La Nuova Sardegna, 6 giugno 2021
"Il carcere è parte del territorio su cui insiste; non è un corpo estraneo da rimuovere dalla vista e dalla coscienza". Un punto fermo di Antigone (associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale), che ora Progetto per Nuoro fa proprio e cita mentre sottolinea che "sarebbe auspicabile affrontare in consiglio comunale" il tema Casa circondariale di Badu 'e Carros, "dando alla comunità del Nuorese un bel segnale di presa in carico di una realtà complessa e restituendo visibilità ad un pezzo della città". Intanto, il movimento politico che fa capo alla consigliera comunale di minoranza Lisetta Bidoni (nella foto) ha sostenuto la raccolta firme promossa dall'Associazione radicale "Diritti alla follia" per sollecitare la Regione a nominare il Garante regionale dei detenuti. La mozione sottoscritta da oltre duecento cittadini in tutta la Sardegna sarà depositata oggi e verrà illustrata lunedì prossimo a Cagliari, in viale Buoncammino (fronte ingresso ex carcere).
di Pierfrancesco Majorino*
L'Espresso, 6 giugno 2021
Al di là delle frasi di circostanza, dopo l'ultimo vertice non si registra alcuna discontinuità sul destino delle donne e degli uomini (e delle bambine e dei bambini) che cercano di sfidare la via del mare per raggiungere le coste europee. Sarà che quando si tratta di immigrazione sono abituato a non farmi facili illusioni, ma non ho ravvisato alcuna significativa e lodevole novità emergere dal vertice tra il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Capo del governo di unità nazionale libico, Abdulhamid Al Dabaiba. Il vertice ha concluso la serie di incontri del confronto Italia-Libia, quella che si è rivelata certamente un'occasione importante per stabilizzare le relazioni tra i due Paesi (il che è un bene) e per affrontare tematiche cruciali riguardanti i rapporti economico-commerciali.
Tuttavia non mi pare di poter affermare che, al di là delle frasi di circostanza, questa tappa abbia registrato una sostanziale discontinuità in relazione alla questione costituita dal destino delle donne e degli uomini (e delle bambine e dei bambini) che cercano di sfidare la via del mare per raggiungere le coste europee. A dirla tutta ancora una volta (poiché il governo Draghi non è ovviamente il primo degli Esecutivi impegnato ad affrontare una materia simile e a Draghi non si possono attribuire le responsabilità del passato) si ha l'impressione di una scarsissima attenzione riposta verso il tema dei diritti umani.
Del resto, a tutti i livelli, salvo qualche lodevole eccezione, oramai la preoccupazione è quella di procedere con l'esternalizzazione delle frontiere europee e la difesa dei confini di una fortezza assediata dall'invasione migratoria (il nazionalismo, sul piano culturale, anche a prescindere dai risultati elettorali conseguiti su questo terreno sta stravincendo).
Vorrei assistere, sinceramente, ad uno spettacolo diverso. Mi piace pensare che un giorno si possa concludere un confronto di simile livello con ben altre parole. E con un governo italiano capace di sfidare le altre nazioni europee (ancora una volta colpevoli di un immobilismo cinico e incontrovertibile) attraverso alcuni obiettivi: una missione continentale di soccorso, un sistema rivisto di accessi legali all'Europa (l'unica vera arma contro la dimensione della clandestinità), un piano impegnativo per la realizzazione di corridoi umanitari, un'azione tempestiva per svuotare i campi di concentramento libici (vorrei informarvi: sono ancora lì) e per creare nuovi centri temporanei impostati a partire dalle esigenze di garantire il rispetto della dignità della persona.
In Libia come, pure, sulla rotta balcanica. Il governo Draghi in Italia e in Europa sta facendo molto per garantire coesione e solidarietà. Sia sul terreno economico e sociale che su quello della salute. Una tale attenzione alla "persona" vorrei vederla pure quando la materia in ballo è quella, piuttosto ostica sul terreno del consenso, migratoria.
*Europarlamentare Pd
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 6 giugno 2021
Secondo i dati Onu il 90% della popolazione necessita di aiuti alimentari. E i giornalisti restano nel mirino del governo etiope. In Etiopia elezioni posticipate dal 5 giugno al 21 per permettere a tutti i cittadini di potersi registrare (anche se fissare il voto dopo l'inizio delle piogge potrebbe indicare la volontà di non far partecipare molte persone) con l'esclusione della regione settentrionale del Tigray (il che potrebbe rendere incostituzionale l'intero processo).
Si doveva votare inizialmente ad agosto 2020, poi tutto è saltato per la diffusione del Covid. Dal 4 novembre in seguito all'attacco della regione ribelle del Tigray il Paese sembra avvitato su tre questioni che nonostante i proclami non procedono verso una soluzione: la guerra contro il Tplf (con annessa questione delle truppe eritree), gli scontri sul confine nella regione del Benishangul con il Sudan, i problemi umanitari (gli ultimi dati Onu rilevano che nel Tigray il 90% della popolazione necessità di aiuti alimentari) e poi il mancato accordo con Egitto e Sudan sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope. Le elezioni vengono "vendute" come la soluzione di tutti i problemi, ma è qualcosa che sta tra l'illusione, l'inganno e la propaganda. Emergono anche astiosità nei confronti dei media: giornalisti arrestati, permessi revocati (vedi corrispondente del New York Times Simon Marks).
Secondo gli attivisti dei diritti umani è una campagna deliberata messa in atto dal premier Abiy Ahmed per sedare la copertura critica del conflitto. "Situazione deludente - secondo Muthoki Mumo, rappresentante per l'Africa subsahariana del Comitato per la protezione dei giornalisti -. Da novembre almeno 10 giornalisti sono stati arrestati in relazione alla loro copertura del conflitto nel Tigray".
Nel Tigray alla guerra si è aggiunta la fame: secondo il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock "il 20% dei 6 milioni di tigrini dopo sette mesi di conflitto affronta una seria penuria di cibo". L'80% dei raccolti sarebbe stato distrutto e questo secondo alcuni non è solo un effetto indiretto della guerra, ma una scelta deliberata: un "crimine di fame". Secondo Onu, Usa e Regno unito siamo di fronte a un'imminente carestia su vasta scala nel Tigray. Le Nazioni unite avvertono il rischio del ripetersi della devastante carestia del 1984 in Etiopia e chiedono un immediato cessate il fuoco nel Tigray. Secondo il governo etiope sono stati consegnati aiuti alimentari a 4,5 milioni di persone, ma vi sarebbe una carenza significativa sulla parte non alimentare degli aiuti.
Sulla questione è intervenuto il presidente degli Stati uniti Joe Biden che oltre a ribadire la richiesta del ritiro delle forze eritree e amhara dalla regione etiope del Tigray ha affermato che "deve essere garantito l'accesso umanitario immediato". Biden ha anche sostenuto che nel Tigray si stanno verificando violazioni dei diritti umani su larga scala, tra cui "violenza sessuale diffusa". Secondo Europe External Programme with Africa and Europe External Policy Advisors (EEPA) oltre agli abusi sessuali "nel corpo delle donne verrebbero immesse pietre, sabbia e metalli per renderle sterili". Il ritiro dei militari eritrei (la cui presenza è stata per mesi negata) è stato annunciato più volte, ma dal 2 giugno secondo la rete Arbi Harnet due divisioni avrebbero iniziato a lasciare effettivamente il Tigray.
Alle parole di Biden ha fatto seguito una manifestazione anti-Usa nelle strade di Addis Abeba a cui hanno partecipato più di 10 mila persone. Con cartelli critici nei confronti degli Stati uniti e altri di esplicito sostegno al presidente russo Vladimir Putin e al leader cinese Xi Jinping. Ma per il portavoce del ministero degli Esteri Dina Mufti l'Etiopia non è disposta a tornare all'era della Guerra Fredda, con i paesi allineati in due blocchi polarizzati: "Aspiriamo a stringere relazioni con i Paesi di ogni angolo del globo purché soddisfino l'interesse nazionale dell'Etiopia". Le geometrie variabili della diplomazia rischiano di avere tanti partner e nessun amico.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 6 giugno 2021
L'ultima rivoluzione. Violenze domestiche, discriminazioni e diritti negati. I movimenti delle donne irachene premono per una legge già scritta ma mai approvata per ragioni politiche. "Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato" denuncia Batool, aspirante giornalista.
A Baghdad, a poca distanza una dall'altra, ci sono due statue: sulla sponda del Tigri c'è Sherazade in piedi che per sopravvivere narra la sua favola lunga mille e una notte al re femminicida, comodamente sdraiato davanti a lei; nel quartiere di Karrada c'è Kahramana, raffigurazione della giovane schiava Marjana che brucia con l'olio bollente i quaranta ladroni nascosti nelle giare. Le femministe della capitale preferiscono la seconda: "È l'intelligenza femminile contro la corruzione. La statua di Sherazade no, è lo specchio del patriarcato", scherzano.
Nella capitale irachena spira aria nuova, soffiata da una lunga tradizione di movimenti femministi che oggi ha trovato una sponda nelle giovani donne che affollano le sue strade. Studiano, lavorano, protestano: in piazza Tahrir erano tantissime e di tutti i tipi, studentesse, venditrici ambulanti, casalinghe, lavoratrici. Per molte quella mobilitazione lunga quasi un anno ha cambiato la prospettiva: "Mi sto liberando un po' alla volta - racconta Z., 22 anni - In piazza ho sentito che l'utopia che sognavo non era irraggiungibile. C'erano persone che erano interessate a sentire la mia voce. Dopo Tahrir ho cambiato lavoro: mi sono licenziata, vivo sola, ho tolto il velo. Mio padre non sa più dove sono".
"Noi donne veniamo represse - ci spiega Batool, aspirante giornalista - e Baghdad è il meglio del peggio: qui la situazione è molto migliore che altrove. Ma non abbiamo tutele. Le uniche che possono permettersi una vita libera sono le ragazze ricche. Perché possono andarsene". Stipendi inferiori, tasso di disoccupazione maggiore e zero rifugi sicuri in caso di violenza. Un tasto su cui battono da tempo i movimenti delle donne irachene, che premono per una legge già scritta ma lasciata a decantare per ragioni politiche: "Se una donna fugge dalle violenze domestiche - prosegue Batool - non ha rifugio. Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato. E comunque una legge non c'è: è stata redatta ma mai approvata".
La legislazione-fantasma prevede il carcere per abusi su donne e bambini, inserendo una nuova fattispecie di reato nel codice penale, ma il parlamento non la approva, congelato dal veto di alcuni partiti che definiscono la normativa contro la violenza sulle donne un pericolo per la società e per la religione, nonostante l'aumento dei femminicidi durante la pandemia: "In questi mesi alle violenze che sono state denunciate non sono seguiti né arresti né processi né tantomeno protezione per le vittime. Si "risolve" con le leggi tribali, transazioni in denaro indifferenti a cosa vorrebbe la donna", spiega Sahar Salam di "Al Thawra al-Untha" (La rivoluzione è donna), organizzazione nata dopo la rivolta dell'ottobre 2019 per generare consapevolezza tra le donne rispetto ai propri diritti e agli strumenti di lotta.
"Stiamo identificando 120 attiviste in cinque governatorati diversi insieme a Un Ponte Per. Faremo formazione, diversa a seconda della regione perché le esigenze sono differenti, e individueremo le necessità delle donne. Sulla base di queste, decideremo insieme le attività da svolgere". Esigenze diverse in luoghi diversi perché l'Iraq non è tutto uguale: "Io ho vissuto nel sud e poi nella capitale - continua Sahar - ed è a sud che ho visto la vera condizione della donna irachena. A Baghdad le donne escono da sole, studiano, vestono come desiderano. Nel sud no, a decidere per loro è la famiglia e anche le attività più semplici sono una chimera: uscire, vestirsi, studiare, si fa accompagnate da un uomo o con il suo permesso. Ci sono casi di matrimoni forzati di minorenni e di adolescenti costrette a lasciare la scuola in attesa del marito giusto".
In questo contesto, dice, "parlare di partecipazione politica è fantascienza". L'obiettivo è fornire modelli di riferimento diversi, che dicano che scegliere liberamente è normale. A sud si combatte contro un sistema radicalmente patriarcale ("Una mentalità così vecchia che le donne stesse hanno finito per considerarla "giusta")", a Baghdad le giovani generazioni aprono nuove strade ispirate dal mondo fuori e dalla consapevolezza che "alla base ci sia diseguaglianza di genere": "Dopo la rivoluzione, l'Iraq è cambiato in modo irreversibile - conclude Sahar - Prima a guidarci era il fatalismo, la rassegnazione. Ora sappiamo che se gridiamo il governo è costretto ad ascoltare anche le donne".
adnkronos.com, 6 giugno 2021
È stato arrestato a Cuba il raper dissidente Maykel Castillo, conosciuto come Osorbo. È uno degli artisti che hanno interpretato il brano "Patria y vida", canzone critica nei confronti del governo locale che è diventato virale raggiungendo le 5 milioni di visualizzazioni su YouTube. Adesso il cantante si trova in detenzione provvisoria con le accuse, tra le altre, di "aggressione e disordine pubblico".
Il portale statale Cubadebate riferisce che le autorità cubane hanno arrestato Osorbo il 18 maggio, e il 31 maggio lo hanno trasferito nel carcere provinciale di Pinar del Ro. Secondo quanto riferito dal ministero, Castillo si trova attualmente in "prigione provvisoria per presunta commissione di vari reati". Secondo un comunicato del ministero, il provvedimento di arresto è stato emesso con l'accusa di "aggressione, disordine pubblico ed evasione di prigionieri o detenuti, in cui è incorso il 4 aprile 2021".
La conferma è giunta dopo che diversi attivisti e organizzazioni hanno chiesto nei giorni scorsi la liberazione del rapper dissidente. Il ministero sostiene che durante il procedimento "sono state rispettate le garanzie stabilite dalla Costituzione cubana e dal Codice di procedura penale", e durante questo periodo il detenuto "ha mantenuto una comunicazione telefonica con la sua famiglia, gli amici e il suo avvocato, in particolare con la moglie".
di Stella Cervasio
La Repubblica, 6 giugno 2021
La lettera del giovane sportivo, suicida a vent'anni, letta al suo funerale. Voleva diventare un campione per aiutare l'Etiopia, dove era nato. "Cuore fragile" non c'è più. Il ragazzo con i ricci crespi che modellava il pallone come un fantasista di talento - qualcuno lo chiamava "il piccolo Maradona", ha scelto di andarsene. È rimasto il suo nome su un collage di manifesti listati a lutto davanti alla chiesa di San Giovanni Battista, Nocera Inferiore. Un pugno in faccia, quella sua lettera contro il razzismo, consegnata da un'amica, Alessandra, alla madre perché la leggesse in chiesa, al funerale del ragazzo di origini etiopi adottato da Lena Imperatore e Walter Visin. "Ovunque io vada, ovunque io sia, - scriveva Seid -, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone".
I genitori, che lo adoravano, respingono l'idea che si sentisse discriminato. Seid era bello, intelligente, odiava le ingiustizie e amava il calcio e la vita. Ma ha deciso di farla finita a vent'anni. E quella lettera l'ha scritta, con incredibile lucidità. Raccontando, dicono le "Mamme per la pelle", l'associazione di genitori di ragazzi di un altro colore, emozioni non molto lontane da quelle dei loro figli. "Fino a Seid non avevano voce, i nostri ragazzi - dice Gabriella Nobile -, ora sì. Le sue sono parole di disperazione, anche se appartengono a un momento diverso". I discorsi contro gli sbarchi e l'intolleranza che quando non aggredisce, aleggia, hanno colpito comunque. Insieme alle ferite del passato, forse, e alle sofferenze di quest'ultimo anno di pandemia.
Al funerale tanti ragazzi come lui. La donna sull'altare, accanto alla bara con le maglie delle giovanili in cui Seid ha militato - Inter, Milan, poi Benevento -, legge con voce rotta dall'emozione le parole scritte tre anni fa e condivise da un'amica nel giorno della morte del ragazzo.
Papà Walter non punta il dito contro chi potrebbe aver ispirato a suo figlio quelle parole, anzi, esclude che siano all'origine del suo gesto. Il messaggio di Seid che ora scuote l'Italia - dalla politica allo sport - come un pugno nello stomaco era espressione, secondo lui, di uno stato d'animo legato a un momento che colpì l'intero Paese. E c'è da credergli: Visin è stato dirigente sindacale Uil, le sue lotte contro gli incidenti sul lavoro sono note nel Salernitano. La stessa passione animava Seid, che a neanche 21 anni si sentiva maturo abbastanza per dubitare della felicità promessa dalla carriera che i mister gli facevano intravedere. Aveva detto no a squadre importanti probabilmente perché il sistema, i soldi, il cinismo che spesso si respira in quel settore, non gli piacevano.
Lo deduce il padre di un suo amico, Giovanni Marra, che ogni tanto lo portava a fare provini da attore. Da quando non giocava più a calcio, Seid aveva lavorato in un pub, era stato recentemente in Finlandia dalla fidanzata, vincitrice di una borsa di studio. Ma il suo sogno restava lo stesso: i soldi avrebbe voluto farli, ma solo per regalare un nuovo destino ai bambini che avevano sofferto come lui, prima di trovare due genitori meravigliosi. "Voglio tornare in Etiopia e migliorare la vita della mia gente", diceva. Ma non è facile, per ragazzi come lui, che devono lottare con drammi mai del tutto dimenticati. Seid era stato adottato a 7 anni e uno dei suoi allenatori racconta che le ferite dei conflitti nel suo Paese per lui erano state profonde: il padre, che lo aveva avuto a soli 16 anni, era morto in guerra e il ragazzo aveva perso tragicamente anche la madre, lei pure poco più che una ragazzina. Cicatrici mai rimarginate cui si era aggiunto, a volte, il peso della mancata integrazione: "Qualche mese fa - scriveva nel 2019 - ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, mi attribuivano la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro".
Seid aeva fatto ricorso all'aiuto di una psicoterapeuta, che su Facebook ha postato un video in cui il ragazzo balla come Michael Jackson per le strade di Roma, sotto lo sguardo dei passanti. E ha aggiunto il messaggio d'addio di Cesare Pavese: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". "Il razzismo non c'entra - dice anche Antonio Francese, l'allenatore dell'Atletico Vitalica, la squadra di calcio a 5 dell'Agro Nocerino Sarese che aveva tesserato Seid prima del Covid -. Non rimpiangeva quel mondo perché aveva capito di essere refrattario alla logica del calcio miliardario. Coltivava anche il teatro e il ballo, ma non trascurava lo studio". Era tornato dalla Lombardia proprio per prendere il diploma di liceo scientifico. Nello Gaito, presidente della squadra: "Aveva sempre una parola di conforto per gli amici, soprattutto chi restava in panchina. Aderiva a tutti i progetti che portavano i cittadini al centro".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 6 giugno 2021
La storia della ragazza pachistana di Novellara, punita crudelmente dalla famiglia per avere rifiutato le nozze combinate, ha faticato a emergere nel dibattito pubblico. Il destino toccato a Saman Abbas squarcia un velo. Chiama in causa politici e giornalisti, femministe e società civile: in fondo, tutti noi. Perché denuncia una sottocultura gretta e spietata - si direbbe ormai radicata nelle pieghe più nascoste del nostro Paese - ma anche la persistente difficoltà che abbiamo ad affrontarla e persino a raccontarla, in quanto il suo tessuto connettivo è la comunità islamica, con l'annesso fardello di uno scontro ideologico dal quale fatichiamo a liberarci.
La diciottenne pakistana di Novellara, punita ferocemente dalla famiglia per avere rifiutato un matrimonio combinato con un cugino in una madrepatria per lei lontana, parla ovviamente a ciascuno: come figlia, sorella, donna, cittadina italiana che non abbiamo saputo proteggere. Eppure, la sua storia ha faticato a emergere nel dibattito pubblico di un Paese altrimenti sempre pronto, e giustamente, a insorgere e scendere in piazza contro femminicidi e violenza sulle donne. Al punto che, per paradosso, a farci i conti sono stati dapprincipio soprattutto gli islamici: islamici italiani, beninteso, integrati da tempo, e dunque feriti più di noi da questo riflesso crudele e ancestrale proiettato sulla loro religione.
Il 3 giugno l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche d'Italia, ha emesso una fatwa contro "i matrimoni forzati nell'Islam", denunciandone l'illiceità: "Una pratica tribale che non può trovare alcuna giustificazione religiosa". La fatwa è un "parere" dottrinale: avvezzi a quelle usate dai fondamentalisti quali sentenze di morte contro qualche "miscredente" (Salman Rushdie, per citare il più noto), abbiamo quasi ignorato sui media un atto importante, il primo, sulla tragedia di Saman, diremmo una sentenza di vita, in questo caso emessa da 110 imam legati all'Unione.
Il secondo atto, tutto politico, è venuto ancora dall'Islam italiano: come il bambino che grida "il re è nudo", una giovane e coraggiosa consigliera comunale del Pd di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, ha tirato in ballo il proprio partito e la sua lentezza nel prendere posizione su una clamorosa violazione dei diritti umani quale è quella patita da Saman.
Esistono battaglie "di serie B" quando la vittima della violenza è una donna di origine straniera e, più precisamente, di religione musulmana? Una parte di spiegazione, forse, sta proprio qui, in un riflesso quasi pavloviano della nostra sinistra politica e culturale: il terrore, a indignarsi con troppa nettezza, di essere tacciata di razzismo, confusa con gli xenofobi di professione secondo i quali l'Islam è cattivo e violento per definizione. Naturalmente questa spiegazione, aggravata dal sospetto di pescare per interessi elettorali nella constituency degli stranieri ancora a corto di diritti, fa insorgere opinionisti e politici di sinistra. Ma è innegabilmente più facile mostrare solidarietà un po' paternalista verso i migranti sbarcati dalle carrette del mare a Lampedusa piuttosto che andare a ficcare il naso in questioni così complesse e difficili da dirimere come la vita di famiglie spesso ancora ai margini del processo di integrazione. E allora sta qui, forse, la motivazione più seria e profonda: nella separatezza di talune comunità, dove il calvario di Saman ricorda tanto da vicino quelli di Hina Saleem o di Sana Cheema, ammazzate dalle famiglie pakistane in circostanze assai simili e con identici moventi: la voglia di libertà di ragazze che si sentivano ormai occidentali ma erano percepite in modo assai diverso dal contesto familiare. In questo mondo a parte, e nella nostra fatica a intrometterci in esso, si consuma una contraddizione che può diventare fatale.
Izzedin Elzir, che ha guidato l'Ucoii fino a pochi anni fa, raccontava dei problemi, anche per gli imam, a penetrare famiglie bengalesi della borgata romana di Torpignattara nella quali si dava per scontato il diritto di ritirare le figlie dalla scuola alla prima adolescenza. I dati del Miur hanno scolpito più volte questa tendenza, radicata nelle comunità più arretrate, che si traduce nella scuola negata alle ragazze islamiche. Questa storia è dunque l'occasione per guardarci in faccia. Senza assurde pretese di superiorità, non giustificabili in un Paese che per tre secoli ha bruciato le "streghe" col Malleus Maleficarum scritto da due domenicani e, fino ai primi anni Ottanta dello scorso secolo, ha mantenuto nel suo apparato giuridico il delitto d'onore e il matrimonio riparatore. Ma, piuttosto, con la forza della nostra Costituzione, il cui articolo 3 non contempla divisioni per fazioni o interessi partitici nella tutela dell'uguaglianza. Ciò che dovrebbe bastare, alla sinistra italiana, per superare ubbie e imbarazzi residui. E che dovrebbe convincere ciascuno di noi del nostro dovere a intrometterci in queste vite degli altri: a scuola, al lavoro, sul pianerottolo, sul bus, ovunque si levi accanto a noi una Saman che rivendica solo il suo diritto all'Italia.
di Francesca Sironi
L'Espresso, 6 giugno 2021
L'emergenza Covid ha stravolto un sistema gravato già da molti problemi. Ma per ripartire
davvero bisognerebbe cambiare in profondità. "Invece molti istituti si preoccupano solo di recuperare i compiti in classe". "Poi le giornate sono tutte ripetitive: dormi, studia, lava, lavati, mangia, dormi... Le facce sempre uguali...". Le quarantene sono il passato, ma per alcuni giovani le ombre di quella insofferenza avranno conseguenze lunghe sul futuro. Sta già accadendo.
Le voci degli studenti raccolte dall'istituto comprensivo Negrar di Valpolicella, in provincia di Verona, sono infatti quelle di decine di migliaia di studenti in tutto il Paese, per i quali la scuola è stata in questi mesi una zattera di salvataggio. Ma anche una zattera la cui direzione resta tutta da capire. Sono uscite le prime ricerche: un sondaggio Ipsos per Save the Children che parla di un adolescente su tre fra i 14 e i 18 anni che ha visto almeno un proprio compagno smettere di frequentare la scuola dall'inizio della pandemia.
Ci sono le segnalazioni in aumento alle procure minorili, a Napoli come in Lombardia, di alunni scomparsi dai registri, nel silenzio della famiglia, nella solitudine degli istituti di fronte alla continuazione dell'obbligo scolastico. C'è la preoccupazione di insegnanti e formatori davanti all'intermittenza delle presenze a distanza, con il loro corredo di incomprensioni da connessione, telecamera, wifi. Il rischio è quello di lasciare alla deriva migliaia di giovani.
Giovanni Del Bene ne è sicuro, ed è preoccupato: "Dopo tanti anni di miglioramento delle statistiche sulla dispersione scolastica, mi aspetto un aumento del dieci per cento di abbandoni nel prossimo anno". Uno studente su dieci ha già compromesso la propria fiducia nell'istruzione, rinunciando a iscriversi a un nuovo anno di studio. Psicologo, già preside dell'Istituto comprensivo Cadorna di Milano, Giovanni Del Bene è collaboratore dell'ufficio Scuole aperte del Comune di Milano; insieme ad Angelo Lucio Rossi e Rossella Viaconzi ha appena scritto "La comunità educante" per la Fabbrica dei Segni editore.
Nel libro, come nella chiacchierata con L'Espresso, Del Bene ripercorre i cardini che rendono le "scuole aperte", a Milano ce ne sono 45, in rete con altri istituti dal Lazio alla Calabria, un modello potenzialmente cruciale per regalare futuro ai bambini e agli adolescenti, fuori dalle secche di questa pandemia. Le "scuole aperte" sono istituti che attraverso patti territoriali con associazioni dei familiari, realtà di volontariato, organizzazioni sportive e musicali, imprese e uffici, fanno sì che l'edificio-scuola non chiuda mai, mattina, pomeriggio estate, e fine settimana, e con l'edificio anche il suo ruolo educativo e soprattutto sociale. Bambini e ragazzi si trovano così al centro di una rete che possono navigare seguendo i propri interessi.
"Per questo parliamo di comunità educante. È fondamentale che i ragazzi siano motivati a mettersi in gioco, a trovare e valorizzare le loro qualità creative, di movimento, di fantasia, non solo a rispondere a prove di carattere teorico". La scuola è infatti il primo luogo di socializzazione "obbligata" fuori dall'ambiente familiare, e quindi la prima porta dove decidere chi essere, e chi diventare. "Per andare in classe i ragazzi possono scegliere la propria immagine. Banalmente: si mettono in ghingheri, o meglio, indossano quello che gli piace per destare l'interesse del territorio. Adesso arrivano da un anno in cui sono rimasti per settimane a casa in ciabatte e pigiama. In questo modo un giovane si trova a contatto con la propria persona, senza più l'ancora dell'immagine. E non a tutti piace la propria persona. Senza confronto, depressione, autolesionismo e disturbi alimentari sono enormemente aumentati". Per cacciare questi fantasmi serve appunto il confronto. La possibilità di una relazione meno rigida con gli altri, con la cultura, con il divertimento. Una nuova modalità di scambio fra alunni e adulti.
Vivere insieme - Rossella Viaconzi è vicepreside dell'istituto Alda Merini di Milano. La pandemia "ci ha estenuati. Ha stancato tutti: studenti, genitori, professori e dirigenti", racconta: "Ci ha messo alla prova. Ma chi lavorava in rete con il territorio ha potuto in qualche modo contare su una forza in più". Sia nel bisogno, che nel rilancio della socialità. "L'anno scorso abbiamo iniziato la distribuzione dei pasti a trenta famiglie di nostri alunni, grazie a una catena di supermercati biologici e alle "brigate partigiane".
Quest'anno l'esigenza è stata quella di non far perdere agli adolescenti il contatto con i compagni. All'Alda Merini, con le sue sedi sparpagliate in vari canti della periferia Nord Ovest della città, gli alunni hanno potuto continuare ad andare a scuola attraverso il calcio come laboratorio, ad esempio, oppure per le attività legate alla webradio, o ancora passare il pomeriggio con le mani nella ceramica, oppure a dipingere gli esterni nel laboratorio di pittura murale insieme allo street artist Pao.
"È stato possibile per la collaborazione con Fondazione Exodus di Don Mazzi", racconta Viaconzi: "Grazie alla quale abbiamo realizzato anche un'altra avventura, che mi ha colpita profondamente. Insieme a una classe di tempo prolungato che ho, dove su 18 studenti 17 sono stranieri, giovanissimi che hanno sofferto molto l'isolamento dei lockdown, e che rischiavamo di perdere, siamo stati per una settimana in barca a vela all'isola d'Elba, all'interno del progetto "Per educare ci vuole un villaggio". È stata un'esperienza fortissima per tutti. Ho capito con un'intensità che non avevo conosciuto in tutti questi anni di esperienza come davvero la dispersione scolastica possa essere vinta solo se c'è condivisione di vita", racconta.
"Abbiamo avuto quattro giorni di mare mosso, forza 4 nello stretto di Piombino. Tutti con il mal di mare. Eppure tutti trasformati dall'esperienza comune. Dopo esser stati nella stessa classe per tre anni, li ho visti tutti sotto altri punti di vista. Nei momenti di convivialità, nei confini della convivenza, sono emersi aspetti dalla loro personalità che non conoscevo, risorse che non avevano mai mostrato. Appartenevano a nove etnie, con cinque fedi diverse, ognuno con le sue abitudini e i suoi progetti, e un effluvio di domande continuo. Sulla vita, le scelte, il domani". "Personalmente credo che la scuola sia un bivio", riflette Viaconzi. "Purtroppo irrigidirsi può portare a non comprendere più i ragazzi. Soffrono tantissimo il fatto di essere tornati in presenza e di essere valutati soltanto, come se nulla fosse stato, sottoposti a verifiche continue, quando in realtà andrebbe fatto un altro tipo di valutazione". Che parta da loro, per tornare a loro.
Tornare per i voti? - È andata diversamente. Se la prima volta è una sorpresa, la seconda è un macigno. Emersi dal doppio anno pandemico, doppia stagione di lezioni via zoom, mattinate davanti ad adulti che parlano dentro a uno schermo, migliaia di studenti italiani hanno terminato l'anno scolastico con un ritorno in presenza che sembrava segnato troppo spesso da una sola richiesta: verifiche, verifiche, verifiche. Priorità ai voti. "Lo temevo, e così è stato. Alcune scuole hanno capito l'importanza del rientro in presenza degli alunni. Altre hanno imbastito invece settimane di compiti in classe e interrogazioni a raffica. Non è questione di dibattere sull'opportunità o meno di bocciare in un anno così, ma di ricordarsi qual è il ruolo dell'istruzione. Se è una raccolta punti in vista del binomio promozione/bocciature, oppure se è un impegno per ascoltare e far crescere le competenze. Le competenze, più che le conoscenze".
Matteo Lancini è uno psicologo, psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro e membro del gruppo di lavoro sulla dispersione scolastica della Regione Lombardia. E ha un'idea chiara: "In questi giorni di scrutini finali, verso la chiusura dell'anno l'8 giugno, tutti gli insegnanti dovrebbero ricordarsi cos'è una scuola inclusiva. E non gettarsi a recuperare un'autorevolezza perduta aggrappandosi a voti e bocciature, che mortificano i ragazzi e vanno ad aumentare le incertezze di quei due milioni e 400mila giovani che in Italia non risultano integrati né in un percorso formativo né lavorativo". Anche perché quell'autorevolezza di cui alcuni professori hanno nostalgia, dice Lancini, non è stata persa per un aumento indiscriminato di irriverenza casuale, quanto per i paradossi con cui gli adulti impongono ai ragazzi regole che nemmeno loro rispettano. "L'esempio principe per me è il cellulare. Gli unici che dovrebbero spegnerlo, nella nostra società, sono gli adolescenti. Per gli adulti è normale usarlo per ore, se lo fanno i ragazzi diventa dipendenza. Forse allora dovremmo partire da educare gli adulti, prima di parlare di internet come del male assoluto, e poi da un giorno all'altro obbligare i giovani ad accendere la telecamera nell'intimità della loro stanza per la videolezione". Insomma, "gli adulti perdono autorevolezza quando ripetono interventi stereotipati anziché insegnare a muoversi nella realtà contemporanea".
Territori e complessità - Da una parte quindi ci sono i fondamenti dell'esercizio di cittadinanza - socialità, capacità di esprimersi e capire, conoscere la storia - dall'altra la necessità di innovare gli insegnamenti per ascoltare di più le predisposizioni dei singoli ragazzi, i loro desideri. Se per questo obiettivo c'è ancora molta strada da fare, per il primo, anche. Secondo gli ultimi risultati Invalsi - che risalgono alle prove del 2019, l'anno scorso i test sono saltati, mentre a luglio usciranno gli esiti delle rilevazioni di quest'anno - in una regione come il Piemonte il 31 per cento degli studenti non raggiunge, in terza media, il livello base di italiano. Per matematica è il 35 per cento. Guardando al domani, le prospettive si allargano e distanziano ancora di più: fra i ragazzi dei licei l'11 per cento arriva al diploma con un italiano zoppicante secondo le griglie Invalsi, fra gli studenti dei professionali è il 54 per cento. Uno su due. A notare questi dati approfondendo i numeri della dispersione scolastica di Torino e dintorno è Luisa Donato, ricercatrice di Ires Piemonte, che ricorda come il problema dell'abbandono non sia drammatico solo nel Sud Italia, ma anche al Nord, soprattutto nella differenza fra centri e periferie.
Un esempio? "Gli Elet (Early leavers from education and training), nel 2020 il Piemonte saliranno al 12% rispetto al 10,8 del 2019, dopo esser diminuiti costantemente negli ultimi 15 anni", riflette Donato: "Considerando che l'obiettivo stabilito dalla strategia Europa 2020 è di uno su dieci, il Piemonte, già prima della pandemia, era in una situazione che definiamo di "oscillazione". Significa che resta una parte di giovani fra i 18 e i 24 anni, con al massimo il titolo di licenza media e non più in formazione o in percorsi di istruzione, che andrebbe intercettata con interventi il più possibile precoci.
La Regione Piemonte sta provando a intervenire con un servizio di orientamento regionale. In questi due anni di scuola non in presenza, o alternata tra presenza e distanza, il numero di ragazzi e ragazze che si sono rivolti al servizio, per un supporto nella scelta dell'indirizzo di studi nel primo biennio delle superiori, è stato elevato. Questa è un'antenna sul territorio che fa capire il disagio dei giovani adolescenti nel vivere una situazione straordinaria che ha generato dubbi e insicurezze limitando di fatto anche il confronto tra pari, indispensabile nell'età in cui cambiano i gruppi di riferimento". Non solo. I dati mostrano un altro elemento: nelle province di Asti e di Alessandria la media degli abbandoni è più alta, arriva al 16 per cento, e in aumento rispetto a prima. "In genere la dispersione è sempre stata più elevata in quei contesti territoriali in cui i giovani avevano maggiori opportunità di entrare nel mercato del lavoro", riflette Donato. "Tuttavia, il sistema si fa sempre più complesso. Il lavoro diminuisce, in particolare per i più giovani, e cresce l'eterogeneità della popolazione. La presenza di persone con maggiori fragilità o difficoltà incide sui livelli di dispersione - persone con status socioeconomico basso e di origine straniera. Se anche nelle altre regioni italiane fossero disponibili dati disaggregati a livello territoriale inferiore alla regione, emergerebbe che non tutti i territori vanno alla stessa velocità né nella stessa direzione".
Il terzo salto - Orientamento, territorio, conoscenza. Pierpaolo Triani è professore ordinario di Pedagogia all'università Cattolica di Milano. Un mese fa ha commentato i risultati di una ricerca della consulta studentesca di Piacenza sull'impatto dell'orientamento nel prevenire (o causare) derive di abbandono scolastico. Fra gli studenti intervistati per il progetto "due su dieci hanno dichiarato di non essere particolarmente contenti del proprio percorso di studi, e quattro su dieci che l'orientamento in terza media non è stato utile".
"Per quanto concentrate soprattutto fra licei - quando la dispersione, sappiamo, è un problema che si aggrava soprattutto a cavallo del primo biennio negli istituti tecnici e professionali - sono risposte che evidenziano come l'azione di orientamento in terza media sia importantissimo per contrastare la dispersione. Dovrebbe essere però un coinvolgimento pratico, un modo per sperimentare sul campo attitudini e interessi, non solo valutando gli aspetti cognitivi, dando informazioni astratte, ma permettendo ai ragazzi di sperimentarsi, rispetto al loro futuro. L'esperienza concreta potrebbe aiutarli a capire meglio interessi e attitudini". Il passaggio fra la terza media e le superiori è quindi un ponte cruciale e delicato. "Ma è anche il momento in cui le direzioni si polverizzano, perché dopo il passaggio da elementari a medie che avviene nello stesso contesto urbano, o addirittura nello stesso istituto comprensivo, ci si trova a partire per una classe che si trova anche a 40 chilometri di distanza", spiega Triani.
Il problema non dovrebbero essere però i chilometri: "non è semplice organizzare un lavoro di rete che permetta di seguire le situazioni più difficili, o fragili, ma è necessario. Creando subito un legame fra scuola di partenza e d'accoglienza si può intervenire prima, e meglio, personalizzando l'azione didattica. Non basta sapersi approcciare, come molti insegnanti alle professionali già fanno, bisogna agire subito per fermare la deriva". Anche Triani condivide il timore di Del Bene: "Nei prossimi anni avremo i segnali statistici di quanto stiamo vivendo in questi mesi". Bisogna iniziare a prevenire. Irrobustendo le risorse migliori dei ragazzi, e dei territori dove vivono. Per una nuova presenza.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 6 giugno 2021
Dopo la decisione del presidente americano Joe Biden di porre fine alla ventennale missione militare in Afghanistan entro il prossimo 11 settembre, i taleban sono convinti di poterlo riconquistare in fretta e questa volta è la Cina a temere di più l'instabilità cronica della nazione che ingoia gli imperi. Stati Uniti e Nato lasciano l'Afghanistan, i taleban sono convinti di poterlo riconquistare in fretta e questa volta è la Cina a temere di più l'instabilità cronica della nazione che ingoia gli imperi.
È la decisione del presidente americano Joe Biden di porre fine alla ventennale missione militare in Afghanistan entro il prossimo 11 settembre - anniversario degli attacchi di Al Qaeda contro Washington e New York nel 2001 - a riproporre lo scenario di Kabul genesi e teatro di nuovi temibili conflitti. Il passo di Biden ha innescato un ritiro accelerato delle rimanenti truppe Usa e Nato, italiani inclusi, e quando l'ultimo reparto avrà lasciato l'Afghanistan - forse già il 4 luglio - la sorte del governo guidato da Ashraf Ghani dipenderà solo e unicamente da un esercito di 300 mila effettivi addestrato e armato dalla Nato. Sulla carta è una forza militare che non ha rivali locali in grado di sfidarlo e, inoltre, può contare sul sostegno di una popolazione - per tre quarti sotto i 30 anni - in gran parte nata e cresciuta dopo la caduta del regime medievale dei talebani del Mullah Omar nell'ottobre del 2001.
Ma la verità sul terreno, come ammette l'inviato Usa Ross Wilson, è che "i gruppi jihadisti rimangono una potente forza in Afghanistan" come conferma il fatto che i taleban, sostenuti da ciò che resta di Al Qaeda, assediano la città di Kandahar e controllano vaste aree di territorio. Per non parlare del sanguinario Stato Islamico (Isis), con la roccaforte a Nangarhar, autore del recente feroce assalto a una scuola femminile nonché intenzionato a conquistare Kabul per far risorgere in tempo record "l'Emirato della Jihad" crollato nel 2017 a Raqqa e Mosul.
La previsione de "l'Afghanistan Study Group" del Congresso Usa è che i taleban - autori di continui attacchi contro civili e militari afghani - possano rientrare a Kabul in un periodo compreso "fra 18 mesi e 36 mesi", polverizzando uno Stato musulmano moderno il cui maggior risultato è stato garantire l'istruzione pubblica alle donne. Come riassume Kenneth McKenzie, capo del CentCom del Pentagono, "l'esercito afghano senza il sostegno Usa è destinato al sicuro collasso".
Ciò significa che i mujaheddin jihadisti dopo aver obbligato l'Urss ad abbandonare l'Afghanistan nel 1989 oggi possono parlare di una nuova "vittoria" davanti alla conclusione della più lunga guerra della Nato, pur non avendo mai potuto sfidarla militarmente sul terreno. Ai loro occhi si tratta della riaffermazione della validità del pensiero di Osama bin Laden sulla superiorità jihadista nei confronti dell'Occidente "perché voi avete gli orologi - come disse in un'intervista - e noi il tempo".
Bin Laden è stato eliminato dalle truppe speciali Usa ad Abbottabad, Pakistan, nel 2011 e del suo network di morte resta assai poco ma quanto sta maturando a Kabul consente ad Al Qaeda di sognare il riscatto. Anche perché sul lato pakistano del confine i miliziani del "Tehreek-e-Taliban" restano pericolosi. Per questo l'ex Segretario di Stato Hillary Clinton teme "enormi conseguenze" dal ritiro Usa ovvero "la ripresa delle attività dei terroristi islamici" e "una nuova guerra civile con milioni di profughi afghani in fuga". Anche Condoleezza Rice, consigliere nazionale di George W. Bush quando decise l'intervento, vede il rischio del "ritorno del terrorismo" perché i taleban oltre a rivendicare come "una vittoria" il ritiro della Nato si affretteranno a ricostruire il network che partorì il piano per l'attacco all'America. Ciò significa che i gruppi jihadisti, le cui roccaforti sono oggi nel Sahel, in Somalia e Yemen, potrebbero presto tornare a insediarsi sulle montagne afghane.
È uno scenario da brividi che la Casa Bianca prova a esorcizzare esprimendo fiducia nella capacità del nuovo Stato afghano di "stare in piedi da solo" ma i taleban già pregustano la vittoria sul "più arrogante degli imperi" come lo definisce il loro vice comandante, Sirajuddin Haqqani. E al loro fianco hanno il tacito avallo dei militari di Islamabad, che non hanno mai cessato di foraggiarli. Pechino guarda tutto ciò con un misto di interesse e preoccupazione: da un lato è infatti l'alleato chiave di Islamabad in Asia - contro il rivale di New Delhi - ma al tempo stesso teme che l'Afghanistan jihadista possa sfuggire ancora una volta di mano e destabilizzare il confinante Xinjiang, la provincia cinese a maggioranza musulmana dove vogliono insediarsi le cellule separatiste del "Movimento islamico del Turkestan Orientale".
La Cina ha già iniziato a operare in Afghanistan, con il ministro degli Esteri Wang Yi, triangolando con il Pakistan per trasformare Kabul in un tassello della nuova Via della Seta - la "Belt and Road Initiative" - destinata a unire il mercato di Pechino con l'Europa Occidentale attraverso l'Asia centrale. È difficile prevedere se Pechino riuscirà a imporre la propria influenza economica o dovrà difendersi dalle infiltrazioni jihadiste attraverso il corridoio di Wakhan - creato nel 1893 per segnare il confine fra impero russo e impero britannico - ma il bivio fra questi scenari lascia intendere la pericolosità della partita che sta per aprirsi. Come se non bastasse c'è anche l'ombra di Recep Tayyip Erdogan che si staglia sul ritiro della Nato. Ankara ha siglato con l'Alleanza un accordo che la trasforma nel gestore dell'aeroporto internazionale di Kabul, considera l'Afghanistan un tassello dell'Asia Centrale a cui è legata da radici antiche e punta a farlo entrare nel "Consiglio turkico" creato nel 2009 su iniziativa del presidente kazako Nursultan Nazarbajev per riunire tutte le nazioni asiatiche con legami culturali ed economici con la Turchia ovvero Uzbekistan, Azerbaijan, Kyrgyzstan e lo stesso Kazakistan.
La recente campagna militare azera vinta in Nagorno Karabakh contro l'Armenia grazie agli armamenti turchi ha dimostrato con quanta determinazione Erdogan vuole consolidare l'influenza neo-ottomana in Asia Centrale. E proprio i legami con le tribù uzbeke e tagike - presenti nel settentrione afghano - lo trasformano nel più importante partner della possibile riedizione de "l'Alleanza del Nord" che si opponeva ai taleban anche nel 2001 e sostenne l'intervento Usa deciso dal presidente Bush.
Ciò significa che se i talebani, di etnia pashtun, andranno verso il Pakistan (e Pechino), tagiki e uzbeki potrebbero invece guardare ad Ankara, impegnata nell'ambizioso tentativo di trasformare l'Asia Centrale in una sua regione cuscinetto fra Cina e Russia. Con la maggioranza etnica Hazara stretta nel mezzo. Come se non bastasse, il ritiro Usa e Nato da Kabul spinge l'India di Modi a tornare ad accendere i fari sull'Afghanistan per ostacolare in ogni modo Islamabad, senza dimenticare l'Iran degli ayatollah intenzionato a riprendere il controllo delle porose regioni ai propri instabili confini orientali. Ce ne è abbastanza per dedurre che Kabul sta per tornare, ancora una volta nella storia, a scuotere il mondo.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 6 giugno 2021
L'Italia è il Paese delle favole al contrario. Dove l'integrazione è una bella storia che dura quanto quei mappamondi di cartoncino appesi nei corridoi delle scuole elementari, in cui bambini di tutte le razze si tengono armoniosamente per mano. La bella storia che le mamme dei bimbi adottati raccontano ai loro figli africani, indiani, cambogiani: "Questo è il tuo Paese, tu sei italiano, la pelle non conta, siamo tutti uguali". È la bella storia, ancora, che le madri immigrate raccontano ai lori figli di seconda generazione: "Sei nato qui, avrai diritti, sicurezza, cittadinanza". Poi, alle soglie dell'adolescenza, invece, quella bella favola va in pezzi, il finale si rivela una beffa amara, perché il ragazzino nato o ri-nato in Italia, scopre che la sua pelle nera non è più "esotica", i suoi ricci afro non più una lanugine da accarezzare con curiosità e condiscendenza "bianca", ma vuol dire, anche, razzismo, discriminazione, scherno, aggressione fisica, mancanza di diritti. La pelle diventerà quel diaframma che in un Paese sempre più torvamente ripiegato su stesso, grazie alla mitologia salviniana dei porti chiusi e della caccia agli immigrati, gli si imprime addosso come un tatuaggio di diversità.
E nei più fragili è allora che qualcosa s'incrina, come in Seid Visin, che ce l'aveva messa tutta per trovare un posto in questa Italia in cui era stato trapiantato, (perché l'adozione è un espianto e poi un trapianto) il calcio, la musica, gli amici, poi, invece, a 20 anni ha mollato, addio, vi lascio, muoio, ciao mondo. Il disvelamento amaro di scoprirsi stranieri e indesiderati, anzi detestati, quando invece si è stati bambini amati e integrati, Seid lo aveva descritto in una drammatica lettera di due anni fa, raccontando lo choc di ritrovarsi oggetto di razzismo, lui, non un immigrato, "ma adottato quando ero piccolo". "Prima di questo grande flusso migratorio ricordo che tutti mi amavano. Ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità". Eccola la beffa, la favola che si capovolge in inganno. È quello che accade anche ai figli di seconda generazione in un Paese che rifiuta lo Ius soli, ragazzi che non hanno alle spalle lo sradicamento dell'adozione, ma di certo la difficoltà di vivere a cavallo di più culture. A diciotto anni, mentre i loro coetanei si avviano sicuri nell'età adulta, loro si scoprono cittadini di serie B: niente voto, niente accesso ai concorsi, niente eguaglianza.
La lettera di Seid, giovane promessa del calcio, è del 2019. Dentro un incolmabile lutto, davanti al corpo del loro ragazzo che veniva dall'Etiopia, i genitori dicono che non è stato il razzismo ad aver spinto Seid a salutare la vita. Bisogna ascoltarli, in silenzio, forse le ferite erano (anche) altre, nessuno sa, nessuno può dire. Il suicidio è un mistero doloroso. Però quella lettera di Seid è comunque un urlo di rabbia e sbatte davanti ai nostri occhi una verità tremenda: non appena un bambino o una bambina con la pelle scura entra nell'età adulta, viene visto come un pericolo, diventa un nemico.
Gli sguardi della gente si trasformano in lame di disprezzo, così almeno li sentiva Seid. Bastano una felpa e un paio di jeans stracciati come vuole la moda perché l'adolescente "non bianco", adottato o straniero di seconda generazione, venga fermato per primo in un gruppo di compagni, perquisito senza motivo, guardato con sospetto in un supermarket. Chi ha la pelle nera sa che il poliziotto prima ancora dei documenti chiederà: "Hai il permesso di soggiorno?".
Come non fosse ancora ipotizzabile che ci siano italiani con una pelle scura o gli occhi a mandorla. E quel milione e trecentomila ragazzi di origine straniera nati qui? Invece basta una minigonna perché a una ragazza "non nera", che passeggia con coetanee vestite esattamente nello stesso modo, vengano fatte a lei e soltanto a lei proposte offensive e volgarmente sessiste. Seid raccontava l'angoscia di aver creduto di essere italiano e di aver visto, negli occhi degli altri, invece, "un immigrato" con la pelle black, da espellere, da perseguitare. Quanto ci devono far pensare le parole di Seid, verso i nostri figli adottati, verso i nostri figli seconda generazione. Verso tutti quei ragazzi che sbarcano a Lampedusa con la speranza nel cuore e noi non siamo capaci di accogliere.
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