di Annamaria Bernardini de Pace
La Stampa, 16 luglio 2021
Tutti ne parlano, ma pochissimi hanno capito quali siano i problemi che fanno discutere. Peraltro, non si sa chi abbia letto il testo. Mi riferisco al disegno di legge Zan, da molti - anche politici - definito malamente "decreto". Dunque, questo disegno di legge contiene "misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità".
In sintesi: all'art. 1 si definisce cosa siano il sesso, il genere, l'orientamento sessuale, l'identità di genere. L'art. 2 modifica l'art. 604 del codice penale, che già punisce i comportamenti d'odio e discriminazione, aggiungendo le definizioni del Ddl Zan alle altre tipizzazioni di vittime di questi reati.
Così come l'art. 3. L'art. 4 dice che "sono fatte salve la libera espressione di convincimenti e opinioni, nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee". L'art. 5 coordina aspetti tecnici del codice e della possibile nuova legge, come l'art. 6. L'art. 7 riconosce la giornata contro l'omofobia e promuove iniziative per le scuole e per gli uffici. Gli articoli dall'8 al 10 puntano a rafforzare la consapevolezza sugli atti discriminatori. Ora, mi inquieta che, per approvare una legge contro i crimini d'odio, i partiti abbiano messo in campo tanto odio e tanta capacità discriminatoria tra di loro. Come se non avessero ben capito il senso di quello che stanno facendo. Possibilità non peregrina, in verità!
Ma ciò che più mi impressiona è che un po' della destra, dopo avere combattuto a gran voce la legge in sé, ritenendola inutile, incredibilmente ha dichiarato di essere pronta ad accogliere il contenuto integrale della legge, purché senza gli articoli 1, 4 e 7. Il buon, già democristiano, Letta, però, si è opposto con tutte le forze, dichiarando, più o meno, "o tutto o niente". Il che è molto strano per il noto spirito democristiano, da sempre con la vocazione di mediare; ma è soprattutto strano che un democristiano difenda così duramente una legge certamente più nelle corde di chi è da sempre di sinistra. Per di più, tutta questa discussione è avvenuta al Senato dopo che la legge era stata approvata alla Camera. Se ha un senso la discussione al Senato, dopo il placet della Camera, è perché non si può abdicare alla funzione parlamentare. È una legge di importanza storica, alla necessità della quale credo fermamente. Però, le nostre Camere devono legiferare componendo, una dopo l'altra, interessi opposti; come sono gli interessi di tutta la nazione rappresentata, spesso con percentuali differenti, dai partiti politici nei due rami del Parlamento. E, purtroppo, la maggioranza parlamentare, ora non è la maggioranza della nazione per quanto riguarda idee e interessi. Perché il confronto tra i partiti non deve essere più misurato e nel rispetto del mandato di ciascuno? Perché una legge, che pure ha avuto l'approvazione della Camera, non deve poter essere modificata nell'evidenza di una differente maggioranza al Senato? Quali sono i punti di scontro? In particolare, l'art. 1, l'art. 4 e l'art. 7. Senza i quali, o modificando i quali, la legge, secondo la maggioranza di destra, potrebbe essere varata in tempi brevissimi. Ma Letta non vuole. Perché l'art. 1 non piace a tutti? L'art. 1, tra le varie definizioni, recita che "per identità di genere si intende l'identificazione percepita e manifestata di sé, in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendente dall'aver concluso un percorso di transizione". Al contenuto di questa seconda parte anch'io sono contraria: infatti, accettandola, è possibile che, surrettiziamente, si stravolga la legge 164/82, quella che definisce esattamente il percorso della transessualità. Con il Dddl si potrebbe persino autocertificare il genere di appartenenza, anche modificandolo nel corso della vita. Senza controllo di medici, psicologi e giudici, senza terapie e perizie. Su questo punto, è indispensabile un dibattito pubblico che coinvolga, invece, medici, psicologi, psichiatri e giudici. E si vedrà se modificare, o no, la legge 164. Con l'eliminazione dell'inciso sulla percezione dell'identità e i suoi complicati effetti, si troverebbe l'accordo di tutti i partiti. Perché, allora, continuare a combattere all'insegna del proprio personalismo, anziché assicurare alle persone omosessuali e transessuali l'indispensabile tutela?
Non riesco poi a capire perché si possa considerare reato d'opinione l'art. 4, e su questo, quindi, è la destra a dover cedere e non fare come Letta sull'art. 1: è evidente che la libertà di opinione è assolutamente salvata. Se, poi, capita il solito magistrato che interpreta nel proprio, purtroppo libero, convincimento in modo diverso, è con lui che ce la prenderemo e non col Ddl Zan. Quanto poi alla propaganda nelle scuole, una sorta di incontro nello scontro tra Letta e Salvini potrebbe essere nello specificare come facoltativa l'educazione alla non omotransfobia nelle scuole. O, trovare una soluzione come quella dell'ora di religione.
Peraltro, si dovrebbe parlare più di diritti che di reati, come invece si è finito col fare; inoltre, sarebbe bene trascurare l'inasprimento delle pene, o evitare il carcere, in uno Stato come il nostro nel quale le carceri fanno orrore per organizzazione e per assembramenti.
Sarebbe, infatti, meglio introdurre pene pecuniarie altissime, da sostituire, eventualmente, con pesanti lavori di utilità sociale. O no? Modificando queste poche cose, si farebbe l'interesse di tutti, senza litigi, ma proteggendo le vittime e sanzionando i carnefici.
Dobbiamo sbrigarci, però. Il Parlamento europeo ha iniziato, infatti, ad approvare sin dal 2004 risoluzioni con le quali raccomanda agli Stati membri di "adottare legislazioni penali che vietino l'istigazione all'odio sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere". La più severa è stata la Svezia. Mentre, Francia, Spagna e Germania, per esempio, sono sostanzialmente in linea con il Ddl Zan. Perché in Italia dobbiamo distinguerci sempre per la litigiosità non produttiva? Quante sedute dobbiamo ancora vedere nel Parlamento come quella imbarazzante dell'altro giorno? Aveva ragione Letta, il quale critica il passo indietro della destra, dimentica di avere approvato alla Camera? O avrà ragione Salvini, affermando sicuro che, se la legge sarà affossata, sarà colpa della sinistra? Sembra che l'ago della bilancia sarà Renzi, il quale, comunque sia, ha tra le sue fila Scalfarotto, che, per primo, ha elaborato un Ddl contro l'omotransfobia, quando ancora era nel Pd, e ora, dal partito di Renzi, è firmatario anche del Ddl Zan. O, alla faccia dei diritti civili, tutti, senza discriminazioni, ma con un po' di odio, stanno facendo il loro gioco elettorale?
iltorinese.it, 16 luglio 2021
Cosa ha significato vivere e convivere all'interno del carcere in tempo di emergenza sanitaria? E dopo cosa succede? Questa la domanda da cui muove il terzo Concorso nazionale di scrittura di Liberazioni - festival delle arti dentro e fuori. Il tema del bando, aperto sia a detenuti di qualsiasi istituto penitenziario italiano, sia a persone in misura alternativa, deve essere svolto con narrazioni inedite in forma di racconto breve per ricordare passioni, paure, detti e non detti e come queste hanno cambiato i molteplici spazi e tempi della reclusione durante la pandemia.
Curato da Eta Beta Scs e dall'Associazione Sapereplurale "Vivere questo tempo" è il significativo titolo scelto per il Concorso nazionale di scrittura aperto sino al 27 agosto 2021. Termine ultimo per poter inviare i testi tramite mail o posta ordinaria a Eta Beta Scs. Successivamente entro il 10 settembre verranno selezionati i 20 racconti finalisti, tra i quali due giurie, una composta da esperti e una da persone detenute presso la Casa Circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno", decreteranno il vincitore del Premio in denaro del valore di 1.000€ lordi.
LiberAzioni ha una doppia anima, locale e nazionale. Infatti se Torino, il quartiere Vallette e la Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno", rappresentano i luoghi dove si svolgerà, tra la fine di settembre e inizio ottobre 2021 un festival della creatività, ci sono anche due concorsi, uno di cinema e uno di scrittura, a carattere nazionale. Sono ammessi fino al 31 agosto al Concorso cinematografico, curato dal Museo Nazionale del cinema di Torino, i cortometraggi di finzione, documentari e film d'animazione realizzati da autori italiani o residenti sul territorio nazionale, senza limiti d'età che riflettano sui temi della reclusione, della pena, della libertà e la relazione dentro/fuori. (https://amnc.it/liberazioni-2021-aperti-i-bandi-cinema-e-scrittura/)
Come sempre e ancora di più quest'anno LiberAzioni, vuole rappresentare un'occasione per riflettere attorno al tema del carcere e della pena, stimolando una conoscenza e uno scambio tra chi in carcere c'è o lo vive, la società ed il territorio. LiberAzioni è possibile grazie all'impegno di Associazione Museo Nazionale del Cinema ente capofila, Eta Beta SCS, Associazione Sapereplurale, Antigone Piemonte, con il sostegno di Fondazione CRT e Coop - Novacoop, in collaborazione con Ufficio Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino e Direzione della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. Link per Scaricare il Bando: https://www.lettera21.org/news/liberazioni-vivere-questo-tempo.html
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Intervista a Francesca Izzo, femminista, docente universitaria e ricercatrice di scienze orientali ed ex deputata dei Ds. "Il ddl Zan ha aspetti condivisibili, ma la definizione di identità di genere rischia di creare mutazioni di tipo antropologico. È un'operazione politico-culturale e farlo con una legge penale è inaccettabile". A dirlo è Francesca Izzo, femminista, docente universitaria e ricercatrice di scienze orientali ed ex deputata dei Ds.
Dottoressa, cosa non va secondo lei in questa norma?
Sono d'accordo perché ci sia una legge che renda più stringenti le norme già esistenti contro i crimini di odio e di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e transessuali. Quello che sin dall'inizio, ovvero da quando il ddl Zan era alla Camera, non mi convince, e non solo me, è la presenza, in questa legge, di un aspetto che è di tipo ideologico-politico, legato al termine identità di genere.
Perché?
Si tratta di una formulazione che ha molti significati, ma il significato che viene spiegato all'articolo 1 - una identità sessuale sulla base della percezione del soggetto, al di là di qualsiasi dato obiettivo legato al sesso - rappresenta una posizione molto discussa, discutibile, oggetto di molte controversie negli anni sul piano accademico e del dibattito pubblico, che non può entrare in una legge di rilievo penale. Se ne deve discutere, perché ha a che fare con un mutamento di quelle che sono le convinzioni e gli aspetti di che cos'è la sessualità umana e modifica il sentire comune. Questo può certamente accadere, possiamo cambiare e nel corso dei millenni sono successe tante cose, ma non in questa maniera surrettizia e all'interno di una legge che ha rilievo penale. Questo è inaccettabile.
Il rischio qual è?
In una legge penale ci devono essere cose certe, stabili e definite a cui il giudice e il magistrato possano fare riferimento senza ricorrere a interpretazioni che possono essere arbitrarie. Ci sono molte preoccupazioni sulla libertà di pensiero e di espressione. Se si fa passare, in una legge penale, una posizione che è suscettibile di dibattito e di posizioni diverse, significa che si rischia di non essere liberi di dire che una donna di sesso femminile è diversa da un uomo che si dichiara donna, al di là di qualsiasi transizione. Potrei anche trovare un giudice che stabilisca che questo è discriminatorio e che la mia affermazione mostra disprezzo per quella realtà. È una cosa che reputo inaccettabile. Considero questo tipo di posizioni come misogine, per cui devo essere assolutamente libera di poterlo sostenere. Ma una volta che passa in una legge penale questo principio il rischio è che si limiti la mia libertà.
Ma la clausola "salva opinioni" non evita rischi del genere?
Si rende conto che hanno dovuto mettere una clausola rispetto ad un diritto riconosciuto dalla Costituzione? È abbastanza bizzarro.
È stata frutto di una mediazione tra i partiti...
Perché la norma è congeniata male su questo punto. Tra l'altro, se si parla di identità transessuale tutti vengono difesi. Perché non lo si fa? In una legge che è contro l'omotransfobia il termine transessuale non c'è. Un anno e mezzo fa avevamo proposto come "Se non ora quando? - Libere", assieme all'Arcilesbica, di inserire questa definizione al posto di identità di genere, espressione ambigua che fa nascere tanti problemi. A maggio dello scorso anno abbiamo scritto una lettera aperta agli estensori della legge e a tutti i parlamentari del centrosinistra, spiegando le ragioni delle nostre perplessità e chiedendo un incontro. Ma la proposta è stata rifiutata.
Perché?
Non siamo state proprio prese in considerazione. A questo punto va da sé che l'intenzione non è quella di difendere le persone omosessuali e transessuali da crimini di odio e discriminazione, ma di voler far passare in maniera surrettizia una diversa visione della sessualità umana. E questo è inaccettabile. Serve una discussione che coinvolga l'opinione pubblica. La popolazione italiana è d'accordo nel proteggere di più le persone omosessuali e transessuali, ma bisogna vedere se lo sia anche su un mutamento così profondo della visione della sessualità. Non si vuole fare questa discussione e, dunque, si risolve così, dicendo che lo si fa per difendere omosessuali e transessuali. Ma è un'operazione politico-culturale e fare ciò all'interno di una legge penale non è accettabile.
Perché ha parlato di misoginia?
Una donna che decide di diventare uomo cancella completamente la propria identità di donna. Al contrario, quando gli uomini che decidono di rimanere tali si dichiarano donne gli stereotipi di genere diventano gli unici e soli segni di distinzione. Bisognerebbe davvero discuterne a fondo e vederne tutte le implicazioni. Vengono fuori degli aspetti paradossali. E sono molto colpita e sorpresa dal comportamento del mio mondo di riferimento politico-culturale. Non mi sarei mai aspettata da un partito di cui ho fatto parte una totale chiusura.
Cosa salva di questa legge?
Ci sono tanti punti buoni. Basterebbe togliere l'identità di genere, tornando alla formulazione Scalfarotto, e cadrebbero tante altre criticità. Ma su questo hanno fatto le barricate. Si possono fare degli emendamenti che non stravolgono il testo per arrivare all'obiettivo che si vuole raggiungere, ovvero combattere i crimini d'odio contro omosessuali e transessuali.
Ci sono altri rischi secondo lei?
L'altro aspetto è che facendo passare questa formulazione di identità di genere, non essendoci più alcuna distinzione tra una donna di sesso femminile e una donna di genere femminile, se quest'ultima accampa il diritto ad avere un figlio, sentendosi in caso contrario discriminata, l'unica maniera per farlo sarebbe quella di ricorrere alla maternità surrogata, alla quale sono fermamente contraria.
E perché lo è?
Perché considero la gravidanza un processo unitario, uno degli aspetti della manifestazione dell'umanità, invece con la maternità surrogata il processo unitario viene meno, viene spezzato in varie parti. Gli ovociti vengono estratti e messi sul mercato, viene messo sul mercato un ventre e viene comprato e venduto anche il prodotto bambino. La procreazione diventa una produzione, come se fosse una merce. Prima di arrivare a trasformare la procreazione in produzione vorrei che se ne discutesse a fondo e non si considerasse questo un atto di libertà. E questo perché c'è una mutazione di tipo antropologico. Si rivendica la libertà di ognuno di fare quello che vuole, anche di vendere se stesso, ma noi abbiamo vietato la schiavitù, per cui esistono anche dei divieti alla libertà individuale, quando si mettono a rischio beni di carattere collettivo e che riguardano l'antropologia e gli elementi di fondo dell'umanità.
di Flavia Amabile
La Stampa, 16 luglio 2021
Dal rapporto sulla violenza di genere approvato dalla Commissione d'inchiesta del Senato emerge che 9 procure su 10 trascurano il fenomeno. La violenza contro le donne è ancora una sconosciuta per la giustizia. Invisibile per i tribunali civili, trascurata in 9 procure su 10. Nella magistratura in tre anni sono stati organizzati sei corsi di aggiornamento sulla violenza di genere in gran parte frequentati da donne. Tra gli avvocati, sempre in tre anni, lo 0,4% ha partecipato a eventi di formazione. Molto è stato fatto e alcuni tribunali rappresentano degli ottimi modelli con pratiche da diffondere, ma la Convenzione di Istanbul, che prescrive di rendere concreti il diritto delle vittime alla protezione, resta in larga parte ancora disattesa. Le consulenze tecniche d'ufficio, che spesso decidono sulle capacità genitoriali, vengono affidate anche a esperti non specializzati nella violenza di genere. Né viene riconosciuta la violenza domestica alla base di separazioni e divorzi, perché i procedimenti civili e quelli penali per maltrattamenti e violenza procedono la maggior parte delle volte in parallelo, senza alcuno scambio di informazioni. Se, quindi, tanti casi di violenza contro le donne non vengono interpretati in modo corretto la causa è proprio la mancanza di una formazione e una specializzazione che permettano di riconoscere e affrontare con efficacia i casi che si presentano, sanzionare, prevenire escalation, sostenere le donne che denunciano.
Sono le principali conclusioni del "Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria", approvato il 17 giugno dalla Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, che verrà presentato venerdì 16 luglio nel corso del convegno "Giustizia e violenza contro le donne: riconoscere per perseguire", presso la Sala Zuccari del Senato.
L'indagine è stata svolta tra dicembre 2019 e il 2020 somministrando questionari a procure, tribunali ordinari, tribunali di sorveglianza, Consiglio superiore della magistratura, Scuola superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense e ordini degli psicologi, focalizzando l'attenzione sul triennio 2016-2018. L'obiettivo era capire come ogni settore della giustizia percepisse la violenza contro le donne e riuscisse a riconoscerla.
Le procure sono gli uffici più direttamente coinvolti nell'azione di contrasto alla violenza di genere e domestica, per le funzioni inquirenti e perché insieme alla polizia giudiziaria assicurano l'immediato intervento dello Stato quando vengono commessi i reati. Hanno risposto al questionario 138 procure su 140. Su un totale di 2045 magistrati requirenti, il numero di quelli assegnati a trattare nel 2018 la materia specializzata della violenza di genere e domestica è pari a 455, il 22 per cento del totale. Tuttavia non necessariamente i magistrati specializzati si occupano soltanto di violenza contro le donne e, viceversa, non sempre i procedimenti sulla violenza vengono affidati a magistrati specializzati. Nel 10,1 per cento delle procure, di piccole dimensioni, non esistono magistrati specializzati, nel 77,5 per cento è stato costituito un pool specializzato che però tratta anche altro rispetto a "soggetti deboli e vulnerabili", mentre solo una minoranza di procure, il 12,3 per cento, segnala l'esistenza di un gruppo di magistrati specializzati esclusivamente dedicati. Nel 90 per cento delle procure esistono dunque magistrati specializzati, ma i provvedimenti per violenza non vengono per forza affidati a loro.
Nel complesso, solo nel 12 per cento delle procure emerge attenzione ai temi della violenza e un elevato livello di consapevolezza. Passando a esaminare i tribunali civili l'analisi ha evidenziato una sostanziale invisibilità della violenza di genere e domestica nei tribunali civili e, in generale, una situazione più arretrata rispetto alle procure. La rilevazione si è riferita al triennio 2016-2018 e hanno risposto 130 tribunali su 140. Nel 95 per cento dei tribunali non vengono quantificati casi di violenza domestica emersi nei casi di separazione giudiziale, di scioglimento e cessazione degli effetti civili di matrimonio e in quelle sui provvedimenti riguardo ai figli, come pure non sono quantificate le cause in cui il giudice dispone una Ctu nella materia. Ciò attesta una sostanziale sottovalutazione della violenza contro le donne. Il 95 per cento dei tribunali non è in grado di indicare in quante cause il giudice abbia disposto una consulenza tecnica d'ufficio, che viene utilizzata soprattutto per l'accertamento delle capacità genitoriali e accertamenti di natura psicologica. Il 95,5 per cento dei tribunali ha dichiarato di non riuscire a nominare consulenti tecnici di ufficio che possiedono una specializzazione in materia di violenza di genere. Soltanto nel 31,5 per cento dei tribunali vengono sempre acquisiti atti e provvedimenti del procedimento penale che riguarda le stesse parti della causa civile nei casi di violenza domestica. Solo nei tribunali di Benevento, Bologna, Enna, Macerata, Palermo e Roma sono state adottate linee guida, protocolli e accordi per la collaborazione tra varie istituzioni nei procedimenti per violenza.
Se si passa a osservare la situazione della magistratura si incontra un forte disinteresse. Nei tre anni dal 2016 al 2018 la Scuola superiore della magistratura ha organizzato 6 corsi di aggiornamento in materia di violenza di genere, frequentati nel 67 per cento dei casi da donne. I corsi riguardavano soprattutto il settore civile delle separazioni, dei divorzi e dei provvedimenti riguardanti i figli. A livello distrettuale, nello stesso periodo, sono stati organizzate 25 iniziative di formazione, che hanno visto il coinvolgimento di circa il 13 per cento dei magistrati, contro il 5% dei frequentanti quelle della Scuola superiore della magistratura. Per quanto riguarda gli avvocati, dai dati comunicati dal Consiglio nazionale forense, dal 2016 al 2018 sono stati organizzati più di 100 eventi in materia di violenza di genere e domestica, ai quali hanno partecipato oltre 1000 avvocati (su un totale di 243 mila), di cui l'80 per cento donne. In tre anni, dunque, solo lo 0,4 per cento degli avvocati ha partecipato a eventi formativi in materia di violenza di genere e domestica. Anche per gli psicologi si deve prendere atto di una generalizzata carenza di sensibilità alla formazione e alla costituzione di gruppi di lavoro specifici per consentire agli psicologi che svolgono attività di consulenza e di perizia nel processo sia civile che penale di acquisire anche una formazione specifica forense.
quinewsfirenze.it, 16 luglio 2021
La progettazione del murale al Mario Gozzini di Firenze è avvenuta attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto un gruppo di detenuti. Si intitola 'La scritta che buca' ed è il murale inaugurato alla casa circondariale Mario Gozzini. dagli assessori Tommaso Sacchi e Cosimo Guccione e dal presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni.
L'opera è stata finanziata dalla Fondazione CR Firenze e dal Comune, in partenariato con la direzione del Gozzini e con l'Università di Firenze Lab Critical Planning & design. La progettazione del murale è avvenuta attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto un gruppo di detenuti e la sua realizzazione è stata affidata agli artisti dell'associazione culturale Toscana Elektro Domestik Force. L'opera rappresenta artisticamente il percorso di crescita e reinserimento sociale che si può realizzare all'interno degli Istituti Penitenziari, non solo luoghi di pena, ma soprattutto, come vuole la Costituzione, di riabilitazione e costruzione di nuove progettualità di vita. Il progetto "La Scritta che Buca" rientra nel percorso "Dal Giardino degli Incontri agli Incontri nel Giardino: oltre il muro tra carcere e città", finanziato dall'autorità regionale per la garanzia e la promozione della partecipazione e coordinato dall'Università di Firenze (Lab Critical Planning & design) e dalla Fondazione Michelucci.
"Oggi inauguriamo un progetto molto lungo e laborioso, che ha vissuto fasi complicate ma nel quale non abbiamo mai smesso di credere - ha affermato l'assessore a immigrazione e politiche giovanili Cosimo Guccione. Coloro che passeranno da qui vedranno un edificio non grigio ma colorato, un auspicio di uscita dalla pena, un'opera d'arte, creata anche grazie a un laboratorio al quale hanno partecipato i detenuti, che aiuta ad evadere in senso metaforico da questo luogo, realizzata grazie a una grande sinergia istituzionale per il bene di tutti i cittadini, non solo quelli in carcere".
"La direzione verso la quale tutti dobbiamo lavorare - ha dichiarato l'assessore al welfare Sara Funaro - è quella del recupero dei detenuti e in quest'ottica dobbiamo rafforzare, in linea con la direzione del carcere, il rapporto di Sollicciano con la città e il territorio, soprattutto per le sfere sociale e sanitaria. Sono felice che oggi si parli di carcere per un evento che manda un messaggio di incontro: questo murale è l'ennesimo segnale di dialogo e di una città che si deve avvicinare alla casa circondariale fiorentina per cercare di portare avanti tutti insieme azioni che la rendano un luogo migliore".
"Questo spazio dove presentiamo l'opera, il Giardino degli Incontri - ha sottolineato l'assessore alla cultura Tommaso Sacchi - è uno degli ultimi di Giovanni Michelucci e nel progettarlo il grande architetto sosteneva che il suo interesse principale non era il carcere ma la città, nel suo pensiero il carcere non era qualcosa di scollegato dalla città ma ne faceva indubbiamente parte. Qui Michelucci pensava alle famiglie, ai bambini, a un luogo di intreccio di vita tra chi è recluso e chi no, e questo murale rende sicuramente onore alla sua visione lungimirante e così profondamente umana".
"La 'scritta che buca' è una realtà - ha ricordato il presidente del Quartiere 4 Mirko Dormentoni - e non possiamo che esserne felici. È una vera soddisfazione per noi. Sono anche progetti come questo che aiutano le persone in difficoltà a rinascere e a ritrovare le proprie energie migliori. E sono azioni di rigenerazione urbana come questa che ci aiutano ad affermare un principio in cui crediamo fortemente: le strutture carcerarie di Sollicciano non sono un corpo estraneo, ma una parte integrante della città. Infine, la soddisfazione è legata alla consapevolezza del fatto che questo è uno dei risultati concreti del percorso partecipativo 'Incontri nel Giardino', svolto nel 2019, del quale il Quartiere 4 è stato tra i promotori e responsabile operativo".
Network istituzionale: Regione Toscana, Università di Firenze (Lab Critical Planning & design del Dipartimento di Architettura), Fondazione Michelucci, C.A.T. Cooperativa Sociale, Comune di Firenze, Quartiere 4, Comune di Scandicci, Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Toscana e dell'Umbria, Direzione della Casa circondariale Mario Gozzini, Casa circondariale Sollicciano, Garante dei diritti delle persone detenute della Regione Toscana, Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Firenze.
di Sara Creta
Il Domani, 16 luglio 2021
In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha rivelato nuove prove di violazioni dei diritti umani, compresa la violenza sessuale, nei confronti di uomini, donne e bambini intercettati nel mar Mediterraneo e riportati nei centri di detenzione libici. Le terribili conseguenze della cooperazione in corso tra l'Europa e la Libia in tema d'immigrazione e controllo delle frontiere sono documentate in un rapporto di 52 pagine intitolato "Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia".
La Libia non consente agli organismi internazionali di intervenire. Le maggiori restrizioni del 2021 sull'accesso di Unhcr, altre agenzie dell'Onu e organizzazioni umanitarie ai centri di detenzione hanno agevolato ulteriormente le violazioni e favorito l'impunità. "Il Governo di unità nazionale costituito a marzo 2021, non ha intrapreso alcuna azione per affrontare le violazioni sistematiche nei confronti di rifugiati e migranti detenuti all'interno del paese", scrive Amnesty. I luoghi informali di prigionia, originariamente sotto il controllo di varie milizie, sono stati riconosciuti e integrati nella struttura del dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale del Ministero degli Interni.
Leggitimate dal governo - Il rapporto rivela inoltre che dalla fine del 2020 la Direzione per il contrasto all'immigrazione illegale (Dcim), un dipartimento del ministero dell'Interno della Libia, ha legittimato le violazioni dei diritti umani, integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione dove negli anni scorsi le milizie avevano sottoposto a sparizione forzata centinaia di migranti e rifugiati. Persone sopravvissute a uno di questi centri hanno denunciato che le guardie stupravano le donne e le obbligavano ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo o della libertà. I detenuti hanno raccontato ad Amnesty International le torture, le condizioni detentive inumane, le estorsioni e i lavori forzati cui erano sottoposti.
"I responsabili di queste violazioni dei diritti umani sono stati premiati attraverso promozioni e l'assegnazione di posizioni di potere. Questo significa una sola cosa: che rischiamo di vedere gli stessi orrori replicarsi ancora", ha detto Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. Durante alcuni tentativi di fuga dal centro gestito dalla Dcim di Abu Salim a Tripoli, guardie e uomini armati non identificati hanno ucciso almeno due persone e ferito molte altre sparando ai detenuti alla fine di febbraio 2021 e il 13 giugno dello stesso anno.
Tre testimoni della prima sparatoria hanno riferito la presenza di miliziani collegati ad Abdel Ghani al-Kikli, comandante delle milizie che controllano la zona di Abu Salim, nominato a gennaio 2021 dall'ex Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale (GNA) come capo dell'Autorità di supporto della sicurezza, ente con ampi poteri in materia di polizia e sicurezza nazionale. "C'era sangue delle persone [morte e ferite] sui muri e sul pavimento [ma] era come se non fosse mai accaduto nulla. Ti picchiano e ti abbandonano, e nessuno fa domande. Morire in Libia è normale: nessuno ti verrà a cercare e nessuno ti troverà", ha raccontato Jamal, un rifugiato ventunenne presente durante la sparatoria mortale di febbraio 2021 nel centro di Abu Salim.
Nel centro di detenzione di Shara' al-Zawiya a Tripoli - precedentemente diretto da una milizia e ora integrato nel Dcim - i detenuti hanno raccontato ad Amnesty International che le guardie stupravano le donne e che alcune di loro venivano obbligate ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo e acqua potabile o della libertà. "Abbiamo sofferto molto in quella prigione... Tre guardie mi hanno detto che se fossi andata a letto con loro, poi mi avrebbero liberato. Gli ho detto di no. Mi hanno picchiato con una pistola. Ancora oggi mi fa male. Non ho libertà e non ho pace", ha raccontato Grace, una ventiquattrenne intercettata in mare nel 2021, detenuta in modo arbitrario nel centro di Shara' al-Zawiya.
La morte - A seguito delle violenze subite, due giovani donne detenute a Shara'a al-Zawiya hanno tentato il suicidio. Tre donne hanno testimoniato che due bambini, detenuti in cattive condizioni di salute con le loro madri dopo essere stati intercettati in mare, sono morti all'inizio del 2021 dopo che le guardie avevano rifiutato di trasferirli in ospedale. Inoltre, nonostante le autorità libiche abbiano dichiarato di voler chiudere i centri del Dcim dove si sono verificate violazioni dei diritti umani, le stesse violazioni si stanno verificando nei centri di detenzione nuovi o trasferiti sotto il controllo dello stesso Dcim. "L'intero sistema dei centri di detenzione libici per i migranti è marcio dalle fondamenta e dev'essere smantellato. Le autorità libiche devono chiudere immediatamente tutti i centri di detenzione per rifugiati e migranti e porre fine alla loro detenzione", ha detto Eltahawy.
di Sara Creta
Il Domani, 16 luglio 2021
L'agenzia di controllo delle frontiere dell'Unione europea, Frontex, ha ignorato le segnalazioni di respingimenti illegali di migranti da parte degli Stati dell'Ue. Un fallimento che lasciato i migranti dichiarati a futuro ha dei loro diritti fondamentali, ha concluso un rapporto del Parlamento europeo. Frontex ha "trovato dimostrare a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri (dell'Ue, ndr) con cui aveva un'operazione congiunta, ma non è riuscito a prevenire possibili diritti dei diritti umani fondamentali", secondo una copia dei diritti umani fondamentali rapporto vista da Domani.
"Frontex sapeva che c'erano prove a sostegno delle denunce di diritti fondamentali negli Stati con cui ha svolto operazioni congiunte - come in Grecia - ma non si è occupata di queste violazioni in modo vigile ed efficace", accusa il gruppo di parlamentari. E, continua, "l'agenzia, in alcune occasioni, ha ignorato tali informazioni". L'agenzia: "Il rapporto sottolinea le sfide della trasformazione dell'Agenzia in un ambiente sempre più complesso". Un portavoce di Frontex ha affermato che l'agenzia "accoglie con favore il rapporto". "Riconosciamo la necessità di aggiornare il nostro sistema di segnalazione per assicurarci che nessuna possibile dei diritti fondamentali non denunciata", ha aggiunto il portavoce.
I membri del Parlamento europeo hanno formato lo scorso marzo un gruppo di lavoro, ufficialmente chiamato Frontex Scrutiny Working Group (FSWG), per "monitorare tutti gli aspetti del lavoro dell'agenzia di frontiera, compreso il suo rispetto dei diritti umani fondamentali". Il gruppo di lavoro, composto da 14 eurodeputati, è stato istituito dopo le rivelazioni giornalistiche sul ruolo di Frontex nei respingimenti illegali al confine greco-turco. Frontex è accusata di aver bloccato le imbarcazioni di migranti, violando il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-respingimento della Convenzione di Ginevra e il diritto di protezione internazionale. Respingimenti collettivi documentati anche da Domani, in un'inchiesta collettiva con Lighthouse Reports, in collaborazione con Der Spiegel, Libération, che aveva rivelato come il sistema istituito dall'Europa mette a rischio la vita di migliaia di persone.
Per Fulvio Vassallo Paleologo, giurista e professore di Diritto dell'asilo all'Università di Palermo, presto potrebbero arrivare altre denunce su queste violazioni commesse da Frontex: "Altrettanto grave è la situazione nel Mediterraneo centrale, dove le attività di tracciamento e di coordinamento con la Guardia costiera libica e intercettazioni aeree in acque internazionali alla violenza perpetrata nei centri di ritorno. L'inchiesta del Parlamento europeo è durata cinque mesi ed evidenzia "carenze dei sistemi di Frontex per monitorare, segnalare e valutare situazioni dove i diritti fondamentali sono violati". L'inchiesta, guidata dall'olandese Tineke Strik, dei Verdi, si è concentrata sulle denunce di parte di ONG, inchieste giornalistiche e segnalazioni di organizzazioni internazionali che hanno dimostrato violenza e respingimenti. Responsabili: gli agenti di Frontex appartenenti alla polizia greca nel Mar Egeo. Eventi che'ultimo anno hanno fatto di Frontex il bersaglio di tutte le critiche e hanno posto il suo direttore esecutivo, il francese Fabrice Leggeri, al vaglio di eurodeputati, Ufficio antifrode e Corte dei conti Ue.
Ancora una volta, il direttore di Frontex sott'accusa. Nonostante il nome di Leggeri non venga citato direttamente una volta nel documento, il gruppo di esperti dedica un intero capitolo a fiumi sono critiche dopo critiche alla sua dirigenza. "È chiaro che l'amministratore delegato. Il gruppo si rammarica, prosegue il documento, che Leggeri "non ha risposto o dato alle numerose espressioni di seguito, opinioni o osservazioni dal corso dei diritti umani nel corso quattro anni".
Inoltre gli eurodeputati, assistiti in questi mesi da analisti ed esperti di migrazione a livello internazionale, affermano di aver osservato inoltre "con conferma internazionale" che Leggeri "stia ritardando l'assunzione dei tre vicedirettori". Le nomine dei tre consiglieri erano previste per la scorsa primavera, ma ora, secondo fonti dell'agenzia, bisognerà aspettare dopo l'estate per vedere chi darà loro l'incarico. Lotte di potere per una vice leadership nell'agenzia si stanno preparando da mesi, e il gruppo del Parlamento europeo, infatti, si dice "molto preoccupato per gli insufficienti controlli e contrappesi [di potere] all'interno dell'Agenzia". I paesi dell'Ue e la Commissione "dovrebbero intensificare il loro coinvolgimento e le azioni per garantire che il sostegno di Frontex alla sorveglianza delle frontiere vada di pari passo con la prevenzione e la lotta adeguata ai diritti fondamentali", affermano il rapporto.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 16 luglio 2021
Via libera della Camera alla delibera missioni internazionali, compresa la contestata "scheda 48" relativa all'addestramento della cosiddetta Guardia costiera libica. La risoluzione della maggioranza è passata ieri con 438 voti a favore, 2 contrari e 2 astenuti, mentre contro la parte che riguarda la Libia, sulla quale si è proceduto con un voto separato, hanno votato 3e deputati tra M5S, LeU, +Europa e Pd. Gli astenuti sono stati invece 22, tra i quali il gruppo di Italia viva.
Il voto di ieri non rappresenta certo una sorpresa. Che l'Italia decidesse finalmente di mettere fine alla collaborazione con i guardacoste di Tripoli era infatti impensabile visto che finora, al momento del voto in parlamento, si è sempre trovato un motivo per proseguire. L'anno scorso furono le rassicurazioni del governo che nel discutere le modifiche al Memorandum Italia-Libia si sarebbero pretese dai libici garanzie sul rispetto dei diritti umani dei migranti. Modifiche che, però, sono rimaste al palo. Quest'anno a spianare la strada al voto è stato un emendamento del Pd votato nelle commissioni Esteri e Difesa che impegna il governo a "verificare dalla prossima programmazione le condizioni per il superamento della suddetta missione", formula con cui si ipotizza la possibilità che ad addestrare le milizie libiche sia l'Unione europea.
Per il Pd l'emendamento è stato il modo per uscire da una situazione divenuta ormai difficile, tanto più dopo le immagini della motovedetta libica, una di quelle regalate a Tripoli proprio dall'Italia, che insegue, spara e tenta di speronare un barchino pieno di migranti. La decisione non ha però convinto l'opposizione interna al punto che sette deputati, Orfini, Boldrini, Raciti, Rizzo Nervi, Gribaudo, Pini e Bruno Bossio hanno comunque votato contro. "Ancora una volta abbiamo votato in pochi, troppo pochi. Ancora una volta una scelta orribile, una giornata orribile", è stato il commento di Orfini.
Nel dibattito che ha preceduto il voto è stato invece il deputato di +Europa Riccardo Magi a rivolgersi ai deputati dem: "Lo dico ai colleghi del Pd, non c'è nulla da verificare, è già tutto noto quello che avviene in Libia anche per mano della Guardia costiera che alimenta un circuito di violenza, sequestri, detenzione illimitate e stupri". "Questa missione - ha detto invece Erasmo Palazzotti di LeU - fa parte di una strategia che vede nell'esternalizzazione delle frontiere il suo punto cardine. E oggi dobbiamo chiederci se è un costo moralmente accettabile continuare a finanziare le violazioni dei diritti umani".
Adesso la delibera passa al Senato dove verrà votata martedì 20 dalle commissioni Esteri e Difesa. Il voto in aula è previsto invece per il 28 luglio. Anche in questo caso non sono previste sorprese: contrari alla missione in Libia sono infatti LeU e un piccolo drappello di senatori dem. Ieri, nel corso di un'assemblea tra i senatori Pd hanno espresso critiche alla missione Tommaso Nannicini e Francesco Verducci, ma contrario è anche Vincenzo D'Arienzo: "L'Italia continua a cooperare con chi compie respingimenti, viola i diritti umani e commette crimini contro l'umanità", ha detto Verducci commentando il voto alla Camera. Ma critiche sono arrivate anche dalle ong, che definiscono "fumo negli occhi" l'emendamento presentato dal Pd: "Chiedere all'Europa di fare i respingimenti al posto nostro non sposta di una virgola il cuore della questione" dicono, tra le altre, Msf, Oxfam e Arci. "Se il Pd vuole davvero dimostrare di essere diverso dovrebbe chiedere alla Ue di mettere in campo una missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo".
di Liana Milella
La Repubblica, 15 luglio 2021
La ministra vuole rivedere la legge Gozzini, parte delle norme già presentate. "Il carcere non può essere l'unica risposta al reato". Lo ha detto tante volte Marta Cartabia. Sin dal suo primo discorso davanti alla commissione Giustizia della Camera. Era il 15 marzo. I fatti di Santa Maria erano di là da essere messi in piazza. Eppure la ministra disse subito che il carcere deve avere "un volto umano". Adesso le sue leggi tradurranno questi principi in fatti. Da un lato, con un'ampia casistica di pene alternative alla detenzione. E questo la Guardasigilli lo ha già previsto con altrettanti emendamenti nella riforma penale appena approdata a Montecitorio.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 15 luglio 2021
Il carcere ripropone, in peggio, quello che accade nella realtà esterna e la pandemia, come ogni crisi, ha acuito i problemi, ha fatto emergere i nostri lati negativi, dunque l'aggressività e la violenza. A spiegare così a "L'Osservatore Romano" i fatti emersi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma che "purtroppo non sono un fatto isolato" è il Garante nazionale delle persone private delle libertà, Mauro Palma.
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