di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 giugno 2021
Spesso si sente dire che non è giustizia quella che arriva a troppi anni dai fatti. I tempi lunghi delle indagini, quelli biblici dei processi e le lungaggini con cui le sentenze definitive vengono eseguite sono tra i problemi irrisolti del sistema giudiziario del nostro Paese e lo dimostrano le statistiche sui casi di ingiusta detenzione, errori giudiziari e risarcimenti per irragionevole durata del processo. Casi che crescono di anno in anno. Che giustizia è quella che dà una risposta dopo tanti anni? Nel caso di Giuseppe Marziale si parla di una sentenza arrivata ventidue anni dopo.
L'uomo, infatti, è in carcere da sette mesi e sta scontando una condanna a undici anni che gli è stata inflitta per un reato commesso nel 1999. Dopo il clamore seguito al suo arresto, nel novembre scorso, nulla è accaduto. Da allora è rinchiuso nel carcere di Secondigliano.
E ora il suo difensore, l'avvocato Sergio Pisani, ha deciso di rivolgersi al ministero della Giustizia, inviando un'istanza al ministro Marta Cartabia: "La vicenda di Marziale è sicuramente emblematica - scrive il legale - e spero che la riforma della Commissione ministeriale possa incidere favorevolmente sulla vita di questo cittadino e dei suoi familiari, tutti ingiustamente afflitti da una condanna che, per il ritardo con cui è arrivata, ormai si presta a un ruolo meramente punitivo e di facciata, inconciliabile con la reale funzione della pena e indegno di un paese democratico".
Il riferimento è alla proposta di riforma del sistema penale attualmente in discussione e in base alla quale si potrebbero prevedere rimedi compensatori, come uno sconto di pena, nei casi di mancato rispetto dei termini di ragionevole durata del processo. Di qui l'appello al ministro, affinché "si possa porre rimedio quanto prima a questa assurda detenzione - scrive l'avvocato Pisani - dal momento che gli attuali strumenti giuridici non prevedono un immediato rimedio a tale ingiusta e anomala vicenda detentiva".
La storia di Marziale potrebbe sovrapporsi alla storia di tanti imputati sospesi, persone finite al centro di processi che si sono trascinati per anni e anni e che si sono conclusi con tempi lunghissimi, di certo non più coerenti con la vita di queste persone. Quarantotto anni, napoletano, nato nei vicoli di Sant'Anna di Palazzo, Marziale era poco più che ventenne quando, sul finire degli anni Novanta, ai Quartieri Spagnoli alcuni suoi parenti provarono a costituire un'organizzazione malavitosa dedita alla vendita di stupefacenti. Marziale fu coinvolto in un'attività del gruppo e questo gli costò l'accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico.
Le contestazioni erano circoscritte a una manciata di mesi, da settembre 1999 a luglio 2000. Anche le indagini degli inquirenti accertarono il limitato periodo di contatto tra Marziale e alcuni personaggi criminali tanto che, quando quattro anni più tardi l'inchiesta si concluse e scattarono le misure cautelari, l'uomo era già lontano da quel mondo e aveva un lavoro stabile in un cantiere navale, sicché i giudici del Riesame lo rimisero immediatamente in libertà ritenendo che per lui non vi fossero motivi per sostenere una misura cautelare. Per oltre vent'anni, quindi, Marziale ha vissuto da imputato libero.
Si è sposato, ha cresciuto tre figli che oggi studiano e lavorano onestamente. Anche lui ha impostato la sua vita su basi diverse da quelle di quei personaggi incrociati in gioventù: in questi venti anni non ha mai commesso reati e ha sempre lavorato come operaio con un contratto a tempo indeterminato. Fino a novembre scorso, quando la sentenza per i reati del 1999, divenuta nel frattempo definitiva, lo ha spedito in una cella del carcere di Secondigliano, rinchiuso in una cella del reparto di massima sicurezza, e senza più il suo lavoro. Eppure, sottolinea l'avvocato Pisani, "la rieducazione di Marziale era avvenuta ancora prima della sentenza di primo grado. Non si può scontare una pena dopo tanti anni dalla commissione dei fatti reato".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2021
La colpa per l'evento dannoso dei vertici che non adempiono alla denuncia di inizio attività va comunque accertata nel merito. Lo svolgimento di un'attività di impresa senza aver conseguito la specifica abilitazione amministrativa per esercitarla comporta sicuramente un inadempimento che non basta di per sé ad affermare la responsabilità penale dei vertici in occasione della causazione di un danno a terzi. La Cassazione con la sentenza n. 21554/2021 ha accolto il ricorso del presidente e del responsabile tecnico dell'impresa che aveva provveduto al distacco della fornitura di metano finalizzato al riallaccio.
In primis chiarisce la Corte che nel caso di reato colposo di danno ex articolo 449 del Codice penale non scatta immediatamente imputazione e condanna di chi riveste all'interno della persona giuridica una posizione di garanzia. Ma va accertato che tali vertici abbiano agito in spregio alle regole tecniche necessarie a evitare eventi dannosi, compresa la mancata informazione e formazione dei lavoratori. Nel caso specifico risultava non apposto da un dipendente il dispositivo di sicurezza durante il distacco determinando l'esplosione e il crollo del palazzo per l'inavvertita accensione di uno dei dispositivi di erogazione del gas all'interno delle abitazioni. L'eventuale commissione colposa di un comportamento illecito da parte dei vertici o una loro omissione nelle attività di sicurezza sono i soli presupposti che possono sostenere il nesso tra la condotta commissiva od omissiva e la causazione dell'evento dannoso.
Ma soprattutto la Cassazione annulla la sentenza di merito perché - senza verificare il possesso da parte dell'impresa e dei lavoratori dei requisiti tecnici per svolgere la specifica attività - ha dato pieno rilievo alla mancata presentazione della denuncia di inizio attività che determina l'accertamento dell'abilitazione dell'impresa a svolgerla. La Cassazione fa rilevare che l'impresa ottenne l'autorizzazione amministrativa pochi giorni dopo il verificarsi dell'evento il che deporrebbe per il possesso degli specifici requisiti tecnici necessari all'iscrizione nell'apposita sezione del registro delle imprese. Rilievo che avrebbe dovuto essere oggetto del giudizio di merito che lo ha invece ignorato, affermando de plano la responsabilità degli imputati per non aver adempiuto ai propri obblighi amministrativi.
Conclude la Cassazione ribadendo che l'inadempimento amministrativo - per quanto fuori discussione - non basta a fondare la condanna per il delitto colposo di danno. Inoltre, l'eventuale adempimento correttamente realizzato, non sarebbe bastato di per sé a escludere sia l'evento dannoso sia la colpa dei responsabili di impresa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2021
Si tratta di errore materiale non invalidante al pari della mancata intestazione di aver deciso "In nome del Popolo italiano". La Corte di cassazione chiarisce che il provvedimento del giudice che definisce il giudizio - in base al contenuto e alla finalità emergenti - è nella sostanza una sentenza anche se non è formalmente indicata come tale. In sintesi, si tratta solo di errore materiale emendabile con la mera correzione. Stessa sorte per il provvedimento giurisdizionale che non riporti il nome del difensore della parte o l'intestazione "In nome del Popolo italiano". Non viene meno la natura intrinseca di sentenza per tali mancanze prive entrambe di effetti invalidanti.
Con la sentenza n. 22124/2021 la Cassazione penale ha respinto il ricorso della donna straniera attinta da un mandato d'arresto europeo, che contestava il vizio della decisione del giudice affermando che si trattasse di un'ordinanza e non di una sentenza come previsto dalla legge. Inoltre faceva rilevare la ricorrente che il provvedimento era privo - oltre dell'intestazione "in nome del popolo italiano" - anche dell'indicazione del nome del proprio difensore e della data di deposito in cancelleria.
La Cassazione respinge tutti e tre i profili del motivo di ricorso che contestavano la validità del provvedimento adottato dal giudice. In particolare su assenza del nome e dell'intestazione afferma che trattasi di meri errori materiali. Mentre sulla mancata indicazione della data di deposito in cancelleria la Cassazione fa rilevare che essa non è necessaria, o meglio è superata, dall'avvenuto deposito in udienza. E tale circostanza esplicitata nel testo della "sentenza" rendeva superflua l'indicazione del deposito in cancelleria. Infatti, la decisione che riporta in calce l'annotazione "letta e depositata in udienza" non richiede alcuna altra incombenza da parte del giudice.
di Walter De Agostino
Il Riformista, 5 giugno 2021
Il 28 maggio 2021 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha comunicato al governo italiano il ricorso presentato nell'interesse di una detenuta a Rebibbia per il rischio di violazione dell'articolo 3 della Convenzione in caso di esecuzione del decreto di estradizione verso gli Stati Uniti. Come è noto, tale articolo statuisce che "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".
Nel corso degli anni la Corte di Strasburgo ha posto numerosi paletti nel percorso di definizione dei limiti che l'art. 3 della Convenzione pone al potere degli Stati di infliggere pene di durata indefinita, e in particolare ha valutato l'aspetto della compatibilità con la Convenzione di un sistema che non preveda nella fase esecutiva una revisione della pena dell'ergastolo.
Tale problematica insorge frequentemente in relazione alle domande di estradizione presentate dagli Stati Uniti. Il caso in esame ne è un ulteriore esempio in quanto l'estradanda, Beverly Ann McCallum, cittadina statunitense e destinataria di un mandato di arresto internazionale emesso a fini processuali per i reati di omicidio aggravato in concorso e distruzione di cadavere, in caso di affermazione di responsabilità sarebbe automaticamente condannata all'ergastolo "ostativo", senza la possibilità, dunque, di chiedere misure alternative o la liberazione condizionale.
La questione del cosiddetto "Imprisonment for life without eligibility for parole" è stata ed è tuttora oggetto di numerosi casi posti all'attenzione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'impossibilità di commutare o ridurre la pena in fase esecutiva, dopo un periodo minimo di tempo predeterminato per legge, costituisce un trattamento inumano e degradante perché viola il "diritto alla speranza" più volte affermato dalla Corte di Strasburgo. La consegna di un detenuto verso un Paese che infrange in tal modo un diritto fondamentale per la Convenzione comporterebbe l'automatica responsabilità dell'Italia.
Tale circostanza, portata all'attenzione delle autorità giudiziarie italiane prima e al Ministero della Giustizia poi, è stata ritenuta insussistente e, pertanto, l'estradizione è stata concessa, nonostante le inequivocabili informazioni supplementari fornite dagli Stati Uniti con cui si attestava l'inesistenza di un meccanismo di rimodulazione della pena in fase esecutiva eccettuata la richiesta al Governatore del Michigan di grazia o di commutazione della pena. Data la mera discrezionalità di quest'ultima ipotesi, è evidente come tale pena sia incompressibile de iure et de facto e dunque incompatibile con l'art. 3 Cedu. Per tali motivi, il decreto di estradizione non poteva essere emesso.
Il 22 aprile 2021 i difensori hanno quindi presentato alla Corte Europea la richiesta di applicazione di una misura provvisoria urgente al fine di far sospendere la consegna dell'estradanda, prevista per il giorno successivo. Tale istanza è stata accolta nella medesima giornata con l'indicazione al Governo di non procedere all'estradizione fino al 7 maggio 2021 nonché di fornire le prove e/o le assicurazioni ricevute che confermano che la ricorrente, se estradata e condannata all'ergastolo, avrebbe accesso a un meccanismo di revisione della condanna, durante l'esecuzione della sua pena, al fine di stabilire se la detenuta è cambiata e progredita a tal punto che la prosecuzione della detenzione non può più essere giustificata da motivi penali legittimi.
Le risposte fornite dall'autorità giudiziaria statunitense, recepite nella nota del governo italiano, sono risultate assolutamente generiche e insufficienti, dimostrando ancora una volta che l'unica possibilità era quella di avviare, dopo almeno dieci anni di pena espiata, un meccanismo di riesame della stessa innanzi al Parole Board. Tale procedura è però limitata all'emissione di un mero parere positivo o negativo, spettando la decisione finale sempre e solo al Governatore, il quale esercita il suo potere in modo discrezionale senza alcun criterio predeterminato.
Per tali motivi la Corte Edu ha disposto un'ulteriore sospensione dell'estradizione sino al 28 maggio 2021 chiedendo al governo italiano di accertare se le autorità giudiziarie nazionali avevano considerato o meno, e in base a quali elementi, se in casi di questo tipo il potere di clemenza del Governatore del Michigan, successivamente alla raccomandazione del Parole Board, è soggetto a garanzie che sarà esercitato in modo coerente e ampio.
A tale quesito il governo non ha risposto in modo esauriente e per tali motivi, dunque, il 25 maggio 2021 la Corte di Strasburgo ha deciso di prolungare la sospensione dell'estradizione per tutta la durata del procedimento. Tre giorni fa, il governo italiano ha richiesto alla Corte Edu la revoca della sospensione della consegna di Beverly Ann McCallum allo Stato del Michigan. Evidentemente, interessa di più rispettare trattati e accordi di estradizione con gli Stati Uniti, anche a costo di una pena senza speranza, piuttosto che onorare la Convenzione europea per i diritti umani e il diritto alla speranza.
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
La manifestazione organizzata dalle principali associazioni di giuristi della città: "Gli immigranti vivono in gabbie". Alcune centinaia di persone si sono date appuntamento nel pomeriggio di oggi, 4 giugno, in piazza Castello, sotto le finestre della Prefettura, per una manifestazione organizzata dalle principali associazioni di giuristi torinesi.
Un momento di confronto, di protesta e di riflessione che vuole accendere i riflettori sulle condizioni disumane in cui vivono coloro che sono rinchiusi nel Cpr di Torino. Il caso che ha scatenato il moto di rivendicazioni dei giuristi, che si sono presentati in piazza indossando la toga, è il suicidio Moussa Balde, il giovane originario della Guinea che si è impiccato lo scorso 23 maggio.
"Chi ha deciso di chiuderlo nella gabbia, ha stretto con lui il nodo del lenzuolo con cui si è impiccato", ha detto l'avvocato Gianluca Vitale che ora assiste i familiari della vittima. "Non possiamo più accettare questo sistema che rappresenta solo una violazione sistematica dei diritti delle persone - ha insistito il legale. Moussa non riusciva a capire perché fosse lì dentro. "Perché sono qui?", chiedeva con insistenza. Era lì perché a un certo punto ha smesso di essere un essere umano ed è diventato un clandestino".
Alla manifestazione è intervenuto anche l'avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell'Asgi (Associazione degli studi giuridici sull'immigrazione): "Non siamo qui solo per ricordare una tragedia umana. La vicenda di Moussa è simbolica, racconta un sistema basato sui Cpr. Luoghi in cui le persone perdono ogni diritto. Luoghi in cui le persone perdono la libertà senza aver commesso alcun reato. Luoghi che rappresentano una voragine di disumanità".
Al Cpr - così gli avvocati lo descrivono - gli immigrati vivono in gabbie, i pasti vengono consumati in piedi, i servizi igienici non hanno le porte, persino gli interruttori della luce sono governati dall'esterno. "Sembrano dei campi di concentramento", sono le parole usate da Davide Mosso della Camera Penale. I dati sono drammatici. "Dal 2019 ad oggi sono sei le persone morte nei centri di permanenza d'Italia", ha spiegato la presidente dei Giuristi democratici Michela Quagliano.
Gli avvocati chiedono che vengano ripristinati i colloqui con i familiari, anche attraverso le video conferenze, di garantire le visite dell'Asl, sia mediche che psichiatriche, ma soprattutto di chiudere gli "ospedaletti", cioè le stanze di isolamento - simili a pollai dicono i legali - che non sono previste dalla normativa. In occasione della protesta è stato presentato un libro nero in cui sono racchiuse le tragiche storie di migranti rinchiusi nei Cpr e che solo per caso non hanno fatto la fine di Moussa.
ottopagine.it, 5 giugno 2021
Organizzato dal garante persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Ciambriello. Nella giornata di martedì 8 giugno alle 11 presso la Sala del Consiglio Comunale di Benevento o si terrà la presentazione del Report 2020 su scala provinciale delle criticità e delle buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale (carceri, misure alternative, rems, tso) realizzato dal garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva. Dopo i saluti del sindaco Clemente Mastella, relazionerà il Garante Campano Samuele Ciambriello, seguiranno gli interventi del Procuratore della Repubblica di Benevento Aldo Policastro, della Presidente del Tribunale di Benevento Marilisa Rinaldi, la procuratrice del Tribunale per i minori Maria De Luzenberg, il Direttore dell'Istituto Penitenziario di Benevento Gianfranco Marcello, la Presidente dell'ordine degli Avvocati di Benevento Stefania Pavone, il Presidente della Camera penale di Benevento Domenico Russo e il Vescovo di Benevento Monsignor Felice Accrocca. All'incontro sono stati invitati a partecipare i Direttori, Comandanti e coordinatori dell'Area Educativa dell'Istituto di Benevento e di Ariano Irpino, e dell'Istituto Penale per i Minori di Airola, l'Ufficio locale di esecuzione penale esterna, il responsabile della REMS di San Nicola Baronia, il Direttore dell'SPDC di Benevento, i consiglieri regionali della provincia, e le associazioni che a vario titolo operano presso gli istituti.
Il Garante Campano Ciambriello così motiva l'iniziativa: "il carcere è un luogo di comunità nel quale il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti. Se c'è infatti una lezione che abbiamo imparato dalla pandemia è che la storia di ciascuno non può prescindere dalla storia di tutti. Il senso di questo incontro è di mettere al centro dell'attenzione il mondo delle carceri ai vari livelli, un mondo molto spesso dimenticato, a volte rimosso, forse considerato marginale ma che a ben pensarci rappresenta lo specchio dei vizi e delle virtù della nostra società".
di Massimo Clausi
Quotidiano del Sud, 5 giugno 2021
L'ex terrorista contesta la detenzione nel carcere di Rossano Calabro. Ha iniziato lo scorso 2 giugno lo sciopero della fame Cesare Battisti, l'ex terrorista che si trova recluso nel carcere di Corigliano-Rossano.
Un carcere particolare che ha una sezione speciale per detenuti che si sono macchiati di reati terroristici, in massima parte integralisti islamici. Anzi, Battisti nella sua lettera aperta scrive di essere "unico detenuto qui non legato al "terrorismo islamico", ciò ha significato un isolamento totale di oltre 27 mesi, dei quali gli ultimi 8 senza mai esporsi alla luce solare diretta". Ancora "in questo reparto nulla è predisposto per i detenuti che non condividono i costumi e la tradizione musulmana".
Battisti descrive questo pezzo del penitenziario come una strada senza uscita. "Questo è l'unico reparto a Rossano - scrive - sprovvisto perfino delle mattonelle e di servizi igienici decenti; dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone "antro ISIS" è tabù perfino per il Cappellano, il quale ha finora regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio".
Eppure il terrorista ricorda che la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano, confermata in Cassazione, nel novembre 2019, stabiliva che battisti dovesse scontare la pena in un carcere con regime ordinario. Nulla di più lontano dal penitenziario di Rossano che ovviamente non è stato concepito per svolgere questa funzione. Da qui la richiesta di trasferimento, inoltrata da Battisti, anche per essere più vicino alla sua famiglia che però è stata respinta dall'amministrazione penitenziaria.
"Avevo riposto la speranza in quest'ultima istanza di trasferimento - scrive Battisti - immaginando che, dopo oltre due anni in condizioni estreme, le autorità non infierissero oltre, considerata anche l'età è il precario stato di salute. Ma anche e soprattutto per aver mostrato grande disponibilità alla riconciliazione con quei settori della società che più hanno sofferto le conseguenze della lotta armata degli anni 70, con particolare riferimento alle famiglie di tutte le vittime. Ho trascorso 40 anni in esilio conducendo una vita di cittadino contribuente, perfettamente integrato alla società civile prezzo l'incessante attività professionale, il pacifico coinvolgimento nell'iniziativa culturale e nel volontariato, ovunque mi fosse stato offerto rifugio. Ricevendo anche encomi di portata internazionale".
Ora questa condizione che Battisti definisce ingiusta e che getterebbe ombre anche sulle recenti estradizioni di altri terroristi dalla Francia. "La questione rifugiati in Francia recente è una farsa. L'Italia ha mentito garantendo trattamento umano e clemenza. Quale migliore prova vedere le condizioni della prigionia di Battisti. Cosa dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che dalla Francia arrivano in Italia, è l'opposto".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 5 giugno 2021
"L'Unhcr si oppone fermamente agli sforzi che mirano ad esternalizzare o a fare gestire ad altri paesi gli obblighi relativi ad asilo e protezione internazionale. Tali sforzi per eludere le responsabilità sono contrari alla lettera e allo spirito della Convenzione sui Rifugiati del 1951 e al Global Compact sui Rifugiati". È netta la presa di posizione dell'alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati Filippo Grandi all'indomani del voto del parlamento danese di una legge che permetterebbe di trasferire all'estero, in un paese non ancora specificato, i richiedenti asilo.
La misura è stata promossa dal partito socialdemocratico della premier Mette Frederiksen e ha avuto il sostegno di verdi e destre. Grandi ha ricordato che già oggi quasi il 90% dei rifugiati del mondo vivono in paesi in via di sviluppo. Lunedì scorso l'Unhcr aveva diffuso una nota in cui condannava duramente l'esternalizzazione delle procedure per la richiesta di protezione internazionale.
"Il parlamento ha votato alla cieca - ha dichiarato Charlotte Slente, segretaria generale del Danish Refugee Council, una Ong di carattere globale - Non è chiaro come un centro di accoglienza in un paese terzo possa essere amministrato tenendo contro della responsabilità legale della Danimarca nella tutela dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati". Per Slente si tratta di un pessimo segnale verso paesi molto meno ricchi ma che ospitano molti più rifugiati: potrebbero "rinunciare agli sforzi globali per trovare soluzioni sostenibili".
A esultare del secondo assist nel giro di poche settimane che un governo di centro-sinistra ha offerto alla propaganda sovranista Matteo Salvini: "Dopo i respingimenti spagnoli e le frontiere chiuse della Francia, un altro governo europeo ci dà lezioni".
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 5 giugno 2021
"Parlando con la popolazione locale ti rendi conto che se capiti nelle mani del nemico è un incubo a occhi aperti" dice Alessandro Pasta ufficiale di campo a Pemba la capitale della regione di Cabo Delago nel Mozambico settentrionale. È uno dei membri della missione dell'Unhcr che offre sostegno e assistenza ai mozambicani sfollati da quando nell'ottobre del 2017 alcuni gruppi armati hanno cercato di impossessarsi di alcune aree del paese. In totale sono circa 700mila gli sfollati ma il numero tende a salire e secondo Pasta può fino a un milione entro la fine dell'estate. Il conflitto tra i gruppi armati e il governo non mostra segni di cedimento. Anzi, dallo scorso autunno si è intensificato, con i miliziani islamisti che hanno provato a impossessarsi di strutture e aree strategiche. Francesca Fontanini, capo delle relazioni esterne di Unhcr in Mozambico. Parla da Maputo, la capitale del paese, ma spesso va sul campo.
Almeno una volta al mese si reca a Pemba per verificare le condizioni degli sfollati interni, qui ci sono alcuni degli oltre quaranta campi per sfollati costruiti dal governo. Ma sono insufficienti ad ospitare l'alto numero di persone che cercano rifugio. È diventato quasi normalità vedere gli sfollati dormire per terra. Chi è arrivato in questi campi da più tempo è riuscito a costruirsi delle abitazioni di fango, ma gli ultimi arrivati non hanno neanche una tenda. Almeno una volta al mese si reca a Pemba per verificare le condizioni degli sfollati interni, qui ci sono alcuni degli oltre quaranta campi per sfollati costruiti dal governo.
Ma sono insufficienti ad ospitare l'alto numero di persone che cercano rifugio. È diventato quasi normalità vedere gli sfollati dormire per terra. Chi è arrivato in questi campi da più tempo è riuscito a costruirsi delle abitazioni di fango, ma gli ultimi arrivati non hanno neanche una tenda. Almeno una volta al mese si reca a Pemba per verificare le condizioni degli sfollati interni, qui ci sono alcuni degli oltre quaranta campi per sfollati costruiti dal governo. Ma sono insufficienti ad ospitare l'alto numero di persone che cercano rifugio. È diventato quasi normalità vedere gli sfollati dormire per terra. Chi è arrivato in questi campi da più tempo è riuscito a costruirsi delle abitazioni di fango, ma gli ultimi arrivati non hanno neanche una tenda.
Ci sono città come Pemba che hanno raddoppiato la loro popolazione, accogliendo gli esodati del conflitto. Per decongestionare le zone urbane il governo ha deciso di costruire i campi in zone isolate. Lontani dagli ospedali e dai pozzi d'acqua. Taniche alla mano, i mozambicani camminano chilometri ogni giorno per prendere acqua potabile. La crisi umanitaria in corso ha raggiunto quasi l'apice. Si fa fatica anche a trovare i generi alimentari più basilari. Qui interviene il World Food Program ma non sempre i fondi stanziati dalla comunità internazionale bastano a colmare le necessità. "Tante madri vengono con i bebè e non hanno latte da dare, tritano delle erbe e le danno ai bambini. Sono delle erbe basiche che possono trovare e coltivare, ma non è l'alimentazione adeguata" spiega Fontanini. "Vengono in condizioni traumatiche, molti addirittura solo con i vestiti addosso. Non hanno niente con loro" continua il funzionario di Unhcr. "Ci sono anche migliaia di casi di separazione e in questo lavoriamo con Save the Children per cercare di riunificare le famiglie". I servizi di assistenza sanitaria e di educazione sono quasi inesistenti. Ogni tanto il governo invia delle cliniche mobili fuori i campi sfollati ma non sono dotate di attrezzatura sufficiente e adeguata. Con la pandemia la situazione sanitaria è ancora di più allo stremo. Sono quasi 71mila i casi da Covid-19 registrati nel paese, alcuni funzionari delle Nazioni unite che anche sul territorio e che tra possono.
"Ci sono anche migliaia di casi di separazione e in questo lavoriamo con Save the Children per cercare di riunificare le famiglie". I servizi di assistenza sanitaria e di educazione sono quasi inesistenti. Ogni tanto il governo invia delle cliniche mobili fuori i campi sfollati ma non sono dotate di attrezzatura sufficiente e adeguata. Con la pandemia la situazione sanitaria è ancora di più allo stremo. Sono quasi 71mila i casi da Covid-19 registrati nel paese, alcuni funzionari delle Nazioni unite che anche sul territorio e che tra possono. "Ci sono anche migliaia di casi di separazione e in questo lavoriamo con Save the Children per cercare di riunificare le famiglie".
I servizi di assistenza sanitaria e di educazione sono quasi inesistenti. Ogni tanto il governo invia delle cliniche mobili fuori i campi sfollati ma non sono dotate di attrezzatura sufficiente e adeguata. Con la pandemia la situazione sanitaria è ancora di più allo stremo. Sono quasi 71mila i casi da Covid-19 registrati nel paese, alcuni funzionari delle Nazioni unite che anche sul territorio e che tra possono.
Ogni tanto il governo invia delle cliniche mobili fuori i campi sfollati ma non sono dotate di attrezzatura sufficiente e adeguata. Con la pandemia la situazione sanitaria è ancora di più allo stremo. Sono quasi 71mila i casi da Covid-19 registrati nel paese, alcuni funzionari delle Nazioni unite che anche sul territorio e che tra possono. Ogni tanto il governo invia delle cliniche mobili fuori i campi sfollati ma non sono dotate di attrezzatura sufficiente e adeguata. Con la pandemia la situazione sanitaria è ancora di più allo stremo. Sono quasi 71mila i casi da Covid-19 registrati nel paese, alcuni funzionari delle Nazioni unite che anche sul territorio e che tra possono.
Il conflitto - Rapimenti, violazioni di diritti umani, violenze sessuali e uccisioni sono all'ordine del giorno. Sono oltre duemila le vittime da quando nell'ottobre del 2017 è scoppiato il conflitto. Alcune aree del paese sono totalmente fuori controllo. Ma è una "guerra" di cui non si sa molto. Ci sono poche informazioni a riguardo e pochi i giornalisti locali che riescono a ottenere dati di prima mano che attribuisce gli attacchi a un gruppo armato.
Ma non è una casualità se il conflitto si è intensificato nell'area di Cabo Delgado e in alcune aree dove ci sono le risorse più ricche del paese. Parallelamente allo scontro armato è nata una rete di contrabbando di traffico di eroina e di pietre preziose. Il gruppo armato si fa chiamare Al Shabaab, come l'organizzazione terroristica attiva in Somalia, ma non ci sono riscontri di una eventuale affiliazione. Le operazioni militari condotte dal governo hanno riconquistato alcuni territori finiti in mano del gruppo armato islamista. Sono venuti in soccorso anche contractors russi del gruppo Wagner dopo un accordo siglato con il governo. Sono gli stessi militari che combattono in Libia e in Siria.
Alcune aree sono estremamente militarizzate e le aziende straniere hanno lasciato il paese. "Le persone che vivono nei villaggi non sanno neanche cosa sta succedendo" spiega Pasta. "Vedono questi gruppi armati e non sanno cosa accade, per questo chiamano i militanti "i fantasmi" perché vengono e vanno all'improvviso". Il trauma è maggiore vista la cultura pacifica che vige in questi villaggi. Una cultura che si sta spezzando. "Il Mozambico è uno dei paesi più giovani al mondo, ha un'età media di 14 anni. Ci sono generazioni di ragazzi che hanno visto solo la violenza e crescono in un ambiente simile" denuncia il funzionario dell'Unhcr.
La crescita economica - Il Mozambico è un paese da mille contraddizioni. È complesso capire cosa sta accadendo. Secondo il Transparency index del 2020 si posiziona al 149esimo posto tra i paesi con il più alto tasso di percezione della corruzione, insieme alla Nigeria e al Camerun. Soltanto il 15 per cento della popolazione su 25 milioni di abitanti ha accesso all'energia elettrica. Eppure, il Mozambico ha una ricchezza potenziale enorme. Ha riserve minerarie ed energetiche che potrebbero renderlo tra i paesi più ricchi del continente Ebano e sono molte le multinazionali e aziende occidentali che hanno puntato i loro investimenti nel paese. A Mamba sono stati scoperti giacimenti di gas naturale di una portata enorme, in totale sarebbero oltre 2 miliardi i metri cubi di gas naturale che potrebbero essere estratti. Il Fondo monetario internazionale ha stimato una crescita del Pil di circa l'11,5 per cento per il 2024. Investimenti miliardari che potrebbero dare un grande slancio al paese. Ma c'è il peso del debito pubblico sulle spalle, che è raddoppiato negli ultimi 7 anni e si attesta a circa il 110 per cento del Pil nazionale.
I legami tra Italia e Mozambico sono tanti, risalgono al periodo della guerra civile che si è conclusa con il trattato di pace firmato nel 1992 tra il governo e il gruppo armato Renamo. Una copia di quel documento è attualmente custodito nella Chiesta di Sent'Egidio a Roma visto il ruolo da mediatore dell'Italia. I legami storici si dipanano fino ai giorni nostri e si trasformano in dollari. La Saipem, società italiana leader nel settore energetico e delle infrastrutture ha ottenuto nel 2019 una commessa da 6 miliardi per la costruzione di un impianto onshore di gas naturale. Una delle commesse più costose ottenute dal Mozambico ma che vista l'instabilità dovuta al conflitto è attualmente ancora in stand by per preservare il progetto finale.
L'Eni ha scoperto importanti giacimenti di gas a Coral, Memba e Agulho, la maggior parte dei suoi investimenti sono garantiti da Sace, di proprietà di Cassa depositi e prestiti. Nel progetto Coral South (dal valore di 4,7 miliardi di euro), l'Eni e la ExxonMobil puntano a esportare circa 3,4 milioni di tonnellate di gas liquefatto all'anno. Le aziende italiane non sono le uniche, qui tra le più conosciute c'è la francese Total che nel 2019 ha rilevato gli asset dell'americana Anadarko sul territorio. Il suo potere è talmente potente da avere un aeroporto privato vicino ai suoi stabilimenti. Con il conflitto civile l'azienda ha quasi ritirato tutto il personale, ma è attiva nel progetto Mozambique Lng, valutato 20 miliardi di dollari. Un progetto che ha portato a oltre 500 famiglie a lasciare le loro abitazioni e il loro territorio. Insomma, ennesimi progetti miliardari che non sono stati di ridistribuire la ricchezza nel territorio e che anzi hanno attratto un conflitto armato civile senza precedenti.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
Prima che la pandemia spazzasse via tutto, ci siamo concentrati sul binomio popolo versus élite solo riferendoci all'oggi. Ma cosa significa popolare se il popolo non esiste più? E come faccio a esprimere un giudizio sulle élite se le élite, di fatto, non hanno più interesse a esporsi?
In questi giorni, 32 anni fa, le proteste di piazza Tienanmen culminavano in una feroce repressione di Stato di cui ancora oggi non conosciamo la reale entità, per numero di vittime, feriti e arrestati. Quello che però sappiamo bene sono gli effetti di quelle proteste nel resto del mondo. Quando penso a ciò che accadde in piazza Tienanmen mi vengono in mente tre persone e un paradosso. Parto dal paradosso. Negli scorsi anni, con l'imporsi sulla scena politica di forze sovraniste di destra, ci siamo interrogati sulla contrapposizione "popolo" versus "élite". Le proteste di piazza Tienanmen furono palesemente proteste popolari, perché coinvolsero un numero elevatissimo di operai, ma furono anche una protesta delle élite: in piazza c'erano studenti, intellettuali, professori universitari. E a infiammare gli animi fu un editoriale pubblicato sul Quotidiano del Popolo che stigmatizzava le proteste studentesche: appunto, popolo versus élite.
Credo che, negli ultimi anni, prima che la pandemia spazzasse via tutto, ci siamo concentrati sul binomio popolo versus élite solo riferendoci all'oggi; non siamo stati in grado, o non ne abbiamo avuto il tempo, di chiarirci le idee su come la realtà sia cambiata tanto da rendere questi termini due false friends, ovvero parole che ci prendono un po' in giro sul loro significato. Cosa significa popolare se il popolo non esiste più? E come faccio a esprimere un giudizio sulle élite se le élite, di fatto, non hanno più interesse a esporsi? Ma lasciamo i paradossi e concentriamoci sulle persone. Il primo è il rivoltoso sconosciuto ritratto nella foto di questa settimana. Un uomo (più verosimilmente un ragazzo) che ha scelto di resistere e, il 5 giugno 1989, fermò una colonna di carri armati in piazza Tienanmen. Lo fece non solo con il corpo, ma con le parole: salendo sul carro, discutendo con il carrista. E così i rivoltosi sconosciuti divennero due: l'uomo che con il suo corpo bloccò l'avanzata dei carri armati e il carrista che, fermandosi, si rifiutò di eseguire gli ordini. Entrambi probabilmente sono stati uccisi. Di loro non si è saputo nulla, nemmeno i nomi. Ma i loro nomi saranno i nostri se oseremo parlare fuori dal coro e leggere la realtà con occhi liberi.
Il terzo uomo è Liu Xiaobo, primo cinese ad aver vinto il Nobel per la pace, ricevuto nel 2010 mentre iniziava a scontare la pena a 11 anni di carcere inflittagli nel suo Paese. Liu è stato un personaggio chiave della scena politica cinese; è morto a 61 anni e l'ultima condanna - la quarta - l'ha subita a 55. Il suo battesimo politico avvenne proprio nella primavera di Tienanmen, quando fu accusato di "istigare alla controrivoluzione".
A 30 anni era già ritenuto uno degli spiriti più anticonformisti nel panorama culturale cinese. Liu è uno dei leader che, il 2 giugno, organizzò lo sciopero della fame degli studenti. Meno di due giorni dopo, quando i carrarmati di Deng Xiaoping cinsero d'assedio la capitale e si avvicinarono alla sua piazza centrale, Liu negoziò con i militari una "via di ritirata" agli studenti. Il suo intervento salvò molte vite. Dal 1989 in poi, la sua fama e il suo prestigio crebbero di pari passo con i sospetti del regime su di lui. Nel 1995 fu imprigionato per 6 mesi. Dal 1996 al 1999 passò tre anni in un campo di lavoro dove veniva rieducato per avere "disturbato l'ordine sociale".
La sua sfida più audace, e gravida di conseguenze, la lanciò nel dicembre 2008 con la Carta 08, manifesto democratico che si ispirava a Charta 77 dei dissidenti cecoslovacchi contro il comunismo. "Ho esercitato, da cittadino cinese", dirà Liu Xiaobo in tribunale, "il diritto alla libertà di espressione sancito dalla Costituzione, e non solo non potrei subire restrizioni politiche e privazioni arbitrarie, ma anzi dovrei ricevere il rispetto dello Stato e la protezione della legge".
Carta 08, con la richiesta di libertà di stampa ed elezioni democratiche, doveva uscire il 10 dicembre 2008, 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo approvata dalle Nazioni Unite. Quarantott'ore prima della fatidica data, la polizia bussò a casa di Liu per arrestarlo. Per un anno viene detenuto in una località segreta, senza contatti con la stampa né difensori legali. Liu Xiaobo è morto in Cina, avrebbe dovuto essere trasferito all'estero, avremmo dovuto pretenderlo. Il cancro al fegato l'ha consumato in carcere e questa è una sconfitta per tutti.
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