di Valentina Stella
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Non bastavano le difficoltà sulla riforma del processo penale. Per il leader della Lega ricorrere alle pene alternative equivale a liberare le galere "con un colpo di spugna". "Diciamo che ragionare su alcune pene alternative ci sta, ragionare sul rafforzare la formazione professionale e il lavoro ci sta, svuotare le carceri con colpi di spugna no": il giorno dopo le parole della Ministra della Giustizia Marta Cartabia a Santa Maria Capua Vetere - "la pena non è solo carcere" - arriva l'altolà di uno degli azionisti di maggioranza del Governo, il leader della Lega Matteo Salvini.
Prevedibile reazione da chi per anni ha cercato consenso con slogan quali "buttare la chiave" e "devono marcire in carcere". Ma qualcosa nella Lega è già cambiata se insieme al Partito Radicale sta promuovendo un quesito referendario per limitare l'abuso della custodia cautelare. Lo ricorda al Dubbio la vicepresidente del Senato e responsabile Giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando: "Il Pd ha chiesto in Senato una commissione d'inchiesta sui fatti di violenza nelle carceri, perché è necessario sapere e conoscere per intervenire. In ogni caso noi ovviamente insistiamo perché venga approvata la riforma dell'ordinamento penitenziario che avevamo fatto partire alla fine della scorsa legislatura e i fatti dimostrano che c'è un assolutamente urgenza da questo punto di vista. Considerato poi che alcune forze che sono in maggioranza hanno improvvisamente scoperto che bisogna avere più garanzie per la custodia cautelare, hanno improvvisamente scoperto che c'è una realtà delle carceri, passando dal "devono marcire in galera" al "ci siamo accorti che succede qualche cosa", auspichiamo un clima migliore considerato che la riforma dell'ordinamento penitenziario era stata affossata dalla maggioranza gialloverde".
È pur vero, sottolinea l'avvocato Riccardo Polidoro, co-responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere Penali, il quale fece parte della Commissione Giostra, che "mancavano solo i decreti attuativi ma il Governo Gentiloni congelò tutto. Ci auguriamo ora che i lavori di riforma sull'ordinamento penitenziario vengano ripresi. Il lavoro è già fatto, è completo. Si tratta solo di rimetterci mano". Lo conferma anche un altro ex membro della Commissione Giostra, Pasquale Bronzo, Professore associato di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza": "noi avevamo prodotto non un semplice progetto di idee ma un articolato normativo, che potrebbe essere tirato fuori dal cassetto già da ora".
Al momento ci sono gli emendamenti governativi per la riforma del processo penale che vanno nella direzione giusta. Lo ha ribadito anche il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, a Tgcom24: la riforma Cartabia "sancisce percorsi alternativi al carcere che possono meglio calibrare il rapporto tra pena che punisce e pena che rieduca. L'impegno che abbiamo assunto con il Pnrr è quello di tagliare il 25 per cento dei tempi sul processo penale. Per questo ci serve un fluidificante per le norme di rito, ma un new deal anche per la sanzione, che deve essere resa più efficace e, convintamente, più rieducativa".
Infatti se verrà approvato il pacchetto di via Arenula, la novità riguarderà sanzioni che andranno a soppiantare le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, con contenuti corrispondenti a quelli delle misure alternative alla detenzione, attualmente di competenza del Tribunale di sorveglianza. Le nuove "pene sostitutive" (detenzione domiciliare, semilibertà, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) saranno direttamente irrogabili dal giudice della cognizione, entro il limite di quattro anni di pena inflitta. Inoltre si vorrebbe potenziare la messa alla prova: per specifici reati, puniti con pena detentiva non superiore a 6 anni, si prevede che la richiesta di messa alla prova - lavoro di pubblica utilità e partecipazione a percorsi di giustizia riparativa - dell'imputato possa essere proposta anche dal pm.
"Tutte queste soluzioni, se approvate, - prosegue il professor Bronzo - aiuterebbero a superare la centralità del carcere e risolverebbero anche la scandalosa situazione dei cosiddetti 'liberi sospesi', anche se l'impianto complessivo della Commissione Lattanzi è stato un po' ridimensionato. Quelli che come Salvini dicono 'non c'è certezza della pena' si riferiscono sempre al carcere. Ma, come ha detto la Ministra, la Costituzione parla di "pene" al plurale. Trovo in tal senso rivoluzionaria la rivitalizzazione delle pene pecuniarie".
Se tutto andasse in porto come previsto non sarebbe comunque sufficiente per una riforma organica del sistema penitenziario, come prospettato dalla Ministra, che prenderebbe anche in considerazione l'immane lavoro della Commissione Giostra. Di quelle 130 pagine il cuore era proprio nelle misure alternative alla detenzione, come ci ricorda il professore Bronzo: "la parte più importante della riforma Giostra che è stata amputata per equilibri politici riguarda proprio le misure alternative. In sintesi noi avevamo proposto di agire su tre direttrici: renderle più accessibili; riempirle di contenuti, di esperienze di rieducazione, per non concepirle solo come de-carcerizzazione; renderle più controllabili e dunque più affidabili quali modalità di espiazione anche per il magistrato di sorveglianza". Vedremo che strada intenderà percorrere la ministra, intanto quella per capire cosa è accaduto il 6 aprile 2020 e nei mesi successivi è già segnata: da fonti di via Arenula, si è appreso infatti che sui fatti di Santa Maria Capua Vetere la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferirà sia alla Camera che al Senato mercoledì prossimo, 21 luglio.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 16 luglio 2021
Più che una moral suasion è un tentativo di indurre nell'alleato riottoso un ravvedimento operoso, sempre nel perimetro del governo che fu e della coalizione che sarà. "Perché una deflagrazione del M5s sulla giustizia non è auspicabile per nessuno", ripete da giorni Andrea Orlando, che di questa trattativa sotterranea è un po' il regista. E allora eccoli, appartati in un angolo di Montecitorio di mercoledì pomeriggio, i grillini Alfonso Bonafede e Angela Salafia insieme ai dem Andrea Giorgis e Alfredo Bazoli. Ecco i dispacci riservati che il ministro del Lavoro invia a Giuseppe Conte. L'asse rossogiallo che prova a trovare una nuova comunità di destino, mentre incombe l'archiviazione della "Spazza-corrotti".
Tutto ruota intorno a un avvertimento, un timore che i dirigenti del Pd condividono coi ministri grillini D'Incà e Patuanelli, ma che le truppe parlamentari, perennemente in preda alle convulsioni, faticano a mettere a fuoco. "Se noi riapriamo la discussione sul disegno di riforma ideato dalla Cartabia, rischiamo di legittimare le posizioni oltranziste di Azione e Iv", dicono i dem ai colleghi del M5s. E lo scenario di un'imboscata parlamentare si delinea subito nel sorriso sornione del calendiano Enrico Costa, che conferma la tesi: "Se sono proprio i grillini a contestare questo impianto, che è una soluzione di compromesso raggiunta appunto per non scontentare il M5s, allora tanto vale che si faccia una riforma più incisiva che rottami del tutto la Bonafede".
Per questo nel Pd caldeggiano delle correzioni sartoriali. Si potrebbe quindi recuperare lo schema del lodo Orlando, che prevede non già l'improcedibilità dell'azione penale, ma una sospensione condizionata della prescrizione: passati i due anni previsti per celebrare l'Appello, il processo non si estinguerebbe, bensì il tempo trascorso verrebbe recuperato nel computo della prescrizione. Una proposta, questa, in sintonia con le ansie di molte corti d'Appello (da Napoli a Venezia, da Catania a Bologna), sul rischio che il termine dei due anni porti all'estinzione di troppi processi. L'altra ipotesi è di restare ancor più ancorati all'impianto della Cartabia, ma avanzando modifiche marginali. Come la modifica del dies a quo, facendo così scattare il conteggio dei due anni non dal deposito della sentenza di primo grado, ma dalla scadenza dei termini per l'impugnazione. L'altra idea è quella di estendere le casistiche processuali per le quali viene riconosciuta una proroga del limite dei due anni.
Non molto, forse, nell'ottica del M5s. Ma comunque il massimo che si possa ottenere. Anche perché sull'altra via vagheggiata da Giuseppe Conte, quella di una dilazione dei tempi, è già piovuto il monito di Palazzo Chigi. Il quasi-capo grillino di un rinvio della riforma della giustizia avrebbe bisogno, così da poter consolidare la sua leadership anziché inaugurarla con un atto di resa su uno dei temi identitari. Ma se in tutti i colloqui avuti coi vari segretari di partito, in questi giorni, Mario Draghi ha ribadito l'urgenza di agire in fretta sulla giustizia, lo ha fatto perché con l'Ue ci siamo impegnati a completare la riforma entro il 2021, il che vuol dire che il testo deve arrivare al Senato a settembre.
E dunque i tempi, per la discussione alla Camera, sono obbligati: al più tardi nella prima settimana di agosto il ddl va approvato in Aula. Nei prossimi giorni Draghi spiegherà anche a Conte che spazio per ostruzionismo non ce n'è. E magari proverà a capire se davvero, come si vocifera in Transatlantico, le furbizie grilline servono a scavallare la scadenza del 3 agosto: quando, con l'avvio del semestre bianco, la tentazione del liberi tutti si farebbe forte.
di Liana Milella
La Repubblica, 16 luglio 2021
Contro Cartabia i 5Stelle giocano la carta Gratteri. Atteso per lunedì l'incontro tra Conte e Draghi: la battaglia sui tempi dei processi si preannuncia durissima. Il Movimento, intanto, si è aggiudicato la chance delle audizioni: anche De Raho nel novero delle voci da ascoltare. Ecco chi interverrà: i favorevoli e i contrari. Martedì scadrà il termine per gli emendamenti.
En attendant... Conte. Sulla riforma Cartabia ormai tutto dipende dal leader in pectore di M5S Giuseppe Conte. E dal suo incontro con Mario Draghi lunedì. I boatos di Montecitorio raccontano che la battaglia sui tempi sarà durissima. La data del dibattito in Aula è sempre la stessa, venerdì 23 luglio. Ma il presidente della Camera Roberto Fico può spostarla in qualsiasi momento convocando la capigruppo. Dove M5S potrebbe giocare la carta dei subemendamenti e della necessità di discuterli in vista di una riforma determinante per la giustizia italiana.
Ma da Palazzo Chigi e da via Arenula continuano ad arrivare voci sulla volontà di chiudere, anche con la fiducia, prima di agosto. Non solo per evitare il semestre bianco, ma soprattutto per rispettare i tempi del Recovery. Del resto i gruppi hanno avuto ampio spazio per discutere, da quando la Guardasigilli Marta Cartabia li ha ascoltati sulle proposte di Giorgio Lattanzi. E poi anche, singolarmente, prima di portare gli ultimi emendamenti a Palazzo Chigi. Ma la scansione parlamentare potrebbe riservare sorprese. Anche tenendo presente il calendario che, la prossima settimana, vede in aula il decreto Semplificazioni.
Per ora la battaglia sulla giustizia si gioca in commissione. Dove M5S si è aggiudicata la chance delle audizioni. C'è voluta un'intera giornata ieri per arrivare a un calendario e mediare tra le richieste dei singoli gruppi. E proprio sul calendario e sulle presenze si potrebbe litigare subito. Tenendo conto che il presidente della commissione è Mario Perantoni di M5S. E che è stato il capogruppo di M5S Eugenio Saitta a battersi per le audizioni. Alla fine vincendo e ottenendole. E che tra i componenti della commissione c'è l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede che ha duramente preso le distanze dalla proposta Cartabia, parlando di "impunità" e che è noto a tutti il suo stretto rapporto con il neo presidente Conte.
Proprio a fronte di un'uscita polemica di Conte contro la riforma - ieri, dopo l'incontro che ha siglato la pace con Beppe Grillo a Marina di Bibbona, l'ex premier sul tema della giustizia ha detto che "il Movimento deve, con fermezza, far sentire la sua voce" - M5S ha giocato una carta "pesante", quella di ascoltare in commissione Nicola Gratteri, l'attuale procuratore di Reggio Calabria, che in un'intervista al Fatto quotidiano ha già duramente bocciato la proposta Cartabia parlando di "un'amnistia che butta al macero i processi".
L'audizione di Gratteri è stata accolta da Perantoni, ma non si potrà tenere oggi, neppure in videoconferenza come le altre, per precedenti impegni del procuratore. E questo già crea un ostacolo. Tant'è che Enrico Costa di Azione, uno dei protagonisti più polemici contro M5S e la prescrizione di Bonafede, già dice che "non è ammissibile alcuno slittamento" e che Gratteri "può ben mandare una nota scritta". Discorso che vale anche per il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho che non potrà esserci. Ma è nel parterre delle toghe big da sentire.
Hanno confermato la loro presenza invece, nell'ordine, il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, l'avvocato Franco Coppi, il penalista bolognese Vittorio Manes, l'ex procuratore di Torino Armando Spataro, l'ex sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, oggi in Cassazione, il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza. A parte Spataro, che già sulla Stampa ha espresso un giudizio in parte positivo sulla riforma, tutti gli altri sono "contro". E poi mancano all'appello Gratteri e De Raho. Presenze che, sui reati di mafia, hanno ovviamente un'importante voce in capitolo.
Tutto questo potrebbe acuire la protesta del M5S, la sua richiesta di prendere tempo, comunque di cambiare la prescrizione tornando alla Bonafede. Ma stavolta il fronte di chi è favorevole è ampio. Tutta la maggioranza. Anche il Pd, che infatti ha proposto di ascoltare Spataro. Mentre la Lega ha chiesto Coppi, molto critico sulla riforma, Italia viva Caiazza ugualmente negativo, Costa ha voluto Manes. Mantovano è in quota Fratelli d'Italia.
Proprio Costa è contro qualsiasi rinvio. Sostiene che se M5S insiste, allora lui potrebbe proporre il ritorno alla prescrizione dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando, cioè solo una sospensione della prescrizione di 36 mesi tra Appello e Cassazione. La sua idea è che in realtà M5S esca bene dalla riforma Cartabia perché la prescrizione di Bonafede resta comunque bloccata definitivamente in primo grado. Stiamo parlando della prescrizione prevista per ogni reato, che non potrà più correre, a cui però si aggiunge l'improcedibilità del processo stesso se si superano i tempi stabiliti. Quindi, se M5S dovesse insistere nella linea dell'"impunità" e della "denegata giustizia" allora tanto vale cancellare la Bonafede definitivamente e tornare alla Orlando. Un'ipotesi che certo vedrebbe favorevoli anche Lega e Forza Italia.
Martedì scadrà il termine per gli emendamenti. Poi, se resta confermata la data del 23 in aula, ci saranno solo mercoledì e giovedì per discuterli. Ma, ovviamente, la maggioranza favorevole a Cartabia potrebbe anche fare la mossa del cavallo e ritirare tutti gli emendamenti per andare avanti e bloccare qualsiasi ulteriore ostruzionismo.
di Mattia Ferraresi
Il Domani, 16 luglio 2021
Del discorso della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, a Santa Maria Capua Vetere si può sottoscrivere anche la punteggiatura. Le pene che non devono essere contrarie al senso di umanità, il sovraffollamento delle carceri, le strutture fatiscenti, la necessità di pene alternative alla detenzione, le riforme strutturali dell'ordinamento, il ruolo degli educatori, il carcere come comunità tesa al recupero e al reinserimento in società, le risposte "immediate e indifferibili": tutto giusto e condivisibile. Perfino troppo giusto e condivisibile.
di Roberto Rampi
Il Riformista, 16 luglio 2021
Come cittadino e come politico liberale e libertario ho riflettuto in questi mesi sulla opportunità dei referendum, sulla scelta dei temi e non ultimo dei compagni di viaggio. Sento di appartenere alla comunità radicale, ne condivido i fondamenti e mi riconosco nell'impostazione transnazionale, nella scelta traspartitica e nella pratica nonviolenta.
Nonviolenza che è la chiave di un metodo politico e che caratterizza anche il linguaggio, l'approccio verso l'altro da sé, l'idea che nella differenza ci sia non un vulnus da sanare ma un punto di vista diverso a cui abbeverarsi, con cui arricchirsi nell'irriducibile tensione con ciò che non siamo, che nel dialogo e non nella soluzione delle contraddizioni ma nelle contraddizioni stesse sta la qualità, la novità, la vitalità, l'innovazione.
In questo senso sono impegnato nel Partito Radicale con la formula della doppia tessera e in Nessuno Tocchi Caino, una straordinaria realtà politico-culturale che ha impostato una lettura diversa rispetto alla consolidata idea colpa/punizione e partendo dal rifiuto della pena di morte e dalla campagna per la moratoria e dalla condizione drammatica delle carceri ha esteso il campo d'azione alla concezione stessa della pena come un errore concettuale, innanzitutto verso l'idea di Stato e poi anche verso i rapporti tra le persone, e con se stessi.
Mettendo al centro della riflessione l'errore nel concepire noi e gli altri come soggetti immobili e immutabili nel tempo, come oggetti passibili di una linearità, dove piuttosto noi siamo eventi in continua trasformazione e mutazione. Per questo non riesco a passare dalle straordinarie e stimolanti vette di elaborazione teorica e pratica raggiunte con l'ultimo congresso di Opera a una campagna referendaria con quesiti a mio giudizio parziali e non risolutivi, e con compagni di viaggio che la raccontano in ogni piazza con lo slogan "Chi sbaglia paga". Finendo per essere una campagna più orientata a punire il sistema giudiziario e i suoi eccessi, che a trasformare il meccanismo della giustizia.
Come ho già avuto modo di scrivere non mi preoccupa con chi si viaggia se si condivide un cammino. Piuttosto mi chiedo se il sentiero tracciato sia quello del cambio di paradigma rispetto alla Giustizia o piuttosto il rafforzamento di una concezione punitiva con la sola novità di restituire alla magistratura pan per focaccia. Insomma occhio per occhio e dente per dente. Credo di essere facile profeta nel ritenere che non solo le firme si raggiungeranno ma che si arriverà al vaglio dei quesiti, non ultimo perché ci saranno Regioni che garantiranno il risultato per disciplina di partito.
Ma mi chiedo: su quale piattaforma culturale porteremo il Paese alle urne? Quale è l'orizzonte di senso? Un aumento della punibilità dei magistrati?
Per quanto mi riguarda il tema è quello di una importante azione di depenalizzazione della stragrande maggioranza dei reati, del superamento della carcerazione, non solo di quella preventiva, come principale sistema di reazione a un comportamento reale o presunto contro la norma vigente, di un rapporto diverso, meno dogmatico, verso lo stesso concetto di legalità. Di uno spostamento dal campo della repressione e della punizione a quello della crescita culturale di comunità e personale. Piccoli passi in questa direzione si sono realizzati solo durante i governi a guida Pd e quella parte di cultura e di pratica politica democratica va sostenuta e rafforzata.
Si tratta a mio modo di vedere di una scelta strategica che si sviluppa rafforzando anche la componente liberale del campo conservatore dello schieramento politico italiano e gli assi riformisti rispetto alla prevalente dinamica populista che in tutto il mondo ha tra le sue note caratteristiche la dimensione forcaiola. E si tratta di battere la cultura dominante della nuova destra, che dalla Polonia all'Ungheria passando per la Turchia e persino per alcuni elementi americani, considera l'autonomia della magistratura un fastidio da ricondurre all'ordine.
È lo stesso paradigma sotteso all'impostazione referendaria? È una domanda da porsi con profondità.
Vogliamo una magistratura autonoma in un sistema di norme più libertario che cancelli l'obbligatorietà dell'azione penale, depenalizzi reati, e superi il ricorso alla carcerazione, o puntiamo a rendere più controllabili i magistrati in un sistema invariato? È dando risposte a queste domande che si determina l'orizzonte politico. Per me è quello di una sinistra liberale che fa crescere le libertà sostanziali in un sistema non etico e non giudicante.
di Ezia Maccora*
La Stampa, 16 luglio 2021
Le proposte di riforma del processo penale si sono sviluppate lungo due momenti: uno tecnico, affidato alla commissione Lattanzi nominata dalla Ministra Cartabia, e uno politico, conclusosi con gli emendamenti approvati all'unanimità dal Consiglio dei Ministri.
Analizziamo i diversi approdi. La commissione Lattanzi ha lavorato su due importanti obiettivi: ridurre i tempi dei processi, con forti interventi deflattivi, e cambiare il paradigma del sistema sanzionatorio. Sul versante dei meccanismi deflattivi fondamentale il nuovo istituto "dell'archiviazione meritata", già presente in molti paesi europei, che opera quando l'indagato pone in essere azioni riparative nei confronti della vittima o della lesione allo Stato. Di rilievo l'ampliamento dell'accesso ai riti alternativi, con l'eliminazione delle preclusioni soggettive e oggettive per accedere al patteggiamento.
Significativa la funzione di filtro affidata al pubblico ministero in sede di richiesta di archiviazione e al gup in sede di udienza preliminare: non mandare a giudizio senza una "ragionevole previsione di condanna". Funzionale all'obiettivo la revisione delle impugnazioni, con l'inappellabilità delle sentenze da parte del pubblico ministero, dove la corretta applicazione della legge può essere assicurata attraverso il ricorso in Cassazione e le limitazioni alla facoltà di appello per le parti private.
Importante da ultimo l'investimento sugli istituti della messa alla prova e sulla non punibilità per la tenuità del fatto. Sul versante della modifica del sistema sanzionatorio si potenzia il principio del carcere come extrema ratio, si investe sulle pene pecuniarie, sulle sanzioni alternative alla detenzione e sulla giustizia riparativa. Non dimentichiamo, come di recente ha evidenziato il garante dei diritti dei detenuti, che nelle nostre carceri oggi oltre mille detenuti scontano pene inferiori ad un anno ed oltre tremila pene inferiori a tre anni. Un mutamento di prospettiva che si spera possa diventare realtà, essendo stato recepito dal Governo.
Infine sulla prescrizione sono state indicate due strade alternative proprio per consentire "una migliore scelta del Governo e del Parlamento". La prima proposta, che agisce sulla sospensione della prescrizione nei diversi gradi del giudizio, è più in linea con le riforme del 2017 e del 2019, la seconda distingue invece nettamente tra prescrizione da un lato e tempi delle fasi processuali dall'altro. Il Governo ha raccolto solo in parte le proposte della commissione Lattanzi.
È evidente che nel passaggio dal campo tecnico a quello politico, vi è stata una mediazione tra diverse posizioni non del tutto conciliabili. In vista del dibattito parlamentare appare utile evidenziare i rischi di disfunzioni legati al risultato di questa mediazione, anche per la tenuta costituzionale del sistema nel suo complesso. Il Governo sembra essersi orientato, con qualche significativa differenza, più verso la seconda proposta della commissione Lattanzi condividendo il punto politico che l'ha ispirata: "Oggi la priorità è di ridurre i tempi di definizione dei giudizi, allineandoli agli standard europei".
Non dimentichiamo che le riforme sono strettamente legate all'approvazione del Pnrr, che impone l'obiettivo della riduzione del 25% dei tempi del processo penale. Ha scelto però, diversamente dalla commissione Lattanzi, di non investire nei meccanismi di deflazione processuale. Scompare infatti l'istituto dell'archiviazione meritata, viene ridotto l'accesso ai riti alternativi ed è eliminata la stretta sulle impugnazioni.
Mantenere la scelta della improcedibilità per superamento dei termini di durata dei giudizi di impugnazione, senza prevedere adeguati meccanismi di deflazione, potrebbe comportare effetti non auspicabili, perché mantiene inalterati i gravosi carichi di lavoro delle Corti e sappiamo che già oggi almeno dieci Corti d'Appello non sarebbero in grado di rispettare tale termine.
È accettabile che a fronte di una condanna in primo grado per un reato grave, con un ampio termine di prescrizione, si rischi la dichiarazione di improcedibilità in appello per il mancato rispetto del termine di 2/3 anni previsto per la conclusione del giudizio? Per quanto l'irragionevole durata del processo meriti una soluzione non potendosi accettare, in presenza dell'interruzione della prescrizione, il rischio di avere un imputato sine die, vi è da dubitare sulla bontà di quella adottata dal Governo.
Una riforma di queste dimensioni non può prescindere dal potenziamento di istituti deflattivi, da una soluzione che elimini gli arretrati che gravano sugli uffici giudiziari e da risorse importanti in grado di far camminare il nuovo sistema sanzionatorio, i percorsi riparativi, l'applicazione delle misure alternative da parte del giudice fin dalla condanna. Con queste esigenze mi auguro che il Parlamento vorrà confrontarsi.
*Presidente aggiunta Ufficio Gip Tribunale di Milano
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2021
La prescrizione, più che un problema tecnico-giuridico, è ormai una disputa fra contrapposti schieramenti politico-ideologici. Oltretutto condotta con intolleranza verso chi osi criticare l'emendamento approvato l'8 luglio dal Cdm su proposta del Guardasigilli, Marta Cartabia.
Eppure gli scontri, per quanto accesi, non possono cancellare il fatto che a rigor di logica il dibattito sulla prescrizione dovrebbe rimanere congelato almeno per qualche anno, perché di "trippa per gatti" - per dirla alla romana - oggi come oggi ce n'è poca. Mi spiego.
La controversia verte sugli effetti della legge (cosiddetta Bonafede) che il 1° gennaio 2020 ha stabilito che la prescrizione si interrompe con la pronunzia della sentenza di primo grado. Cancellando così un'anomalia che diversificava il nostro sistema da ogni altro. Poiché la disfida oggi è regolata anche sulla modalità "catastrofe", verrebbe da pensare che senza emendamento Cartabia, il crollo dei palazzi di giustizia sia questione di ore. Non è così. Le cassandre sono smentite da un dato inoppugnabile che riprendo dal Fatto del 10 luglio: nella relazione Lattanzi, presidente della commissione di riforma istituita dalla ministra, sta scritto (pag. 51) che gli effetti del blocco Bonafede "si produrranno a partire dal 2025 per le contravvenzioni e dal 2027 per i delitti", per cui "dal punto di vista tecnico non vi sono ragioni che rendono urgente (una nuova) riforma della prescrizione". È la conferma "ministeriale" che per ora, appunto, non c'è "trippa per gatti" su cui valga la pena dividersi.
Nonostante ciò, si litiga ferocemente, con il paradosso che la tenzone si è imprevedibilmente allargata: dagli effetti non ancora misurabili della legge Bonafede a quelli, fin d'ora tracciabili, della riforma Cartabia. La quale, come si sa, da un lato spranga la porta (confermando il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado) ma subito dopo la spalanca: se entro due anni non si conclude la fase d'appello, il processo svanisce nel nulla. Come con la prescrizione, che però in questo caso si chiama "non procedibilità".
Gli effetti? Ecco due pareri fra i più autorevoli. Primo: secondo l'avv. Franco Coppi, la pena inflitta all'imputato in primo grado ovviamente non può essere eseguita. Ma che sarà del risarcimento riconosciuto alla parte civile? L'imputato può ben dire che se si fosse celebrato l'appello lui sarebbe stato assolto. Insomma, un groviglio. "Meglio la riforma Bonafede, che se non altro aveva il pregio della chiarezza".
Prescrizione, anche il più celebre avvocato italiano boccia Cartabia. Coppi: "E' un groviglio, così i processi vanno in tilt. Era meglio tenersi la Bonafede"
Secondo: sostiene il prof. Paolo Ferrua, che in caso di prescrizione del reato, il giudice può entrare nel merito stabilendo ad esempio, se vi è prova evidente, che il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso; l'improcedibilità invece impedisce qualunque accertamento nel merito prevalendo su ogni altra sentenza; per cui se il pm impugna la sentenza di assoluzione di primo grado e l'appello non si conclude entro due anni, l'assoluzione si converte in improcedibilità: una "esilarante reformatio in peius per decorso del tempo".
Lasciamo l'empireo del diritto e proviamo a fare due conti, come usa dire, facili facili. Prendiamo un reato fra i più diffusi, il furto, con prescrizione di dieci anni. È realistico prevedere che l'imputato raggiunto da prove sufficienti possa essere condannato in primo grado entro quattro anni (tra indagini e dibattimento). Se la mancata conclusione dell'appello entro due anni fa scattare l'improcedibilità, tutto svanisce in sei anni, ovviamente molto meno dei dieci previsti dalla legge al netto di ogni blocco.
Secondo alcuni, la riforma Cartabia tutto sommato andrebbe sostenuta perché il suo vero obiettivo è spingere i magistrati a essere più efficienti nella fase dell'appello, che spesso costituisce un vero e proprio collo di bottiglia nel sistema. Resta però che i processi non si velocizzano per decreto, ma con misure adeguate che supportino efficacemente il lavoro dei magistrati. A partire dall'abolizione del "divieto di reformatio in peius": se soltanto l'imputato ricorre contro la sua condanna, questa non può essere peggiorata neppure di un giorno o di un euro. Morale? Non rischiando niente, tutti ricorrono sempre, il sistema si ingolfa e i processi non finiscono mai. Mantenere un simile obbrobrio è puro masochismo processuale! A che serve? Di certo non a rendere la giustizia più efficiente.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 16 luglio 2021
Dopo un colloquio con Draghi, Salvini avverte gli alleati: "Chiunque si metterà contro le riforme avrà in noi un avversario". "Chiunque si metterà di ostacolo e di traverso sulla via delle riforme, vuoi che sia Conte o Grillo o qualche corrente del Pd, avrà nella Lega un avversario".
Quando pronuncia queste parole, Matteo Salvini è appena uscito da Palazzo Chigi, dove ha avuto un colloquio col presidente del Consiglio Mario Draghi. Oggetto del confronto: le riforme, a partire da quella sul processo penale. Il premier teme che la tabella di marcia promessa all'Europa in cambio del Recovery possa subire qualche battuta d'arresto e cerca rassicurazioni da tutti gli "azionisti" della sua maggioranza. In poche ore l'ex numero uno della Bce ha infatti incontrato Enrico Letta, Antonio Tajani e appunto Salvini, che mette in guardia gli alleati: "Lavoriamo con buonsenso, ho detto al presidente: la Lega c'è".
Del resto il Carroccio, che sulla Giustizia promuove parallelamente i referendum proposti dai radicali, sa perfettamente che il "lodo Cartabia" rischia di far saltare per l'ennesima volta la fragilissima tregua siglata da Beppe Grillo e Giuseppe Conte e gioca coi nervi degli alleati/ rivali. Per questo all'uscita da Palazzo Chigi Salvini dichiara "totale condivisione" col premier "su come andare avanti nei prossimi mesi". Imperativo categorico: "Correre sulle riforme, accelerare sulle riforme. Quindi riforma della giustizia da portare in Parlamento e da approvare entro l'estate", aggiunge il leader della Lega, giocando di sponda con Draghi.
Sì, perché il capo del governo teme brutti scherzi da parte dei 5 Stelle, sospettati di voler tirare per le lunghe la trattativa sulla riforma Cartabia per potersi muovere a briglie sciolte a partire dal prossimo mese. Il 3 agosto, infatti, Sergio Mattarella entra nell'ultimo tratto di strada del suo mandato: il semestre bianco, il periodo in cui il Capo dello Stato perde la potestà di sciogliere le Camere. Tradotto: in caso di crisi di governo, nessuna "minaccia" di ritorno imminente alle urne potrebbe spaventare i partiti.
Un motivo in più per spingere l'ala irriducibile del Movimento, capitanata paradossalmente da Conte, e non da Grillo, a lasciare la maggioranza. E se da un punto di vista numerico un eventuale addio dei grillini non pregiudicherebbe la tenuta del governo, da un punto di vista politico produrrebbe effetti potenzialmente devastanti.
Il Pd, tanto per cominciare, dovrebbe accettare di far parte di un esecutivo a trazione salvianiana, mentre la Lega si sentirebbe pienamente legittimata a imporre, o tentare di farlo, la propria agenda a Draghi. E senza la "copertura" del Quirinale lo stesso premier ne uscirebbe seriamente indebolito. In un quadro di questo tipo, difficilmente la maggioranza riuscirebbe a stare in piedi per tutto il tempo necessario a governare il processo messo in moto col Recovery.
Meglio evitare rischi, dunque, agendo per tempo, portando a casa cioè la riforma del processo penale prima dell'estate, prima del semestre bianco. In teoria l'approdo alla Camera della proposta Cartabia è previsto per il 23 luglio. E se Pd, Lega e FI sembrano intenzionati a rispettare il calendario, il Movimento chiede invece maggior tempo per costruire al meglio la riforma, modificando gli emendamenti che non sono stati in ogni caso ancora depositati.
La tempistica verrà comunque discussa dall'ufficio di presidenza della commissione Giustizia, e a giudicare da quanto dichiarato due giorni fa dal presidente grillino della Commissione, Mario Perantoni, la data del 23 luglio potrebbe essere una chimera. "Il Parlamento dovrà essere centrale, avremo molto da discutere" sulla riforma del processo penale, ha spiegato Perantoni. "Certamente il termine del 23 luglio fissato dal programma della Conferenza dei capigruppo per la discussione dell'Aula è poco realistico", ha messo in chiaro il presidente 5S della Commissione, forte anche della "preoccupazione" per la riforma manifestata da molti giuristi.
E dall'Anm, che ieri si è resa ufficialmente disponibile con la ministra Cartabia per illustrare "compiutamente le ragioni" delle proprie perplessità nelle opportune sedi istituzionali". Draghi però potrebbe decidere di "blindare" il testo, lasciando ai grillini la facoltà di scegliere tra due sole opzioni: voto contrario o astensione. La forzatura comporterebbe però delle conseguenze al momento imprevedibili, nonostante il sostegno incondizionato di Lega, Pd e Forza Italia.
di Luigi Bobbio
Il Riformista, 16 luglio 2021
Sono decenni che la politica "gioca" con il tema della lentezza della giustizia. Nessuna maggioranza e nessun governo hanno fatto eccezione, men che meno il governo in carica sotto l'egida della coppia Draghi-Cartabia. Anzi, il governo Conte e quello Draghi, seppur caratterizzati da guardasigilli di ben diversa caratura, hanno spinto pericolosamente in avanti il limite del "gioco".
Partiamo da un esempio. Due giorni fa, per l'ennesima volta, il tribunale di Nocera Inferiore è rimasto privo di energia elettrica e di acqua per circa tre ore. Conseguenza: una giornata di lavoro buttata. Si è trattato di un fatto non certo episodico ma di una circostanza si ripete ormai da anni e più volte all'anno. Il tribunale non è dotato di un gruppo di continuità elettrico e, di conseguenza, in tempi di processi e fascicoli totalmente telematici, il lavoro di magistrati e personale amministrativo si è paralizzato per l'intera giornata.
La cosa, tuttavia, sembra non interessare nessuno, tantomeno la politica che sogna di accorciare i tempi della giustizia attraverso la riforma e la modifica delle procedure. Non si contano più le riforme del processo penale e del processo civile, spesso autentici stravolgimenti, sempre parziali, che, al posto degli originari schemi processuali, hanno prodotto "patchwork" privi di qualsiasi organicità, coerenza e sistematicità. E ogni riforma è rimasta priva di risultati in relazione all'obiettivo del contenimento dei tempi. Il tutto, peraltro, aggravato dalla deriva sostanzialista della lettura giudiziaria delle norme, ormai in balìa di quel "legislatore abusivo e camuffato" che è diventato il giudice.
Con Conte e Draghi, poi, tale delirio riformatore, improduttivo di risultati sul piano della riduzione dei tempi della giustizia, ha toccato livelli allarmanti nella misura in cui il solo strumento voluto e cercato dai "riformatori" per ridurre i tempi sembra risolversi in una compressione sempre più evidente e massiccia dei diritti e della stessa funzione della difesa tecnica, come se il difensore e il suo portato di garanzia dei diritti fossero considerati solo dei fastidiosi orpelli, romantici e bizantini, magari un fastidioso intralcio per i giudici. La riforma Cartabia, ovviamente, non solo non fa eccezione (addirittura cercando di introdurre con legge ordinaria la presunzione di colpevolezza in luogo di quella costituzionale di non colpevolezza!) ma dimostra la persistente contiguità del governo al potere giudiziario che nessuno è seriamente intenzionato a scalfire.
Una certa vanità e superficialità politica non sono ovviamente estranee a tale situazione e a tali atteggiamenti, dando luogo ad una sorta di eterogenesi dei fini. Mi spiego meglio. Le "riforme" processuali, come rimedio alla lunghezza dei tempi, sono perseguite dalla politica e dai governi non solo perché essi si rifiutano di vedere quali siano i reali e più gravi problemi che determinano la lunghezza insostenibile dei giudizi ma anche perché fare modifiche processuali e quindi tecniche, per questa politichetta fatta da mezze figure, fa molto più "figo" che darsi da fare sul piano, oneroso ma meno appariscente, degli interventi strutturali.
Se si osserva il problema in modo onesto e pragmatico, infatti, i tempi lunghissimi della giustizia hanno altre cause che non gli schemi e le strutture processuali in vigore. E nessuna modifica processuale potrà mai sortire risultati se la politica non deciderà che è arrivato il momento di sciogliere i nodi strutturali. Primo tra tutti quello legato alle strutture in senso materiale: edilizia giudiziaria, rete e strumenti informatici, gestione delle sedi giudiziarie. Per un tribunale come quello di Nocera Inferiore la mancanza di un gruppo elettrico di continuità, in tempo di processo civile interamente informatizzato e telematico, ha una devastante ricaduta sulla gestione dei processi. Non migliore è la situazione del processo telematico i cui programmi ministeriali, già imperfetti e inadeguati ab origine, sono ormai soggetti a interruzioni a cadenza fissa settimanale per l'adeguamento dei sistemi alle effettive esigenze del servizio: ciò dimostra che la scelta del sistema operativo non fu la migliore possibile, senza dimenticare che la rete è lenta, inadeguata, soggetta a continue interruzioni.
Quella del personale giudiziario, poi, è la madre di tutte le questioni e la causa principale dell'inaccettabile durata dei processi. Ciò discende dalla correlazione con i carichi di lavoro, iniquamente distribuiti sul territorio nazionale in relazione alle unità di magistrati assegnate a ciascun ufficio. Per determinati tribunali, soprattutto al Sud, i tempi di definizione sono più lunghi che per altri: in alcuni uffici, a ciascun magistrato sono assegnate poche centinaia di fascicoli; in altri, invece, sono migliaia le cause che una singola toga è chiamata a decidere. Il problema è individuare nuovi metodi di distribuzione dei magistrati sul territorio, partendo dalla modifica delle piante organiche di ciascun tribunale. Stesso discorso per il personale amministrativo, per il quale servono nuove assunzioni.
Questi sono i veri nodi della durata dei processi. E se riforme devono essere fatte quanto al processo, alla sua struttura e all'ordine giudiziario, allora serve un personale politico capace, competente e illuminato, libero dai condizionamenti della corporazione giudiziaria e della sua ancella giornalistica, che innanzitutto applichi l'articolo 107 della Costituzione, con conseguente uscita del pm dall'ordine giudiziario, e azzeri il potere di interpretazione delle leggi da parte dei giudici. Tutto il resto sono pannicelli caldi, se non mezze soluzioni inutili e dannose. Ma escludo che ciò possa accadere sotto il "governo del gattopardo".
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 16 luglio 2021
La Cassazione giudica un delitto del 2016. Il pg: "Depotenziata la legge che le protegge". Un passo indietro di almeno 12 anni sulla difesa delle donne. Era il 2009 quando fu introdotto il reato di stalking e per l'omicidio della vittima fu aggiunta una specifica aggravante. Il che, nella pratica, consentiva di condannare per tutti e due i reati con un aumento della pena fino all'ergastolo a chi, dopo aver torturato la sua vittima anche per anni, finiva con l'ucciderla. Ma ieri le Sezioni unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che l'omicidio, in quanto reato complesso, assorbe tutto il resto, compresi gli atti persecutori. In pratica, chi uccide paga solo per quello e non per quanto fatto in precedenza. Come se lo stalking o le lesioni con cui hanno prima tormentato la loro preda, rendendola ancora più fragile, non si fossero mai verificati: rimangono impuniti.
Una scelta che ancora deve essere motivata ma che segna una battuta d'arresto grave sul fronte dei diritti delle vittime vulnerabili anche perché la percentuale di atti persecutori che sfociano in femminicidio continua a essere alta. Lo aveva sottolineato anche la procura generale nel corso della requisitoria: "La conseguenza di un sistema di interpretazione che dovesse riconoscere l'assorbimento dello stalking nel successivo omicidio della stessa vittima rischiano - ha detto il sostituto Luigi Birritteri - di depotenziare un sistema di tutela delle vittima più vulnerabili, in massima parte le donne in situazione di particolare debolezza, che faticosamente si è fatto strada nel nostro ordinamento soltanto negli ultimi lustri. Dalla libertà sessuale a quella di relazione, sino al diritto dell'intangibilità fisica". Per questo l'accusa si era espressa a favore della doppia condanna, come peraltro previsto dalla legge 38 del 2009.
Eppure, la questione aveva avuto interpretazioni giuridiche contrastanti. La Prima sezione del Palazzaccio nel 2020 aveva optato per la lettura proposta ieri dalla Procura: l'omicidio aggravato non è un reato "complesso" e, quindi, la condanna deve arrivare per entrambi. In quello stesso anno, però, la Terza sezione aveva dato lettura opposta, ritenendo che l'assassinio assorbisse tutto il resto. Per questo la Quinta, chiamata a esprimersi di nuovo su un tema dubbio, ha preferito inviare tutto alle Sezioni unite.
Il caso discusso ieri, ma questo è un dettaglio perché è il principio che vale, era quello di un omicidio avvenuto a Sperlonga, provincia di Latina, nel giugno del 2016. Una dipendente delle Poste, Anna Lucia Coviello, è stata uccisa, dopo essere stata stalkizzata per mesi e mesi, da una sua collega in un parcheggio. L'imputata, Arianna Magistri, in abbreviato era stata condannata per entrambi i reati a 16 anni. In secondo grado, dopo un rinvio della Cassazione, aveva preso per gli stessi reati 15 anni e 4 mesi. Ieri, le Sezioni unite hanno ridotto la pena stabilendo che lo stalking viene assorbito dall'omicidio: la sentenza definitiva è di 14 anni e 4 mesi di carcere.
Al di là del singolo caso, come sottolineato dal pg, questa interpretazione che condanna solo per l'omicidio aggravato è contraria anche allo spirito del legislatore che aveva considerato fosse da inasprire la pena per chi si accanisce su "una vittima in condizioni di particolare vulnerabilità anche in virtù delle precedenti condotte vessatorie poste in essere dallo stesso reo". E se è vero che anche l'omicidio aggravato può far arrivare la pena anche all'ergastolo, basta la concessione di un'attenuante per far sfumare l'ipotesi più grave. E cancellare con un colpo di spugna lo stalking. Come se quella tortura non fosse mai esistita.
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