bergamonews.it, 6 giugno 2021
Dal 2006 la Gamec - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo ha intrecciato una preziosa e solida relazione con la Casa Circondariale di Bergamo in nome di un'educazione al patrimonio in grado di abbattere confini che ha visto, di anno in anno, la collaborazione di associazioni e di privati cittadini. Quest'anno l'Associazione Homo, che si propone il sostentamento di attività di promozione umana, ha supportato il progetto Individually Together, ispirato all'omonimo disegno dell'artista rumeno Dan Perjovschi esposto lo scorso autunno nella mostra "Ti Bergamo. Una comunità", a cura di Valentina Gervasoni e Lorenzo Giusti.
Attorno all'esposizione, che raccontava visivamente la storia di una città che si è riscoperta comunità, si è articolato il progetto di quest'anno: l'educatrice museale Marta Begna ha lavorato, in presenza, con i detenuti della sezione penale del carcere di Bergamo, arrivando a costruire case di carta ispirate all'opera di Perjovschi realizzate con pagine di giornale sbiancate - riferite al film "I am not legend" di Andrea Mastrovito - al cui interno si scorgono fotografie di luoghi d'affezione. Le immagini sono state procurate mediante Google Street View da studentesse e studenti della classe IV F dell'ITCTS Vittorio Emanuele II di Bergamo, a loro volta seguiti dall'educatrice museale Sabrina Tomasoni in un percorso di formazione che prevedeva la presentazione della mostra ad altri istituti scolastici.
Le restrizioni legate all'emergenza sanitaria non hanno però consentito lo sviluppo di questa parte di progetto in presenza, e così le visite pensate per essere condotte nelle sale della mostra hanno preso forma in un video realizzato in modalità di didattica a distanza, già disponibile sul sito della Gamec e fruibile in museo tramite QR code.
Terzo anello di questa progettualità è stato il coinvolgimento di Maria Grazia Panigada, Direttrice della stagione di prosa del Teatro Donizetti, qui in veste di esperta di "Patrimonio di Storie", un gruppo di lavoro che ha messo a punto un metodo di educazione al patrimonio attraverso la narrazione.
Panigada ha aiutato studentesse, studenti e detenuti a comporre narrazioni legate alle opere esposte, in un'operazione corale che ha dato vita a una comunità in cui i partecipanti al percorso, così distanti ma al contempo così vicini, si sono confrontati attraverso l'arte e la parola. L'esposizione allestita dal 7 al 20 giugno presso il Bookshop della GAMEC presenterà le dieci Case di Carta realizzate dai detenuti, accompagnate da un piccolo catalogo, gratuito, che racconta il senso degli elaborati e illustra alcune delle opere di "Ti Bergamo. Una comunità", attraverso le narrazioni di detenuti e studenti.
La restituzione del progetto alla città si completa di presenze e appuntamenti importanti: per tutto il periodo dell'esposizione, due detenuti in permesso ex art. 21 racconteranno ai visitatori lo sviluppo di Individually Together; il video di presentazione di Ti Bergamo. Una comunità, a cura della IV F, consentirà di ricordare o di attivare un nuovo punto di vista sulla mostra che ha ispirato il progetto.
Inoltre, martedì 8 giugno sei detenuti visiteranno la mostra Regina. Della scultura, quale riconoscimento del valore dell'esperienza culturale per il cammino di reinserimento dei detenuti nella comunità, già sperimentata nel 2019 con la visita alla mostra Libera. Tra Warhol, Vedova e Christo. L'esposizione, inoltre, includerà dal 14 giugno il video del giornalista e videomaker Davide Cavalleri, che ha documentato il valore dell'educazione al patrimonio in un luogo di detenzione. Anche questo video sarà disponibile sul sito della GAMeC e fruibile in museo tramite QR code.
La mostra sarà accessibile nei seguenti giorni e orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 15:00 alle 20:00 sabato e domenica: dalle 10:00 alle 18:00.
di Ferdinando Cotugno
Il Domani, 6 giugno 2021
Una grande iniziativa giudiziaria modellata su quelle di Olanda e Germania vuole imporre tagli alle emissioni molto più radicali di quelli previsti dal Pnrr. Il piano green del governo Draghi è il più timido d'Europa.
La credibilità ecologica del governo Draghi è già in crisi. Una serie di report indica che il Pnrr è molto fiacco sul fronte ambientale. Da ieri, Giornata mondiale per l'ambiente, l'Italia ha il suo primo contenzioso climatico. Non è un'iniziativa simbolica, una di quelle cose lanciate per fare sensibilizzazione o semplice rappresentanza, ma una concreta via giuridica e politica per stanare le istituzioni, come dimostrano i casi francese, tedesco, olandese.
Un gruppo di 203 soggetti tra associazioni e cittadini, coordinati dalla Onlus A Sud, ha citato in giudizio lo stato italiano per la sua lentezza nell'intervenire sull'emergenza climatica. Ci sono i Fridays for future, c'è la Società meteorologica italiana guidata da un personaggio noto e moderato come Luca Mercalli, ci sono anche 17 minorenni. La causa è stata presentata al tribunale civile di Roma, lo stato dovrà costituirsi in giudizio con l'avvocatura generale, la prima udienza è fissata per il 4 novembre. Questi i dettagli legali, poi c'è la sostanza politica. L'iniziativa si chiama Giudizio Universale, è frutto del lavoro di tre anni ma arriva proprio mentre la credibilità ecologica del governo di Mario Draghi è già entrata in crisi, dopo l'ondata di critiche a un Pnrr fiacco dal punto di vista ambientale, l'antologia di report che da ogni fronte ne sottolineano vuoti e mancanze ("il peggior piano europeo sul clima", secondo il Green recovery tracker) e perfino i rimbrotti pubblici a mezzo intervista di John Kerry al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e alle sue mappe di gasdotti.
Lo stato sa e non agisce - Il presupposto giuridico del ragionamento dietro Giudizio Universale è questo: le istituzioni italiane continuano a tirarsi indietro rispetto all'azione climatica, pur essendo a conoscenza della drammaticità dell'emergenza. Nel dossier ci sono i numeri del centro studi Cimate Analytics, ma anche quasi due decenni di dichiarazioni e atti di indirizzo del parlamento, ci sono i rapporti di enti pubblici come Ispra sulla specifica vulnerabilità dell'Italia. Quello tra economia, clima e diritti è un collegamento che secondo l'avvocato del team legale Luca Saltalamacchia "viene accettato e rimarcato dallo stato italiano", che però da un lato annuncia in ogni sede possibile scenari di crisi e dall'altro si comporta, di governo in governo, come se quella crisi non esistesse. Dentro l'invocazione verso la responsabilità dello stato c'è una denuncia nei confronti della politica. Al di là dei presupposti legali, è il contesto europeo la vera forza di Giudizio Universale.
Il 29 aprile la Corte costituzionale tedesca ha dato ragione a un gruppo di cittadini e attivisti: la legge sul clima del governo violava i diritti delle generazioni future. È stato un terremoto, Angela Merkel ha messo di corsa in cantiere una nuova legge, più incisiva. Prima c'erano state le storiche vittorie in Francia e soprattutto Paesi Bassi, primo paese arrivato a sentenza in una causa del genere, anche qui a favore degli ambientalisti. La fondazione Urgenda, che aveva promosso la causa olandese, ha fatto da tutor all'iniziativa italiana. Nel contesto c'è anche un'altra vittoria epocale, quella degli ambientalisti contro il piano di Shell, corretto al rialzo dalla una corte dell'Aia. I tribunali stanno diventando uno spazio di azione climatica e da ieri tocca a quelli italiani, con lo stato che si troverà nella scomoda posizione di dover difendere le ragioni della lentezza o di provare a spacciarla per rapidità.
Soluzione radicale - La causa non prevede un risarcimento dallo stato, ma chiede al giudice di dichiararlo inadempiente e di imporgli una riduzione delle emissioni molto più radicale di quella in atto. L'obiettivo di Giudizio Universale è un taglio del 92 per cento rispetto ai livelli del 1990, da raggiungere entro il 2030, cioè tra nove anni e mezzo. Se il contenuto della richiesta è quasi uno sparo alla luna, la strategia delle cause legali ha dimostrato negli ultimi anni di essere una via concreta per smuovere il sistema. Il problema, però, è che qui parliamo dei tribunali italiani: Giudizio Universale affida una richiesta in cui il fattore tempo è tutto alla giustizia più lenta d'Europa.
"Ci aspettiamo che il giudizio in primo grado termini dopo due o tre anni, altri due se viene fatto appello, il ricorso per Cassazione può prendersi fino a quattro anni", conferma Saltalamacchia. È una visione più pessimista anche dei sette anni e tre mesi per una causa civile in Italia, secondo i dati del Consiglio d'Europa, un altro mondo rispetto ai due anni e quattro mesi tedeschi e i tre anni francesi. Si arriverebbe a una sentenza definitiva non prima del 2028, a due anni dalla soglia del 2030 e, ironicamente, dopo la fine del conteggio del climate clock che da due giorni è davanti al ministero della Transizione ecologica, sei anni e sette mesi per contenere l'aumento della temperatura entro i termini dell'Accordo di Parigi.
Insomma, in un paese come l'Italia la via giuridica al clima ha più senso come strumento di pressione politica che per i suoi esiti legali in senso stretto, i quali rischiano di arrivare quando ogni finestra di intervento sarà chiusa. Tra i firmatari mancano le tre associazioni più importanti, Legambiente, Wwf e Greenpeace, che lasciano filtrare vicinanza, sostegno e supporto ma hanno scelto strade diverse. È interessante la lettura di Greenpeace, per bocca del direttore Giuseppe Onufrio: "In Italia la politica dipende da alcune grandi aziende, è qui che la trasformazione trova resistenze e lo vediamo nel Recovery plan, al quale mancano solo nomi e cognomi per essere cucito su misura per loro".
Greenpeace è reduce dalla grande vittoria contro Shell in Olanda, "una causa che stiamo studiando da vicino anche in un'ottica italiana". Non lo si può ancora dire, ma presto potrebbe toccare ad Eni un processo sulla scia di quello olandese. "In ogni caso siamo complementari a Giudizio Universale, sono due strade diverse per gli stessi obiettivi".
Ristretti Orizzonti, 6 giugno 2021
Aiutare i detenuti nel percorso riabilitativo attraverso la costruzione di un rapporto affettivo con i cani. Aiutare i detenuti nel loro percorso di recupero e imparare un nuovo mestiere per il futuro. Questi gli obiettivi dell'innovativo progetto "Qua la zampa", fortemente voluto dal Direttore della Casa Circondariale di Pavia Stefania D'Agostino, dal direttore generale di ATS Pavia Mara Azzi e dall'ex garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier, in collaborazione con la Scuola Cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
Presentato questa mattina presso la Casa Circondariale Torre del Gallo di Pavia, il progetto ha permesso la costruzione, nell'area dell'intercinta esterna dell'Istituto, di uno spazio di accoglienza stabile di due cani provenienti dal canile di Voghera e l'attivazione di un percorso di educazione cinofila per i detenuti, finalizzata all'ottenimento di un patentino di educatore.
Gli istruttori della scuola cinofila sono responsabili del percorso educativo che prevede un impegno quotidiano da parte dei detenuti nella cura ed educazione dei cani, mentre le cure veterinarie sono garantite dall'Area Veterinaria di ATS Pavia guidata dalla Dott.ssa Gabriella Gagnone.
Attualmente sono tre i detenuti che si occupano quotidianamente dei cani, e che frequentano regolarmente il corso di educatore cinofilo, usufruendo di un percorso in borsa lavoro. Le competenze che acquisiranno durante il corso offriranno loro un'opportunità di impiego dopo la scarcerazione.
Il progetto è finanziato da Fondazione Banca del Monte di Pavia e Fondazione UBI di Milano e promosso dall'Associazione di volontariato Amici della Mongolfiera di Pavia, che da anni collabora con la Casa Circondariale Torre del Gallo, attivando laboratori interculturali e servizi di assistenza per detenuti stranieri.
figc.it, 6 giugno 2021
L'attività è stata presentata presso l'istituto penitenziario Piemontese alla presenza dello staff regionale SGS. Si è svolto il 4 giugno l'incontro di presentazione del progetto Zona Luce, l'iniziativa promossa dal Settore Giovanile e Scolastico della Figc e dalla Fondazione Scholas Occurrentes, presso il carcere minorile Ferrante Aporti di Torino.
L'iniziativa, che si colloca all'interno della macro area Rete Social Football della Federazione, si rivolge agli operatori di polizia penitenziaria e ai detenuti, con lo scopo di tutelare e rafforzare il valore educativo, morale e culturale del calcio attraverso un percorso per la formazione di istruttori sportivi, finalizzato a trasferire ai destinatari le necessarie competenze per poter proseguire un'attività nel mondo del calcio a fine pena.
Ad aprire l'incontro, al quale hanno partecipato i dodici ragazzi del carcere individuati dalla direzione per partecipare al progetto, due agenti di polizia penitenziaria, gli educatori dell'Associazione Essere Umani nelle figure di Luca Ferrero, Riccardo Viano e Stefano Tresso, il Coordinatore Regionale SGS del Piemonte e Valle d'Aosta Luciano Loparco e tutto lo Staff tecnico della Figc che svolgerà le attività pratiche con i ragazzi nei 10 incontri, la Dottoressa Picco, Direttore di Unità Operativa, che ha sottolineato l'importanza e gli ideali che l'hanno stimolata ad avviare questo progetto anche nella struttura torinese.
Successivamente è intervenuto l'educatore Stefano Tresso per la presentazione dell'Ente partner piemontese coinvolto citando la Figc e la Fondazione Scholas quali promotori dell'iniziativa. Luciano Loparco ha illustrato l'attività, esprimendo al meglio gli obbiettivi che si intendono perseguire e le opportunità future che questa iniziativa formativa può favorire.
Ha chiuso l'incontro Fabio Sacco, referente regionale delle attività sociali SGS, che ha interagito direttamente con i ragazzi descrivendo l'attività che verrà svolta sul campo e sottolineando l'importanza dell'insegnamento dei valori umani, prima ancora della gestualità tecnica calcistica. Contestualmente all'attività sportiva, è previsto un monitoraggio in termini di impatto dell'intero progetto, sia all'interno delle strutture carcerarie che eventualmente presso le società sportive del territorio in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Corriere della Calabria, 6 giugno 2021
L'ex terrorista rinchiuso nel penitenziario di Rossano denuncia le sue condizioni di detenzione: "Non posso incontrare neppure il cappellano". Cesare Battisti, l'ex terrorista che si trova in carcere nel penitenziario di Corigliano-Rossano ha nuovamente iniziato la sciopero della fame. La protesta è stata inscenata dal 2 giugno scorso e comunicata dallo stesso Battisti in una lettera aperta in cui denuncia di essere l'"unico detenuto qui non legato al "terrorismo islamico", ciò ha significato un isolamento totale di oltre 27 mesi, dei quali gli ultimi 8 senza mai esporsi alla luce solare diretta".
Il riferimento è alla circostanza che l'ex terrorista si ritrova ristretto nella sezione speciale del penitenziario dove si trovano detenuti che si sono macchiati di reati terroristici, in massima parte integralisti islamici. Tanto che Battista segnala che "in questo reparto nulla è predisposto per i detenuti che non condividono i costumi e la tradizione musulmana".
Ma non è l'unico limite denunciato dall'ex brigatista dell'area in cui si trova rinchiuso. "Questo è l'unico reparto a Rossano - scrive - sprovvisto perfino delle mattonelle e di servizi igienici decenti; dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone "antro ISIS" è tabù perfino per il Cappellano, il quale ha finora regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio".
Secondo quanto segnalato da Battisti, si troverebbe così ristretto in regime di fatto di carcere duro, nonostante, ricorda, la sentenza Corte d'Assise d'Appello di Milano, confermata poi in Cassazione, nel novembre 2019 avesse disposto il regime ordinario. Per queste ragioni l'ex terrorista aveva presentato istanza di trasferimento anche per avvicinarsi alla sua famiglia. Richiesta però poi respinta dall'amministrazione penitenziaria. Da qui l'amarezza e l'appello di Battisti.
"Avevo riposto la speranza in quest'ultima istanza di trasferimento - si legge nella lettera dell'ex terrorista - immaginando che, dopo oltre due anni in condizioni estreme, le autorità non infierissero oltre, considerata anche l'età è il precario stato di salute. Ma anche e soprattutto per aver mostrato grande disponibilità alla riconciliazione con quei settori della società che più hanno sofferto le conseguenze della lotta armata degli anni 70, con particolare riferimento alle famiglie di tutte le vittime".
"Ho trascorso 40 anni in esilio conducendo una vita di cittadino contribuente - conclude Battisti - perfettamente integrato alla società civile prezzo l'incessante attività professionale, il pacifico coinvolgimento nell'iniziativa culturale e nel volontariato, ovunque mi fosse stato offerto rifugio. Ricevendo anche encomi di portata internazionale".
cronachenuoresi.it, 6 giugno 2021
In Sardegna manca il Garante Regionale per i detenuti: un adempimento purtroppo disatteso sino ad oggi. Progetto per Nuoro ha sostenuto la raccolta firme promossa dall'Associazione radicale "Diritti alla follia" per sollecitare la Regione Sardegna a effettuare questa nomina come previsto dalla Legge regionale n° 7 del 2011. L'obiettivo di raccogliere, nell'arco di trenta giorni, cento firme a sostegno della petizione da discutere in Aula è stato abbondantemente superato. La mozione sottoscritta da oltre duecento cittadine e cittadini sarà depositata il 5 giugno e illustrata nel corso di una conferenza stampa che si terrà lunedì 7 giugno, alle ore 11:30, a Cagliari in viale Buoncammino (fronte ingresso ex carcere).
La Commissione Diritti civili di Progetto per Nuoro ha colto l'occasione della petizione per incontrare diverse figure, istituzionali e non, per conoscere la Casa Circondariale Badu 'e Carros e condividere con il territorio una realtà di cui poco o niente si parla. La struttura, nota anche come la "fortezza grigia", dagli anni 70 campeggia alla periferia sud della città. A lungo simbolo di malessere, teatro di efferati episodi, ma anche di importanti battaglie civili, è oggi inglobata e parte del paesaggio urbano del quartiere Badu 'e Carros, che negli ultimi anni ha conosciuto un processo di urbanizzazione molto spinto.
La Casa Circondariale, istituto di massima sicurezza con il regime di detenzione speciale cui venivano e vengono destinati detenuti particolarmente pericolosi per mafia o terrorismo, accoglie (rilevazione del 30/04/2021) circa 280 detenuti (di cui 13 stranieri), la maggior parte dei quali in regime di media e comune detenzione e un centinaio in regime di alta sicurezza. "Poco niente trapela sulle condizioni di vita dei detenuti, sullo stato delle strutture e dei servizi, sulle relazioni. Di certo sappiamo che il numero di agenti non è assolutamente adeguato a gestire in sicurezza la popolazione carceraria. Le organizzazioni sindacale denunciano un organico ridotto, condizioni e turni di lavoro massacranti, aggravatesi ulteriormente con l'apertura, nella ex sezione femminile ristrutturata, di una zona speciale.
L'emergenza Covid ha contribuito a inasprire una situazione già al collasso che potrebbe essere superata con l'assunzione di 15 nuovi sottufficiali, già previsti nella pianta organica" dicono gli esponenti del movimento non tralasciando il fatto che: "son presenti e molte attive delle figure che fungono da anello di congiunzione tra la realtà carceraria e la città e che per i detenuti costituiscono una finestra sul mondo esterno. A partire dalla Garante dei detenuti nominata dal sindaco Soddu, l'avvocata Giovanna Serra, che svolge un ruolo di garanzia, di osservazione, e di dialogo tra il carcere e i detenuti, vigila sulle condizioni detentive perché i luoghi di detenzione non siano privativi di tanti altri diritti soggettivi e perché non vengano mai meno la dignità della persona e il rispetto del dettato costituzionale".
Progetto per Nuoro ricorda anche il ruolo dei docenti che si occupano dei corsi scolastici per i detenuti e dei volontari che organizzano le attività ludiche e costituiscono una ventata di notizie dal mondo di fuori e imprescindibili scambi umani. Sono circa dieci, oltre alle sei dell'associazione "Sesta Opera", presente all'interno del carcere dai primi anni '80, che "in stretta collaborazione con la direzione carceraria presta assistenza e dà riposte ai bisogni pratici dei detenuti" dice una delle volontarie.
All'esterno c'è il lavoro importante svolto dalla cooperativa sociale "Ut Unum Sint", che fa capo a don Piero Borrotzu, mirato a favorire e promuovere inserimenti socio lavorativi presso Aziende agro pastorali, laboratori artigianali, accompagnando i beneficiari con azioni educative e di prevenzione. Vi sono inoltre tanti altri aspetti più o meno critici e controversi della Casa Circondariale, che sarebbe auspicabile affrontare in Consiglio Comunale, dando alla comunità del nuorese un bel segnale di presa in carico di una realtà complessa e restituendo visibilità ad un pezzo della città.
Come ricorda Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale: "Il carcere è parte del territorio su cui insiste; non è un corpo estraneo da rimuovere dalla vista e dalla coscienza. Occorre anzi che le amministrazioni locali tengano in considerazione la sua presenza nel territorio, avendo cura di adottare politiche e misure che possano aumentare le possibilità di comunicazione tra il fuori e il dentro".
di Sara Dellabella
L'Espresso, 6 giugno 2021
Per la giornata mondiale dell'ambiente gli attivisti portano il Paese in tribunale per inadempienza. Perché l'Italia è al sesto posto nel mondo per disastri ambientali. E non c'è più tempo da perdere.
Sono 203. E sono pronti a chiamare alla sbarra lo Stato Italiano per la prima grande causa collettiva sui cambiamenti climatici. I proponenti l'hanno chiamata "La causa del secolo" perché la scienza non ha dubbi: nel corso di questo secolo si giocano i destini del pianeta. L'iniziativa è promossa dalla campagna Giudizio Universale, coordinata dall'associazione A Sud, che raccoglie le adesioni di movimenti, enti e comitati come Fridays for Future, la Società Meteorologica Italiana, Medici per l'Ambiente, Terra!Onlus, Forum Italiano Movimento per l'Acqua e tanti altri.
Nella giornata che tutto il mondo dedica all'ambiente, il 5 giugno, i promotori si sono dati appuntamento a Montecitorio per presentare la causa avviata contro lo Stato e raccontare con un'iniziativa pubblica i contenuti degli atti depositati al tribunale civile di Roma. A spiegare l'iniziativa, in anteprima a L'Espresso, è Marica Di Pierri, attivista, portavoce di A Sud e curatrice del saggio "La causa del secolo" (edizioni Round Robin) che uscirà nello stesso giorno.
"Chiederemo al giudice di dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all'emergenza climatica. Chiederemo che sia condannato a ridurre le emissioni moltiplicando gli sforzi attualmente in campo". La necessità di un'accelerazione riguarda tutti gli Stati, per questo quella delle azioni legali climatiche è una pratica che si sta ripetendo di Paese in Paese, sempre con lo stesso obiettivo: chiedere ai governi di cambiare marcia sui temi ambientali, perché non c'è più tempo da perdere.
Dal Pakistan all'Irlanda, dai Paesi Bassi alla Colombia, dal Canada alla Francia, Corti supreme e tribunali di tutto il mondo stanno convergendo rapidamente verso il riconoscimento di una giurisprudenza realmente universale, riportando gli Stati al dovere di "fare di più" per affrontare questa emergenza con lungimiranza e diligenza. Quello che gli attivisti chiedono sono azioni e non risarcimenti monetari. Le responsabilità sono tutte nei numeri, spiegano: se l'Italia continuasse al ritmo attuale, raggiungerebbe con cinque anni di anticipo il livello di emissioni (carbon budget) che si è impegnata a raggiungere nel 2030.
Eppure per la prima volta in Italia è stato istituito un ministero della Transizione ecologica. Una svolta green impressa dal governo Draghi che non convince fino in fondo però. "Siamo molto preoccupati che si tratti solo di un cambio di etichetta", spiega Di Pierri, "e invece siamo convinti che dovrebbe essere un'occasione anche per i fondi che sono stanziati nel Next Generation Eu. Per far partire una transizione serrata verso la decarbonizzazione definitiva del nostro Paese. Vediamo ancora provvedimenti che riguardano autorizzazioni estrattive che non sembrano andare nella direzione di fermare lo sfruttamento delle fonti energetiche fossili e di favorire un passaggio rapido e radicale a fonti energetiche di tipo rinnovabile. E poi ci sono quei 35,7 miliardi (calcolati da Legambiente nel 2020, n.d.r.) che spendiamo in "Sussidi Ambientalmente Dannosi"", incentivi che sostengono, direttamente o indirettamente lo sfruttamento di fonti energetiche fossili: petrolio, gas e carbone".
Siamo un Paese fragile dove il cambiamento climatico mostra ogni giorno i suoi effetti. Non è catastrofismo: è la cronaca che parla. Il territorio italiano è particolarmente esposto e l'aumento dei fenomeni climatici estremi presenta sempre più il conto in termini ambientali e di vite umane. Non c'è solo l'acqua alta di Venezia: inondazioni, trombe d'aria, frane hanno interessato negli ultimi dieci anni 507 comuni, con un bilancio di 251 morti. Nel 2018 ben 148 eventi hanno causato oltre 4500 sfollati e 32 vittime. Nel 2019 le vittime sono state 42, trascinate via da fiumi d'acqua o fango. A immaginarle sembrerebbero scene da terzo mondo e invece avvengono in uno degli stati più ricchi, appartenenti al G7: l'Italia. Secondo il Climate Risk Index 2020, il nostro paese si classifica al 28° posto per numero di morti causati dalle conseguenze di eventi climatici estremi (addirittura al sesto posto se calcoliamo gli ultimi 20 anni), mentre per le perdite economiche è all'ottavo posto per perdite in milioni di dollari. Lo stesso premier Mario Draghi, nel suo discorso programmatico, si è fatto carico di un pezzo del problema dichiarando che "l'innalzamento del livello dei mari potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili".
La deforestazione, la scarsità delle risorse idriche che vedono sempre più alcuni comuni costretti al contingentamento, l'innalzamento delle temperature e l'aumento dei fenomeni atmosferici estremi, nonché la crisi sanitaria che è legata alle tematiche ambientali, hanno portato gli attivisti a chiamare in causa lo Stato. E a lanciare un appello che ha raccolto 12mila firme e che è possibile firmare sul sito www.giudiziouniversale.eu. Lo scopo è sostenere la causa e spingere lo Stato Italiano ad agire per garantire il diritto umano al clima, una richiesta che trova il suo fondamento giuridico nella Convenzione Quadro delle Nazioni Unite che definisce "i cambiamenti climatici motivo di preoccupazione comune per il genere umano". La premessa è che senza stabilità climatica l'intero sistema dei diritti, dall'abitare all'acqua, è in pericolo. E per garantire la dignità umana non basta cambiare nome a un ministero, soprattutto ora che non c'è più tempo da perdere.
di Carmine Gazzanni
La Notizia, 5 giugno 2021
Parla il deputato M5S, D'Ippolito: "Certa politica non capisce nulla di lotta alla mafia". Un post su Facebook in cui il messaggio è più che chiaro: "Nessun passo indietro sulla lotta alla mafia". Così il deputato del Movimento cinque stelle, l'avvocato Pino D'Ippolito, ha risposto alle dichiarazioni lanciate, tra gli altri, da Matteo Salvini sulla necessità di rivedere la legge sul pentitismo dopo il caso Brusca. "Noi siamo il Movimento 5 stelle. Abbiamo una storia molto chiara. Siamo sempre stati vicini ai movimenti legalitari, penso alle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, attivi per la verità e la giustizia sulla cosiddetta Trattativa, cioè quel patto infernale, tra Cosa nostra e pezzi deviati dello Stato, finalizzato a favorire l'azione della mafia", spiega intervistato da La Notizia.
di Francesco Corbisiero
Il Foglio, 5 giugno 2021
L'ennesimo suicidio riaccende i riflettori sulla questione delle condizioni di vita dentro gli istituti di pena italiani. Dove la maggior parte dei detenuti si trovano per aver commesso reati lievi. Le novità sostanziali introdotte dalla riforma della giustizia. Ogni tanto il silenzio sulle condizioni di vita all'interno delle carceri italiane viene interrotto dal tonfo di un corpo che cade in terra per non rialzarsi più.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
Le proposte del ministero su Csm, nomine e toghe in politica. L'avvertimento di Marta Cartabia suona come un allarme: "Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo, nel cui nome la magistratura esercita la sua attività; occorre urgentemente ricostruirlo".
La ministra della Giustizia ricorda il richiamo del capo dello Stato pronunciato a Palermo nell'anniversario della strage di Capaci ("Le contese, divisioni e polemiche all'interno della magistratura ne minano il prestigio e l'autorevolezza") e illustra la propria missione: "Le riforme chieste dal ministero sono finalizzate a questo scopo, fiducia e credibilità nei magistrati sono obiettivi che non possiamo mancare".
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