vigevano24.it, 4 giugno 2021
Aiutare i detenuti nel loro percorso di recupero e imparare un nuovo mestiere per il futuro. Questi gli obiettivi dell'innovativo progetto "Qua la zampa", fortemente voluto dal Direttore della Casa Circondariale di Pavia Stefania D'Agostino, dal direttore generale di ATS Pavia Mara Azzi e dall'ex garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier, in collaborazione con la Scuola Cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
Presentato questa mattina presso la Casa Circondariale Torre del Gallo di Pavia, il progetto ha permesso la costruzione, nell'area dell'intercinta esterna dell'Istituto, di uno spazio di accoglienza stabile di due cani provenienti dal canile di Voghera e l'attivazione di un percorso di educazione cinofila per i detenuti, finalizzata all'ottenimento di un patentino di educatore.
Gli istruttori della scuola cinofila sono responsabili del percorso educativo che prevede un impegno quotidiano da parte dei detenuti nella cura ed educazione dei cani, mentre le cure veterinarie sono garantite dall'Area Veterinaria di ATS Pavia guidata dalla Dott.ssa Gabriella Gagnone.
Attualmente sono tre i detenuti che si occupano quotidianamente dei cani, e che frequentano regolarmente il corso di educatore cinofilo, usufruendo di un percorso in borsa lavoro. Le competenze che acquisiranno durante il corso offriranno loro un'opportunità di impiego dopo la scarcerazione. Il progetto è finanziato da Fondazione Banca del Monte di Pavia e Fondazione UBI di Milano e promosso dall'Associazione di volontariato Amici della Mongolfiera di Pavia, che da anni collabora con la Casa Circondariale Torre del Gallo, attivando laboratori interculturali e servizi di assistenza per detenuti stranieri.
di Franco Corleone
L'Espresso, 3 giugno 2021
L'accordo tra Matteo Salvini e Maurizio Turco per la raccolta delle firme su sei referendum che riguardano soprattutto alcuni nodi del rapporto tra politica e magistratura, non deve sorprendere. Marco Pannella esercitava con maestria l'arte di stupire e non aveva paura di accompagnarsi con le persone e le forze anche più lontane. In alcuni casi si lanciava anche in rocambolesche avventure, almeno in un caso fermato da Leonardo Sciascia. Vale sempre però l'ammonimento di evitare di replicare la tragedia trasformandola in farsa.
di Rossella Calabrese
edilportale.com, 3 giugno 2021
Dalla Commissione ministeriale presieduta dall'architetto Luca Zevi il format per l'edilizia penitenziaria cui il PNRR destina 132,9 milioni di euro. Un progetto da utilizzare come modello architettonico per riqualificare le strutture penitenziarie. Lo sta mettendo a punto la "Commissione per l'architettura penitenziaria", istituita a gennaio scorso dal Ministero della Giustizia e presieduta dall'architetto Luca Zevi. La Commissione ha già presentato un format con un costo complessivo stimato di 10.575.000 euro.
di Ilaria Fisicaro
Italia Oggi, 3 giugno 2021
La relazione della Commissione per la riforma del processo penale, presieduta da Giorgio Lattanzi, nel proporre un ampio numero di emendamenti punta a razionalizzare la disciplina. Operazione non facile dal momento che l'apparato codicistico ha subito nel tempo diverse riforme tanto che in alcune parti non è proprio in linea con la Carta Costituzionale (si veda Italia Oggi Sette del 31 maggio scorso).
La commissione si è mossa sulle premesse contenute nel decreto istitutivo. In particolare è stato sottolineato che i procedimenti penali sono di molto superiori alla media europea e la durata è influenzata dal numero eccessivo dei procedimenti da trattare. La riforma, tuttavia rientra tra gli interventi prioritari richiesti da diversi organi dell'Unione europea e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
di Goffredo Bettini
Il Foglio, 3 giugno 2021
I Dem non possono farsi superare dalla Lega sul garantismo. E sui quesiti referendari non si può restare indifferenti. Non si può lasciare questo tema alla destra populista che esibiva il cappio in Parlamento: serve una svolta. La giustizia è in una situazione di evidente crisi. Su questo, ormai, c'è un'opinione da più parti consolidata. Occorrerebbe una riforma forte e giusta, in grado di superare le difficoltà che la rendono incerta e inefficace.
di Roberto Giachetti*
Il Foglio, 3 giugno 2021
È da molto tempo che penso che una giustizia giusta ed efficiente rappresenti il cuore di un'autentica politica riformista, la sfida per una classe dirigente politica che voglia assumersi in pieno le proprie responsabilità, archiviando definitivamente il processo di abdicazione ai propri compiti verso la magistratura. Tutti sanno che se è vero, come è vero, che vi è uno squilibrio di forza tra politica e magistratura, a favore di quest'ultima, la responsabilità è innanzitutto della politica che ormai da più di 30 anni rinuncia alla propria azione, non di rado delegando alla giustizia di intervenire in sua surroga.
di Angela Stella
Il Riformista, 3 giugno 2021
Responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, limitazione alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abolizione dell'obbligo della raccolta firme per i magistrati che vogliano candidarsi al Csm, diritto di voto per i membri non togati nei consigli giudiziari: sono questi i sei quesiti referendari sulla giustizia promossi dal Partito Radicale insieme alla Lega che verranno depositati domani in Corte di Cassazione.
di Laura Cesaretti
Il Giornale, 3 giugno 2021
Mal di pancia grillini sulla prescrizione. Ma il Pd non ci sta. "I referendum vogliono essere un aiuto sia al governo che al Parlamento". La raccolta di firme partirà a inizio luglio, ma Matteo Salvini sta ben attento, nel presentare insieme ai radicali i sei quesiti sulla giustizia, a non mettersi in contrapposizione con il titanico sforzo di mediazione che la ministra Guardasigilli Cartabia sta conducendo per portare a casa la "madre di tutte le riforme".
Il terreno della giustizia è politicamente minato, perché nelle leggi forcaiole approvate dal primo governo Conte (abolizione della prescrizione in testa) sta l'ultima, fragile bandierina identitaria del grillismo in disarmo. Ed è infatti dai Cinque Stelle (con qualche esponente Pd di complemento) che parte l'accusa contro Salvini: il suo "garantismo opportunista" ha il solo scopo di "imbrigliare la magistratura" e di "distrarre" il Parlamento dal compito di trovare un'intesa sulla riforma. Anche la responsabile giustizia dei Dem, Anna Rossomando, avverte la Lega: "Il tempo della riforma è adesso: rimandare al referendum significherebbe perdere una straordinaria occasione, rischiando di far perdere all'Italia i soldi del Recovery fund". Per questo Salvini replica che invece la pressione referendaria vuol essere "un aiuto alla ministra Cartabia, su cui contiamo per accelerare la riforma".
Dal governo, in verità, qualche preoccupazione che la campagna referendaria finisca per alimentare lo scontro politico, esacerbando le differenze all'interno della anomala maggioranza, trapela. "Se si innesca un derby tra garantisti e giustizialisti, in piazza e in tv, si rischia una spirale di radicalizzazione delle posizioni che renderebbe molto più difficile il faticoso lavoro di sminamento della Guardasigilli Cartabia", osserva un dirigente dem.
Nel fronte garantista c'è però chi spiega che se la spinta referendaria si traducesse anche in iniziativa parlamentare, diventerebbe possibile coagulare una maggioranza trasversale su molti dei temi sollevati dai quesiti. Alcuni dei quali (dalla valutazione professionale dei magistrati alla separazione delle funzioni), dice Enrico Costa di Azione, "fanno già parte del pacchetto di emendamenti al ddl Penale e a quello sul Csm che abbiamo presentato. E possono essere apprezzati da molti gruppi parlamentari: se la Lega decidesse di farli propri e votarli, i numeri per approvarli si troverebbero. Mi auguro sia così". Il dubbio, per Costa, è che invece si tratti di una mossa tutta politica del leader della Lega, "più interessato a lanciare un Opa sul centrodestra, imbracciando la bandiera garantista che è storicamente di Forza Italia, che a portare a casa risultati concreti".
Per venerdì Cartabia ha convocato un vertice per illustrare le proposte di revisione dell'ordinamento giudiziario elaborate dalla commissione ministeriale. Mentre la settimana prossima saranno presentati gli emendamenti governativi sul ddl penale, e si arriverà dunque al nodo della prescrizione. L'ex ministro Bonafede e l'ex premier Conte insistono: la prescrizione non deve tornare. Ma rischiano di non trovare sponda neppure negli amici del Pd: "Se si isolano nella difesa del loro totem, fanno un errore", dice al Foglio il dem Carmelo Miceli. Mentre lo stesso segretario Letta - invece di polemizzare con Salvini sui referendum - incita a uscire "dallo scontro trentennale sulla giustizia: con Cartabia e Draghi possiamo fare tutti insieme la riforma". E la mossa di Di Maio sul caso Uggetti, come i fervidi proclami filo-Draghi ("É una risorsa eccezionale") di esponenti come D'Incà lasciano intuire che anche nel M5s si possano aprire processi inaspettati.
di Alessandro De Nicola, Andrea Mazziotti, Barbara Pontecorvo
Il Foglio, 3 giugno 2021
Le riforme delle regole procedurali servono a poco, se non si premia chi lavora bene e non si blocca la carriera dei giudici-lumaca e dei pm dalle manette facili e che non reggono alla prova dei fatti.
In questi giorni sembra esserci una sorta di congiunzione astrale: i miliardi del Pnrr condizionati alla riforma, un premier che, quando serve, dimostra di saper tirare diritto, ignorando i partiti, una ministra della Giustizia che ha letto Beccaria (a differenza di Bonafede), una debolezza senza precedenti della magistratura che, dal caso Palamara a quello Amara, sta perdendo credibilità e potere di veto, una raccolta firme referendaria che mette pressione a tutti.
Anche per questo, i movimenti politici e le associazioni (Azione, +Europa, Partito Repubblicano, Ali - Per Fermare il declino, Liberali) che hanno dato vita a Programma per l'Italia - l'iniziativa presieduta da Carlo Cottarelli per arrivare a un vero e proprio programma di governo dell'area libidem - hanno scelto di partire proprio dalla giustizia, con una proposta che ha l'ambizione di toccarne tutti i gangli e le patologie. Perché se è vero che la lentezza dei processi è un problema gravissimo, la convinzione dei numerosi esperti che hanno partecipato al lavoro è che il sistema giustizia italiano debba recuperare due valori essenziali: il principio di "parità delle armi" tra individuo e pubblica autorità, e l'obiettivo di assicurare un servizio efficiente agli utenti/cittadini.
E allora la prima essenziale questione da risolvere è quella della separazione delle carriere tra giudici e pm. Anche avendo la massima fiducia nella buona fede dei giudici e pm, resta il fatto che gli imputati hanno costantemente la sensazione di trovarsi di fronte a due parenti. Magari onesti e indipendenti, ma pur sempre parenti. La commistione di carriere ha anche l'ulteriore gravissimo effetto, da più parti denunciato, di un'influenza prevalente della magistratura inquirente nelle elezioni del Csm e nelle nomine ai vertici degli uffici giudiziari. Una dinamica che può essere spezzata solo separando le carriere e creando due Csm distinti, entrambi indipendenti e autonomi, dove i magistrati esprimano però la metà e non i due terzi dei componenti.
L'indipendenza della magistratura è, infatti, un principio essenziale, da tutelare e valorizzare, così come, per le carriere dei giudici, dovrebbe contare il merito. Purtroppo, come emerge in modo chiaro dal libro di Palamara, le cose non stanno così. Per far carriera a contare sono soprattutto l'appartenenza correntizia e le connessioni politiche. Per scardinare queste dinamiche bisogna cambiare il metodo di elezione dei togati del Csm.
Su questo punto Programma per l'Italia fa una proposta precisa, che Enrico Costa ha anche portato in parlamento: il cosiddetto voto singolo trasferibile, che permette di votare candidati anche di liste diverse, rendendo impossibile il lavoro delle correnti. Nel 2016, lo stesso Csm ne elogiò le qualità, proprio in chiave anti correntizia, ma la proposta finì rapidamente in un cassetto. Per recidere i legami con la politica, poi, la proposta di Programma per l'Italia è di ridurre ai minimi termini l'istituto del fuori ruolo, che sta alla base del sottobosco politico-giudiziario.
Da ultimo, ma non certo per importanza, il merito. Oggi le procedure di valutazione di professionalità prescindono quasi totalmente dai risultati dei magistrati in termini di produttività e qualità del lavoro. Non a caso, la valutazione è positiva per il 98 per cento dei magistrati. Un quadro idilliaco... quasi la perfezione.
Eppure siamo il paese che solo nel 2020 ha pagato 46 milioni di euro di risarcimenti per ingiusta detenzione (870 milioni dal 1992 a oggi), in cui 120.000 cittadini vengono assolti ogni anno in primo grado e in cui i processi, sia civili che penali, sono così lenti da farci finire in coda in tutte le classifiche. Sarebbe ora di tornare ad applicare criteri meritocratici.
Per questo Programma per l'Italia propone di rendere obbligatoria l'applicazione nelle valutazioni di parametri oggettivi quali velocità, quantità di provvedimenti emessi, e soprattutto qualità, da valutare guardando che fine fanno i provvedimenti quando vengono impugnati. Non mancano nella proposta anche incentivi premiali per gli uffici che si dimostrano celeri e professionali. Ed è proprio questa la riforma più importante. Perché le riforme delle regole procedurali servono a poco, se non si premia chi lavora bene e non si blocca la carriera dei giudici-lumaca e dei pm dalle manette facili e che non reggono alla prova dei fatti.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 3 giugno 2021
Anna Rossomando, responsabile Giustiza dem: "Il primo obiettivo è recuperare la credibilità della magistratura". Nuovo incontro tra la ministra Cartabia e i capigruppo della maggioranza. Primo obiettivo? "Recuperare credibilità e autorevolezza della magistratura". A costo di scontentare chi - nella nuova legge su assetto e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura - dal Pd non si aspetterebbe alcuni emendamenti tranchant come quelli che saranno depositati oggi in commissione alla Camera da Anna Rossomando, responsabile Giustizia dei dem. Due su tutti. La proposta di valutare i pm anche sulla percentuale di "insuccessi" dei loro processi. E il divieto, per i procuratori, di utilizzare "conferenze stampa spettacolari". Si parte però "dall'elezione parziale, ogni due anni, dei membri: per inserire un elemento di dinamismo interno utile a disarticolare eventuali accordi precostituiti", premette Rossomando. Ma c'è spazio anche per la parità di genere tra i consiglieri eletti.
Riforma Csm, il Pd spinge dopo il terremoto del caso Palamara e le recenti pagine non meno devastanti sulle fughe di notizie e la presunta loggia Ungheria. "L'immagine uscita dalle scandalose notizie sulle vicende del Consiglio, è uno stimolo in più per fare le riforme a partire da quella del Csm", aveva avvertito Enrico Letta. "Autonomia e trasparenza sono lese dalla degenerazione del correntismo: non certo dal pluralismo delle idee", ribadisce con Repubblica la deputata (anche avvocatessa), alla vigilia dell'incontro fissato per domani tra la ministra Marta Cartabia e i capigruppo di maggioranza.
Ma basteranno le consultazioni del mid-term, come già le chiamano in Csm? "Nessuna modifica da sola abolisce distorsioni: ma il fatto che il plenum non sia eletto contestualmente è utile, e tra l'altro si può fare a Costituzione invariata". Stop anche alle nomine "a pacchetto": le decisioni sugli incarichi dovranno seguire un rigoroso ordine cronologico per evitare il mercato del "metodo Palamara", utile a molti.
Ma Rossomando difende anche l'introduzione della valutazione sul lavoro dei pm: una sorta di "pagella" su inchieste e insuccessi della pubblica accusa. Linea analoga, ma più dura sul punto, emergerà anche dagli emendamenti annunciati da Enrico Costa, di Azione (con modifica sulla responsabilità civile e fine delle porte girevoli tra magistrati e politica).
Ma come funzionerebbe, invece, per il Pd? "Noi non parliamo di pagelle - sottolinea Rossomando - proponiamo, tra i diversi elementi di valutazione sulla professionalità, quello della verifica delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Naturalmente parliamo di casi macroscopici, utilizzando criteri che evitino di scoraggiare le inchieste "difficili": penso a quelle sui grandi gruppi criminali, sui reati finanziari, a inchieste storiche sulle malattie professionali, schedature Fiat o caso Abu Omar".
Un'impostazione che rivela uno sguardo più severo, forse uno strappo? "Nessuno strappo, diciamo da sempre che non è auspicabile avere tante richieste di rinvio a giudizio che poi non reggono al dibattimento - riprende la deputata - Per questo poniamo l'accento su come si scrivono le norme incriminatorie. Ma il luogo privilegiato è il processo: infatti c'è l'emendamento che prevede una regola di giudizio per il pm: si può chiedere il procedimento se c'è una ragionevole certezza di ottenere una condanna".
Altro freno riguarderebbe la stagione della perdita di autorevolezza (vedi i giudici che spiegano i loro provvedimenti in tv prima che con gli atti). E quindi: "Basta ai troppi riflettori". Ma come? Per Rossomando, "la spettacolarizzazione delle inchieste è un vulnus alla presunzione di non colpevolezza. Quindi stop a conferenze stampa spettacolari, sì a sobri comunicati stampa. Il diritto all'informazione è sacrosanto perché la democrazia liberale esige informazione. Purtroppo oggi il vero processo rischia di celebrarsi fuori dai tribunali".
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