di Fabio Castori
Il Resto del Carlino, 16 luglio 2021
Si indaga per chiarire se i soccorsi sono avvenuti nei tempi giusti. Ieri la visita del Garante. La Procura di Fermo ha aperto un'inchiesta sulla morte sospetta di un detenuto avvenuta qualche giorno fa al Murri. Gli inquirenti stanno cercando di capire se l'uomo, in cella nella casa di reclusione di Fermo, sia stato soccorso con ritardo o ospedalizzato con tempi troppo lenti per una patologia da cui soffriva da tempo.
Un'eventualità sollevata anche da altri detenuti, che sostengono l'ipotesi di colpevoli lentezze. Al momento il fascicolo, ancora in fase embrionale, è a carico di ignoti. Il drammatico episodio è stato seguito da un'immediata visita da parte del garante dei diritti della persona e dei detenuti, l'avvocato Giancarlo Giulianelli.
Ieri mattina, insieme con due suoi collaboratori, Giulianelli, accompagnato dal referente dell'Osservatorio carceri dell'Unione Camere Penali, l'avvocato Simone Mancini di Montegranaro, si è recato nella Casa di reclusione di Fermo per incontrare il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria. Giulianelli e i vertici della Casa di reclusione hanno parlato informalmente del decesso dell'uomo e delle problematiche dell'istituto con particolare attenzione alle esigenze dei detenuti.
"Siamo stati accolti - spiega l'avvocato Mancini con la solita professionalità e correttezza del direttore del carcere, che ci ha ampiamente spiegato quelli che sono i nodi e le esigenze da affrontare all'interno dell'istituto. Posso dire che nonostante la struttura sia obsoleta, il direttore sta facendo un ottimo lavoro e con grandissima professionalità gestisce gli spazi, il personale e i detenuti in maniera molto attenta. Il grande problema, che non riguarda solo Fermo, è la carenza di organico di gente specializzata per le attività alternative dei detenuti.
Ci sono pochissimi elementi dell'organico regionale, che vengono catapultati da un carcere all'altro, comportando problematiche molto serie. Va sottolineato che prima a Fermo c'era il dottor Nicola Arbusti e da quando è andato in pensione un anno fa, non è stato ancora sostituito". Il garante Giulianelli ha poi avuto un colloquio singolo per ogni detenuto che ha chiesto di parlare con lui. Durante gli incontri si è discusso anche della morte finita nel mirino della magistratura, ma quanto emerso dalle chiacchierate informali è tenuto sotto il massimo riserbo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2021
L'azione penale non può essere promossa o proseguita fino al rigetto dell'istanza che rappresenta causa di non procedibilità. La domanda di riconoscimento dello status di rifugiato "blocca" la possibilità di procedere con l'azione penale, per il reato di trattenimento nel territorio dello Stato, contro lo straniero in situazione illegale. La Corte di cassazione con la sentenza n. 27353/2021 ha però precisato che seppure la legge parla di sospensione del procedimento penale a fronte della domanda di protezione internazionale di fatto si tratta di causa di non procedibilità. Per tale motivo la difesa dell'imputata ricorreva in Cassazione perché fosse annullata la sentenza con la quale era stata riconosciuta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto in quanto il giudice avrebbe dovuto invece emettere sentenza di non luogo a procedere.
E qui sta l'innovativa lettura della Cassazione penale che precisa, appunto, che non si può parlare sotto alcun aspetto di assoluzione o di causa di non punibilità, in quanto il giudice, chiamato a giudicare lo straniero per il reato previsto dal comma 1 dell'articolo 10bis del testo unico dell'immigrazione, deve - in primis - verificare l'assenza di cause di non procedibilità quale la presentazione dell'istanza di protezione internazionale. Cioè, in caso sussista tale circostanza di fatto, l'azione penale non è sospesa, ma non può essere promossa né proseguita. Solo al momento del rigetto dell'istanza di protezione internazionale si riapre la possibilità di esercitarla ab initio: cioè viene rimosso l'ostacolo rappresentato dalla pendenza della domanda avanzata dallo straniero.
Da cui se ne deriva il principio interpretativo affermato dalla Cassazione secondo cui il giudice deve procedere a immediata declaratoria di improcedibilità dell'azione penale anche in caso di processo in corso e non dichiararlo sospeso e men che mai concludere il giudizio di merito - pur senza condanna - come nel caso concreto. In realtà ciò che rileva non è l'assenza di una condizione per l'esercizio dell'azione penale, ma la presenza di una causa di non procedibilità che il giudice è tenuto a dichiarare tempestivamente con sentenza. Certo l'esito negativo del procedimento amministrativo instaurato dallo straniero richiedente lo status di rifugiato fa venir meno l'ostacolo alla celebrazione del processo non impedendo più l'esercizio dell'azione penale da parte dei giudici che devono perciò rendersi edotti sullo stato del procedimento amministrativo.
In conclusione dove la norma parla di sospensione del processo eventualmente già instaurato va rilevata un'imprecisione linguistica che si sarebbe evitata parlando più esplicitamente di improcedibilità che determina i n capo al giudice l'obbligo di immediata declaratoria della causa di non procedibilità a norma dell'articolo 129 del Codice di procedura penale.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2021
La Commissione ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione Europea per il mancato rispetto di alcuni obblighi in materia di scambio di informazioni stabiliti dalle norme dell'Ue in materia di cooperazione transfrontaliera nella lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera. Malgrado le "ripetute richieste" da parte della Commissione, a tutt'oggi Roma "non permette agli Stati membri di accedere ai dati relativi al Dna, alle impronte digitale e all'immatricolazione dei veicoli". Per la Commissione le regole sulla condivisione delle informazioni tra Stati membri, stabilite dalla cosiddetta decisione di Pruem, sono uno "strumento chiave" per combattere il "terrorismo e la criminalità internazionale". La procedura d'infrazione era in corso da anni: il parere motivato risale al 2017
Gli Stati membri dovevano attuare pienamente le norme entro agosto 2011. La Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, inviando una lettera di costituzione in mora, seguita nel 2017 da un parere motivato, ed esortando l'Italia a rispettare pienamente gli obblighi giuridici. Dopo ripetute indagini sui progressi compiuti dall'Italia nell'adempimento dei suoi obblighi, si constata che a tutt'oggi l'Italia ancora non consente agli altri Stati membri di accedere ai propri dati relativi al Dna, alle impronte digitali e all'immatricolazione dei veicoli. Per questi motivi la Commissione ha deciso di deferire il caso alla Corte di giustizia dell'Unione Europea.
"Le decisioni di Prüm - sostiene la Commissione Ue in una nota - sono un elemento importante della strategia dell'Ue per l'Unione della sicurezza. Esse mirano a sostenere e intensificare la cooperazione transfrontaliera tra le autorità di contrasto, attraverso norme per la cooperazione operativa di polizia e lo scambio di informazioni tra le autorità responsabili della prevenzione dei reati e delle relative indagini".
Grazie alle decisioni di Prüm, le autorità di contrasto di uno Stato membro possono sapere se nelle banche dati di altri Stati membri sono disponibili informazioni pertinenti su Dna, impronte digitali e dati di immatricolazione dei veicoli, cosa che può agevolare le indagini. Ciò avviene attraverso un sistema decentrato di collegamenti bilaterali tra gli Stati membri, che consente agli investigatori di effettuare ricerche e confrontare tali dati a livello transfrontaliero. Il sistema fornisce un accesso "hit/no hit" agli archivi di analisi del Dna, delle impronte digitali e dei dati di immatricolazione dei veicoli degli Stati membri, il che significa che non vi è accesso diretto alle informazioni personali e relative al caso.
Una volta confermato un "hit" e previa verifica dei dati corrispondenti da parte di un esperto forense, le autorità nazionali inviano una richiesta allo Stato membro interessato per poter ricevere ulteriori dati personali. Per i dati relativi all'immatricolazione dei veicoli, invece, le informazioni aggiuntive sono fornite immediatamente con un riscontro positivo".
di Angelo Aparo*
Il Giorno, 16 luglio 2021
A volte mi viene chiesto come funziona il gruppo della trasgressione, cosa faccio, quale metodo uso per coordinarlo. Non ho ancora scritto il libro sul gruppo e non è detto che riesca a farlo; al momento ho solo il titolo: Il corriere dei panni sporchi. Ogni tanto, però, mi sembra di riuscire a individuare qualche aspetto del metodo.
Uno di questi è che a volte, quasi senza rendermene conto, tratto le persone (e tra queste detenuti in carcere per avere spacciato, ucciso, fatto parte di organizzazioni criminali) come fossero bambini che possono giocare a mettere le mani sul mondo senza toccare pistole, soldi e senza ubriacarsi di potere e di eccitazioni a basso prezzo. Fra le tante piccole cose, una riguarda la necessità di costruire il masso di Sisifo, visto che domenica detenuti e comuni cittadini si troveranno a spingere il masso di Sisifo alla fine di due giornate al Parco delle memorie industriali nell'ambito di un progetto promosso della nostra associazione Trasgressione.net e dal Municipio 5 del Comune di Milano per la prevenzione di droga, bullismo e devianza.
Per rendere il masso visibile, mi sono convinto che debba avere circa un metro e mezzo di diametro. Qualcuno, fra studenti e detenuti, ha suggerito che un volume così grande potrebbe essere riempito con bottiglie d'acqua minerale. A questo punto ho chiesto al tavolo del gruppo quante bottiglie d'acqua da un litro e mezzo sarebbero state necessarie. E da qui il gioco (...) Al gruppo mi servo anche di queste piccole cose per stuzzicare le persone a svegliarsi dal torpore, pur se l'obiettivo principale è il ragionamento sulla relazione e soprattutto la coltivazione della relazione con l'altro.
*Psicologo
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Dal gennaio 2021 è sottoposto a trattamento chemioterapico da effettuarsi ogni 28 giorni previ esami del sangue. Ma Enrico Fumia, attualmente detenuto presso l'istituto penitenziario di Secondigliano, fino ad oggi la somministrazione della chemioterapia sarebbe avvenuta con ritardo e senza che vengano effettuati le dovute analisi.
Non solo, dalla denuncia che ha depositato presso la Procura, si evince che anche le visite di controllo programmate presso l'ospedale Cardarelli non sarebbero state effettuate. C'è anche una perizia medico legale che attesta l'incompatibilità con la detenzione: nonostante ciò, il tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza di sostituzione della misura detentiva con quella domiciliare riservandosi però di delegare la direzione penitenziaria, di concerto con il Dap, a individuare una "sistemazione consona con lo stato di salute".
Ma anche questa, ad oggi, stenterebbe a concretizzarsi. A farlo presente alle autorità, a partire dal ministero della Giustizia, è l'Associazione Yairaiha Onlus. "Ci chiediamo - si legge nella missiva a firma della presidente dell'associazione Sandra Berardi -, e Vi chiediamo, quale altra sistemazione consona può esserci per un soggetto con patologie così gravi se non una struttura clinico- ospedaliera? Crediamo che ricordare a lor signori gli articoli costituzionali e di legge posti a tutela della salute di tutti i cittadini, detenuti compresi, sia oltremodo superfluo; pertanto auspichiamo che la situazione del sig. Fumia possa essere risolta in maniera consona alle gravissime condizioni di salute in cui versa prima che sia troppo tardi".
Il quadro clinico del detenuto, è molto preoccupante. Dal referto si evince che è affetto da tumore neuroendocrino del pancreas localmente avanzato con metastasi, distrofia bollosa degli apici polmonari, microangiopatia trombotica neoplasia - correlata, lieve rigurgito mitralico, ectasia radice aortica e del tratto ascendente. Per quanto riguarda il cancro non operabile, sono fondamentali le tempestività delle diagnosi e delle terapie. "Che cosa deve accadere? - si legge nell'esposto del detenuto - La prognosi è già nefasta, così rischio di morire in tempo brevissimi a causa della inadempienza, della noncuranza di tutti qui diritti fondamentali quali salute, e diritto di essere curati secondo le più idonee terapie e trattamenti".
Com'è detto, il magistrato di sorveglianza gli ha rigettato l'istanza per la detenzione domiciliare. "Nel rigetto - scrive il detenuto nell'esposto - si legge che è sempre presente un medico. Ma la presenza del medico non significa assistenza idonea necessaria per questo tipo di patologia". Per il detenuto, giustamente ci vuole l'assistenza da parte degli specialisti come l'oncologo. Il magistrato di sorveglianza, nel rigetto, ha indicato che è compito del Dap collocare il recluso in centri diagnostici operativi adeguati e idonei alla cura e terapia del caso concreto. "Nel caso di specie - denuncia però il detenuto - al momento non appaiono esistere condizioni che indichino simili interventi". Conclude amaramente che al carcere di Secondigliano non stanno tutelando la sua salute.
radicali.it, 16 luglio 2021
Nella giornata di ieri, il medico e Consigliere regionale Michele Usuelli (Più Europa - Radicali) insieme ad altri membri della Commissione Carceri di Regione Lombardia, accompagnato da Barbara Bonvicini, sua collaboratrice e membro della Direzione Nazionale di Radicali Italiani, ha effettuato una visita ispettiva programmata alla Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza di Castiglione delle Stiviere, l'unica struttura di sicurezza lombarda che ospita malati psichiatrici altrimenti destinati al carcere. Attualmente sono ospitate 155 persone su 160 posti, essendo vuoti alcuni letti del reparto femminile.
"La lunga lista di attesa maschile è dovuta non già a questo Rems, ma alla inadeguatezza complessiva regionale e nazionale della gestione del detenuto psichiatrico in carcere." - commenta il consigliere Usuelli all'uscita.
"Colpisce innanzitutto la condizione di poca sicurezza sul lavoro degli operatori sanitari e sociosanitari non essendo presente nella struttura alcun agente di alcun corpo di polizia. Dal punto di vista medico, l'assenza di un medico internista o di un medico di medicina generale, accanto agli psichiatri e psicologi complica la qualità del lavoro dei sanitari, aumenta in maniera inappropriata la frequenza degli invii in ospedale (situazione nella quale lo specialista psichiatra è costretto ad accompagnare l'ospite fungendo anche da piantone) e peggiora la qualità di cura delle persone."
"Accanto alle palazzine da 20 posti letto, abbiamo chiesto di visitare il padiglione acquario che ospita 70 persone con le quali ci siamo fermati a parlare. - prosegue Usuelli - Le dimensioni di questo padiglione pregiudicano fortemente la qualità del lavoro degli operatori e la qualità di vita degli ospiti. Rispetto alle visite nelle carceri colpisce il fatto che al di là delle poche borse lavoro, finanziate da Regione Lombardia, i lavori di pulizia e distribuzione del vitto non sono retribuiti, come invece avviene in tutti gli istituti di pena".
"Anche in questo istituto la pandemia è stata gestita in maniera efficiente grazie al lavoro del personale sanitario; - osserva il consigliere radicale - auspichiamo che prontamente le visite da parte dei parenti possano riprendere e ampliarsi rispetto al contingentamento attuale di un'ora massima a settimana. L'allungamento della durata della visita è particolarmente importante dato che essendo l'unico Rems lombardo molte famiglie sono davvero distanti dai loro cari. Le videochiamate alle famiglie, attualmente 10 minuti a settimana, debbono essere potenziate. Anche questi piccoli dettagli, frustranti, possono contribuire ad aumentare il livello di aggressività di un paziente psichiatrico detenuto e spesso con doppia diagnosi. In maniera del tutto simile a qualunque altro carcere che abbiamo visitato, la cronica e strutturale mancanza della possibilità di lavorare rappresenta il primo e più importante grido di dolore."
"Infine, - conclude Usuelli - sono state talmente frequenti e reiterate, da parte di quasi tutti gli ospiti con cui abbiamo parlato, le segnalazioni di un eccessivo ricorso all'istituto della proroga di pena che ci permetteremo, senza certezze o opinioni precostituite, un approfondimento con i responsabili di questo istituto per acquisire informazioni più complete. Alla visita di oggi seguirà un approfondimento il più possibile condiviso che ci porterà a presentare un ordine del giorno Rems in Lombardia nel prossimo assestamento di bilancio".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 16 luglio 2021
Visite mediche davanti agli agenti accusati, telecamere rotte, picchiatori mai identificati. Una storia gemella di quella campana, denuncia Antigone. Ma i pm chiedono di archiviare.
Può darsi che sia una frottola. Può darsi che dodici testimonianze univoche e concordanti non costituiscano la prova, e neanche l'indizio, di un pestaggio di massa di 60 detenuti, "salutati" così dagli agenti della Penitenziaria prima del trasferimento. Può darsi che sia normale che nella casa circondariale di Melfi (136 reclusi divisi in quattro sezioni di Alta Sicurezza) le telecamere di sorveglianza interne non avessero un sistema di registrazione, e quelle installate presso la portineria e le mura perimetrali fossero inservibili e con le memorie cancellate.
E può darsi anche che i lividi e le escoriazioni sui volti e sulle costole dei trasferiti siano stati davvero causati "da cadute o scivolate accidentali", come si legge nella richiesta di archiviazione della procura di Potenza, che dopo un anno di indagine non ritiene che ci sia più alcunché da approfondire. Può darsi. Quando si parla di carceri, tutto può essere. E però, a leggere l'opposizione all'archiviazione presentata da Antigone (il Gip non si è ancora espresso), il dubbio di insabbiamento resta.
Chi conosce la vicenda delle violenze denunciate dai detenuti di Melfi trasferiti d'urgenza alle 3 di notte del 17 marzo 2020, come conseguenza delle rivolte del 9 marzo per la mancata adozione delle misure anti-Covid, descrive quei fatti come la fotocopia della mattanza di Santa Maria Capua Vetere senza però i filmati. E senza che un magistrato di sorveglianza si sia interessato del caso sin da subito, quando ancora l'omertà non aveva cucito le bocche.
Dodici detenuti in particolare hanno raccontato di essere stati prelevati dalle celle, ammanettati ai polsi con fascette da elettricista, fatti inginocchiare faccia al muro e poi trascinati fuori nel piazzale. Con brutalità, stando a quanto hanno riferito. "Alcuni agenti ci schiaffeggiavano e prendevano a calci", "qualcuno aveva la testa rotta e sanguinante, occhi tumefatti, nasi rotti...", "ci sputavano addosso", "perdevo sangue dalle gambe", "tutti venivano colpiti coi manganelli", "le guardie avevano il passamontagna", "hanno pestato mio zio che è cardiopatico", "mi hanno fatto spogliare e colpito nelle parti intime", sono le voci raccolte da avvocati e famigliari.
Nessuno, ribatte però la procura, al momento della visita medica, necessaria per il nulla osta al trasferimento, ha parlato di calci e pugni. Forse perché le visite si sono tenute davanti agli stessi agenti presunti autori delle violenze. "Sicuramente era presente personale della Penitenziaria", ha dichiarato ai pm il dottore del carcere di Melfi Vito Antonio Spelacchio.
"Nessuno mi ha segnalato malori o di essere stato vittima di pestaggi, quindi non ho proceduto a un esame più approfondito. Farli denudare (...) poteva essere inteso come atto umiliante o invasivo". I detenuti hanno ritrovato la parola una volta lontani da Melfi, con altri dottori. Per due di loro il riscontro sanitario delle percosse è pieno, ma - non essendo stati in grado di riconoscere chi li ha menati - la procura si è fermata. Anche perché, nonostante gli agenti siano stati descritti col volto coperto da passamontagna, ha escluso "indebite forme di travisamento da parte degli operatori".
Che poi non si sa nemmeno chi c'era a Melfi quella notte, come ricorda l'avvocato di Antigone Simona Filippi nell'atto di opposizione all'archiviazione. I pm non hanno chiesto la lista degli agenti del Gom (il reparto mobile della Penitenziaria) intervenuti. E non è stato possibile identificare i poliziotti in servizio a Melfi, nonostante i denuncianti avessero fornito, se non i nomi, elementi per risalire alla loro identità: "L'appuntato che conosco, che sta ai colloqui, e l'appuntato che era in sezione", "l'ispettore dei colloqui", "un appuntato di cui non conosco il nome ma che ha circa 35 anni...". Segnalazioni di questo tipo. Che nessuno, evidentemente, ha avuto la forza, la voglia o l'interesse di andare a verificare.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 16 luglio 2021
Risultati dei test Invalsi spazzano via ogni narrazione consolatoria sulla "tenuta della scuola" durante la pandemia, sull'efficacia della Dad e sulle scorciatoie inventate per non prendere atto della perdita di apprendimenti maturati in questi due anni di scuola a singhiozzo: tutti promossi e esami facili, senza preoccuparsi, e senza mettere in atto strategie serie per contrastarle, delle voragini conoscitive e prima ancora del venir meno dell'interesse e della fiducia.
Accanto alla dispersione esplicita si è allargata così anche l'area della dispersione implicita, fatta da chi continua a rimanere a scuola, ma apprende poco o nulla ed entrerà nella vita adulta e nel mercato del lavoro pochissimo attrezzato per esercitare i suoi diritti e doveri di cittadinanza e per trovare una collocazione decente nel mercato del lavoro. Si è ampliata anche la disuguaglianza, perché gli effetti negativi della scuola a scartamento ridotto non sono distribuiti uniformemente tra tutti i ceti e tutti i contesti territoriali. Non è tutta colpa della Dad, naturalmente. Questa non ha fatto che esplicitare e rafforzare i problemi di una scuola troppo spesso incapace di coltivare l'interesse delle bambine/i e adolescenti e di contrastare le disuguaglianze nelle risorse e nei contesti familiari e sociali a motivo di una didattica ingessata (che nella Dad si è spesso tradotta in una trasposizione online delle lezioni frontali), dove l'attenzione, doverosa, per i contenuti disciplinari non riesce a restituirne il senso e valore di comprensione del mondo e di scoperta del nuovo. Una scuola in cui negli anni si sono succedute riforme che poco o nulla hanno riguardato i contesti, le modalità, le risorse umane e materiali necessarie per favorire i processi di apprendimento, in cui gli studenti non hanno mai avuto centralità negli obiettivi di volta in volta individuati. Lo scandalo delle chiusure più lunghe d'Europa senza che nel frattempo nulla si sia fatto per rendere le scuole, e la frequenza scolastica, più sicure e più favorevoli agli apprendimenti, testimonia di questa ormai strutturale marginalità degli interessi degli studenti nell'agenda politica (ed anche sindacale). Non è forse un caso che la scuola elementare abbia retto meglio: non solo perché in questo anno scolastico è stata meglio preservata dalle chiusure, salvo che in alcune regioni meridionali dove, di conseguenza, i danni sono stati subiti anche dagli alunni più piccoli, ma perché in generale è la scuola che negli anni è stata più aperta alle innovazioni didattiche e in cui è più difficile, per le insegnanti, ignorare le diverse provenienze e capacità dei loro alunni/e.
A fronte del vero e proprio disastro antropologico di cui troppi alunni/e sono vittime a causa della sciatteria e irresponsabilità di chi ha in mano il loro destino, desta preoccupazione che nulla sia pensato e programmato per contrastarlo in modo sistematico (salvo l'evocazione del ritorno delle bocciature e la promessa di qualche corso di recupero). Così come sconcerta, per usare un eufemismo, che a metà luglio si sia ancora incerti su se e come riprenderà la scuola in presenza a settembre e con quale organico. Il ministro, di cui si apprezzano le belle parole e la visione della scuola futuribile, per il futuro prossimo sembra non possa che aspettare le indicazioni del Cts. Come se non avesse responsabilità per le aule ancora mancanti dopo un anno e mezzo di pandemia e un organico ancora incerto, numericamente insufficiente e non sempre adeguatamente formato ad una didattica efficace in termini sia di apprendimenti sia di inclusività - inclusa la didattica con gli strumenti digitali a prescindere dalla Dad. Come se non fosse suo compito interpellare ministero dei trasporti, regioni e comuni per garantire la mobilità degli studenti. Nessuno ha la bacchetta magica, ma i processi vanno messi in moto tempestivamente e con sistematicità. Evocarli non basta. Non basta neppure erogare fondi a pioggia, come è stato fatto questa estate, senza un disegno organico e un sistema di priorità.
Temo che di questo passo, mentre la pandemia riprenderà forza con le varianti, saranno le/gli adolescenti e i giovani ad essere individuati come la causa delle nuove chiusure: perché si "assembrano" spontaneamente per divertirsi e non solo con il permesso della Fifa, dei governi (incluso il nostro) e della Fgci, per vedere le partite di pallone e festeggiare la vittoria tra il tripudio dei commentatori; perché non si vaccinano (o i loro genitori non li fanno vaccinare), non perché le vaccinazioni rallentano ed anche chi si è mosso per tempo verrà vaccinato, forse, in agosto. E se non troveranno lavoro perché non avranno appreso abbastanza a scuola, sarà colpa loro: perché non hanno studiato, non si sono impegnati. Stiamo riducendo le possibilità di crescita e maturazione di una fetta importante delle giovani generazioni con decisioni sconsiderate e miopi ed abbiamo persino l'impudenza di dire che è colpa loro.
spotandweb.it, 16 luglio 2021
Pianosa è un puntino al largo dell'Elba, uno scoglio piatto nel mar Tirreno che fin dall'antichità è stata una prigione, un altrove dove mandare chi era sgradito. L'isola del diavolo.
Silvia Giralucci, giornalista, il cui papà fu vittima del primo omicidio delle Brigate Rosse, ci capita in vacanza e rimane affascinata dal contrasto tra un luogo dal paesaggio paradisiaco e la sua storia: per 150 anni Pianosa è stata un carcere, colonia penale agricola e poi carcere di massima sicurezza dove sono stati detenuti anche alcuni degli assassini di suo padre, insieme ai vertici del terrorismo rosso, e in quelle stesse celle è stata poi imprigionata la cupola della mafia dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio.
'Pianosa, l'isola del diavolo' è un viaggio tra le storie del passato e del presente di Pianosa, storie che intrecciano la storia d'Italia e che portano a una riflessione profonda sul senso della pena. Il carcere duro lenisce il dolore delle vittime? A cosa serve davvero la pena? Che cosa succede alle persone dentro un carcere di massima sicurezza?
L'autrice, Silvia Giralucci ritorna sugli interrogativi che l'assillano fin da bambina, e attraverso le voci di chi ha abitato Pianosa - da bambino, da detenuto, da agente, da guida turistica, da avvocato - racconta i segreti di un luogo sospeso tra inferno e paradiso, esplorando allo stesso tempo il nostro complicato rapporto con la pena. Con una guida ambientale si addentra nella zona carceraria, dove le sezioni sono rimaste in un tempo sospeso dal 1998 quando, improvvisamente, il carcere venne chiuso e l'isola abbandonata. Si trova davanti alla sezione Agrippa, dove sono stati rinchiusi anche alcuni degli assassini di suo padre, e attraverso il racconto di Franco Bonisoli, uno degli autori del rapimento di Aldo Moro, si interroga sul carcere duro e su che cosa possa portare i terroristi ad assumersi la responsabilità dei reati commessi.
Nel viaggio, nel tempo e nello spazio, incontra Gaetano Murana, condannato per la strage di Paolo Borsellino, detenuto per 18 anni, di cui 16 al 41 bis la maggior parte a Pianosa, prima di essere riconosciuto completamente innocente e vittima di depistaggi; il direttore di carcere Luigi Pagano, che ha iniziato la sua carriere come vicedirettore del penitenziario di Pianosa, e che dopo una vita passata nell'amministrazione penitenziaria è convinto che il carcere andrebbe abolito, e poi Stefano Ricci Cortili, antropologo fisico che racconta il passato lontano che emerge dagli scavi di Pianosa; i detenuti in semilibertà che abitano l'isola oggi lavorando con i turisti, e i due agenti di polizia penitenziaria Claudio Cuboni e Michele Comune che da trent'anni vivono questo posto sperduto come due eremiti.
"Pianosa l'isola del diavolo "di Silvia Giralucci è stato selezionato da Radio 24 ed Audible lo scorso anno nell'Audible Academy, all'interno del Master in Storytelling Audio creato della 24ORE Business School con Radio 24. Un corso volto alla formazione e alla crescita delle professionalità nel settore dell'audio entertainment in Italia, ideato per sviluppare competenze e professionalità in grado di pensare e realizzare formati audio innovativi.
La versione integrale in 7 puntate di "Pianosa l'isola del diavolo" sarà in onda nel palinsesto estivo di Radio 24, che prende il via il 26 luglio, al sabato alle 17 ed alla domenica alle 19, e sarà disponibile in Podcast Audible Original da settembre solo su Audible.it. Una versione ridotta della serie è disponibile dal 15 luglio sul sito di Radio 24 e sulle principali piattaforme.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 16 luglio 2021
Probabile il rinvio a settembre, ma la strada è minata dal rischio del voto segreto. I dissidenti dem: un azzardo la strategia del leader. Le lacrime nell'aula del Senato della forzista Masini.
"Cresce la schiera di chi non vuole morire in battaglia sul ddl Zan, ma portare davvero a casa la legge contro l'omotransfobia". Andrea Marcucci riassume così la riunione dei senatori del Pd, convocata ieri, dopo che in aula a Palazzo Madama l'esame del disegno di legge è stato aggiornato a martedì prossimo. Martedì sarà probabilmente l'ultimo giorno del ddl Zan prima della pausa estiva: ci sono infatti tre decreti legge da votare subito (il decreto Semplificazioni, il dl Sostegni e quello sulla Cybersecurity). È probabile quindi che sia rinviata a settembre la legge che porta il nome del deputato dem e attivista Lgbt, Alessandro Zan.
Il rischio dell'altro ieri, quando per un solo voto il ddl Zan è riuscito a evitare la sospensione, ha lasciato strascichi. Nell'assemblea del Pd se ne parla senza girarci attorno. "Una discussione franca, e spero si apra una breccia", twitta sempre Marcucci. Il Pd annuncia che non presenterà emendamenti (che vanno depositati entro martedì mattina), così come non li presenteranno i 5Stelle. Ma se ne attendono una valanga dalle destre, e dalla Lega soprattutto. Matteo Renzi, nel videoforum con Repubblica, ha assicurato: "Ci saranno gli emendamenti presentati da altre forze politiche, non da Italia Viva.Il ddl Zan l'abbiamo votato e continueremo a farlo". Ma per la legge contro l'omofobia la strada è minata dai voti segreti e dai "franchi tiratori".
Ex capogruppo ed ex renziano di ferro, Marcucci è il più critico sulla strategia di Enrico Letta di andare avanti comunque sul ddl Zan così com'è stato approvato alla Camera il 4 novembre scorso. È convinto vadano cercati compromessi con Matteo Salvini e con Renzi. Scatta tra i dubbiosi del Pd l'ultimo pressing su Letta affinché cambi strategia e cerchi una mediazione. Lo conduce la pattuglia dei dissidenti, che non vogliono essere chiamati fronda, perché - spiegano - "abbiamo diverse strategie ma un obiettivo comune: approvare la legge". Oltre a Marcucci e a Stefano Collina, Valeria Valente, presidente della commissione sul femminicidio, Valeria Fedeli, ex ministra della Scuola, Mino Taricco sono la prima linea. Chiedono al segretario Letta "un supplemento di riflessione". Dice Taricco: "È un azzardo non provare a lavorare sui contenuti".
In aula ieri, nel lungo elenco di interventi, la commozione di Barbara Masini, la senatrice di Forza Italia che ha fatto coming out e voterà il ddl Zan. Ricorda: "Quando capì di me, mia madre disse ho paura per te... a tutti voi auguro di potere guardare negli occhi i vostri cari anche quelli che un domani saranno diversi dai vostri desideri e potergli dire: io vi ho protetti dalla paura".
La linea del Pd la illustra la capogruppo Simona Malpezzi: "Andiamo avanti in attesa degli emendamenti delle altre forze politiche per vedere quale direzione vogliono prendere. Noi non presenteremo emendamenti, ma qualificanti ordini del giorno". Gli odg stanno a cuore a "Base riformista", la corrente degli ex renziani, come afferma Alessandro Alfieri.
Riguardano ad esempio, l'articolo 7 e le iniziative nelle scuole sull'omofobia. È anche il punto su cui il Vaticano nella nota diplomatica di contrarietà è intervenuto richiamando il Concordato. Franco Mirabelli ribadisce: "Sono irricevibili le modifiche proposte dalle destre". Rincara Alan Ferrari, altro senatore critico: "Al Pd interessa solo uscire da qui con un diritto in più. Perché uscire senza un diritto in più vorrebbe dire esporre per ancora molto tempo le persone più fragili".
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