di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 luglio 2021
Si sono tenute ieri le audizioni in Commissione Giustizia alla Camera: critiche anche da Manes, membro della squadra Lattanzi. La sensazione è che il tempo sia poco e i nodi da sciogliere sulla riforma del processo penale ancora tanti, come emerso dalle audizioni tenute oggi in Commissione Giustizia alla Camera. Lunedì il premier Mario Draghi incontrerà Giuseppe Conte e sul tavolo ci sarà la riforma della giustizia. Dall'incontro dipenderà anche il clima con cui si affronteranno le tappe successive: martedì il deposito dei sub-emendamenti e venerdì la riforma in aula.
Il lavoro del ministero della Giustizia è stato di dialogo con tutti gli attori interessati dalla riforma - magistratura, avvocatura, accademia - ma sperare di trovare un consenso unanime su una riforma di ampio respiro sarebbe utopistico. Sicuramente la parte più critica resta quella della improcedibilità e non si comprende come mai il Governo abbia optato per questa soluzione, quando in molti, compresi alcuni membri della Commissione ministeriale, sono favorevoli all'altra proposta, quella della prescrizione sostanziale. Lo ha detto a titolo personale lo stesso professore avvocato Vittorio Manes, membro della Commissione Lattanzi, che ha aggiunto: "La proposta inserita negli emendamenti ha cura di precisare che in caso di risarcimento del danno per la parte civile, una volta arrivata l'improcedibilità, il giudice penale può trasmettere gli atti al giudice civile. È una giusta preoccupazione sia per le vittime che per l'imputato, ed andrebbe ulteriormente chiarita, specificando che la condanna in primo grado poi divenuta improcedibile non può lasciar residuare effetti, ad esempio sul piano della confisca o sul piano extrapenale e disciplinare: altrimenti significherebbe lasciar residuare un'ombra di colpevolezza - per citare le parole della Corte Edu - sul soggetto, in spregio della presunzione di innocenza".
Stessi dubbi sono arrivati anche dall'Unione delle Camere Penali Italiane, con il presidente Gian Domenico Caiazza: "La prima proposta della Commissione Lattanzi, modellata - in senso per di più migliorativo - sulla riforma Orlando, sarebbe stata a nostro avviso preferibile, ma l'obiettivo politico è tuttavia inequivocabilmente raggiunto". In generale, per Caiazza, "dire no all'imputato a vita e difendere il diritto pieno al secondo grado di giudizio sono le priorità dei penalisti italiani che appaiono nel complesso recepite dagli emendamenti governativi".
Per quanto concerne le impugnazioni, accoglie "con soddisfazione l'abbandono dell'idea, da sempre propugnata dalla magistratura italiana ed in un primo momento fatta propria dalla bozza Lattanzi, di trasformare l'appello penale in un giudizio cosiddetto "a critica vincolata", così trasfigurandolo da giudizio sul fatto a giudizio sull'atto. Debbono però essere stigmatizzate le residue proposte che mirano ad ostacolare l'accesso al giudizio di appello". Infine "basta con il terrorismo che mette all'ultima fila il diritto fondamentale del cittadino a conoscere la sua sorte in un processo penale entro un tempo predeterminato e ragionevole. Non c'entrano i privilegi o la casta o gli avvocati ricchi".
Critiche anche dall'Anm: per il presidente Giuseppe Santalucia, la nuova prescrizione processuale "non sembra sia un istituto di accelerazione del processo. L'obiettivo di una riduzione dei tempi dei processi è da noi condiviso ma questo non è uno strumento adatto, non accelera ma elimina i processi". Per il segretario, Salvatore Casciaro, "facendo una prima stima sono oltre 150mila i procedimenti che non rispetterebbero la tempistica" prevista dagli emendamenti governativi, e "sono molti i distretti che sarebbero interessati dal rischio di amputazione di moltissimi procedimenti penali, tra cui Roma e Napoli".
Tra gli auditi anche Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino, che sul tema dell'improcedibilità ha rigettato le critiche di coloro che sostengono che gli imputati rimarrebbero in una condizione indeterminata, perché "essi possono rinunciare all'improcedibilità e chiedere di andare a sentenza". Si è poi detto contrario alla possibilità che al Parlamento vengano attribuiti i criteri di scelta dell'azione penale, seppur in termini generali.
Ha concluso sottolineando che "appare di natura sostanzialmente lessicale la proposta per cui, al termine dell'indagine preliminare, il pm deve chiedere l'archiviazione quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentono una ragionevole previsione di condanna, così come il giudice dell'udienza preliminare deve, per le stesse ragioni, pronunciare sentenza di non luogo a procedere. Questo accade già. La cultura del pubblico ministero è già improntata a ragionare come il giudice".
Intervenuto anche il professore avvocato Franco Coppi che ha tenuto subito a precisare che le sue recenti dichiarazioni sulla riforma sono state distorte e condotte a conclusioni che non erano nel suo spirito. Si riferiva probabilmente all'articolo del Fatto che qualche giorno fa ha titolato "Prescrizione, anche il più celebre degli avvocati boccia Cartabia". Nulla di tutto questo: "L'altro giorno ho discusso in Cassazione un caso per un reato commesso nel 1986. Il processo è già una pena, figuriamoci uno che dura più di 30 anni. Le lungaggini della giustizia sono un problema terrificante. Si è detto che sono passato dalla parte di Bonafede. La sua proposta di un processo infinito era una follia".
di Mario Griffo
Il Riformista, 17 luglio 2021
La bozza di riforma Cartabia sollecita riflessioni di non poco momento. Segna, innanzitutto, l'epocale passaggio dal processo parlato al processo documentale avallando le spinte giurisprudenziali degli ultimi anni. Ne sono prova il rafforzamento dei riti alternativi, con l'ulteriore incentivo per chi rinuncia a impugnare, e il complessivo depotenziamento dell'istruzione dibattimentale. Il tutto per far fronte alle endemiche carenze di organico degli uffici giudiziari e all'ipertrofia dei ruoli delle Corti di appello, ormai vicini al collasso.
La riforma incide su un passaggio cruciale della sequenza procedimentale: l'udienza preliminare, intendendo introdurre un rafforzamento valutativo incompatibile con la funzione propria della fase, che evidentemente non è "di merito", a meno di non voler considerare il rinvio a giudizio una pre-condanna. Ma è chiaro che il potenziamento dell'udienza preliminare è direttamente proporzionale allo svilimento dell'appello, dimenticando che il pm è portatore dell'onere probatorio e l'imputato, all'opposto, della presunzione di non colpevolezza costituzionalmente riconosciuta.
Il punto focale della riforma, però, è la prescrizione, terreno del compromesso politico che ne ha consentito la definitiva approvazione in Consiglio dei ministri. Alla prescrizione sostanziale si affianca ora la prescrizione dell'azione, introducendosi una innovativa causa di improcedibilità. Si tratta di un ibrido non agevolmente decifrabile, in chiave sistematica e "culturale", con implicazioni pratiche per nulla irrilevanti. In entrambi i casi il processo si estingue: per estinzione del reato in un caso, per improcedibilità nell'altro. Con la differenza che, stante il regime di obbligatorietà della azione penale, l'idea che un processo possa estinguersi, pur restando in vita il reato, costituisce bizzarria dagli indubbi riverberi sul fronte della incostituzionalità della disciplina. Peraltro, le condizioni di procedibilità sono legate alle modalità e alla tipologia del reato.
Nel caso di specie, l'improcedibilità sarebbe connessa ai tempi del processo con un effetto singolare: se il pm impugna la sentenza di assoluzione in primo grado e sopraggiunge l'improcedibilità per decorso dei tempi processuali, l'assoluzione si converte in improcedibilità. Si invera una sorta di reformatio in peius per decorso del tempo, dunque, non essendovi margini per valutazioni di merito "più favorevoli". Il vigente articolo 129 del codice di procedura penale, infatti, "impone" al giudice di pronunciare l'assoluzione in presenza di una causa estintiva del reato; in presenza di una causa di improcedibilità, invece, è preclusa ogni valutazione di merito. In definitiva, quando la risposta giudiziaria tarda oltre il limite ragionevole e non sopraggiunge la prescrizione del reato, si possono contemplare misure risarcitorie e riparatorie per l'imputato, sanzioni per i magistrati negligenti e vari altri rimedi. Si potrebbe persino stabilire che, se una sentenza di merito perviene dopo un certo termine, il processo può proseguire in grado di impugnazione solo nell'interesse dell'imputato (il che equivarrebbe a rendere inappellabile l'assoluzione e insuscettibile di riforma in peius la condanna).
Ma fino a quando non si modificherà l'articolo 112 della Costituzione, che sancisce l'obbligatorietà dell'azione penale, non è ammissibile che, perdurando la punibilità del reato, il processo evapori con una sentenza di non doversi procedere. Una simile definizione, a reato non estinto, in regime di azione penale obbligatoria, costituisce un'anomalia senza precedenti, un monstrum inclassificabile in termini dogmatici poiché refrattario a qualsivoglia inquadramento giuridico. Che il decorso del tempo possa estinguere il reato, segnando la fine del processo, è commendevole; che estingua direttamente il processo, lasciando in vita il reato, è abnorme. Quanto, infine, al novellato istituto della non rinnovabilità dell'istruzione dibattimentale in caso di mutamento della persona fisica del giudice, trattasi dell'epilogo naturale del percorso tracciato dalla sentenza delle Sezioni Unite Bajrami che, d'un sol colpo, ha cancellato i canoni irrinunciabili dell'oralità e dell'immediatezza.
Si dice che il sistema accusatorio non esiste più, che le "prove" si formano nella indagine per mano del pm, che il processo inquisitorio è all'ordine del giorno. Orbene, che il processo inquisitorio sia in agonia è vero, ma non costituisce buon approccio intellettuale rassegnarsi all'ordine esistente, accettando come inevitabile ciò che ci viene propinato. Il processo accusatorio, fondato sulla formazione della prova nel contraddittorio, è prossimo alla morte ma così procedendo con lui morirà anche il giusto processo sancito dalla Costituzione.
Questo significa che le riforme in materia processuale penale non possono mai essere il frutto di contingenze del momento, men che meno di compromessi al ribasso dettati da istanze di dialettica politica. I nostri riformatori non immaginino il processo "per gli altri", ma operino pensando di essere loro i stessi i destinatari dell'accertamento penale. Questo approccio, forse, contribuirà a rendere più ragionevoli e meno improvvisati gli interventi sul processo penale, da sempre emblema della democraticità delle istituzioni di uno Stato che si dica di diritto.
di Riccardo Arena
ilpost.it, 17 luglio 2021
Velocizzare i processi, alleggerire il carico dei dibattimenti, incrementare i riti alternativi e riformare il sistema delle pene. Erano questi, in sintesi, i punti di riforma più importanti che la Ministra Cartabia aveva affidato alla Commissione Lattanzi.
L'obiettivo: presentare degli emendamenti al disegno di legge Bonafede per ridurre del 25 % i tempi dei giudizi penali. Esattamente come ci ha chiesto l'Europa, sempre se vogliamo ricevere i fondi del Piano di ripresa e resilienza.
Bene, anzi no. Infatti, l'intero lavoro svolto in tempi record dalla Commissione Lattanzi, dove tutto si teneva e si armonizzava, è stato sostanzialmente svuotato dei suoi contenuti più significativi. Il risultato? Gli emendamenti votati dal Consiglio dei Ministri, e che ora sono al vaglio del Parlamento, rappresentano una riforma dimezzata.
Una riforma dimezzata che difficilmente riuscirà a ridurre i tempi dei processi del 25 %, come ci ha chiesto l'Europa.
Di positivo c'è il fatto che, di quel lavoro svolto dalla Commissione Lattanzi, è stata conservata la parte che riguarda la riforma del sistema delle pene.
Così, e finalmente visto che se ne parla da anni, è stato proposto che il Giudice di merito, quando deve irrogare una pena entro i 4 anni, possa applicare sanzioni diverse da quella detentiva come la detenzione domiciliare, la semilibertà e il lavoro di pubblica utilità.
Di negativo, invece, c'è tutto il resto. Ovvero la parte che riguarda il processo penale che, prima di quel Consiglio dei Ministri, è stato oggetto di bizzarri veti incrociati e di incomprensibili compromessi politici.
Veti e compromessi che di fatto hanno scartato gli elementi più innovativi e importanti del lavoro svolto dalla Commissione Lattanzi. Elementi che non rappresentavano di certo una rivoluzione Copernicana, ma che avrebbero contribuito a ridurre il carico di lavoro nei Tribunali e che potevano aiutare a velocizzare i processi. Che poi è quello che ci chiede l'Europa.
Colpisce, ad esempio, che è stata eliminata gran parte delle riforme che incentivavano il ricorso ai riti alternativi. Un aspetto centrale questo, visto che i riti alternativi (patteggiamento o abbreviato) sono essenziali sia per smaltire l'enorme arretrato sia per far girare la macchina del processo accusatorio.
Ebbene, siccome da noi si politicizza tutto senza per altro capire, questa parte centrale della riforma è stata colpita e affondata.
E così è stata depennata la possibilità di patteggiare fino alla metà della pena e, sempre con un tratto di penna, è stata cancellata la possibilità di chiedere il giudizio abbreviato anche dinanzi al Giudice del dibattimento.
Difficile, davvero difficile, capire il motivo di scelte tanto assennate e che tra l'altro ora appaiono come un tentativo di truffa nei confronti dell'Europa.
Come appare difficile capire il motivo per cui la Ministra Cartabia non abbia lei stessa posto dei veti su una parte della riforma così importante.
Domandaccia da maligni: forse la Ministra non voleva scontentare nessuno per una sua inconfessata ambizione di salire al Colle?
Al di là delle malignità, resta il fatto che nulla cambierà sul fronte del processo penale. Processo penale che, anche se venissero approvati quegli emendamenti così come sono, resterà lento, intasato e, quindi, ingiusto come lo è adesso.
Ma il Movimento 5 Stelle, che è uno dei massimi oppositori a questa riforma, ha capito che proprio grazie ai suoi diktat, raggiungerà risultati opposti a quelli voluti? Avrà capito che opponendosi a riforme che possono portare a un processo minimamente efficiente, finirà per favorire il colpevole e danneggiare l'innocente?
Misteri della mente.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 17 luglio 2021
L'ex premier chiederà modifiche radicali agli emendamenti sulla Giustizia e ora Draghi sarà costretto a mediare con i partiti sulla road map promessa a Bruxelles. Il rientro in scena sarà spettacolare. Con la regia di Rocco Casalino, che in queste cose è un maestro, si può scommettere a colpo sicuro. Ma anche senza le sue sapienti arti, lo spettacolo sarebbe stato comunque garantito. Giuseppe Conte era tornato in camerino nelle vesti del politico più popolare del Paese, al termine di una crisi nella quale tre partiti che bastano a fare maggioranza alla Camera e quasi anche al Senato lo avevano trasformato in una bandiera: "Conte o morte". Non è andata così.
Quei tre partiti, M5S Pd e LeU, nonostante la defenestrazione sono oggi tutti nel nuovo governo. Ma la cacciata si è lasciata dietro, tra i rappresentanti e tra i rappresentanti soprattutto 5S e LeU, una scia di malumori e risentimenti ben più ampia e profonda di quanto non appaia: le "vedove di Conte" non sono solo una pittoresca invenzione giornalistica.
Ora, dopo mesi di quasi totale assenza, dopo una rissa con Beppe Grillo che gli ha fatto perdere qualche punto nella hit parade dei più dove comunque è sempre in posizione altissima, dopo un pranzo a base di spigola a Marina di Bibbona con Grillo, "l'uomo più popolare del Paese" (secondo la nota definizione di uno che di popolarità se ne intende, sia pure per difetto, come Massimo D'Alema) sta per tornare sul palco. La foresta di telecamere sempre accese è sicurissima. Cronisti e commentatori ci andranno a nozze. Ma la vera sfida, per l'avvocato pugliese, comincia solo ora. Se conosce la politica, o se ne ha imparato a proprie spese la dura lezione, sa che i fasti passati non gli serviranno a niente. Puntare sui consensi accumulati da palazzo Chigi sarebbe un calcolo suicida.
A palazzo Chigi Conte era un uomo senza partito: in fondo non troppo diverso, come ruolo almeno, da Mario Draghi. Ci teneva a far sapere spesso e volentieri di non avere in tasca la tessera del M5S, sgusciava ogni volta che qualche importuno provava a identificarlo in un modo o nell'altro: di destra o di sinistra, giustizialista o garantista? Sciocchezze. Il compito di un premier senza tessera e senza alcuna esperienza politica è governare bene, non prendere parte e partito. È saper amministrare "nell'interesse esclusivo del Paese", come inossidabile retorica comanda.
Da domani, anzi da lunedì quando debutterà ufficialmente incontrando Mario Draghi, Conte dovrà invece prendere appunto partito. Schierarsi. Fare battaglie. Assumere decisioni spesso difficili. Scegliere. Dall'amministrazione è tagliato fuori: il "bene del Paese" deve farlo nelle vesti del capo fazione, non più in quelle del premier che si dipinge come "al di sopra delle parti". Altro film. Ruolo nuovo e tutto diverso. Se saprà interpretarlo Conte diventerà davvero una presenza politica centrale, forse determinante nei prossimi anni. Se si rivelerà miscast, la persona sbagliata per quella difficile parte, tornerà in camerino e stavolta per sempre.
Ma non è il solo per cui sta per scoccare il momento della verità. Mario Draghi sin qui ha avuto vita facilissima. Stampa e commentatori gareggiano per osannarlo. L'opposizione parlamentare abbaia poco e morde meno di un cucciolo. La maggioranza mugugna, qualche volta sul serio, spesso solo per scena, ma scatta allo schioccare di dita del campionissimo. L'ingresso di Conte cambierà le cose e le cambierà subito, sulla riforma della giustizia. Il neoleader dei 5S invocherà modifiche radicali alla legge: non è un'opzione ma una scelta obbligata. Sarà come aprire le gabbie. Senza più quel vincolo di lealtà al testo votato in Cdm sul quale non a caso Draghi aveva martellato, ognuno presenterà le proprie modifiche, e la maggioranza, saltata la mediazione, diventerà un corpicino tirato da destrieri che galoppano in direzione opposta. Ad alto rischio di squartamento. In questi casi, di solito, presidenti del consiglio anche molto meno forti e decisionisti di Draghi se la cavano riportando l'ordine a suo di fiducia. Stavolta però vorrebbe dire rendere inevitabile un cozzo frontale proprio con Conte. Anche la faticosa ricerca di una nuova mediazione e di un diverso punto di equilibrio tra le anime opposte della maggioranza implicherebbe però rischi grossi, prezzi salati.
Una volta accertato che le scelte del Cdm non sono il punto d'arrivo ma quello di partenza per la lunga e prevedibilmente estenuante mediazione tra i partiti, il modello si ripeterebbe a ogni riforma. La tabella di marcia da guerra lampo di Draghi si trasformerebbe in una chimera. Sin qui anche Draghi non ha dovuto far altro che amministrare. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi dovrà anche lui fare politica e anche per lui la prima vera prova sarà questa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2021
Non necessita di motivazione rafforzata la decisione del giudice di applicare la sospensione della patente in luogo della revoca. In caso di patteggiamento per omicidio stradale - non aggravato e attenuato dalla riparazione del danno - il condannato non può contestare la sanzione accessoria della sospensione della patente per due anni, sostenendo che sarebbe spropositata a fronte di una condanna a sei mesi per aver commesso la fattispecie meno grave del comma 7 dell'articolo 590bis del Codice penale.
Secondo la sentenza n. 27476/2021 della Cassazione penale il giudice ha correttamente motivato la durata della sospensione riferendosi all'articolo 133 del Codice penale che tiene conto della natura del reato e di tutti gli altri elementi di fatto che lo abbiano determinato. Ma soprattutto - tenuto conto dell'articolo 222 del Codice della strada che prevede in caso di imputazione per omicidio stradale o lesioni colpose gravi una sospensione minima di quattro anni - non risulta che il computo non abbia tenuto conto della riduzione dovuta al patteggiamento applicando per due anni la misura.
Inoltre, l'applicazione della sospensione è possibilità aperta anche a seguito della decisione della Consulta che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma del Codice della strada nella parte che imponeva invece l'automatica revoca della patente in caso di omicidio o lesioni colpose stradali senza distinguere tra ipotesi aggravate e quelle meno gravi. Quindi nel caso di specie il giudice stabilendo la sospensione ha fatto corretto esercizio della gradazione della sanzione accessoria nell'ambito del patteggiamento senza difetto di motivazione. Al contrario, fa rilevare la Cassazione come in caso di revoca disposta a seguito di ipotesi non aggravate di omicidio o lesioni personali stradali il giudice è chiamato fornire una motivazione più penetrante, cioè rafforzata.
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 17 luglio 2021
Presentato il rapporto su violenza di genere e giustizia. "La Convenzione di Istanbul, che prescrive di rendere concreto il diritto delle vittime alla protezione, resta in larga parte ancora disattesa" in Italia, nonostante molto sia stato fatto e alcuni tribunali presentino best practice da diffondere. Questa è una delle conclusioni del rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria approvato dalla commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio presentato ieri nel corso di un convegno a Palazzo Giustiniani.
L'indagine è stata svolta somministrando attraverso un'applicazione informatica appositi questionari a procure, tribunali ordinari, di sorveglianza, Csm, scuola superiore della magistratura, consiglio nazionale forense e ordini degli psicologi focalizzando l'attenzione sul triennio 2016-2018.
In ambito giudiziario, la conclusione, "serve molta più formazione e specializzazione per riconoscere e con affrontare con efficacia la violenza contro le donne, sanzionarla, prevenire escalation, sostenere le donne che denunciano".
Quanto alle procure, la ricerca ha indagato la specializzazione dei pubblici ministeri sulla violenza di genere e l'organizzazione degli uffici. Su un totale di 2045 magistrati requirenti, il numero di quelli assegnati a trattare, nel 2018, la materia specializzata della violenza di genere e domestica è pari a 455, il 22% del totale. Tuttavia non necessariamente i magistrati specializzati si occupano soltanto di violenza contro le donne. Nel 90% delle procure esistono dunque magistrati specializzati, ma i provvedimenti per violenza non vengono per forza affidati a loro. Nel complesso, solo nel 12% delle procure emerge attenzione ai temi della violenza e un elevato livello di consapevolezza. Per quanto riguarda i tribunali ordinari "nel 95% dei casi non vengono quantificati casi di violenza domestica emersi nei casi di separazione giudiziale, di scioglimento e cessazione degli effetti civili di matrimonio e in quelle sui provvedimenti riguardo ai figli, come pure non sono quantificate le cause in cui il giudice dispone una Ctu nella materia. Ciò attesta una sostanziale sottovalutazione della violenza contro le donne", è l'accusa del rapporto.
Sotto i riflettori anche i tribunali di sorveglianza, ovvero gli "uffici che sovrintendono all'esecuzione penale e che, per esempio, concedono i benefici ai condannati, dal permesso premio alla semilibertà: è chiaro che l'adozione di queste misure alternative al carcere, nei casi di violenza domestica, non possono prescindere dal fondato accertamento di non mettere a rischio le donne e i figli offesi dal reato - sottolinea il rapporto - Soltanto in un numero limitatissimo di tribunali di sorveglianza si è rilevata la buona prassi di coinvolgere anche le vittime nell'istruttoria finalizzata alla concessione dei benefici penitenziari". Esistono poi buone pratiche. Alcuni tribunali "verificano i rapporti con la vittima anche successivi alla condanna" (Torino); "valutano anche il contesto familiare e sociale nel quale il condannato dovrebbe rientrare" (Roma); "ascoltano anche il congiunto (coniuge) ove la difesa del condannato asserisca il completo superamento della conflittualità familiare" (Trento); "valutano le risultanze circa i rapporti con la vittima" (Brescia); "valutano l'attuale rapporto con la vittima del reato e anche il luogo in cui abita la vittima stessa" (Genova). Insomma qualche luce e tante ombre.
"Uno dei problemi fondamentali - ha sottolineato la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché di ogni forma di violenza di genere - resta che le cause civili di separazione e quelle penali per violenza domestica non dialogano, per cui le donne vittime di abusi possono addirittura vedersi portare via i figli con la forza pubblica, sulla base di consulenze tecniche d'ufficio che non leggono la violenza. Leggere correttamente la violenza e non derubricarla a conflitto significa, per esempio, far scattare la Convenzione di Istanbul che dispone l'allontanamento dei minori dalla violenza stessa e quindi dal padre maltrattante".
"Comprendiamo quanto ci dobbiamo impegnare per sanzionare comportamenti illeciti e prevenire le violenze. Il quadro che ci avete presentato è molto critico, anche se non mancano isole felici o più accettabili", ha detto il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio. Per Curzio l'iniziativa al Senato è un'occasione "imperdibile per un confronto continuo e una comune crescita culturale". "Per ciò che è nelle sue competenze - ha proseguito - il Consiglio superiore della magistratura farà tesoro particolarmente con riguardo ai nodi critici, delle indicazioni che emergono dal documento, per supportare e implementare l'esportazione di adeguati modelli organizzativi e pratiche efficienti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2021
Era entrato con le sue gambe nel carcere di Parma, ora non deambula più. Ha un tumore grave che gli ha comportato l'asportazione di un polmone. Ora anche l'altro è compromesso. Soffre di dolori atroci. Ha chiesto il differimento pena per potersi curare, ma è stato rigettato dalla magistratura di sorveglianza.
C'è il problema dei pestaggi in carcere che Il Dubbio ha sempre affrontato, ma c'è anche una violenza istituzionale più subdola ma molto più grave. Una tortura lenta e duratura. Questa può avvenire grazie agli stessi mass media che ora cavalcano i pestaggi, che però prima avevano cavalcato le polemiche contro le cosiddette "scarcerazioni". Che poi scarcerazioni non erano, ma differimento pena per gravi motivi di salute. Ora, a causa di quelle polemiche avanzate anche da chi ora si erige falsamente per i diritti dei detenuti, c'è stato un irrigidimento da parte dei magistrati. Soprattutto nei confronti dei detenuti reclusi per motivi legati alla criminalità organizzata.
Ed ecco il risultato. Parliamo di Vito Bigione, classe 1952, di Mazara del Vallo, che lamenta un ulteriore peggioramento generale. Dice di non riuscire più a deambulare, nemmeno per brevi tratti. Denuncia, tramite i famigliari, di non essere ancora stato messo in grado di effettuare la Tac come disposto anche dal magistrato di sorveglianza nel rigetto all'istanza di differimento pena. Dolorante e scoraggiato dalla mancanza di cure, minaccia il suicidio, anche perché asserisce di non ricevere risposte dal dirigente sanitario del carcere. La compagna vive a Mazara del Vallo e non lo vede ' in presenza' da quasi 3 anni, non avendo possibilità economica per andare fino a Parma.
Una storia, per chi conosce il sistema penitenziario, di ordinaria amministrazione. Un trattamento, di fatto, disumano e degradante che attraversano diverse carceri d'Italia. In particolar modo proprio quello di Parma, dove c'è un centro clinico che come una calamita attrae diversi casi di detenuti con patologie gravi provenienti da vari penitenziari della penisola. Ma non ce la fa più. Lì è detenuto, appunto, Vito Bigione. Dall'istanza dove si chiede il differimento pena, viene descritto l'impressionante quadro clinico che con il tempo è peggiorato. Un polmone solo a causa del cancro e si sta compromettendo l'unico rimasto. Si legge che il detenuto versa allo stato in gravi condizioni di salute con gravi crisi respiratorie. Assume una terapia antalgica con dosaggi importanti di antidolorifici ma senza netto beneficio.
Prima ancora, ed esattamente nel 2018, giunse al carcere romano di Rebibbia dove il medico di reparto aveva certificato, alla luce delle pluripatologie di cui il paziente è affetto, suscettibili di acuto peggioramento e la necessità di frequenti controlli medici interni ed esterni all'Istituto, che lo stesso è incompatibile con il regime carcerario. Ed aveva ragione, perché non ha fatto altro che peggiorare, almeno da quello che si evince nella documentazione prodotta.
Non solo. Già nel gennaio del 2019, come si evince dalla cartella clinica, il personale medico del carcere di Parma ne aveva accertato la incompatibilità. Alle stesse conclusioni è pervenuta la specialista in Medicina legale presso l'Istituto di Medicina legale di Parma, nominata consulente di parte allo scopo di accertare la compatibilità delle condizioni di salute del Bigione con il regime carcerario.
La specialista, esaminata la documentazione sanitaria e sottoponendolo a dicembre 2020 a visita medica, ha concluso che il complesso pluri patologico da cui è affetto Bigione, necessita di "numerose e frequenti visite specialistiche e indagini laboratoristiche- strumentali che comportano accessi presso il nosocomio cittadino alla luce dell'impossibilità di essere effettuate presso il carcere".
Come se non bastasse, alle varie gravi patologie si associa un invalidante dolore neuropatico a causa dell'operazione chirurgica che gli ha asportato il polmone. Il referto della specialista conclude ribadendo che attualmente le condizioni psicofisiche del detenuto Bigione sono in continuo peggioramento.
In sostanza risulta evidente che ad oggi le condizioni di salute siano nettamente peggiorate ed è "innegabile - si legge nell'istanza - che le stesse siano incompatibili con il regime carcerario ciò avuto riguardo sia alla inadeguatezza del servizio sanitario penitenziario ove trovasi ristretto, rispetto al caso concreto, sia anche alla insalubrità dell'ambiente, nonché alla impossibilità per il Bigione di sottoporsi alle particolari cure del caso ed a trattamenti più efficaci, circostanze queste che potenzialmente ne aggravano la malattia". Ma nulla, istanza rigettata. Può rimanere in carcere. Evidentemente il diritto alla salute è scavalcato dal discorso della punizione carcerocentrica senza se e senza ma. La violenza istituzionale può andare avanti.
di Verdiana Sasso
occhionotizie.it, 17 luglio 2021
Il pm ha chiesto l'archiviazione in merito all'accusa ipotizzata poco dopo il decesso del 23enne residente a Scafati. La svolta è stata registrata dopo le perquisizioni disposte dalla Procura negli uffici dell'istituto di via del Tonnazzo.
È finita sotto la lente d'ingrandimento la disposizione di servizio datata il 24 luglio, due giorni prima della morte del rapper con cui si dispone la misura della "grandissima sorveglianza". Si tratta di un regime di sicurezza speciale resosi necessario sulla base degli episodi e delle forme di protesta intraprese dal detenuto. Il 23enne, infatti, aveva iniziato lo sciopero della fame e della sete sostenendo di non tollerare più il regime carcerario.
La disposizione di servizio, secondo l'ipotesi del magistrato, "non fu mai eseguita non risultando annotata nel registro di reparto di detenzione né il 24 luglio, né nei giorni successivi: la mancata esecuzione della disposizione inoltre è stata confermata anche dagli ufficiali e dagli agenti della polizia penitenziaria di turno che hanno dichiarato di non avere mai ricevuto tale disposizione, di non esserne mai venuti a conoscenza e, di conseguenza, di non avervi dato esecuzione", si legge nelle carte redatte dalla Procura. Il provvedimento sarebbe stato materialmente redatto dopo il decesso.
Corriere del Mezzogiorno, 17 luglio 2021
Parlano i genitori dei detenuti. La garante Belcuore: "Al carcere militare di Santa Maria dove sono reclusi gli agenti funziona tutto, nel penitenziario niente affatto". Il Riesame conferma tre misure restrittive per gli agenti accusati. "Da quando sono usciti i video delle violenze al carcere di Santa Maria mia moglie non vive più, prende psicofarmaci. Nostro figlio ci ha detto di non essere stato picchiato il 6 aprile, ma non ci crediamo. Forse aveva e ha ancora paura".
C'erano anche i genitori di alcuni detenuti del Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), oggi, alla conferenza stampa della garante provinciale dei detenuti Emanuela Belcuore nella sede della Provincia di Caserta. L'unico miglioramento, ha aggiunto l'uomo, "è la visita di una psicologa, dopo due anni che mio figlio è in cella finalmente è arrivato un psicologo che ha voluto ascoltarlo".
"Ci vuole più attenzione per i detenuti - incalza l'anziana madre di un recluso - anche perché sono esseri umani. Al carcere di Santa Maria Capua Vetere non funziona nulla. Anche le mail inviate dagli avvocati vengono lette sempre in ritardo".
La Belcuore durante l'incontro ha parlato dei disagi che ancora stanno vivendo i carcerati dopo gli arresti scattati lo scorso 28 giugno in relazione ai pestaggi del 6 aprile 2020. "Il giorno prima dell'arrivo di Draghi e della Cartabia - spiega - è stato detto ai detenuti di pulire le celle, i muri e i battiscopa, poi il giorno dopo la visita è saltata la corrente, così Internet, rendendo più difficile dialogare con i detenuti. E ciò sta avvenendo dal 28 giugno". Secondo quanto rende noto l'anziana madre di uno dei carcerati del Nilo, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere "non funziona nulla: anche le mail inviate dagli avvocati vengono lette sempre in ritardo".
La Belcuore, divenuta garante dei detenuti nel giugno 2020, chiede più figure professionali per il carcere, "per dar concretezza al principio della rieducazione della pena", e ritiene che la visita di Draghi e della Cartabia "non è stata una passerella, ma un momento molto importante per provare a cambiare il sistema carcerario; la loro mi è sembrata una reale volontà di intervenire. Io non sono stata invitata a parlare - prosegue Belcuore - nonostante fossi la più competente per la situazione di Santa Maria Capua Vetere, né è stata ascoltata una delegazione di detenuti, ma non fa nulla; ciò che conta è rendere il carcere più umano".
Nei giorni scorsi sono stati trasferiti dal carcere sammaritano in altre strutture 49 detenuti del reparto Nilo che avevano denunciato i pestaggi. La Belcuore che annuncia un incontro con il capo del Dap Petralia il tre agosto, spiega che "i detenuti rimasti, che sono stati pestati ma non hanno denunciato per paura, ora stanno comunque più tranquilli, visto che le guardie sono cambiate e possono ricevere le visite dei familiari, al contrario dei detenuti trasferiti. Un recluso mi ha detto: ho fatto bene a non denunciare, altrimenti mi trasferivano".
La garante racconta poi di aver visitato anche il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, dove sono reclusi alcuni agenti penitenziari arrestati per i pestaggi. "I poliziotti incontrati - dice - mi hanno detto di aver agito il 6 aprile 2020 per paura di sottrarsi agli ordini ricevuti. Mi sono sembrati consapevoli di ciò che di grave hanno commesso". La garante dice poi che nel carcere militare funziona tutto, c'è una palestra, ampi spazi, "così dovrebbe essere in tutte le carceri".
Intanto continuano a reggere, davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Napoli, le ipotesi d'accusa formulate dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere in relazione alle violenze ai danni di detenuti avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere sammaritano. Proseguono con cadenza quotidiana, e andranno avanti ancora per giorni, le udienze dei 52 agenti della penitenziaria e funzionari raggiunti dalle misure cautelari emesse il 28 giugno scorso dal Gip Sergio Enea. Oggi sono state confermate tre misure restrittive, mentre altre due sono state revocate per mancanza di esigenze cautelari; per tutte le posizioni esaminate sono stati comunque ritenuti sussistenti i gravi indizi di colpevolezza.
Da lunedì dovrebbero iniziare a essere discusse anche le posizioni degli indagati raggiunti da misure interdittive, come il provveditore (sospeso) alle carceri campane Antonio Fullone, ritenuto dalla Procura il regista della "perquisizione straordinaria" trasformatasi, come evidenziò il giudice, in "un'orribile mattanza". Nei giorni scorsi erano state confermate altre misure cautelari.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 17 luglio 2021
"È una seconda punizione". Sulla visita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferirà a Camera e Senato il 21 luglio prossimo, mentre il 3 agosto il garante regionale Samuele Ciambriello incontrerà il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, per discutere dei trasferimenti di 46 detenuti allontanati dal carcere sammaritano dopo aver denunciato i pestaggi e le umiliazioni subiti la sera del 6 aprile 2020 da parte di agenti della penitenziaria. Il tema carcere resta, dunque, sotto i riflettori.
Da via Arenula si apprende che la ministra riferirà in Aula sui fatti di Santa Maria alla luce della visita nel carcere casertano fatta mercoledì insieme al premier Mario Draghi. È un nuovo segnale di come il Governo intenda affrontare la questione senza perdere tempo prezioso. Un segnale che l'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere penali italiane, guidato dall'avvocato Riccardo Polidoro, ha accolto con fiducia e speranza.
"E la speranza e la fiducia - si legge in una nota dell'Osservatorio - aumentano se ripensiamo alle infelici affermazioni sin dall'inizio diffuse dall'allora capo del Dap e dall'allora ministro Bonafede". "Adesso ci attendiamo che alle parole seguano i fatti perché il carcere e l'esecuzione penale nel suo complesso siano plasmate in maniera efficace e definitiva verso un sistema rispettoso della dignità, dei diritti fondamentali e realmente teso alla risocializzazione del reo - si legge ancora -. È giunto il momento di una riforma complessiva. Occorre con forza realizzare non nuove carceri ma un carcere nuovo, cioè rinnovato quanto all'assistenza, al trattamento, alla produttività, all'affettività, alla formazione, per renderlo finalmente conforme alla Costituzione".
Intanto a Santa Maria Capua Vetere il tema centrale in questo momento sono le sorti dei 46 detenuti trasferiti. Il più lontano è recluso a Palermo, a 735 chilometri di distanza dalla Campania. Il più vicino, si fa per dire, a Rieti: 258 chilometri. Il loro trasferimento è stato voluto dalla Procura sammaritana, che coordina le indagini sulle violenze di un anno fa, proprio per tutelarli dal clamore e da possibili tensioni con gli agenti all'interno del carcere. "Tuttavia, la scelta del Dap di distribuire su di un territorio molto vasto gli spostamenti in questione rischia di assumere il carattere di una ritorsione più che di una protezione" afferma il garante regionale Samuele Ciambriello che, insieme al garante di Napoli Pietro Ioia e al garante di Caserta Emanuela Belcuore, ha incontrato ieri il capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone.
Il procuratore ha confermato che il trasferimento è stato chiesto dalla Procura per quei reclusi che hanno reso dichiarazioni con l'obiettivo di tutelarli e di rendere più serena la loro permanenza in carcere. L'indagine è ancora in corso e dei 293 agenti della polizia penitenziaria, che secondo la ricostruzione di quel che accadde il 6 aprile 2020 avrebbero partecipato ai pestaggi piombando in tenuta antisommossa nel reparto Nilo del carcere sammaritano, circa cento sono stati identificati e indagati mentre sono ancora moltissimi quelli sconosciuti agli inquirenti; inoltre si tratta di agenti impiegati in diversi istituti di pena campani. Di qui la decisione di trasferire i detenuti vittime delle violenze: ma perché in strutture così lontane, distanti 400 o 700 chilometri che diventano irraggiungibili per le famiglie più indigenti?
Il garante regionale ha girato questa domanda al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "La scelta di trasferimenti in un territorio molto vasto (da San Gimignano a Firenze, da Palmi o Vibo Valentia a Civitavecchia, Rieti, Spoleto, Perugia, o ancora Prato, Sollicciano, Palermo, Modena) rischia - dice Ciambriello - di diventare, più che una forma di tutela, una sorta di punizione per detenuti che già hanno subìto un trattamento orribile, una sorta di isolamento nell'isolamento". Per i garanti Ciambriello, Belcuore e Ioia "questi reclusi devono essere ospitati in istituti più vicini alla Campania in modo da garantire la territorialità della pena e da agevolare i familiari negli spostamenti e gli avvocati nella loro difesa". "Il mantenimento delle relazioni interpersonali di questi detenuti e un clima privo di tensioni nell'ambito detentivo - concludono i garanti - risultano per noi imprescindibili fattori di protezione per attutire il clamore generato da questa vicenda".
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