di Liana Milella
La Repubblica, 7 giugno 2021
L'ex Guardasigilli ed ex presidente della Corte costituzionale: "Ammiro Cartabia ma temo che la ricerca del consenso di tutti acuirà le divisioni. I referendum di Salvini? La sconfitta del Parlamento"
di Stefano Feltri
Il Domani, 7 giugno 2021
Il caso Uggetti e i referendum sulla Giustizia. Il fatto che i magistrati siano poco difendibili come categoria ha aperto una finestra per quella falange organizzata, dalla fedina penale non sempre immacolata, che dai tempi di Mani Pulite pensa che il problema dell'Italia sia il sistema giudiziario.
di Salvo Toscano
livesicilia.it, 7 giugno 2021
Intervista al giurista. "I referendum? Tentato di sostenerli ma la condotta di Salvini è ambigua". Giovanni Fiandaca, giurista da sempre in trincea in difesa del garantismo coerente con lo spirito costituzionale, intravede un momento di speranza per la giustizia italiana. Dopo anni difficili. Il docente di diritto penale confida nella riforma che verrà della ministra Cartabia ma mette in guardia dai garantisti dell'ultima ora a cui confessa di guardare con sospetto.
La Notizia, 7 giugno 2021
"Il magistrato sceglie di candidarsi in politica? Eletto o non eletto, non può poi tranquillamente tornare a fare il PM o il Giudice. Va precisato ben chiaro nella legge, e questa riforma ne è l'occasione. Le 'porte girevoli' fanno male alla politica ed alla giustizia". È quanto ha detto, su Twitter, Enrico Costa deputato e responsabile giustizia di Azione, in relazione al pacchetto di emendamenti al disegno di legge sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario.
Il Dubbio, 7 giugno 2021
Lettera aperta a Mattarella e Cartabia dopo il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma che che prevede l'allontanamento del figlio di Laura Massaro, la decadenza dalla responsabilità genitoriale per la mamma e la sospensione di ogni rapporto tra il bambino e sua madre.
"Il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma che prevede l'allontanamento forzoso del figlio undicenne di Laura Massaro, la decadenza dalla responsabilità genitoriale per la madre e l'interruzione di ogni rapporto fra madre e figlio, è l'esito di una vicenda divenuta emblematica. Da anni il caso di Laura Massaro e di altre madri, i cui figli sono stati da loro separati, talvolta anche con l'uso della forza pubblica, scuotono l'opinione pubblica e sono all'attenzione di parlamentari, associazioni e Centri antiviolenza".
A dirlo è la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della commissione Femminicidio e violenza di genere, dopo la decisione del 4 giugno del Tribunale per i minorenni di Roma. Laura Massaro, che da anni combatte perché il figlio non le sia sottratto, "è giudicata una madre ostativa, in quanto si sarebbe tenacemente opposta alla ripresa di una relazione tra il figlio e suo padre", spiega Valente. "Secondo i giudici minorili - aggiunge - questo giustifica l'allontanamento del bambino, il suo collocamento in una casa famiglia e l'interruzione di qualunque rapporto con sua madre, l'unico genitore con il quale è cresciuto e con il quale ha una stabile relazione affettiva.
Non è superfluo chiedersi se è peggio la medicina o la malattia, e come sia possibile non verificare preventivamente i potenziali effetti traumatici del prelevamento forzoso del bambino da parte di persone sconosciute, in parte poliziotti in borghese, del suo sdradicamento dall'ambiente domestico in cui è cresciuto, dai suoi punti di riferimento abituali. Il suo collocamento in un luogo ignoto e segreto, in una condizione di totale isolamento dai suoi affetti e dalle persone che conosce, coincide davvero con il suo interesse superiore? E siamo davvero sicuri che questa sia la strada per affermare il principio della bigenitorialità?"
Sul caso di Laura Massaro è intervenuta anche l'Associazione D.i.Re - Donne in rete contro la violenza, con una lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alle ministre della Giustizia Marta Cartabia e delle Pari opportunità Elena Bonetti, nonché a David Ermini, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché "sia posto termine alla pratica di mettere in Comunità i minori per rieducarli alla relazione con il padre rifiutato".
La lettera ricorda le diverse Ordinanze della Cassazione contro il costrutto della "alienazione parentale" utilizzato nei tribunali civili e minorili, e chiede "una formazione adeguata - così come previsto dalla Convenzione di Istanbul - di tutti/e coloro che operano nel sistema giustizia, formazione che deve coinvolgere i centri antiviolenza ed essere incentrata sulla prevenzione della vittimizzazione secondaria e sul superamento degli stereotipi di genere che ancora condizionano l'operato dei tribunali penali, civili e minorili che affrontano casi di violenza maschile contro le donne e violenza assistita".
"I centri antiviolenza della rete D.i.Re seguono moltissime donne che affrontano processi di separazione e affidamento in cui la violenza subita e la violenza assistita non vengono riconosciute, in cui le CTU giudicano le donne attraverso le lenti della PAS pur senza nominarla", afferma Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, sottolineando che "Le istituzioni non possono continuare a restare mute di fronte alle sofferenze inaudite inflitte a bambini e bambine e alle loro madri".
"L'ultimo in ordine di tempo seguito da un centro antiviolenza della nostra rete - si legge nella lettera - riguarda il forzato allontanamento di due bambini accuditi dalla madre perché si sono rifiutati di incontrare il padre. La madre ha chiesto alle istituzioni di proteggere i figli ma il tribunale non ha guardato ai fatti messi in atto dal padre bensì ha richiamato la CTU, già incaricata in precedenza per una prima valutazione sul nucleo familiare, perché rinnovasse il suo lavoro alla luce delle questioni poste. È così che è stata posta attenzione solo alle ritrosie dei minori a riprendere una relazione con il padre e non alle ragioni del rifiuto. Oggi i bambini sono lontani dalla loro casa, dalle loro relazioni amicali e dalla madre".
di Alessandro Di Battista
Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2021
Nell'estate di 29 anni fa, Riina era raggiante. "Giovanni, si sono fatti sotto. Insistiamo. Gli ho fatto un papello di richieste grande così". Sono parole di Riina e quel Giovanni è Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato, assassino di Falcone e mandante dell'omicidio del piccolo Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo, uomo d'onore del clan di Altofonte il quale, arrestato dopo la strage di Capaci, aveva deciso di pentirsi. Brusca è stato appena scarcerato.
Uno dei killer più crudeli della mafia, autore di decine di omicidi nonché collaboratore di Riina nella fase stragista, è uscito dal carcere. "Se lo incontro non so che succede", ha detto Santino Di Matteo. Come dargli torto. Il punto è che la legittima indignazione non deve mai ottenebrare il ragionamento. Soprattutto nei tempi oscuri che stiamo vivendo, tempi di restaurazione anche per quel che concerne la lotta alla mafia. Qui nessuno chiede il perdono per Brusca.
Perdonare sarà anche divino, ma siamo uomini e nessuno può costringerci a farlo. Io non perdono Brusca, non perdono Riina, non perdono Provenzano, non perdono chi ha trattato con la mafia dopo Capaci accelerando l'assassinio di Borsellino. Non perdono ma difendo la legge sui pentiti. Ogni pentito, chi più chi meno, si è macchiato di tremendi delitti prima di pentirsi. Per caso erano uomini onesti i Salvatore Grigoli, assassino di Don Puglisi, i Gaspare Spatuzza, killer di Brancaccio, i Francesco Di Carlo, testimone chiave al processo Dell'Utri? Era un santo Buscetta, il boss che testimoniando al maxi-processo permise la condanna di centinaia di mafiosi?
Fa scalpore che colui che pigiò il telecomando a Capaci sia stato scarcerato grazie ad una legge voluta dal giudice che fece saltare in aria. Ma è la legge, ed è una legge da difendere. Brusca non è il primo pentito che esce di prigione dopo aver "parlato". Qualcuno, oggi, vorrebbe fosse l'ultimo. O meglio vorrebbe che fosse l'ultimo boss ad uscire dopo aver vuotato il sacco (o parte di ecco). Esistono i collaboratori di giustizia ed esistono coloro che, forse senza neppure accorgersene, "collaborano" con le cosche rilanciando le loro richieste. Fu Brusca in persona a raccontare agli inquirenti quell'incontro con Riina dopo la strage di Capaci.
"Giovanni si sono fatti sotto" disse il capo dei capi. Traduzione? "Lo Stato ci ha cercato, le stragi funzionano. Possiamo alzare il tiro". Se nel nostro ordinamento non ci fosse la legge sui pentiti voluta da Falcone, Brusca avrebbe mai raccontato quell'episodio? Sono immorali le scarcerazioni dei boss pentiti? Può darsi. Ma la morale lasciamola ai moralisti, chi combatte la mafia ha il dovere di essere pragmatico. Quanti omicidi sono stati evitati grazie ai pentiti? Quanti assassini sono finiti in cella grazie alle loro confessioni?
Si ritiene che Brusca non abbia detto tutto. Probabile. Così come non disse tutto Buscetta. "Non mi chiedete chi sono i politici compromessi con la mafia perché se rispondessi, potrei destabilizzare lo Stato" disse Buscetta a Falcone. E sempre Buscetta, nel 1999, a La Repubblica disse: "I collaboratori hanno perduto tempo. Tutti, e soprattutto negli ultimi due anni, non hanno fatto altro che parlare male di loro". Ciò che avviene oggi. Attaccare Brusca è facile. Accorgersi che alcuni lo stanno facendo per colpire il pentitismo, ovvero una delle armi principali in mano agli inquirenti, è più difficile. La riforma della legge sui pentiti era una delle richieste che Cosa nostra avanzò durante la trattativa.
Chi oggi attacca i pentiti si posiziona, consapevolmente o meno, dalla parte dei boss. Di quei boss che non si pentono (vedi i fratelli Graviano) perché attendono che il solo dissociarsi dalla mafia, atto che non prevede alcuna confessione, potrà garantirgli sconti di pena. In tal senso l'attacco all'ergastolo ostativo - ovvero niente sconti per chi non si pente - rischia di esaudire una delle richieste contenute nel papello. La verità è che ci sono pentiti e pentiti. Dei collaboratori di giustizia che parlano di altri criminali importa poco o nulla.
Al contrario i pentiti che osano menzionare politici o pezzi delle istituzioni vanno delegittimati affinché nessun altro si azzardi a fare altrettanto. Fu Enzo Brusca ad uccidere materialmente il piccolo Di Matteo su ordine di suo fratello Giovanni. A raccontare i particolari macabri dell'assassinio fu Vincenzo Chiodo, il quale, insieme a Brusca junior strangolò il bambino prima di scioglierlo nell'acido. Enzo Brusca è stato scarcerato nel 2003 ma la cosa fece meno scalpore. Anche lui ha ottenuto uno sconto di pena per essersi pentito.
Anche lui ha fornito agli inquirenti utili informazioni, ma a differenza del fratello, non ha parlato del papello, della Trattativa Stato-mafia e di un lussuoso orologio che sarebbe stato visto al polso di Berlusconi da Giuseppe Graviano. Nell'Italia della restaurazione c'è chi combatte affinché i pentiti si pentano non di aver sparato, ma di aver parlato troppo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 giugno 2021
"No alle rievocazioni inopportune, senza ridurre la libertà di stampa", dice il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Verna. Ma il potere dei media è assoluto. Notizia di 10 giorni fa: lo scorso 28 maggio il Tribunale di Napoli ha deciso che nel caso della piccola Fortuna Loffredo e di suo padre Pietro, il diritto all'oblio non vale. Parliamo della bambina uccisa nel 2014, quando aveva 6 anni, scaraventata giù dall'ottavo piano dopo essersi opposta all'ennesimo abuso sessuale, nella più disumana delle periferie degradate di Napoli, il "Parco Verde". Su di lei è in arrivo un film, il papà di Fortuna ha cercato inutilmente di bloccarne l'uscita.
da coop La Valle di Ezechiele
Milano Sette, 7 giugno 2021
I progetti de "La Valle di Ezechiele" a favore degli ospiti di Busto Arsizio. Si passa facilmente davanti alla Casa circondariale di Busto Arsizio. Non sempre ci si guarda dentro, se non per qualche giudizio o qualche scongiuro. La Quaresima 2021 ha visto invece affacciarsi tanta gente, la cui sensibilità è stata mossa anzitutto dai propri pastori, che hanno acceso il microfono a don David Maria Riboldi, cappellano della Casa circondariale, per aprire una finestra sul mondo carcere e chiedere una mano a sostenere i progetti di rinascita da lui promossi, avviando la cooperativa sociale "La Valle di Ezechiele".
La raccolta fondi per borse lavoro a sostegno dell'occupazione di persone in esecuzione penale esterna aveva nome "Fuori dal giro" con lo scopo di non far riaccedere a certi giri, le persone al lavoro in cooperativa. Al momento sono 4 le persone che lavorano in esecuzione penale esterna al penitenziario: la magistratura ha loro concesso il domicilio a casa, grazie all'offerta di lavoro della cooperativa, che si occupa di sbavatura della gomma in conto terzi, in un capannone in affitto a Fagnano Olona.
La disponibilità all'accoglienza di don David nelle celebrazioni delle parrocchie, tra quaresimali dei venerdì e sante Messe domenicali, ha permesso di raggiungere circa 2.500 persone in 13 predicazioni. A lui si è aggiunta la spontanea partecipazione di mons. Raimondi, cui le persone, recluse a Busto, dedicarono un pastorale da loro creato nella falegnameria interna: la sua predicazione ha reso vicina la lontana Treviglio, che ha preso parte alla raccolta. Tante persone hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di concreto.
La raccolta fondi, promossa dai parroci nelle comunità cristiane, promossa online sul sito "Buona Causa" e giunta attraverso donazioni personali (anche di singoli sacerdoti che hanno vissuto la propria Quaresima così) ha totalizzato la cifra di 25.889,62 euro. A tanta Provvidenza si è aggiunta la Fondazione Giannina, presieduta da mons. Severino Pagani, prevosto di Busto, che ha elargito 5 mila euro a sostegno dei nostri progetti.
Grazie a quanto raccolto, il Consiglio d'amministrazione della Cooperativa ha inviato il 24 maggio scorso, all'area educativa della Casa circondariale di Busto, la disponibilità all'assunzione di altre due persone, che potranno vivere così un nuovo ingresso nella società, grazie alla proposta di inserimento lavorativo de "La Valle di Ezechiele".
Ringraziamo tutti coloro che hanno preso parte a questa raccolta, ai parroci dal cuore grande, che hanno aperto le porte delle proprie chiese a questo progetto, ai tanti che hanno messo mano al portafoglio, perché il cuore sentiva che "era giusto così", alla Fondazione Giannina che mostra sensibilità per nuovi progetti sul territorio. A breve sarà messo online il sito della cooperativa, da cui sarà possibile vedere i due nuovi progetti di lavoro, cui stiamo alacremente lavorando e in cui saranno impiegate le nuove persone che siamo in procinto di assumere.
Da ultimo, La Prealpina del 25 maggio ha ricordato come solo nel 2013 l'istituto penitenziario di Busto Arsizio causò una condanna della Corte europea per i diritti dell'uomo all'Italia, a causa del sovraffollamento e degli spazi considerati angusti al punto da essere definiti un "trattamento contrario ai sensi dell'umanità", ossia "disumano".
La nostra cooperativa, scarcerando persone, va a deflagrare l'alto numero delle persone recluse (oggi si sfiorano i 400 detenuti, rispetto ai 240 posti di capienza ufficiale, come dal sito del Ministero). La nostra cooperativa, inserendo le persone nel mondo del lavoro e offrendo un nuovo tessuto relazionale, produce sicurezza, motivando le persone a non più accedere al mondo della delinquenza. Ancora grazie a quanti credono nell'opera che il Signore ci dà da compiere.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 7 giugno 2021
Una "Maratona" organizzata dalla Camera penale con artisti, politici, docenti. Il rocker: "Tenete duro, anche io ho conosciuto la vostra condizione".
"Tenete duro, capisco la condizione di stare in carcere. Condizione che tra l'altro ho conosciuto". L'incoraggiamento di Vasco Rossi ai detenuti della Dozza è arrivato ieri mattina durante la "Maratona oratoria" organizzata dalla Camera penale di Bologna per chiedere un nuovo approccio al tema della rieducazione carceraria di chi "pur avendo sbagliato ha diritto a condizioni di vita dignitose".
Vasco è stato tra i primi artisti, assieme ad Alessandro Bergonzoni, Gaetano Curreri, Franco Eco e Luca Bruno, a dare la propria adesione alla giornata che ha voluto rimettere al centro del dibattito il tema della giusta pena in relazione alla vita in carcere. "Capisco la rabbia e la tristezza che provate - ha detto il rocker in un video. Fate come me, cercate di dare un senso a quell'esperienza anche se quell'esperienza un senso non ce l'ha".
Il cantante ha ricordato: "La pandemia è stata durissima fuori dal carcere, figurarsi all'interno". Vasco ha poi invitato quanti stanno dietro le sbarre a "non mollare". Bergonzoni ha invece dedicato ai detenuti una lunga lettera nella quale ha "chiesto scusa" per le condizioni in cui vivono: "È giusto che chi ha commesso errori paghi, non è però da paese civile che debba pagare due o tre volte".
Secondo l'attore "si deve continuare a lavorare affinché nelle carceri entri il lavoro, il cinema, la scrittura, la bellezza, perché è attraverso queste esperienze che si può costruire un futuro all'esterno". Ed ha aggiunto: "Quelli che dicono che bisogna buttare la chiave non hanno mai trascorso un giorno in carcere, io credo invece che la parola da usare sia sempre perdono. Sappiate che non siete soli". All'iniziativa hanno preso parte anche personaggi del mondo dello sport, politici di tutti gli schieramenti, sindacalisti della polizia penitenziaria, docenti universitari e soprattutto operatori che a vario titolo si occupano di detenzione e reinserimento sociale. Il cardinale Matteo Zuppi ha sottolineato come sia "sempre necessario sostenere chi nella sua vita attraversa un momento di difficoltà".
La Stampa, 7 giugno 2021
L'organizzazione ha pubblicato uno studio sulla povertà educativa dei giovani, realizzato con Cremit: 1 su 7 non ha un pc a casa e quasi la metà non sa riconoscere una notizia falsa. Vengono chiamati "nativi digitali" e quest'anno a causa del Covid hanno lavorato soprattutto in Dad, ma ben il 29,3% di questi ragazzi non è in grado di scaricare un file da una piattaforma della scuola; il 32,8% non sa utilizzare un browser per l'attività didattica; l'11% non è capace di condividere uno schermo durante una chiamata con Zoom. Emerge dalla prima indagine pilota sulla povertà educativa digitale realizzata da Save The Children che ricorda, dati Istat, come il livello della povertà assoluta tra i minorenni nel 2020 abbia raggiunto il top dal 2005: in Italia sono un milione e 346 mila (13,6%), +209mila sul 2019.
Lo studio di Save the Children, in collaborazione con il Cremit, è il risultato di un questionario somministrato ad un campione di 772 bambini di 13 anni, che frequentano l'ultima classe della scuola secondaria inferiore, in 11 città e province: Ancona, Chieti, Mestre, Milano, Napoli, Udine, Palermo, Roma, Torino, Velletri, Sassari. I risultati indicano che un quinto dei ragazzi (il 22% contro il 17% delle ragazze) non è in grado di rispondere correttamente a più della metà delle domande proposte per valutare le competenze sugli strumenti digitali, né tantomeno eseguire semplici operazioni, del resto quasi 1 ragazzo su 3 non ha un tablet a casa e 1 su 7 neanche un pc e l'82% dichiara di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola.
Più della metà (54%) del campione vive in abitazioni dove ciascun membro della famiglia ha a disposizione meno di un dispositivo. Circa il 10% degli studenti che hanno partecipato all'indagine pilota non è in grado di riconoscere una password di sicurezza media o elevata. Quasi un terzo (31,1%) pensa che l'età minima per avere un profilo sui social, ad esempio Tik Tok o Instagram, sia inferiore ai 13 anni. Circa il 7% pensa che l'età per poter accedere ai social sia 10 anni o meno. Inoltre, il 30,3% non conosce i passaggi necessari a rendere un profilo Instagram accessibile soltanto ai propri amici e non pubblico. Il 56,8% invece non è a conoscenza delle regole relative alla cessione ai social della propria immagine, mentre il 46,1% non è in grado di riconoscere una fake news riguardante l'attualità.
Ed è sempre Save The Children, che in 10 mesi ha raggiunto 160.000 bambini, bambini e adolescenti le loro famiglie e docenti in 89 quartieri deprivati di 36 città e aree metropolitane con il proprio intervento di contrasto agli effetti del Covid-19, a rilanciare la campagna "Riscriviamo il futuro", per combattere la povertà educativa e digitale. La organizzazione invita a firmare il manifesto scritto in collaborazione con i ragazzi del Movimento Giovani Sottosopra, che chiedono "di uscire dall'invisibilità e di essere al centro delle politiche di rilancio del Paese, con maggiore attenzione alla scuola e alle opportunità educative".
Simbolo della campagna sono gli occhiali rossi che Save The Children "chiede a tutti di indossare per veder finalmente meglio i bisogni, le esigenze e i desideri dei ragazzi". La campagna riparte con una prima settimana dedicata alla sensibilizzazione sui canali Rai, grazie al sostegno di Rai per il Sociale, e andrà avanti con iniziative e partnership che hanno come obiettivo quello di rendere i bambini protagonisti dei mesi che verranno. Testimonial è Cesare Bocci che in un video spot della campagna ha intervistato e ascoltato i piccoli e accolto la richiesta di essere guardati e ascoltati.
- Perché dovremmo regalare i vaccini ai Paesi poveri
- Porto Azzurro (Li). Cena solidale al carcere, l'iniziativa della scuola "Foresi" e della Direzione
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