di Alberto Cisterna
Il Riformista, 17 luglio 2021
Non sarà stata una semplice visita, era imprevista e fuori da ogni protocollo. È come se i massimi esponenti del governo del tempo fossero entrati nella Bolzaneto o nella Diaz dalle mura e dai pavimenti imbrattati di sangue. La presenza di Draghi e della Cartabia tra i detenuti di Santa Maria Capua Vetere assume un valore simbolico e politico di una certa importanza e non sembra un atto di mera circostanza.
Non deve essere stato facile aggirarsi tra le rovine della Ground Zero della politica penitenziaria italiana; nel luogo in cui è stato infranto l'ultimo diaframma tra la tutto sommato accettata percezione collettiva del carcere come luogo del disagio e del sovraffollamento e la denuncia inascoltata di una condizione di generalizzata sopraffazione.
Come il G8 di Genova ha marcato la latitanza e l'impreparazione dei capi dell'ordine pubblico nel controllare la violenza di strada, così la mattanza di Santa Maria Capua Vetere ha disvelato i contorni di una coabitazione tra detenuti e agenti penitenziari precaria, fragile, incline al conflitto al primo cenno di reazione e di protesta, una pentola in ebollizione. Uno stato di belligeranza che immagini e testimonianze dell'inchiesta penale hanno restituito agli occhi della pubblica opinione in tutta la loro crudezza e in tutti i suoi inevitabili gesti di abbrutimento e di umiliazione. La presenza dello Stato tra quelle mura non ha, quindi, il solo significato di una, pur tardiva, riparazione ai torti subiti, ma segna il visibile impegno delle istituzioni pubbliche affinché "mai più" possa ripetersi quel che è accaduto.
Perché questa promessa possa avere un seguito sono indispensabili condizioni che, tuttavia, sono solo in parte nelle mani del premier e del suo più prestigioso ministro. Ricondurre la dimensione carceraria alla sua prospettiva rieducativa e riabilitativa esige, in primo luogo, che sia drasticamente contenuta la custodia cautelare. Troppi detenuti restano, troppe volte per anni, in attesa del completarsi del loro lungo iter processuale e durante questo tempo sono totalmente esclusi dalle prospettive del reinserimento che vengono riservate ai definitivi, ossia a coloro i quali scontano condanne passate in giudicato.
Una massa enorme di persone si trovano recluse con la sola speranza di poter usufruire di qualche attenuazione del regime custodiale da parte dei giudici e su questa massa, soprattutto quando si tratta di presunti appartenenti a organizzazioni malavitose, la pressione dei pubblici ministeri e delle forze di polizia è enorme. L'intercettazione dei colloqui con i familiari e, non poche volte, anche di quelle con i difensori, il controllo della corrispondenza, le limitazioni nell'accesso ai beni di uso quotidiano, la promiscuità di celle, le perquisizioni personali spesso umilianti sono tutti fattori che alimentano un risentimento e una rabbia che a stento gli apparati di controllo riescono a tenere a bada. È solo la speranza di uscire, la volontà di ubbidire per non precludersi quale spiraglio di libertà a mantenere un certo ordine nelle carceri italiane e in quelle ad alta e massima sicurezza innanzitutto.
Siamo un paese in cui si commina il carcere duro (il 41-bis per capirci) a chi è stato appena arrestato perché additato come un boss o un gregario pericoloso o solo perché appare il ventre molle su cui posare i bisturi della restrizione per eviscerare verità appetibili per gli inquirenti. Tutto questo, forse, a occhio e croce poteva avere un barlume di senso negli anni della grande emergenza criminale, nei tempi bui che seguirono alle stragi quando, si sussurra - a bassa voce - cose terribili siano accadute negli istituti di massima sicurezza dove erano ristretti capimafia e picciotti. Ma oggi, alla vigilia di una svolta politica e istituzionale che si profila importante per i destini del paese, è indispensabile che si restituisca serenità alla popolazione carceraria e alla polizia che la vigila. Una volta si chiamavano agenti di custodia e quella parola aveva un significato deteriore che si è voluto dismettere. Ma proprio agenti di custodia essi sono perché chiamati a custodire l'integrità fisica e morale dei detenuti loro affidati e non a trasformarsi in propaggini degli inquirenti a caccia di propalazioni, di confessioni e di pentiti.
Ecco il primo punto che dovrebbe impegnare il premier e il ministro è proprio quello di isolare totalmente la dimensione carceraria dalle esigenze di sicurezza che provengono dall'esterno e dalla pressione degli investigatori, restituendo alle mura penitenziarie quella dimensione di intimità, di sobrietà, di riflessione che subisce le quotidiane e massicce scorrerie di quanti considerano invece il detenuto una fonte da spremere, da controllare minutamente, da scandagliare in ogni sua dimensione interiore per indurlo alla resa.
È necessario, forse, che il carcere recuperi la propria neutralità rispetto all'aspra e giusta contesa che fuori di esso vede contrapposti inquirenti e delinquenti. Per farlo è necessario anche che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sia alleggerito della presenza di tanti, pur autorevoli, pubblici ministeri e protagonisti dell'antimafia, inevitabilmente proclivi ad accogliere le istanze antagoniste e securitarie che provengono dai loro colleghi che operano fuori dalle mura.
Costoro consegnano, per la loro stessa provenienza professionale, alla popolazione penitenziaria un'immagine non coerente con la terzietà che sarebbe richiesta al custode del corpo in cella. Il ché non vuol dire che il carcere debba essere sottratto al controllo dello Stato con il pericolo di trasformarsi nell'Ucciardone di antica memoria, ma è indispensabile che le restrizioni siano solo ed esclusivamente orientate in direzione di questo obiettivo senza dilatarsi verso esigenze diverse che hanno visibilmente avvelenato i pozzi della convivenza e della civiltà.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 17 luglio 2021
Non so se la visita di Draghi e Cartabia avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a oltre un anno dalla mattanza (e già questo dice molto) sia il segno di un cambiamento. C'è da augurarselo davvero perché il cambiamento - che riguarda tutto il sistema carcere (sono almeno 17 i procedimenti penali che hanno per oggetto abusi, maltrattamenti e torture dal 2011 a oggi - fonte Antigone) - richiede uno sforzo e un impegno che vanno ben oltre alle parole e alle promesse, ben oltre all'amnistia e all'indulto (più che mai necessarie) e che attengono a un'analisi dell'essenza del carcere, ovvero per citare Aristotele a "ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un'altra cosa". Insomma riguardano la natura di un'istituzione "fortificata" e isolata dove da una parte sono rinchiuse migliaia di persone (53 mila oggi i detenuti in Italia) tutte costrette a vivere in stato di minorità e dall'altra sono state incaricate altrettante migliaia di persone (quasi quarantamila oggi gli agenti di polizia penitenziaria) a osservare, programmare e governare le giornate, le settimane, i mesi e gli anni. Detenuti i primi, detentori gli altri.
In definitiva, è il senso e il compito che è stato assegnato a una istituzione come il carcere che costruisce il carcere stesso, ed ancora è il senso e il compito che è stato assegnato a priori alle persone che in carcere ci vivono e ci lavorano (detenuti e detentori) che determina poi le loro azioni. Cosa, come è noto, ben evidenziata da Zimbardo nel 1971 a Standford grazie al suo famoso esperimento sul comportamento delle persone in base al gruppo di appartenenza e al ruolo assegnato. Esperimento ancora ignorato. Purtroppo. E così, come ciechi che pur vedendo non vedono (per dirla con Saramago) vediamo persone agire, le classifichiamo in buone o cattive, in mele marce o mele buone, senza chiederci ad esempio cosa sia accaduto prima della mattanza in quel carcere campano, o meglio che rapporto era stato istituito nel tempo passato e in forza di quale regolamento, compito e ruolo quelle persone si relazionavano tra loro. E non soltanto all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma in tutte le carceri italiane.
Ecco dunque che per capire (e quindi cambiare e correggere e non a parole o con passerelle adatte solo per il momento e l'eccezionalità) occorre tornare all'essenza, a quel cosa è il carcere, cosa fa il carcere, cosa succede lì, qual è la vita dei detenuti. Domande che si era posto nel 1971 Michel Foucault quando diede vita con Sartre e Deleuze al Gruppo di informazione sulle prigioni (Gip). Domande che possono cominciare a trovare una prima risposta guardando la divisione che esiste all'interno del carcere tra due realtà opposte tra loro: la realtà delle guardie e la realtà dei ladri, divisione che si articola all'interno di un unico codice che alla fine è uguale per tutti. Sintetizzo al massimo questi pensieri, frutto di tanti studi sull'istituzione totale: il sistema deve funzionare e per funzionare si sviluppa in un gioco di collaborazione, favori, scambi, benefici, vantaggi e meccanismi di adattamento.
Perfetto equilibrio in un sistema gerarchico e poliziesco dove qualcuno comanda più di un altro e che si realizza sia tra detenuti e guardie, e sia tra detenuti e detenuti. Un equilibrio dove c'è una regola condivisa con le buone e con le cattive. Violenza simbolica (dolce e meno dolce, come aveva analizzato Weber nel descrivere lo Stato), ma sempre violenza. Con o senza episodi o mattanze tipo Santa Maria Capua Vetere.
Senza sminuire la gravità delle violenze da parte di alcune centinaia di agenti contro i detenuti nel reparto Nilo, al contrario ricordando che oltre un anno fa, negli stessi giorni del pestaggio di Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri italiane ci sono stati 13 detenuti morti (caso addirittura archiviato), vorrei che insieme qui osservassimo la vita dentro queste istituzioni attraverso alcune fotografie pubblicate nell'ultimo numero di Voci di dentro e che sono immagini di ordinaria quotidianità e dove si vedono persone nei cosiddetti passeggi, all'interno delle loro celle e nei corridoi. Le immagini sono state scattate nel luglio del 2015 al Don Bosco di Pisa (ma oggi in alcuni reparti è anche peggio) da Veronica Croccia e Francesca Fascione, e fanno parte di un reportage fotografico della Camera penale di Pisa "Come sabbia sotto al tappeto" in collaborazione con la direzione della casa circondariale "Don Bosco", patrocinato dall'Unione delle Camere Penali, dal Comune di Pisa e dall'Ordine degli Avvocati e realizzato da Serena Caputo, segretario della Camera penale (promotrice del progetto).
Foto scattate in un giorno qualunque e che si possono scattare in qualunque altro giorno e in tantissimi carceri. Soffermatevi un momento sulla foto dove si vedono le mani di un uomo che passano attraverso le sbarre sostenendo due piatti di plastica, quelli che solitamente usiamo per picnic o altro. Solo un cane, forse nemmeno un cane si tratta così.
Totalmente dipendente da qualcun altro, da chi ha deciso il momento della sbobba, da chi ha così organizzato quella parvenza di vita. Oppure soffermatevi sulle aree passeggio in quelle vasche di cemento o sulla cella col wc a vista. Immagini d'altri mondi e d'altri tempi. Altro che "detenuti troppo liberi" come li definisce Milena Gabanelli: le sarebbe sufficiente un giro all'interno, al giudiziario, ad esempio, tra tossicodipendenti arrestati e persi nel nulla, per buttare alle ortiche quell'articolo fatto solo con il cinismo della statistica. E per capire che cosa è e cosa fa un carcere e a chi.
Carcere "per rendere i detenuti disciplinati e docili" scriveva Foucault nel suo magistrale Sorvegliare e Punire. Forse sbagliando, da un certo punto di vista, come ci ha mostrato Kubrick in Arancia Meccanica. Perché la violenza, dolce o meno dolce che sia, e perché la divisione tra chi comanda e chi ubbidisce, e tra chi è e chi non è, o tra chi ha e chi non ha, come aveva detto Franco Basaglia... perché tutto questo costruisce e dà il senso al carcere, è la sua essenza. Perché tutto questo costruisce un luogo al quale nelle tante epoche della nostra storia umana, di volta in volta, si è cercato di dare un nuovo senso e una nuova funzione in aggiunta alle precedenti. Un luogo che non può avere senso, e non ha alcuna ragione di esistere.
Un luogo per il quale non ci sono, non possono esserci, passerelle, buoni propositi o promesse di cambiamento a meno che a monte non ci sia una rivoluzione culturale e una visione meno ideologica o populista. Una rivoluzione che passi prima nel far apporre un codice identificativo sulle divise e sui caschi degli agenti e poi ad eliminare tout court dal carcere la stessa polizia, idea peraltro già ipotizzata negli anni della riforma del 1975, portando all'interno non agenti, ma maestri, libri, sapere, lavoro. Senza coercizioni soprattutto ed eliminando l'idea del forgiare e punire attraverso la sottomissione (la cosiddetta pedagogia nera di D.G. Moritz Schreber) così cara a chi vuole far marcire la gente in galera. Senza più quella extraterritorialità su cui si basa la fortezza del carcere. Senza media e penale ben alleati nel nascondere, travisare e costruire la loro patologica e ansiolitica arealtà.
*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"
di Mauro Barberis
micromega.net, 17 luglio 2021
Le carceri, ancora. Come a Bolzaneto nel 2001, così a Santa Maria Capua Vetere, vent'anni dopo. Ci sono volute le immagini di una telecamera di sicurezza dimenticata accesa, e la visita ufficiale di un Presidente del Consiglio e di una Ministra della Giustizia, per accorgerci improvvisamente di quanto non volevamo vedere. Era il marzo dell'anno scorso, l'inizio della pandemia, e forse avevamo altro a cui pensare. Se non fosse che quando si parla di carceri c'è sempre qualcosa di più importante a cui pensare.
di Carmine Massimo Balsamo
ilsussidiario.net, 17 luglio 2021
Il sottosegretario Francesco Paolo Sisto: "Visita di Santa Maria Capua Vetere segnale del livello di attenzione del governo sul sistema carcerario". Carcere solo per i reati gravi: questa l'indicazione di Francesco Paolo Sisto. Il sottosegretario alla Giustizia ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de Il Mattino ed ha elogiato la visita del premier Draghi e del ministro Cartabia al carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo i recenti fatti di cronaca, un segnale che dimostra "il livello di attenzione del governo sul sistema carcerario".
di Ilaria Lombardo
La Stampa, 17 luglio 2021
Il ministro non esclude che Palazzo Chigi minacci la caduta del governo. Grillini divisi tra voglia di cambiare la norma e ricerca del compromesso.
A Palazzo Chigi cominciano a temere davvero che la riforma della giustizia possa finire in un incubo parlamentare senza alcuna via d'uscita. Attorno a Mario Draghi lo temono a tal punto che non escludono che il presidente del Consiglio possa chiedere di apporre il voto di fiducia tra venerdì 23 luglio, giorno in cui è previsto che il maxi-emendamento arrivi alla Camera, e il 26.
Il banchiere vuole che il pacchetto di proposte sul processo penale e sulla prescrizione preparato dalla Guardasigilli Marta Cartabia passi integro, senza modifiche, entro luglio alla Camera, e pochi giorni dopo al Senato. Solo così Draghi crede di assicurarsi l'ok alla riforma a cui sono vincolati i finanziamenti europei del Piano nazionale di rinascita e resilienza (Pnrr), e intende farlo prima che il semestre bianco, quando non sarà più possibile sciogliere le Camere, consegni ai partiti la libertà di sbarazzarsi della disciplina di governo. Draghi è impensierito dal M5S. In attesa di incontrare, lunedì o martedì, Giuseppe Conte il premier ha sondato Luigi Di Maio.
Il ministro degli Esteri non può nascondere che la gran parte dei 5 Stelle chiede di cambiare il testo e sa che questa è anche l'intenzione di Conte. Tra i ministri grillini Di Maio è stato il principale artefice della mediazione, a sostegno del compromesso a cui ha lavorato con Cartabia la sottosegretaria Anna Macina. Un compromesso che è stato disconosciuto dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, molto legato a Di Maio e amareggiato per il cedimento dei ministri a cui deputati e senatori avevano consegnato il mandato di astenersi in Cdm.
L'ex capo politico è molto preoccupato. Sente che l'umore a Palazzo Chigi non è dei migliori e teme che Draghi possa tornare a minacciare di salire al Quirinale per dimettersi come ha fatto per convincere i ministri 5 Stelle a dire sì alla riforma. Votare no o astenersi, è la preoccupazione di Di Maio, potrebbe significare un'immediata crisi di governo. Cosà farà, si chiede, il Movimento in caso di fiducia? C'è chi ricorda il precedente sul Tav Torino-Lione.
Agli sgoccioli del Conte 1, quando fu chiaro che il premier e il governo non potevano più fermare i lavori, come i grillini avevano promesso per anni, il Movimento 5 Stelle in Aula votò comunque contro. Quasi in solitaria: il voto si ridusse a pura testimonianza. Potrebbe succedere di nuovo. Ma questa volta portandosi dietro un'incognita: quale sarà la reazione di Draghi? Il premier dovrebbe accettare una prima seria sbavatura nella sua maggioranza e andare avanti così. Lo farà? Di Maio ha paura di no. Per questo, e per quanto può, sta consigliando prudenza, nella convinzione che la riforma poteva essere sì migliore, "ma potrebbe ancora essere peggiorata", se il testo verrà aperto alle modifiche del Parlamento.
La leadership di Conte ha già aperto una nuova fase. I deputati e i senatori del M5S cercano una dialettica più vivace con il governo e con Draghi. E sulla giustizia la maggioranza di loro ha ritrovato toni di intransigenza. Poi c'è qualcun altro che nelle chat si fa portavoce degli stessi timori di Di Maio, pensa che andare allo scontro con il premier possa rivelarsi controproducente e rilancia i sondaggi che danno i 5 Stelle in calo di due punti percentuali in appena un mese. Da giurista però Conte ne fa una questione di merito, oltre che di principio politico.
Per chi - come lui e altri - difende il vecchio testo della riforma Bonafede l'improcedibilità dopo i tempi prefissati per il giudizio in secondo grado e in Cassazione non può valere per reati anche gravi e per tutti i processi. Il clima è tesissimo. E lo prova cosa è accaduto ieri. È bastato che dal ministero della Giustizia arrivasse per errore un testo con la precedente formulazione dei tempi della prescrizione, peggiorativa per i grillini, per scatenare la rabbia del Movimento. Un piccolo incidente a cui hanno subito rimediato gli uffici di Via Arenula inviando una nota a Palazzo Chigi e trasmettendo alla Commissione Giustizia "il testo conforme e corretto a quello approvato dal Consiglio dei ministri". Quello che i ministri 5 Stelle hanno votato controvoglia e che ora i parlamentari proveranno in tutti i modi a cambiare.
La Nazione, 17 luglio 2021
L'obiettivo dell'iniziativa proposta dall'Università è ridurre il numero di nuovi casi di malattie infettive prevenibili da vaccino all'interno della popolazione carceraria. Con l'obiettivo di aumentare i tassi di vaccinazione nelle carceri di tutta Europa, è stato lanciato nelle scorse settimane il progetto "RISE-Vac: Reaching the hard-to-reach: increasing access and vaccine uptake among the prison population in Europe", che nei prossimi tre anni opererà per ridurre il numero di nuovi casi di malattie infettive prevenibili da vaccino all'interno della popolazione carceraria.
Guidato in Italia dall'Università di Pisa con il supporto delle principali istituzioni accademiche e sanitarie di diversi altri paesi, tra cui i Servizi Sanitari dei Paesi partecipanti, il progetto è stato finanziato dall'Unione Europea con oltre 1.5 milioni di euro. Il team di ricerca pisano è coordinato dalla dottoressa Lara Tavoschi, ricercatrice in Igiene generale e applicata al Dipartimento di Ricerca traslazionale dell'Università di Pisa e include anche la professoressa Laura Baglietto del Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale, l'assegnista Davide Petri e la dottoranda Sara Mazzilli.
Il principio chiave alla base del lavoro di RISE-Vac è che la salute nelle carceri è un problema di salute pubblica: molti detenuti trascorrono solo un breve periodo in carcere, con un rapido ricambio e rientro nella società dove possono mettere a rischio di malattia infettiva anche altre persone. Vaccinare i detenuti contro le malattie infettive protegge anche le comunità a cui appartengono.
"Più che mai, la pandemia di Covid-19 ha messo in luce la necessità di concepire e attuare interventi preventivi inclusivi - dichiara la dottoressa Lara Tavoschi - Avendo come obiettivo i detenuti, il progetto mira a migliorare lo stato di salute di questa popolazione e ad aumentare la consapevolezza del valore della assistenza sanitaria di qualità nelle carceri quale strumento per contrastare le disuguaglianze in salute e contribuire all'obiettivo globale fissato dall'OMS "Leave no one behind"".
Gli operatori sanitari e i ricercatori utilizzeranno metodi basati sui dati epidemiologici e sulle evidenze scientifiche per valutare lo stato dei servizi vaccinali nelle carceri, elaborare linee guida e identificare buone pratiche per programmi di immunizzazione efficaci. Verranno inoltre sviluppate risorse per la formazione e l'istruzione e per migliorare la conoscenza dei vaccini tra i detenuti e personale. "I detenuti hanno tra i più bassi tassi di copertura vaccinale in Europa - continua la dottoressa Tavoschi - Le conseguenze per la loro salute sono tanto maggiori in quanto sono anche uno dei gruppi di persone più a rischio per una serie di malattie infettive che i vaccini possono prevenire. Diversi fattori li rendono più vulnerabili: tendono a provenire da ambienti socialmente svantaggiati, spesso hanno scarsi livelli di istruzione, hanno maggiori probabilità di intraprendere comportamenti ad alto rischio e hanno scarso accesso a cure sanitarie adeguate. Di conseguenza, l'introduzione di programmi di immunizzazione più diffusi, coerenti ed efficaci nelle strutture carcerarie di tutta Europa ha il potenziale per offrire enormi benefici in termini di salute e benessere non solo ai detenuti, ma anche al resto della popolazione generale".
Nell'affrontare il problema, il progetto Rise-Vac riunisce le competenze e l'esperienza di numerosi esperti provenienti da più settori che lavorano nel campo della salute carceraria. I partner del progetto sono: Frankfurt University of Applied Sciences (Germania), ASST Santi Paolo e Carlo Presidio Ospedale San Carlo Borromeo (Milano), Department of Health - Public Health England (UK), National Administration of Penitentiaries (Moldova), Centre Hospitalier Universitaire Montpellier (Francia), Health Without Barriers (Italia), Cyprus National Addictions Authority (Cipro), Ministry of Justice and Public Order - Cyprus Prison Department (Cipro).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2021
Tutto è iniziato con lo "scoop" de L'Espresso, poi ripreso dal programma "Non è l'arena", condotto da Massimo Giletti, e addirittura, per conto del presidente Nicola Morra, è stata scomodata la commissione Antimafia per far luce sulla vicenda scarcerazioni. Parliamo ovviamente della polemica "scarcerazioni dei boss mafiosi", che poi boss non erano, tranne i tre al 41 bis malati gravemente, scaturita a detta dei professionisti dell'indignazione, dalla "famigerata" nota circolare del 21 marzo del Dap. Tra di essi, i professionisti delle indignazioni, anche giornalisti che ora falsamente spacciano per scoop la notizia data con mesi di ritardo sui pestaggi di Santa Maria Capua Vetere. Unica eccezione il professor Luigi Manconi che dalle colonne di Repubblica ha sempre mantenuto una coerenza encomiabile.
Addirittura, il magistrato Nino Di Matteo, intervenendo sempre alla trasmissione di Massimo Giletti, disse: "Con quella Circolare del 21 marzo del Dap, che ha consentito a boss mafiosi di uscire dal carcere, il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Ed è un segnale devastante, perché evoca, appunto, resa e arrendevolezza da parte dello Stato".
Ovviamente chi non è a digiuno di diritto penitenziario e conosce il sistema carcerario fin da subito ha detto una circolare è un atto amministrativo, non decide la "scarcerazione" dei reclusi. Sullo specifico si parla di una circolare maturata in un periodo di grave emergenza, quella del Covid 19 che si stava diffondendo nelle carceri. Quindi il pensiero è andato a tutti quei soggetti che per età e patologie potessero essere più esposti alla mortalità una volta contratto il virus.
La nota ha dato il via alle "scarcerazioni"? No. In realtà già prima della sua diramazione, alcuni giudici avevano iniziato a concedere i domiciliari anche ai detenuti in regime di Alta sicurezza. Di tutti quelli che hanno usufruito della detenzione domiciliare, una parte era relativa al pericolo Covid, ma la gran parte era dovuto dalle patologie gravi che li rendevano incompatibili con la carcerazione.
L'allora ministro della giustizia Alfonso Bonafede cedette alle pressioni ed emanò di fretta e furia il decreto antiscarcerazione. Il risultato? Tra il decreto e la pressione mediatica, i magistrati si sono irrigiditi e la concessione del differimento pena è diventata rarissima. Ciò sta provocando la messa in pericolo di diversi detenuti incompatibili con il carcere. Alcuni sono morti in carcere. Altri sono su quella via. Basti pensare al caso che Il Dubbio ha affrontato oggi sulla stessa pagina.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 luglio 2021
Solo un "errore materiale", dice via Arenula. Macché, ribattono i 5stelle, "una repentina marcia indietro rispetto a una norma che ci vedeva favorevoli". Sulla prescrizione della Guardasigilli Marta Cartabia scoppia un nuovo attrito. In un venerdì in cui i "professoroni" arrivano a Montecitorio per giudicare la riforma, è un comma di cinque righe a riaccendere lo scontro. Che riguarda però una legge famosa, la ex Cirielli di berlusconiana memoria.
Succede questo: alla Camera, in commissione Giustizia, mercoledì approda il testo della riforma del processo penale. Fresco di bollinatura della Ragioneria. All'articolo 14, tutto sulla prescrizione, contiene un comma che piace ai 5stelle. Lo aveva già proposto l'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi incaricato da Cartabia di presiedere il gruppo di lavoro sul processo penale, e loro erano d'accordo. Prevede che la durata della prescrizione sia pari al massimo della pena più la metà. Viene cancellata così la legge di Berlusconi, la ex Cirielli del 2005 che invece la rende pari al massimo della pena più soltanto un quarto.
Ma ecco la sorpresa. Ieri mattina giunge da via Arenula un altro testo, con la firma digitale di Cartabia. La ex Cirielli resta com'è. E le righe spariscono sostituite da altro. M5S s'insospettisce e s'arrabbia. Anche perché gli emendamenti di Cartabia erano già stampati e pronti per essere subemendati. È mezzogiorno, e gli animi si scaldano. Nel frattempo parte la sfilata degli esperti, l'Anm, toghe famose, notissimi avvocati, le Camere penali. A ridosso delle 19 una netta precisazione del ministero della Giustizia. Nessuna marcia indietro sulla prescrizione, ma solo un "errore materiale". Già chiarito con palazzo Chigi. Cosa sarebbe accaduto? Via Arenula ha inviato a Chigi un testo sbagliato della riforma rispetto a quello discusso in consiglio dei ministri. Un testo con la modifica della legge Cirielli che non figurava invece tra gli emendamenti ufficiali discussi e approvati durante il consiglio dei ministri di venerdì scorso. Chigi ha passato il testo alla Ragioneria che lo ha "bollinato". Tornato di nuovo alla Giustizia è stato girato alla commissione della Camera presieduta da Mario Perantoni di M5S.
Ovviamente l'articolo 14, quello sulla prescrizione, rappresenta il focus del testo. Il M5S lo legge e lo approva. Ieri mattina la doccia fredda. Ieri sera la "netta incredulità" rispetto alla precisazione del ministero. M5S non crede che un simile errore sia stato possibile proprio nell'articolo più importante di tutto il testo. Di certo c'è che la ministra Cartabia nega recisamente qualsiasi arretramento. Ma per M5S quella che invece viene considerata "una marcia indietro" finirà sul tavolo di Giuseppe Conte quando lunedì incontrerà Mario Draghi.
Le audizioni confermano intanto i pro e i contro sulla riforma, anche a sorpresa. L'avvocato Franco Coppi, che sembrava contrario, rettifica il tiro. "La prescrizione di Bonafede era una follia, il processo per l'eternità, oltre la vita degli interessati. Due-tre anni per Appello e uno, o uno e sei mesi, per la Cassazione mi paiono una dolorosa necessità". Per una Anm che con il presidente Giuseppe Santalucia boccia la riforma perché "più che accelerare il processo, lo elimina", ecco l'ex procuratore di Torino Armando Spataro "favorevole all'improcedibilità" perché "già oggi una larghissima maggioranza delle corti di Appello riescono a chiudere i processi in quei tempi". Certo, magari "un'amnistia per i reati minori sarebbe realistica". Ma Santalucia ribatte con un esempio: "Mi chiedo se il processo Rinascita Scott con tanti imputati si può concludere anche in tre anni".
E se l'ex sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, oggi giudice in Cassazione e vice presidente del centro Livatino, prevede che "tutti proporranno Appello anche per condanne minime, le corti tratterranno i nuovi processi e lasceranno al loro destino quelli precedenti provocando due amnistie", il penalista bolognese Vittorio Manes giudica la prescrizione "solo un frammento", mentre vede nella riforma molti aspetti positivi, a partire "dal pm che chiede l'archiviazione se la condanna non è certa, al gup che interviene sul non luogo a procedere". E poi bene il patteggiamento, bene le sanzioni pecuniarie, bene la giustizia riparativa, bene l'irrilevanza del fatto e la procedibilità a querela. Anche il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza depone l'ascia di guerra e dice di "non condividere affatto quel terrorismo comunicativo e mediatico secondo cui avverrà un cataclisma perché in due anni non si riuscirà a pronunciare sentenza di Appello".
Il M5S si prepara comunque alla battaglia della prossima settimana. Martedì le audizioni del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri chiesto dai grillini, che ha già bastonato la riforma definendola un'amnistia, e del procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho.
I subemendamenti scadranno nel corso della giornata. Gli ultimi, alle 18, sulla norma che piaceva ai 5stelle, ma che adesso non c'è più. Il traguardo della riforma in aula già venerdì 23 sembra davvero complicato. Anche se i partiti favorevoli a Cartabia, tutti tranne M5S e FdI, potrebbero ritirare gli emendamenti. Ma la discussione potrebbe slittare alla settimana successiva. Comunque prima di agosto. E prima del semestre bianco che Draghi vuole evitare.
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 17 luglio 2021
Mario Draghi riceverà Giuseppe Conte lunedì mattina. Dopo aver visto il segretario del Pd Enrico Letta, il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, il leader della Lega Matteo Salvini. È la prima volta, passaggio di consegne a Palazzo Chigi a parte, che i due si vedono faccia a faccia. Si sono già parlati al telefono però. Ancor prima che Conte si avviasse, come fa in queste ore, a prendere definitivamente la guida del Movimento.
I temi in agenda sono molti, dalla gestione della pandemia all'attuazione del Pnrr. Ma quello che preoccupa più di tutti, è la giustizia. "Per prima cosa confermerò l'appoggio del Movimento al governo", ha detto l'ex premier nelle riunioni di queste ore. Allarmato dalle voci che lo vedrebbero pronto a far saltare tutto una volta che sarà iniziato il semestre bianco, il periodo in cui - in attesa dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica - è impossibile che si sciolgano le Camere.
Massimo sostegno, dice quindi Conte. Con un ma che però potrebbe mettere tutto in gioco. "Sulla giustizia, anche il presidente del Consiglio deve capire che noi non possiamo vedere le riforme cui abbiamo lavorato e che avevamo promesso agli elettori smantellate una ad una". Non si tratta di bandierine, è il ragionamento. Non sono baluardi ideologici, ma impegni presi, mantenuti e ora messi in discussione con troppa facilità dalla nuova maggioranza. "Non potete chiederci di venire meno a promesse che avevamo fatto e che ci hanno consentito il successo del 2018", sosterrà il leader in pectore dei 5 stelle.
Ma su questo, anche Draghi ha intenzione di essere molto chiaro. La riforma del processo penale alla quale ha lavorato la ministra Marta Cartabia non è un capriccio. È una precisa richiesta dell'Europa, una condizionalità del Pnrr. Chiunque la fermerà dovrà assumersi la responsabilità delle conseguenze. Su questa e sulle altre riforme il premier vuole piuttosto accelerare il più possibile perché "ogni rallentamento costerebbe molto caro al Paese". In casa 5 stelle negano qualsiasi tentativo di dilazione.
Dicono piuttosto di avere in mente molte proposte che potrebbero cambiare la riforma senza tornare indietro al modello Bonafede, ma garantendo quel che considerano prioritario: che non ci siano processi che finiscono d'un colpo senza arrivare a un giudizio a causa dei tempi troppo brevi dell'appello. "Il Movimento aveva già proposto delle soluzioni durante il lavoro preparatorio con la ministra Cartabia, ripartiamo da lì", chiederà Conte. Perché "bisogna guardare alla situazione reale nei tribunali".
Il punto però non è la trattativa con Draghi o con Cartabia. E neanche con il Partito democratico, che difende la riforma. "un'occasione storica per uscire dalla guerra dei trent'anni tra giustizialisti e garantisti per convenienza". dice la responsabile giustizia in segreteria Anna Rossomando. Il punto è che se si riapre un testo che era il punto di caduta di richieste tra loro lontanissime (il pacchetto di emendamenti di Forza Italia lo aveva preparato Niccolò Ghedini), sarà molto complicato trovarne un altro.
Il Pd mette a disposizione il cosiddetto "lodo Orlando", quello per cui in appello se non si arriva a giudizio entro i due anni il processo non decade, ma riparte la prescrizione (cui va sottratto il tempo già trascorso per il procedimento). Ma nel caso si aprano spazi emendativi, ha anche tutta un'altra serie di proposte. "Noi rimaniamo fedeli all'idea che la riforma Cartabia vada nella giusta direzione", dice sempre Rossomando. Ma "siamo pronti a valutare aggiustamenti e noi stessi ne abbiamo, in particolare valorizzando ancora di più le pene alternative e la giustizia riparativa".
Insomma, i dem non intendono lasciare ai 5 stelle la bandiera della lotta a corruzione e concussione, per le quali hanno chiesto anche loro tempi più lunghi. Né a Italia Viva quella del garantismo e della preoccupazione per quel che avviene nelle carceri. Sulle quali ieri il Nazareno ha avviato una road map che parte dall'incontro con i Garanti di tutt'Italia e si concluderà con la presentazione di un piano per la riforma dell'ordinamento penitenziario.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 luglio 2021
Eppure la prescrizione come costruita dal governo non risolve il grande problema dell'eccessiva durata dei processi, secondo il penalista romano ed ex presidente dell'Unione camere penali italiane, Valerio Spigarelli. Per farlo, bisognerebbe intervenire principalmente sull'obbligatorietà dell'azione penale.
Il ddl penale è stato assorbito da una sola questione: la riforma della prescrizione. È su questo che si è concentrata anche gran parte delle audizioni, che continuano a svolgersi in commissione Giustizia alla Camera prima dell'approdo del testo in aula. Eppure la prescrizione come costruita dal governo non risolve il grande problema dell'eccessiva durata dei processi, secondo il penalista romano ed ex presidente dell'Unione camere penali italiane, Valerio Spigarelli. Per farlo, bisognerebbe intervenire principalmente sull'obbligatorietà dell'azione penale.
Perché si discute solo di prescrizione?
Perché è diventata una bandiera politica, impugnata spargendo retorica e anche informazioni inesatte.
Quali sono le inesattezze?
Tutti sanno benissimo che i motivi per cui i processi si prescrivono non sono legati alla procedura, basta guardare i dati. Il maggior numero di prescrizioni matura nel corso delle indagini preliminari, quindi prima che si celebri il processo e prima che gli avvocati possano toccare palla.
C'è chi obietta, però, che le lungaggini architettate dagli avvocati permettano di far scattare la prescrizione, prima quella sostanziale e oggi quella processuale in appello...
È una affermazione fondata sull'ignoranza sia della giurisprudenza che delle norme processuali. Ogni richiesta di legittimo impedimento che riguardi l'assistito o il difensore, ma anche le richieste di ricusazione, provocano una stasi del decorso della prescrizione.
Qualche escamotage potrebbe essere trovato con i due anni tassativi previsti per l'appello e l'uno per la cassazione?
In appello i tempi sono brevissimi perché si tratta di un grado di giudizio che effettua un controllo di merito su una sentenza già emanata, dunque tendenzialmente si risolve in una sola udienza di discussione, che al massimo può essere dilazionata di più udienze se particolarmente gravosa. In Cassazione si tratta di un falso problema perché viene dichiarato inammissibile più del 60 per cento dei ricorsi presentati e quelli ammessi vengono smaltiti in un tempo inferiore agli otto mesi dettati dai desideri dell'Ue.
Nessuna possibilità di allungamento dei tempi, quindi?
L'unico che potrebbe portare all'allungamento dei tempi dell'appello è il caso della richiesta di rinnovazione del dibattimento. Tuttavia si tratta di una richiesta accolta in via eccezionale e solo se ritenuta indispensabile. In questo caso, in appello possono essere sentiti nuovamente alcuni testimoni, si può rinnovare una perizia e dunque servono più udienze. Tutto, però, passa per il vaglio del giudice.
Eppure la prescrizione in alcuni casi scatta e i processi in Italia durano molto più che nel resto d'Europa. Quali cause ha questo allungamento dei tempi?
I tempi dei processi sono determinati da due diversi aspetti. Il primo sono le carenze della macchina organizzativa, basti pensare che a Roma il tribunale penale e la corte d'appello distano 50 metri ma un fascicolo per passare da un palazzo all'altro impiega un anno. Il secondo è un problema di carico generale, causato dall'obbligatorietà dell'azione penale.
Il ddl penale, preso nel suo complesso, affronta questi aspetti?
La commissione Lattanzi li ha messi sul tavolo. Ha rilevato che non tutte le corti d'appello hanno problemi di smistamento: comparando corti simili per dimensioni, emerge che alcune hanno tempi più che accettabili e altre no e questo dimostra che il problema è la cattiva organizzazione. Quanto all'obbligatorietà dell'azione penale, per sturare un sistema intasato è necessario un filtro a monte che ingolfi di meno la macchina giudiziaria e si era immaginato di introdurre forme di discrezionalità controllata.
Poi però non sono confluite nel testo definitivo...
No, per questo penso che il ddl penale sia un'occasione mancata, che anzi solleva in me alcuni timori. Non ultimo quello che, a causa della prescrizione processuale nel grado d'appello, diventerà ancora più raro e difficile vedere accolta la richiesta di rinnovare il dibattimento.
Teme una contrazione del diritto di difesa?
Sono pronto a scommettere che la tagliola dei due anni in appello si tradurrà in una giurisprudenza restrittiva per la difesa, con una riduzione ulteriore dei casi di rinnovazione dibattimentale.
In pochi anni, la prescrizione è cambiata tre volte: riforma Orlando, riforma Bonafede e ora quella di Cartabia. Lei quale preferisce?
Piu razionale era quella di Orlando perché manteneva l'istituto della prescrizione sostanziale, a cui inseriva dei periodi di sospensione. Sia pure forse troppo ampi.
Quella attuale non la convince, quindi?
Quella attuale è una sorta di riforma Orlando, camuffata per motivi politici perché bisognava permettere ai Cinque stelle di dire che la prescrizione rimane stoppata dopo il primo grado. Il risultato è un ibrido a due teste, con la prescrizione sia sostanziale che processuale che - temo - provocherà grossi problemi.
Per esempio?
Se si ritiene che la norma sulla prescrizione in appello e in cassazione sia di tipo processuale, allora vale il principio del "tempus regit actum", ovvero che l'atto è regolato dalla legge vigente. Risultato: l'istituto processuale si applica anche ai procedimenti passati e anche nel caso in cui ciò sia sfavorevole. Il tutto potrebbe produrre ricorsi alla Corte costituzionale, che potrebbe dover valutare se la prescrizione, pur essendo processuale, provochi effetti sostanziali e quindi non valga il "tempus segit actum".
Come si sarebbe potuto evitare questo problema?
Nel modo più semplice per l'ordinamento ma impossibile per la politica: ripristinando la prescrizione sostanziale e calibrando le sospensioni come faceva la legge Orlando.
Tra i problemi della riforma Cartabia, qualcuno sottolinea anche il fatto che, in astratto, il processo di primo grado potrebbe svolgersi in tempi rapidissimi ma poi potrebbe prescriversi comunque per colpa di appello e cassazione, anche prima del termine di prescrizione sostanziale che si interrompe col primo grado...
Ma potrebbe succedere anche il contrario. Prendiamo un reato con un tempo di prescrizione molto lungo come l'estorsione: la sentenza di primo grado arriva dopo 10 anni meno un giorno e quindi la prescrizione non scatta, così ai 10 anni se ne sommano altri tre tra appello e cassazione.
Quale sarebbe la soluzione migliore in assoluto, secondo lei?
Partendo dalla riforma Orlando, si sarebbe dovuto calcolare quale è la congrua durata di un processo, calcolata però a partire dalle indagini preliminari e fino alla sentenza passata in giudicato. L'errore è stato quello di dividere e fissare i tempi per fasi processuali.
Prendendo il ddl penale nel suo complesso, si ridurrà la durata dei processi?
Non credo. Per me esiste un errore di fondo: questo governo ripete che sta facendo riforme epocali, allora questo era il momento di una riforma costituzionale. L'eccessiva durata dei processi è causata dall'obbligatorietà dell'azione penale e più in generale da uno squilibrio del sistema processuale, che si possono correggere solo mettendo mando alla Costituzione.
Le si può obiettare che non ci sono i tempi per come chiesti dall'Ue...
Io credo che, se fosse esistita la stessa determinazione politica che Mario Draghi ha usato su altre questioni, una soluzione come quella della riforma costituzionale avrebbe risolto una volta per tutte il problema dei tempi della giustizia. E l'Europa non si sarebbe certo messa di traverso, bloccando i fondi del Recovery.
Che cosa imputa a questo governo, quindi?
La mancanza di coraggio nel seguire le indicazioni corrette che la commissione Lattanzi aveva dato. Un coraggio politico che temo mancherà anche su un altro aspetto: per far ripartire sistema come quello della giustizia, bisogna prima svuotarlo e ripulirlo. In due parole, servirebbero un'amnistia e anche un indulto, viste le condizioni delle nostre carceri. Ma dubito che si faranno.
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