di Matteo Boscarol
Il Manifesto, 4 giugno 2021
Lo scorso sei marzo moriva in uno dei centri di detenzione dell'ufficio immigrazione di Nagoya, nel Giappone centrale, dopo più di tre mesi di permanenza, Ratnayake Liyanage Wishma, ragazza originaria dello Sri Lanka e detenuta per esser rimasta in Giappone una volta che il suo visto era scaduto. La tragedia finita su molti giornali nazionali ed internazionali ha portato alla luce la sconcertante situazione di coloro che entrano in Giappone e che, per vari motivi, hanno problemi con la burocrazia dell'immigrazione del paese. Le condizioni inumane a cui è sottoposto molto spesso chi arriva nell'arcipelago, specialmente come rifugiato e richiedente asilo, rappresentano alcune delle pagine più nere della società giapponese contemporanea.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco di una situazione già particolarmente esplosiva, anche se taciuta, è arrivata una proposta del governo giapponese per un emendamento che, se approvato, inasprirebbe ulteriormente le normative sui richiedenti asilo. Questa modifica permetterebbe infatti la deportazione automatica di coloro che fallissero per due volte la richiesta ed approvazione di asilo. Ushiku è un documentario di inchiesta che coraggiosamente denuncia questa situazione, immagini e parole negate sono il tema centrale del lavoro, costruito da video girati di nascosto di conversazioni con alcuni di coloro che da anni, anche più di tre o quattro, vivono in questi luoghi di nessuno.
Ian Thomas Ash, autore americano, ma da anni residente nell'arcipelago, dà voce alle storie di queste persone arrivate in Giappone per cercare aiuto e scopre un lato nascosto del paese asiatico, sconosciuto alla maggior parte della sua stessa popolazione. Se nell'immaginario internazionale l'arcipelago è visto come un paese ospitale, questo è vero solo in modo selettivo, verso i rifugiati è ancora anni luce distante da un livello di civiltà e cooperazione internazionale che lo stesso governo giapponese ha sottoscritto, peraltro, al summit del G7 del 2016, svoltosi a Ise. Si tratta di un risultato di politiche di chiusura di un paese che se da una parte contribuisce con ingenti versamenti all'Alto Commissariato Onu per i rifugiati, dall'altra non sembra voler allinearsi alle pratiche politiche portate avanti dagli altri paesi. Nel documentario si vede infatti anche un passaggio di un breve dibattito parlamentare dove viene fuori tutta l'impreparazione e l'ignoranza di gran parte dei politici giapponesi sulla questione e che si limitano a sentenziare "se le condizioni sono quelle che sono, dobbiamo aumentare i rimpatri".
La situazione dei detenuti mostrata nel documentario, che è possibile vedere anche in Italia in streaming fino al 6 giugno - è nel cartellone del festival Nippon Connection di Francoforte, fa intravedere allo spettatore l'interno dell'inferno fisico e psicologico del grande centro di detenzione di Ushiku, nella prefettura di Ibaraki, non troppo distante da Tokyo. Il lavoro copre circa due anni di intermittenti visite e telefonate a questi detenuti da parte di Ash, dal 2019 fino ai primi mesi di quest'anno, compreso quindi il periodo della pandemia. A pochi mesi dell'evento Olimpico, che la popolazione giapponese decisamente non sostiene più, e che aprirà le porte ad atleti di tutto il mondo, è un tragico paradosso che in un paese di circa 125 milioni di abitanti non possano trovare un'accoglienza dignitosa alcune migliaia di rifugiati in cerca di asilo, perché di questo si tratta, di poche migliaia di persone.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 4 giugno 2021
"Noi siamo ancora qui impantanati a discutere del ddl Zan, ma fuori i giovani sono molto più avanti". Fabiana Dadone, 37 anni, Movimento Cinque Stelle, è la ministra per le Politiche giovanili e con loro, i giovani, dialoga, soprattutto sui social: di politica, impresa, vaccini, sessualità.
Ministra, lo Stato può aiutare e in che modo i percorsi di transizione verso un altro sesso?
"Al di là dell'aspetto medico e psicologico, che resta fondamentale, bisogna continuare il cammino culturale. Noi dobbiamo abituare il Paese a un dibattito sull'affettività: è una tematica ritenuta di secondo piano, di cui ci ricordiamo solo quando si scatena il dibattito parlamentare e invece è fondamentale".
Cosa intende?
"Credo che si debba lavorare sul rispetto reciproco, sull'insegnare ad accettare il proprio corpo così com'è, sul decostruire un modello di bellezza unico e standardizzato che coincide con quello che la società ci impone, sul rifiutare il concetto di normalità, sul discutere di come si creano i rapporti umani. I ragazzi sono molto più aperti di noi che abbiamo ancora ritrosia ad affrontare questi temi".
Ludovica, che a 16 anni ha iniziato il trattamento con farmaci bloccanti, ha raccontato ieri a "Repubblica" i pettegolezzi a scuola, gli insulti su Instagram. Come si combatte l'odio transfobico?
"Penso chele famiglie e le scuole, dove i ragazzi passano la maggior parte del loro tempo, possano e debbano fare di più. Sui social ad esempio vanno bene i controlli, le restrizioni ai profili, la censura, ma c'è un problema culturale legato alla diffusione di messaggi di odio. E non penso solo all'omofobia e alla transfobia ma anche al bullismo, alla stigmatizzazione in base a ipotetici parametri di bellezza o di una normalità che non esiste".
Le scuole in cui c'è la carriera alias, che riconosce cioè l'identità di genere scelta, sono pochissime; gli atenei appena la metà del totale.
"Bisogna prendere le prassi migliori e farne una norma uniforme. Non c'è dubbio che il riconoscimento delle carriere alias debba essere esteso a tutta Italia. Anche questo fa parte del percorso culturale e linguistico".
Per cambiare nome sui documenti c'è un procedimento molto complesso, anche a garanzia dei percorsi di transizione, pensa che le procedure debbano essere snellite?
"In Italia c'è ovunque una ipertrofia dei passaggi burocratici e personalmente auspico procedure più snelle in ogni campo. Ma la legge di riassegnazione del genere risale al 1982, io non ero ancora nata. È ora di aggiornarla. Non bisogna smantellare le tutele di un percorso delicato come la transizione, ma su alcune cose la giurisprudenza tutta e il Paese si sono spinti più avanti".
Tra i ragazzi che incontra trova più apertura rispetto alla sua generazione o c'è un allarme sociale maggiore legato alle violenze di genere?
"Purtroppo leggiamo dalle cronache di continui episodi di ragazzi pestati perché omosessuali, considerati diversi. E questo ci dimostra che dobbiamo lavorare di più sul rispetto e l'inclusione. Un allarme sociale c'è. Non perdiamo di vista però che la maggior parte dei giovani ha una sensibilità spiccata, un'attenzione contro le discriminazioni e il bullismo. Come per la campagna di sensibilizzazione sui vaccini per gli under 30 che ho lanciato, anche su questo gli influencer possono avere un ruolo positivo e dare forza ai loro coetanei per combattere la violenza".
Il ddl Zan è una legge necessaria?
"Assolutamente sì. Un conto è la libertà di opinione, un conto è l'istigazione all'odio, l'accanirsi contro chi ha un orientamento sessuale o un'identità di genere diversi dai nostri. Trovo assurdo il dibattito che si è creato in Parlamento tra chi è pro e contro".
È un tema che divide anche la maggioranza del suo governo. come si esce dall'impasse?
"Il governo c'entra poco, è il Parlamento a essere sovrano. Il Movimento ha chiesto assieme al centrosinistra di discutere la legge entro fine giugno, senza accorparla ai ddl del centrodestra che vogliono escludere, tra le altre cose, la transfobia dai reati puniti. Bisogna spogliarsi delle ideologie e andare incontro alla società là fuori, alle ragazze e ai ragazzi che ci chiedono aiuto e tutele".
di Rita Rapisardi
Il Domani, 4 giugno 2021
Morire nelle mani dello Stato, senza che sappia chi tu sia. È questa la versione che emerge dai gestori e responsabili del Centro per Rimpatri (Cpr) di Torino sulla morte di Musa Balde, il migrante 23 enne proveniente dalla Guinea che si è tolto la vita nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso. Musa era stato aggredito a colpi di spranga il 9 maggio scorso da tre italiani a Ventimiglia e la procura indaga per istigazione al suicidio. Gli operatori della struttura hanno raccontato di non essere stati a conoscenza dell'accaduto prima della sua morte.
Il racconto del consigliere - "Ci è stato detto che finché non è morto non sapevano chi fosse. Chi operava nella struttura non era a conoscenza che Musa fosse il ragazzo picchiato a Ventimiglia. Com'è possibile che in una settimana trascorsa lì nessuno abbia informato chi di dovere?", ha detto a Domani Marco Grimaldi, consigliere regionale di Liberi e uguali uscendo dal Cpr dopo un sopralluogo martedì 1 giugno insieme al consigliere del Partito Democratico Domenico Rossi. Una visita che Grimaldi ha chiesto incessantemente per una settimana: "Troppe fughe di notizie: maggiore trasparenza avrebbe forse aiutato a capire prima gli eventi. Le istituzioni devono avere libertà di accesso immediata in questi luoghi".
Il racconto - Dal racconto del consigliere pare anche che Musa avesse raccontato di essere caduto. E che non sapesse di essere diventato un caso mediatico dopo il video che ritraeva il suo pestaggio da parte di tre italiani. "Qui abbiamo una Questura, quella di Imperia, che sembra non abbia segnalato la delicata vicenda di Musa e questo neanche l'Asl. Il giudice che ha convalidato avrebbe dovuto dare almeno un permesso di soggiorno provvisorio per motivi giuridici, qui la parte lesa era il ragazzo", aggiunge Grimaldi. Anche per questo gli atti della brutale aggressione subita dal 23enne originario della Guinea sono entrati nel fascicolo di inchiesta della procura di Torino. Che indaga, al momento contro ignoti, per istigazione al suicidio. L'ipotesi di reato vuole mettere in contatto le due fasi della storia.
La questura - La Questura di Torino dalla sua dice di aver appreso del pestaggio di Musa soltanto dopo il suicidio. Qualcosa insomma non ha funzionato nel passaggio di consegna tra Imperia e Torino: Musa non avrebbe dovuto essere lì, vista l'aggressione che aveva subito. In particolare non dentro all'Ospedaletto, una zona separata dal resto del Cpr, composta da 12 cellette pollaio, di tre metri quadrati, senza telecamere di sorveglianza. Il caso particolare di Musa sarebbe almeno dovuto emergere durante l'udienza di convalida da parte di un giudice di Pace, obbligatoria per l'ingresso al Cpr. Ma queste sono di solito delle formalità di pochi minuti in cui non si discute realmente il singolo caso, il fatto di non possedere documenti è sufficiente per stabilire l'ingresso: "Avendo letto qualche centinaio di verbali di convalida immagino che questo profilo non sia emerso o che sia emerso e ritenuto irrilevante - spiega Massimo Veglio, avvocato dell'Asgi -, ma si possono solo fare speculazioni, anche se mi chiedo com'è possibile che la documentazione medica non fosse al seguito, visto che aveva transitato per un ospedale. Stesso discorso per la compatibilità per fare vita in comune, fatta invece dai medici del Cpr".
Le risorse dentro ai Cpr sono scarsissime e seguire tutti i detenuti impossibile. Il capitolato dice un infermiere e un medico, per 24 e 6 ore al giorno. I tagli dovuti ai decreti sicurezza Salvini hanno ridotto tutti i servizi: 16 ore settimanali di assistenza psicologica per 100 persone, altrettante di assistenza legale, gli operatori diurni sono quattro, solo due quelli notturni.
L'avvocato di Muse - "Ho incontrato Muse per la prima volta giovedì e poi venerdì, ho subito segnalato che aveva disagi psichiatrici, ma i tempi lì sono lentissimi", racconta Gianluca Vitale, avvocato di Muse, subentrato solo in un secondo momento, dopo l'affidamento di un avvocato d'ufficio. Vitale ha anche "presentato un esposto in Procura per capire se il giovane ha avuto adeguata assistenza psicologica. Quello che è stato detto al consigliere Grimaldi sposta solo un po' la colpa verso la questura di Imperia, ma a me poco cambia. La responsabilità è sempre dello stato, hanno sbagliato tutti". Intanto le associazioni dei Guineani residenti in Piemonte, Nakiri Comunità Guineana a Torino, Accoglienza Controvento, Carovane Migranti, LasciateCIEntrare, Re.Co.Sol Rete Comuni Solidal hanno lanciato una raccolta fondi per riportare la salma di Musa in patria: "Nessun governo - dicono - lo farà mai al posto nostro".
quibrescia.it, 4 giugno 2021
Da capire se Emiliano Dolcetti, deceduto a 47 anni e condannato per il delitto della zia, fosse adatto al carcere. La procura di Brescia ha acceso i riflettori sulla morte di Emiliano Dolcetti, l'uomo di 47 anni che era stato condannato in via definitiva a 18 anni e otto mesi di reclusione per il delitto, avvenuto nel luglio del 2010, della zia Carolina Ruffatto di 83 anni a Prevalle, in Valsabbia, nel bresciano.
Nel corso di quell'azione, durante la quale aveva brandito un'accetta, anche ferendo la cugina Franca, era sotto l'effetto di cocaina. Il detenuto, che aveva scontato un periodo di pena nel carcere di Canton Mombello, è deceduto alla Poliambulanza di Brescia dove era stato condotto dopo essersi sentito male nell'istituto di pena. Ne dà notizia il Giornale di Brescia.
E in questo ha pesato il fatto che l'uomo fosse stato colpito da un tumore e fosse, quindi, un malato oncologico. Sul corpo dell'uomo è già stata effettuata l'autopsia, mentre la procura ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati un medico operativo nel carcere cittadino. In particolare, si vuole capire se il detenuto sia stato curato a dovere e se il regime di carcere per lui fosse compatibile. E ad alimentare il fascicolo della magistratura ci sono anche gli atti medici inviati proprio dall'ospedale dove Dolcetti è deceduto.
Nel 2018 Emiliano Dolcetti era stato sottoposto a un intervento chirurgico per il tumore e in quel momento il tribunale di Sorveglianza aveva sospeso la permanenza in carcere. Per lui la pena dal tribunale di Brescia per il delitto della zia era stata accertata dal fatto che l'uomo, dopo una perizia psichiatrica, fosse stato riconosciuto capace di intendere e volere.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 4 giugno 2021
C'è chi ha perso la vita a causa di una malattia e chi la vita se l'è tolta in un momento di disperazione incontrollabile. Ma c'è anche chi è stato ucciso, chi è stato stroncato da un'overdose di droga e chi, infine, è stato trovato esanime in circostanze da chiarire.
Il "campionario" dei detenuti morti nelle prigioni campane dal primo gennaio 2002 al 30 maggio 2021 è drammaticamente vario. E ancora più allarmante sono i dati contenuti nel dossier Morire di carcere stilato dal centro studi del sito Ristretti Orizzonti: negli ultimi vent'anni, ben 234 persone hanno trovato la morte dietro le sbarre, a una media di quasi 12 ogni 365 giorni.
È come se, con un improvviso colpo di spugna, fossero stati cancellati gli ultimi cinque Consigli regionali della Campania o gli ultimi sei Consigli comunali di Napoli con tutti i rispettivi componenti.
La parte più allarmante del dossier riguarda i suicidi all'interno dei penitenziari. Dal 2002 a oggi sono stati almeno 111, con una media superiore a cinque l'anno. Il gesto estremo di Luca, il 25enne tossicodipendente che sabato scorso si è tolto la vita nel carcere napoletano di Poggioreale, alimenta un trend da tempo in preoccupante ascesa. Accusato di maltrattamenti e lesioni, il giovane era transitato per i reparti Firenze e Roma prima di approdare al Salerno. Pochi giorni prima di togliersi la vita era stato a messa e aveva persino parlato con un cappellano. Tutto inutile. Nessuno è riuscito a intercettare la sua disperazione e a evitare che il suo percorso di rieducazione e reinserimento sociale venisse tragicamente interrotto.
Elementi, questi ultimi, che spesso sfuggono alla classe dirigente locale, come sottolineano Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, garanti dei detenuti rispettivamente per conto della Regione Campania e del Comune di Napoli: "Il dolore e la morte sono la grande scuola della vita. A quanto pare, però, i politici continuano a ignorarlo e a considerare il carcere come un mero luogo di custodia". Certo è che, nelle prigioni campane e italiane, ci si toglie la vita con una frequenza circa venti volte superiore a quanto avviene tra le persone libere.
I drammi si verificano soprattutto negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori, quindi in strutture particolarmente sovraffollate e fatiscenti, con poche attività trattamentali e una scarsa presenza del volontariato. A complicare tutto ci ha pensato poi la pandemia che, oltre a mietere numerose vittime tra personale e ospiti dei 15 penitenziari campani, ha reso più complicati i colloqui e diradato i contatti tra detenuti e familiari con conseguenza psicologiche e affettive facilmente immaginabili.
A destare allarme, però, non è solo il numero di suicidi, ma anche quello di morti a causa di malattie pregresse oppure contratte oppure ancora aggravatesi durante la permanenza in una cella. Dal primo gennaio 2002 al 30 maggio 2021 sono stati 76, il che dimostra quanto sia disastrata l'assistenza sanitaria in cella.
Un'ulteriore conferma arriva dai dati relativi al personale medico e paramedico. All'inizio del 2020 nei 15 penitenziari della Campania si contavano 108 medici di reparto e 189 infermieri più sette tecnici della riabilitazione, 17 psicologi e 23 psichiatri per un totale di 344 "camici bianchi" chiamati a gestire una popolazione carceraria di circa 6mila e 500 unità. Inutile sottolineare la sproporzione tra i membri del personale sanitario, in quantità nettamente inferiore a quella prevista dalle piante organiche, e il numero dei detenuti, di gran lunga superiore a quello regolamentare e caratterizzato dalla presenza di numerosi casi clinici complessi.
Il quadro descritto da Ristretti Orizzonti assume tinte ancora più fosche se si pensa che quasi 50 detenuti in Campania sono morti in circostanze da chiarire, per mano di altri o addirittura per abuso di droghe. Insomma, complessivamente si tratta di oltre 200 persone che in carcere, anziché un'occasione di riscatto e di reinserimento sociale, non hanno trovato altro che abbandono, disperazione e morte. E davanti a tutto ciò la politica - salvo rarissime eccezioni - si mostra del tutto indifferente.
"Dall'inizio dell'anno siamo già a tre sucidi nelle carceri campane cui si aggiunge quello di un adolescente in una comunità del Casertano - conclude Ciambriello - Parliamo di uomini che in carcere dovevano ricevere una prestazione rieducativa, invece hanno trovato la morte. È ora che tutti si impegnino per spezzare questa catena di dolore che calpesta il senso di umanità prima ancora che la Costituzione e le leggi dello Stato".
di Giovanna Faggionato e Davide Maria De Luca
Il Domani, 4 giugno 2021
Il Piano nazionale di riforma e resilienza destina solo 20 miliardi del Recovery fund e altri fondi alla sanità, una cifra inferiore a quella del piano casa, più bassa dei 37 miliardi di tagli che il sistema ha subito negli ultimi 10 anni. La popolazione italiana intanto sta invecchiando e la spesa sanitaria è probabilmente destinata a crescere in futuro, mentre il piano assegna al fondo per finanziarla risorse costanti per i prossimi anni. Il Pnrr per la salute diventa così un esperimento e una scommessa: un tentativo di digitalizzare la sanità italiana e renderla più economica, nel tentativo di mantenerla sostenibile ed efficiente senza aumentarne il costo.
"Il sistema sanitario è il nostro bene più prezioso". Quando a partire dallo scorso settembre il ministro della Salute Roberto Speranza ha iniziato a parlare del futuro della salute in Italia non ha lesinato sulle espressioni grandiose. L'arrivo delle risorse del Recovery fund e il desiderio generale di vedere riformato un sistema sanitario che aveva appena dovuto affrontare una pandemia da 120mila morti, sembravano giustificare le aspettative più radicali.
In quei giorni, Speranza diceva di aspettarsi un investimento complessivo di 68 miliardi di euro nella sanità, una cifra colossale, circa metà dell'intera spesa sanitaria italiana di un anno. Quelle promesse e quelle aspettative sono finite nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, il famoso Pnrr. Ultimato da pochi giorni, il piano è composto da migliaia di pagine, che includono gli indirizzi di riforma sanitaria, gli investimenti "straordinari" e gli orientamenti della spesa sanitaria ordinaria. Domani ha potuto esaminarlo nel dettaglio e quello che emerge è un piano con ambizioni molto più ridotte di quelle immaginate da Speranza. Le risorse assegnate alla sanità sono 20 miliardi, meno di un terzo di quelle chieste dal ministro, meno di quelle assegnate al piano casa e meno dei 37 miliardi di euro che, secondo i calcoli della Fondazione Gimbe, il sistema sanitario italiano si è visto tagliare negli ultimi dieci anni. Di fronte alla scarsità di risorse che sono state attribuite alla salute, il ministero ha tentato una scommessa azzardata: investire nelle cure domiciliari e nel digitale nella speranza di generare sufficienti risparmi da mantenere il sistema sostenibile con le poche risorse assegnate.
Si tratta di una impostazione concordata e suggerita dalla Commissione europea che, per fare i conti con l'invecchiamento della popolazione, sta spingendo da anni per la transizione digitale dei sistemi sanitari. Sarà anche una occasione di business per le imprese, a cui l'Italia arriva con un livello di cultura digitale ancora molto basso e con pochissima consapevolezza di temi come la gestione dei dati sanitari.
Il passaggio dal governo Conte a quello guidato da Mario Draghi non ha segnato un cambio di atteggiamento nei confronti della sanità. La "Missione 6" del Pnrr, che riguarda la salute, si è vista assegnare la stessa cifra, un limite superiore con fermezza dal ministero dell'Economia, sia sotto la guida di Roberto Gualtieri che di Daniele Franco. In un piano di riforma che, diplomaticamente, cerca di accontentare tutti i numerosi attori, pubblici e privati, che si occupano di sanità,il totale dell'investimento è uno dei punti più controversi. "La sanità è tornata a essere Cenerentola, sia per l'esiguità delle risorse che le sono state destinate, sia per il fatto che nessun partito della variegata maggioranza ha ritenuto di farne la propria bandiera dentro il Pnrr", ha detto una settimana fa Carlo Palermo, segretario del sindacato dei medici dirigenti Anaao. "È del tutto evidente che chi lavora in sanità avrebbe voluto un aumento delle risorse complessivamente assegnate alla Missione 6 e un aumento per tutte le misure della sanità territoriale", dice Tiziana Fritelli, presidente di Federsanità, l'organizzazione che riunisce aziende sanitarie pubbliche ed enti locali.
Oltre agli investimenti, nel Pnrr viene delineato anche il futuro del finanziamento ordinario del sistema sanitario. Oggi, il fondo sanitario nazionale ammonta a 121 miliardi di euro e il governo promette di farlo crescere di qui al 2027 al ritmo dell'un per cento l'anno. Considerata l'inflazione e l'invecchiamento della popolazione, significa sostanzialmente mantenere il finanziamento stabile o in leggera contrazione.
La speranza è che gli investimenti in digitalizzazione e sanità territoriale porteranno a una diminuzione delle ospedalizzazioni e quindi a un risparmio sulle spese correnti, così da mantenere stabile il livello dei servizi. Per esempio, il nuovo sistema di cure territoriali comporterà costi aggiuntivi per 1,3 miliardi di euro nel 2027, che verranno compensati per 180 milioni grazie all'aumento del fondo e per il resto da risparmi ottenuti dall'abbattimento delle ospedalizzazioni dei malati cronici e soprattutto di più dei due terzi degli accessi ai pronti soccorso, del 90 per cento dei codici bianchi e del 60 per cento di quelli verdi.
Il piano prevede di investire in alcuni settori che da decenni sono un punto debole del nostro sistema: 537,6 milioni saranno destinati a finanziare 4.200 borse di specializzazione, il collo di bottiglia che mantiene basso il numero di medici nel nostro paese. Mentre un altro mezzo miliardo andrà a finanziare la ricerca biomedica. A parte queste spese necessarie, il piano di investimenti nella salute contenuto Pnrr si divide in due parti: territorio e digitalizzazione. Sette miliardi saranno destinati al potenziamento della sanità territoriale, il tema diventato centrale con l'arrivo della pandemia.
La sanità territoriale è la prima barriera di difesa non solo contro un'epidemia, ma anche contro le malattie croniche che affliggono una popolazione sempre più anziana. Investire sul territorio significa alleggerire il carico di lavoro degli ospedali che in Italia, molto più che in altri paesi, sono ancora i principali distributori di cure. L'investimento più grande di questo capitolo è quello nelle cure domiciliari, ben quattro miliardi di euro. Di questi, 2,72 miliardi saranno destinati a pagare personale, come medici di medicina generale e infermieri, e i servizi necessari a portare le cure direttamente a casa dei pazienti. Si tratta di un'aggiunta recente al piano e la cui approvazione è definita da fonti del ministero della Salute un "capolavoro" diplomatico. Non sono infatti spese per investimenti veri e propri, cioè spese una tantum, ma spesa corrente, che andrà finanziata anche dopo l'esaurimento delle risorse europee.
ll sistema si regge sulla creazione di 602 centri di coordinamento territoriale, uno ogni 100 mila abitanti, dotati di sistemi di intelligenza artificiale, che dovrebbero disporre dei dati di pazienti in tempo reale, grazie all'uso di dispositivi come i peacemaker, e collegati al sistema delle emergenze. In questo modo sarà possibile "diminuire il numero di sanitari necessari per ogni paziente che necessita cure domiciliari senza diminuire la qualità" del servizio, si legge nel piano. L'obiettivo è arrivare a fornire cure casalinghe ad almeno il 10 per cento degli ultra 65enni, riducendo notevolmente il carico di lavoro degli ospedali. Un traguardo ambizioso, che punta non solo a recuperare il divario con l'Europa, ma a superare di gran lunga l'attuale media europea del sei per cento. Per calcolare i diversi livelli di cura richiesta dai pazienti over 65 sono state prese come riferimento le tre regioni con le migliori performance: Emilia Romagna, Veneto e Toscana, regioni del Nord Est e del centro che però per numero di anziani e di livello di salute rischiano di essere molto diverse dalle aree del Meridione.
Il resto degli investimenti nella sanità territoriale è destinato alle infrastrutture. Il piano prevede di investire due miliardi di euro nella costruzione di case di comunità, una sorta di poliambulatori locali, dotati di punti prelievo, ispirati soprattutto all'esperienza delle case della salute dell'Emilia Romagna, che riuniranno medici di famiglia, specialisti impiegati amministrativi e infermieri, senza disporre però di un finanziamento ad hoc per il personale, a parte quello per i contratti di nuovi infermieri. Un altro miliardo è destinato alle cosiddette "cure intermedie", cioè l'investimento in ospedali di ridotte dimensioni, un livello di cure superiore alla casa di comunità, ma inferiore a quello degli ospedali veri e propri.
Alla seconda parte del piano sono destinati 8,6 miliardi, inclusi i finanziamenti per ricerca e formazione. L'investimento in telemedicina, caldeggiato dalla Commissione europea, è l'anello di congiunzione tra cure territoriali e investimento nel digitale. Quasi un miliardo di euro sarà investito nel creare infrastrutture per effettuare esami e ricevere consulti medici a distanza. Il piano, per ora, si limita a prevedere standard comuni e un bando per valutare e finanziare progetti regionali, mentre a livello centrale sarà creata una piattaforma con regole condivise da tutti i servizi regionali dove far incontrare la domanda, anche direttamente dei cittadini, e l'offerta di aziende accreditate fornitrici di servizi e apparecchi.
Altri quattro miliardi di euro andranno a finanziare nuovi macchinari per le diagnosi, mentre 1,67 miliardi di euro saranno investiti per la creazione dell'infrastruttura digitale, di intelligenza artificiale e di trattamento dati, del ministero della Salute, anche a scopo di "programmazione e prevenzione". Per renderlo possibile, i fascicoli elettronici sanitari dovranno essere ommogenei in tutta Italia e il piano prevede che i fornitori del supporto tecnologico per queste attività dovranno essere aziende in grado di servire più regioni.
Il presidente di Confindustria digitale Cesare Avenia si dice pienamente soddisfatto della nuova allocazione delle risorse, "molto positiva" in particolare per la telemedicina: "Avere la fibra garantirà a tutti i cittadini le assistenze a distanza che possono essere molto più efficaci, costano molto meno, e riescono dare a servizi alle persone fragili che stanno a casa, rendendo il servizio sanitario nazionale più efficiente". Le aziende italiane aspettano la transizione da molto tempo, il fascicolo sanitario elettronico era stato finanziato già nel 2014. Il settore della sanità digitale e della telemedicina continua a crescere: nel 2019 valeva circa 18 miliardi, per il 2020 si stima una crescita del 2,3 per cento. Ma per il business dei dati sanitari le previsioni sono addirittura a doppia cifra: nel 2021 secondo Net consulting globe dovrebbe crescere del 14 per cento a 122,6 milioni di euro.
A monte della filiera, infatti, servono protocolli per la gestione in sicurezza dei dati e per la loro anonimizzazione e poi tecnologie di analisi sviluppate soprattutto dalle grandi aziende, spiega Antonio Scala, presidente della Big data in health society. La transizione va di pari passo con i progetti di cloud europeo, come Gaia X, in cui però sono entrati anche operatori controversi come Palantir, che non offrono garanzie sull'uso dei dati.
In Italia la situazione per ora è frammentata. In prima linea per la telemedicina ci sono sia attori del sistema sanitario, pubblico e privato, Asl, cliniche, istituti di ricerca, sia multinazionali della diagnostica e grandi operatori della tecnologia e dell'innovazione. A Trento, per esempio, la società pubblica Farmacie comunali Spa ha avviato un sistema hitech per il confezionamento delle dosi di farmaci per i pazienti ricoverati, e contemporaneamente l'azienda provinciale sanitaria si appoggia al colosso del software americano Salesforce per la telemedicina.
Leonardo, che si è candidata alla gestione del cloud della pubblica amministrazione italiana, ha progetti anche per il fascicolo sanitario elettronico e soprattutto ha da poco firmato un accordo con Dompé farmaceutici per creare quella che viene già pubblicizzata come "la prima infrastruttura nazionale di sicurezza sanitaria". Ma anche un'azienda della telefonia come Vodafone, da cui proviene il ministro della transizione digitale Vittorio Colao, investe da tre anni in telemedicina, attraverso una serie di collaborazioni che vanno dalla clinica Maugeri al politecnico di Milano.
Secondo Confindustria digitale, nel piano di ripresa la parte delle infrastrutture digitali per la sanità è molto meno dettagliata rispetto a quella curata direttamente dal ministero della transizione digitale. A preoccupare Avenia è soprattutto la garanzia della interoperabilità delle piattaforme della pubblica amministrazione: "La sanità digitale è un diritto di tutti i cittadini". Finora, spiega, sul fascicolo sanitario nazionale si è proceduto a macchia di leopardo: "Abbiamo speso malissimo i fondi europei perché non c'era una chiara governance e abbiamo regioni come il Trentino in cui è quasi completo, altre in cui i cittadini nemmeno sanno che esiste".
Le magre risorse del Pnrr salute sono state distribuite con cura tra le varie categorie e complessivamente il piano è stato accolto positivamente da aziende e professionisti. Ma non manca chi indica potenziali criticità. L'obiettivo dell'assistenza con telemedicina il 10 per cento degli over 65, ad esempio, "è raggiungibile in maniera equa, non aumentando il solco da sempre esistente tra il Nord e il Sud del paese?", si chiede Gregorio Cosentino, presidente della Associazione scientifica sanità digitale (Assd), formata da numerosi ordini delle professioni sanitarie.
Un altro ostacolo sono le competenze. "La formazione e l'aggiornamento continuo risultano infatti ancora insufficienti", dice Cosentino. Secondo le ricerche di Assd, quasi metà delle strutture sanitarie nazionali non ha ancora realizzato nessun progetto di formazione digitale. Il presidente di Confindustria digitale Avenia concorda: "Le risorse per le competenze digitali sono insufficienti: rischiamo di ripetere quello che è successo con il tracciamento: avevamo la tecnologia, la app Immuni, ma molte Asl non sapevano che farne". Il piano non è molto generoso su questo capitolo. Gli investimenti si concentrano sull'emergenza delle borse di specializzazione.
Per la formazione straordinaria sulle infezioni ospedaliere, che la pandemia ha portato in prima pagina, restano 88 milioni e "solo" 18 sono destinati alle figure chiave nelle amministrazioni sanitarie. I medici di medicina generale che, almeno nei grandi centri, dovranno probabilmente irreggimentarsi dentro le case di comunità, senza risorse aggiuntive e sacrificando in parte la loro indipendenza, sono i più critici. "Il Pnrr è ancora un contenitore con poco contenuto. Valorizza molto questa offerta di casa di comunità, ma chiarisce poco di cosa faranno", dice Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione dei medici di medicina generale.
Occasione perduta? Ma dietro queste critiche puntuali, aleggia un timore più grande: che le risorse insufficienti, la mancanza di ambizione e la necessità di accontentare tutte le varie categorie, abbiano eliminato la possibilità di compiere una storica riforma.
"Tenendo conto che le risorse del Pnrr costituiscono per due terzi debiti per le future generazioni, la domanda sorge spontanea: qual è il reale obiettivo della Missione salute?", si chiede Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe: "Certamente permetterà di portare i soldi a casa per mettere costose toppe ad un Ssn profondamente indebolito da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. Difficilmente potrà rilanciarlo, massimizzando il ritorno delle risorse ottenute in termini di salute delle persone".
siracusanews.it, 4 giugno 2021
La relazione del Garante dei detenuti sul Cavadonna. Tra i problemi messi in luce: spreco di cibo, scarsa presenza del patronato e carenza dei medici. Si è tenuta, nelle scorse settimane, la visita del Garante dei detenuti, Giovanni Villari, nella Casa Circondariale di Cavadonna, a Siracusa.
La visita è iniziata con l'ispezione delle cucine del Blocco 50, quello interessato precedentemente dalla violenta rivolta del 9 marzo 2020. Si sta provvedendo alla ristrutturazione dei locali che costituiscono l'intera cucina, risalenti al lontano 1997, anno in cui entrava in funzione per l'istituto. Al momento i cibi per i detenuti sono preparati in una seconda cucina (alternativa alla precedente) situata nel blocco 25, dove sono stati ricollocati gli stessi strumenti di lavoro della prima, e sistemati allo scopo. Per il momento stanno ancora utilizzando un solo forno per cuocere i cibi per tutta la popolazione detenuta, oltre ai bollitori, alle piastre e ai fuochi per il resto delle preparazioni.
"Segnalo in quel contesto, e con particolare indignazione, lo spreco incredibile di cibo in avanzo dal pasto giornaliero dei detenuti. - scrive il Garante nella relazione finale - È stato notato un intero bidone di rifiuti organici grande e colmo di cibo rifiutato relativo al solo pranzo e rientrato in cucina con il carrello della distribuzione. A questo si aggiunge il caso di quei detenuti che tendono a rifornirsi di cibo dal carrello per poi liberarsene in cella come forma di protesta. Sebbene sia una realtà circoscritta, contribuisce a portare il conto economico nazionale dello spreco a lievitare a dismisura, forse anche decine di milioni di euro all'anno.
L'alimentazione giornaliera dei detenuti purtroppo si caratterizza da una sorta di spreco costante: prendono il cibo che passa col carrello ma non sono tutti quelli che lo mangiano interamente. Succede inoltre che alcuni provvedono a cucinarsi per conto proprio il pasto con prodotti che acquistano con il sopravvitto, servizio che in ogni penitenziario viene gestito con la collaborazione di ditte esterne che forniscono settimanalmente i detenuti di generi alimentari, prodotti per l'igiene personale e l'igiene degli spazi abitativi. In tutto ciò, resta comunque fuori da questo genere di scelte, tutta la fascia di detenuti più poveri o senza familiari alle spalle, che nel vitto giornaliero hanno il solo loro unico sostentamento".
L'istituto è comunque tenuto a erogare quotidianamente i vari pasti perché deve farsi carico del mantenimento del detenuto. Questi alimenti però diventano quasi subito spazzatura, perché nel rifiuto e nello spregio di quel cibo si compie un piccolo rituale di rifiuto della carcerazione e dell'istituzione.
"Sarebbe opportuno - continua Villari - studiare e organizzare un'adeguata modalità per la ridistribuzione del cibo non consumato a favore di soggetti esterni che potrebbero usufruirne, evitando lo spreco, individuati magari tra quelli appartenenti alla filiera degli allevamenti dei suini. Oppure, puntando su un sistema giornaliero di programmazione anticipata dei pasti principali in funzione delle effettive richieste dei detenuti, sezione per sezione, cucinare solo ciò che poi sarà realmente consumato, almeno relativamente alle portate essenziali: primi e secondi piatti. Sarebbe ideale a tal proposito riuscire realizzare cucine per ciascun reparto, come già esistono in varie carceri, e promuovere corsi di formazione con l'ausilio delle istituzioni scolastiche, per qualificare i detenuti che svolgerebbero questi lavori. Aggiungerei la possibilità di utilizzare magari alimenti provenienti da filiera corta, ad esempio coltivati all'interno delle stesse strutture carcerarie, oppure attraverso l'uso di prodotti alimentari ottenuti tramite protocolli d'intesa con Cooperative agricole e del settore agroalimentare nelle quali possono lavorare detenuti art. 21 o ex detenuti".
Successivamente, il garante ed i suoi collaboratori hanno visitato le sezioni del Blocco 20, "alta sicurezza", e del Blocco 50 "media sicurezza", per interloquire con i detenuti che hanno richiesto un colloquio privato. I problemi maggiori riscontrati riguardano le richieste di avvicinamento/trasferimento per motivi familiari, nel rispetto del diritto della territorialità della pena e dell'affettività familiare, e la richiesta di visite sanitarie specialistiche nel rispetto del diritto alla salute e per le quali si lamentano ancora tempi di attesa assolutamente irragionevoli.
Ulteriore problema è la rarissima presenza della consulenza del patronato che permette ai detenuti di presentare le proprie domande per l'assistenza al reddito, alla pensione di vecchiaia, per il riconoscimento di invalidità e altre simili operazioni.
"A questo si ovvierà, - afferma Villari - in accordo con l'amministrazione, all'affissione in ogni piano e sezione del carcere di apposito avviso e relative istruzioni per formulare le istanze per assistenza personale del Caf. Quest'ultimo, raggiunte un numero consistente d'istanze, programmerà le giornate per incontrare i detenuti. Sarebbe opportuno e innovativo realizzare o rafforzare le infrastrutture di rete per consentire le comunicazioni a distanza anche con i servizi dei patronati e risolvere tempestivamente e più facilmente tutte le problematiche connesse a questo servizio. L'attuale emergenza ci ha insegnato la necessità di sfruttare la tecnologia in carcere, per le comunicazioni con familiari, avvocati e magistrati. Questa prassi potrebbe essere utile anche per l'assistenza sanitaria e per le attività di formazione e reinserimento sociale. Con una buona connessione e la promozione delle digital skills1 si possono intensificare le relazioni familiari e migliorare l'assistenza sanitaria. Sarebbe un notevole passo avanti avere l'opportunità di sfruttare il progetto di telemedicina in ambito carcerario".
La telemedicina è il complesso di tecnologie e strumenti che riguardano servizi medici, che vanno dalla composizione di un parere durante la consultazione, alla diagnosi, alle prescrizioni, al trattamento e al monitoraggio del paziente, tutti effettuati da remoto tramite una connessione Internet. Una volta completati i colloqui con i detenuti il Garante si è recato con i suoi collaboratori nell'area sanitaria dell'istituto. Vengono notati subito i carrelli che l'Asp8 ha fornito per la distribuzione dei farmaci ai detenuti nelle loro sezioni, e non ancora utilizzati, tutt'ora avvolti dall'imballo di cellofan, perché giudicati dagli stessi addetti ai lavori troppo pesanti e ingombranti tenuto conto degli spazi e dei percorsi non sempre idonei al loro transito. Pare che questi siano stati gli unici nuovi arredi che sono stati forniti dall'azienda sanitaria all'infermeria del carcere. Restano infatti ancora vetusti tutti gli altri arredi tra cui spiccano per difformità in termini di sicurezza e per raggiunta precarietà, il blocco di classificatori a cassetti per l'archiviazione delle cartelle sanitarie di tutti i detenuti. Alcune cartelle giacciono una sopra l'altra nei vani in cui mancano i cassetti.
"Dopo tanto tempo, e le numerose richieste, si segnala finalmente la nuova linea telefonica per la comunicazione diretta tra l'area sanitaria del carcere e la struttura sanitaria della città. - spiega il Garante -Resta ancora in attesa di essere collaudata la rete internet che consentirebbe l'accesso più rapido e diretto delle prenotazioni di visite e controlli tramite il portale dell'Asp8 dedicato ai vari reparti sanitari di cui fa parte anche l'area penitenziaria, nonché per la richiesta di farmaci previsti ed essenziali per le cure e terapie da somministrare quotidianamente ai detenuti. Chissà quando ciò avverrà, considerato che quasi dopo un anno non si è giunti ancora alla conclusione dell'operazione."
Il personale durante il giorno è composto da un solo medico di turno e mediamente due infermieri per una popolazione carceraria di 580 individui circa. "Appare subito evidente quindi la problematica carenza di personale che si riflette immediatamente sulle esigenze di supporto medico sanitario ad una popolazione di detenuti a cui va rivolta quotidianamente attenzione per le molteplici e variegate necessità assistenziali e infermieristiche. - si legge nella relazione - Il problema è palese e si spera che l'Asp possa provvedere ad assegnare nuovo personale in aggiunta a quello che a tutt'oggi, con alacre impegno contribuisce al funzionamento dell'area sanitaria e al proseguimento del difficile e sensibile compito affidatogli."
I medici di turno, comunque, così come il Garante e i detenuti, non riescono a spiegare il perché degli irragionevoli ritardi nell'erogazione di visite e interventi specialistici.
"Lui (il medico di turno) visita, - spiega Villari - scrive sul diario clinico, comunica al dirigente che comunica all'ufficio preposto (uff. matricola del carcere) ad inviare la richiesta alla struttura sanitaria competente. Questo farraginoso iter presenta sicuramente qualche intoppo da qualche parte ma la risoluzione del problema sembra continuare ad essere un eterno mistero".
"Non sono giustificabili simili ritardi nell'erogazione di visite specialistiche in palese violazione della dignità dell'essere umano, - dice Villari - ormai principio fondamentale a livello internazionale, e del diritto alla salute sancito dall'art. 32 della nostra Costituzione. È una palese violazione dell'art. 27 c. 3 secondo cui "la pena non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità". Non si può contestare che, in uno stato di diritto come il nostro, negare le cure ad un essere umano equivale ad una forma di tortura indiretta".
Lo scorso 2 ottobre "per monitorare - spiega il Garante - alcuni militari della "Nave Morgattini" risultati positivi al Covid e poi isolati negli alloggi della Marina militare di Augusta, l'Asp di Siracusa ha prontamente adottato, a supporto delle unità mediche domiciliari (Usca), il servizio di Telemedicina per il controllo sanitario a distanza. Il Dipartimento di Radiodiagnostica dell'Asp8 di Siracusa ha inoltre inviato il mezzo mobile dotato delle apparecchiature radiologiche per l'effettuazione delle radiografie del torace a tutti i militari in isolamento".
"Ma purtroppo - conclude Villari - niente di fatto per quanto riguarda la presenza in istituto dell'unità radiologica mobile; ancora nulla per i detenuti che attendono visite da anni; ancora nulla per il personale sanitario del carcere che richiede più presenze di forza lavoro e tutto ciò si riflette automaticamente in maniera negativa sui detenuti, persone a cui questi servizi sono destinati oltre che concepiti. Nonostante tutto si spera ancora che, in uno spirito di leale collaborazione, le Amministrazioni possano collaborare al fine di garantire i diritti essenziali a tutti i detenuti".
veronanetwork.it, 4 giugno 2021
Ieri sera, durante il consiglio comunale Don Carlo Vinco è stato eletto Garante dei diritti dei detenuti. Don Carlo Vinco è il nuovo Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Verona. L'elezione è avvenuta ieri sera, a scrutinio segreto, ottenendo i 25 voti necessari, dopo che lo scorso febbraio la dottoressa Margherita Forestan, in carica da diversi anni, si è dimessa. In tutto erano 6 le candidature pervenute.
La figura del Garante è stata istituita allo scopo di promuovere, in conformità ai principi della Costituzione, il diritto delle persone soggette a misure limitative della libertà, di partecipare alla vita civile e a fruire dei servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni, con particolare riferimento ai diritti fondamentali quali la tutela della salute, il lavoro, la formazione, la cultura. Il Garante rimane in carica per tutto il mandato del Consiglio dal quale è eletto.
Avvenire, 4 giugno 2021
I due erano stati condannati a morte con false accuse di aver offeso l'islam. Oggi l'assoluzione dell'Alta Corte di Lahore dopo il ricorso dell'avvocato che difese anche Asia Bibi. Un tribunale pakistano ha oggi assolto una coppia cristiana, Shafqat Masih e sua moglie Shagufta Kousar Masih, che erano nel braccio della morte da sette anni per presunta blasfemia.
La sentenza di assoluzione è stata emessa da un team di tre giudici dell'Alta Corte di Lahore (Lhc), che ha accolto il ricorso della coppia. Il loro avvocato, Saif-ul-Malook, parlando con l'Ansa ha confermato l'epilogo della vicenda. "Sono molto felice che si sia giunti all'assoluzione", ha affermato, aggiungendo che i due sposi "ora sono liberi e possono godersi la vita". Secondo il legale, il caso era molto debole, tanto che i due imputati sono stati assolti per mancanza di prove.
L'avvocato Saif-ul-Maloof ha difeso con successo anche Asia Bibi, la donna cristiana per la quale si era mobilitata l'opinione pubblica, con l'appoggio di Avvenire, e che aveva trascorso dieci anni nel braccio della morte per blasfemia e poi rilasciata nel 2018. Shafqat Masih e sua moglie Shagufta Kousar Masih erano stati condannati nel 2014 per aver inviato, secondo l'accusa, messaggi di testo blasfemi insultando il profeta Maometto. I messaggi erano stati inviati da un numero di cellulare registrato sotto il nome di Shagufta Masih a un leader di preghiera musulmano locale.
Quella sulla blasfemia è una delle leggi controverse del Pakistan. Chiunque manchi di rispetto all'islam o al profeta Maometto rischia la condanna a morte. A maggio, il Parlamento Europeo aveva esortato il personale diplomatico europeo a fare tutto il possibile per fornire "protezione e sostegno" a Shagufta Kousar e Shafqat Masih. Il Parlamento Ue si è anche detto "preoccupato per il continuo abuso delle leggi sulla blasfemia" e ha invitato il governo del Pakistan "a rivedere e infine ad abolire queste leggi" che sono "incompatibili con le leggi internazionali sui diritti umani". Secondo la risoluzione, queste leggi sono sempre più utilizzate per colpire le minoranze vulnerabili nel Paese, tra cui sciiti, indù e cristiani.
di Gianni Cuperlo
Il Domani, 4 giugno 2021
Quanto costa fare una riforma? Una di quelle destinate a incidere sul modo di vivere e pensare di milioni di persone? Costa molto, spesso anni di lotte, fatiche, errori, finché una congiuntura di storia, cronaca e cultura, quel traguardo rende possibile. Ma quanto costa disfare una riforma? Sì, insomma, tornare indietro, da dove si era parti? C'è una piccola grande vicenda che questa retromarcia racconta, tristemente ma la racconta.
1978: anno grandioso e tragico per mille motivi. Ci sono via Fani, il 16 marzo, e la Renault rossa col corpo di Moro in via Caetani. E ci sono tre riforme che il parlamento di un'Italia sgomenta licenziato con larghe maggioranze. Si istituisce il Servizio sanitario nazionale, bene comune che la pandemia ha fatto riscoprire nella sua potenza. Il movimento delle donne, e non solo, saluta il varo della 194, la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza. E si approva una terza legge, anch'essa contrassegnata da un numero, la 180, ma assieme da un nome che rimarrà scolpito a suggello di una norma rivoluzionaria, quello di Franco Basaglia. La vicenda aveva un antefatto lontano. Gorizia, 1961, vi arriva un giovane medico spedito lì pensando forse di punirlo. Deve dirigere l'ospedale psichiatrico della città. Ha nomea di somigliare più a un filosofo che a un "medico dei matti". Per lui l'impatto è doloroso, tra pazienti legati al letto e trattamenti che di umano non avevano alcunché.
Basaglia riassegna un nome e un'identità a corpi senza un passato, e soprattutto un futuro, ma assieme riflette sui guasti di quella "medicina" frutto di un positivismo scientifico depurato del rispetto per l'altro. Spiega Peppe Dell'Acqua, di Basaglia allievo ed erede, "per la prima volta fu possibile vedere il malato e non la malattia". Eccola la rivoluzione. Ed è camminando su quel sentiero che diciassette anni dopo si arriva alla riforma. Nel mezzo c'è Trieste, il suo manicomio adagiato sulla collina di San Giovanni. Una successione di padiglioni a salire verso l'alto dove stava, e sta, la cappella religiosa, congedo per chi, decenni prima, lì dentro aveva spesso trascorso e ucciso l'intera esistenza. Alla corte di Basaglia arrivano da ogni dove, italiani, stranieri, medici alle prime armi, volontari.
Così la rivoluzione comincia a vivere oltre i confini della teoria. Si fa pratica, servizi territoriali, centri aperti giorno e notte per ricollocare le vite recluse in una città che finalmente può riaccoglierle. Non cercavano quei visionari di liberare dall'istituzione le pareti del manicomio: a modo loro volevano togliere dalla istituzione la sofferenza, separare la "follia" dalla malattia. centri aperti giorno e notte per ricollocare le vite recluse in una città che finalmente può riaccoglierle. Non cercavano quei visionari di liberare dall'istituzione le pareti del manicomio: a modo loro volevano togliere dalla istituzione la sofferenza, separare la "follia" dalla malattia. centri aperti giorno e notte per ricollocare le vite recluse in una città che finalmente può riaccoglierle. Non cercavano quei visionari di liberare dall'istituzione le pareti del manicomio: a modo loro volevano togliere dalla istituzione la sofferenza, separare la "follia" dalla malattia.
Tentativi di restaurazione - Fino qui la riforma fatta, almeno tentata. Ma chi e come vorrebbe disfare oggi quella scommessa temeraria? La risposta torna lassù, al confine più estremo dove è in atto il tentativo di affondare un percorso durato oltre mezzo secolo. Si bandisce un concorso per la direzione del Centro di salute mentale 1 di Trieste. Vi concorre quasi naturalmente il candidato che svolge già le funzioni di direttore. La sua scuola è quella di Basaglia, ha il punteggio più alto tra tutti per il curriculum presentato. Alla prova orale, stranamente a porte chiuse, viene sorpassato da altri due candidati, in partenza assai dietro a lui per titoli espressi.
Entrambi però provengono da esperienze e strutture che della pratica basagliana scorgono solo difetti e tragedie. Parliamo di sedi dove le pratiche di contenzione non sono mai scomparse e, se lo erano, hanno ripreso piede. A quel punto cinque autorità, ex direttori dei Dipartimenti di salute mentale della città capoluogo e di Gorizia, Udine, Alto Friuli e Pordenone, scrivono una lettera e mettono nero su bianco la denuncia di uno spoils system usato al solo scopo di silurare gli eredi di Franco Basaglia da "posizioni dirigenziali nelle quali le competenze e l'orientamento valoriale sono fondamentali e decisivi". La notizia fa il giro del mondo, arrivano attestati di sostegno che esprimono il timore di una restaurazione. La paura è che si voglia colpire una realtà che l'Oms (l'Organizzazione mondiale della sanità) in un documento in uscita tra pochi giorni giudicherà assieme alla francese Lille e alla brasiliana Campinas un "sistema complessivo di eccellenza" nell'ambito dei servizi di salute mentale di comunità.
Dalla regione, l'assessore competente denuncia la strumentalità della polemica (sic) e tanto basta. Ma la piccola grande storia che rischia di finire sepolta dall'ansia di tornare ai padiglioni coi "matti" reclusi ed esclusi, quella non merita di rimanere nel buio. Fosse solo perché nel buio, si sa, i fantasmi spesso ricompaiono.
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