di Carmen Baffi
Il Domani, 14 luglio 2021
Mentre i sindacati della Polizia penitenziaria rimandano alle decisioni della magistratura, Salvini cerca di spostare l'attenzione sull'agente arrestato per sbaglio. La pubblicazione dei video del pestaggio avvenuto il 6 aprile 2020 nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere ha tolto qualsiasi alibi a chi sosteneva che l'"orribile mattanza" non ci fosse mai stata. Le accuse di tortura, violenza privata e abuso di autorità contestate ai 52 agenti raggiunti da diverse misure cautelari lo scorso 28 giugno erano fondate. Otto di loro sono finiti in carcere, 18 ai domiciliari, e 23, tra cui il provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone, sono stati sospesi dal lavoro. Eppure, dalla politica ai sindacati di categoria, non tutti hanno condannato l'accaduto allo stesso modo.
Anzi, molti si sono resi protagonisti di giravolte nel tentativo di difendere e giustificare l'indifendibile. Il leader della Lega Matteo Salvini, ad esempio, prima della diffusione dei video aveva annunciato che il 1° luglio si sarebbe recato personalmente nel carcere casertano per portare il suo sostegno agli agenti della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere. Una scena che, come raccontato ieri su questo giornale, si era già vista a giugno 2020, quando "verosimilmente" Salvini era già stato informato dell'"operazione di autorità" del 6 aprile da uno degli agenti responsabile di aver coordinato il pestaggio.
Alessandro Biondi aveva infatti cercato sostegno proprio nella figura di Salvini, scrivendo un messaggio alla pagina Facebook riconducibile al leghista, per raccontargli quanto accaduto. Dopo gli arresti di dieci giorni fa, mentre tutti aspettavano il lancio di una delle sue dirette social, Salvini ha cambiato tono e, incapace di nascondere il proprio imbarazzo, ha affidato tutte le sue speranze alla magistratura.
La breve redenzione - L'8 luglio, a distanza di nove giorni dalla prima pubblicazione dei video, è arrivata la notizia che uno degli agenti arrestati era vittima di un errore. Giuliano Zullo, di 55 anni, è stato scambiato dai detenuti chiamati a testimoniare per un altro agente, che in effetti non presentava le stesse caratteristiche fisiche. Matteo Salvini ha rilanciato la notizia sui suoi canali social e si è chiesto a chi spetti il compito di scusarsi con Zullo, sposato e con figli, che ha dovuto trascorrere dieci giorni agli arresti domiciliari. L'imbarazzo dei primi giorni è scomparso: Salvini è riuscito a spostare l'attenzione e non parlare di quanto accaduto in carcere la notte del 6 aprile.
Le difficoltà nell'identificare molti degli agenti colpevoli di aver pestato i detenuti è dovuta al fatto che i poliziotti, con il volto coperto dai caschi, non sono riconoscibili. Venissero dotati obbligatoriamente di un codice sulla divisa forse l'errore nei confronti di Zullo non sarebbe stato commesso, ma quando la proposta è stata avanzata in Italia proprio Salvini si è opposto. E continua a farlo anche dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere. "I numeretti in testa ai poliziotti non li vorrò mai vedere. Già fanno bersaglio per i deficienti senza numeretto in testa, non vorrei esporli ad altri rischi", ha detto il 9 luglio.
C'è poi chi, pur riconoscendo che i filmati rappresentano la documentazione di qualcosa di terribile, non riesce ad evitare di aggiungere un "ma". Quasi che la prova non fosse sufficientemente schiacciante. Il 2 luglio, Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa, commenta i video a Giustizia caffè, e parla di "immagini che si commentano da sole. Un evento drammatico che rappresenta una degenerazione del sistema". Poi però aggiunge che si tratta solo di nove minuti, "parziali". Dunque sarà la giustizia, a torto o ragione, "noi speriamo a torto", a stabilire se le violenze sono state commesse.
La Cgil fp, invece, dopo aver diffuso uno prima nota stampa, in cui parlava di "gogna mediatica" in riferimento a un articolo pubblicato da un quotidiano locale che conteneva nomi, cognomi e foto degli agenti indagati, ha poi fatto una giravolta poche ore dopo la diffusione dei video. Anche in questo caso le immagini "sono inoppugnabili, chi ha sbagliato deve pagare", "ma" sta alla magistratura valutare i fatti e i reati commessi, qualora siano stati commessi.
Il 28 giugno, dall'Unione dei sindacati di polizia penitenziaria (Uspp), che su Twitter spesso e volentieri ripropone i commenti di Matteo Salvini, viene ricondivisa la foto di un altro deputato della Lega, Manfredi Potenti, in cui si legge: "Rivolte in carcere, 52 agenti indagati, assurdo!". È il giorno prima della diffusione dei video. Che siano agli atti dell'inchiesta già da fine settembre 2020 è cosa risaputa, ma nonostante le prove, gli aderenti all'Uspp il 30 giugno organizzano un presidio per manifestare la loro solidarietà.
Il sindacato Osapp, poi, in una nota, ha espresso "preoccupazione" per "la campagna mediatica" avviata contro gli agenti, "ma" senza voler dubitare delle "eventuali" violenze subìte dai detenuti. D'altronde, anche Leo Beneduci, segretario generale dell'organizzazione, ha riconosciuto la gravità dei fatti in diversi video, "ma" la colpa è della politica. Tesi che, se per certi versi può apparire vera, non è sufficiente per spiegare e giustificare, le torture compiute nei confronti dei detenuti.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 14 luglio 2021
Al solito, quando si parla di carcere, tutto risulta molto prevedibile. A fronte di una "orribile mattanza", con 283 agenti penitenziari che effettuano una spedizione punitiva contro i detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere accanendosi a freddo, con violenza e sadismo contro di loro, sono subito scattati i riflessi condizionati per difendere l'indifendibile e capovolgere la prospettiva con la quale si guardano i fatti.
Davanti alla inoppugnabile documentazione video, anche i media, rimasti distratti e omertosi per oltre un anno, hanno dovuto pubblicare immagini e testimonianze. Di fronte alle quali, per la verità, alcuni si sono scandalizzati e hanno protestato non per ciò che le immagini mostrano, le inaudite violenze e torture persino contro reclusi disabili, ma per la violazione della privacy degli inquisiti e per la diffusione di immagini coperte da segreto. Segreto che, in questi casi, è funzionale alla tradizionale e ferrea impunità. Senza quei video oggi non si parlerebbe dell'avvenuta "mattanza" e tutto, come spesso in carcere, rimarrebbe occultato dal silenzio.
Anche il ministero di Giustizia e il vertice dell'Amministrazione penitenziaria, a 15 mesi dai gravi avvenimenti che ovviamente ben conoscevano, come ora qualcuno comincia ad ammettere, hanno dovuto mandare a Caserta gli ispettori e sospendere gli inquisiti. Che, sino a ieri, erano tranquillamente rimasti nello stesso penitenziario, a contatto di gomito, e di manganello, con le vittime delle torture delle quali sono ora finalmente accusati. Nessuno - ci sembra - ha politicamente e pubblicamente chiesto conto dei 15 mesi di colpevole ritardo nel prendere tali provvedimenti cautelativi. Anzi.
Assieme, per evitare fraintendimenti e ulteriori malumori dei numerosi e litigiosi sindacati della polizia penitenziaria (attivissimi nel lavoro di ufficio stampa, che da molti anni li ha portati a essere la principale, e spesso esclusiva, fonte di notizie sulle carceri per il sistema dei media, non solo mainstream), l'amministrazione del carcere ha però pensato bene di trasferire i detenuti che, con deciso coraggio, avevano denunciato i loro aguzzini, appunto 15 mesi fa. Dovendo poi convivere con loro e le loro immaginabili ritorsioni.
Ora, tardivamente (e in ogni modo su sollecitazione della procura, poiché da sola ancora non ci era arrivata), l'amministrazione penitenziaria ha pensato di trasferire 42 reclusi. Per il loro bene e per sottrarli - dopo 15 mesi, ribadiamo - alle possibili pressioni. Va bene. Peccato che siano stati spostati non in carceri vicini, e possibilmente scelti in base all'assenza di prepotenze e violenze da parte dei custodi (il che forse non sarebbe stato facile), bensì in remote destinazioni, sino a 600 chilometri di distanza dalle famiglie. Giusto per premiarli del coraggio avuto, a proprio rischio, nel rompere il clima di paura e omertà e nel chiedere verità e giustizia.
I 42 detenuti sono stati, peraltro, prelevati in piena notte, a ribadire se ce ne fosse bisogno, la logica e lo spirito col quale questa "protezione" sia stata disposta ed eseguita. Lo hanno denunciato il Garante dei detenuti campano Samuele Ciambriello, assieme a quello di Napoli Pietro Ioia e a quella della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore.
Proprio Ciambriello aveva per primo, e da solo, 15 mesi fa denunciato i pestaggi, impedendo che calasse per sempre la coltre del silenzio e la coperta dell'impunità. Naturalmente, contro quei Garanti è già partita la virulenta campagna di attacco e delegittimazione da parte di alcuni sindacati dei poliziotti. Questa non è una novità, anzi è una consuetudine cui le cronache ci hanno abituato e che non arretra davanti a nulla e a nessuno, dato che, a suo tempo, si esercitò persino contro Alessandro Margara, capo dell'Amministrazione penitenziaria positivamente anomalo e proprio per questo presto defenestrato dall'allora Guardasigilli Olivero Diliberto.
Lo ribadiamo sperando, contro ogni speranza, che prima o poi qualcuno, pur assai tardivamente, chieda scusa al compianto Margara, nel frattempo scomparso, il cui pensiero, scritti e l'intera sua carriera di magistrato dovrebbero essere la base e il modello per la formazione degli operatori penitenziari, a partire dai poliziotti. Di modo che la pianta cominci finalmente a produrre soprattutto frutti buoni.
Dai filmati della "mattanza" sappiamo ora che, dei 283, uno solo ha cercato di frapporsi e limitare le violenze sui reclusi. Un percentuale che dice quel che c'è da sapere. E che dovrebbe preoccupare seriamente tutti i cittadini e forse prima ancora l'istituzione.
di Matteo Pucciarelli
La Repubblica, 14 luglio 2021
Il fondatore si era speso con Draghi sulla prescrizione. Salta la visita a Roma. Tra domani e venerdì sul sito del Movimento si darà il via libera alla procedura per la votazione del nuovo Statuto dei 5 Stelle, quello che prevede tra le altre cose l'istituzione della figura del presidente: e siccome servono due settimane di preavviso agli iscritti per la consultazione, il nuovo corso con Giuseppe Conte diventerà ufficiale ad agosto.
Ma sono pratiche ormai di natura burocratica, il lavoro politico è concluso, la pace con Beppe Grillo non è stata sancita da un incontro semi-pubblico - il fondatore pareva arrivasse oggi a Roma, non sarà così ma comunque non si dovrebbe andare troppo per lunghe - però intanto si pensa a chi saranno i due vice dell'ex presidente del Consiglio nell'organigramma del partito, chi verrà nominato nella segreteria politica e chi nel Consiglio nazionale. Le indiscrezioni sulla nuova organizzazione sono state accolte con un certo malumore in quella parte di M5S che pensava, o sperava, che ci fosse quote di posti destinati alle candidature, poi votate dagli iscritti. Non sarà così: tutte le nomine saranno di Conte, poi agli iscritti spetterà vidimarle.
In questo quadro dove non sono previste sorprese dal "basso", i nomi ricorrenti sono quelli della sindaca di Torino Chiara Appendino, della ex ministra all'Istruzione Lucia Azzolina, della senatrice Paola Taverna. E poi, il ministro Stefano Patuanelli e Vito Crimi, la viceministra Alessandra Todde, oppure Alfonso Bonafede, ma anche della viceministra Laura Castelli.
Il punto è, per quel che riguarda la segreteria invece, ci saranno direttamente i big oppure loro persone fidate? Tutte le anime del M5S andranno in qualche modo rappresentate: dal fronte governista a quello più radicale vecchio stampo passando per la "sinistra" di Roberto Fico; senza dimenticare che tra i gruppi di Camera e Senato, con il primo numeroso più del doppio del secondo, una certa "rivalità" c'è. Molta attenzione va prestata anche alla composizione del Comitato di garanzia, organo che invece verrà nominato da Grillo e che gioca un ruolo fondamentale di equilibrio e di supplenza in caso di vuoto di potere: non sarebbe strano che ad esempio Luigi Di Maio, o qualcuno a lui molto vicino, ne fosse interessato. Conte si avvarrà anche di un Consiglio nazionale in cui entreranno di diritto i capigruppo di Camera e Senato e quello del Parlamento europeo, quindi per ora - in autunno a Montecitorio e Palazzo Madama è previsto un avvicendamento - Davide Crippa, Ettore Licheri e Tiziana Beghin. Ma al cui interno dovrebbero esserci anche delegati regionali.
Dopodiché, in questo ore sul fronte rapporti col governo tiene banco la strategia da adottare sulla giustizia. Un concetto è chiaro: il sì del M5S in Consiglio dei ministri alla riforma Cartabia è superato. Così com'è il testo non piace né a Conte né a una buona fetta di parlamentari. Quindi la determinazione è di modificarne alcune parti, meglio se in commissione Giustizia, senza arrivare allo scontro col resto della maggioranza a colpi di emendamenti in aula dove giocoforza si darebbe un'immagine di rottura. Oltre alla battaglia parlamentare per alzare l'asticella delle richieste, l'altra certezza è che Grillo lascia tutto il dossier specifico al (quasi) neo-presidente. Il garante si era interessato della vicenda la scorsa settimana, si era parlato addirittura di una sua telefonata con Mario Draghi - fatto mai confermato né smentito dai diretti interessati - ma ecco, non ci saranno future interferenze. Questa è l'assicurazione che arriva dal fronte Grillo. E non era affatto scontato.
di Ezio Menzione
Il Dubbio, 14 luglio 2021
Ero il più vecchio, fra gli avvocati che intervennero al G8 di Genova nel luglio del 2001. A me dicevano "il più esperto", ma intendevano il più vecchio. Eppure non ero poi tanto vecchio, ma erano tutti gli altri di quel volenteroso manipolo che erano proprio giovanissimi, alcuni nemmeno penalisti, ma che si fecero le ossa in quei giorni e poi nei processi che seguirono, fino a diventare, oggi, validissimi difensori. In un gruppo, peraltro non tanto numeroso, avevamo già preso accordi nelle settimane precedenti: saremmo stati presenti in piazza, per cercare di evitare infiltrazioni di provocatori e, soprattutto, per mediare in caso di attacchi della polizia ai cortei, nei quali era stato deciso dal Genoa Social Forum che non ci sarebbe stato servizio d'ordine, proprio per rimarcare il carattere assolutamente pacifico dell'iniziativa.
Io ero presente a Genova fin dal martedì, perché ero invitato a parlare all'interno delle iniziative del GSF in un dibattito sui diritti degli omosessuali, su cui era stato di recente pubblicato un mio libro, e così vidi nascere e crescere tutto il villaggio di Piazzale Kennedy, proprio sul mare, dove anche noi avvocati avevamo il nostro gazebo. Poi ci assegnarono una sede presso Legambiente, vicino a Piazza Alimonda, che divenne un centro frenetico di raccolta di dati legali giorno dopo giorno, e una stanza al secondo piano della scuola Pascoli, dove operavano sui computer dei nostri collaboratori e che poi fece una brutta fine, così come la sottostante Indymedia quando la polizia fece irruzione alla Diaz e, appunto, alla antistante scuola Pascoli.
L'accordo fra di noi era che, per riconoscibilità, avremmo indossato una pettorina gialla col simbolo del G8 e con la scritta Avvocato/ Lawyer e il numero di telefono cui chiunque avrebbe potuto rivolgersi in caso di fermo. Io, al pari di tutti gli altri, non stetti lì a pensare se una pettorina così fosse consona al nostro status e al nostro profilo deontologico. Avremmo visto poi che invece la faccenda fece molto specie a molti altri colleghi e a vari Consigli dell'Ordine. L'intesa era che avremmo dovuto interporci fra i manifestanti e le forze dell'ordine in caso di tensioni e avremmo dovuto intervenire in caso di fermo, se non addirittura di arresto, per vigilare che i poliziotti non eccedessero. Così fu durante la manifestazione dei Migranti del giovedì 19 pomeriggio, dove dovemmo giustappunto interporci quando alcuni manifestanti fecero alcune mosse per avvicinarsi un po' troppo alla inviolabile zona rossa: lo facemmo, con qualche buon risultato e tutto filò liscio. Il venerdì ci svegliammo dopo un acquazzone notturno che aveva ripulito il blu del cielo e del mare, rincuorati dal buon esito della giornata precedente, ma preoccupati e dubbiosi vedendo che la zona rossa era stata ampliata fino a ricomprendere praticamente l'intera zona gialla (con paratìe e muri di containers) e, soprattutto, vedendo l'enorme dispiegamento di forze dell'ordine. Andai a Piazzale Kennedy, constatai che il numero di avvocati disponibili era molto cresciuto, con alcuni d'esperienza almeno pari alla mia, e concordammo che io ("tu sei il più anziano ed il più esperto", mi dissero come al solito) ed un collega saremmo andati in Piazza Da Novi, dove avrebbe dovuto esserci la "piazza tematica" (concentramento e poi manifestazione) dei Cobas, che non era detto fossero perfettamente allineati con la linea pacifica e di non assalto alla zona rossa che si intendeva dare. Dopo pochissimo che ero arrivato ed i Cobas in pratica non c'erano ancora, arrivò un gruppo nutrito di manifestanti vestiti di nero e con bandiere nere, i black blok, che noi (o almeno io) non sapevamo nemmeno cosa fossero. Non erano molti e presero a divellere i segnali stradali e l'acciottolato della piazza per farne spranghe micidiali e sassi da lanciare: la polizia, che era lì a due passi, con mio sommo stupore non intervenne, anche se la gente comune la chiamava dai balconi e dai marciapiedi. I black blok ebbero tempo di defluire rumorosamente e facendo un po' di danni prima in Piazza Tommaseo, poi oltre il sottopasso di Brignole fino al carcere di Marassi per poi salire in Piazza Manin e rovinare la "piazza tematica" della Rete Lilliput.
Ero rimasto a presidiare Piazza Da Novi, ligio al compito affidatomi, e fu così che mi ritrovai sotto l'attacco della polizia, che era intervenuta a inseguire e manganellare quando i black bolk erano ormai lontani. Fu in quel momento che capii che essere il più vecchio fra gli avvocati voleva forse dire essere il più esperto, ma certamente non il più veloce a correre e scappare. Tentai, tentammo, qualche intervento per sottrarre i malcapitati alle botte della polizia (ricordo un medico, anche lui con pettorina con scritto "medico G8"), ma con l'unico esito che se la presero anche con me e con chi era con me. Da lì in poi fu chiaro che il compito di interposizione sarebbe stato molto arduo e avrebbe avuto scarso successo. Certo non potevo supporre che la pettorina di avvocato sarebbe diventato uno dei target preferiti dalle forze dell'ordine per manganellare con dei nuovi tipi di strumenti, micidiali, chiamati appropriatamente "tonfa". Il pomeriggio passò fra l'attacco dei carabinieri al pacifico corteo delle Tute Bianche in via Tolemaide, un autobus dei CC dato alle fiamme e alcuni scontri nei dintorni. Noi avvocati assistevamo quasi impotenti a tutto ciò e facevamo la spola con le nostre postazioni per riferire ciò che avevamo visto. Ma in verità la diretta di una radio e di una TV locale era molto più tempestiva ed esaustiva. A metà pomeriggio, eravamo in piazzale Kennedy, un'infermiera del servizio medico del GFS, Valeria, chiese di essere scortata per raggiungere la sua postazione vicino a Piazza Alimonda, nessuno si fidava più a girare da solo. La scortammo io ed un giovane collega. Arrivammo in Piazza Alimonda ed un manifestante era riverso a terra, non si muoveva più e i CC tenevano la gente a distanza. Dissi che Valeria era infermiera e che poteva visitare il ferito: lei passò e, credo, fu l'ultima a chinarsi su Carlo Giuliani che ancora respirava. A me non mi fecero passare.
La tensione era alle stelle, moltissimi i feriti, molti anche i fermati. Ma al mattino si era sparsa la voce che nemmeno noi avvocati avremmo potuto incontrare i fermati perché vi era una sorta di ordinanza del Procuratore Capo che vietava i colloqui fra avvocato e assistito. Non potevo crederci; chiesi ai genovesi dove fosse la più vicina caserma dei CC e mi fu detto a San Giuliano, vista mare. Salii sullo scooter di un giovane collega di nessuna esperienza, che oggi è un noto e bravo criminologo, e andammo alla caserma; qui scoprimmo che alla ordinanza di cui ci era stato detto corrispondeva un provvedimento fotocopiato, uguale per tutti, con soltanto il nome del fermato in bianco da riempire. Non ci fecero nemmeno entrare. Capii che il provvedimento avrebbe potuto coprire comportamenti illegittimi, mai più e mai poi pensai che proprio grazie a quel provvedimento sarebbero state compiute le nefandezze di San Giuliano e, soprattutto, di Bolzaneto. Ripassai il codice di procedura ed ebbi conferma che i colloqui potevano sì essere temporaneamente inibiti dal PM, ma con provvedimento individualmente motivato e non generico e uguale per chiunque. Chiedemmo un colloquio con il Procuratore Capo e ci fu fissato per l'indomani mattina: fu formalmente cordiale, ma molto teso e, ahimé!, senza esito positivo. Ma dicemmo al Procuratore che avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di tutte le illegalità che fossero poste in essere grazie all'usbergo del suo provvedimento.
Nel tardo pomeriggio di venerdì la notizia della morte di Carlo era ormai purtroppo sicura e conosciuta da tutti. Tenemmo un'assemblea sul da farsi e noi del Legal Forum ci esprimemmo a favore del confermare la grande manifestazione dell'indomani e che noi saremmo stati ancora "di servizio". Poi, sempre sullo scooter del giovane collega, andammo a verificare che tutto fosse calmo nei vari campi e vedemmo come molti manifestanti erano stati ridotti. Vedemmo un pulmino intero di greci feriti, che non volevano andare in ospedale preferendo cure arrembate, ma potere ritornare in patria il giorno dopo. Poi, sempre gli stessi due in scooter, andammo alla Pascoli e parlammo con gli addetti di Indymedia e del nostro centro legale. Ci chiesero che cosa dovessero fare se la polizia fosse intervenuta e avesse richiesto il contenuto dei computer con dentro le molte denunce e testimonianze raccolte quel giorno. Risposi che, se c'era un mandato di perquisizione, non c'era che consegnare il materiale, e comunque - mi raccomandai - "fate una copia su floppy di tutto e nascondetela altrove". Mai un mio consiglio "legale" fu più provvidenziale, visto che la sera dopo la polizia entrò nei due centri distruggendo tutti i computer.
Il giorno seguente, sabato, dopo l'incontro con il Procuratore, scendo sul viale a mare per intercettare la manifestazione. Erano già passati i black blok procedendo indisturbati a vandalizzare quanto potevano, e solo a questo punto le forze dell'ordine intervenivano caricando, picchiando e arrestando a casaccio i pacifici manifestanti venuti da tutta Italia. Noi avvocati abbiamo cercato di intervenire per chi era sotto i colpi dei "tonfa", ma senza successo, anzi, beccandoci colpi anche noi. Alle 8 di sera, dopo avere cercato di sapere quanti mai erano gli arrestati, tornai al mio paese, per prepararmi alle convalide che ci sarebbero state il lunedì. Non feci in tempo a metter il piede in casa che squilla il telefono. Stavano succedendo cose inenarrabili alla Diaz e alla Pascoli, compreso al nostro centro legale. Troppo tardi per me per rifare all'indietro i 200 km. per Genova.
Ho detto che il nostro intervento in quei giorni in piazza "con la pettorina" non fu ben visto da molti colleghi. Era una novità che noi pochi avevamo mutuato da esperienze straniere. Ma, per esempio, il Consiglio dell'Ordine di Genova (ma non fu il solo) parlò di "comportamento non dignitoso" e pure di "concorrenza sleale" e "accaparramento di clientela". Alcuni Consigli iniziarono procedimenti a carico dei loro iscritti così "inappropriati", ma poi non mi risulta che abbiano proseguito su questa linea. Peggio fu che anche all'interno della mia associazione, l'Unione delle Camere Penali, qualcuno storceva il naso e al nostro congresso nazionale, che si svolse a Roma il settembre successivo, il comportamento mio e del mio gruppo fu attaccato, domandandosi "dove andremo mai a finire".
Mi difesi con una certa dignità, ma non ce ne fu più bisogno dopo che Valerio Spigarelli si schierò con noi e con la libertà di condurre la professione come ci pareva, purché in difesa dei più deboli, i cui diritti venivano calpestati: anche in piazza, anche nel momento in cui venivano calpestati.
di Andrea Reale*
Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2021
Il tema più divisivo in assoluto nella politica italiana è, senza ombra di dubbio, quello della giustizia. Troppi gli interessi che esso muove; troppo interessate le risposte che il nostro Legislatore è sempre intenzionato a dare. Esse, però, rispondono a tutt'altre finalità rispetto a quelle che il tema dovrebbe perseguire.
Così in questi giorni si assiste a pietosi spettacoli dei partiti politici, specialmente quelli nel governo delle "larghe intese", tutti intenti ad accanirsi sul tema della prescrizione, come se fosse questo l'unico e il vero problema della giustizia, peraltro pensando soltanto a quella penale, in Italia. Invece quella è verosimilmente una preoccupazione esclusiva di certa politica, anzi di certi parlamentari inquisiti dal sistema giudiziario. Per fortuna la Commissione Europea ha riportato al centro del dibattito il vero nodo gordiano della macchina della giustizia in Italia. La durata dei procedimenti non è legata a qualche istituto processuale più o meno efficace. È legato in modo fondamentale alle risorse umane e materiali che essi gestiscono.
Non si può non rimanere colpiti dalla lettura di quanto riportato da ilfattoquotidiano.it l'8 luglio scorso. Nella relazione trasmessa dal Commissario per la Giustizia, Didier Reynders, sono snocciolati in modo chiarissimo i dati che rendono del tutto inefficiente il sistema italiano. Essi sono due, in realtà riducibile ad uno: la carenza cronica del numero di magistrati, assolutamente esiguo rispetto alla massa di affari civili, penali e amministrativi per abitante che il relativo scoreboard evidenzia (12 per ogni 100.000 abitanti, a fronte, ad esempio, dei 24 della Germania, per non parlare dei 42 della Slovenia). Da decenni, pur a fronte di un esponenziale aumento di conflittualità, le piante organiche sono rimaste immodificate.
Non solo: a fronte di poche migliaia di magistrati presenti nei vari distretti giudiziari l'altro dato evidente è l'incapacità ministeriale di avere saputo regolamentare le piante organiche, ossia la distribuzione di magistrati sul territorio in relazione agli affari da trattare. Così esistono Tribunali nei quali un magistrato risulta assegnatario di cento, massimo duecento, procedimenti all'anno (e di pari sopravvenienze); altri, molti dei quali concentrati in uffici medio-piccoli del Meridione, in cui ogni giudice o pubblico ministero deve fronteggiare migliaia di procedimenti all'anno (ed altrettanti in subentro annualmente). Questo è il vero dramma della giustizia: la mancanza di volontà del governo (perché alla politica spetta questo onere, che potrebbe diventare un onore!) di volere fornire minimo ossigeno ad un organismo in coma per ipossia.
Ecco la prima, vera, unica, fondamentale, "rivoluzionaria", priorità da suggerire alla neoministra Marta Cartabia: se vuole davvero provvedere ad una riforma epocale della Giustizia, assuma migliaia di magistrati (almeno altri 10.000), prevedendo anche un numero doppio rispetto ad esso di personale amministrativo (per costituire l'ufficio per il processo per ciascun magistrato) e redistribuisca le piante organiche secondo accreditati e spendibili flussi statistici (quelli che annualmente assillano tutti i dirigenti degli uffici, che devono barcamenarsi in improbabili documenti organizzativi generali per fare fronte ad una domanda che inevitabilmente è sproporzionata rispetto all'offerta). La preghiera che rivolgo, da magistrato, alla ministra è quello di poter adeguatamente studiare e rivedere completamente un assetto distributivo dei magistrati, e del personale amministrativo, del tutto sperequato tra distretti, anche viciniori, se non all'interno delle medesime Corti d'Appello. Il tutto accompagnato da un massiccio investimento nella logistica, nell'hardware e nel software necessario per informatizzare e digitalizzare una struttura preistorica e antiquata. Questa sarebbe la migliore risposta da dare all'Europa, "che ce lo chiede" da decenni, rimanendo inascoltata.
Un'altra notazione negativa che il report del Commissario Europeo evidenzia è, infine, il tasso di indipendenza che l'Ordine giudiziario ha raggiunto nella percezione pubblica. Esso è ai minimi storici. Siamo al quintultimo posto, dopo Bulgaria, Polonia, Slovacchia e Ungheria, Paesi verso i quali abbiamo lanciato, fino a pochi mesi fa, appelli internazionali per invocare maggiore indipendenza dei magistrati di quelle nazioni e dei loro organismi di autogoverno, oltre che manifestare solidarietà ai colleghi. Davvero paradossale, dunque, visto che dovrebbero essere gli altri Paesi dell'Ue, oggi, a dover muovere qualche passo in nostro favore.
Il prospetto riepilogativo del Commissario Europeo evidenzia anche alcune delle ragioni più diffuse dell'offuscamento dell'immagine della Magistratura: una è la "interferenza e pressione dal governo e dalla politica". Si tratta del determinante profilo della indipendenza esterna: la sussistenza di un indebito collateralismo tra politici e magistrati, unitamente alla forza che la Politica, con la complicità dei gruppi associativi interni dell'Anm, riesce ad imprimere all'attività di autogoverno, sono un'evidenza pluriennale indiscutibile e deleteria.
Necessario appare spezzare ogni legame tra Politica e Giustizia, non soltanto avuto riguardo alle porte girevoli nelle rispettive carriere, quanto soprattutto nell'evitare che partiti politici e loro rappresentanti possano avvicinare componenti rappresentative dei magistrati e loro esponenti all'interno delle istituzioni e barattare con loro incarichi e prebende, e talvolta persino interferire sul regolare andamento della giurisdizione, "politicizzando" persino l'esercizio dell'azione penale.
Vi è un altro fattore indicato dal report eurounitario in discussione: più del 40% degli intervistati ritiene che un altro elemento che appanna la credibilità della magistratura italiana sia l'interferenza dei poteri economici e di altri specifici interessi. Tra di essi sono certo che gli interpellati dalla Commissione Europea abbiano segnalato lo strapotere dei gruppi associativi interni all'associazionismo giudiziario, le cosiddette correnti.
È l'altro lato della medaglia della indipendenza della magistratura: quella interna, oggi più che mai intaccata dalle vicende che hanno generato la più grave crisi della Magistratura repubblicana in Italia. Anche su questo versante è necessario che la ministra Cartabia ed il governo agiscano con efficacia ed immediatamente con l'unico metodo davvero rivoluzionario, capace di restituire credibilità e fiducia nell'autogoverno: il sorteggio come metodo di scelta della componente togata del Consiglio Superiore della Magistratura e la rotazione negli incarichi direttivi, per tagliare le unghie al "nominificio" lottizzatorio, denudato dagli scandali a ripetizione. Ci vuole coraggio per una vera riforma della Giustizia. Questo è il tempo di dimostrarlo. Altrimenti si rischia di apparire conniventi, se non complici, con le degenerazioni che attanagliano il mondo giudiziario. A quel punto, per chi è estraneo al cosiddetto "sistema", resterà solo la denuncia alle Istituzioni d'oltralpe.
*Magistrato
di Paolo Itri
Il Riformista, 14 luglio 2021
La recente vicenda dei pestaggi subiti dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere ha creato un clima di grave turbamento nell'opinione pubblica che appare sempre più disorientata e smarrita di fronte ai troppi scandali che vedono spesso coinvolti uomini degli apparati dello Stato impegnati in delicati compiti nel settore dell'amministrazione della giustizia. Già appare imbarazzante il fatto che, nelle statistiche della Corte europea dei diritti dell'uomo, il nostro Paese occupi da tempo il primo posto tra quelli con il maggior numero di violazioni e di condanne.
Secondo i dati tratti dalla Commissione ministeriale voluta dalla guardasigilli Marta Cartabia, infatti, ben 1.202 sono state le condanne che l'Italia ha collezionato tra il 1959 e il 2020. A seguire, con la metà e meno delle violazioni, la Turchia (608), la Grecia (542), l'Ucraina (445) e la Polonia (443). In particolare, le violazioni correlate alla durata del processo appaiono ancor più intollerabili e rappresentano la metà di tutte quelle accertate dalla Corte di Strasburgo. Il recente scandalo del "premiato nominificio Palamara", poi, con i suoi più recenti sviluppi, ha contribuito a versare altra benzina sul fuoco, destando nell'opinione pubblica un ulteriore senso di sfiducia verso la giustizia e le sue istituzioni. Ma quali le cause, e quali le possibili soluzioni del problema?
Partiamo dalle ultime vicende dei pestaggi in carcere, dove la risposta dello Stato - ferma restando la presunzione di innocenza - sembra essere stata almeno sul piano della repressione del tutto efficace e tempestiva. Ben diverso il discorso per quanto riguarda, invece, le condizioni delle carceri nel nostro Paese. Secondo l'ultimo rapporto di Antigone, nel 2020 il tasso di affollamento è stato pari al 115%, mentre 61 persone si sono tolte la vita dietro le sbarre. Erano quasi 20 anni che non si aveva un tasso di suicidi così elevato. La condizione di invivibilità degli istituti di pena costituisce una vergogna nazionale alla quale si cerca di porre rimedio - secondo una visione mercantilistica della giustizia penale oggi molto in voga - o mediante risarcimenti monetari oppure degli sconti di pena al di fuori di qualunque logica rieducativa, semplicemente perché lo Stato non è in grado di assicurare ai detenuti condizioni dignitose di vita. Il risultato di una tale scellerata politica carceraria è sotto gli occhi di tutti: le proteste all'interno delle carceri montano sempre di più e, se le cose non cambieranno, sempre maggiore sarà il pericolo, in futuro, che episodi come quelli di Santa Maria Capua Vetere possano ripetersi in altre località del Paese.
Ma un'altra vergogna alla quale pure sembra che non si intenda porre in alcun modo rimedio è quella del "premiato nominificio Palamara & co".
Qui, sia le proposte di riforma elettorale del Csm, avanzate dalla Commissione ministeriale, sia gli stessi quesiti referendari proposti dai partiti appaiono dei pannicelli caldi a fronte dei gravi illeciti consumatisi attraverso la spartizione cencelliana degli incarichi tra le varie correnti dell'Anm. Mentre la sostanziale assenza di risposte soddisfacenti - sia in sede penale che disciplinare - genera sconforto e turbamento in vasti settori dell'opinione pubblica, sempre più rassegnati all'idea dell'impunità e della sostanziale intoccabilità, nel nostro Paese, dei santuari del potere. In mancanza di qualsiasi segnale che faccia intravedere una seria presa di coscienza del problema da parte sia della magistratura associata che delle altre istituzioni, non resta che sperare in un colpo di coda della politica.
Due le possibili soluzioni per arginare lo strapotere delle correnti: la nomina dei componenti del Csm attraverso il sorteggio temperato (ovvero un sistema che preveda l'estrazione a sorte di una platea di candidati svincolati dalle correnti, all'interno della quale i magistrati elettori potranno poi scegliere il candidato che preferiscono) e, soprattutto, il ridimensionamento della discrezionalità del Csm, attraverso l'individuazione, da parte del legislatore, di regole e criteri certi da seguire nelle nomine dei capi degli uffici, tali da non lasciare più spazio ad arbitrarie interpretazioni, illecite spartizioni, abusi e favoritismi. Per quanto riguarda infine i tempi irragionevoli del processo, il discorso sarebbe molto più lungo e articolato. Il sistema processuale americano, dal quale nel 1989 fu mutuato in Italia il processo accusatorio oggi in vigore, si basa su tre capisaldi che però sono incompatibili con le nostre tradizioni giuridiche: la discrezionalità dell'azione penale, la sostanziale inappellabilità delle sentenze e la decisione assunta dal giudice in forma di verdetto e non di sentenza. Soprattutto tale ultimo aspetto incide non poco sulla durata dei processi.
Mentre le sentenze italiane hanno infatti motivazioni quasi sempre molto articolate, negli Stati Uniti l'atto finale del processo è il verdetto pronunciato dalla giuria popolare che non va motivato. Ciò influisce notevolmente sul tempo dedicato alla celebrazione dei processi. Per quanto riguarda invece l'appello, nel sistema statunitense non è consentita una diversa valutazione delle prove, in quanto soltanto la macroscopica ingiustizia del verdetto o gli evidenti errori di procedura possono giustificare la celebrazione dell'appello che in ogni altro caso sarà dichiarato inammissibile.
Gazzetta di Modena, 14 luglio 2021
Fascicolo contro ignoti per un'altra denuncia: viene da un detenuto che racconta le presunte brutalità dopo la tragica rivolta a Sant'Anna dell'8 marzo 2020. "Calci, pugni e manganellate. Dicevano: "Taci e stai a testa bassa!". Ipotesi di reato contro ignoti: tortura e lesioni aggravate. È questo il fascicolo che starebbe aprendo la Procura di Modena per un nuovo ramo nel filone di indagini riguardanti le testimonianze di pestaggi e brutalità avvenuti dopo la rivolta dell'8 marzo 2020 e durante i trasferimenti in altri istituti.
La Procura non conferma e non smentisce questo nuovo accertamento, particolarmente grave, rivelato in servizio di Rai3 Emilia-Romagna che implica un reato nuovo a carico di eventuali agenti della penitenziaria. Si sa invece che si basa sull'esposto inviato il 20 febbraio scorso da un detenuto che era presente al momento della rivolta e che riferisce di essere stato sottoposto a un pestaggio, oltre ad aver assistito a un secondo pestaggio così violento da credere che il detenuto preso di mira fosse morto. "Stai zitto, abbassa la testa!" Questo l'ordine che gli veniva gridato mentre calci, pugni e manganellate gli piovevano addosso, al punto da provocargli la frattura di una mano e varie lesioni poi sottoposte a cura al carcere di destinazione finale, a Forlì.
I fatti si riferiscono, come sempre in questi casi, alle ore successive alla rivolta, quando era già stata sedata e Sant'Anna era un carcere distrutto e in parte bruciato. I detenuti, racconta anche questo testimone, venivano tenuti a gruppi. Racconta di essere fuggito da una zona in cui divampava l'incendio. "Sono uscito a mani in alto, ma mi hanno fatto sdraiare per terrea e ammanettato. Mi hanno picchiato violentemente con calci, pugni e anche col manganello. Ho cercato di spiegare che non avevo fatto nulla ma mi hanno picchiato ancora. Poi sono arrivati altri agenti ma, anziché aiutarmi, mi hanno picchiato anche loro".
Subito dopo gli sono arrivate altre botte, scrive nel suo esposto, nel momento in cui ha cerato di difendere un altro detenuto, un ragazzo tunisino anche lui ammanettato e immobilizzato: "Lo hanno picchiato così violentemente che mi cadeva addosso. Pensavo fosse svenuto. Gli dicevo di svegliarsi ma non rispondeva. Ho capito che era morto. Ho provato a protestare per lui ma mi dicevano di star zitto e abbassare la testa e poi venivo picchiato ancora".
Poi si accorge che il corpo del ragazzo accanto a lui, senza segni di vita "veniva trascinato fuori come un animale". Non si sa chi sia il ragazzo che credeva morto. Potrebbe essere una delle nove vittime, anche se ufficialmente queste sono tutte morte solamente a causa dell'overdose da metadone e psicofarmaci. Potrebbe però anche aver creduto erroneamente morto quel ragazzo, mentre invece è sopravvissuto. Una vicenda della quale ancora non si sa nulla e che è al centro di accertamenti finora senza esiti positivi sull'identificazione.
Quanto agli agenti che hanno partecipato al duplice pestaggio, il detenuto sostiene di poterli identificare.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 luglio 2021
La lettera del legale dell'uomo condannato per l'omicidio Fortugno alla Guardasigilli: "Venga a Milano Opera a verificare se la sua grave malattia si possa curare in cella". "A me non interessa discutere delle sentenze. I processi sono chiusi. L'unico aspetto che mi interessa è la salute del mio assistito. E la situazione è critica".
A dirlo è l'avvocato Antonio Spadaro, difensore di Giuseppe Marcianò, arrestato il 21 giugno 2006 e condannato all'ergastolo in via definitiva per l'omicidio di Francesco Fortugno, all'epoca vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. Marcianò, nel 2015, ha scoperto di essere affetto da sclerosi multipla e nonostante i diversi esposti indirizzati al magistrato di sorveglianza per ottenere cure adeguata ad oggi non ha ottenuto risposta. E ora, nella speranza di poter affrontare in maniera dignitosa la propria malattia, ha scritto, attraverso il suo avvocato, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e per conoscenza al garante nazionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, chiedendole di visitare il carcere di Milano Opera, dove si trova recluso, per vedere dal vivo la situazione in cui si trova.
"Quello che chiedo spiega Spadaro al Dubbio - non è che sia libero di andarsene in giro in libertà, ma che si verifichi se effettivamente un essere umano può essere mantenuto in carcere in quella condizione". Dal 2016 Marcianò, che si trova in alta sicurezza, ha presentato nove esposti, evidenziando, tra le altre cose, l'assenza di un medico a cui rivolgersi, la mancata somministrazione della dieta prescritta e autorizzata dal magistrato e la sospensione di farmaci. "Quello che chiede - continua Spadaro - è di essere curato, di essere ricoverato. Un anno fa abbiamo scritto anche al Presidente della Repubblica, unica lettera alla quale abbiamo ricevuto risposta, e ci era stato detto che la questione sarebbe stata sottoposta all'attenzione del ministro. Ma non è successo nulla".
La malattia è in stato avanzato e l'ultima risonanza effettuata ha evidenziato la presenza di ulteriori lesioni midollari. A ciò si associa la difficoltà a deambulare e, talvolta, anche a parlare. "Avrebbe bisogno di fisioterapia continua - spiega ancora il legale. È stato anche riconosciuto portatore di handicap, ma non è cambiato nulla". La norma vuole che ad ogni istanza avanzata dal detenuto il Tribunale nomini un medico per verificare se la patologia sia curabile o meno in carcere. Ma il medico, spiega il legale, non è stato mai nominato, in quanto "le cure vengono somministrate con regolarità". Ma nonostante questo Marcianò continua a peggiorare di giorno in giorno, "a dimostrazione che le cure sanitarie praticate in ambito intramurario non producono alcun beneficio. Probabilmente ha bisogno di una struttura altamente specializzata", evidenzia Spadaro. Nella lettera, che definisce una "richiesta d'aiuto", il legale evidenza "la mancanza di interventi sanitari per la sua grave patologia (sclerosi multipla degenerativa e peggiorativa) che negli anni è pericolosamente peggiorata". I magistrati di sorveglianza incaricati di valutare le istanze di differimento della pena avanzate dalla difesa hanno sempre rigettato le richieste, senza nominare mai un medico, "in modo da poter verificare se la grave condizione sanitaria del condannato, derivante dalla sua grave patologia, fosse o non fosse curabile all'interno della struttura carceraria".
La richiesta non è tesa a stabilire se Marcianò sia o meno compatibile con il carcere, ma "comprendere se quella patologia (grave) sia curabile in carcere e, nel caso non lo fosse, sancire la sussistenza dell'incompatibilità assoluta tra la patologia e lo stato di detenzione - si legge nella lettera -; per come statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, occorrerà verificare che l'infermità e/ o la malattia non siano tali da comportare un serio pericolo di vita, in assenza di adeguate cure mediche in ambito carcerario, o ancora da causare al detenuto sofferenze aggiuntive ed eccessive, in spregio del diritto alla salute e del senso di umanità al quale deve essere sempre improntato il trattamento penitenziario".
Lo scopo della lettera è ottenere una valutazione complessiva dello stato di salute di Marcianò, in grado di tener conto anche del tasso di logoramento fisico legato alla condizione di detenzione, per verificare in che modo la struttura carceraria sia compatibile con le sue condizioni di salute, se le cure siano soddisfacenti e adeguate e "se il continuo peggioramento della malattia sia da imputarsi solo al normale decorso della stessa o non anche alla condizione detentiva e se tale condizione si collochi al di sopra di quel livello di dignità dell'esistenza che deve essere assicurato a tutti i detenuti".
Senza tale valutazione, denuncia Spadaro, si rischia di andare incontro ad una violazione degli articoli 3, 25 e 27 della Costituzione, "i quali riguardano l'uguaglianza formale di tutti i cittadini dinanzi alla legge, la legalità e la proporzionalità della pena, la personalità e l'umanizzazione della stessa, nonché la rieducazione del condannato, che si mostra principio cardine di una giustizia la cui ratio deve ricercarsi non soltanto nella repressione ma, altresì, nel "tentativo" di recupero sociale del reo". Ma si violerebbe anche l'articolo 3 della Cedu, che garantisce il diritto alla salute delle persone detenute, conclude Spadaro. Che nella sua lettera cita proprio Cartabia: "Per tutti il carcere deve avere finestre aperte sul futuro, deve essere volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione".
di Franco Corleone
friulisera.it, 14 luglio 2021
Il Garante per i diritti dei detenuti, chiede chiarezza su una morte improvvisa di un 22enne nel carcere di via Spalato a Udine. Si chiamava Ziad Dzhihad Krizh. Era un giovane detenuto di 22 anni, è morto a Udine, nel carcere di Via Spalato il 15 marzo 2020. È uno dei tanti detenuti morti in cella in questo periodo di pandemia, segnato da un peggioramento delle condizioni e anche da forti proteste e da pesanti repressioni.
Da ultimo, l'orrendo pestaggio di massa avvenuto nello stesso periodo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che ha finalmente scosso la società italiana e ha portato la ministra della giustizia Marta Cartabia a parlare di tradimento della Costituzione e di oltraggio alla dignità della persona dei detenuti, deve spingere tutti a cercare e a realizzare il massimo di trasparenza su quanto succede dietro le mura delle prigioni.
La morte di Ziad appare assai poco limpida e le sue cause poco chiare, tanto da essere oggetto di una inchiesta ancora aperta. Per questo ho cercato di approfondire, esaminando le relative perizie. Addentrarsi nei dettagli e negli aspetti e linguaggi tecnici e specialistici è sempre un po' ostico, ma anche necessario per provare a capire ciò che può essere successo. Vediamoli.
L'analisi chimico-tossicologiche sui campioni biologici prelevati dal cadavere ed effettuata dal dr. Antonio Colatutto e consegnata alla Procura della Repubblica del tribunale di Udine il 10 agosto dello scorso anno, attesta che si trovano tracce solo di metadone e di benzodiazepine, assenti tracce di oppiacei, cannabis, cocaina, amfetamina, ecstasy, buprenorfina ed etanolo.
La dr.ssa Elena Torresin, Sostituto Procuratore del Tribunale di Udine, immediatamente aveva posto al prof. Carlo Moreschi, il perito nominato, una serie di quesiti assai puntuali per l'accertamento delle cause del decesso e i mezzi che l'abbiano prodotto e riguardo l'eventuale presenza di lesioni esterne e interne che abbiano nesso di causalità con la morte e la genesi delle stesse. La perizia fu depositata il 29 settembre 2020 e la dr.ssa Torresin richiese una integrazione specificando alcuni approfondimenti. In particolare, chiese se "le cause del decesso fossero riconducibili a errori diagnostici e/o terapeutici dei sanitari che lo ebbero in cura presso la Casa Circondariale di Udine, specificando, in caso affermativo, se siano state osservate le linee guida, protocolli o buone prassi applicabili al caso in esame, il titolo e il grado di colpa", domandando, infine, di conoscere "ogni altra circostanza ritenuta necessaria o utile all'accertamento dei fatti".
Il 12 febbraio 2021 il prof. Moreschi inviò la seconda consulenza.
Krizh venne trovato - dall'infermiere incaricato della distribuzione dei medicinali - privo di coscienza alle 7.45. Decedeva alle 8.21, dopo che gli era stato eseguito massaggio cardiaco e con defibrillatore.
La cella n. 13, che lo alloggiava, era occupata da cinque detenuti; il sesto, che avrebbe ceduto dell'hashish a Krizh, era uscito dal carcere il 7 marzo. I compagni di detenzione riferiscono che il giorno prima la vittima aveva uno stato febbrile, sopra il 37.5 gradi. Un altro detenuto attesta che alle cinque Krizh era vivo perché lo aveva sentito russare.
Vediamo il diario clinico.
La visita di primo ingresso gli viene fatta il 5 novembre 2019; da essa risulta l'autodichiarazione di consumo di diverse sostanze stupefacenti risalente a quattro mesi prima. Non è presente sindrome di astinenza e viene prescritta una terapia con Diazepam e Seroquel.
Il 26 febbraio 2020, dopo quattro mesi, viene prescritta una terapia di Diclofenac per una lombalgia cronica.
Il 1° marzo viene citata una Osservazione clinica, non si sa da chi sia stata effettuata e il paziente riferisce "uno stato di agitazione con sintomi psicotici da abuso prolungato da metanfetamine e crack. Sta usando Suboxone e Tramadolo con beneficio sulla sua condizione di dolore e agitazione. Si prescrive quindi Metadone 20 mg". Appare anche l'indicazione di somministrazione di Rivotril mattina e pomeriggio, Lyrica mattina e pomeriggio, Rivotril, Seroquel. Dunque, un pesante cocktail di farmaci, non si capisce da chi e perché prescritti.
Il 5 marzo viene richiesta visita del Servizio per le tossicodipendenze (SerT) per una rivalutazione della terapia.
Il 14 marzo, il giorno prima della morte, Kritzh viene sottoposto a visita medica in sezione, cioè in cella con dubbio rispetto della privacy. In quella circostanza avrebbe dichiarato "di aver fatto abuso in questi giorni di sostanze stupefacenti (cannabinoidi) e altre sostanze". Gli viene consegnata una mascherina chirurgica per prevenzione Covid.
Nella autopsia vengono segnalate varie escoriazioni compatibili con atti di autolesionismo. Per il resto non vi sono rilevazioni di patologie. È un giovane sano.
Il prof. Moreschi adduce come causa della morte una overdose di metadone. In realtà, è costretto a ipotizzare "l'assunzione contemporanea di altri farmaci e sostanze che possono agire con effetto additivo nell'aumentare il rischio di morte. Solitamente i decessi dovuti all'assunzione di metadone si verificano per arresto respiratorio spesso nel contesto di abuso di più sostanze".
La relazione che dovrebbe rispondere agli ulteriori quesiti è invece più scarna e burocratica della precedente, ma compare l'indicazione di visite mediche non citate: il 21 novembre viene ancora modificata la terapia farmacologica con inserimento di Tavor, conferma di Seroquel e Rivotril e sospensione di Valium. Nei giorni seguenti per una lombalgia di origine misteriosa viene trattato con farmaci antinfiammatori; nel febbraio 2020 risulta una visita del medico SerT con prescrizione di Lyrica, sospensione di Seroquel sostituito con Nozinam e aumentato il Rivotril. Non si capisce se è stata prescritta anche la buprenorfina.
Con assoluta sicurezza il prof. Moreschi attesta che "non si ravvisano errori diagnostici e/o terapeutici dei sanitari. Il decesso non è correlabile alle cure prestate".
Una sicurezza che, francamente, è difficile da condividere.
Ho allora chiesto consiglio a un amico, che è stato per molti anni direttore del Dipartimento Dipendenze della Asl di Napoli e sono emersi molti interrogativi:
1) Come mai non sono stati ricercati i metaboliti degli psicofarmaci somministrati?
2) Perché non è stato somministrato il naloxone (antagonista degli oppioidi per l'overdose) e l'anexate (antidoto per le benzodiazepine)?
3) Perché era in carico al SerT e perché era in terapia con metadone pur non facendo uso di eroina? E perché il metadone non era somministrato in infermeria?
4) Risulta che al 1° marzo Kritz avesse una terapia con Rivotril (benzodiazepina di abuso dei tossicodipendenti) Seroquel, Lyrica e Metadone. Tali farmaci possono interagire tra loro e potenziare vicendevolmente gli effetti sedatici e depressivi sul sistema centrale.
5) Al test tossicologico delle urine compare solo THC e benzodiazepine, in quello del sangue compare il metadone (tracce). Non può essere causa della morte la cannabis. Inoltre, Kritz assumeva il metadone per cui aveva una tolleranza che rende poco probabile l'ipotesi di una overdose legata questo oppioide, visti i dosaggi.
6) La valutazione delle lesioni appare assai superficiale, mentre potrebbe spiegare lo stato di depressione e confusione che viene descritto.
In definitiva, mi pare che l'ipotesi che il cocktail di farmaci prescritti abbia causato effetti deleteri non possa essere scartata. Così pure, appare una evidente confusione e contraddittorietà nelle prescrizioni scritte o in quelle di fatto e nelle visite mediche effettuate. Soprattutto di fronte a un quadro clinico precario come quello che emergeva dalla visita del 14 marzo, appare una scelta discutibile lasciare il paziente in cella e non provvedere piuttosto a un ricovero o a una sistemazione più consona con una previsione di visita notturna.
Una sola conclusione mi sento al momento di fare: il diritto alla vita e alla salute sono fondamentali e vanno tutelati (anche) per i detenuti, il cui corpo è nelle mani dello Stato, con la massima cura e attenzione. Chi lavora nel carcere deve essere messo nelle condizioni di farlo adeguatamente e occorre valutare la presenza di un medico di notte.
La perizia, con un pizzico di cinismo tautologico, ci dice che Kritz è morto perché è morto. Non basta. Può darsi che il giovane avesse invece voglia di vivere. Ora che è deceduto gli si deve almeno chiarezza e trasparenza, rigore negli accertamenti e nelle conclusioni. Perciò ho fiducia che la dott.ssa Elena Torresin deciderà con sagacia e umanità.
Gazzetta di Modena, 14 luglio 2021
"Sosterremo la richiesta di portare il caso alla Corte europea". L'archiviazione sulle otto morti in carcere dell'8 marzo 2020 non pone la parola "fine" alla vicenda. E così Rifondazione Comunista si pone al fianco del comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna. "È stata un'archiviazione troppo frettolosa quella disposta dal giudice", dicono all'unisono Maurizio Acerbo e Stefano Lugli, segretario nazionale e regionale del partito.
Lugli s'addentra nella strategia per la battaglia legale modenese. "Affianchiamo il comitato che ha fatto un lavoro egregio nel produrre testimonianze - ribadisce - e ha messo in evidenza sia contraddizioni sia lacune. Chiediamo che si vada avanti per cercare verità e giustizia".
Il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) è un'ipotesi sul tavolo. L'ha annunciata l'associazione Antigone, che si è opposta, insieme al Garante dei detenuti, alla richiesta di archiviazione. "Sosterremo la richiesta di portare il caso alla Corte europea - rimarca Lugli - perché è un fatto gravissimo, che richiede di essere indagato con maggiore attenzione".
Sul caso di Modena interviene anche il segretario nazionale. "Affiancheremo Antigone e lo stesso comitato per continuare una battaglia di verità - rivendica Acerbo - e per appurare perché si è arrivati al numero enorme di morti, che sono stati rimossi".
Acerbo traccia un parallelo tra i fatti di Modena e di Santa Maria Capua Vetere. "La vicenda e le immagini mostrano una realtà che denunciamo da anni - incalza - Non significa che tutte le guardie carcerarie facciano così né che in tutte le carceri accadano episodi analoghi".
Rifondazione Comunista infine pone l'accento sul trasferimento al Sant'Anna di detenuti dal carcere casertano. "Nelle nostre carceri c'è un problema di sovraffollamento - prosegue Acerbo - e c'era anche in quei giorni che hanno preceduto le rivolte, costate tredici morti in Italia. C'è un problema di attuazione della Costituzione anche dentro le carceri. Va garantito a tutti i detenuti il rispetto della Costituzione repubblicana. Proposte? Ci sono reati da depenalizzare e c'è bisogno di lavorare sulle pene alternative al carcere".
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