di Paolo Delgado
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Berlusconi, Prodi, Conte. Sono tanti i governi caduti sulla giustizia. E tra referendum e riforme rischia anche l'ex Bce. Perché è caduto il secondo governo di Giuseppe Conte? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi sarebbe che quel governo è caduto perché Renzi ha deciso di togliere la fiducia. Non è del tutto falso ma neppure del tutto vero.
di Davide Manlio Ruffolo
La Notizia, 5 giugno 2021
Dopo la bocciatura dell'ergastolo ostativo da parte della Corte Costituzionale, i giudici hanno dato un anno di tempo al Parlamento per risolvere i nodi che ne hanno decretato l'illegittimità. Peccato che ad oggi solo il M5S ha risposto affermativamente all'appello della Consulta, presentando una proposta di legge (primo firmatario Vittorio Ferraresi) alla Camera, a fronte dell'inerzia di tutti gli altri partiti che sembrano interessarsi della questione soltanto a parole.
di Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli
Il Domani, 5 giugno 2021
Le vicende Palamara e Amara hanno disvelato una verità che era difficile affermare: l'attuale funzionamento del sistema dell'autogoverno non è più un presidio di difesa dell'indipendenza dei magistrati, ma si è trasformato in un nemico dell'indipendenza stessa. Se una delle migliori magistrature, governando se stessa, produce quel che si è visto con il "caso Palamara" e, oggi, con il "caso Amara" c'è evidentemente qualcosa che non va nel sistema dell'autogoverno in sé e per sé. Bisogna cominciare - anzi: ri-cominciare - da due punti: far funzionare meglio il processo penale e rendere meno opaca la vita interna della magistratura, rafforzando la sua indipendenza ma evitando che essa assuma le forme dell'arrogante separatezza.
Di fronte al "caso Palamara", prima, e al "caso Amara", ora, si registrano le preoccupate reazioni di molte persone intelligenti e in buona fede che mettono in guardia contro "gli attacchi indiscriminati alla magistratura", paventando un ridimensionamento dell'autogoverno dei giudici. Viene in mente un articolo di Gian Paolo Pansa, che, inviato nel 1963 a Longarone dopo il crollo della diga del Vajont, iniziava la sua cronaca con un incipit divenuto celebre: "Vi scrivo da un paese che non esiste più".
I laudatores temporis acti dell'autogoverno come baluardo dell'indipendenza dei giudici scrivono di un paese celestiale ma non si sono accorti che quel paese non c'è più: è stato spazzato via dal crollo di una diga. Lo diciamo, beninteso, senza alcun compiacimento, perché la situazione è grave e i valori in gioco sono di primaria importanza per la tenuta complessiva del nostro sistema costituzionale.
Il funzionamento del sistema - La magistratura deve guardare in faccia la realtà e non arroccarsi, proprio perché occorre difendere il valore dell'autonomia. Le vicende di questi ultimi due anni hanno disvelato una verità che molti già avevano compreso, ma che era difficile affermare: l'attuale funzionamento del sistema dell'autogoverno (non l'autogoverno dei sogni, ma "l'autogoverno reale") non è più un presidio di difesa dell'indipendenza dei magistrati, ma si è trasformato in un nemico dell'indipendenza stessa. Difendere questo modello di autogoverno significa lavorare contro l'indipendenza, perché significa lasciare ai suoi avversari non solo l'iniziativa per le necessarie riforme, ma soprattutto "la narrazione" che poi penetra nell'opinione pubblica.
Le correnti hanno condotto alla degenerazione dell'autogoverno non perché troppo "politicizzate", come dice la vulgata. Al contrario: perché hanno smarrito, nei decenni, il loro contenuto ideale (cioè di idee diverse e in confronto fra loro) e sono rimaste vuote crisalidi, mere strutture di istanze clientelari. Ora - va riconosciuto - alcune di esse stanno provando a fare i conti con gli errori commessi, avviando un percorso di cambiamento: bene, perché c'è bisogno di corpi intermedi, sani, che sappiano articolare il dibattito fra legittime visioni diverse di politica della giurisdizione. Uomini come Calamandrei, Mortati, Leone non scrissero gli articoli 101-110 della Costituzione per creare un sistema in cui le nomine dei dirigenti potessero essere trattate con frasi tipo "che c***o li piazziamo a fare i nostri?". O in cui i custodi della deontologia dei magistrati si affannassero a cercare biglietti dello stadio per i propri figliuoli.
Una delle migliori magistrature del mondo - Diciamo, tutti, da sempre: la magistratura italiana è una delle migliori del mondo come preparazione tecnica e capacità di indagine. Ma questa constatazione è diventata un'aggravante: perché se una delle migliori magistrature, governando se stessa, produce quel che si è visto con il "caso Palamara" e, oggi, con il "caso Amara" c'è evidentemente qualcosa che non va nel sistema dell'autogoverno in sé e per sé. E se la reazione a questi scandali è stata così balbettante (tanto che il presidente della Repubblica ha parlato di una "magistratura china su se stessa") ciò significa che da questa crisi culturale la magistratura non può uscire da sola perché oggi non ne ha la forza morale.
Ricostruire la trama di una nuova fiducia dei cittadini verso la giustizia è un'impresa per cui servono tempo e pazienza. Bisogna cominciare - anzi: ri-cominciare - da due punti: far funzionare meglio il processo penale e rendere meno opaca la vita interna della magistratura, rafforzando la sua indipendenza ma evitando che essa assuma le forme dell'arrogante separatezza. Due piani di intervento diversi ma collegati, perché la fiducia dei cittadini si nutre sia tramite il buon funzionamento ordinario dei palazzi di giustizia, sia attraverso la riconquista dell'autorevolezza del Consiglio superiore.
Le riforme - È possibile, in questa direzione, raggiungere risultati importanti in tempi brevi? Tutti auspichiamo che la capacità e autorevolezza della Guardasigilli Marta Cartabia consenta di ottenere sia pur piccoli risultati che (anche agli occhi dell'Europa) segnino un'inversione di tendenza, soprattutto sulla durata dei processi. Ma è abbastanza chiaro che il breve tempo residuo di questa legislatura e la diversità di orientamento di alcune delle forze politiche che sostengono il governo costituiscono una gabbia stretta che impedisce la lunga marcia riformatrice di cui abbiamo bisogno. Questa marcia deve essere sostenuta da una riflessione culturale svincolata dalle contingenze della politica e dagli interessi personali, come invece spesso è accaduto nei decenni scorsi e rischia di accadere ancora oggi.
Questa elaborazione deve vedere protagonisti i magistrati, ma certamente non può riguardare solo loro: giudici e pm sono chiamati ad aprirsi a un confronto vero con "il punto di vista esterno" senza mettersi sulla difensiva e ritenere che ogni proposta di cambiamento sia per definizione un attacco alla loro indipendenza e autonomia. Il nostro libro-dialogo, appena uscito in libreria, Una fragile indipendenza. Conversazione intorno alla magistratura (Edizioni SEB27) vuole contribuire a questo confronto.
La magistratura italiana di oggi è ricca di donne e uomini straordinariamente preparati, che hanno superato, per il loro ingresso nella professione, prove molto selettive; che continuano a studiare e ad aggiornarsi; che dedicano al lavoro un impegno intenso e appassionato, spesso lavorando anche la sera e nei giorni di ferie. E che hanno subito il malaffare e le pratiche clientelari, che hanno indelebilmente sfregiato il principio dell'autogoverno, come un'offesa alla loro dedizione, alla loro onestà, al proprio limpido agire quotidiano.
Ma la loro intelligenza, il loro entusiasmo e la loro forza, per creare un movimento capace di modificare lo stato di cose presente, hanno bisogno di incontrare e di fare forza comune con la sensibilità e le intelligenze esterne alla corporazione. A ciò si può arrivare aprendo una nuova stagione di dialogo tra avvocati, magistrati ed università, che sappia fondere l'esperienza sul campo delle prime due categorie con la sapiente e più distaccata riflessione dell'accademia. È un'opera lunga. Ma non ha alternative.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 5 giugno 2021
Giustizia. La ministra incontra la maggioranza: "Qualcosa si è rotto nel rapporto tra magistratura e popolo e occorre urgentemente ricostruirlo". La commissione Luciani presenta le sue proposte: spiragli per il ritorno in magistratura di chi si candida (non piace e Forza Italia e M5S), separazione netta delle funzioni tra giudici e pm. Per Letta i referendum di Salvini e radicali sono "lo strumento sbagliato".
"I fatti di cronaca che hanno riguardato la magistratura nei mesi recenti hanno reso improcrastinabili e più urgenti gli interventi. Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo e occorre urgentemente ricostruirlo". Così introdotta dalla ministra Marta Cartabia, un'altra riforma della giustizia si apre davanti alla maggioranza. Riguarda questa volta l'ordinamento giudiziario e il Consiglio superiore della magistratura. Cioè il vero tema sollevato dallo scandalo Palamara e dal corto circuito Storari-Davigo con i verbali di Amara. Anche questa riforma è indicata nel Pnrr ma non avrà effetti sulla durata dei processi come quelle dei riti civile e penale. Qui un'intesa è più semplice - o meno difficile. Tanto che ieri la presentazione ai rappresentanti della maggioranza delle proposte dei saggi incaricati dalla ministra Cartabia è scivolata via senza intoppi. Se tutti i partecipanti hanno tenuto a dire che l'incontro è stato "interlocutorio" è solo perché il comitato guidato dal costituzionalista Massimo Luciani non ha ancora condiviso un testo. Si rivedranno.
Restano alcuni nodi da sciogliere e allora partiamo da questi. Il primo riguarda il ritorno in magistratura di giudici e pm che hanno svolto un mandato elettivo o di governo. Il testo base all'esame della camera dei deputati, quello firmato dall'ex ministro Bonafede, sbarra la porta: basta un anno in parlamento per "condannare" i magistrati a un "ruolo autonomo" (non meglio precisato) in qualche ministero. Addio toga. Luciani ha spiegato che questa soluzione presenta rischi costituzionali. La sua commissione immagina una porta socchiusa: ritorno possibile ma solo in incarichi collegiali. Restano fermi gli altri limiti già previsti anche per chi si candida ma non viene eletto: per tre anni non potrà fare il gip o il pm e non potrà accedere a incarichi direttivi o semi direttivi. In più i saggi di Cartabia raddoppiano, rispetto al testo base, il periodo di aspettativa che deve precedere la candidatura: non due ma quattro mesi. E resta il divieto di candidarsi nelle sedi dove si è esercitato il mandato negli ultimi due anni, non solo per il parlamento ma anche per la guida di una regione o di un grande comune (niente più casi Maresca a Napoli). La soluzione è comunque rigorosa ma ai 5 Stelle non va bene, forse perché Luciani l'ha così presentata nel (video) incontro di ieri: "Non abbiamo indebolito il rigore del disegno di legge Bonafede, ne abbiamo rovesciato l'impostazione". Scontenti sul punto anche i rappresentanti di Forza Italia.
Non è piaciuto invece al Pd che tra le proposte della commissione Luciani non ci sia quella di limitare le esternazioni dei magistrati inquirenti, vietando le conferenze stampa in cui gli indagati vengono presentati come colpevoli e sostituendole con scarni comunicati stampa. È già previsto" hanno spiegato i saggi, ma i dem non concordano e hanno (non da soli) già presentato un emendamento al testo base. Il Pd invece apprezza che la commissione abbia ripreso due proposte di Luciano Violante (giovedì la ministra ha presentato il suo ultimo libro): l'Alta corte per i giudizi disciplinari sulle toghe (oggi affidati al Csm) - rinviata però a un futuro disegno di legge costituzionale - e la nomina del vice presidente del Csm da parte del presidente dello stesso organo, cioè il presidente della Repubblica (che dovrebbe così scegliere, probabilmente con qualche imbarazzo, tra consiglieri laici votati da differenti forze politiche).
Il caso del vicepresidente del Csm condiziona anche una delle scelte più attese, quella sul nuovo sistema elettorale della componente togata del Consiglio. Luciani conferma la sua vecchia opzione per il sistema di voto singolo trasferibile, che in pratica travolge le liste e quindi può penalizzare le correnti. Il recupero delle proposte della commissione Balboni (1996) sarebbe pieno, quindi anche con il voto di metà mandato per rinnovare il 50% del Consiglio, se non fosse che il vicepresidente in carica per tutti i quattro anni complica la soluzione.
La commissione suggerisce anche di introdurre "puntuali parametri e indicatori attitudinali" per le valutazioni di professionalità delle toghe e il conferimento degli incarichi direttivi e semi direttivi. Così è già previsto dalla Bonafede, ma non piace però al Csm che in un parere ha rappresentato il rischio di vedersi ridotto a organo burocratico, senza margini di scelta.
Una conferma rispetto al testo base è anche quella di consentire solo sue passaggi in carriera tra pm e giudice o viceversa (oggi se ne possono fare quattro), "una separazione di fatto delle funzioni che rende inutile, ove mai fosse ammissibile, il quesito presentato da radicali e Lega come "separazione delle carriere" dice il relatore in commissione della riforma, il Pd Alfredo Bazoli. Contro i referendum sulla giustizia, che invece piacciono a diversi esponenti Pd (Bettini e Marcucci ad esempio) ha parlato ieri il segretario del Pd Letta: "Sono uno strumento sbagliato". Mentre il radicale di +Europa Riccardo Magi fa notare che il Pd, "invece di dividersi su questi referendum che riguardano aspetti procedurali che non incidono sulle grandi scelte di politica criminale - quelle che decidono chi va in carcere in questo paese - dovrebbe pensare a referendum abrogativi sulle droghe o la Bossi-Fini".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Il discorso della ministra della Giustizia durante la riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia di Montecitorio sulla riforma del Csm. Una riforma fondata sui "capisaldi della Costituzione" - indipendenza, esercizio imparziale, efficienza - perché "fiducia e credibilità nei magistrati sono obiettivi che non possiamo mancare".
È l'urgenza manifestata oggi dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia nel discorso che ha aperto la riunione convocata con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia di Montecitorio. Sul tavolo di via Arenula il lavoro della commissione ministeriale presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani per studiare e approfondire percorsi e soluzioni sulla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm. "Il dibattito pubblico e accademico da tempo è maturo - ha aggiunto la guardasigilli - e sicuramente i fatti di cronaca, che hanno riguardato la magistratura nei mesi più recenti, hanno reso improcrastinabili e più urgenti gli interventi in questo ambito".
La ministra, in un discorso più lungo e accorato rispetto a quello tenuto quando furono invece presentati gli esiti della commissione Lattanzi sulla riforma del processo penale, sembra aver voluto anche lanciare un messaggio ai partiti nei giorni delle polemiche nate a seguito della presentazione del pacchetto referendario sulla giustizia promosso dal Partito radicale e dalla Lega: in un momento in cui "occorre urgentemente" ricostruire il "rapporto tra magistratura e popolo, nel cui nome la magistratura esercita", anche per un "doveroso riconoscimento al lavoro della stragrande maggioranza dei magistrati che si adopera, con professionalità e riserbo, per svolgere una delle funzioni tra le più delicate e complesse e importanti", le forze di maggioranza non perdano tempo - è anche il senso dell'appello - nel tentativo di rincorrere e superare Matteo Salvini in tema di riforme sulla giustizia.
Insomma, la riforma va fatta subito perché è in gioco il buon nome della magistratura sana di questo Paese. E anche perché se il ddl sulle toghe arrivasse tardi, si rischierebbe di eleggere, da qui a un anno, i nuovi componenti del Csm con le regole vecchie. Nel suo discorso Cartabia ha ricordato anche le parole che il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha pronunciato il 23 maggio scorso, a Palermo, in occasione dell'anniversario della strage di Capaci, e ha ribadito come "le riforme che il ministero ha chiesto siano finalizzate allo scopo così accoratamente espresso dal presidente della Repubblica". Dunque Cartabia ha posto in rilievo "l'unico obiettivo che ci preoccupa di più: l'esigenza che la magistratura operi sempre, nei fatti e nella percezione dell'opinione pubblica, su solide basi di indipendenza. Esigenza sempre più urgente negli ultimi anni per tante ragioni".
La sfiducia dei cittadini, secondo Cartabia, "passa anche per gli insostenibili tempi lunghi della risposta della giustizia". Quanto all'autonomia e all'indipendenza delle toghe, la ministra - citando la frase di Giovanni Falcone per cui "autonomia e indipendenza della magistratura, che non siano coniugate a efficienza del servizio, sono privilegi di casta e non sono compresi dalla società" - ha evidenziato che "il magistrato deve essere autonomo, indipendente ed efficiente. Il giudice è chiamato a rendere un servizio, a rispondere a problemi sempre brucianti per i cittadini e questo non si può perdere di vista, nel tentativo di migliorare il rapporto di fiducia con i cittadini". Dopo il confronto con le forze di maggioranza e gli emendamenti presentati in commissione Giustizia della Camera al ddl Bonafede, spetterà ora alla guardasigilli il lavoro di sintesi che porterà alla presentazione dei suoi emendamenti al testo incardinato dal precedente governo, a cui seguiranno gli eventuali sub-emendamenti delle forze politiche.
Intanto il Partito democratico è soddisfatto di quanto emerso nella riunione di oggi: "Nell'attesa di leggere i dettagli - ha dichiarato il capogruppo della commissione Giustizia alla Camera, Alfredo Bazoli - fin d'ora si può dire che il lavoro della commissione Luciani sulla riforma del Csm appare estremamente articolato, costruttivo e utile, e può aiutare a rafforzare l'impianto già robusto del disegno di legge all'esame della Camera. In particolare, molto significativi il rafforzamento delle valutazioni di professionalità dei magistrati, la responsabilizzazione dei dirigenti degli uffici sul controllo di performance e attività, il freno al carrierismo con stringenti vincoli al passaggio a nuovi incarichi direttivi, la separazione delle funzioni di fatto".
Il responsabile Giustizia di Azione, Enrico Costa, si compiace invece del fatto che "l'unica proposta sul voto singolo trasferibile per il Csm depositata in Parlamento è quella da noi presentata. Avevamo visto giusto, se la commissione ministeriale la ritiene la più appropriata come sistema elettorale per il Csm", visto che spezzerebbe il meccanismo delle correnti. Infine, per Eugenio Saitta, capogruppo M5S in commissione, l'incontro con gli esperti nominati dalla ministra è stato "positivo ma interlocutorio", in attesa del testo definitivo. "Per il momento osserviamo con soddisfazione come sia stato conservato in larga parte l'impianto della riforma messa a punto dall'ex ministro Alfonso Bonafede".
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Parla Anna Rossomando, vicepresidente dem del Senato, che al Dubbio spiega gli emendamenti alla riforma del Csm depositati ieri e raccoglie la proposta di Goffredo Bettini laddove afferma di non lasciare i temi del garantismo in mano al Carroccio. Le riforme in Parlamento, che sono "coraggiose e concrete", arriveranno ben prima che si possa votare il referendum voluto da Radicali e Lega, mentre i quesiti referendari sono "piuttosto confusi su alcuni punti". È questa l'idea di Anna Rossomando, vicepresidente dem del Senato, che al Dubbio spiega gli emendamenti alla riforma del Csm depositati ieri e raccoglie la proposta di Goffredo Bettini laddove afferma di non lasciare i temi del garantismo in mano al Carroccio. "Sono d'accordo: occorre aprire una discussione franca e sincera su cosa è stato il dibattito sulla giustizia - spiega - ma questi referendum non aiutano questa discussione".
Qual è l'idea del Pd per cambiare volto al Csm?
Partiamo dal fatto che la riforma della legge elettorale è una parte e non la più significativa, vogliamo rafforzare i principi costituzionali dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Se vogliamo contrastare gli effetti negativi e deplorevoli del correntismo e di una lotta del potere per il potere bisogna fare alcune modifiche. Innanzitutto bisogna dire stop alle nomine a pacchetto per i dirigenti degli uffici: devono avvenire in un rigoroso ordine cronologico e magari vanno decise anche due mesi prima della scadenza. Poi proponiamo che tra i criteri di valutazione della professionalità dei magistrati, sia pm sia giudicanti, si introduca anche il parametro delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Naturalmente parliamo di dati macroscopici: bisogna salvaguardare, come elemento di democrazia liberale e di garantismo, il fatto che possano essere fatte delle inchieste anche considerate ' difficili'. Tale emendamento va collegato al fatto che nella riforma del processo penale proponiamo, tra i criteri in base ai quali il pm deve chiedere l'archiviazione, di non chiedere il rinvio a giudizio se non c'è una ragionevole certezza di ottenere una condanna.
Che ruolo giocheranno gli avvocati nei Consigli giudiziari?
I nostri emendamenti chiedono che avvocati e professori presenti nei Consigli giudiziari abbiano diritto di intervento e di voto sulle deliberazioni che riguardano le valutazioni di professionalità dei magistrati. E che ci sia anche la presenza del presidente del Consiglio dell'Ordine, che è garanzia di autorevolezza e indipendenza, oltre ad avere una veste istituzionale. Inoltre proponiamo che i componenti dell'ufficio studi e i segretari del Csm, che oggi sono nominati solo tra i magistrati, vengano scelti per concorso, aperto anche ai non magistrati. L'aspetto importante è quello di ovviare a un sistema che rischia di essere troppo chiuso.
L'elezione dei componenti del plenum come dovrebbe avvenire?
A Costituzione invariata possiamo prevedere che il plenum non venga eletto tutto insieme, ma modularmente: l'articolo 104 della Costituzione non parla dell'intero organismo, ma dei componenti. Il vantaggio sarebbe quello di impedire che ci si irrigidisca su accordi precostituiti. Ovviamente non c'è nessuna soluzione che, presa da sola, risolva. Credo sia necessario ritrovare una spinta ideale ed etica. Un conto sono il correntismo e i suoi effetti degenerativi, un altro il pluralismo delle idee. Ho l'impressione che in quest'ultimo periodo sia mancato quel dibattito vivace che è sempre stato foriero di passi in avanti. Importante, per noi, è anche favorire la parità di genere: proponiamo che, nel caso ci siano due preferenze, siano necessariamente di sesso diverso.
Qual è la proposta per quanto riguarda la legge elettorale?
L'importante è trovare un equilibrio tra la rappresentanza territoriale e il pluralismo delle idee. Pensiamo a 13 collegi uninominali per i giudicanti e cinque per i requirenti, poi un unico collegio per i magistrati delle funzioni di legittimità, senza alterare l'equilibrio numerico tra funzioni. E si esclude il sorteggio: sarebbe come alzare le mani e arrendersi.
Tra i problemi sollevati negli ultimi tempi c'è anche quello della spettacolarizzazione delle inchieste. Che soluzioni proponete?
Lo stop alle conferenze stampa e il passaggio a una comunicazione sobria da parte dei dirigenti degli uffici, come peraltro avviene già in diverse procure. Riteniamo giusto che l'opinione pubblica venga informata, ma deve essere fatto evitando la spettacolarizzazione.
È prevista quale modifica per i procedimenti disciplinari?
C'è un'idea a cui teniamo molto, ma va attuata attraverso una legge costituzionale. Depositeremo la prossima settimana una proposta per l'istituzione di un'Alta Corte, competente in grado d'appello, per i giudizi sul disciplinare per tutte le magistrature, ordinaria, amministrativa e contabile. Credo che sia coerente con quello che già è contenuto nella riforma. Il modello di riferimento è quello della Corte costituzionale e auspichiamo che ci sia la convergenza di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
I Radicali, assieme alla Lega, hanno presentato un quesito referendario sulla separazione delle carriere. È un progetto che il Pd intende abbracciare?
Si tratterebbe, intanto, di una legge costituzionale. Il referendum in realtà non prevede la separazione delle carriere, ma abolisce tutta la normativa sulla separazione delle funzioni. Non è un tabù parlarne, ma moltiplicare i Csm non è la risposta più adeguata all'eccessivo protagonismo delle procure. Il tema va affrontato, ma bisogna valutare quale sia lo strumento più adeguato.
Il problema che molti pongono è l'appiattimento dei giudici sulle tesi dei pm...
Questo tema c'è, alcune norme sono già nella riforma del processo penale. È lo stesso punto che affrontiamo con lo scoraggiamento del processo mediatico, perché noi pensiamo che i processi debbano svolgersi nei tribunali, con tutte le garanzie. E nelle riforme che stiamo facendo le garanzie ci sono, come ad esempio con il controllo del giudice sulle iscrizioni sul registro delle notizie di reato. Sicuramente il referendum non sposta di molto la questione, da questo punto di vista.
Bettini ha esortato la sinistra a riflettere sull'opportunità di non lasciare la battaglia garantista alla Lega. Raccogliete questo invito?
Le riforme verranno approvate prima dell'estate. Il referendum, invece, ha tempi più lunghi: i quesiti devono essere valutati dalla Cassazione, poi dalla Corte costituzionale, infine si indice il referendum. Le riforme sono molto più nette e chiare di questi quesiti: alcuni sono confusi, altri riguardano cose già previste dai nostri emendamenti, come quello del ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari. Inoltre mi sembra una sfiducia al ruolo del Parlamento e anche una delegittimazione del ruolo delle Commissioni volute da Cartabia. Bettini ha detto una cosa, però, su cui sono d'accordo: occorre aprire una discussione franca e sincera su cosa è stato il dibattito sulla giustizia di questi ultimi 20 anni ed è giusto che la sinistra faccia questa discussione. Il presupposto è superare le contrapposizioni e il conflitto per il conflitto sulla giustizia. E adesso siamo nelle condizioni per farlo, con uno strumento in più: le risorse economiche, che non è cosa da poco. E anche un clima diverso in Parlamento. Mi risulta inspiegabile come la Lega preferisca altre strade. Ovviamente il referendum è uno straordinario strumento di democrazia. Non c'è dubbio e lo sarà sempre. Però, visto che parliamo di garantismo, siamo sicuri che sia lo strumento che sta più nella cultura delle garanzie per parlare di riforme della giustizia? Questo lo chiedo ai garantisti, quelli veri.
Il referendum prevede anche di limitare il carcere preventivo ai soli reati gravi...
Non so se Salvini ha letto bene la proposta: già nella scorsa legislatura avevamo approvato una modifica della custodia cautelare in senso più garantista, la Lega votò contro. Quindi la Lega è sempre quella che dice "bisogna marcire in galera" e che si è sempre smarcata sulla riforma dell'ordinamento penitenziario? Penso che prevalga l'idea propagandistica, la strumentalità. Ma siamo chiamati alla responsabilità in questo momento. C'è una maggioranza composta da forze che la pensano diversamente, ma non si sta discutendo di interventi al ribasso. Io ho massima fiducia nei colleghi della Lega, non capisco perché non ce l'abbia il loro segretario.
di Rita Rapisardi
Il Domani, 5 giugno 2021
Nel Cpr di Torino in cui l'immigrato 23enne si è ucciso si vive in condizioni disumane: igiene inadeguata, servizi medici assenti e pressoché totale abbandono da parte dello stato. È un luogo di morte dove i reclusi abbandonano ogni speranza di integrazione. "Chiudere tutti i Cpr", "Cpr = lager", "Polizia, medici, Gepsa complici: il Cpr uccide". Sono gli slogan sui teli dei solidali, accorsi in trecento, davanti al centro per il rimpatrio di Torino dopo la morte di Musa Balde.
In corso Brunelleschi, in mezzo agli alti palazzi anni Settanta da un lato e una strada ad alto scorrimento dall'altro, si levano le voci di chi protesta: "Contro ogni prigione, contro ogni frontiera! Tutti liberi, tutte libere!". Fanno da cornice a uno spazio che come un cratere risucchia le storie di molti. Non è la prima volta che si muore lì dentro, c'è stato Faisal Hossain, morto a luglio 2019 di infarto, anche lui mentre era in isolamento in una delle cellette dell'Ospedaletto, senza modo di poter chiedere aiuto. "Lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza e il pieno rispetto della sua dignità", si legge sul sito del ministero alla voce Cpr. Ma a consultare le relazioni del garante e i report delle associazioni umanitarie, a funzionare a Torino c'è davvero poco.
Igiene, salute, cibo, spazi, non si salva niente di questa prigione considerata terra di nessuno e abitata da molti nessuno. "La responsabilità è sempre dello stato, al Cpr hanno sbagliato tutti", dichiara Gianluca Vitale, avvocato di Musa. Mentre il gruppo No Cpr Torino, che non crede nella versione del suicidio, ha scritto: "Un detenuto ci ha raccontato che dopo il trasferimento in isolamento, avvenuto senza una chiara motivazione, ha sentito urlare Musa e chiedere l'intervento di un dottore senza mai ricevere una risposta".
A gestire la struttura torinese c'è la francese Gepsa, una multinazionale riconducibile al gruppo Engie che si occupa di energia rinnovabile, ingegneria e infrastrutture. In patria è un colosso nell'ambito della detenzione da oltre trent'anni: gestisce in totale 58 siti, tra carceri, centri di detenzione amministrativa, richiedenti asilo e d'accoglienza. Entrata in territorio italiano proprio per il suo curriculum in patria e perché riesce a mantenere bassi i costi, è chiamata a gestire logistica e sicurezza. Insieme a Gepsa, viaggia Acuarinto, associazione culturale di Agrigento, che si occupa di dare assistenza ai migranti da oltre 25 anni.
In Italia Gepsa si stanzia nel 2012 nel centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, seguono i successi di due Cpr, quello di Ponte Galeria a Roma e Torino, poi il Centro di primo soccorso e accoglienza a Milano. Dei bandi che hanno permesso la scalata si sa poco, sfruttano il criterio dell'asta al ribasso, dove le uniche a mantenere costi sempre più bassi sono le multinazionali. Il raggruppamento sa-Acuarinto, unico in corsa, si aggiudica Torino con l'offerta di 37,86 euro (più Iva) a migrante, ottenendo una convenzione triennale. Un risparmio rispetto alla precedente gestione della Croce rossa italiana di circa il 30 per cento, per un valore di circa 850mila euro all'anno di costi. La base d'asta era di 40 euro (compreso di vitto, alloggio e servizi di assistenza). Per il Cpr romano invece, quello che molti hanno chiamano la "Guantánamo italiana", Gepsa è riuscita a scendere fino a 28 euro. Profitti certi difesi a ogni coso e a colpi di sentenze del Tar: nel 2014 Gepsa ha perso il Cara di Castelnuovo di Porto, contro la cooperativa Eriches 29 Giugno (una delle tante facenti capo a Salvatore Buzzi e poi finita sotto sequestro per Mafia Capitale), la quale garantiva 200mila euro in meno al mese nella gestione.
Mentre in Friuli la società francese si era scontrata con la Connecting People per il Cpr di Gradisca d'Isonzo, vittoriosa in un primo momento e poi costretta a ritirarsi dopo che l'intervento del Tar aveva stabilito l'illegittimità del primo posto in graduatoria. Il business della detenzione amministrativa da qualche anno è alimentato da uno stato che delega sempre più ai privati laddove è mancante. La privatizzazione dei centri avviene su vari livelli: singoli servizi o blocchi di servizi, che vanno dalla mensa, alla pulizia, fino a lavanderia e sicurezza. Una prassi che nei paesi regolati dalla common law, come Stati Uniti, Regno Unito e Australia, è realtà da decenni. Con i decreti sicurezza di Salvini del 2018 la situazione dei servizi è peggiorata ancora, e ha permesso una forte semplificazione dei bandi. Oggi si può infatti ricorrere a procedure negoziate tra prefetture e aziende, senza previa pubblicazione del bando di gara, ma con la supervisione dell'Anac. I tagli da allora sono stati del 50-70 per cento, e a scomparire dal mercato sono state le piccole cooperative e associazioni, lasciando terreno solo ai grandi come Gepsa.
Dentro al Cpr - "Lo sciopero della fame di alcuni dopo la morte di Musa sta continuando, ma non sappiamo quanti lo stanno tenendo. È quasi impossibile ormai avere contatti con l'interno, per via del sequestro dei telefonini", racconta un membro di Spazio Il-legale, uno dei tanti gruppi torinesi che vorrebbe la chiusura di corso Brunelleschi: organizza raccolte indumenti, cibo e dispone di uno sportello legale supportato dagli avvocati dell'Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione. "Non ci arrivano più foto e video come prima, e per aiutare i ragazzi a chiamare casa abbiamo organizzato una raccolta anche per quelle. Serve una scheda telefonica per usare il telefono fisso, venduta dallo stesso ente gestore". Il 60 per cento degli ospiti del centro è tunisina. Seguono ghanesi, nigeriani, gambiani, marocchini ed egiziani.
Le voci da dentro negli anni lamentano sempre le stesse pessime condizioni: cibo avariato, scarsa igiene, maltrattamenti: "Poco tempo fa è iniziato un lungo sciopero della fame. Siamo riusciti ad ascoltare una conversazione tra un rappresentante dei detenuti e il direttore del centro che assaggiando il cibo ha confermato: "È immangiabile". Ha poi promesso per cena 90 pizze, che non sono mai arrivate", racconta la ragazza. Pasta al tonno e un secondo bollito, fette di tacchino al posto del maiale, è il pasto tipo. Tutto freddo e scotto, perché all'interno del centro non c'è modo di scaldare nulla. E d'inverno si aggiunge il gelo dei riscaldamenti che non funzionano quasi mai. E Gespa nel suo kit di ingresso non fornisce indumenti caldi: "Questo inverno abbiamo raccolto vestiti pesanti. Ci hanno chiesto presunte pratiche di sanificazione, ma poi li hanno gettati a terra e fatti controllare dal cane antidroga che passava sopra con le zampe". "Il mio compagno è stato dentro da novembre a febbraio, è un campo di concentramento, hanno dormito per terra per giorni. Le persone si ammassavano per non essere deportate, ma la violenza è tanta e alla fine ci riescono", racconta Maria.
Servizi medici appaltati - In via del tutto eccezionale all'interno dei Cpr anche l'assistenza medica è appaltata a privati, l'Asl nazionale sancisce soltanto la compatibilità: "La tutela della salute deve essere a carico del Sistema sanitario nazionale, non possiamo confrontarci con privati su questo punto, il medico non può essere un dipendente dell'ente gestore", dichiara Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che dice che il 7 giugno avrà un incontro con il capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione che dialoga con le prefetture. La stessa idoneità per l'ingresso, che nel caso di Musa si è tradotta in una mancata visita psichiatrica, è in mano ai medici interni del Cpr. Gli accordi con le Asl locali, previsti nel Regolamento unico del 2014, quando ancora i Cpr si chiamavano Cie, sono a oggi disattesi.
L'Ospedaletto, composto di 12 cellette di tre metri quadri, dove è stato ritrovato il cadavere di Musa, è isolato e utilizzato anche per scopi che non hanno a che fare con la cura: ospiti o detenuti, a seconda di chi parla, si isolano per mantenere la disciplina. Sono locali che, come ha scritto il Garante, "non sono adeguati da un punto di vista dell'apporto di luce naturale e di aria, della salubrità igienica, della presenza di pulsanti di chiamata, di arredo almeno sufficiente a consentire il riposo e la consumazione di pasti". Un luogo illegittimo ancora più oscuro se si pensa che manca un registro dei transiti che documenti le circostanze di permanenza lì dentro.
A questo si aggiungono operazioni chirurgiche, che invece di essere eseguite in una sala operatoria di ospedale avvengono tra queste mura: "È capitato che un uomo avesse del piombo dentro una gamba dopo la detenzione in Libia, è stato operato nell'Ospedaletto, invece che in una sala operatoria", racconta la solidale, "proprio come avviene nelle zone di guerra". "Sono rimasto dentro solo una settimana, ma sempre in isolamento, non ho potuto parlare con nessuno, nemmeno con mio cugino che era con me quando la polizia mi ha fermato senza documenti. Ho preso insulti razzisti", a parlare è Wassim, 30 anni, tunisino. "Mio fratello da tredici anni vive a Roma, ma a loro questo non interessa, mi hanno cacciato via, messo le manette, mi sono sentito un criminale, ma non lo sono. Ho risparmiato per due anni per pagare il viaggio per Lampedusa". Ai numerosi problemi psichiatrici si sommano centinaia di tentativi di suicido e atti di autolesionismo. I detenuti si provocano fratture a gambe, caviglie e piedi, chiudendosi l'arto nella porta; ingeriscono pile, chiodi o bulloni, si ustionano versandosi liquidi bollenti addosso.
Per questi episodi non esistono protocolli o interventi di prevenzione del rischio. Anche la tossicodipendenza è alta: senza le Asl locali queste persone sono abbandonate. "Gli psicofarmaci si usano a litri", ha testimoniato in tribunale da Fulvio Pitanti, medico responsabile del Cpr di Torino, durante uno dei tanti processi relativi alle rivolte scoppiate nella struttura. Ma anche Valium e antidepressivi sono somministrati con facilità, spesso anche nel cibo, per tranquillizzare gli animi. Nei mesi di pandemia il mancato collegamento con il Ssn ha causato difficoltà nel controllo del virus. C'erano soli tre medici con turni di cinque ore l'uno, per tutti i detenuti (che possono essere oltre 170) e per tutti i bisogni, senza reperibilità nelle 24 ore. Per le gravi mancanze è dovuto intervenire l'Ordine dei medici di Torino che a marzo ha stilato un accordo con Gepsa per potenziare l'assistenza e coinvolgendo i medici volontari con un passato nell'umanitario, scelta che ha causato numerose critiche.
Giurisdizione - Dal 1999, anno in cui il Cie ha aperto, l'unica cosa a essere migliorata sono gli alloggi, prima dei container gelidi di inverno e forni d'estate. Resta uno spazio oppressivo in cui i detenuti sono divisi in zone che non comunicano tra loro, la giornata trascorre senza attività, talvolta senza neanche uscire all'aperto. Una fisionomia, ha scritto Medu, medici per i diritti umani, che "può essere riconducibile al paradigma dei centri di internamento. Centri che sembrano servire soprattutto affinché la società civile percepisca che lo stato c'è". Dal 2016 al 2020 sono state quasi cinquemila le persone trattenute tra le mura del Cpr di Torino, metà di loro è tornata in libertà.
"Il giudizio sul trattenimento amministrativo è fallimentare sotto ogni punto di vista: sono luoghi eccezionali in chiave giuridica, non c'è tutela della libertà personale, ma qui in via esclusiva è la polizia a cancellare la libertà persone", racconta Maurizio Veglio, avvocato Asgi, che ha scritto il libro La malapena. L'associazione giuristi ad aprile si è vista accogliere un ricorso al Tar dopo l'ennesimo rifiuto del prefetto di Torino di poter entrare nel centro. "La qualità della vita all'interno è indecente. Dai dati che abbiamo, il 50 per cento dei detenuti non è rimpatriato, ma rimesso in libertà dopo un'esperienza inutile e dolorosa, questo anche perché mancano accordi con i paesi di origine".
Una volta fuori, ai migranti rilasciano un foglio di espulsione: sette giorni di tempo per raggiungere il paese di origine a proprie spese, dopo che lo stato per mesi non ci è riuscito. Un fermo ulteriore e si rischia una condanna penale e di rientrare, un circolo senza fine. Perché i posti sono pochi e trattenere tutti è impossibile. Molti di quelli che passano per un Cpr hanno sperimentato sulla propria pelle più trattenimenti, magari in altre forme, e il 50 per cento anche la detenzione nelle carceri. Un meccanismo che non si è fermano nemmeno con la pandemia: "Durante i primi mesi i rimpatri erano impossibili, abbiamo chiesto che le detenzioni non fossero prorogate. Ma il sistema è ingovernato, autoreferenziale e vige la discrezionalità", ricorda Veglio.
Una delle prime circolari del marzo 2020 della ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva previsto la sospensione delle attività questure migrazione, le uniche che dovevano proseguire erano le espulsioni, cosa che è avvenuta attivamente nel Cpr torinese: numerosi voli charter per la Tunisia, l'unica a non aver chiuso le frontiere, hanno riportato indietro i migranti arrivati dalle navi quarantena in Sicilia. Con riguardo alle persone trattenute, in particolare quelle di nazionalità tunisina si riscontra un forte disorientamento, dovuto alle procedure molto rapide cui vengono sottoposte dal momento dello sbarco in Sicilia, arrivando, senza sapere dove esattamente si trovino", si legge nel rapporto del Garante comunale di Torino pubblicato a maggio. In Spagna invece è stato un libera tutti, mentre in Inghilterra 700 persone sono state rilasciate grazie all'intervento di una ong.
I dati di spesa, a differenza delle carceri, non sono pubblici e i tentativi di quantificarli limitati. "Non si arriva a capire lo spreco di denaro. Uno straniero trattenuto "costa" allo stato circa mille euro al mese, a cui si sommano le spese per l'esecuzione del rimpatrio. Nel 2014 la Commissione diritti umani del Senato ha stimato in 55 milioni annui la spesa per il funzionamento dei centri e per le operazioni di rimpatrio, escluso il costo del personale delle forze dell'ordine", conclude Veglio. Mentre secondo la Corte dei conti il budget totale per i Cpr nel 2010 è stato di circa 200 milioni di euro. A Torino invece la spesa per la ristrutturazione del centro nel 2007, costata circa 14 milioni di euro, ha fatto lievitare il costo di un posto letto a 80mila euro.
Trattenuti a oltranza - A far riflettere è anche un altro dato emerso dalle ricerche dell'Osservatorio sulla giurisprudenza del giudice di pace in materia di immigrazione (Lexilium): il tasso di convalida dei decreti di trattenimento è del 98 per cento e quello di proroga del 97 per cento, mentre le udienze nella maggior parte dei casi non superano i cinque minuti. "Mi ritrovo a fare udienze nei luoghi della pubblica amministrazione e non in aula, come se i processi si facessero in casa di una delle due parti", spiega Marco Melano, nell'elenco dei difensori di ufficio del Cpr e avvocato Asgi. "Seguire questi casi è deprimente perché i risultati sono sempre gli stessi. La comunicazione è difficile, possiamo entrare per poco tempo e più di una volta mi è capitato di dover fare le udienze via video. Neanche il diritto alla difesa è garantito a pieno". "Non da oggi, ma i diritti sono lesi su base quotidiana: trattamenti inumani e degradanti in mano a compagnie private, che vogliono solo ritorni economici. Quella è una logica fuori dallo stato democratico, questi centri devono chiudere", denuncia Alda Re di LasciateCIEntrare, che ricorda anche la violenza dei rimpatri, spesso ottenuti con la forza o calmando i migranti con iniezioni che li sedano: "Hai presente i film americani, dove sono tutti in fila incatenati uno all'altro? Arrivano così all'aeroporto. In questi centri, le persone continuano a morire, anche formalmente: persone che lo stato ha reso "clandestine", perché qualcuno è accettabile, qualcun altro no". Musa è il sesto morto dal luglio del 2019, per il rientro diverse associazioni hanno lanciato una raccolta fondi per riportare la salma di Musa in patria: "Nessun governo - dicono - lo farà mai al posto nostro". Così era stato anche per Faisal.
Pensare a percorsi di regolarizzazione con queste premesse è impossibile: in trent'anni, i Cpr hanno avuto l'appoggio di ogni governo, a prescindere dal colore. All'interno dei centri non esistono corsi per l'inserimento lavorativo, di lingua, sono dei non luoghi con zero attività, l'unica cosa che si può fare è aspettare e sperare. Come ha fatto Musa arrivato nel 2017 in Italia dal mare: in pochi mesi aveva imparato l'italiano e preso la terza elementare a Imperia. Ma dopo quattro anni per lo stato era solo un irregolare da spedire nel luogo dei nessuno, dove è morto.
di Stefano Musolino*
Il Domani, 5 giugno 2021
Nei confronti dei pm si passa dalla sua esaltazione alla sua strenua critica. La delicatezza e centralità del ruolo impone, perciò, periodiche verifiche in ordine al modo concreto e diffuso di interpretare la funzione. Il modello legale pretende un pm consapevole del suo ruolo centrale della formazione della prova e, per questo, capace di cogliere la necessità di un'indagine non schiacciata sulla sola prospettiva accusatoria, in funzione del miglior risultato investigativo. Ma accanto a questa necessità, vi è quella di garantire l'uniformità dell'azione penale, riflesso della sua obbligatorietà e del principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali innanzi alla legge.
Tra gli attori della giurisdizione il pubblico ministero è quello più noto alle cronache ed esposto alle critiche. Seguendo un percorso ciclico, strettamente dipendente dalle variabili onde emotive che attraversano la società, si passa dalla sua esaltazione alla sua strenua critica. Si tratta del riflesso (del costo) mediatico del ruolo determinante del pubblico ministero nella formazione della prova, in vista della sua verifica giudiziaria; sicché le sue capacità di comprendere la vicenda o il fenomeno criminale investigato vanno coniugate con quelle predittive delle successive fasi processuali, laddove altre spiegazioni del fatto potranno essere proposte, al fine di mettere in crisi la dimostrazione accusatoria.
Le verifiche periodiche - La delicatezza e centralità del ruolo del pubblico ministero impone, perciò, periodiche verifiche in ordine al modo concreto e diffuso di interpretare la funzione, insieme alla comprensione dell'organizzazione interna dei relativi Uffici. Farne oggetto di confronto significa analizzare la collocazione istituzionale del pubblico ministero, valutare il grado di indipendenza e di autonomia operativa dei magistrati che lo compongono e che lo dirigono, ma anche verificare la concreta declinazione delle regole che disciplinano il suo potere di iniziativa e di indagine, insieme ad il suo rapporto con i giudici.
Una pluralità di studi giuridici evidenzia come, nelle moderne democrazie occidentali, il ruolo del pubblico ministero cresca ovunque; nel nostro Paese questa percezione è stata enfatizzata da una incipiente debolezza delle istituzioni politiche che ha, talvolta, portato il pubblico ministero ad assumere ovvero ad essere percepito come portatore di un ruolo salvifico, a carattere etico, in funzione della tutela della sicurezza pubblica, assecondando una narrazione mediatica che utilizza le paure sociali come motore per indirizzare scelte politiche, commerciali, economiche.
La trasformazione - Interrogarsi su quanto i modelli normativi vigenti siano conformi alle concrete declinazioni pratiche del ruolo, comprendere se sia in atto una trasformazione silente della funzione è uno degli obiettivi dell'incontro telematico organizzato da Magistratura Democratica, al fine di assumere nuove consapevolezze, sulla base delle quali avviare una critica ed auto-critica interna alla magistratura e, soprattutto, proporre stili e modi operativi più coerenti con il modello legale.
Quest'ultimo, infatti, pretende un pubblico ministero consapevole del suo ruolo centrale della formazione della prova e, per questo, capace di cogliere la necessità di un'indagine non schiacciata sulla sola prospettiva accusatoria (quella proposta dal denunciante o dalla polizia giudiziaria), in funzione non solo della tutela dei diritti dell'indagato, ma anche del miglior risultato investigativo, capace di confrontarsi in anticipo con le possibili spiegazioni alternative del fatto.
Ben si comprende, allora, come l'indipendenza e l'autonomia del pubblico ministero siano pre-requisiti essenziali ad uno svolgimento della funzione tesa alla ricerca della verità processuale, libera da interferenze e pressioni. Ma accanto a questa necessità, vi è quella di garantire l'uniformità dell'azione penale, riflesso della sua obbligatorietà e del principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali innanzi alla legge. Da una parte, dunque, la natura orizzontale dei rapporti dentro la magistratura, in conformità alla regola dell'art. 107 Costituzione e dell'autonomia ed indipendenza del pubblico ministero; dall'altra, la cd. gerarchizzazione degli Uffici, in funzione di garanzia dell'uniformità dell'azione penale. Un complesso e delicato equilibrio, oggettivamente, scompensato dal cd. riforma Castelli del 2005 che privilegiando le esigenze di uniformità dell'azione penale ha esaltato il ruolo del Procuratore, quale "capo" dell'Ufficio requirente.
Il Csm - La normativa secondaria introdotta dal Csm per restituire equilibrio al sistema (da ultimo con una nuova, recentissima circolare) non è, sin qui, riuscita ad invertire la tendenza culturale, prima ancora che ordinamentale, ad enfatizzare il ruolo del capo dell'ufficio, con contestuale de-responsabilizzazione dei sostituti procuratori. Riflesso sociale di questa dinamica è l'irrituale identificazione dell'Ufficio nella persona del suo capo, con conseguente sua sovraesposizione non solo mediatica, ma anche nei rapporti istituzionali e para-istituzionali.
Si è, così, generato un vulnus concreto e percepibile alla struttura orizzontale della magistratura cui è necessario porre rimedio, senza rinunciare alla necessità di garantire l'uniformità dell'azione penale, avendo particolare attenzione alle concrete modalità con cui si sviluppano i rapporti tra dirigenti e sostituti nella concretezza operativa degli uffici. Anche questo, dunque, un tema complesso e decisivo per comprendere la figura del pubblico ministero, in cui al presupposto normativo, segue quello della sua concreta declinazione pratica, rimessa alla sensibilità culturale dei protagonisti ed alla conseguente interpretazione del ruolo, all'interno dell'organizzazione dell'ufficio inquirente. Ben si comprende, allora, la necessità di un confronto volto a comprendere quali siano gli equilibri e le tensioni che oggi percorrono gli uffici del pubblico ministero e quali siano le prassi virtuose da prendere a modello ovvero le tendenze culturali che sembrano cedere alla tentazione di un'interpretazione del ruolo burocratico ed asfittico.
*Sostituto procuratore della Repubblica - DDA di Reggio Calabria e componente Esecutivo di Magistratura democratica
di Claudio Castelli
Il Domani, 5 giugno 2021
I pochi dati esistenti dimostrano che è falso che il giudice sia appiattito sul pm: circa la metà dei processi in dibattimento con rito ordinario e addirittura i due terzi per le opposizioni a decreto penale di condanna finisce con una pronuncia di assoluzione o di non luogo a procedere. Separando le carriere esalteremmo una deriva con pm che mostrano una crescente insofferenza al controllo del giudice: avremmo un giudice più debole a fronte di un pm che personificherà la volontà punitiva di una società sempre più incattivita. Questo scenario sarebbe garantista? A me sembra esattamente il contrario. Interventi sono necessari ma devono andare in una direzione radicalmente opposta, quella di unire e non di separare.
Continuiamo ad inseguire parole magiche d'un tratto capaci di risolvere i problemi che da decenni affliggono il nostro sistema. Uno di questi è la riforma della giustizia, su cui in astratto nessuno può dirsi contrario, ma che quando viene declinata in concreto dimostra troppe volte o la sua modestia o la sua valenza fondamentalmente ideologica e propagandistica.
Si dimentica che negli ultimi quindici anni abbiamo avuto una complessiva riforma ordinamentale con i decreti legislativi del Ministro Castelli del 2005 e del 2006 (solo parzialmente modificati dal Ministro Mastella), la riforma della giustizia appunto. Riforma che però non è stata evidentemente risolutiva se oggi ci troviamo di nuovo a dover riaffrontare il problema. Ed anzi a dover rimediare ad alcuni drammatici effetti che proprio quella riforma ha innescato quali i rapporti di potere personalistici all'interno del Csm e il carrierismo nella magistratura.
La realtà è che quando si parla di riforma della giustizia in generale ci si riferisce ad intervenire su due settori quali l'ordinamento giudiziario e le regole processuali, che sono importanti, ma che non sono determinanti, dovendosi invece affrontare anche le modalità organizzative, le priorità nell'investire risorse, le pratiche e la governance degli uffici giudiziari. Il problema è che è molto più facile lanciare parole magiche con la pretesa che di per sé risolvano i problemi, rispetto ad affrontarli in concreto con pazienza, umiltà e conoscenza della realtà degli uffici giudiziari e dell'avvocatura. Servono (anche) riforme normative, ma soprattutto investimenti mirati, interventi organizzativi, formazione e accompagnamento allo change management. Nulla è di per sé risolutivo, bisogna operare su più canali con una visione complessiva ed una strategia condivisa.
Separazione delle carriere - La separazione delle carriere è uno dei mantra che viene spesso presentato come risolutivo di alcuni dei mali della giustizia, ma che in realtà rischia di essere un poderoso boomerang con effetti del tutto opposti a quelli che almeno alcuni dei proponenti si propongono. Ci viene raccontato, spesso in buonissima fede, che con la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti il giudice verrebbe liberato da ogni legame con il pm e ciò lo renderebbe più libero e indipendente di decidere. Ciò come se oggi i giudici fossero condizionati dall'operato dei pm.
I pochi dati esistenti dimostrano come la vulgata di un giudice appiattito sulle richieste del pm sia del tutto falsa: circa la metà dei processi in dibattimento con rito ordinario (il 50,5 per cento) e addirittura i due terzi per le opposizioni a decreto penale di condanna (67,1 per cento) finisce con una pronuncia di assoluzione o di non luogo a procedere. (Fonte Relazione per l'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2021 del Presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio). E i pochissimi dati relativi all'accoglimento o rigetto delle richieste di misure cautelari da parte dei Gip parlavano di circa un quarto delle richieste non accolte (fonte Bilancio Sociale del Tribunale di Milano 2013).
Il rischio del pm superpoliziotto - La realtà è diversa: separando le carriere esalteremmo una deriva di cui abbiamo già qualche sintomo con pm che mostrano una crescente insofferenza al controllo del giudice ed un'enfatizzazione del momento delle indagini preliminari e delle ipotesi accusatorie. Avremmo un giudice più debole a fronte di un pm che personificherà la volontà punitiva di una società sempre più incattivita. Non dobbiamo illuderci: il rischio è di produrre un pm superpoliziotto, molto più forte del giudice, soggetto ai richiami dell'allarme sociale e alle pressioni dell'opinione pubblica, attento più al risultato da perseguire che alle garanzie. Se a questo uniamo il perverso connubio che si può facilmente creare tra prospettazioni accusatorie, mass media e social arriveremmo ad un pm potentissimo e sostanzialmente incontrollabile. Nessuno oggi ha il coraggio di augurarsi un pm sottoposto all'esecutivo, ma se si imbocca questa strada è facile preconizzare che nel giro di pochi anni questo passaggio sarebbe auspicato da molti, in modo da non avere un organo sostanzialmente incontrollabile.
No alla gerarchizzazione - Non è neppure pensabile di risolvere il tutto con una forte gerarchizzazione verticale in capo al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione per poi scendere ai Procuratori Generali presso le Corti di Appello, per arrivare ai Procuratori della Repubblica e ai singoli sostituti. Sarebbe una sorta di militarizzazione che, come ci insegna l'esperienza di questi anni, che già hanno visto una forte gerarchizzazione degli uffici (comunque autonomi), si rivelerebbe fallimentare. Un'autonomia del singolo pm nella gestione della fase delle indagini, ed ancora più dell'udienza, è inevitabile. Il ruolo del procuratore, necessario per assicurare una uniformità di indirizzo dell'Ufficio, può essere efficace e porta risultati solo quando si basa su scelte trasparenti e condivise e non con mere imposizioni.
Questo scenario sarebbe garantista? A me sembra esattamente il contrario. Interventi sono necessari ma devono andare in una direzione radicalmente opposta, quella di unire e non di separare.
Formazione e coordinamento - A partire dalla formazione che deve essere comune e unitaria per tutti coloro che aspirano a professioni giuridiche (tramite nuove Scuole di specializzazione comuni a numero chiuso obbligatorie come era previsto in origine o attraverso un V anno di università a numero chiuso destinato unicamente a chi voglia accedere a professioni giuridiche) per creare un'osmosi ed una cultura comune. E poi un forte coordinamento tra procure e tribunali, con l'interlocuzione dell'avvocatura, per far sì che i progetti organizzativi di Procure e Tribunali (le tabelle), non si muovano su piani distinti, ma siano un unico progetto coordinato e sinergico che sia compatibile con le risorse esistenti, con le esigenze dei territori, capace di fare i conti con continuità e trasparenza con risultati ed esiti.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 5 giugno 2021
"Marcire in galera", espressione logora del populismo giudiziario e abusata nei giorni scorsi sui social network, trasformati in una permanente piazza campo de' Fiori ai tempi della Roma papalina, dove si eseguivano gran parte delle pene capitali. Deve marcire in galera Giovanni Brusca, il killer spietato di bambini, giudici, poliziotti, gente comune. Il boia che ha premuto il pulsante del telecomando usato per detonare il tritolo piazzato sotto l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci. La strage che ha ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Dopo 25 anni di carcere, invece, è uscito dal carcere, fine pena.
"Solo dopo 25 anni con centinaia di omicidi confessati", si sono indignati politici di carriera e commentatori, soprattutto di area centrodestra, dunque liberal-conservatori. Ma anche una ampia fetta del Movimento 5 stelle ha scritto commenti che trasudavano vendetta, rabbia. Discorso a parte meritano i familiari delle vittime, il cui dolore va rispettato sempre e comunque, anche quando la sofferenza che si portano dentro per la perdita di un figlio, di una madre o di un padre non lascia margini a letture complesse dei fatti e dei fenomeni. Ogni persona reagisce in maniera differente, elabora diversamente. I percorsi di impegno e di denuncia possono prendere molte strade. Ogni familiare porta il peso della perdita seguendo un processo intimo, personale, che può sfociare in battaglie collettive. Comprendere e analizzare quando si è colmi di rabbia è uno sforzo sovrumano che non tutti riescono a fare.
Chi però ha la responsabilità di parlare a tutti questo sforzo dovrebbe farlo. I rappresentanti delle istituzioni, del parlamento per esempio. O quei commentatori che sui giornali e nelle televisioni aizzano alla vendetta e lasciano ai margini del dibattito la profondità del ragionamento. A loro vorrei parlare. A quei commentatori e parlamentari che hanno usato una storia di sangue e violenza, di dolore e isolamento dei sopravvissuti, per manipolare la realtà delle cose, dei fatti e della lotta alla mafia. Quando ho iniziato a fare il giornalista mi ero ripromesso di lasciare la mia storia fuori dal lavoro, nonostante in questi anni abbia lottato assieme alla mia famiglia per ottenere verità e giustizia (non vendetta).
Il sangue e la verità - Avevo 7 anni, e la sera del 23 ottobre 1989 mio padre, Giuseppe, è stato freddato durante il tragitto per tornare a casa. Ucciso a Locri, provincia di Reggio Calabria, a colpi di lupara, lui funzionario di banca, "integerrimo", scriveranno i poliziotti nei pochi atti utili a quell'inchiesta che la procura di Locri ha archiviato in un lampo. La sentenza è che non c'erano colpevoli, ignoti per tutta la vita, "suo cognato non aveva macchie e per questo è più difficile trovare i colpevoli", aveva detto a mia nonna uno degli investigatori applicato al caso. Non ho molti ricordi di mio padre, e questa è la ferita più difficile da rimarginare.
L'omicidio è come se avesse scippato il tempo passato assieme. Sembra assurdo ma è stato così per me. Così nel regno della 'ndrangheta, all'epoca spadroneggiava con i sequestri di persona, la giustizia non ci aveva degnato di uno sguardo e di una indagine decente, nonostante l'esecuzione di mio padre avesse tutte le caratteristiche dell'azione organizzata dai clan della zona. Il dolore ti resta per sempre incollato alla carne, anche se sei un bambino. Ma diventa anche una corazza, che ti protegge lungo il cammino futuro. Nello stesso periodo sono stati giustiziati dalla 'ndrangheta altre decine di persone che nulla c'entravano con le cosche. Ne conoscevo molte e ancora oggi conosco i loro figli. Tutte senza giustizia. Omicidi senza colpevoli.
Cosa c'entra Brusca, il populismo giudiziario, il marcire in galere e i pentiti con la storia che ha segnato la mia vita, vi chiederete voi. C'entra per due motivi. Il primo: gli anni della strage silenziosa in Calabria erano gli stessi in cui il maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone, contro la mafia di Totò Riina e Giovanni Brusca, stava dando il colpo finale all'organizzazione che poi si vendicherà con lo stesso Falcone e con Paolo Borsellino, uccidendoli negli attentati di Capaci e via D'Amelio nel 1992. Secondo: se le leggi ispirate da Falcone, da quella sui pentiti all'organizzazione delle procure antimafia (le direzioni distrettuali antimafia) fossero esistite ai tempi dell'omicidio di mio padre forse avremmo ottenuto giustizia in molti.
Giustizia, non vendetta - Anche nella storia dell'omicidio di mio padre ritroviamo i pentiti. L'ultimo ha parlato nel 2013, è ritenuto un importante figura della 'ndrangheta, descritta da esperti e investigatori come l'organizzazione più impenetrabile e meno colpita dal pentitismo. Per la prima volta fa nomi e cognomi di esecutori e mandanti.
I primi erano già in carcere per altri reati, si trovavano al 41 bis, il carcere duro, perché ritenuti a capo delle cosche della Locride. Tra i killer indicati dal pentito anche uno dei più noti narcotrafficanti internazionali. Il mandante, invece, è libero, stando alla versione del collaboratore. Anche in questo caso la stessa procura che decise di archiviare 30 anni fa ha optato per la strada più facile, convinta che gli elementi forniti dal collaboratore di giustizia non fossero sufficienti. Seconda archiviazione, dunque.
Che cosa avrei dovuto fare? Invocare la pena di morte? Urlare che devono marcire in galera? Credo che sia la verità il fine del percorso e non il desiderio di vendetta. La giustizia è il mezzo per ottenerla, con il codice e la Costituzione, la prima tra le misure antimafia, a indicare la via da seguire. Agire all'interno della cornice dello stato di diritto perché in democrazia deve guidarci la razionalità, che ci pone su un piano di superiorità rispetto a chi uccide per mestiere, usa la protervia come mezzo per raggiungere il potere e la corruzione come strumento per imporsi nei mondi istituzionali.
Combattere le mafie non può trasformarci in cacciatori senza regole, dobbiamo applicare le regole, persino, prima o poi, lasciarci alle spalle la perenne emergenzialità di certe misure. Le mafie si combattono prima di tutto sui territori con la prevenzione, assicurando servizi, lavoro, reddito, liberando dal ricatto povera gente e imprenditori strozzati dai debiti. La lotta alle mafie è una questione molto seria, che gli slogan di alcuni leader reazionari e alcuni titoloni dei giorni scorsi hanno ridicolizzato. Sui social circolavano volantini, con le facce dei leader della destra, con scritto a caratteri cubitali "dalla parte delle vittime sempre" oppure "scarcerato Brusca dopo 25 anni, non è questa la giustizia che gli italiani meritano".
Stare dalla parte delle vittime presuppone però l'umiltà di stare un passo indietro, il sospetto piuttosto è che sia tornata la grande voglia di distruggere l'impianto del codice antimafia che si è formato a partire dal 1992 a oggi. Il governo Berlusconi si distinse per la guerra contro la legge sui pentiti, proprio quando il fedele collaboratore del leader di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, emergeva sempre di più come un concorrente esterno della mafia siciliana.
Che rispetto c'è per le vittime dei poteri mafiosi se per tutta la carriera politica si è provato a bonificare il campo dagli strumenti necessari a combatterli? Che rispetto ci può essere per le vittime se chi rappresenta le istituzioni all'interno del parlamento passa il suo tempo a inveire sui social contro un macellaio qual è Brusca e si rintana nel silenzio quando nella rete dei padrini finiscono colletti bianchi, uomini di partito, imprenditori amici? La vendetta lasciamola ai mafiosi. La giustizia ai cittadini, che devono però accettare che possano esistere feroci criminali che aiutano i magistrati a ottenerla.
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