di Francesco Bei
La Repubblica, 17 luglio 2021
La porta per la libertà è il vaccino, ma la chiave per spalancare quella porta è il Green Pass. Il governo, preso in contropiede da quello che sembra l'inizio di una quarta ondata, lo renderà obbligatorio a partire da agosto. È il lasciapassare per restare aperti, per non perdere tutte quelle piccole e grandi possibilità che ci siamo pian piano concessi - uscire la sera, andare al cinema, valicare i confini regionali e nazionali, entrare in un locale - e che ci sembrano restituire finalmente gusto alla vita dopo un anno di privazioni.
Ce le siamo meritate queste libertà e guai a chi ce le vuole togliere con la suprema impostura della dittatura sanitaria, ultimo rifugio di una destra che finora le ha sbagliate tutte. Una destra "unfit" quella italiana, che è stata paladina della lotta contro le mascherine (qualcuno ricorda i convegni no mask persino in Parlamento?), poi contro i lockdown che hanno fatto abbassare i contagi, contro la chiusura delle discoteche la scorsa estate, per le riaperture scriteriate quando la morte mieteva ancora ogni giorno decine di vittime e infine contro i vaccini e l'obbligo di Green Pass.
Una destra di leader non ancora vaccinati, i cui giornali sono sovente cassa di risonanza di ogni schiuma complottista, di ogni panzana trovata nella Rete contro la campagna di inoculazione di massa, una destra i cui editorialisti possono scrivere impuniti che "vaccinare i ragazzi è un crimine" mentre la comunità degli scienziati spiega ogni giorno che la variante Delta corre soprattutto tra i più giovani. Una destra, questo è il paradosso più grande, che per tutelare economicamente la sua constituency elettorale dovrebbe essere la prima sostenitrice del Green Pass obbligatorio, visto che se vogliamo tenere ancora tutto aperto (eccome se lo vogliamo) l'unico modo è far sì che i non vaccinati siano messi in condizione di non fare del male agli altri. Perché purtroppo bisogna dirlo in maniera chiara. Si sta avvicinando il momento in cui tutti quelli che volevano essere vaccinati hanno trovato una fiala disponibile.
I non vaccinati, a quel punto, lo saranno per loro scelta. Le liste di attesa sono infatti quasi esaurite e fa male leggere sul report di ieri dell'Istituto Superiore di Sanità che ci sono ancora 2 milioni e mezzo di cittadini over 60 renitenti alla puntura. I più giovani hanno la giustificazione dell'età e in fondo il Covid per loro è meno grave. Ma questi anziani no vax chi sono? Perché non hanno sentito la responsabilità, proteggendo loro stessi, di proteggere la comunità?
La situazione sta sfuggendo di mano e l'analisi statistica ci aiuta a vedere avanti di qualche settimana. L'Rt è in crescita e passa dallo 0,66 della settimana scorsa allo 0,91 di questa settimana. Silvio Brusaferro, presidente dell'Iss, ha spiegato che è inutile farsi troppe illusioni per il fatto che ancora le ospedalizzazioni restano basse. Sappiamo infatti che l'Rt "si muove per primo, poi arrivano i casi sintomatici e poi i ricoveri". È la logica. Quello che accade a Londra ci fa vedere in anticipo dove saremo da qui a un mese: in Inghilterra ieri hanno superato 50 mila casi per la prima volta da gennaio, con 49 morti. Ci stiamo andando dritti, ma a differenza dello scorso autunno possiamo contare su un formidabile alleato, anzi due: il vaccino e il Green Pass. Sono questi gli unici strumenti (insieme alle mascherine) per evitare l'incubo delle zone rosse e del ritorno ai confinamenti.
Siamo perciò arrivati al punto in cui la libertà di non vaccinarsi confligge con la libertà dei vaccinati di riprendere a vivere. Il compromesso tra questi due diritti in conflitto, se vogliamo evitare di arrivare all'obbligo di vaccinazione, è proprio il Green Pass. Sei libero di non vaccinarti e di giocare alla roulette con la tua vita, ma non puoi mettere in pericolo gli altri. Dunque, se vuoi salire su un treno o affollare un ristorante o sederti al cinema accanto a un vaccinato, devi esibire il Green Pass. Vaccino o tampone, la scelta è questa. Lasciando che l'Italia più responsabile riprenda a vivere.
di Gianfilippo Centanni
Il Resto del Carlino, 17 luglio 2021
Il cingolano Violini protagonista di un percorso formativo a Montacuto "Grande interesse tra i reclusi, è stata un'esperienza molto gratificante". "Preziosa, gratificante, indimenticabile, unica nel suo genere: così - precisa Gian Roberto Violini, parrucchiere cingolano, salone ai Viali Valentini, intensa attività professionale in Italia e all'estero anche in prestigiosi concorsi - posso definire la mia esperienza di docente al corso di formazione per aspiranti parrucchieri tenuto nella casa circondariale anconetana di Montacuto".
Come si è realizzata la partecipazione all'iniziativa?
"L'organizzazione è stata curata dalla Moderna officina dell'acconciatore (Moa) che unitamente al Centro provinciale per l'istruzione degli adulti (Cpia), ha programmato lo svolgimento d'un percorso formativo rivolto ai reclusi nell'istituto penitenziario di cui è stata molto apprezzata la collaborazione. Sono socio dell'Anam Italia per cui effettuo fasi d'insegnamento e, quando la Moa di Ancona mi ha proposto di dedicarlo a questo particolare corso, ho volentieri accettato l'incarico: finora mai lo avevo espletato in una struttura carceraria".
Quali sono state l'adesione al corso e la sua articolazione?
"Ha coinvolto diciotto reclusi, subito molto entusiasti e interessati per l'opportunità che gli era stata offerta. Vista la serietà con cui hanno seguìto le lezioni, chissà che, in futuro, qualcuno di loro non decida d'intraprendere la professione di parrucchiere. Il programma si è sviluppato in dodici giornate, dedicate al taglio uomo-donna: lezioni al mattino dalle 9 alle 11.30 e pomeridiane dalle 13 alle 15.30. Rispettando in pieno la puntualità, tutti si sono impegnati al massimo. Sinceramente mai avrei pensato che fossero tanto e così coinvolti, ho ammirato la serietà con cui si applicavano: prendevano appunti, hanno seguito attentamente ogni fase con un'attenzione costante".
Facevano domande?
"Tante. Hanno dimostrato una disponibilità da cui ho ricevuto una soddisfazione personale che sotto il profilo morale mi ha veramente arricchito".
Erano tutti inesperti del taglio?
"Sì, ma notando che uno aveva dimostrato subito una po' di abilità, gli ho chiesto dove e come l'avesse acquisita".
La risposta?
"Mi ha detto che aveva imparato qualcosa in casa propria: facendo i capelli alla moglie".
In sintesi, quali sensazioni ha provato?
"Devo ammettere che mai le particolari condizioni ambientali mi hanno condizionato: anzi, forse ne ho avuto uno stimolo diverso rispetto alle sedi degli altri corsi. Inoltre, sempre discreta e attenta è stata la presenza del personale addetto alla sorveglianza. La tranquillità che ha veramente caratterizzato ogni momento delle lezioni, è stata una delle componenti più importanti che hanno propiziato il rendimento dei frequentanti e la piena riuscita dell'iniziativa".
Se fosse ancora interpellato per lo stesso corso in un'altra casa circondariale, accetterebbe l'incarico?
"Certamente!".
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 17 luglio 2021
Anna Albano responsabile di Piacenza, Vicenza e Modena Camere Penali: "Situazione preoccupante per i detenuti". Non c'è pace per il carcere di Modena. La direttrice dell'istituto di Ragusa, che ad interim dirigeva anche Sant'Anna dall'inizio del 2020 - quindi da pochi mesi prima della rivolta finita con le distruzioni e nove morti - è stata trasferita in altra sede. In attesa da anni di una nomina ufficiale del Ministero, ora a Sant'Anna ha preso il suo posto un'altra direttrice dimezzata, anzi "tripartita". Si tratta dell'attuale direttrice delle carceri di Piacenza e di Vicenza. Una situazione che, fanno notare gli avvocati, potrebbe avere gravi ripercussioni sulle pratiche dei detenuti.
L'impegno è stato massimo ma è francamente difficile e insidioso seguire due carceri, soprattutto se lontane tra loro. Per più di due anni Giovanna Maltese Puccia si è divisa tra Ragusa e Modena. La sua presenza fisica a Sant'Anna è stata però limitata, nonostante la sua disponibilità. Restando a capo della casa circondariale siciliana (sua regione d'origine), la Maltese Puccio ha seguito anche Sant'Anna da prima della rivolta. I suoi i contatti con la città sono stati estremamente rari e sporadici, soprattutto dopo quell'evento tragico, e non ha mai rilasciato dichiarazioni o interviste ai media e alla stampa locale. Ha però partecipato ad alcuni convegni, ultimo dei quali quello promosso in aprile da Rete-Studio-Carcere di Modena dedicato alla formazione e alla ricerca del lavoro dopo la reclusione.
Si sapeva che la sua presenza a Modena sarebbe terminata presto. Per il suo fine incarico, si era parlato degli inizi di giugno, ma ad alcuni incontri con delegazioni cittadine in quel periodo era ancora presente. Poi non si è saputo più nulla, se non che era stata trasferita a Catania per dirigere quel carcere. Non si sapeva chi sarebbe stato incaricato a sostituirla. Dal Ministero di Grazia e Giustizia non è arrivata alcuna indicazione pubblica. Solo ora si è saputo della nuova nomina, sempre ad interim. Non ci sarà dunque un direttore stabile che seguirà solo Sant'Anna.
È invece stata nominata una funzionaria già oberata di lavoro: Anna Albano. Dirige infatti già due carceri, tra l'altro distanti: Piacenza e Vicenza. E Modena diventa il suo terzo istituto. Come sia possibile svolgere le proprie mansioni al meglio in questa condizione, è difficile da immaginare. Soprattutto seguendo un carcere come Sant'Anna che ha gravi problemi. Una casa circondariale in sovraffollamento cronico prima della rivolta (dati recenti non se ne hanno). Carenza di personale: ad esempio, gli educatori sono 5 su 8 previsti e uno di questi sta andando in pensione. Infine, le difficoltà del dopo rivolta considerando le devastazioni e l'incendio appiccato dai rivoltosi e le inchieste in corso in Procura su quanto è avvenuto l'8 marzo 2020, comprese le accuse di presunti pestaggi e abusi commessi su detenuti inermi. La prospettiva che la direttrice Albano debba seguire tre carceri allo stesso tempo, nonostante tutto l'impegno personale possibile, suscita comprensibili perplessità e timori tra i detenuti e i loro difensori, soprattutto per quanto riguarda i tempi di risposta alle domande per ottenere un lavoro esterno o una liberazione anticipata.
Di queste preoccupazioni si fa carico il direttivo e l'Osservatorio Carcere delle Camere Penali di Modena "Perroux". Scrivono i penalisti modenesi: "Esprimiamo forte preoccupazione circa la situazione deficitaria che affliggerebbe attualmente la casa circondariale di Modena.
Alla grave carenza di organico dell'area educativa, si aggiunge oggi la mancanza di un vertice dirigenziale stabile". "Pur non dubitando in alcun modo della capacità e della professionalità di quest'ultima, è indubbio che la mancanza di una figura dirigenziale fissa rischi di ritardare gravemente il disbrigo delle istanze e delle domande provenienti dalla popolazione detenuta, con conseguente pregiudizio dei diritti e delle facoltà ad essa riservati". "Da troppo tempo Sant'Anna non ha un riferimento permanente, essendosi avvicendati in tempi rapidi diversi direttori", concludono le Camere Penali.
di Farian Sabahi
Il Manifesto, 17 luglio 2021
Il nuovo capo della magistratura ha avocato a sé il diritto concedere e revocare le licenze. Il 3 agosto il presidente moderato Hasan Rohani dovrà cedere la poltrona di presidente della Repubblica islamica all'ultraconservatore Ebrahim Raisi eletto lo scorso 18 giugno al primo turno, in elezioni senza concorrenti e quindi senza ballottaggio. Al posto di Raisi, a capo della magistratura iraniana è stato nominato Gholam-Hossein Mohseni Ejei.
Da pochi giorni in carica, pare che Ejei abbia già fatto danni: il 12 luglio la magistratura iraniana ha infatti avocato a sé il diritto di concedere e revocare le licenze per esercitare la professione forense. Le nuove norme esautorano l'Ordine degli Avvocati e distruggono così del tutto l'indipendenza della professione legale. Su questo argomento il manifesto ha sentito le avvocate iraniane Shadi Sadr e Leila Alikarami, entrambe in esilio nel Regno Unito.
"La nuova norma colpisce in modo duro il diritto alla difesa, al punto che non resta più molto spazio per esercitare questo diritto umano fondamentale da parte di coloro che risiedono in Iran", commenta l'avvocata Shadi Sadr, condirettore dell'organizzazione non governativa "Justice for Iran" con sede a Londra il cui obiettivo è affrontare e sradicare la pratica delle violazioni dei diritti umani e l'impunità dei funzionari della Repubblica islamica dell'Iran. Classe 1974, in cella nella prigione di Evin a Teheran dal 2007 al 2009, Shadi Sadr aggiunge: "La sede dell'Ordine degli Avvocati era stata occupata dalle forze rivoluzionarie nel 1981 e fino al 1997 era stata gestita da una persona nominata dalla magistratura. Soltanto nel 1997 vi furono le elezioni del comitato dei direttori, per la prima volta dalla Rivoluzione del 1979".
Promotrice della campagna "Un milione di firme" per fare pressione contro un sistema giuridico che penalizza le donne, nonché Sakharov Fellow 2016, Leila Alikarami ricorda come "prima della Rivoluzione del 1979 l'Ordine operava in modo più o meno indipendente. Con l'avvento della Repubblica islamica, le autorità iraniane hanno intrapreso una serie di misure per minare l'Ordine degli Avvocati e controllare la professione forense. Una legge promulgata nel 1997, per esempio, diede al Tribunale Disciplinare per i Giudici il compito di approvare o rifiutare i candidati all'Ordine.
E anche oggi, il nuovo decreto del governo si pone come obiettivo smantellare l'Ordine degli Avvocati e dare alla magistratura tutte le prerogative relative alle licenze". Con il passare degli anni, aggiunge Alikarami, "le restrizioni e le minacce contro gli avvocati in Iran hanno fatto sì che molti legali abbiano evitato di difendere coloro che avrebbero avuto maggior bisogno. Ma alla fine, il risultato non è stato quello di mettere fine al dissenso. Al contrario, il risultato è stata la diffusione di una cultura di illegalità e di disprezzo della norma di legge, portando a maggiori tensioni e confronto tra stato e società".
di Nello Scavo
Avvenire, 17 luglio 2021
L'ammiraglio Agostini e altri ufficiali del comando di "Irini" da mesi attendono di potere andare a Tripoli. La missione Onu invita gli Stati che sostengono i guardacoste a rivedere le loro politiche. La protesta di Medici senza frontiere contro il rifinanziamento della Guardia costiera libica, che ormai di fatto è controllata dalla Turchia.
"La cooperazione dell'Italia con la Guardia costiera libica andrà ora trasferita gradualmente alla missione europea Irini", spiegano dalla maggioranza di governo per placare i molti mal di pancia nella base del Pd. Il problema è che la Libia di Irini non vuol saperne. A tal punto da non voler concedere il visto d'ingresso neanche al comandante dell'operazione navale europea, il contrammiraglio Fabio Agostini.
"Sto cercando di andare in Libia da prima di Pasqua, ma le autorità libiche non mi hanno ancora concesso il visto, chissà per quale motivo", ha detto poche ore dopo il voto nel corso di un incontro pubblico. Insieme ad altri funzionari di Irini, Agostini è stato costretto a rimandare una visita in Libia per la mancata concessione del permesso di entrata nel Paese. Non solo, come riportato da Avvenire, il comandante Agostini conferma che le forze europee non hanno più alcun controllo sul naviglio militare libico.
"Fino a marzo 2020, "EuNavFor Med Sophia" ha garantito l'addestramento di 500 militari della Marina e della Guardia costiera libica, incentrato sulla formazione anche dei principi di rispetto dei diritti umani, delle questioni di genere e con un'attenzione verso i minori", ha ricordato Agostini in una dichiarazione riportata dall'agenzia Nova. Nonostante questo le Nazioni Unite e la procura della Corte penale internazionale dell'Aja non hanno mai smesso di denunciare crimini contro i diritti umani.
Tuttavia, "da un anno e mezzo" le cose sono cambiate. In peggio. "Irini non addestra più la Guardia costiera e la Marina libica, anche perché - ha spiegato il contrammiraglio - l'operazione ha avuto immediatamente grosse difficoltà politiche sia sul piano internazionale, sia con la stessa Libia, tirata per la giacchetta dagli attori principali come Russia e Turchia". E allo stato attuale "non ci è stato possibile riprendere quel tipo di addestramento e possiamo dire che, forse, i risultati li abbiamo visti in mare", ha proseguito alludendo anche alle ripetute aggressioni delle motovedette libiche.
Il prolungato diniego libico all'ingresso del comando navale di Irini era noto al governo italiano già prima del voto alla Camera. Non bastasse, mentre in Parlamento veniva richiesto il via libera al rifinanziamento dei guardacoste, il capo della missione Onu a Tripoli (Unsmil) spiegava al Consiglio di sicurezza perché, al contrario, occorre interrompere ogni forma di supporto.
"Gli Stati membri che sostengono le operazioni di rimpatrio delle persone in Libia dovrebbero rivedere le loro politiche: i migranti e i rifugiati continuano ad affrontare un rischio molto reale di tortura e violenza sessuale, se rimpatriati sulle coste libiche", ha detto Jan Kubis. "Coloro che forniscono sostegno alle agenzie di sicurezza libiche che si presume siano coinvolte in queste violazioni - ha puntato il dito Kubis - dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e prendere tutte le misure possibili per prevenire una condotta così vergognosa". Incurante dello smacco al comandante italiano di Irini e dell'accusa Onu, poco dopo è arrivata la risposta del parlamento italiano.
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 17 luglio 2021
Open Arms ha protestato contro il decreto missioni che finanzia la cooperazione con la Guardia costiera libica. Oscar Camps, il fondatore della Ong, commenta: "La Libia è uno Stato fallito, se non possono garantire un istituto giuridico che tuteli i diritti dei loro cittadini, come faranno a garantire un corretto intervento in quella zona?".
Oscar Camps, lei è il fondatore della Ong Open Arms che salva le vite dei migranti in mare. Avete protestato contro i finanziamenti italiani alle missioni a beneficio della Guardia costiera libica. Come mai siete contrari?
Sono contrario perché l'Europa e l'Italia hanno riconosciuto la zona Sar (di salvataggio e soccorso) libica, per avere una zona SAR è necessario che ci sia uno Stato dietro e tutti gli elementi tecnici, il coordinamento e le risorse necessarie. Non si tratta solo dei 350mila km2 della zona Sar, non hanno risorse sufficienti. La Libia è uno Stato fallito, se non possono garantire un istituto giuridico che tuteli i diritti dei loro cittadini, come faranno a garantire un corretto intervento in quella zona?
La politica si giustifica dicendo che è importante che ci sia la presenza italiana e che si tratta di addestramento non di finanziamenti diretti, inoltre che chiuderanno i campi di detenzione in Libia...
Sono molto rammaricato, la presenza dei paesi europei in Libia è dovuta a diversi interessi, geopolitici ed energetici, niente a che vedere con la pacificazione e i diritti umani, per questo sono pronti a fermare violando i diritti senza scrupoli chiunque abbia intenzione di fuggire dalla Libia. Come dicevo all'inizio, l'esistenza di un Corpo di Guardia Costiera non va riconosciuto, soprattutto quando dietro non c'è uno Stato che ne garantisca il coordinamento, si tratta di diversi gruppi armati, di milizie che governano in autonomia le risorse che gli vengono date, e ora tutti hanno visto le conseguenze di questa cattiva gestione.
Il Pd ha proposto la mediazione: in vista del voto del decreto, ha chiesto al governo di valutare di superare la missione l'anno prossimo e di spostare il coordinamento del supporto alla guardia costiera sotto la missione europea Irini. Sarebbe una buona soluzione?
La proposta del Pd è l'ennesimo compromesso, il tentativo di scaricare la responsabilità delle scelte ad altri. Che sia l'Italia o l'Europa, la verità è che si dovrebbe dire chiaramente che non si fanno accordi con chi viola diritti umani, con chi uccide e tortura.
Enrico Letta subito dopo essere diventato segretario del Pd ha parlato con lei e ha pubblicato una vostra foto insieme. Indossava la felpa di Open Arms. Cosa vi siete detti?
Beh, abbiamo parlato a lungo della situazione attuale e della deriva politica dei "governi" che ci sono, certamente più pacati di Salvini-Conte, che hanno dichiarato i porti chiusi. Abbiamo parlato anche di come la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il presidente del consiglio Mario Draghi bloccano le navi umanitarie nei porti italiani con fermi amministrativi.
E Letta cosa ha risposto?
Nulla, ha ascoltato.
L'appoggio al decreto missioni l'ha delusa o ha inciso nei rapporti della Ong con il centrosinistra?
Il sentimento è di delusione per tutte le morti insensate che si contano a migliaia ogni ogni anno.
Avete manifestato a Montecitorio prima che la Camera votasse la risoluzione sul decreto missioni, farete qualcosa in vista dell'approdo al Senato?
Continueremo con le iniziative di protesta ma il nostro modo di protestare è tornare in mare il prima possibile con tutte le risorse disponibili, e sostenere tutte le organizzazioni umanitarie che stanno rischiando in prima persona per accendere i riflettori dove vogliono che ci sia il buio.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 17 luglio 2021
"Ormai è il Pd il vero partito "No-Zan". Se si vuole una buona legge i voti ci sono". Ormai incontenibile, Matteo Renzi fa girare sui social una "card" in cui, in sostanza, finisce con il sostenere che la legge Zan non è una buona legge. Dopo che il suo gruppo alla Camera non solo l'ha approvata, ma ha anche abbondantemente contribuito a scriverla, grazie alla collaborazione della ministra della Famiglia Elena Bonetti - i cui uffici legislativi hanno verificato con cura la (poi) contestata formula "identità di genere" - e le deputate Lisa Noja e Lucia Annibali.
"Ormai siamo al paradosso: si può votare la legge in un pomeriggio", scrive Renzi nella enews numero 717, "ma i principali avversari di una legge sono diventati i, pochi, senatori più estremisti del Pd. Sempre meno, a dire il vero, perché nel Pd cresce il numero di chi vuole saggiamente un accordo".
Renzi ha gioco facile a parlare delle divisioni fra i senatori del Pd. Ormai non è più un segreto che una parte di Base riformista è apertamente favorevole a cambiare la legge, come propongono Matteo Renzi e Matteo Salvini. Nel corso dell'ultima riunione, giovedì scorso, una senatrice ha chiesto alla capogruppo Simona Malpezzi di impegnarsi a lavorare alle modifiche sin dal primo scacco della maggioranza giallorossa al voto segreto.
Malpezzi è finita nel mirino dei suoi compagni di corrente per aver interpretato alla lettera il no alle modifiche indicato dal segretario Enrico Letta. Renzi intanto soffia sul fuoco: "Ho fatto un appello in parlamento, lo farò fino all'ultimo giorno". Propone di modificare gli articoli 1,4 e 7 e accusa i dem "di allungare i tempi per fare del ddl Zan la battaglia identitaria in vista delle amministrative".
In realtà uno slittamento a settembre dell'approvazione - o della caduta - della legge è nell'ordine delle possibilità, ammette Malpezzi: "Va tenuto conto che già dalla prossima settimana arriveranno dei decreti che avranno la precedenza e quindi potrebbe esserci uno slittamento dell'esame del ddl che non dipende dalla nostra volontà". Per il senatore fiorentino invece il Pd ha calcolato tutto: un rinvio consente di utilizzare la legge in bilico come una clava nella campagna delle amministrative. Martedì il termine della consegna degli emendamenti. E si vedrà se Iv presenterà i propri, su cui - secondo le convinzioni renziane - Lega e Forza Italia potrebbero convergere.
di Marco Perduca e Mario Staderini
Il Manifesto, 17 luglio 2021
Il nostro Paese viola il Patto internazionale sui diritti civili e politici perché la legge 352 del 1970 contiene "irragionevoli restrizioni" all'esercizio degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione. "Ma non vi vergognate?" ripete in questi giorni il Presidente Biden ai rappresentanti delle istituzioni degli Stati a maggioranza repubblicana che stanno approvando leggi che limitano il diritto di voto di afroamericani e classi poveri con ostacoli burocratici.
Non sappiamo cosa direbbe il Presidente Usa di fronte a ciò che sta accadendo in Italia in queste ore rispetto al diritto a promuovere referendum, conosciamo però quello che ha detto il Comitato diritti umani dell'Onu dopo aver valutato il caso Staderini-De Lucia contro Repubblica italiana: il nostro Paese viola il Patto internazionale sui diritti civili e politici perché la legge 352 del 1970 contiene "irragionevoli restrizioni" all'esercizio degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione.
L'Italia è obbligata a modificare le procedure di raccolta firme oggi ostacolate da macchinose vidimazioni con inchiostro, certificazioni inutili e dall'obbligo per i promotori di far autenticare le firme da un pubblico ufficiale che non è però tenuto a esser disponibile. Secondo l'Onu deve inoltre esser assicurata la possibilità di raccogliere le sottoscrizioni negli spazi più frequentati e la popolazione deve essere informata delle raccolte referendarie per consentire la partecipazione diretta.
Basterebbe da subito la sottoscrizione tramite firma digitale (già prevista dalla legge bilancio a partire dal 2022) per superare ostacoli esistenti, compresi quelli collegati all'emergenza sanitaria in corso. Un emendamento al decreto semplificazioni presentato dal radicale Riccardo Magi con la firma di tutti i gruppi e il parere favorevole del ministro Colao e l'accordo del Viminale è da giorni bloccato per le resistenze del ministero della Giustizia che vorrebbe consentire la firma digitale solo a disabili certificati, pretendendo 400 mila euro per la scansione di documenti informatici!
Nel frattempo in molti Comuni si fa ostruzione ai promotori del referendum eutanasia legale non rispettando i tempi per vidimare i moduli, chiedendo illegittimamente 30 giorni di preavviso per l'occupazione del suolo pubblico e fino a 36 euro di marche da bollo per organizzare un punto di raccolta, oppure negando - come a Reggio Calabria - le principali piazze perché in "prossimità delle feste mariane" e perché "servirebbe l'autorizzazione del Parroco". Il tutto nel silenzio del Ministero dell'Interno. Si lascia così che il referendum sia una possibilità solo per i grandi partiti o sindacati perché i cittadini non disturbino i manovratori. Addio alla tanto sbandierata "transizione digitale", il governo Draghi, con l'ok della ministra Cartabia, sta per compiere un tradimento della Costituzione vietando un atto dovuto: consentire di firmare i referendum con firma digitale. Se niente dovesse cambiare, per sventare questo tradimento della Costituzione e chiedere al Presidente Draghi un intervento diretto, siamo pronti a iniziare uno sciopero della fame per il rispetto della legalità costituzionale e internazionale.
di Gianni Rosini
Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2021
L'esperto: "La guerra civile è inevitabile". E il governo chiede aiuto ai vecchi mujaheddin. Gli "Studenti coranici" controllano ormai il 50% del territorio, mentre l'85% è conteso, in un'avanzata contro i militari di Kabul che sembra inarrestabile. Così, mentre gli islamisti entrano a Kandahar e cingono d'assedio Herat, il governo ha chiesto l'aiuto delle milizie dell'Alleanza del Nord, guidate dai vecchi signori della guerra che cacciarono i sovietici dal Paese. "Il rischio è che questa si trasformi presto in una guerra di logoramento tra afghani", spiega però l'esperto Claudio Bertolotti
Sul terreno rimangono le attrezzature ormai dismesse, i resti di basi e accampamenti che per 20 anni hanno accolto e protetto i militari della coalizione occidentale dagli attacchi delle milizie Taliban e dei gruppi terroristici locali. Si sente ancora il rumore dei mezzi blindati e degli elicotteri americani caricati sugli aerei, in un ritiro ormai prossimo alla conclusione. Ma mentre i militari stranieri sono ancora impegnati nel piano di evacuazione, l'Afghanistan sta per ripiombare, per l'ennesima volta nella sua storia recente, in una guerra civile che promette nuove vittime e allontana la speranza di una stabilità in cui mai, in questi 20 anni di conflitto, si è realmente creduto. Una guerra civile che Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight, ricercatore associato Ispi nonché autore di Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga, a Ilfattoquotidiano.it ha definito ormai "inevitabile".
L'intelligence americana, citata da alcuni organi di stampa, aveva calcolato che il governo di Kabul guidato da Ashraf Ghani sarebbe stato in grado di sopravvivere alla pressione Taliban, che tutto hanno fatto tranne che favorire la tregua dopo gli accordi di Doha con gli Stati Uniti e i tentati colloqui con l'esecutivo afghano in carica, per circa sei mesi. Qualche mese fa sembrava una previsione infausta, ma oggi appare ormai eccessivamente ottimistica: ad oggi i Taliban controllano 204 distretti contro i 73 del 1 maggio, inoltre sono 210 quelli contestati, contro 124, e 70 quelli in mano al governo (erano 115). In due mesi, quindi, l'esecutivo afghano ha perso il controllo effettivo del 30% del territorio, mentre i Taliban hanno triplicato quello da loro occupato, ottenendo il controllo effettivo del 50% del Paese, che sale all'85% se si considerano i territori contesi, all'interno dei quali l'esercito governativo non è in grado di garantire i minimi standard di sicurezza.
Numeri impressionanti che raccontano un'avanzata senza sosta. E le conferme arrivano anche dalle ormai quotidiane conquiste degli Studenti coranici sul campo di battaglia. Il 6 luglio scorso, un'offensiva Taliban ha costretto oltre mille militari di Kabul a sconfinare in Tagikistan per evitare di essere massacrati dai miliziani. Una settimana fa c'è stato il ritorno degli uomini del mullah Hibatullah Akhundzada a Kandahar, mentre anche Herat, città che nel corso della guerra ha vissuto meno di altre l'influenza del gruppo estremista e che fino a due settimane fa ospitava i soldati italiani di stanza in Afghanistan, è ormai sotto assedio. Conquiste, queste, portate a casa senza farsi scrupoli, come racconta un video diffuso dalla Cnn in cui si vede un gruppo di militari governativi arrendersi e venire giustiziati a sangue freddo dai combattenti islamisti. Immagini che, però, i portavoce Taliban hanno definito false in una comunicazione Whatsapp con Ilfattoquotidiano.it e altre testate internazionali.
Ma se la sconfitta dell'esercito regolare sembra inevitabile, a cambiare le sorti del conflitto è arrivata la decisione del governo di chiedere l'aiuto dei signori della guerra afghani, i vecchi mujaheddin che, fucile in spalla e ben armati e finanziati dagli Stati Uniti, respinsero l'avanzata dell'Armata Rossa Sovietica negli Anni 80. Oggi, quei comandanti mujaheddin si sono trasformati in gran parte in detentori di poteri territoriali alimentati dalla corruzione, altri hanno trovato posto tra le fila dei governi che si sono succeduti. "Che saremmo arrivati a questo punto lo si poteva intuire già quando l'ex presidente americano, Barack Obama, parlò di 'transizione irreversibilè, dando di fatto il via al ritiro delle truppe dal Paese, da una guerra ormai percepita come persa e sempre meno giustificabile agli occhi dei contribuenti americani - spiega Bertolotti - Già in quegli anni partì immediatamente la mobilitazione dell'ex Alleanza del Nord che iniziò a riarmarsi, tanto da provocare un'impennata dei prezzi delle armi nel mercato nero. Tra i primi a richiamare le truppe, composte soprattutto dai figli e i parenti degli ex mujaheddin deceduti nel conflitto contro i sovietici, è stato Mohammad Ismail Khan, il signore di Herat, ma presto lo hanno seguito altre importanti figure come Ahmad Zia Massoud, ex vicepresidente e fratello di Ahmad Shah Massud, il famoso Leone del Panshir, e il tagiko Atta Mohammed Noor". L'altro nome di spicco è quello di Abdul Rashid Dostum, oggi vicepresidente ma che, come spiega Bertolotti, "ricopre ancora un ruolo di grande influenza tra la popolazione e i combattenti di etnia uzbeka. Anche lui farà la sua parte".
La loro potenza militare, unita a quella delle forze governative, può essere in grado di arginare l'avanzata dei Taliban, ma a fare la differenza sarà il sostegno esterno alle varie fazioni sul campo, col rischio di veder iniziare un nuovo conflitto per procura che potrebbe trasformarsi in guerra di logoramento. Da una parte, infatti, c'è da capire il ruolo che ricoprirà il grande attore dietro al successo talebano, il Pakistan: "Avere profondità strategica in Afghanistan è sempre stata una priorità per Islamabad che così ha sempre sostenuto i Taliban afghani - dice Bertolotti - Ma oggi si ravvisa una perdita di controllo, una minore dipendenza dei miliziani che, come sono soliti ripetere, cercano di limitare al minimo indispensabile le ingerenze esterne nel loro Paese. Dall'altra parte ci sono il governo, che godrà comunque del sostegno e dell'assistenza americana, e l'Alleanza del Nord che può ambire a ricevere supporto sia dagli americani che dai russi, ma anche dall'Iran, che conserva comunque solidi rapporti anche con i Taliban, e dalla Cina, che eviterà un coinvolgimento diretto a causa della questione uigura, ma che punta a instaurare una collaborazione proficua con entrambi gli schieramenti per garantirsi la possibilità di operare nel Paese, dove detiene l'80% dei diritti estrattivi totali. Inoltre, per loro operare in sicurezza in Afghanistan e Pakistan è importante visto che questa rappresenta la bretella sud della Nuova Via della Seta".
Le prospettive per il futuro del Paese sono quindi più scure rispetto a quelle che ci si immaginava dopo gli accordi di Doha con gli Stati Uniti. Ma anche questo ormai inevitabile epilogo non sorprende Berolotti: "In due secoli di storia, gli afghani non hanno mai rispettato alcun tipo di accordo internazionale. Non possiamo certo aspettarci che a iniziare siano proprio i Taliban".
Nelle carceri iraniane sono rinchiusi tanti prigionieri politici, e anche qualche decina di persone con doppia cittadinanza, iraniana e occidentale, utilizzate come pedine nel Grande Gioco mediorientale e come merce di scambio: "La diplomazia dovrebbe avere la meglio e i processi dovrebbero essere giusti per tutti, non solo per coloro che hanno doppia cittadinanza. Coloro che esercitano la professione legale e gli esponenti della società civile dovrebbero perseverare nel rispetto del diritto senza badare a chi è a capo della magistratura", precisa Alikarami.
A questo proposito, Shadi Sadr osserva: "La pressione internazionale funziona sempre, e infatti è una delle poche vie per migliorare il rispetto dei diritti umani in Iran. Nutro però qualche dubbio sulla volontà politica dell'Europa nel volere adottare una simile politica in modo efficace e coerente. Ho piuttosto l'impressione che l'Europa abbia altre priorità, come il nucleare, e tralasci invece il rispetto dei diritti umani". In ogni caso, conclude Sadr, "in un paese come l'Iran la situazione non può che peggiorare".
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 luglio 2021
La ministra Cartabia annuncia di voler riformare l'ordinamento penitenziario, come stava per fare Orlando. Oggi gli istituti sono sovraffollati, senza possibilità di lavoro e con scarsa possibilità di misure alternative. "Il sistema penitenziario va riformato", sono state le parole della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in visita insieme al presidente del Consiglio, Mario Draghi, al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una necessità, quella della riforma, che rischia di segnare l'ennesima rottura con il Movimento 5 stelle dopo il ddl penale e l'archiviazione della norma Bonafede sulla prescrizione.
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