposta". C'è da augurarsi che arrivi prima il permesso di soggiorno della sua colf.
di Emanuele Felice
Il Domani, 19 luglio 2021
Le proteste mostrano ancora una volta che sotto la retorica rivoluzionaria c'è una dittatura che calpesta i diritti umani. L'ipotesi di una "transizione dolce" per cambiare salvando le riforme buone, come il welfare. Cuba è un piccolo paese. Ma la sua rivoluzione è stata, per l'impatto nel mondo, la terza in ordine di importanza nel Novecento, dopo le rivoluzioni russa e cinese. Fidel Castro rompe l'equilibrio della Guerra fredda, la divisione dell'emisfero occidentale sancita a Yalta. Era un gioco pericoloso, che peraltro lui ha inizialmente condotto in modo irresponsabile. Sappiamo oggi che durante la crisi dei missili cubana, nell'ottobre 1962, quando il mondo si ritrovò sull'orlo della terza guerra mondiale e dell'autodistruzione, lui esortava i sovietici a colpire per primi, a sferrare un attacco nucleare preventivo contro gli Stati Uniti.
Per fortuna (di noi tutti), Kruscev non lo ascoltò e alla fine scese a patti con Kennedy. Intanto nella sua isola Castro aveva realizzato la riforma agraria, posto fine a discriminazioni razziali che duravano da secoli, ma anche imposto il partito unico. Che Guevara fu inizialmente presidente della Banca centrale (1959-1961) e poi ministro dell'Industria e dell'economia (1961-1965). Promosse il lavoro "volontario", che in realtà voleva dire "non pagato": ogni buon cittadino era chiamato a svolgerlo, in aggiunta al normale orario di lavoro, per consolidare le vittorie della rivoluzione. Camilo Cienfuegos, comandante vittorioso che entrò a L'Avana il 1° gennaio 1959 accanto a Fidel, di cultura libertaria e dal carattere solare, era forse più amato del "Che" (benché all'estero sia molto meno noto). Non era entusiasta della svolta autoritaria cui sembrava avviato il regime. Ma morì misteriosamente durante un volo notturno nell'ottobre 1959: il suo aereo non fu mai ritrovato, le autorità cubane non sono mai riuscite a dare una spiegazione di quanto accaduto.
Pure, a conti fatti, quello cubano non è stato il peggiore fra i regimi comunisti. Forse, anzi, in assoluto quello meno oppressivo (assieme alla Jugoslavia, ma solo dopo il 1961). Eppure, come tutti i regimi comunisti che si sono visti nella storia, nessuno escluso, Cuba non garantisce le fondamentali libertà dell'uomo: la libertà di stampa, di espressione, di associazione sono seriamente compromesse e possono costare il carcere. Dal 1965 al 1968 ci furono addirittura campi di lavoro forzato, per dissidenti e omosessuali (ospitarono più di trentamila persone). Il regime può presentarsi con un volto espansivo, allegro e caraibico. Ma è un regime, ancora ai nostri giorni: secondo la ong americana Freedom House Cuba è oggi il tredicesimo paese meno libero al mondo; meglio certo della Corea del Nord (terza), meglio anche dell'Arabia Saudita (settima), ma peggio perfino della Russia di Putin (ventesima).
Il reddito - Quanto al reddito, la performance del regime non è certo brillante, ma non è nemmeno disastrosa come in altri casi (la Germania Est rispetto alla Germania Ovest, la Corea del Nord rispetto a quella del Sud). Alla vigilia della rivoluzione, l'isola aveva un livello di reddito per abitante relativamente elevato, il doppio di Haiti e quasi il doppio della Repubblica Dominicana. Oggi a Cuba il reddito è di poco superiore a quello della Repubblica Dominicana, mentre entrambe sono molto meno povere della sfortunata Haiti. Dati sessant'anni di embargo statunitense (solo in parte bilanciati da trent'anni di sovvenzioni sovietiche), poteva andare peggio. Ma va detto che stiamo comunque confrontando economie poco complesse, rispetto a quelle industrialmente molto avanzate dell'Europa o dell'Asia orientale.
Bisogna poi considerare che Cuba è in relativo declino demografico, rispetto alla Repubblica Dominicana. Nel 1960 aveva più del doppio degli abitanti (7 milioni contro 3,2), oggi i due paesi sono quasi alla pari (11 milioni). Anche questo può spiegare la tenuta del reddito medio, in un paese a base agricola; ma è dubbio se in sé rappresenti un male, o un bene (la crescita esponenziale degli abitanti, verificatasi nel mondo negli scorsi decenni, è un serio problema ambientale). Si dirà, negli Usa vivono circa 2 milioni di cubani (spesso erano l'élite economica e professionale dell'isola, fuggita dal regime); ma la popolazione di immigrati dominicani è analoga. Pure, la rivoluzione cubana può vantare importanti successi. Nella sicurezza personale, ad esempio, tenuto conto che in quel quadrante vi sono alcuni paesi con i più alti tassi di omicidi al mondo: per le strade di L'Avana in genere si può passeggiare senza paura, anche di sera, a differenza di altre città dell'America Centrale, o del Venezuela, o perfino della California (Los Angeles, San Francisco).
Ma i risultati più importanti sono nella scolarizzazione e nella speranza di vita, nei diritti sociali. Nel 1960 a Cuba la speranza di vita era inferiore di 6 anni a quella degli Stati Uniti (64 contro 70). Oggi i due paesi sono alla pari (79), nonostante gli enormi divari di reddito. Va detto però che la Repubblica Dominicana - il paese storicamente più simile a Cuba prima della rivoluzione, che assieme ad Haiti si estende sull'isola gemella, Hispaniola - nel 1960 aveva una speranza di vita di soli 52 anni e oggi è arrivata a 74: le differenze in quel caso si sono accorciate. L'Italia nel 1960 aveva una speranza di vita di 69 anni (+5 su Cuba); oggi è a 83 (+4). Cuba si è avvicinata a noi, ma non è stato un trend uniforme: nella seconda metà degli anni Settanta, aveva raggiunto il nostro stesso livello; poi ha incominciato a perdere terreno. Questo dato, da solo, può dire molto sulla parabola del socialismo cubano.
Tre opzioni - Dopo il crollo dell'Urss, il regime aveva sostanzialmente tre possibilità. Provare a democratizzare l'isola, magari prendendo una strada socialdemocratica, come aveva tentato di fare Gorbaciov in Unione Sovietica (ma a lui non andò bene). Provare a resistere, lasciando tutto così com'è. Prendere la strada cinese (e poi vietnamita): liberalizzare l'economia ma mantenendo il monopolio politico del Partito comunista.
La prima opzione era complicata dall'influenza americana e della comunità cubana in Florida, che faceva temere ai dirigenti comunisti la perdita di ogni privilegio o la galera, se avessero provato a democratizzare il paese (a differenza di quanto successo, invece, in Russia o nelle nazioni dell'Europa dell'est, dove questo rischio non c'era e anzi una parte dell'élite capì che aprendo il paese poteva arricchirsi). Il regime scelse allora la seconda opzione, finché c'era Fidel, per poi iniziare a contemplare (timidamente) il modello cinese.
Dopo le prime liberalizzazioni, avviate da Raul Castro nel 2011, l'economia è andata meglio ma anche le disuguaglianze sono aumentate, di solito a vantaggio dell'élite politica. Oggi a Cuba l'indice di Gini, che misura le disuguaglianze, è 38. Nella Repubblica Dominicana sfiora 44, in Cina arriva a 46,7 (gli Stati Uniti svettano a 48,5). Ma l'Italia, per dire, ha un valore di 33,4. Da noi, e più in generale in Europa continentale, c'è oggi meno disuguaglianza che a Cuba.
In questo contesto, il regime ha sbagliato la gestione della pandemia: aprendo ai turisti, pensando così di potere approfittare della crisi di altre destinazioni; e fallendo il piano di vaccinazione. La recente liberalizzazione di internet e la crisi economica (e alimentare) legata al Covid hanno fatto il resto. Il regime è in crisi, ma in fondo oggi ha di fronte lo stesso bivio di trent'anni fa. Liberalizzare l'economia, provando a mantenere il partito unico, sul modello cinese? O imboccare, con coraggio, la strada che aveva tentato Gorbaciov in Unione Sovietica, cercando di salvare quello che di buono la rivoluzione ha portato (la sanità, il welfare)?
Proprio come allora, questa seconda strada, quella più auspicabile, è anche la più coraggiosa, e per questo difficilmente verrà presa: ci vorrebbero rassicurazioni da parte degli Stati Uniti nei confronti dei dirigenti del regime per una "transizione dolce", ma queste non si vedono, nemmeno con l'amministrazione Biden. Se gli Usa non capiscono che devono avviare un dialogo per favorire la democratizzazione dell'isola, e che embargo e sanzioni non servono (non sono mai serviti, anzi hanno fornito una giustificazione al regime), più probabile che la via scelta sarà quella del capitalismo autoritario, che sta funzionando così bene in Cina: aprire e liberalizzare ancora di più l'economia, ma senza democratizzare il sistema politico; crescita, ma senza diritti. Con una patina di retorica rivoluzionaria, ma dietro cui c'è solo ormai la sostanza della dittatura. È un film già visto e che, proprio per questo, chi ha veramente a cuore i diritti umani dovrebbe cercare di evitare.
di Davide Casati
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Pegasus, un programma sviluppato dalla società israeliana NSO Group, è stato usato in modo illegale da diversi governi contro oppositori e giornalisti. Il governo ungherese guidato da Orban ne avrebbe fatto uso, e tra gli obiettivi ci sono 37 persone legate al giornalista ucciso Jamal Khashoggi e la direttrice dell'FT.
Un software israeliano creato per offrire alle autorità militari, di polizia e di intelligence la capacità di seguire e intercettare terroristi e criminali è stato utilizzato in modo illegale da diversi governi in tutto il mondo per spiare migliaia di giornalisti, attivisti per i diritti umani, politici, autorità religiose, avvocati. La rivelazione arriva dalle 16 organizzazioni giornalistiche mondiali - tra le quali il Guardian e il Washington Post - che hanno riunito gli sforzi in un consorzio chiamato Pegasus project, dal nome del software in questione.
Tra i governi che avrebbero utilizzato il programma - venduto da una società privata israeliana, la NSO group, sotto il rigido controllo del ministero della Difesa israeliano - ci sarebbe, secondo il "Guardian", quello dell'Ungheria, guidato da Viktor Orban. Il governo ungherese ha negato ogni addebito.
Il governo ungherese è l'unico dell'Unione europea coinvolto nell'indagine. Gli altri governi accusati di aver usato il software in modo illegale sono quelli di Azerbaigian, Bahrain, Kazakistan, Messico, Marocco, Ruanda, Arabia Saudita, India ed Emirati arabi uniti. Ruanda, Marocco e India hanno negato di aver usato il software per scopi illegali.
Il "leak" che ha dato origine all'indagine, cui hanno avuto originariamente accesso Amnesty International e l'organizzazione giornalistica francese Forbidden Stories, si compone di 50 mila numeri di telefono che potrebbero essere stati spiati attraverso il programma. Non è possibile sapere se tutti i numeri siano stati effettivamente colpiti, poiché per farlo occorre controllare ogni singolo telefono cellulare. I numeri di telefono che potrebbero essere stati messi sotto controllo si trovano in 45 Paesi; nella sola Europa sono oltre mille i telefonini che potrebbero essere stati spiati.
Nei prossimi giorni i media collegati al Pegasus project pubblicheranno i nomi di alcuni dei potenziali obiettivi dello spionaggio, tra i quali - secondo il "Guardian" - ci sono "centinaia tra uomini d'affari, autorità religiose, accademici, operatori di Organizzazioni non governativi, sindacalisti, funzionari governativi, ministri, presidenti e primi ministri".
Tra le potenziali vittime dello spionaggio, i cui numeri di telefono sono inclusi nella lista, ci sono più di 180 giornalisti di organizzazioni come "Financial Times", "Cnn", "New York Times", "France 24", l'"Economist", "Al Jazeera", "Mediapart", "El Pais", "Bloomberg", e le agenzie di stampa Associated Press, Agence France-Presse e Reuters. Roula Khalaf, direttrice del "Financial Times", è tra le potenziali vittime dello spionaggio.
Secondo quanto riferito dal "Washington Post", 37 persone legate a Jamal Khashoggi - il reporter saudita ucciso nel 2018 nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul, in un piano che le intelligence occidentali fanno risalire fino al principe saudita Mohammed Bin Salman - sono state spiate con il software Pegasus. Tra loro anche la fidanzata di Khashoggi, che sarebbe stata intercettata 4 giorni dopo l'assassinio.
Analisi tecniche hanno confermato che tra i telefoni "infettati" ci sono quelli di almeno due giornalisti ungheresi del sito investigativo Direkt36 - tra cui Szabolcs Panyi, uno dei più noti reporter ungheresi; una giornalista investigativa dell'Azerbaigian, Khadija Ismayilova; Siddharth Varadarajan e Paranjoy Guha Thakurta, reporter indiani del sito "Wire", colpiti nel 2018 mentre indagavano sull'utilizzo, da parte del governo indiano di Narendra Modi, di Facebook per delle operazioni di disinformazione online; Omar Radi, un giornalista marocchino che il governo di Rabat accusa di essere una spia britannica; e Bradley Hope, giornalista statunitense che vive a Londra e all'epoca dello spionaggio lavorava per il "Wall Street Journal".
Tra i numeri di telefono presenti nel database ci sono quelli della giornalista messicana Carmen Aristegui, quello di Ben Hubbard, a capo dell'ufficio di Beirut del New York Times, e quello di Cecilio Pineda Birto, che è stato ucciso dopo essere stato individuato dai suoi killer in un autolavaggio. Il suo telefonino non è mai stato ritrovato, ed è dunque impossibile sapere se fosse stato infettato.
Pegasus, dopo aver "colpito" un telefonino, consente di controllare ogni tipo di informazioni, tra cui messaggi, fotografie, email o il contenuto delle telefonate. Il programma consente anche di attivare a distanza dei microfoni. Claudio Guarnieri, a capo dell'Amnesty Security Lab (partner tecnico del consorzio) ha spiegato che una volta che Pegasus consente anche di leggere i messaggi di app criptate, come WhatsApp, Telegram e Signal, e di controllare la posizione del cellulare in tempo reale.
La società israeliana NSO ha sempre sostenuto che dopo aver venduto il software a governi "accuratamente selezionati", non ne ha più il controllo operativo, né ha accesso ai dati delle persone spiate. Raggiunta dai giornali del consorzio, ha sostenuto che il numero di telefonini controllati - 50 mila - rappresenterebbe "un'esagerazione", e ha affermato che quella lista non può essere "una lista di numeri di telefono colpiti da governi che usano Pegasus". L'azienda vende il suo programma soltanto a forze armate, polizie e agenzie di intelligence di 40 Paesi (che non vengono specificati), e sostiene di controllare con estrema cura che gli acquirenti rispettino i diritti umani.
di Fabio Martini
La Stampa, 19 luglio 2021
Respinta la proposta di Italia Viva su un compromesso dell'ultima ora. Letta punta al muro contro muro in cerca dei voti di giovani e donne. Sul far della sera Enrico Letta lascia il "Cremlino", il caseggiato al quartiere Testaccio dove abita e dove hanno abitato fior di intellettuali e dirigenti comunisti, si dirige verso la Festa dell'Unità di Roma e le sue parole anticipano il Pd con l'elmetto dei prossimi mesi. Il "lodo" Renzi sul ddl Zan? "Ma davvero dobbiamo fidarci di Salvini? Noi ci fidiamo di chi ha una faccia sola".
Troppo rigido il Pd? "Se non lo fossimo stati, non saremmo arrivati sin qui: all'approvazione alla Camera di un testo che sarà pure perfettibile ma la legge perfetta non esiste". Quindi niente mediazioni neanche al minimo? "Discutiamo con chi è serio".
Di fatto Letta soffoca sul nascere il "lodo Renzi", la proposta che l'ex presidente del Consiglio ha lanciato in un'intervista a La Stampa: sul ddl Zan concordiamo tre modifiche e le blindiamo attraverso un cronoprogramma Senato-Camera che consenta di approvare il testo "il prima possibile". Certo, Letta non ci sta perché non si fida di Renzi e di Salvini. Ma soprattutto - ecco la novità di "sistema" - il leader dem in qualche modo scommette sulla rottura: ha programmato, in vista delle decisive elezioni amministrative di ottobre, un Pd di lotta e in questo contesto il "ddl Zan", il disegno di legge anti-discriminazioni, è diventato l'icona, la battaglia-simbolo del "nuovo" Pd. Di un Pd intransigente sui valori, che punta a recuperare il voto dei giovani e delle donne - e dunque il "lodo" proposto da Matteo Renzi per provare ad uscire dal muro contro muro, va demolito prima che faccia proseliti. O produca fumo negli occhi, almeno secondo la lettura del Pd.
Il diffidente Letta è convinto - ma non lo può dire - che Renzi abbia un patto strategico con Salvini e che tra gli "scalpi" ci sia anche il ddl Zan. Risultato: il muro contro muro produrrà questa settimana un inevitabile rinvio a settembre del disegno di legge. E a quel punto - ecco quel che i due fronti non ammettono pubblicamente - il ddl Zan entrerà a vele spiegate nella importante tornata elettorale di autunno, quando si voterà a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli. Con Letta e Salvini che diventeranno gli alfieri di due schieramenti: il Pd sarà profeta della legge anti-discriminazioni, la Lega di una legge "fatta bene". Con Renzi che incolperà il Pd di aver fatto saltare tutto pur di non cercare la mediazione.
Certo, la partita del disegno di legge contro omofobia e transfobia vedrà consumarsi un passaggio dirimente martedì, quando saranno depositati gli emendamenti di tutti i gruppi parlamentari. In particolare sui tre punti caldi - identità di genere, tutela della libertà di tutte le opinioni, Giornata nazionale contro tutti gli odi a sfondo sessuale - il tenore degli emendamenti consentirà di misurarne la duttilità e dunque la volontà di approdare ad un accordo da parte della Lega e di Italia Viva, che si propone mediatrice tra gli opposti.
Se le proposte di modifica saranno tutte spigolose ed esplicitamente "chiuse" alla mediazione, si aprirà la strada allo stallo, perché l'alto numero di emendamenti leghisti di fatto imporrà il rinvio del ddl Zan a settembre. Ma davanti ad un articolato più flessibile, tutto potrebbe riaprirsi. Per ora nessuno ci crede.
Per una ragione che va oltre le apparenze. Enrico Letta sta cominciando a trovare segnali incoraggianti per la sua linea intransigente, quella che posiziona i Dem secondo uno schema bideniano: "riformisti nei metodi e radicali nei contenuti". E dunque a "tutta" su Zan, tassa sulle grandi eredità. Certo, si tratta di sondaggi - oramai il nuovo mantra per politici e media - ma in questo caso si tratta di sondaggi ben fatti, perché riflettono orientamenti testati nel corso dei mesi e che finiscono per esprimere trend.
Secondo l'istituto che lavora per il Pd, nel mese di giugno i Dem si attestano al secondo posto (dietro la Lega) ma soprattutto riguadagnano, con una certa evidenza, consensi tra giovani e donne. Certo, si tratta di piccoli numeri, segnali che hanno bisogno di tempo, per potersi trasformare in tendenze e percentuali. Ma per Letta la scommessa è tracciata. Secondo un'analisi confrontata con interlocutori non solo italiani e non solo politici: nelle società post-pandemia si imporranno risposte precise e alla sinistra si richiederà coerenza con i propri valori










