di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 luglio 2021
Il Presidente del Consiglio e la ministra Cartabia in visita nel carcere della "mattanza". E al Senato, la proposta di una commissione d'inchiesta sulle violenze ai danni di agenti e detenuti. "Non può esserci giustizia dove c'è abuso. E non può esserci rieducazione dove c'è sopruso". Mario Draghi lo dice chiaramente davanti alla platea che lo ascolta a Santa Maria Capua Vetere, ancora incredula nel vedere, per la prima volta nella storia repubblicana, un Presidente del consiglio e una Guardasigilli che accorrono nel carcere della "ignobile mattanza" di turno.
"Se non ci fossero stati quei video probabilmente non sarebbe venuto nessuno qui", commenta il Garante dei detenuti campano Samuele Ciambriello che pure nutre "profonda fiducia nella riforma" annunciata dalla ministra Marta Cartabia. Quando Draghi scende dell'auto, arrivato davanti all'istituto, "l'applauso dei padiglioni si è sentito ben oltre le mura del carcere", racconta ancora Ciambriello, "sorpreso" ed "emozionato" nel vedere "due politici non di professione che applicano finalmente la regola del vieni e vedi".
Siamo qui, dice Draghi rivolgendosi al Capo del Dap Petralia, al Provveditore Regionale Cantone, al Garante nazionale dei diritti dei detenuti Palma e alla direttrice del carcere Palmieri (non indagata perché assente nei giorni delle violenze), "ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte. Venire in questo luogo - aggiunge - significa guardare da vicino per iniziare a capire. Quello che abbiamo visto negli scorsi giorni ha scosso nel profondo le coscienze degli italiani. E, come ho appreso poco fa, ha scosso nel profondo la coscienza dei colleghi della polizia penitenziaria che lavorano con fedeltà in questo carcere".
Usa la parola "comunità", quella che non piace a certi sindacati di polizia, per definire l'universo carcerario. Afferma che "la detenzione deve essere recupero, riabilitazione", e poi ricorda il diritto costituzionale all'integrità psicofisica dei reclusi, "all'istruzione, al lavoro e alla salute". E ricorda anche che "l'Italia è stata condannata due volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per il sovraffollamento carcerario". Eppure non pronuncia mai la tanto attesa (da chi è recluso) parola amnistia (l'ultima nel 1990) o indulto (l'ultimo nel 2006). Atti non a caso contemplati dalla nostra Costituzione ma assimilati nella cultura giustizialista attuale ad ignominie.
Il premier durante la lunga visita (tre ore) si accorge dei tanti detenuti con problemi psichici rinchiusi nel padiglione Nilo, quello della "mattanza". E ne parla. Forse però non si accorge del paradosso di una prigione le cui sezioni portano i nomi di fiumi, come il Senna, l'alta sicurezza femminile che Draghi e Cartabia hanno visitato ieri, ma "non ha condotta idrica - riferisce Ciambriello -, e i reclusi sono costretti ad usare acqua in bottiglia anche per l'igiene personale". Il presidente del Consiglio, nel suo discorso, ringrazia i "tanti servitori dello Stato" che "in un contesto così difficile, lavorano ogni giorno, con spirito di sacrificio e dedizione assoluta". Ma avverte: "Il Governo non ha intenzione di dimenticare. Le indagini in corso ovviamente stabiliranno le responsabilità individuali, ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato. Le proposte della Ministra Cartabia rappresentano un primo passo che appoggio con convinzione".
La guardasigilli infatti fa notare che "l'Italia è l'unico Paese europeo che ha un'unica pena: il carcere. Gli altri hanno molte pene". E promette: "Mai più violenza, quegli atti sfregiano la dignità delle persone umane. Il carcere è un luogo di dolore, di pena, di sofferenza, ma non sia mai un luogo di violenza e di umiliazione". A questo proposito, ieri tre senatori (i capogruppo dem della commissione Giustizia, Mirabelli, e Diritti umani, Fedeli, e Sandro Ruotolo del gruppo Misto) hanno depositato a Palazzo Madama una proposta di commissione monocamerale d'inchiesta sulle violenze nelle carceri (nei confronti dei detenuti e degli agenti). Un provvedimento che potrebbe dare sostanza alle parole, sia pur mai pronunciate prima in un simile contesto, usate dall'ex presidente della Corte costituzionale per sottolineare che "i problemi delle carceri sono problemi di tutto il governo e di tutto il Paese. La sua presenza - afferma Cartabia - dice e le sue parole esplicitano che di quei problemi tutto il governo vuole farsi carico".
Tra le tante questioni emblematiche cui la ministra potrebbe rivolgere subito la sua attenzione, c'è quella della morte di Lamine Hakine, il detenuto algerino schizofrenico deceduto a S. M. Capua Vetere in circostanze ancora da chiarire un mese dopo la "mattanza" di cui, secondo i testimoni, sarebbe stato anch'egli vittima. Particolare vittima. Il suo caso è stato stralciato dal Gip dall'inchiesta sulle violenze, e archiviato. Il cadavere del giovane è stato sottoposto ad autopsia senza la presenza di un medico o di un avvocato di parte, la salma sarebbe stata rimpatriata ma non è dato sapere dove e a chi sarebbe stata affidata. E i suoi dati, come riferisce Ciambriello, "sono scomparsi già dai computer del Dap" (si sa solo che era nato "nel giugno 1992").
Il Garante campano nel maggio 2020 scrisse una lettera ai direttori del carcere chiedendo "informazioni dettagliate" in merito, e "se è vero che il decesso è riconducibile ad asfissia da gas", come si mormorava nei padiglioni. Ha ricevuto solo una risposta vaga, senza dettagli "in quanto risultano ancora in fase di accertamento". E ancora ieri Ciambriello, che a Santa Maria è entrato anche prima della visita di Draghi e Cartabia, ha ricevuto le medesime risposte.
Dunque ben venga il proposito, espresso dalla Guardasigilli ieri: "Ora - ha affermato Cartabia - spetta a noi trasformare la reazione ai gravissimi fatti qui accaduti in un'autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere".
di Nicola Imberti
Il Domani, 15 luglio 2021
Le istituzioni hanno le loro regole, i loro riti, una complicata grammatica che non sempre è facile decifrare e parlare. Quando il premier Mario Draghi e il ministro della Giustizia Marta Cartabia hanno visitato il carcere di Santa Maria Capua Vetere, quello dove il 6 aprile 2020 300 agenti della polizia penitenziaria hanno messo in atto una spedizione punitiva nei confronti dei detenuti, un piccolo dettaglio è subito risaltato. La diretta streaming dell'incontro, o meglio delle "dichiarazioni alla stampa" rilasciate alla fine della visita, è stata trasmessa dalla presidenza del Consiglio. Sul sito del ministero della Giustizia, almeno fino alle 19 quando il video è stato postato anche sul canale YouTube del dicastero, nemmeno una nota, un comunicato che ne desse notizia. Ampio spazio, piuttosto, per l'approvazione, lo scorso 8 luglio, della riforma del processo penale da parte del consiglio dei ministri.
Era inevitabile che finisse così. Che un presidente del Consiglio visiti un carcere non è cosa di tutti i giorni. Che lo faccia fuori da una logica strettamente istituzionale (una celebrazione, una ricorrenza, un pranzo di Natale con i detenuti) è elemento che attribuisce all'occasione il carattere dell'unicità. Quella di oggi, quindi, era anzitutto un'iniziativa del premier. Che l'avrebbe meditata fin da quando, lo scorso 29 giugno, sono stati diffusi i video della "mattanza". Immagini che, ha ricordato, hanno "scosso nel profondo le coscienze degli italiani".
Scosso nella coscienza, il 1° luglio, Draghi ha ricevuto a palazzo Chigi il Garante dei detenuti Mauro Palma. Nelle stesse ore, a Santa Maria Capua Vetere, Matteo Salvini metteva in scena dei complicati equilibrismi per condannare le violenze senza far mancare la sua inevitabile solidarietà agli agenti della penitenziaria. Draghi ha quindi lasciato passare lo show salviniano, ha atteso nel silenzio (che è e resta la sua principale caratteristica) e poi ha organizzato la trasferta campana.
Non a caso, nel suo discorso, Cartabia ha più volte sottolineato l'importanza della presenza del premier "che di fronte all'accaduto ha mostrato subito non solo sdegno e sensibilità, ma, secondo un tratto che la contraddistingue, determinata volontà di fare, di affrontare i problemi nella loro concretezza". Senza nulla togliere al valore di un gesto pieno di compassione restano però alcune domande che, ancora una volta, richiamano le regole della grammatica istituzionale. Lo scorso 8 luglio, intervenendo nell'Aula del Senato, il senatore Luigi Zanda (Pd), che di sicuro può vantare una certa familiarità di rapporti con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha chiesto alla presidenza di palazzo Madama "di sollecitare la ministra della giustizia Cartabia a venire con urgenza in quest'Aula per una comunicazione del governo sulle torture inflitte ai detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da personale della polizia penitenziaria".
Perché Cartabia, che nel frattempo ha commentato quanto accaduto attraverso comunicati ufficiali e interviste a Repubblica, non ha riferito? E perché non si è recata immediatamente nel carcere ma ha atteso che fosse il premier ad accompagnarla? "Questo - dice un deputato della maggioranza con una lunga esperienza parlamentare - è stato il G8 delle carceri. Ma il ministro è apparsa fin da subito titubante, quasi avesse paura di prendere posizione. Alla fine Draghi le ha fatto da scudo, ma lei non ha mostrato prontezza di azione nel momento più drammatico per il ministero che rappresenta".
Certo, sono stati inviati gli ispettori. Parte degli agenti coinvolti sono stati sospesi, ma solo perché formalmente indagati. La giustizia, come si dice in questi casi farà il proprio corso. Ma resta il fatto che al momento poco o nulla è accaduto di concreto e persino le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria, che lo scorso 7 luglio hanno incontrato la ministra, hanno parlato di "parziali e limitate risposte".
La titubanza del ministro in questa occasione si nota ancora di più se paragonata con il decisionismo con cui Cartabia ha affrontato la riforma del processo penale. Ma qui evidentemente, forte della necessità di dover trovare un accordo per rispondere alle richieste dell'Unione europeo e non perdere i fondi del Pnrr, è stato più semplice far valere la propria competenza di costituzionalista. "Diciamo - riprende il deputato - che finora si è mostrata molto preparata e decisa sulle policies, molto meno sulle politics".
Non proprio un ottimo biglietto da visita per chi viene indicato tra i possibili successori del presidente Mattarella. Che sulla vicenda di Santa Maria Capua Vetere ha mantenuto un composto silenzio quasi volesse mettere alla prova Cartabia facendone emergere la capacità di comando in un momento di grande difficoltà. Chi invece, ancora una volta, ha mostrato di avere queste capacità è Draghi. Che nelle ultime settimane, mentre in molti si interrogano sul suo futuro, sembra particolarmente concentrato nel presidiare il "fronte interno". La visita di ieri ci mostra un presidente del Consiglio impegnato ad allacciare un legame, anche sentimentale, con il paese. Un'altra faccia rispetto al leader rispettato e incensato a livello internazionale che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi e che, a detta di molti, aveva come obiettivo principale quello di succedere a Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea nel 2024.
Il Draghi di Santa Maria Capua Vetere somiglia molto di più a un papabile presidente della Repubblica (o del Consiglio nel caso in cui anche nel 2023 si riproponesse uno stallo politico-parlamentare). E forse non è un caso che Cartabia sia finita nel suo cono d'ombra. Dopotutto, chi ha un po' di memoria storica, ricorda altre due occasione in cui il premier, in una situazione di criticità, ha "cancellato" i suoi ministri. La prima quando, nel pieno caos delle vaccinazioni con AstraZeneca, è intervenuto per difendere la somministrazione eterologa. Una presa di posizione che ha oscurato il ministro Roberto Speranza che negli ultimi tempi ha perso molto della sua visibilità e che, secondo alcuni retroscena, sarebbe anche stato bloccato da palazzo Chigi nel suo tentativo di evitare i festeggiamenti dell'Italia campione d'Europa per le vie della Capitale. Il secondo è il ministro del Lavoro Andrea Orlando, smentito quasi in diretta televisiva sul green pass, ma anche costretto ad arrendersi sullo sblocco dei licenziamenti. Almeno per quanto riguarda alcuni dossier Draghi sembra avere un metodo chiaro: mandare allo sbaraglio i ministri per poi decidere al loro posto. A maggior ragione se quei ministri sono potenziali avversari per la corsa al Colle.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 15 luglio 2021
Il capo del governo, dopo gli incontri con Letta e Salvini, ora si siederà al tavolo con il leader M5S. Mario Draghi si dirige verso il carcere della mattanza di Santa Maria Capua Vetere lasciandosi alle spalle, a Roma, le tensioni e le incertezze sulla riforma della giustizia. Una coincidenza che è impossibile non notare. Prima di mettersi in macchina, il presidente del Consiglio riceve a colloquio il leader della Lega Matteo Salvini, così come aveva fatto il giorno prima con il segretario del Pd Enrico Letta e con il coordinatore nazionale di FI Antonio Tajani. Da tutti e tre ha ottenuto garanzie sul pacchetto degli emendamenti alla riforma del processo penale approvata la scorsa settimana in Consiglio dei ministri. Dovrà entrare e uscire integro dal Parlamento. Questo è il piano, come spiega il segretario del Carroccio: "Se Conte o Grillo proveranno a frenare, troveranno nella Lega un avversario".
Ecco, appunto: Giuseppe Conte. Il grande punto interrogativo di Draghi. Mancano solo i 5 Stelle al tavolo degli inviti a Palazzo Chigi, perché fino a oggi non hanno avuto un leader formalmente riconosciuto. Adesso il presidente del Consiglio è pronto a incontrare Conte. Lo farà la prossima settimana e molto probabilmente a ridosso del previsto esordio in Aula del testo della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Sarà il primo faccia a faccia tra Draghi e il suo predecessore dopo quello di febbraio quando si passarono il testimone. Il premier ha tutto l'interesse a incontrarlo perché da Conte dipende il destino della riforma in parlamento. Il M5S è spaccato. I quattro ministri hanno votato il provvedimento che prevede l'improcedibilità nel secondo e terzo grado di giudizio dopo una durata predefinita dei processi, ma il corpaccione dei parlamentari era contrario al compromesso. Ora vogliono capire fino a che punto Conte intende spingersi con le barricate, o se si farà convincere da Draghi a desistere.
Il premier non può che confidare nelle divisioni del M5S tra l'ala più governista, rappresentata dal ministro degli Esteri Luigi di Maio e dalla sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, favorevoli alla mediazione proposta da Cartabia, e la maggioranza degli eletti che chiedono radicali modifiche contro l'improcedibilità. Il modello tedesco che ha in mente Conte prevede sconti di pena se i processi si allungano troppo. Strappare questa modifica però vorrebbe dire far saltare l'obiettivo principale di Draghi: ottenere il via libera della Camera entro fine luglio e quello definitivo del Senato entro agosto, a ridosso del semestre bianco, quando non sarà più possibile sciogliere il Parlamento fino all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Per questo Draghi si è voluto assicurare con Letta che il Pd resterà compatto e non offrirà sponde al Movimento per far debordare i tempi di approvazione della legge. È quello a cui punta Conte, in nome dell'alleanza con i democratici. In realtà, il M5S sa di poter far poco. I numeri sono a favore del resto della maggioranza. Al netto di Fratelli d'Italia, che è all'opposizione, tutti i partiti tranne i grillini sono per dare un rapido ok alla legge.
Se daranno seguito alle loro dichiarazioni più bellicose, i 5 Stelle potranno però fare una battaglia di testimonianza, spiegano fonti ai vertici, come avvenne quando si espressero contro il Tav Torino-Lione, agli sgoccioli del governo Conte Uno. Servirà a complicare il cammino, a lasciare una traccia di come saranno ridefiniti i rapporti di lealtà con il governo. Un assaggio si è avuto ieri dopo che il M5S ha sposato le contestazioni dell'Associazione nazionale magistrati per la quale la riforma determinerà "un incentivo per le impugnazioni", mettendo così a rischio "il perseguimento dell'obiettivo strategico di riduzione dei processi penali del 25 per cento".
Anche per questo motivo, ieri, da Santa Maria Capua Vetere Draghi ha voluto mostrare tutto il suo sostegno a Cartabia, quando ha puntato l'attenzione sulle misure alternative al carcere: un capitolo della riforma di cui si parla meno, perché oscurata dalle polemiche sulla prescrizione. È un sistema che va cambiato, ha promesso Draghi dopo la visita, e per farlo bisogna partire anche da quello che sostiene la ministra: "La pena non è solo carcere".
di Michele Ainis
La Repubblica, 15 luglio 2021
Il vero problema sta nelle 35 mila fattispecie di reato che ingolfano i processi e nei giudizi civili, dove servono 1.300 giorni per timbrare una sentenza. Le istituzioni si nutrono di simboli, come la bandiera. E di gesti simbolici, come quello di ieri, quando il presidente Draghi e la ministra Cartabia sono apparsi dentro il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Giacché occorre aver visto, ha detto quest'ultima citando Piero Calamandrei.
Mentre al contempo risuonava il j'accuse del presidente del Consiglio, contro la "responsabilità collettiva" delle violenze che un anno fa si consumarono in quel carcere, al di là delle colpe individuali. E la responsabilità - ha aggiunto Draghi - ricade su un sistema che ha urgente bisogno di restauri, su una giustizia che genera soprusi. Ma dove ha origine questa malattia?
Partiamo ancora dai simboli. L'emblema della giustizia è una bilancia, con due piatti in reciproco equilibrio. Invece la giustizia italiana è squilibrata, non riesce quasi mai a contemperare le opposte istanze della difesa e dell'accusa. Colpa della politica italiana, dei suoi umori volubili e incoerenti, perennemente in bilico fra giustizialismo e garantismo, fra Tangentopoli e Salva-corrotti. E la politica è ostaggio di partiti per lo più sordi l'uno all'altro, giacché ciascuno si preoccupa di piantare sul terreno la propria bandierina, calpestando le bandiere altrui.
In queste condizioni ogni compromesso è impervio, se non anche impossibile. E dunque l'ultima riforma - quella battezzata giovedì scorso dal Consiglio dei ministri - parrebbe destinata al martirio in Parlamento. Eppure la democrazia stessa è compromesso, diceva Kelsen. Ed è a sua volta un compromesso l'idea di giustizia che affiora tra le righe della Costituzione. Dove indubbiamente ha spazio l'esigenza di reprimere i reati, per esempio rendendo obbligatoria l'azione penale (articolo 112). Ma dove prende forma, altresì, un ampio ventaglio di garanzie per l'imputato: dal diritto di difendersi in giudizio (articolo 24) all'irretroattività della legge penale (articolo 25), dalla presunzione d'innocenza (articolo 27) alla ragionevole durata del processo (articolo 111).
Ecco, è questo lo sfondo su cui va misurata la proposta del governo. È la Carta costituzionale il metro di giudizio, non le suscettibilità dei capipartito. Sapendo che ci sono vari modi - non uno soltanto - per comporre i principi costituzionali in equilibrio, e sapendo inoltre che le modalità dipendono dalle stagioni della storia, dalle emergenze o dalle urgenze di volta in volta in primo piano. Però tenendo conto, al tempo stesso, che alcune soluzioni vengono respinte dalla Carta, quale che sia la loro giustificazione contingente. Fu il caso, per esempio, della legge Pecorella sull'inappellabilità delle assoluzioni, bocciata dalla Consulta nel 2007.
O del "lodo Conte" (gennaio 2020), che distingueva fra imputati assolti e condannati in primo grado, quando la Costituzione considera tutti innocenti, finché non intervenga una sentenza definitiva di condanna.
C'è un vizio analogo nel compromesso raggiunto in Consiglio dei ministri? In linea generale no, non c'è. S'apprezza piuttosto il tentativo di correggere due abusi: l'eccesso di prescrizioni (circa 130 mila l'anno); i tempi eccessivi dei processi, per cui l'Italia ha ricevuto il numero più alto di condanne dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (1202 dal 1959 a oggi). Il primo abuso offende le vittime dei reati, trasformati in altrettanti delitti senza castigo; il secondo colpisce gli imputati, negando il diritto a una ragionevole durata del processo. Ciascun abuso è però figlio dell'altro, o meglio dell'eterna disputa fra giustizialisti e garantisti. Che ha trasformato ogni giudizio penale in uno slalom, attraverso le troppe norme, le troppe regole puntute come spilli, che vi sono state iniettate. Rallentandone così il decorso, o causandone la morte prematura.
Da qui l'idea che sorregge la riforma: la prescrizione corre fino al primo grado; dopo di che si prescrivono i processi, se sforano un tempo stabilito (due anni in appello, un anno in Cassazione). Scelta equilibrata, così come la stretta sui rinvii a giudizio o varie altre misure. Il problema non è la regola, semmai la deroga. Quella aggiunta all'ultimo minuto per contentare i 5 Stelle, che estende alla corruzione il trattamento deteriore riservato ai reati gravi, i cui processi durano più a lungo. Ne deriva una disarmonia, una sproporzione: il corrotto rischia al massimo otto anni di galera, ma con la nuova prescrizione viene trattato come un omicida. E tuttavia non è nemmeno questo il punto principale. Il problema sta nelle 35 mila fattispecie di reato, che giocoforza ingolfano i processi. E sta nei giudizi civili, dove servono 1300 giorni per timbrare una sentenza. Se la giustizia penale è un dramma, quella civile è una tragedia.
di Antonio Polito
Il Corriere, 15 luglio 2021
Non è vero dunque che se i processi sono lunghi non si possa fare niente: per cominciare se ne potrebbero fare di meno, depenalizzando alcune fattispecie di reato. Si potrebbero stabilire regole comuni di priorità. Si potrebbe assumere personale e magistrati. Se ne potrebbero mettere di meno fuori ruolo.
Si deve sempre scegliere il male minore in democrazia. Ogni decisione politica è (dovrebbe essere) la ricerca di un punto di equilibrio tra un vantaggio e uno svantaggio, purché nell'interesse superiore della collettività. È sicuramente questo il caso della riforma della giustizia penale e della prescrizione in particolare. Da un lato c'è la vergogna nazionale di una durata eccessiva del processo, che "imprigiona" per anni l'imputato, perfino se innocente in primo grado, viola impunemente la Costituzione e ha guadagnato all'Italia il record di condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo (ne abbiamo collezionato il doppio della Turchia).
Dall'altro lato c'è il rischio che "ghigliottinando" dopo un tempo dato i processi in Appello e in Cassazione si finisca con il negare - in alcuni distretti giudiziari, quelli che non ce la fanno - l'esigenza di giustizia delle parti lese e dell'intera comunità.
Spetterà dunque al Parlamento cercare e trovare questo equilibrio, ascoltando il parere di chi se ne intende e dibattendo con serietà il problema. È sicuramente possibile una soluzione migliore della situazione attuale, e del resto è a questo che servono i Parlamenti. Mi ha colpito però sentir usare da parte di alcuni, anche magistrati, un argomento contro la riforma che non si dovrebbe accettare. Si sostiene che poiché troppi processi durano nella realtà più di quanto consentito dalla proposta della ministra Cartabia, bisognerebbe lasciare tutto com'è. Mentre questa sembra piuttosto un'ottima ragione per intervenire, una circostanza aggravante e non esimente.
Facciamo un paragone: nessuno oserebbe mai giustificare l'eccessiva lunghezza delle liste di attesa per un esame diagnostico o un'operazione in ospedale. Purtroppo questo disservizio accade, ma il senso comune non può accettarlo come un fatto compiuto. Gli stessi operatori del settore si pongono il problema di come trovare soluzioni, di come organizzare alternative. Quando si arriva a un pronto soccorso c'è un triage che separa i casi urgenti, i codici rossi, dagli interventi che possono aspettare; e lo stesso ovviamente vale per gli interventi chirurgici, c'è una gerarchia di priorità. Lo Stato consente d'altronde al cittadino di rivolgersi a un altro ospedale, in un'altra regione, se il servizio non è celere ed efficiente. E infine si può sempre cercare nel privato ciò che non si dovesse trovare nel pubblico.
Nel caso della giustizia tutto ciò non avviene. Forse la principale ragione dell'intasamento è proprio l'eccesso di cause, che nasce dall'ossessione giudiziaria che ha preso il nostro sistema sociale, ma anche dal protagonismo di alcuni titolari dell'azione penale. Non si può infatti escludere che nell'imbuto di una Corte d'Appello arrivi anche un processo a una sindaca per un bambino delle materne che si è chiuso il dito in una porta, o che finisca in Cassazione il proverbiale furto della melanzana. Non è vero dunque che se i processi sono lunghi non si possa fare niente: per cominciare se ne potrebbero fare di meno, depenalizzando alcune fattispecie di reato. Si potrebbero stabilire regole comuni di priorità. Si potrebbe assumere personale e magistrati. Se ne potrebbero mettere di meno fuori ruolo.
Il fatto è che la nostra coscienza non mette sullo stesso piano il malato e l'imputato. Consideriamo il malato un cittadino che soffre, e che ha diritto a un servizio. Mentre consideriamo l'imputato un mezzo condannato, un cittadino a metà, per il quale la durata del processo è quasi una meritata pena accessoria. Lo stesso avviene del resto con i detenuti, in attesa di giudizio e non solo: se sono lì qualcosa avranno fatto, e dunque perché mai dovremmo riconoscere loro il diritto a quel minimo di spazio vitale che ormai rivendichiamo anche per gli animali da allevamento?
La discussione sul "servizio giustizia" - lo sappiamo - è avvelenata da una circostanza tutta italiana. La lotta alla corruzione ci ha messo spesso davanti a personaggi politici che usavano il loro potere e vari stratagemmi per allungare il processo e portarlo alla prescrizione. Questo ha creato nell'opinione pubblica un'ondata "giustizialista", che non distingue il grano dal loglio, e finisce per colpire anche chi non ha colpe. Con le dovute eccezioni, non hanno infatti colpa del ritardo della giustizia migliaia di imputati che ne pagano personalmente il conto, esattamente come coloro che dei reati sono stati vittime, e non ricevono giustizia.
Cittadini a pieno diritto, e certamente in posizione di debolezza di fronte allo Stato che li accusa o li dovrebbe proteggere, singoli individui alle prese con una macchina poderosa e misteriosa, burocratica e onnipotente, fatta di migliaia di magistrati, di polizia giudiziaria, di leggi, procedure, codicilli e norme. Se lo Stato non riesce a organizzare questo servizio che gestisce in esclusiva nel rispetto del dettato costituzionale, è lui il colpevole, sia verso gli imputati sia verso le parti lese. Non può scaricare il danno sulle persone.
Al punto che verrebbe da fare una proposta paradossale: togliamola per i politici, questa prescrizione, se proprio volete; ma ripristiniamo una ragionevole durata del processo per i semplici cittadini, che esattamente come i malati non meritano di essere abbandonati al loro destino, e che oltretutto sono innocenti fino a sentenza definitiva.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 luglio 2021
Parla Stefano Musolino, sostituto alla Dda di Reggio Calabria: "Preferiamo guardare al futuro con audacia e prospettiva innovativa in cui coltivare una giustizia penale meno carcerocentrica".
Si è da poco concluso il XIII Congresso Nazionale di Magistratura Democratica: al centro della discussione non sono mancate le riflessioni sulla riforma del processo penale elaborata dalla Ministra Cartabia. Continuiamo a discuterne con il dottor Stefano Musolino, Sostituto procuratore della Repubblica - DDA di Reggio Calabria, tra i più votati al Consiglio nazionale di Md, insieme a Cinzia Barillà, magistrato di Corte di Appello sempre a Reggio Calabria. Sul tema dell'amnistia il dottor Musolino ci dice: "siamo in una fase di transizione e dobbiamo accettarne le sfide come una possibilità, piuttosto che con timore conservativo".
Dottor Musolino, secondo Lei con questa riforma proposta dalla Ministra Cartabia si recupera un paradigma garantista del processo penale?
A me pare che il congresso di Magistratura democratica abbia apprezzato l'ispirazione di fondo della proposta Lattanzi: tenere insieme celerità del processo e garanzie. Queste ultime sono un metodo cognitivo imprescindibile, affinché l'esito processuale sia espressione di autentica "giustizia"; anche se, a volte, sono interpretate come un mantra retorico a tutela dei potenti (garantismo inteso come anticamera di immunità ed irresponsabilità). Noto, tuttavia, che gli emendamenti del Governo al testo della relazione Lattanzi, hanno determinato alcune pericolose trasformazioni, su cui va posto grande attenzione.
Durante il congresso si è parlato di amnistia quale possibile misura per sfoltire l'ingolfamento della macchina giudiziaria. Qual è il suo pensiero in merito?
Nel congresso Andrea Natale ha avuto il coraggio ed il merito di pronunciare quella parola, accolta con favore dall'assemblea. Non è scontato per un gruppo di magistrati. Ma siamo in una fase di transizione e dobbiamo accettarne le sfide come una possibilità, piuttosto che con timore conservativo. Preferiamo guardare al futuro con audacia e prospettiva innovativa in cui coltivare una giustizia penale meno "carcerocentrica", assecondando un'altra ispirazione di fondo della proposta Lattanzi. Nel merito, occorre distinguere due profili. Il primo attiene senza dubbio alla necessità di ridare agibilità e dignità costituzionale agli istituti clemenziali. Mi pare necessario - Md lavora da tempo sul tema - riformare l'art. 79 della Costituzione, per consentire l'approvazione dell'amnistia con la maggioranza assoluta dell'assemblea, ma solo in condizioni di motivata straordinarietà e per raggiungere obiettivi costituzionali inerenti al dover essere: la pandemia, o una riforma globale del processo. Una volta superato questo step, si può passare al secondo: decidere se, quando e come mettere in moto un'amnistia concreta.
Considerato che l'amnistia è quasi un tabù per alcuni partiti e per una fetta della popolazione, quali potrebbero essere le misure da adottare non previste nell'attuale pacchetto di emendamenti governativi?
La mancanza di coraggio della politica non è neutrale. Nelle condizioni date, senza alcun intervento, la riforma è inapplicabile ovvero genera un'amnistia sostanziale e silente, senza che alcuno se ne assuma la responsabilità e, soprattutto, senza risolvere il problema del congestionamento dei ruoli di alcune corti, aggravato da croniche carenze di personale amministrativo e di magistrati. In aggiunta, servirebbe una decisa depenalizzazione. Ma - come ben intende - la politica non può risolvere i problemi, senza assumersi responsabilità ed investire risorse nei nodi e luoghi dove più evidente è l'inefficienza organizzativa del sistema.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 15 luglio 2021
Dopo un colloquio con Draghi, Salvini avverte gli alleati: "Chiunque si metterà contro le riforme avrà in noi un avversario". "Chiunque si metterà di ostacolo e di traverso sulla via delle riforme, vuoi che sia Conte o Grillo o qualche corrente del Pd, avrà nella Lega un avversario". Quando pronuncia queste parole, Matteo Salvini è appena uscito da Palazzo Chigi, dove ha avuto un colloquio col presidente del Consiglio Mario Draghi. Oggetto del confronto: le riforme, a parire da quella sul processo penale. Il premier teme che la tabella di marcia promessa all'Europa in cambio del Recovery possa subire qualche battuta d'arresto e cerca rassicurazioni da tutti gli "azionisti" della sua maggioranza. In poche ore l'ex numero uno della Bce ha infatti incontrato Enrico Letta, Antonio Tajani e appunto Salvini, che mette in guardia gli alleati: "Lavoriamo con buonsenso, ho detto al presidente: la Lega c'è".
Del resto il Carroccio, che sulla Giustizia promuove parallelamente i referendum proposti dai radicali, sa perfettamente che il "lodo Cartabia" rischia di far saltare per l'ennesima volta la fragilissima tregua siglata da Beppe Grillo e Giuseppe Conte e gioca coi nervi degli alleati/ rivali. Per questo all'uscita da Palazzo Chigi Salvini dichiara "totale condivisione" col premier "su come andare avanti nei prossimi mesi". Imperativo categorico: "Correre sulle riforme, accelerare sulle riforme. Quindi riforma della giustizia da portare in Parlamento e da approvare entro l'estate", aggiunge il leader della Lega, giocando di sponda con Draghi. Sì, perché il capo del governo teme brutti scherzi da parte dei 5 Stelle, sospettati di voler tirare per le lunghe la trattativa sulla riforma Cartabia per potersi muovere a briglie sciolte a partire dal prossimo mese. Il 3 agosto, infatti, Sergio Mattarella entra nell'ultimo tratto di strada del suo mandato: il semestre bianco, il periodo in cui il Capo dello Stato perde la potestà di sciogliere le Camere. Tradotto: in caso di crisi di governo, nessuna "minaccia" di ritorno imminente alle urne potrebbe spaventare i partiti.
Un motivo in più per spingere l'ala irriducibile del Movimento, capitanata paradossalmente da Conte, e non da Grillo, a lasciare la maggioranza. E se da un punto di vista numerico un eventuale addio dei grillini non pregiudicherebbe la tenuta del governo, da un punto di vista politico produrrebbe effetti potenzialmente devastanti. Il Pd, tanto per cominciare, dovrebbe accettare di far parte di un esecutivo a trazione salviniana, mentre la Lega si sentirebbe pienamente legittimata a imporre, o tentare di farlo, la propria agenda a Draghi. E senza la "copertura" del Quirinale lo stesso premier ne uscirebbe seriamente indebolito. In un quadro di questo tipo, difficilmente la maggioranza riuscirebbe a stare in piedi per tutto il tempo necessario a governare il processo messo in moto col Recovery.
Meglio evitare rischi, dunque, agendo per tempo, portando a casa cioè la riforma del processo penale prima dell'estate, prima del semestre bianco. In teoria l'approdo alla Camera della proposta Cartabia è previsto per il 23 luglio. E se Pd, Lega e FI sembrano intenzionati a rispettare il calendario, il Movimento chiede invece maggior tempo per costruire al meglio la riforma, modificando gli emendamenti che non sono stati in ogni caso ancora depositati.
La tempistica verrà comunque discussa dall'ufficio di presidenza della commissione Giustizia, e a giudicare da quanto dichiarato due giorni fa dal presidente grillino della Commissione, Mario Perantoni, la data del 23 luglio potrebbe essere una chimera. "Il Parlamento dovrà essere centrale, avremo molto da discutere" sulla riforma del processo penale, ha spiegato Perantoni. "Certamente il termine del 23 luglio fissato dal programma della Conferenza dei capigruppo per la discussione dell'Aula è poco realistico", ha messo in chiaro il presidente 5S della Commissione, forte anche della "preoccupazione" per la riforma manifestata da molti giuristi. E dall'Anm, che ieri si è resa ufficialmente disponibile con la ministra Cartabia per illustrare "compiutamente le ragioni" delle proprie perplessità nelle opportune sedi istituzionali". Draghi però potrebbe decidere di "blindare" il testo, lasciando ai grillini la facoltà di scegliere tra due sole opzioni: voto contrario o astensione. La forzatura comporterebbe però delle conseguenze al momento imprevedibili, nonostante il sostegno incondizionato di Lega, Pd e Forza Italia.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 15 luglio 2021
La riforma Cartabia e la strategia del presidente del Consiglio per evitare che il Movimento 5 Stelle stoppi l'iter. Tirare dritti come treni ad alta velocità, di quelli che non fanno fermate. E approvare in Parlamento la riforma del processo penale prima della pausa estiva. Mario Draghi sulla giustizia accelera, ci ha messo la faccia e quella dell'intero governo. E si aspetta che i partiti tengano il ritmo e non gettino le loro bandierine sui binari del provvedimento firmato dalla ministra Marta Cartabia.
Il testo arrivato in commissione alla Camera va approvato così com'è e soprattutto in fretta, perché il capo del governo lo ritiene "fondamentale" per rispondere alle istanze di Bruxelles e consentire l'arrivo dei fondi del Pnrr. "Dobbiamo fare le cose rispettando il calendario, non possiamo accumulare ritardi", è il mantra che l'ex presidente della Bce ripete nelle riunioni riservate. Dove aleggia il fondato timore che, se non approvata prima del semestre bianco che si apre il 3 agosto, la riforma possa finire nel pantano. Draghi ne ha parlato con Enrico Letta e Antonio Tajani e ieri, incontrando il segretario della Lega, è tornato sul dossier che al momento gli sta più a cuore: "Mi auguro che in Parlamento non ci siano frenate dei partiti". Matteo Salvini ha registrato il pressing del capo del governo, tanto da dichiarare all'uscita da Palazzo Chigi che "bisogna correre, accelerare sulle riforme" e che quella della giustizia va approvata "prima dell'estate".
Questi erano i patti, anche con il MoVimento. Ma poi, il giorno dopo il travagliatissimo via libera in Cdm, Grillo e Conte hanno trovato l'intesa sullo statuto del M5S e il ritorno dell'ex premier sulla scena ora rischia di fermare il convoglio della riforma. L'avvocato e presidente in pectore del partito più grande della maggioranza ritiene il ddl Cartabia "inaccettabile", perché "cancellerà migliaia di processi". E dunque Conte, in sintonia con le proteste dell'Associazione nazionale magistrati, orienterà le sue truppe verso il no, a meno che il testo non venga modificato a colpi di emendamenti. "Il fronte M5S-Anm sta sferrando un attacco giustizialista-conservativo alla riforma Cartabia", twitta Enrico Costa di Azione.
Fiutata l'aria, la preoccupazione e forse anche l'irritazione di Draghi, Salvini avverte che "chiunque si metterà d'ostacolo, vuoi che sia Conte, Grillo o qualche corrente del Pd, avrà nella Lega un avversario". Il Pd in realtà è arrivato compatto al sì in Consiglio dei ministri e tale dovrebbe restare anche in aula, anche a costo di lasciare solo il M5S. Letta apprezza "l'autorevolezza e la terzietà della ministra Cartabia" e ha rassicurato Draghi: "È anche la nostra riforma, perché mette fine a trent'anni di guerra civile tra garantisti e giustizialisti". Ma prima dell'aula c'è lo scoglio della commissione Giustizia. Pd, Lega e Forza Italia hanno chiesto di stringere i tempi, ma il presidente Mario Pierantoni, che è del M5S, vuol prendersela comoda e ha fissato a martedì il termine per i subemendamenti alle proposte del governo.
L'ordine di Conte è rallentare l'iter della riforma, in linea con la strategia di rialzare uno ad uno i vessilli del MoVimento, a cominciare dalla prescrizione dell'ex ministro Bonafede. E dunque se Palazzo Chigi spinge perché la riforma vada in aula il 23 luglio, come da calendario, i 5 Stelle soffrono, frenano e chiedono tempo, per convocare audizioni ed esaminare gli emendamenti. D'altronde in questa partita il M5S non ha solo il presidente della commissione, ma anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento, il contiano Federico D'Incà. Conte sulla prescrizione ha in mente il modello tedesco - sconto di pena se il processo non viene celebrato entro i tempi - e spera nel Pd. Letta però pensa che "qualche aggiustamento si potrà anche fare, ma l'impianto della riforma non si tocca". Anche perché a mettersi di traverso sarebbero poi anche la Lega e Forza Italia e bisognerebbe ripartire da capo. Ai piani alti del governo si augurano che il M5S non voglia restare isolato, non faccia ostruzionismo e che mantenga "con coerenza" l'impegno preso dai ministri. Nei prossimi giorni Draghi chiamerà a Palazzo Chigi anche Conte, come sta facendo con gli altri leader della sua maggioranza. E, con tutta la diplomazia del caso, gli chiederà se intenda o meno onorare il patto di responsabilità nazionale siglato a febbraio da Beppe Grillo.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 15 luglio 2021
Sono dieci su 29 i distretti di Corte di appello in cui la durata dei procedimenti penali supera i due anni di tempo che la riforma della giustizia assegna come limite per la definizione, pena la dichiarazione d'improcedibilità. Tra questi, al primo posto figura la Corte di appello di Napoli che, dalla specifica classifica pubblicata da Il Sole 24 Ore, a fine 2019 aveva 54.542 procedimenti pendenti, seguita da quella di Roma con 49.226 e da Bologna, con 18.948. A Napoli, dunque, pendeva circa il triplo dei procedimenti del distretto classificato al terzo posto; al distretto partenopeo spettava il primato anche per il tempo di definizione dei giudizi di secondo grado con 2.031 giorni, poi Reggio Calabria con 1.645 e Catania con 1.247 (nonostante questi avessero meno procedimenti pendenti di altri distretti, rispettivamente 6.741 e 13.582). Roma e Bologna, infatti, si attestavano al quarto e quinto posto con 1.142 e 823. I dati riportano cifre che vanno lette per difetto, in quanto, nel 2020/2021, con il blocco totale dell'attività giudiziaria dovuto all'emergenza sanitaria e la successiva riduzione della stessa dopo la ripresa, le pendenze sono notevolmente aumentate. Sono cifre da capogiro e non a caso il giudizio di appello è stato definito un "malato terminale".
Il distretto di Corte di appello di Napoli, dunque, è quello con maggiore sofferenza. Occorrono in media più di cinque anni per definire un giudizio di appello. I concorsi interni per accedere alla Corte vanno deserti perché i magistrati sono consapevoli che il carico di lavoro è enorme. Il presidente è costretto a inviare in appello giovani toghe che dovranno poi valutare il lavoro di colleghi più anziani ed esperti. Non a caso la ministra Marta Cartabia sarà in città martedì prossimo e si recherà al Palazzo di Giustizia per verificare la situazione incontrando i vertici istituzionali.
Certo, sono dati che dovrebbero scoraggiare il progetto di riforma, ma la strada intrapresa è quella giusta ed è, finalmente, in linea con i principi costituzionali. Prima fra tutti la ragionevole durata del processo e subito dopo la presunzione di non colpevolezza. Si sta per passare dalla tragica fase dell'imputato "per sempre", dovuta alla riforma Bonafede sulla prescrizione, all'assunzione di responsabilità dello Stato chiamato al rispetto di tempi che in un Paese civile dovrebbero essere la normalità. Tra l'altro, in ben 19 distretti di Corte di appello, il termine di due anni è già rispettato e, in Cassazione, la maggior parte dei procedimenti si chiude entro l'anno di pendenza. Occorre rafforzare la macchina giudiziaria laddove vi sono guasti fin troppo evidenti. La disponibilità di risorse dovrà consentire l'assunzione di magistrati e cancellieri in quegli uffici più critici. Ciò comunque non basterà a eliminare l'enorme arretrato e a gestire il nuovo.
Imprescindibili per l'attuazione del "giusto processo" sono, ancor prima dell'annunciata riforma, una concreta depenalizzazione di fattispecie che non hanno alcuna rilevanza penale, l'amnistia e l'indulto. Solo l'eliminazione di gran parte dei fascicoli pendenti, consentirà di andare a regime con i principi della riforma. A coloro che sono contrari all'amnistia, perché rappresenta la resa dello Stato che non riesce a giudicare, va risposto che ciò, di fatto, già avviene in molti casi, ma con evidente disparità di trattamento. Perché, al giorno d'oggi, essere giudicati a Napoli o in altri luoghi, purtroppo, fa la differenza.
di Giulia Beneventi
Il Resto del Carlino, 15 luglio 2021
Sebastiani, avvocato del detenuto che ha denunciato torture al Sant'Anna: "Fatti gravissimi". Antigone: "Vogliamo tutta la verità". Ora che un altro fascicolo sul carcere di Sant'Anna è stato aperto "confidiamo sul fatto che ci sarà massima attenzione da parte della Procura", ancora di più "dopo le immagini che abbiamo visto a Santa Maria Capua Vetere".
A parlare è Luca Sebastiani, avvocato difensore di un detenuto del carcere modenese che ha presentato un esposto a febbraio, denunciando di aver subito torture fisiche all'interno della struttura. "L'ha depositato lui direttamente - riferisce sempre l'avvocato - e in quell'occasione mi ha conferito mandato difensivo". Il detenuto ha raccontato di essere stato pestato dalla polizia penitenziaria e di aver assistito a sua volta a pestaggi di altri carcerati. "I fatti denunciati sono gravi, così come le lesioni certificate e riportate dal mio assistito" continua Sebastiani, che non intende però sbilanciarsi oltre - anche perché non è tutt'ora chiaro a che punto siano le indagini. Quel che è certo è che questo secondo fascicolo può cambiare la prospettiva sui fatti di marzo 2020.
Era l'8 marzo, la pandemia aveva appena iniziato a riverberare i suoi effetti sulla popolazione. Fu questa la miccia che fece accendere la rivolta, le tensioni legate alla diffusione del virus. Nove persone persero la vita ma le indagini interessarono otto decessi (uno avvenne in un secondo momento, quando il detenuto era già stato trasferito ad Ascoli Piceno). Tutti morti per overdose di farmaci, dopo aver preso possesso dell'infermeria durante i disordini: così si chiuse l'inchiesta. Un esito che ha scatenato il dissenso dell'associazione Antigone, istituita nel corso dell'ultimo anno dai familiari dei carcerati, nonché dei legali delle vittime e dal garante dei detenuti. Secondo loro quel giorno, tra le mura di Sant'Anna, deve essere successo ben di peggio.
"Questo secondo fascicolo prova che non si sa tutto di quell'8 marzo - dice Alice Miglioli, portavoce di Antigone -. Conferma anche tutte le testimonianze raccolte nell'ultimo anno. Se poi dovesse portare a una riapertura delle indagini sui decessi avvenuti nella rivolta, sarà solo il tempo a dimostrarlo". Senza dubbio, considera sempre Miglioli, "alcune cose emerse di recente assumono più risonanza, prima tra tutte la valutazione del medico legale su alcune autopsie, a suo parere, svolte in modo frettoloso e superficiale".
"Nel caso specifico è importante capire cosa si vede dalle telecamere - valuta invece Simona Filippi, legale rappresentante dell'associazione -. Negli atti da noi visionati in passato, vengono fatti dei riferimenti alle registrazioni video. Riconoscere che esiste concretamente un clima di tensione e violenza, metterebbe i fatti di marzo 2020 sotto tutt'altra luce".
In quanto accaduto poi a Santa Maria, dove ieri si sono recati anche il premier Draghi e il ministro Cartabia, c'è una differenza. "Un elemento importante - spiega - ossia che a Santa Maria la polizia è intervenuta il giorno dopo, a Modena l'eventuale azione di violenza è stata in concomitanza rispetto alla rivolta, che per altro è stata più articolata. Senza dubbio poi l'approccio della procura è stato del tutto sbagliato".
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