di Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 15 luglio 2021
Il 15 luglio 2020 veniva ritrovato senza vita il corpo del giovane impegnato nella Missione Onu di verifica degli Accordi di pace. I dubbi sull'ipotesi suicidio restano. La famiglia insiste e non è sola nella sua battaglia. Un anno fa, il 15 luglio 2020, il lavoratore delle Nazioni unite Mario Paciolla perdeva la vita durante la Missione di verifica degli Accordi di pace in Colombia. Si trovava a San Vicente del Caguán, alle porte della foresta amazzonica, per contribuire all'implementazione dell'intesa firmata all'Avana nel 2016 dal governo colombiano e dall'organizzazione guerrigliera Farc-Ep. La Missione si occupa di monitorare il reintegro degli ex guerriglieri e l'applicazione del punto 3.4 degli Accordi, ovvero la garanzia di sicurezza per chi difende i diritti umani e la lotta contro le organizzazioni criminali.
Mario Paciolla lavorava da diversi anni in Colombia e ne conosceva sia la storia che il territorio. A testimonianza della sua competenza ci sono gli articoli che ha scritto sotto lo pseudonimo di Astolfo Bergman per diverse riviste di geopolitica. Il suo impegno nella costruzione del processo di pace è stato ricordato più volte da entrambi i lati dell'oceano: da chi lavora nella cooperazione e da chi fa ricerca in università, dagli ex guerriglieri e da chi lotta per i diritti umani e l'autodeterminazione delle comunità indigene e contadine.
Il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana Giuseppe Giulietti ha espresso in diverse occasioni la sua vicinanza alla famiglia il suo impegno nel continuare a fare luce sulla vicenda giudiziaria. Nella comunità dove Mario è nato e cresciuto, la provincia di Napoli, la solidarietà ha creato ponti tra i diversi municipi che hanno aderito alla campagna "Giustizia per Mario Paciolla". Striscioni solidali sono stati esposti a Casoria, Crispano, Caivano, Mugnano, Frattamaggiore, Sant'Anastasia, Giugliano, Massa di Somma, Pollena Trocchia, Cardito e nello stesso comune di Napoli. Intorno alla morte di Mario Paciolla sono sorte diverse polemiche e teorie contrastanti, alcune delle quali mettono in discussione la veridicità della versione fornita dalla polizia colombiana e dalle Nazioni unite, secondo le quali si è trattato di un suicidio.
La famiglia Paciolla ha fin da subito messo in dubbio questa ipotesi, e la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta che è tutt'ora in corso tra la Colombia e l'Italia. Le informazioni degli esami autoptici non sono ancora pubbliche così come non si hanno informazioni su eventuali inchieste interne portate avanti dalle Nazioni unite. Ai dubbi generati dalla discrezione dell'Onu, che ha liquidato la vicenda con un minuto di silenzio dopo l'accaduto, si è aggiunta l'inchiesta giornalistica dell'attivista colombiana Claudia Duque, che ha parlato di diatribe interne alla Missione suggerendo un collegamento tra la morte di Mario Paciolla e uno scandalo militare che coinvolge l'ex ministro degli interni colombiano. Nemmeno rispetto a questo filone di indagine sono arrivati aggiornamenti o smentite, mentre sono state messe in luce le inconsistenze di tale ricostruzione. Lo scorso 24 maggio, infine, durante l'audizione del Comitato per i diritti umani nel mondo sul tema Colombia, è stato chiesto di depositare un'interrogazione parlamentare per spingere il governo italiano a prendere posizione sul caso Paciolla e sulle violenze che si stanno perpetrando contro le persone che da mesi partecipano alle proteste in Colombia. L'ex deputata del Pd Giovanna Martelli ha chiesto inoltre un riesame del trattato di libero scambio tra Ue e Colombia alla luce delle violazioni dei diritti umani in corso nel paese latinoamericano.
Dopo12 mesi non è stata fatta ancora chiarezza sulle dinamiche della morte di Mario mentre la società civile guidata dalla tenacia della famiglia Paciolla e dell'associazione di amici solidali continua a chiedere prese di posizione alle istituzioni. Questa sera, presso il convento di San Domenico Maggiore a Napoli, si terrà la commemorazione pubblica "Un anno senza Mario" durante la quale, scrivono gli organizzatori, "ricorderemo Mario e chiederemo insieme giustizia e verità".
Sabato 17 luglio, invece, in onore di Paciolla si terrà a Roma una manifestazione nazionale della rete Tejido Resiliente. La mobilitazione è stata lanciata dalla comunità colombiana in Italia, per chiedere la fine della violazione dei diritti umani e delle violenze perpetrate contro la popolazione civile che dal 28 aprile manifesta in Colombia contro il governo di Iván Duque. "Faremo una fiaccolata che partirà da Milano per fare luce sui massacri e gli omicidi dei nostri leader sociali - spiega Cristina Battista (Tejido Resiliente) -, chiederemo pace e giustizia sociale in Colombia e anche verità e giustizia per la morte di Mario Paciolla, quel ragazzo che giocava a basket nei parchi abbandonati della Colombia, dove ha creato una rete di relazioni che sono diventate la sua famiglia allargata. Una famiglia che oggi lo ricorda con tanto amore e tanto dolore".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 15 luglio 2021
Rinnovata la custodia cautelare dello studente egiziano rinchiuso da oltre 500 giorni nella prigione di massima sicurezza di Tora. Amnesty: Roma convochi l'ambasciatore egiziano. Altri 45 giorni di detenzione preventiva. Continua la crudele prigionia nel carcere di Tora per Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università Alma Mater di Bologna arrestato nel febbraio dell'anno scorso per propaganda sovversiva su internet. A darne conferma è stata Lobna Darwish, una rappresentante dell'Ong "Eipr" ("l'Iniziativa egiziana per i diritti personali") annunciando l'esito di un'udienza che si è svolta ieri.
A niente dunque sembrano servire gli appelli della società civile italiana, del mondo accademico - in testa l'Università di Bologna di cui Patrick è studente - e l'iniziativa del Parlamento italiano che nei giorni scorsi ha approvato una mozione della Camera che impegna il governo ad attivarsi per la concessione della cittadinanza allo studente. La stessa mozione era già adottata in Senato. A Montecitorio la mozione pro-Zaki - che nel frattempo ha compiuto 30 anni in carcere - è stata approvata all'unanimità, con la sola astensione di Fratelli d'Italia. Un documento in cui si richiede al governo di "avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche al fine di conferire a Patrick George Zaki la cittadinanza italiana". E di "continuare a monitorare, con la presenza in aula della rappresentanza diplomatica italiana al Cairo, lo svolgimento delle udienze processuali a carico di Zaki e le sue condizioni di detenzione", che Amnesty ha definito disumane. Ma fin qui il governo italiano non ha dato seguito all'iniziativa.
"Mi chiedo se anche dopo il secondo voto del parlamento in favore di Patrick Zaki il Governo italiano continuerà a invitare alla cautela e al silenzio, oppure prenderà qualche iniziativa. Ad esempio, convocando l'ambasciatore d'Egitto in Italia per esprimere il proprio scontento", ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "Ci sono volute 48 ore per conoscere un esito che purtroppo molti davamo per scontato, una sentenza ancora una volta crudele, che farà aumentare fino a oltre un anno e mezzo la detenzione senza processo e senza possibilità di difendersi".
Numerose le reazioni anche nel mondo politico. "Altri 45 giorni, come una goccia d'odio, provate a immaginare l'estate in quella cella. Lo dico anche al governo italiano che ha preso degli impegni che ancora stiamo aspettando. Non è possibile, non è possibile #FreePatrickZaki", ha commentato su Twitter Filippo Sensi del Pd. "Ma cosa aspetta il governo italiano ad attribuire la Cittadinanza italiana a #Zaki? E a interrompere i traffici d'armi con il governo di un Paese che calpesta i diritti umani? La via del silenzio diplomatico è assolutamente fallimentare", si chiede. l'eurodeputato Pierfrancesco Majorino su Twitter. "Stiamo assistendo a un processo farsa dove le udienze preliminari vengono continuamente rinviate di 45 giorni in 45 giorni.
Dopo mesi di carcerazione preventiva in cui la magistratura egiziana non ha mostrato nessuna volontà di indagare, ma solo quella di punire e reprimere, Patrick Zaki è stato interrogato dagli inquirenti, per la prima volta dal febbraio 2020. Questa detenzione non è più tollerabile: è necessario un urgente intervento dell'Europa e delle organizzazioni internazionali per mettere maggiore pressione all'Egitto di Al Sisi e ottenere il rilascio di Zaki", hanno commentato in una nota le deputate e i deputati del MoVimento 5 Stelle in commissione Esteri.
di Lavinia Rivara
La Repubblica, 14 luglio 2021
Il premier nel carcere dei pestaggi, addio alla stagione Conte-Bonafede. Una cosa è certa, Mario Draghi ha deciso di metterci la faccia, sulle carceri e più in generale sulla riforma della giustizia, di cui il sistema penitenziario è parte. La decisione del premier di recarsi oggi nell'istituto di Santa Maria Capua Vetere, insieme alla Guardasigilli Marta Cartabia, rappresenta la volontà di rimarcare senza alcun margine di ambiguità, e con la massima ufficialità, la condanna degli abusi e dei pestaggi contro i detenuti avvenuti nell'aprile del 2020, anche per riscattare il Paese dal danno di immagine subìto a livello internazionale. E al tempo stesso è un modo per posizionare ancora una volta palazzo Chigi dalla parte dei diritti e della Costituzione, che quegli episodi di violenza hanno calpestato, come ha denunciato la stessa ministra.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 luglio 2021
Per la Gabanelli le violenze sarebbero legate alla sorveglianza dinamica, ma a Santa Maria Capua Vetere e in altre carceri era sospesa per il Covid. Per lei il sovraffollamento non c'entra, ma la Cedu consigliò celle aperte. Milena Gabanelli, sulle pagine del Corriere della Sera ha scritto una inchiesta sulle violenze in carcere. Quella commesse dai detenuti. In sostanza, partendo dai dati delle violenze e dei gesti di autolesionismo in aumento, associa tali eventi critici all'introduzione della sorveglianza dinamica.
di Ruggiero Montenegro
Il Foglio, 14 luglio 2021
"Le istituzioni sono presenti e quello di domani è un segnale importante. Non lo è solo per i detenuti e le vittime, ma anche per gli agenti. Per tutto il paese. Un modo per ribadire che il carcere è un luogo dove si rispetta la legge". Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, risponde al telefono dalla "Dozza", la casa circondariale di Bologna, e commenta con il Foglio la visita che il premier e il ministro faranno domani al carcere di Santa Maria Capua Vetere, drammatico teatro di pestaggi gratuiti verso i detenuti nel corso di quella che doveva essere una perquisizione straordinaria. Le immagini però hanno mostrato un'altra storia, fatta di violenza e umiliazione.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 14 luglio 2021
Sul delicato dossier della riforma della giustizia ha incassato ieri l'appoggio di Letta. Un nuovo segnale sui diritti, questa volta quelli dei detenuti. Ecco come va letta innanzitutto la visita di Mario Draghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, teatro il 6 aprile 2020 di un brutale pestaggio che oggi sarà condannato senza attenuanti dai vertici dell'attuale esecutivo.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 14 luglio 2021
Le violenze in carcere, nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, sono state un "uragano" - scrive l'arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia - che ha travolto tre comunità: "La comunità dei detenuti, traumatizzati e feriti dalla violenza ma anche danneggiati nel loro percorso educativo alla cui base non può che esservi la costruzione di un'autentica fiducia nei riguardi dello Stato e di coloro che lo rappresentano, fiducia gravemente minata da quanto accaduto; la comunità della polizia penitenziaria, composta per la grande maggioranza da uomini e donne onesti, che adempiono lealmente il proprio dovere, spesso in condizioni di lavoro difficili e poco curate dal punto di vista psicologico; la comunità delle famiglie degli agenti coinvolti, anch'essa travolta dalle pagine di cronaca e provata psicologicamente dal timore di ritorsioni e vendetta".
E i vescovi della Campania in questi giorni hanno aggiunto parole sagge scrivendo alla ministra Cartabia, "La risposta alla delinquenza non può essere solo il carcere. Si dovrebbe lavorare affinché le dinamiche di vendetta siano elaborate e sanate attraverso la creazione di percorsi e di strutture educative, dove la persona è aiutata a cambiare. Crediamo, insieme a lei signora ministra, in una giustizia dal volto umano, come lei ha più volte affermato".
"Il carcere è una questione sociale, è lo specchio in cui sono riflesse in maniera drammatica le contraddizioni della società - prosegue la lettera inviata da monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e presidente della Conferenza episcopale della Campania. Ci troviamo di fronte a un'emergenza educativa spaventosa, profonda e insostenibile".
Vorrei partire dalle parole dell'arcivescovo di Napoli e dei vescovi della Campania, una regione importante non solo per il Sud d'Italia. Quel che è accaduto nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere fa emergere con durezza il tema cruciale delle violenze nelle carceri. La vittoria del calcio agli Europei ci ha mostrato una volta di più un'Italia capace di unire "cuore" e "testa" nei momenti sportivi che "contano".
Adesso è tempo di mostrare la stessa capacità sui temi sociali più "caldi" del nostro Paese. E questo delle carceri, lo è. L'art. 27 della nostra Costituzione afferma due princìpi fondamentali. Primo: 'la responsabilità penale è personale" ed esprime l'impossibilità di perseguire qualcuno che non sia il reo, come avviene invece con la rappresaglia; secondo: "la pena deve tendere alla rieducazione del condannato" e sottintende l'inutilità di una funzione meramente punitiva.
E allora con le violenze in carcere cosa accade? Accade che la società si "addormenta", non vediamo più il problema, ci facciamo trovare in balia di un pericoloso senso di pigrizia anche sociale. In fondo il carcere, le carceri, non sono un problema nostro. Sono lì, edifici chiusi, separati dal resto della società, non hanno a che fare con la mia vita, con la nostra vita. Problema risolto? No, il problema carcere, il pianeta-carcere è tutt'altro che risolto.
La stessa presenza degli edifici, delle celle, dei detenuti uomini e donne, stranieri, minori, e perfino bambini, deve inquietarci e spingerci fuori dal torpore della pigrizia. Questa pigrizia (che ci sembra innocua, ma non lo è affatto) spinge la giustizia a essere "spietata", in un atteggiamento senza più la "pietas": non solo non aiuta a cambiare, ma rende meno umani e lascia aperta una ferita nella società. È necessario scendere nelle profondità dell'animo sia del colpevole sia dell'offeso. In modi ovviamente diversi, ambedue sono chiamati ad atteggiamenti nuovi che evitino sia la vendetta sia l'indurimento. E in questo è chiamata in causa anche la società di cui ambedue fanno parte, per ritessere un tessuto lacerato.
Lo diceva con grande chiarezza Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002: "Quanti dolori soffre l'umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono". E ci sono momenti internazionali in cui pace, giustizia e perdono si sono riunificati in ima proposta sociale di grande importanza. Un esempio per tutti è il Sudafrica del dopo-apartheid. E non solo. Per noi, in Italia, si tratta di uscire dalla pigrizia che ci fa prendere la via più corta, sbrigativa, apparentemente semplice: il carcere, la pena detentiva.
La strada più lunga, però più produttiva, è illuminata dall'idea della giustizia riparativa, di una funzione educativa e rieducativa della pena, affinché sia possibile il "mai più". È una strada che si può percorrere se abbiamo in mente un progetto di società futura. E nel nostro progetto dobbiamo dare corpo a un'utopia: vogliamo che i nostri figli e i nostri nipoti, o pronipoti, possano vivere in una società dove le carceri, se ci sono, debbono essere molto diverse.
Anzi, quasi a scomparire. Perché l'obiettivo è migliorare tutta la società, generazione dopo generazione, e la giustizia diventa giusta se è riparativa e se è davvero ispirata alla rieducazione. Non una società senza pena, ma deve essere redentiva, fonte di cambiamento. Per arrivare alla méta, o solo per cominciare a tracciare una strada che in Italia c'è già con la legge Gozzini, dobbiamo essere in grado di fornire risposte di testa e non di pancia.
Il Vangelo - che è utopia, non astrazione ingenua - ce lo dice: la vendetta per i cristiani è esautorata, grazie alla proclamazione di una giustizia maggiore. In una parola, con Gesù si recupera quello che il Creatore volle fin dall'inizio e che la malizia degli uomini aveva rovinato. Nella predicazione di Gesù si manifesta in pienezza la giustizia intesa come riconciliazione e comunione nuova tra le persone.
La frase "ama il tuo prossimo come te stesso", che Gesù estrae del libro del Levitico (19,18), si trasforma nel secondo comandamento della nuova Legge e suppone un "no" deciso alla vendetta. Già nella prima parte del versetto del Levitico si diceva: non ti vendicherai né serberai rancore ai figli del tuo paese. La vendetta è sempre l'antitesi dell'amore al prossimo.
È significativa la risposta di Gesù a Pietro, che gli chiede se deve perdonare sette volte. Gesù capovolgendo l'affermazione orgogliosa e violenta di Lamech (Genesi 4,24) risponde: non solo sette volte ma settanta volte sette. La pena deve rispettare la persona, la sua integrità, la sua personalità. Ed invece abbiamo visto calpestata la dignità personale dei detenuti da parte di persone che rappresentano lo Stato.
Non deve accadere più, siamo d'accordo. Però allo stesso tempo dobbiamo impegnarci a fondo affinché il "mai più" non sia lo slogan di turno ma diventi un vero e proprio programma politico e sociale; di più: entri a far parte di un progetto nuovo di convivenza civile, di costruzione di alternative, di dignità per tutti. La vera giustizia si realizza quando salva e rimette l'uomo in piedi, lo reintegra, lo include, fornisce una nuova opportunità, una seconda, terza... opzione.
La Chiesa ci dice che di fronte a problemi complessi occorre guardare a tutta la persona umana, considerarla nelle sue dinamiche e aprire sempre la porta alla misericordia e alla speranza. Ora è necessaria, anzi indispensabile, una politica all'altezza dell'ideale riparativo, con misure concrete, prima di tutto lasciando uscire quei minori che vivono in carcere con le loro madri, quindi adoperarsi per l'umanità dei trattamenti e per la messa in atto di misure capaci di restituire dignità, capacità, lavoro, per tutti i cittadini e tra loro per i detenuti. Usciamo dalla pigrizia del nostro individualismo, dei facili slogan "non mi tocca", "non mi compete". La pandemia ci ha dimostrato che tutti siamo toccati, a tutti compete fare qualcosa, tutti siamo collegati. Noi siamo un "Noi". Anche con i carcerati.
Il Riformista, 14 luglio 2021
Rita Bernardini, Sergio d'Elia ed Elisabetta Zamparutti, rispettivamente Presidente, Segretario e Tesoriere di Nessuno Tocchi Caino, in merito all'articolo di Milena Gabanelli su carcere e violenze pubblicato dal Corriere della Sera, hanno dichiarato quanto segue: "Santi Consolo è stato uno dei migliori capi del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; raro esempio di equilibrio tra esigenza di sicurezza e senso di umanità. Con lui le carceri hanno respirato l'aria della speranza. Laddove fossero insorte emergenze è sempre stato sul campo e in prima linea, pronto al dialogo con i detenuti e gli operatori penitenziari.
Per lui la comunità penitenziaria era, come per Marco Pannella, non costituita da parti contrapposte, meno che mai da una parte prevalente sul tutto, ma da un insieme di persone, competenze, professionalità e umanità diverse". "Additarlo oggi come il responsabile di una deriva violenta - prosegue la nota - non solo è falso e ingiusto ma è un'accusa infamante che può essere mossa solo da chi non conosce la realtà del carcere, non lo ha mai frequentato, non lo ha mai considerato un luogo degno di attenzione, abitato da persone, certo, diverse l'una dall'altra ma tutte e ciascuna con pieni diritti di cittadinanza".
"Chi accusa Santi Consolo considera il carcere come un luogo dove chiudere il male della società, separare i cattivi dai buoni, un luogo di disperazione e di sofferenza, un luogo di pena dedito a incutere afflizione e dolore. Un riflesso di una concezione della giustizia che punisce e separa e non come quella che fu di Aldo Moro e oggi è della Ministra Marta Cartabia e cioè di una giustizia che riconcilia e ripara".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 14 luglio 2021
Prima di parlare di carcere, cara Gabanelli, vada a parlare con il dottor Gian Carlo Caselli. E magari anche con l'ex detenuto Roberto Cannavò, lo trova al mercato di viale Papiniano, a Milano. Superficialità e ignoranza. Brutta cosa occuparsi delle cose che non si sanno. Orribile cosa se si gioca con la vita delle persone. Ieri (e l'altro ieri e l'altro ieri ancora) Travaglio, oggi Gabanelli. Nel momento in cui un faro di grandi dimensioni è acceso sulla vita nelle carceri e sulla violenza esplosa in quello di S. Maria Capua Vetere, ecco una nuova penna, intinta nel disprezzo per chiunque abbia assunto nel corso del tempo la veste di riformatore, affacciarsi addirittura sulle pagine del primo quotidiano italiano, il Corriere della sera di Urbano Cairo.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 14 luglio 2021
Riforme. Il primo a provarci, nel 1946, fu Leone ritenendo la figura del pubblico ministero da assoggettare al potere politico attraverso il ministro di Grazia e Giustizia. Lo scatenarsi delle tifoserie sulla prescrizione e il chiasso mediatico che ne è seguito hanno messo in secondo piano il merito. Come scrive Azzariti su queste pagine, problemi reali rimangono senza risposta. Inoltre, sono oscurate questioni altrettanto - e forse più - importanti. Tra queste, le priorità da indicare per l'azione penale, a quanto si sa con atto di indirizzo parlamentare in forma di legge.
Va detto subito, senza giri di parole. È violato l'art. 112 della Costituzione, per cui "il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". Nemmeno la più fantasiosa interpretazione evolutiva può far leggere la norma come se avesse in fine l'aggiunta "secondo le priorità decise da altri". Inoltre, è impossibile conciliare la proposta di indirizzi etero-imposti con il concetto di autonomia e indipendenza della magistratura in generale, e di quella requirente cui il principio rimane applicabile. Questo sia per la natura di "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" che l'art. 104 riconosce alla magistratura, ma anche perché autonomia e indipendenza sono presidio essenziale della eguaglianza di fronte alla legge dei cittadini.
Sappiamo bene che in Assemblea costituente la giustizia diede luogo e discussioni anche aspre, che non risparmiarono la figura del pubblico ministero. Non mancò chi propose che fosse in qualche modo assoggettato al potere politico. Leone riteneva dovesse essere "organo del potere esecutivo" (II sottocommissione, II sezione, 5 dicembre 1946). Nell'art. 12 della parte relativa al potere giudiziario della sua relazione alla sottocommissione prevedeva che "Il Ministro per la grazia e giustizia esercita la vigilanza e la direzione sugli organi del pubblico ministero". Altri temevano che autonomia e indipendenza potessero dar luogo a degenerazioni autoreferenziali e corporative con il distacco della magistratura dalle istituzioni della nascente Repubblica. Ma alla fine prevalse la tesi favorevole all'autonomia e indipendenza, sia per la magistratura come ordine che per il singolo magistrato.
Il 7 aprile 2011 fu presentata dal governo Berlusconi (per la giustizia, Alfano) una proposta di legge costituzionale (AC 4275). Si riformava il Titolo IV della Costituzione in modo che lo stesso Presidente del consiglio non esitò a definire "epocale". Una lunga relazione introduttiva presentava l'AC 4275 come un aggiornamento reso necessario dal tempo decorso e dai mutamenti sopravvenuti, tali da portare a capovolgere equilibri maturati nel 1948, e in sostanza a far vincere chi allora aveva perso. Uno dei punti era la figura del pubblico ministero. E qui conta ricordare che l'art. 13 della proposta così sostituiva l'art. 112 Cost. oggi vigente: "L'ufficio del pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge".
La cosa non ebbe seguito, perché nel novembre 2011 il governo cadde e a Palazzo Chigi arrivò Monti. Ma cogliamo la sovrapponibilità della formula berlusconiana con la proposta fin qui nota della Cartabia. Con la sola differenza che il duo Berlusconi-Alfano metteva in conto una legge costituzionale di modifica dell'art. 112, che invece la Cartabia non sembra ritenere necessaria. I "tecnici" Monti e Severino (giustizia) ebbero la saggezza di non riprendere la questione. I "tecnici" Draghi e Cartabia oggi forse ritengono di non poter fare lo stesso, per le pressioni europee. Ma evitino, almeno, una palese incostituzionalità.
Sappiamo che la riforma dell'art. 111 con il giusto processo ha indotto un ripensamento sul pubblico ministero, essendo difficile ricostruire la sua figura come "parte", e tuttavia "imparziale". Per alcuni, un ineludibile ossimoro. E sappiamo che anche in stati di sicura fede democratica ci sono esempi di pubblici ministeri - o figure equivalenti - che sono in vario modo legati alla politica. Ma nel nostro ordinamento gli artt. 112 e 104 rimangono fermi e imprescindibili per qualsivoglia operazione interpretativa.
Su prescrizione e dintorni si può intervenire in vario modo per trovare equilibri adeguati. Invece, la sottoposizione del pubblico ministero alla maggioranza pro tempore e/o al governo in carica è un radicale cambio di paradigma che non può essere temperato. Se è quel che si vuole, si modifichi la Costituzione che lo impedisce, e si dica in chiaro che è arrivato il tempo della giustizia politica.
- E c'è ancora chi giustifica le violenze
- La coltre del silenzio e la coperta dell'impunità
- Movimento 5 Stelle. Dossier giustizia in mano a Conte, da Grillo un passo indietro
- Io, avvocato a Genova quando l'Italia sospese lo Stato democratico
- Giustizia, ecco la migliore risposta che la ministra Cartabia può dare all'Europa










