di Giulia Merlo
Il Domani, 4 giugno 2021
La Lega e i Cinque stelle hanno definito sbagliata la liberazione di Giovanni Brusca, dopo 25 anni di carcere e dopo che ha collaborato con la giustizia, sulla base della legge che permette benefici carcerari ai pentiti. Sempre questi due partiti, tuttavia, hanno contestato la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo, e hanno difeso il fatto che solo se ci si pente si può venire liberati. Delle due l'una allora. Molto facile e un po' ruffiana, invece, è la posizione di quella politica che aizza sentimenti d'odio e invoca leggi marziali sull'onda dell'emotività.
di Daniele Priori
Il Riformista, 4 giugno 2021
In Italia il 78% dei detenuti è affetto da una condizione patologica, oltre il 50% assume psicofarmaci. Il Partito Radicale ha lanciato un appello e ora c'è una proposta di legge per introdurre budget di salute e cure personalizzate.
agensir.it, 4 giugno 2021
"Una via diversa per affrontare la realtà del carcere e i suoi problemi molteplici forse è percorribile, ed è segnalata proprio dal Coronavirus e dai problemi che esso ha posto in evidenza in modo drammatico. È la via della solidarietà".
di Davide Varì
Il Dubbio, 4 giugno 2021
La manciata di "garantisti per un giorno" sta solo legittimando il racconto mafioso del quale Brusca è la pietra angolare. Da domani torneranno ad attaccare diritti e garanzie. E dell'improvviso garantismo di alcuni "insospettabili" vogliamo parlarne? Miracoli del caso Brusca, il boss scarcerato col beneplacito dell'antimafia col marchio Doc, che ha improvvisamente svelato l'esistenza di benefici e pene alternative anche per chi ha commesso i crimini più duri. Intendiamoci, noi siamo convinti che anche Brusca abbia diritto a immaginare una vita fuori dal carcere: siamo da sempre critici nei confronti dell'ergastolo ostativo e abbiamo difeso il diritto a una vita (e spesso a una morte) dignitosa anche per Riina, Provenzano, Cutolo. Perché non dovremmo farlo per Brusca?
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 giugno 2021
Sette mesi in carcere prima che una semplice perizia fonica provasse quanto Domenico Forgione ha urlato sin dal primo giorno: la persona intercettata non era lui. E non poteva, dunque, essere lui l'uomo da arrestare, da esporre alla pubblica gogna, da tenere in un carcere dalle condizioni disumane per così tanto tempo. Forgione, storico, giornalista e autore di diversi saggi, è stato scarcerato lo scorso 16 settembre. Si trovava agli arresti dal 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant'Eufemia d'Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco Domenico Creazzo, accusato di voto di scambio, il vicesindaco Cosimo Idà, secondo la procura capo promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all'interno del locale di Sant'Eufemia d'Aspromonte, il presidente del consiglio comunale Angelo Alati e Forgione, consigliere di minoranza, accusato di associazione a delinquere. Arresti, questi, che hanno portato allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Ma non solo: la Dda di Reggio Calabria ha chiesto anche l'autorizzazione per l'arresto di Marco Siclari, senatore di Forza Italia, accusato di scambio elettorale e politico mafioso.
"Erano le 3.30 del 25 febbraio - racconta al Dubbio Forgione - quando siamo stati svegliati da dei colpi alla porta. Erano dei poliziotti, che ci chiedevano di aprire. Hanno tirato fuori due ordinanze, una per me e una per mio padre. Poi hanno perquisito casa e ci hanno portato via. Io non capivo, tant'è che mentre uscivo ho detto a mia madre: "ci vediamo più tardi". Non pensavo potesse capitare una cosa del genere". Forgione afferra il suo borsone e viene trasportato a Reggio Calabria, in Questura, dove ritrova mezzo Consiglio comunale, i suoi avversari politici. Il primo pensiero è che sia successo qualcosa al Comune, "una qualche delibera, ma io non potevo c'entrare: ero un membro della minoranza, facevo una dura opposizione a quell'amministrazione". Forgione ha in mano il plico di 4mila pagine che gli altri, intorno a lui, cominciano subito a sbirciare. Lui attende e intanto inizia tutta la trafila delle formalità di rito: la schedatura, "come un delinquente e poi la gogna delle manette ai polsi all'uscita, da tenere nascoste. Ma sempre gogna è, a favore degli obiettivi dei fotografi". Alle 13.30 lo trasferiscono al carcere di Palmi, dove attende in un buco di un metro per due. "La perquisizione personale, l'umiliazione di dovermi spogliare completamente davanti a due sconosciuti che mi fanno accovacciare: non ho mai subito un'umiliazione più forte", dice.
In cella ci arriva alle 18.30, dove inizia a sfogliare quelle pagine alla ricerca del suo nome. Tutto si trova in 17 pagine, dove trova trascritta un'intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale "Dominique". Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma leggendo non riesce a ritrovarsi tra quelle parole: "Pensavo: quando ho detto queste cose? Non ho mai parlato di appalti, di soffiate su possibili operazioni, di precedenti indagini. In realtà io ho sempre saltato, sui giornali, gli articoli sulle operazioni: erano al di fuori dei miei interessi". Forgione legge tre volte prima di giungere alla conclusione scontata: "La persona intercettata non ero io. Quel Dominique non ero io". La spiegazione, per lui, è una sola: hanno cercato qualcuno con quel nome, qualcuno che si occupasse di politica, essendo gli appalti l'argomento di conversazione. E si è arrivati a lui, consigliere di minoranza, famoso in paese e "colpevole" di avere quel nomignolo. "Ma c'era una illogicità evidente: non solo ero consigliere di opposizione, ma - documentate - tutte le elezioni mi hanno visto impegnato contro l'amministrazione comunale e contro Siclari, che per la Dda sarebbe stato appoggiato dalla cosca. Io mi sono esposto pubblicamente in tutte le elezioni (politiche, europee, regionali), sponsorizzando sempre il mio candidato (Pd prima, Leu dopo), che non è mai stato il loro. Al di là di altre considerazioni, ma può uno organico ad una ipotetica cosca schierarsi contro la cosca stessa?".
Insieme al suo avvocato chiedono subito una perizia fonica: sarebbe bastato comparare la voce di quell'intercettazione con la sua per capire che non si trattava della persona giusta. Ma non viene concessa, causa covid: il perito non può entrare in carcere. La difesa, allora, ne produce una propria, fatta comparando l'interrogatorio di garanzia con l'audio dell'intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua e nemmeno il dialetto parlato è quello del suo paese. Per sollecitare una perizia da parte della procura, Forgione scrive al pm, reclamando il proprio diritto alla difesa. La lettera viene spedita il 25 maggio, l'incarico al perito viene conferito il 28 maggio. Oltre alla perizia, la difesa di Forgione porta anche altri elementi: il giorno in cui "Dominique" veniva intercettato, Forgione era a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe stato il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovavano. Ma nemmeno questo lo aiuta ad uscire. E un mese dopo quella lettera, il 26 giugno, viene trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lì le condizioni detentive peggiorano vistosamente: "Mi aspettavo di tornare a casa, invece sono stato deportato in Campania. Ritrovandomi a scendere con le manette nelle aree di servizio per andare in bagno - racconta -. L'acqua delle docce era marrone. Ho avuto prurito alla pelle per due mesi dopo la scarcerazione. E nei tre mesi che sono stato lì ci sono stati un suicidio e due tentati suicidi. Tra i comuni, non nell'alta sicurezza, dove ero io. La spazzatura arrivava alle finestre delle celle e vivevamo in mezzo ad un puzzo terribile". Per Forgione il carcere è una parentesi, consapevole che, una volta effettuata la perizia, la verità verrà a galla. "Quando sei lì dentro - continua - sei un delinquente e le guardie te lo fanno notare. Una mi disse: "si chiama Forgione, come padre Pio. Solo che lui faceva miracoli, lei fa danni". Una cosa umiliante. Il carcere è un posto dove viene annullata la dignità: non ha idea di quante persone, per reggere la vita lì dentro, prendono tranquillanti".
La perizia arriva a settembre. E il prelievo della sua voce non avviene in presenza: la comparazione viene fatta usando l'audio dell'interrogatorio di garanzia, così come aveva fatto, mesi prima, la difesa. A settembre, sette mesi dopo, Forgione esce e la sua posizione viene archiviata. Ritrova la vita, ma il suo punto di vista, ormai, è cambiato radicalmente. E ora rivendica quei giorni trascorsi ingiustamente in cella, mentre del vero "Dominique" non c'è ancora traccia. "Ora so che nessuno può sentirsi immune. Puoi ritrovarti dentro uno sporco gioco al quale non hai mai giocato e che hai sempre rifiutato - conclude -. Non sono il primo e non sarò l'ultimo caso di malagiustizia. Dovrei quasi ritenermi "fortunato", visto che la mia posizione è stata archiviata e, pertanto, mi è stata almeno risparmiata l'ulteriore umiliazione di dovere affrontare un processo. Sono soddisfatto? No. Arrabbiato? Neanche. Sono deluso. Nessuno dovrebbe essere privato della libertà ed essere scaraventato nel "cimitero dei vivi", prima dell'accertamento della sua colpevolezza. Sarebbe onesto che gli amanuensi delle procure che si annidano nelle redazioni giornalistiche ammettessero: "Ci siamo sbagliati perché, come sempre, abbiamo considerato dogma l'ipotesi investigativa degli inquirenti; perché, come sempre, abbiamo fatto carne di porco del principio della presunzione d'innocenza". Non ho fiducia nella giustizia italiana. Credo invece nella verità, una forza tenace come la goccia che scava la roccia. Ora inizia il secondo tempo, che intendo come impegno per una battaglia di civiltà minoritaria e impopolare: contro la gogna del giustizialismo mediatico, contro l'aberrazione della carcerazione preventiva, contro la condizione disumana di molte carceri italiane".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 giugno 2021
La sua composizione fa ben sperare per un futuro non carcerocentrico. Sono 132,9 milioni, gli euro destinati all'edilizia penitenziaria. Ed è la commissione ministeriale presieduta dall'architetto Luca Zevi a elaborare un progetto per utilizzare al meglio i fondi. Come ha già ricordato Il Dubbio, la Commissione ha già presentato un format con un costo complessivo stimato di 10.575.000 euro.
A fornire gli aggiornamenti sui lavori è stato, la scorsa settimana, il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in audizione alla Commissione Bilancio del Senato. "Il Fondo Complementare del PNRR - ha detto Sisto - prevede 132,9 milioni di euro, dal 2022 al 2026, per la costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi per le strutture penitenziarie per adulti e minori, una prospettazione complessiva che tiene conto anche dei fondi per i lavori di ristrutturazione di 4 istituti per minori".
Ha aggiunto sempre il sottosegretario che "L'Amministrazione Penitenziaria aveva individuato, in origine, 8 siti in altrettanti istituti penitenziari dove edificare i padiglioni da 120 posti ciascuno: Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Santa Maria Capua Vetere, Asti e Napoli Secondigliano. Il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sta, comunque, rivalutando alcune delle sedi per evitare di incidere su Istituti già sovraffollati o evitare di sottrarre alla struttura, con la nuova edificazione, spazi trattamentali".
La Commissione per l'architettura penitenziaria ha ricevuto dal ministero della Giustizia il compito di proporre soluzioni operative per adeguare gli spazi detentivi, aumentarne la vivibilità e la qualità, rendendoli realmente funzionali al percorso di riabilitazione dei detenuti, al fine di orientare le future scelte in materia di edilizia penitenziaria. "L'obiettivo della Commissione - spiegava il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis nel corso della prima riunione - è duplice: definire e proporre un modello di architettura penitenziaria coerente con l'idea di rieducazione, da un lato, ed elaborare interventi puntuali di manutenzione sulle strutture esistenti, dall'altro".
L'osservatorio Carcere delle camere penali, ha ricordato che la "Commissione per l'architettura penitenziaria" potrebbe essere utile e positiva, "solo ove fosse accompagnata da altre da tempo attese e se non fosse da inquadrare nei lavori "a perdere" di tante altre Commissioni". Per restare in materia - ma gli esempi potrebbero essere molti - l'osservatorio carcere evoca la Commissione presieduta dal professor Glauco Giostra, i cui lavori furono, in gran parte, cestinati. La Commissione si occupò, tra l'altro, proprio dello "spazio della pena" e della "vita detentiva", in ossequio ai criteri fissati dalla Legge Delega del 23 giugno 2017.
Non a caso, tra i componenti della Commissione vi era il professore Luca Zevi, architetto e urbanista, oggi chiamato a presiedere la neo-commissione istituita dal ministro Bonafede. Tra i componenti la Commissione vi erano anche avvocati dell'Unione delle Camere Penali e "possiamo affermare - ricorda l'osservatorio carcere - che si discusse a lungo di architettura penitenziaria. Tema poi abbandonato in sede di stesura degli schemi di decreto, per volere di una politica non interessata - nonostante l'espressa delega del Parlamento al governo - a migliorare gli spazi e la vita all'interno degli istituti di pena, in nome anche di quel diritto all'affettività, previsto ma da sempre negato". Lo stesso Luca Zevi, prima ancora, nel 2015, era stato il Coordinatore del Tavolo N. 1 degli Stati Generali sull'Esecuzione Penale che aveva ad oggetto lo "spazio della pena: architettura e carcere".
Stati Generali e Tavoli previsti dai Decreti Ministeriali dell'8 maggio e del 9 giugno 2015. Inoltre si è più volte espresso sulla realizzazione del carcere di Nola, indicato nel bando ministeriale del 2017, i cui lavori, si badi, non sono ancora iniziati. La presidenza della Commissione affidata al Professore Luca Zevi, secondo l'osservatorio carcere, può essere certo una garanzia per le sue specifiche conoscenze e per la sua idea di detenzione, che vede il carcere come una struttura "in cui il detenuto può stare 12 ore al giorno lontano dalla cella, in modo da impegnare la giornata svolgendo attività lavorative, sociali, sportive e avere una camera di pernottamento, possibilmente individuale, dove dormire". In concreto l'applicazione dei principi costituzionali e delle norme dell'ordinamento penitenziario.
Ma una rassicurazione c'è. Nella Commissione per l'edilizia attuale, ci sono altre rilevanti figure, quali Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, di 2 Magistrati di Sorveglianza, di altri 5 architetti, tra cui Maria Rosaria Santangelo e Cesare Burdese, che si sono occupati in passato di interventi negli istituti di pena.
Ma anche di Gherardo Colombo, presidente della Cassa delle Ammende, componente all'epoca della Commissione Giostra e che, anche con recenti pubblicazioni, ha evidenziato la necessità di rispettare il principio costituzionale di "rieducazione" del condannato. E c'è la presenza di Gemma Tuccillo, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, che crede nell'importanza delle misure alternative. Tutto questo, può far ben sperare.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2021
I tempi aspetto decisivo nell'esame della Camera: emendamenti al più presto. No al derby tra garantisti e giustizialisti. Sì invece a una sana dialettica che permette di fare passi avanti. Lo ha sostenuto ieri la ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenendo alla presentazione del libro di Luciano Violante "Insegna Creonte".
Indicazione di metodo, che diventa però anche sostanza, nei giorni in cui Cartabia con fatica prova a individuare un punto di equilibrio sulla riforma del processo penale. Dove la necessità è di arrivare alla presentazione degli emendamenti alla Camera in tempi rapidi. Anche perché, si fa notare a Montecitorio, la dialettica ha anche bisogno di tempo per poter dare frutti.
E il timore, neppure troppo velato, è quello di una strozzatura dei tempi di esame complessivi di un intervento centrale nell'ambito della più generale riforma dell'amministrazione della giustizia. Il provvedimento dovrebbe approdare in Aula entro la fine di giugno per essere approvato poi entro agosto. È evidente che anche il Senato vorrà intervenire sul merito delle misure, tra l'altro per ora delineate nel contesto di una legge delega, il che renderà poi necessario altro tempo per la scrittura dei decreti delegati.
Insomma, lo spettro del voto di fiducia aleggia già con qualche ragione. Soprattutto se non dovessero essere superati i temi di frizione con la principale forza politica alla Camera, i 5 Stelle, ai quali sono soprattutto tre le misure sinora prefigurate dalla commissione Lattanzi a risultare indigeste: la revisione della prescrizione, l'inappellabilità da parte del Pm e l'indicazione da parte del Parlamento delle priorità nell'esercizio zio dell'azione penale.
E ieri una delegazione Lega-radicali ha presentato in Cassazione i 6 quesiti referendari sulla giustizia. Oltre al processo penale e a quello civile due sono però gli altri tasselli che compongono il mosaico della più ampia riforma. Quello sulla disciplina della crisi d'impresa, sulla quale è al lavoro una commissione tecnica che sta completando le proposte finali in questi giorni. In discussione un nuovo rinvio del Codice della crisi, destinato a entrare in vigore il prossimo 1 settembre, magari per dare un po' di respiro all'adozione delle misure di adeguamento alla nuova direttiva comunitaria sull'insolvenza. Slittamento che potrebbe essere accompagnato però da misure, ancora da leggere in un'ottica emergenziale e quindi con una scadenza già predeterminata, per favorire la composizione delle crisi meno dirompenti prima che provochino conseguenze irreparabili anche per l'occupazione.
A chiudere il cerchio, almeno per ora perché per esempio anche l'ordinamento penitenziario avrebbe certo bisogno di una riforma "di struttura", c'è la revisione dello status e delle regole di ingaggio della magistratura onoraria. Su questo tema, reso urgente anche da recenti sentenze della Corte costituzionale, c'è al lavoro la commissione guidata dal presidente della Corte d'appello di Brescia Claudio Castelli. Di certo per l'ampia platea della magistratura "non togata" il passaggio è cruciale, anche perché il maxiemendamento sul processo civile in corso di presentazione al Senato espressamente prevede, anche se non dettagliandolo nei valori, un aumento delle competenze.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 4 giugno 2021
Anna Rossomando, responsabile Giustiza dem: "Il primo obiettivo è recuperare la credibilità della magistratura". Nuovo incontro tra la ministra Cartabia e i capigruppo della maggioranza. Primo obiettivo? "Recuperare credibilità e autorevolezza della magistratura".
A costo di scontentare chi - nella nuova legge su assetto e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura - dal Pd non si aspetterebbe alcuni emendamenti tranchant come quelli che saranno depositati oggi in commissione alla Camera da Anna Rossomando, responsabile Giustizia dei dem. Due su tutti. La proposta di valutare i pm anche sulla percentuale di "insuccessi" dei loro processi. E il divieto, per i procuratori, di utilizzare "conferenze stampa spettacolari". Si parte però "dall'elezione parziale, ogni due anni, dei membri: per inserire un elemento di dinamismo interno utile a disarticolare eventuali accordi precostituiti", premette Rossomando. Ma c'è spazio anche per la parità di genere tra i consiglieri eletti.
Riforma Csm, il Pd spinge dopo il terremoto del caso Palamara e le recenti pagine non meno devastanti sulle fughe di notizie e la presunta loggia Ungheria. "L'immagine uscita dalle scandalose notizie sulle vicende del Consiglio, è uno stimolo in più per fare le riforme a partire da quella del Csm", aveva avvertito Enrico Letta. "Autonomia e trasparenza sono lese dalla degenerazione del correntismo: non certo dal pluralismo delle idee", ribadisce con Repubblica la deputata (anche avvocatessa), alla vigilia dell'incontro fissato per domani tra la ministra Marta Cartabia e i capigruppo di maggioranza.
Ma basteranno le consultazioni del mid-term, come già le chiamano in Csm? "Nessuna modifica da sola abolisce distorsioni: ma il fatto che il plenum non sia eletto contestualmente è utile, e tra l'altro si può fare a Costituzione invariata". Stop anche alle nomine "a pacchetto": le decisioni sugli incarichi dovranno seguire un rigoroso ordine cronologico per evitare il mercato del "metodo Palamara", utile a molti.
Ma Rossomando difende anche l'introduzione della valutazione sul lavoro dei pm: una sorta di "pagella" su inchieste e insuccessi della pubblica accusa. Linea analoga, ma più dura sul punto, emergerà anche dagli emendamenti annunciati da Enrico Costa, di Azione (con modifica sulla responsabilità civile e fine delle porte girevoli tra magistrati e politica).
Ma come funzionerebbe, invece, per il Pd? "Noi non parliamo di pagelle - sottolinea Rossomando - proponiamo, tra i diversi elementi di valutazione sulla professionalità, quello della verifica delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Naturalmente parliamo di casi macroscopici, utilizzando criteri che evitino di scoraggiare le inchieste "difficili": penso a quelle sui grandi gruppi criminali, sui reati finanziari, a inchieste storiche sulle malattie professionali, schedature Fiat o caso Abu Omar".
Un'impostazione che rivela uno sguardo più severo, forse uno strappo? "Nessuno strappo, diciamo da sempre che non è auspicabile avere tante richieste di rinvio a giudizio che poi non reggono al dibattimento - riprende la deputata - Per questo poniamo l'accento su come si scrivono le norme incriminatorie. Ma il luogo privilegiato è il processo: infatti c'è l'emendamento che prevede una regola di giudizio per il pm: si può chiedere il procedimento se c'è una ragionevole certezza di ottenere una condanna".
Altro freno riguarderebbe la stagione della perdita di autorevolezza (vedi i giudici che spiegano i loro provvedimenti in tv prima che con gli atti). E quindi: "Basta ai troppi riflettori". Ma come? Per Rossomando, "la spettacolarizzazione delle inchieste è un vulnus alla presunzione di non colpevolezza. Quindi stop a conferenze stampa spettacolari, sì a sobri comunicati stampa. Il diritto all'informazione è sacrosanto perché la democrazia liberale esige informazione. Purtroppo oggi il vero processo rischia di celebrarsi fuori dai tribunali".
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 4 giugno 2021
Ecco le proposte degli esperti. Matteo Salvini e i Radicali depositano i quesiti per il referendum in Cassazione. Tutto in poco meno di 24 ore. Il 4 giugno Marta Cartabia illustrerà ai partiti che compongono la maggioranza il documento finale della commissione ministeriale che ha lavorato sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Nel frattempo, il 3 giugno, Matteo Salvini e i radicali hanno depositato in Cassazione i sei quesiti referendari in materia di giustizia. Una mossa, quella del leader leghista, che sembra depotenziare il progetto di riforma della titolare di via Arenula. Non a caso è in corso uno scontro all'interno della maggioranza.
Tutto, dunque, in poco meno di 24 ore. Oggi toccherà alla Cartabia, seppur a distanza, presentare ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia le proposte su cui hanno lavorato i tecnici guidati dal professore Massimo Luciani. Proposte che potrebbero diventare emendamenti al disegno di legge delega che si trova a Montecitorio. Ecco le novità. Non si prevede alcun sorteggio per l'elezione dei membri togati di Palazzo dei Marescialli. Una misura che non piacerà ai grillini, da sempre favorevoli assieme ai leghisti alla formula del sorteggio. Tuttavia, per ridurre il potere delle correnti, si dà la possibilità a chi lo volesse di candidarsi ugualmente al di fuori delle liste raccogliendo un numero inferiore di firme.
Altra novità: non ci sarà il divieto di rientrare in magistratura a chi ha scelto di candidarsi o di rivestire incarichi politici. Si dispongono però dei paletti, ossia dei confini sia di carattere territoriale, sia funzionali. Di più: si introduce una moratoria di due anni prima e dopo aver rivestito una carica politica. E su questa formula Nello Rossi, direttore della rivista di Magistratura democratica, non solo si oppone ma sostiene che chi intende partecipare a competizioni elettorali o ricoprire incarichi di governo dovrebbe necessariamente dimettersi dalla magistratura. Inoltre, il documento finale dei tecnici introduce nuovi criteri sulle valutazioni di professionalità sulle nomine ad incarichi ai vertici degli uffici giudiziari.
In questo contesto Salvini si smarca dal governo e dalla maggioranza e con i Radicali si materializza in Cassazione per consegnare i sei quesiti referendari che toccano i temi della responsabilità civile dei magistrati, del diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari, delle liste elettorali per i togati al Csm, della legge Severino sull'incandidabilità dei condannati, della separazione delle carriere in magistratura e della custodia cautelare. Obiettivo, un milione di firme, con una campagna referendaria che entrerà nel vivo nel corso del primo fine settimana di luglio. Lo scatto in avanti di Salvini scatena la reazione dei suoi alleati di governo. "Chi lavora ai referendum anziché nelle aule parlamentari, in realtà allontana le prospettive di riforma, non le avvicina" mette in chiaro Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione Giustizia in quota Pd. Critica Salvini anche Andrea Marcucci (Pd): "Incomprensibile il sostegno della Lega". Mentre Maurizio Lupi elogia l'iniziativa della Lega: "È uno strumento formidabile per spronare il Parlamento ad approvare finalmente una riforma che il Paese attende da ormai troppi anni".
di Stefano Folli
La Repubblica, 4 giugno 2021
Tra i dem c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare i vecchi capisaldi. Come garantisce lui stesso con una certa dose di civetteria, Goffredo Bettini è un privato cittadino che esprime "opinioni personali" nel dibattito politico. In realtà è un personaggio, figlio della storia del Pci, che da qualche anno influenza non poco il Partito democratico. O nelle vesti di suggeritore - non sempre infallibile - del leader di turno (l'ultimo è stato Zingaretti). O in quelle dell'osservatore che anticipa le tendenze e coglie il mutare del vento. L'intervento scritto per Il Foglio del 3 giugno appartiene alla seconda categoria e sembra voler cogliere un cambio di passo nei rapporti tra Pd e Cinque Stelle partendo dal punto cruciale: la riforma della giustizia, a cominciare da un ripensamento del rapporto tra politica e magistratura.
Bettini pone un problema ai suoi compagni di partito: non farsi scavalcare dai Cinque Stelle in tema di "garantismo", dopo che la lettera di Di Maio allo stesso quotidiano sul caso del sindaco di Lodi ha tracciato una linea nella sabbia. Certo, Di Maio non è tutto il M5S ma ne rappresenta un segmento assai consistente, specie nei gruppi parlamentari.
L'avere affossato la vecchia posizione che per comodità chiamiamo "giustizialista" ha cambiato le carte in tavola. Per cui è logico che i 5S tendano a dividersi: di qui il gruppo Di Maio che appoggia la riforma Cartabia e non ha paura di dispiacere, entro certi limiti, ai magistrati; di là l'ex premier Conte e il gruppo degli intransigenti Lezzi-Morra-Di Battista, ostili alla riforma e ancora più, va da sé, alla raccolta di firme promossa dai radicali e appoggiata dalla Lega di Salvini.
È noto che Bettini è stato probabilmente il maggior teorico dell'alleanza stretta tra Pd e M5S, quasi una fusione al cui vertice si collocava l'avvocato Conte come punto di riferimento progressista. Ora cambia tutto, in un certo senso: il movimento è allo sbando e la conversione sollecitata dal governista Di Maio sulla giustizia non può lasciare indifferente il Pd, a meno di non voler finire schiacciati sulle posizioni scomode del vecchio amico Conte. Il quale rischia di ritrovarsi tra poco ai margini della maggioranza e forse oltre, nel senso che l'unico spazio agibile rimane quello dell'opposizione alla riforma lungo un sentiero che porta, è inevitabile, a una crescente tensione con Draghi su questo e altri temi dell'azione di governo. Fino alla plausibile rottura nel corso del semestre bianco.
Il privato cittadino Bettini suggerisce dunque di prendere un'altra strada. Ma non si limita a una prudente correzione. Al contrario, si spinge su un terreno poco familiare alla sinistra e non teme di affrontare antichi tabù. Nell'intervento sul Foglio spezza una lancia a favore dei referendum radicali appoggiati da Salvini. Quindi va oltre la riforma Cartabia, quanto meno condivide la tesi secondo cui la scelta referendaria serve a spingere la riforma e a impedire che il punto di compromesso sia troppo basso. Infatti condivide quasi tutti i quesiti. Uno fra tutti, il più significativo a proposito di tabù infranti: la separazione delle carriere dei magistrati. Vuol dire che nel Pd c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare tutti i vecchi capisaldi. È il segno che qualcosa sta mutando negli equilibri di governo. E "l'opinione personale" di Bettini incrocia inevitabilmente la strada, questa sì cauta e attenta, di Enrico Letta.
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