di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 luglio 2021
Revisione e potenziamento del sistema delle pene sostitutive, estensione della causa di non punibilità per tenuità del fatto, allargamento della messa alla prova, restituzione di effettività delle pene pecuniarie. Quella cristallizzata negli emendamenti alla legge delega sul processo penale, da poco depositati alla Camera dalla ministra Marta Cartabia, non è una riforma dell'ordinamento penitenziario, quanto piuttosto una riscrittura del sistema sanzionatorio.
di Riccardo Bonacina
Vita, 16 luglio 2021
Pagano, per 16 anni al timone della Casa circondariale milanese di San Vittore, poi a capo di tutti i penitenziari del Nord-ovest e numero due del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "il carcere in questi anni è stato lasciato alla solitudine dei detenuti e degli operatori, senza che l'opinione pubblica si interessasse al problema. Il carcere che si apre all'esterno, il carcere dove entrano i volontari (giustamente ricordati da Draghi) diventa un carcere trasparente dove è difficile che poi avvengano episodi come quelli successi nel marzo 2020".
di Guido Neppi Modona
Il Domani, 16 luglio 2021
Nei primi giorni di luglio siamo venuti a conoscenza che 52 tra dirigenti e agenti della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere sono stati raggiunti da misure cautelari - custodia in carcere, arresti domiciliari, interdizione dal servizio - per gravissimi fatti di violenza commessi il 6 aprile 2020 contro i detenuti. La sera precedente avevano inscenato una protesta, rifiutando di rientrare nelle celle dopo avere saputo che tra loro vi era un positivo al Covid. La protesta era poi rientrata prima di mezzanotte, ma nel frattempo era stata organizzata per il giorno successivo, sotto il pretesto di effettuare una perquisizione generale, una spedizione punitiva, nel corso della quale i detenuti erano stati sottoposti a un violento e prolungato pestaggio, definito dal giudice per le indagini preliminare una "orribile mattanza". Il giudice aveva contestato i reati di tortura, lesioni e maltrattamenti aggravati, ma il sottosegretario alla giustizia Vittorio Ferraresi (ministro era Bonafede), in risposta a una interpellanza parlamentare, aveva parlato di "doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 luglio 2021
Ieri l'incontro con i provveditori regionali dell'amministrazione penitenziaria. L'impegno del governo a "riformare il sistema dell'esecuzione penale" è stato ribadito ieri dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia durante la riunione con tutti i provveditori regionali dell'Amministrazione penitenziaria che si è svolta da remoto, alla presenza del garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e ai vertici del Dap. La riunione fa seguito a quella tenutasi una settimana fa con i sindacati della polizia e delle figure professionali che lavorano nel mondo dell'esecuzione penale.
Il giorno dopo essersi recata di persona, insieme al premier Draghi, nel carcere della "mattanza" di Santa Maria Capua Vetere, e solo dopo aver parlato con la direttrice dell'istituto, con detenuti e operatori (si spera sia questo il motivo del suo ritardo), è stata finalmente resa nota la data - il 21 luglio - nella quale la Guardasigilli riferirà alla Camera e al Senato dei fatti di violenza che - grazie solo ai filmati - hanno "scosso le coscienze degli italiani e del corpo di Polizia penitenziaria", come ha affermato lo stesso Draghi durante la sua visita.
Ma per affrontare davvero il problema del sovraffollamento e delle pene alternative (e anche più riabilitative) bisognerebbe toccare almeno il tema delle depenalizzazioni, a cominciare da quelle relative ai reati di droga. Alla Camera in commissione Giustizia è stato appena depositato un testo base unificato per modificare l'articolo 73 della legge unica sulle droghe, depenalizzando i reati di "lieve entità", distinguendo le sostanze e legalizzando la coltivazione domestica per uso personale di cannabis.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 luglio 2021
L'inchiesta sui fatti di Santa Maria Capua Vetere potrebbe avere nuovi sviluppi nei prossimi giorni. Il lavoro degli investigatori intanto prosegue e prosegue anche l'indagine amministrativa disposta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per fare chiarezza su quanto accaduto. Insomma il carcere di Santa Maria Capua Vetere resta sotto i riflettori, ancor di più dopo la visita di ieri del presidente del Consiglio Mario Draghi e della ministra della Giustizia Marta Cartabia. "Ora subito una riforma dell'ordinamento penitenziario in linea con un ampliamento delle misure alternative", è la richiesta che arriva dal Carcere Possibile, la onlus della Camera penale di Napoli da anni impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti.
Il Carcere Possibile sta seguendo l'evoluzione dell'inchiesta, nata anche da un esposto della onlus oltre che dalla denuncia presentata oltre un anno fa dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. E sarà pronto, laddove ci saranno dei rinvii a giudizio, a costituirsi parte civile nel processo sui pestaggi nel carcere sammaritano. Intanto dopo lo sdegno, c'è volontà di ritrovare la fiducia. "Abbiamo adesso una ministra della Giustizia che ha ben presente la Costituzione e la sua presenza a Santa Maria Capua Vetere tende a sottolineare che non va mai violato il principio costituzionale secondo cui le pene non possono mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità", sottolinea l'avvocato Anna Maria Ziccardi, presidente del Carcere Possibile, puntando l'attenzione sulle criticità che affliggono il pianeta carcere e sulla necessità di interventi che mirino a far sì che il carcere sia l'extrema ratio e che si investa per ridare dignità a chi vive ma anche a chi lavora all'interno degli istituti di pena. "Perché - spiega l'avvocato Ziccardi - in molti istituti di pena le condizioni di vita e di lavoro sono degradanti".
E se a ciò si aggiunge il sovraffollamento è chiaro che il mondo dietro le sbarre può diventare un inferno. "Se vogliamo dare valore alla presenza del Governo a Santa Maria Capua Vetere, dobbiamo dare forte valenza ai principi costituzionali e alla credibilità della funzione che ha il carcere", dice la presidente Ziccardi che poi sottolinea la necessità di una svolta culturale: "Se non facciamo cultura su questi argomenti sarà sempre più difficile impedire che ci siano altre rivolte e altre violenze all'interno delle carceri".
"Ritorniamo su binari più umani", è il suo appello. Come? "Recuperiamo il lavoro svolto durante gli Stati generali dell'esecuzione penale - continua Ziccardi - La riforma dell'ordinamento penitenziario è necessaria e va ripresa anche alla luce del lavoro fatto all'epoca, un lavoro che puntava alla persona, al reinserimento, alla modifica di un ordinamento assolutamente vecchio". L'avvocato Ziccardi è stata tra gli esperti che hanno partecipato ai lavori in occasione degli Stati generali dell'esecuzione penale, un lavoro poi rimasto su carta.
"È indispensabile creare osmosi tra il mondo di fuori e quello di dentro, preoccuparsi anche di come, una volta uscite dal carcere, le persone possano reinserirsi nella società. La direzione - spiega Ziccardi - non deve essere orientata alla sola espiazione della pena fine a se stessa ma deve rispettare la dignità delle persone e il principio costituzionale che ne prevede il loro reinserimento nella società. Questo discorso, in passato, purtroppo non ha suscitato interesse. Oggi, dopo i video eclatanti sui fatti di Santa Maria Capua Vetere le prospettive sono cambiate".
"Spero - conclude la presidente di Carcere Possibile - che d'ora in poi la politica non continui a essere sorda a questo problema. Rinchiudere i detenuti in una cella e disinteressarsi delle loro problematiche non è la soluzione giusta. Né si può pensare di risolvere il problema costruendo nuove carceri, al più vanno rimodernate e riviste quelle che ci sono per garantire condizioni di vita dignitose ai reclusi. Ma la vera soluzione sono provvedimenti legislativi che tengano presenti allargamenti delle misure alternative e una vera riforma dell'ordinamento penitenziario".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 16 luglio 2021
Conservando una regolamentare distanza di sicurezza, penso che presidente del Consiglio e ministra della Giustizia, visitando insieme il carcere di Santa Maria Capua Vetere, abbiano fatto la cosa migliore che potessero fare. E tenendo i loro discorsi all'uscita abbiano detto le cose migliori che si potessero dire. Hanno detto di aver visto, che è la condizione prima per capire, e di aver sperimentato che là dentro "si fa fatica perfino a respirare", che è due volte vero.
Quando (sempre) buoni propositi sul carcere si sono squallidamente impantanati, come da ultimo con Andrea Orlando ministro e Glauco Giostra coordinatore dei cosiddetti Stati generali, è stato perché il governo e il suo capo preferivano lasciare solo il titolare della Giustizia. Ora ai buoni propositi di Cartabia si oppone una santa alleanza grottescamente eterogenea e filistea, camionisti cileni che mordono appena il freno perché far cadere il governo di questi tempi è una mossa disperata. Non so quanto coraggio e disinteresse abbia in serbo la ministra Cartabia, so che comunque non le basterebbero senza il consentimento e il sostegno del presidente Draghi. Le sono venuti nel Consiglio dei ministri sul progetto di riforma della giustizia e nella manifestazione pubblica di mercoledì.
Dall'informazione che ha avuto il merito di rendere inesorabilmente visibile l'"orribile mattanza" c'era da aspettarsi la soddisfazione per aver provocato quell'iniziativa senza precedenti; e dopo l'attenzione agli effetti concreti che devono derivarne. Il sentimento contrario mi ha sorpreso. Oltretutto, ha mostrato di non avere alcun desiderio e alcuna capacità di immaginarsi nei panni dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere e di tutte le altre galere italiane, reduci da un simile anno e mezzo.
Ormai sulle prigioni, se non altro per la ripetizione, tutti dovrebbero aver orecchiato il ritornello dell'articolo 27, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato... Va cantato insieme all'articolo 13: "È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà".
L'Italia, la più tarda e vile nell'introdurre il reato di tortura nel proprio codice, aveva in Costituzione quella riga che lo anticipava. La si doveva in particolare a Palmiro Togliatti e ai relatori Giorgio La Pira e Lelio Basso, memore questi dell'insegnamento del detenuto Filippo Turati: "Noi crediamo di aver abolito la tortura, ma i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, ma la pena di morte che ammanniscono, goccia a goccia, le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice" (1904, alla Camera).
Nella discussione alla Costituente (1947), uno degli intervenuti disse: "Alcuni commissari hanno fatto un esperimento personale di violenze durante il fascismo, il che ha giustamente commosso l'onorevole La Pira. Questa commozione giustissima mi convince sempre più come sarebbe opportuno quel tal provvedimento proposto da un illustre giurista, che cioè si sottoponessero tutte le persone che aspirano a diventare magistrati o funzionari di pubblica sicurezza a un certo periodo di carcerazione perché costatino, loro che son destinati a mandare la gente in prigione, che cosa sia veramente la prigione, perché gli esperimenti personali insegnano più dei libri e delle lezioni e non si dimenticano più. Noi avvocati vi possiamo dire che questa famosa tortura, non la tortura dei tempi barbari, non la tortura del Santo Uffizio, ma un avanzo di quella tortura, una specie di ultimo rampollo di quell'aborrito sistema, si adoperava in parte anche prima del fascismo, la si è adoperata durante il periodo fascista, ma quel che conta è che si continua ad adoperare anche oggi che il fascismo dovrebbe essere finito".
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 16 luglio 2021
Il sovraffollamento, in alcuni casi del 180%, che porta a vivere in spazi angusti, la scarsa se non inesistente possibilità di lavoro e formazione per i detenuti, i molti casi di abbandono terapeutico e dunque di malattia sia fisica che psichica e infine la violenza che purtroppo persiste nelle carceri italiane. Sono questi i "guai" di un sistema penitenziario che, secondo Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, andrebbe "radicalmente modificato sia nel regolamento, per ridurre l'impatto disciplinare, sia nella concezione della pena che dovrebbe essere per tutti quella costituzionale e cioè favorire il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti".
Gli ultimi fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere - spiega Gonnella - "emersi grazie ad una denuncia di Antigone alla Procura, sulla base delle moltissime testimonianze ricevute dai familiari dei detenuti, dimostrano come in alcuni istituti di pena in Italia la tortura resta una realtà". Gonnella è convinto che "nessun Paese democratico è immune da questo fenomeno e negare che il problema esista è fare il gioco di chi pratica la tortura".
"Per fortuna in Italia dal 2007 - aggiunge - solo pochi anni dopo l'introduzione con motu proprio nel codice penale Vaticano, la tortura è reato e non sono pochi i procedimenti giudiziari in corso per fatti avvenuti ad esempio negli istituti di Ferrara e San Gimignano oltre alle condanne già inflitte per vicende accadute nel carcere di Asti". "Dopo un periodo in cui si è parlato di carcere in senso riformatore - evidenzia Gonnella - negli ultimi anni si è tornati ad una fase giustizialista, si è ricominciato a sentir dire che i detenuti devono "marcire in galera", che bisogna "buttare la chiave della cella". Contro tutto ciò, secondo il presidente di Antigone "serve un intervento di straordinaria attività culturale, con messaggi non equivoci di condanna da parte dei rappresentanti delle Istituzioni dell'uso illegittimo della forza, ma è indispensabile anche la formazione del personale penitenziario che non deve avere solo una preparazione militare.
Inoltre, chi si muove nella legalità, chi crede nella funzione della pena come rieducazione del condannato, e sono in molti, deve poter avere prospettive di carriera e un riconoscimento sociale". Dunque serve una "formazione multidisciplinare che insegni, ad esempio a risolvere i casi difficili, quelli che quotidianamente sorgono in carcere a causa della tossicodipendenza o della malattia mentale, quelli che riguardano i tanti immigrati detenuti, ormai il 33% della popolazione carceraria, con problemi linguistici e che hanno spesso un vissuto di abusi e violenze. Per loro, in particolare, andrebbe pensato un sostegno etno-psichiatrico".
La popolazione detenuta negli ultimi 30 anni è infatti molto cambiata, spiega Gonnella sulla base dell'osservatorio privilegiato fornito dalle oltre 150 visite annuali che l'associazione Antigone promuove, dal 1998, nelle carceri in tutto il Paese. "Il nostro rapporto annuale sulla vita in carcere, che mira a rendere meno opaca la vita nelle celle, racconta di una popolazione di 54 mila persone che vivono in istituti penitenziari con 6-7 mila posti letto in meno del necessario. Con un aumento dei problemi psichiatrici e la tendenza ad una incarcerazione della povertà. Sono sempre meno i detenuti per reati gravi ma aumentano gli ergastolani perché dal circuito carcere non si esce facilmente e perché il sistema penale è diventato più severo e commina pene più dure".
Tutti dentro, dunque, "con un sovraffollamento endemico, impensabile in tempo di Covid, e che non permette alcuna attività lavorativa e nessuna sorveglianza dinamica, cioè lo stare fuori dalla cella almeno 8 ore al giorno". Per questo Antigone - conclude Gonnella - "ha proposto un nuovo regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario, l'ultimo risale al 2000 e non prevedeva nessun utilizzo della tecnologia. Tecnologia che può favorire le relazioni affettive, gli incontri a distanza o anche l'insegnamento. Il nuovo regolamento vuole ridurre l'impatto disciplinare e aprire alla possibilità dell'uso di internet in carcere per offrire attività formative e di lavoro per i detenuti. Abbiamo consegnato le nostre proposte al Governo perché il regolamento non è una legge e può essere approvato dal Consiglio dei ministri per poi passare alla firma del capo dello Stato".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 16 luglio 2021
C'è tempo fino a martedì per presentare i subemendamenti ma l'esecutivo vuole procedere spedito e chiudere già entro la prossima settimana con chi ci sta. In attesa dell'incontro tra Draghi e Conte, il M5s proverà a buttare la palla in corner. La guardasigilli Marta Cartabia ha depositato in commissione Giustizia alla Camera gli emendamenti alla sua riforma. Ventisei proposte, approvate dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana, che intervengono sulla riforma del processo penale dell'ex ministro Alfonso Bonafede e che per questo saranno protagonisti del braccio di ferro tra via Arenula e il Movimento 5 Stelle nei prossimi giorni. I subemendamenti dovranno essere presentati entro martedì alle 10 e la maggioranza, ad esclusione dei pentastellati, punta a portare il testo in aula entro la prossima settimana.
"Venerdì prossimo sì svolgeranno nuove audizioni tra i nominativi che domani (oggi, ndr) i gruppi indicheranno - ha detto Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio - La prossima settimana sarà dunque uno snodo importante". L'impressione è che la parola "snodo" sia un eufemismo, perché sia in commissione che in aula si prevede una vera battaglia. Che potrebbe essere sbloccata solo dall'incontro tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha fatto sapere di non aspettarsi stravolgimenti alle proposte della Cartabia, e l'ex inquilino di palazzo Chigi, Giuseppe Conte, tornato alla ribalta dopo l'accordo (o meglio, la tregua) con Beppe Grillo. Incontro che dovrebbe svolgersi all'inizio della prossima settimana.Con la riforma Cartabia vengono introdotti tempi fissi oltre il quale scatta l'improcedibilità, cioè due anni per il processo d'Appello e un anno per quello in Cassazione, con delle eccezioni per i reati gravi come mafia, terrorismo, traffico di droga, violenza sessuale, rapina, estorsione, sequestro e, dopo l'insistenza del M5S, anche per corruzione e concussione: in questi casi i tempi dei processi potranno essere prorogati fino a tre anni per l'Appello e a un anno e mezzo per la Cassazione.
Il Movimento proverà a salvare il salvabile cercando, da un lato, di allungare i tempi di approvazione della riforma alla Camera e dall'altro di evitare che venga blindata. Il problema è che in aula saranno da soli a combattere questa battaglia, se è vero che dopo l'incontro tra Draghi e il segretario del Pd, Enrico Letta (ai quali sono seguiti quelli con Tajani e Salvini) l'esecutivo ha accelerato sul calendario. I Cinque stelle probabilmente si aspettavano un atteggiamento diverso dal Nazareno, che però sta tirando dritto per evitare di lasciare la palla nel campo di Salvini, viste anche i numeri traballanti al Senato sul ddl Zan.
"La riforma della giustizia serve ai cittadini ma anche alle imprese - ha detto Letta - Sapere che l'arbitro c'è e che le regole sono applicate è un messaggio di cui il Paese ha fortemente bisogno". Difficile che si arrivi a un accordo entro la prossima settimana, ma prima della pausa dei lavori parlamentari il governo vuole l'ok di Montecitorio (mentre a palazzo Madama si tenterà il semaforo verde al processo civile). "La riforma della giustizia nella sua pluralità di interventi dal processo penale al civile fino alle misure alternative al carcere e alla risoluzione stragiudiziale delle controversie è sicuramente un primo passo per la riaffermazione della civiltà giuridica recuperando lo spirito della Costituzione - ha spiegato la capogruppo di Forza Italia al Senato, Anna Maria Bernini - Una riforma che lascia necessariamente fuori la separazione delle carriere e dei Csm, ma nonostante questo l'esercito giustizialista, con in testa l'Anm, si è già messo in azione per bloccare tutto. Questa volta indietro non si torna: in Parlamento ci sono infatti, finalmente, i numeri per porre fine alla deriva giacobina". Lo afferma in una nota la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini.
Intanto la Commissione europea ha avviato una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia perché la legislazione nazionale che regola l'attività dei magistrati onorari, inclusi i giudici di pace, non è pienamente in linea con il diritto Ue in materia di lavoro: i magistrati onorari non hanno status di lavoratori e quindi non godono delle relative tutele (come malattia e maternità), non hanno rimborsi per le spese legali in cui incorrono, non sono tutelati contro l'abuso di contratti a tempo determinato in successione, e non hanno neanche la possibilità di fare causa contro questi abusi. Inoltre "l'Italia non ha creato un sistema idoneo a misurare l'orario di lavoro dei magistrati onorari". Roma ha due mesi di tempo per rispondere; in caso contrario la procedura andrebbe avanti con un parere motivato.
di Nello Trocchia
Il Domani, 16 luglio 2021
Perché la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, soltanto oggi ha fatto sapere che andrà, il 21 luglio, a riferire in parlamento sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere? Dal ministero spiegano che non è stata cattiva volontà, ma un problema di agenda: Cartabia ha chiesto al ministro per i Rapporti con il parlamento, il Cinque stelle Federico d'Incà, di fissare una data e sta aspettando.
Piccolo dettaglio: dal ministero di D'Incà precisano che la richiesta di Cartabia di rispondere in parlamento è arrivata solo stamattina. La prima notizia dei pestaggi, pubblicata da Domani, è del 28 settembre 2020, i video sono stati rivelati il 29 giugno di quest'anno. Questo lungo silenzio ha una spiegazione semplice e sorprendente: la questione è stata sottovalutata a tutti i livelli del ministero. E ora non sanno bene come gestire una situazione diventata esplosiva proprio perché lasciata incancrenire.
"Non dovete processarci", ripetono gli agenti della polizia penitenziaria. Lo hanno ribadito alla ministra Cartabia che visita i padiglioni del carcere con il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Una frase che nasconde un tema, enorme, di tenuta e di stabilità delle carceri e di chi, quotidianamente, ci lavora. La paura degli agenti è che il pestaggio di stato finisca per penalizzare l'intero corpo, il timore del governo è il rischio di alienare i poliziotti penitenziari che devono garantire la sicurezza negli istituti di pena.
La visita - "La ministra ha fatto benissimo ad andare a Santa Maria Capua Vetere, nel carcere Francesco Uccella, perché il rischio è minare la fiducia degli agenti. La giornata nera è colpa di tanti", dice un funzionario del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La giornata nera è il 6 aprile 2020 quando 300 secondini sono entrati, molti muniti di casco, e hanno picchiato i detenuti inermi del reparto Nilo. Nel suo intervento la ministra si è limitata a ripetere urgenze già espresse in altre sedi, ma non ha indicato una strategia per evitare nuove "Santa Maria".
La funzione profonda dell'evento era la riconciliazione, la presa di responsabilità davanti ai detenuti, ma soprattutto davanti al personale. "Gli agenti sono profondamente scossi da quanto emerso, ma soprattutto non accettano che tutto ricada su chi ha dato le manganellate. La questione riguarda la catena di comando, la testa dell'amministrazione che aveva autorizzato quella "perquisizione straordinaria". Nelle carceri molti agenti si sentono abbandonati, meno sicuri, e allora il ragionamento può essere "entrate voi nei reparti", continua il funzionario che chiede di non essere citato per nome. Il disimpegno è un rischio enorme che bisogna evitare.
Il momento è delicatissimo perché quando si parla di carceri non si parla solo di stabilità interna, ma anche esterna. Quella che pesa negli incontri internazionali dove certe immagini contano perché ridimensionano all'estero la credibilità del paese. Per questo la ministra Cartabia ha condiviso la visita con il presidente del Consiglio Draghi. Il commissario europeo Didier Reynders, nei giorni scorsi, aveva detto che "la violenza non è mai tollerabile", prima di chiedere una commissione indipendente per accertare i fatti.
"Ringrazio il presidente del Consiglio che ha condiviso con me il desiderio di visitare il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo la pubblicazione delle immagini dei gravissimi fatti accaduti fra queste mura poco più di un anno fa che hanno fatto il giro del mondo", ha detto la ministra Cartabia nel suo intervento, dando un messaggio chiaro all'esterno - all'Europa - ma anche all'interno. Una strategia necessaria e figlia della sottovalutazione del caso.
La sottovalutazione - Il 16 ottobre dello scorso anno il governo Conte II ha risposto a un'interrogazione parlamentare parlando del 6 aprile come di una giornata nella quale è stata ripristinata la legalità. È stata considerata veritiera la relazione che il provveditore Antonio Fullone, oggi sospeso perché interdetto, aveva inviato al capo del Dap, Francesco Basentini. Già all'epoca Fullone era indagato perché aveva ordinato la perquisizione. Anche quando cambiano ministro e vertici del dipartimento non muta la lettura di quei fatti. Nessuno ha creduto alle descrizioni fornite dai testimoni, nessuno ha creduto al pestaggio di stato prima dei video. Quando si è insediata la ministra, il Dap non ha allertato Cartabia di un potenziale e gigantesco scandalo rappresentato dai fatti di Santa Maria perché semplicemente avevano sottovalutato il caso. La ragione è la carenza di riscontri.
"Trasmissione atti non più procrastinabili", scriveva il dipartimento alla procura di Santa Maria Capua Vetere lo scorso anno. Ma i magistrati inquirenti hanno negato le informazioni per tre volte perché c'erano esigenze di segretezza delle indagini. Quando è stato fornito l'elenco degli indagati risultava sprovvisto dei titoli di reato e così il dipartimento si è limitato a trasferire un comandante. Anche se all'epoca era noto il reato contestato, cioè la tortura, come evidenziato dai sindacati e dagli stessi agenti indagati, sostenuti dalla visita dell'ex ministro Matteo Salvini.
Non c'erano carte, ma c'erano tanti, troppi elementi noti. C'erano 77 detenuti che avevano visto i video, noti anche ad alcuni indagati che dovevano contribuire al riconoscimento degli agenti. Non solo. Tra settembre e ottobre, grazie a diversi testimoni, questo giornale ha pubblicato articoli descrittivi dei pestaggi e delle violenze.
Il giorno della prima inchiesta, il 29 settembre, il garante dei detenuti campano, Samuele Ciambriello, ha detto: "Ora ci sono le immagini che provano le violenze. Solo pochi detenuti sono stati trasferiti, la maggior parte è rimasta nello stesso reparto, il Nilo, dove avvennero i pestaggi, insieme agli agenti denunciati. Non capisco perché il Dap non intervenga con i trasferimenti di tutti i detenuti o dei poliziotti coinvolti nella vicenda". Il dipartimento non è intervenuto. Non immaginavano dai piani alti del Dap quello che sarebbe emerso dai video. L'amministrazione ha trascurato le inchieste e le denunce. Dopo la pubblicazione delle immagini, corre ai ripari avviando indagini su tutte le rivolte e la ministra ci mette la faccia per evitare conseguenze più gravi.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2021
Sebastiano Ardita, consigliere del Csm ed ex dirigente del Dap: "Messa alla prova anche per reati puniti fino a sei anni di carcere? Sono d'accordo, ma nei Paesi in cui si applica massivamente c'è anche un 'probation office' che controlla". In Italia invece? "Basterà un contratto di lavoro, anche falso, e un colloquio semestrale con l'assistente sociale per continuare a commettere reati. Ed il sistema penale continuerà a sprofondare".
Un sistema con meno carcere e più pene alternative alla detenzione: domiciliari, semilibertà, lavori socialmente utili. E poi più spazio alla cosiddetta giustizia riparativa: chi ha commesso il reato ripara il danno causato alla vittima. È questa la giustizia immaginata da Marta Cartabia, la guardasigilli che nelle scorse ore ha inviato alla competente commissione della Camera gli emendamenti alla legge delega che riforma il processo penale.
A parte la contestata riforma della prescrizione - che vara un sistema d'improcedibilità per i procedimenti d'appello che durano più di due o tre anni - tra le norme presentate dal governo c'è anche l'estensione del novero dei reati per cui è possibile chiedere la messa alla prova con sospensione del processo: dalle fattispecie punite fino a quattro anni si passa a quelle che prevedono una pena fino a sei anni. Un sistema giuridico che ricalca il modello anglosassone, ma che in Italia rischia di avere una "deriva burocratica". Peggio: una "deriva criminogena" in cui si continua a commettere reati. Parola di Sebastiano Ardita, magistrato esperto delle questioni relative alla detenzione: è stato direttore generale del Trattamento detenuti del Dipartimento amministrazione penitenziaria, poi procuratore aggiunto a Messina e Catania, mentre oggi è consigliere togato del Csm.
La ministra Cartabia sostiene che "la certezza della pena non è la certezza del carcere". Dottore Ardita, lei è d'accordo?
Sono certamente d'accordo. E credo che non esista una espressione che possa sintetizzare meglio il bisogno di separare la penalità dal carcere, come avviene in tutti i paesi moderni che hanno rinunciato alla dimensione puramente afflittiva della pena. Ma temo che il nostro Paese sia assolutamente impreparato ad affrontare questa importante sfida.
Perché?
Perché per la probation non basta la previsione di un articolato normativo, ma occorre un apparato di uomini preparati allo scopo e di mezzi, altrimenti diviene lo strumento di una ulteriore elusione della pena. Nei Paesi in cui si applica massivamente la messa alla prova e la pena alternativa, c'è anche un "probation office" che lavora e illumina gli occhi del giudice che decide. Ogni mattina chi è messo alla prova riceve la visita di chi è chiamato a verificare se lavora, se fa uso di sostanze, come si comporta in famiglia. E durante la giornata può ricevere controlli per capire chi frequenta. Solo con queste condizioni di cautela si può fare in modo che chi poteva stare in carcere sia libero, con un vantaggio per la società. Altrimenti rischiamo la deriva burocratica, direi quasi una deriva criminogena: basterà un contratto di lavoro, anche falso, e un colloquio semestrale con l'assistente sociale per continuare a commettere reati. Ed il sistema penale continuerà a sprofondare...
Proprio per incentivare misure alternative al carcere, la riforma Cartabia estende la possibilità di ricorrere all'istituto della messa alla prova anche ai reati puniti con pene fino a sei anni di carcere. Secondo lei non è una soglia troppo alta?
In sé potrebbe non essere un tetto alto se i controlli funzionassero. Noi abbiamo un corpo di polizia penitenziaria che da anni attende una nuova riforma. Con una attività di formazione intensiva in poco tempo potrebbe essere in grado di reggere la sfida di rendere efficienti probation e pene alternative.
Tra quelle punite fino a sei anni si trovano alcune fattispecie come l'associazione a delinquere: non sono reati troppo gravi per concedere subito la messa alla prova?
Naturalmente la criminalità organizzata fa sempre storia a sé, quindi occorre fare molta attenzione. Ma, come abbiamo visto, la stagione degli automatismi è ormai superata dallo stigma della illegittimità costituzionale. Spetterà dunque al giudice decidere con attenzione caso per caso. Una giustizia attenta e professionale non avrà bisogno di ripararsi dietro il muro degli automatismi.
Sempre tra gli emendamenti presentati dal governo alla riforma, alcuni prevedono che siano direttamente i giudici del processo - e non di sorveglianza - a poter concedere misure alternative al carcere, direttamente dopo la condanna o il patteggiamento. Per i reati puniti fino a 4 anni si potrà concedere la detenzione domiciliare, oppure la semilibertà. Fino a 3 anni il lavoro di pubblica utilità: un sistema all'americana. Lei come la vede?
La vedo bene anzi benissimo, ma solo se si riuscirà ad organizzare il modello dei controlli di cui parlavo prima. C'è poi in questa scelta una dimensione anglosassone che lega la pena e la sua esecuzione al giudice della cognizione. Il che potrebbe dare buoni risultati anche nei percorsi di reinserimento, senza mortificare però l'esperienza della magistratura di sorveglianza. Senza tutte queste cautele, non la vedo affatto bene.
È possibile applicare al sistema italiano la giustizia riparativa, alla quale la guardasigilli sembra molto affezionata?
Quella della giustizia riparativa - su adesione volontaria di tutte le parti - è una necessità più che una opportunità. La mediazione penale tra vittime e autori di reato - così come si chiamava nella sua prima versione di cui mi sono impegnato a favorire la diffusione - rappresenta la punta avanzata del trattamento penitenziario. Essa ha prodotto effetti incredibili sia nel recupero dei condannati che nel superamento delle lacerazioni morali patite dalle vittime. Chi conosce questa esperienza e conosce il carcere sa che dovrebbe essere incoraggiata è diffusa il più possibile.
Ha fatto molto discutere la riforma della prescrizione, con l'improcedibilità in appello che farà "morire" i processi se non si concludono entro un determinato periodo di tempo. In questo modo non sarà più conveniente fare ricorso per l'imputato?
Mi sembra una risposta così evidente che rinuncio anche a formularla. Sarebbe l'ennesimo investimento che viene fatto sui tempi lunghi del processo. In un clima annunciato di rinnovata attenzione per le garanzie individuali, che meriterebbe un ben diverso accredito sul piano gestionale, non mi pare un buon biglietto da visita.
Oggi l'Italia è tra i Paesi dell'Unione europea con meno magistrati: sono 12 per 100mila abitanti. Il Recovery plan stanzia circa tre miliardi per il settore giustizia, prevede l'assunzione di 16mila dipendenti, ma di nessun magistrato.
Questo è vero. Ma aggiungo che le risorse finora sono state impiegate male. Sarebbe preferibile investire in modelli organizzativi agili ed efficienti, piuttosto che nell'assunzione di uomini e mezzi impiegati senza un criterio è costretti a rincorrere le pastoie di processi lunghi e defatiganti.
La prima trasferta del premier Draghi e della ministra Cartabia, in tandem, è stata nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, teatro delle violenze della polizia penitenziaria dopo le rivolte del marzo 2020. Lei che è stato un alto dirigente del Dap, come valuta questa vicenda?
La vicenda è gravissima ma è solo l'ultimo fotogramma di una prolungata di disattenzione verso questo pianeta. Rispondere a un evento del genere con un provvedimento emotivo sarebbe un errore, ma non c'è dubbio che bisogna ripartire con una azione decisa che riavvicini la popolazione detenuta alle istituzioni. Occorre rinnovare la fiducia negli agenti e offrire un orizzonte di speranza a chi è detenuto.
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