di Carmen Baffi
Il Domani, 18 luglio 2021
È trascorso un mese esatto dal giorno in cui è morto Adil Belakhdim, il sindacalista investito e ucciso da un tir durante un presidio dei Cobas davanti allo stabilimento Lidl di Biandrate, in provincia di Novara. In questi giorni i suoi compagni hanno continuato a lottare in nome degli stessi diritti per i quali Adil si era sempre battuto.
Il 18 giugno il sindacato di base del Si Cobas aveva indetto uno sciopero nazionale e una manifestazione a Roma. Doveva esserci anche Adil, ma è morto poche ore prima. Quattro giorni dopo, il 22 giugno, i lavoratori di Biandrate si sono radunati sotto il palazzo della prefettura di Novara. Ci sono volute sei ore di trattativa per ottenere una risposta dai vertici aziendali della Lidl. Ma una prima conquista è arrivata. La Lidl ha garantito al sindacato di cessare le vessazioni nei confronti dei lavoratori, rimuovere i caporali dall'impianto, adeguare i contratti alle ore svolte e intervenire sui livelli salariali. Il risultato più importante è stata la salvaguardia dell'auto-organizzazione dei lavoratori contro il tentativo aziendale di escludere il Si Cobas dalle future negoziazioni.
Il giorno della morte di Adil è stato un giorno di sgomento. I sindacalisti del Si Cobas da tempo denunciavano sabotaggi e attacchi, ma non erano preparati a vedere morire un loro compagno. A Roma, 24 ore dopo, lo sconcerto si era già tramutato in rabbia. In più di mille si sono incamminati verso il ministero del Lavoro chiedendo, in nome di Adil, le dimissioni del ministro Andrea Orlando.
La rabbia monta - Martedì 6 luglio una delegazione nazionale del Si Cobas, composta dai membri dell'esecutivo nazionale Mohammed Arafat, Alessandro Zadra e Peppe D'Alesio e dal delegato Tnt Fedex di Piacenza Bayoumi Ziad, è riuscita a farsi ricevere dal ministro in persona. Il risultato raggiunto dall'incontro con i vertici Lidl a Novara è una vittoria parziale, non basta. È l'intero settore della logistica in ginocchio. È per questo che il portavoce nazionale dell'Adl Cobas, Gianni Boetto, porta sul tavolo del ministero la vertenza nazionale Fedex, con particolare attenzione alla chiusura del sito di Piacenza. L'incontro era stato inizialmente fissato la settimana prima, ma poi è stato rinviato a causa del concomitante incontro tra governo e confederali sullo sblocco dei licenziamenti. La rabbia, quindi, ha continuato a montare. Mentre i rappresentanti sono faccia a faccia con Orlando, fuori, duecento lavoratori Fedex aspettano risposte. Al tavolo prendono parte anche i collaboratori del ministro e, da remoto, il direttore generale Romolo De Camillis. Nelle due ore di confronto, la delegazione del Si Cobas ripercorre le vicende che, a partire dalla chiusura dello stabilimento di Piacenza, hanno portato a quella che i sindacalisti definiscono "un'escalation di violenza senza precedenti contro i lavoratori della logistica in sciopero".
Gli attacchi ai lavoratori - Prima della morte di Adil erano state diverse, infatti, le aggressioni verso i lavoratori durante gli scioperi e i picchetti. Il ministro Orlando, dopo aver manifestato la sua disponibilità a un confronto permanente sulle problematiche nazionali della logistica, secondo quanto riportato dalla delegazione che l'ha incontrato, avrebbe garantito di assumere personalmente l'impegno a contattare il Mise per verificare la disponibilità di quest'ultimo a una convocazione congiunta di un tavolo di trattativa con Fedex, accusata dai rappresentanti Cobas di volerli estromettere dalla propria filiera per portare a termine il piano di ristrutturazione che prevede 6.300 licenziamenti, non solo sul territorio nazionale. Il ministro avrebbe inoltre garantito che il tutto sarebbe accaduto entro una settimana e che, in caso di indisponibilità Fedex, avrebbe convocato i vertici della multinazionale. "Dopo quattro mesi di lotta fuori ai cancelli Fedex e nelle piazze di tutta Italia, il ministero del Lavoro ha finalmente ufficializzato la propria volontà di svolgere un ruolo attivo in questa vertenza", commentava soddisfatto il sindacato. Tuttavia, una risposta da Orlando non è ancora arrivata.
L'escalation continua - Se da un lato l'omicidio di Adil ha fatto luce sui problemi che investono il settore della logistica, portando a dei risultati tangibili per le lotte dei lavoratori sfruttati dalle multinazionali operanti in diversi settori, dall'altro non è riuscito a evitare l'ennesimo attacco contro un gruppo di lavoratori in sciopero. Il 30 giugno, infatti, durante un presidio degli operai della Miliardo Yida di Pontecurone in provincia di Alessandria, un camioncino si è diretto ad alta velocità verso i manifestanti. Uno degli operai è stato travolto, per fortuna senza gravi conseguenze. Alla guida del mezzo il responsabile interno dell'azienda. Il picchetto era stato organizzato per chiedere il reintegro di sei colleghi licenziati e la messa a norma dei contratti di lavoro e degli stipendi. I manifestanti denunciano la gravità di quanto accaduto e invitano tutti a unirsi alla protesta. Lo sciopero prosegue fino a quando, dopo una lunga trattativa mediata dalla questura, i lavoratori della Miliardo Yida riescono a strappare la convocazione di un tavolo in prefettura per affrontare, in presenza dei vertici aziendali, le problematiche interne, in particolare la messa in sicurezza della fabbrica, ritenuta "pericolosa e inquinante" da chi ci lavora ogni giorno.
La lotta vince - Il 16 giugno è arrivato un altro annuncio positivo per le lotte del sindacato di base. La vertenza dei lavoratori degli appalti dell'hotel Excelsior Gallia di Milano, una trattativa che durava da un anno, si è conclusa con la riassunzione degli impiegati dell'azienda Papalini, che ora gestirà i servizi di pulizia e facchinaggio nell'hotel per i prossimi tre anni. L'azienda ha accettato di migliorare i contratti di lavoro, trasformandoli in indeterminati, a differenza di quanto fatto dalla Ho Group lo scorso anno quando, in piena crisi, era stato chiesto ai lavoratori di sottoscrivere una conciliazione per auto licenziarsi, promettendo loro il pagamento del tfr e l'accesso alla Naspi. Il Gallia intanto ha affidato la gestione della riapertura, tra agosto e dicembre, a una terza azienda, la KeepUp, che però si serviva di personale esterno, non richiamando al lavoro gli aventi diritto. A gennaio è intervenuta la Papalini e la lotta dei lavoratori, affiancati dal sindacato, ha portato finalmente i suoi frutti. Le lotte del Si Cobas, dunque, pare siano riuscite ad arrivare dove nemmeno i sindacati confederali erano riusciti, ma a che prezzo? Adil Belakhdim aveva 37 anni, il 1° luglio è stato sepolto in Marocco, sua terra d'origine. Alcuni dei suoi colleghi lo hanno accompagnato per un ultimo saluto, gli altri, invece, hanno continuato a battersi come lui aveva insegnato.
di Vincenzo Imperatore
Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2021
"Mi dispiace, il tema è interessante e ben trattato, ma in questo periodo la nostra linea editoriale punta a trasmettere agli italiani un messaggio di ripresa, positività e ottimismo". Ecco la risposta che l'ufficio stampa della mia casa editrice (Chiarelettere) ha ricevuto, nell'ultimo mese, da molte redazioni di programmi televisivi, radiofonici e testate giornalistiche che venivano sollecitate per la promozione di Salviamoci!
Nascondere la polvere sotto il tappeto, questa la strategia di comunicazione adottata da buona parte del sistema mediatico. È vero che fino a qualche settimana fa eravamo ancora fortemente preoccupati, addolorati e comunque distratti dai morti e i contagiati dal virus e sul "come" combattere la pandemia. Eppure i segnali della macelleria sociale che si sarebbe realizzata dopo il lockdown c'erano, e chi doveva percepirli e predisporre rimedi ha tralasciato di ricercarne le cause e di soffermarsi sugli effetti che la pandemia avrebbe avuto sul mondo del lavoro, per incompetenza, inefficienza o comunque rassicurato dalla condizione del "mal comune, mezzo gaudio".
In queste ultime due settimane si sono risvegliati tutti perché è stato presentato un conto salatissimo alla comunità in termini di licenziamenti ex abrupto. Come ribadito la settimana scorsa, ora tutti si scandalizzano ma, come più volte ripetuto nel libro, siamo stati troppo concentrati sul "come" combattere la pandemia. In parte abbiamo anche tralasciato di ricercarne le cause.
Figuriamoci se ci soffermavamo sugli effetti che avrebbe avuto sul mondo del lavoro e sulle tasche degli italiani. E sapete perché? Perché nell'immaginario collettivo il rapporto tra la pandemia e il lavoro era ed è percepito solo come congiunturale. Ma fin dai primi momenti della chiusura generale dovuta alla diffusione del virus, è apparso chiaro a tutti come la pandemia avrebbe avuto forti ripercussioni sull'economia.
Per questo motivo il governo, allora rappresentato dal presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, si mobilitò per adottare immediatamente le giuste soluzioni al fine di tutelare l'economia e in particolar modo i lavoratori. Di fronte a crisi del genere, infatti, è sempre la forza lavoro dei gradi più bassi a farne le spese, in quanto i licenziamenti e i tagli di stipendio sono gli strumenti più veloci a disposizione delle aziende per risparmiare sulle spese.
In tale ottica il 17 marzo 2020 è stato emanato un decreto legislativo (Cura Italia), dove fra tutti gli articoli spicca in particolar modo il numero 46 a tutela, contro il licenziamento. In esso viene specificato il blocco dei licenziamenti di massa messi in atto dal 23 febbraio precedente, cioè dal primo lockdown, ovvero il divieto per le aziende di effettuare il licenziamento dei propri dipendenti per ragioni economiche o di massa (sono però concessi altri motivi, come ad esempio il fallimento dell'azienda). Il decreto, in secondo luogo, specifica che sono state estese le possibilità per le aziende di poter ricorrere agli ammortizzatori sociali anche in deroga (soprattutto alla cassa integrazione), in modo da non avere ripercussioni troppo pesanti sul proprio fatturato.
Il Cura Italia aveva una validità iniziale di sessanta giorni, che sono stati estesi successivamente fino al 31 marzo 2021. Il decreto Sostegni ha poi ulteriormente prorogato il blocco dei licenziamenti fino al 30 giugno 2021 per i lavoratori delle aziende che dispongono di Cig (Cassa integrazione guadagni) ordinaria e Cig straordinaria (soprattutto industria e agricoltura) e fino al 31 ottobre 2021 per i lavoratori delle aziende coperte da Cig in deroga (soprattutto terziario).
Però, come dicevamo, i "segnali" di quello che sarebbe accaduto erano già visibili. Bastava osservare, leggere o ascoltare le denunce che evidenziavano "le modalità" utilizzate, nel periodo comunque protetto, per eludere una legge fatta male (per urgenza o incompetenza) o i cavilli per aggirarla. Nonostante il blocco dei licenziamenti, le aziende hanno trovato e usato molti escamotage per ridurre drasticamente il proprio personale. Com'è stato possibile? Perché c'erano molti casi in cui il decreto non aveva effetto.
Il legislatore ha dimenticato qualcuno per strada. Innanzitutto sono stati esclusi i rapporti lavorativi, sebbene di natura subordinata, che riguardano la collaborazione domestica. In secondo luogo non sono stati tutelati i lavoratori che avevano rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co).
Un altro aspetto interessante da sottolineare è che il decreto non escludeva la possibilità di licenziamento dei dirigenti. Infatti l'articolo parla di tutti i rapporti di lavoro di natura subordinata, ambito in cui invece non rientra la classe dirigenziale, che quindi può essere soggetta a licenziamento per motivi economici. Non solo. Ma anche in questo caso infine non sono mancati i soliti "furbetti". Moltissimi lavoratori, infatti, nonostante la tutela del decreto, hanno risentito fortemente della crisi per effetto di una confusa interpretazione o delle subdole strategie dei disperati datori che, in molti casi, hanno messo i lavoratori nelle condizioni di ridurre "consensualmente" le proprie ore di lavoro o persino di dare "volontariamente" le dimissioni.
Il più delle volte questi casi sono stati motivati da promesse "verbali" da parte delle aziende di dare un corrispettivo per il lavoro effettuato, di assegnare delle mensilità extra e così via. Ma, come sappiamo, queste non hanno alcun valore legale di fondo, quindi non concedono nessuna garanzia ai dipendenti. Per non parlare poi della tragedia vissuta dai lavoratori in cassa integrazione. Durante il lockdown molti sono stati costretti a rimanere a casa senza la possibilità di andare al lavoro, ma con la garanzia che sarebbe comunque arrivata la cassa integrazione. Il problema è che spesso questa non è stata erogata per niente, si sono verificati numerosi ritardi e le cifre corrisposte sono state minori rispetto a quanto pattuito.
La sintesi di tutto ciò ce la comunica l'Istat con il suo report occupati e disoccupati: a maggio 2021 il tasso di disoccupazione è salito al 10,5% (+0,8 punti rispetto all'anno precedente) e tra i giovani al 31,7% (+2,7 punti), mentre il tasso di inattività è salito al 36% (+1,1 punti). Un dato, quest'ultimo, sintomatico del grado di fiducia dell'italiano medio sulla possibilità di trovare un lavoro in futuro e che deve far riflettere. Gli inattivi sono quegli italiani che non fanno parte della forza lavoro e non sono né occupati né disoccupati, perché non hanno un'occupazione né la cercano. Come se si fossero convinti che non ci potrà mai essere un'opportunità. "L'ottimismo è il profumo della vita!" come recitava Tonino Guerra in un celebre spot. Sì, peccato che ottimismo e positività non si possano mangiare.
di Fabio Martini
La Stampa, 18 luglio 2021
"Il vero partito contrario è il Pd, pensa di usare questa battaglia per le Amministrative. Ma Letta farà marcia indietro".
Matteo Renzi, sul ddl Zan oramai siamo allo "stallo alla messicana": lei, Letta e Salvini vi tenete sotto tiro a vicenda, in modo che nessuno possa attaccare senza essere contrattaccato, col risultato che la legge sta per essere insabbiata e rinviata all'autunno. Senza sparigliare, non se ne esce?
"La legge è ancora aperta soltanto perché il Pd la sta rinviando. L'ostruzionismo lo ha fatto per mesi la Lega. Ma oggi il vero partito no-Zan è il Pd. Faccio una proposta per sbloccare l'impasse: i capigruppo di maggioranza del Senato coinvolgano quelli della Camera per stabilire assieme un cronoprogramma stringente: si approva la legge Zan con le modifiche concordabili e al tempo stesso alla Camera si impegnino subito a calendarizzare la terza e ultima lettura. Il prima possibile".
Letta è arrivato a negare la possibilità di discutere di modifiche, ma ora con la presentazione degli emendamenti si capirà chi è in buona fede: lei crede davvero che la Lega presenterà testi votabili anche dagli altri? Da qualche tempo lei non si fida molto di Salvini?
"A me della Lega non interessa niente. Siamo avversari politici e partecipiamo alla stessa esperienza di governo, come chiesto dal Capo dello Stato. La Lega ha fatto un passo avanti enorme nella persona del presidente della Commissione Giustizia Ostellari, bravo nell'ascoltare le posizioni altrui. Ha abbandonato una posizione ostruzionistica e va riconosciuto. Dall'altra parte ci saranno emendamenti da parte dei socialisti, dei mondo delle autonomie. A me non interessa della Lega, ma delle migliaia di giovani omosessuali, transessuali e disabili che potrebbero avere una legge, che invece viene impedita dall'atteggiamento arrogante di una parte del Pd che preferisce tenere alta la bandierina a fini di consenso piuttosto che trovare una soluzione".
Lei propone un "lodo", che metterà alla prova la buona fede di tutti, anche la sua, ma sul piano delle proposte come se ne esce?
"Il Parlamento non è il regno degli influencer, ma un luogo dove si devono fare i conti con i numeri. Modificando gli articoli 1, 4 e 7 la legge si chiude col consenso se non di tutti, di tanti. La politica è accordo, altrimenti diventa velleitarismo arrogante e inconcludente".
In questa vicenda il Pd ha assunto una posizione legittimamente ma insolitamente rigida: come se lo spiega, al netto delle buone ragioni diverse dalle sue?
"Trovo incredibile che quei movimenti e chi nel Pd avevano posto i problemi dell'identità di genere e della scuola - penso alle senatrici Fedeli e Valente, al movimento femminista di sinistra, a "Se non ora quando", ad Arcilesbica - non siano stati ascoltati dal segretario del Pd. Qualcuno in quel partito pensa di utilizzare questa battaglia in vista delle amministrative. Ma io penso che nelle prossime ore Letta sarà costretto ad una marcia indietro evidente".
Nella lotta al Covid lei invoca la "dottrina Macron": ma sino in fondo o condivide con la destra la riserva su ristoranti, bar e non solo?
"Sono macroniano spinto. Il contagio da Covid tornerà a crescere in modo molto significativo ma con una differenza fondamentale rispetto al passato: nel Regno Unito nel novembre 2020 c'erano circa 30mila contagi al giorno e 1500 morti, oggi c'è lo stesso numero di contagiati ma i morti sono quindici. Il "generale vaccino", con gli anticorpi, blocca la gravità della pandemia. Dunque, vaccino, vaccino, vaccino e tra Macron e Salvini, scelgo Macron tutta la vita".
Renzi, in Toscana la sua classe di età poteva prenotare il vaccino da fine maggio e lo stesso in Lombardia: lei e Salvini, pur potendo vaccinarvi da un mese e mezzo, siete ancora "renitenti". Siete per il vaccino, ma non ve lo fate: sarà pure un messaggio in codice, ma non le pare incoerente?
"Guardi, se lei non me lo avesse chiesto non lo avrei detto, per evitare le foto. Ma io sto per mettermi in coda: mi vaccino questa sera al Mandela Forum alle 21,02. Ho la prenotazione e come tutti i cittadini ho aspettato il mio turno. Poi, è vero, ho perso due settimane, perché ho dovuto fare un viaggio all'estero. Vorrei sommessamente notare che tre mesi fa, nella mia veste di professore a contratto alla Stanford University, avrei potuto vaccinarmi. Non l'ho fatto per evitare polemiche. Trovo abbastanza surreale che uno col mio curriculum di difensore del vaccino possa essere sia pure velatamente accusato di essere addirittura un no-vax".
I personaggi pubblici sono "costretti" a rendere conto: Salvini farà il vaccino ad agosto e Conte non si sa...
"Non ci sono immagini di Salvini e Meloni e mi pare neppure di Giuseppe Conte, che è solito mostrarsi in foto in tante situazioni. Ma non mi interessa quello che fanno loro, io da stasera sono vaccinato".
Approda in Parlamento la riforma della giustizia penale che è costata un faticoso compromesso in Cdm: voi proverete a cambiarlo? Su una materia delicata, non c'è il rischio di rimettere tutto in discussione?
"So che la riforma Cartabia non risolve tutti i problemi della giustizia: è il primo passo che ti toglie da dove sei, ma non ti porta dove vuoi. Intanto ci allontana da quello scandalo che era il governo della giustizia da parte del peggior Guardasigilli della storia, Alfonso Bonafede, che assieme a Conte è il responsabile politico di ciò che è accaduto nelle carceri nel terribile 2020 e che è il responsabile anche di quella assurdità che è il processo senza fine. Una prevaricazione dello Stato".
Gli emendamenti Conte-Grillo sono di bandiera e saranno tutti respinti? Alla fine il "Cartabia" resterà come è uscito da palazzo Chigi?
"Se ci saranno emendamenti Cinque stelle, noi porteremo i nostri ma nonostante ci sia ancora molto da fare nella riforma della giustizia e nei comportamenti dei magistrati e della politica, penso che andare oltre il "Bonafede" sia in ogni caso un passo in avanti".
Da 46 anni nel Cda Rai non è mai mancato un esponente dell'opposizione, fosse comunista o missino: perché - esattamente come nel caso Copasir, sempre con la Lega sugli "scudi" - lei è restato indifferente all'esclusione di un esponente della minoranza, in questo caso indicato dal Fdi?
"Due vicende diverse. Sul Copasir ci siamo rimessi all'orientamento espresso nelle diverse fasi dai presidenti delle Camere. Un comportamento del tutto cristallino. Sulla vicenda Rai non siamo stati minimamente coinvolti né considerati da Pd, Cinque stelle, Lega e Forza Italia. Abbiamo preso atto e non abbiamo partecipato alla votazione. Dopodiché il modello della legge di riforma della governance Rai, che ho voluto io, prevedeva che il Parlamento nominasse quattro membri del Cda, due di opposizione e due di maggioranza. Sotto il mio governo è accaduto: questo tema lei non lo deve porre a me".
L'equilibrio di potere nei Cinque stelle li porterà a ricercare un po' dell'identità perduta e dunque a logorare il governo?
"Ogni giorno che passa il governo Draghi è più forte e il Movimento Cinque stelle è più debole. Sono incerti e divisi: un giorno per Draghi e un giorno contro. Mi sembra che si siano riportate le persone al loro habitat naturale: Conte a pranzo con Grillo, Draghi con Biden, Credo siano destinati ad esplodere e il loro redde rationem finirà per essere un bene".
Sta per aprirsi il semestre bianco. Occasione ghiotta per guastatori abili a tirare la corda senza romperla? Una festa per Renzi?
"Però questo semestre bianco mi vede impegnato con un'altra maglietta: quella di principale sostenitore e difensore del governo. Mi consenta un parallelo: così come Donnarumma, dopo la parata decisiva, non si è accorto di aver vinto la finale, non avendo seguito il computo dei rigori, così diversi italiani nei primi mesi non si sono accorti che, aver cambiato Conte con Draghi, è stato come parare un rigore che consente ora all'Italia di essere campione d' Europa. L'Europa politica".
di Noemi Penna
La Stampa, 18 luglio 2021
I dati dell'Osservatorio Placido Rizzotto e della Caritas non lasciano spazio a dubbi sulla salute dell'economia agricola nel nostro Paese. Con un approfondimento su quanto la pandemia abbia aggravato la situazione. 180 mila vittime del caporalato su oltre 2,6 milioni di lavoratori irregolari. La maglia nera dell'economia illegale italiana spetta proprio all'agricoltura. Un lato oscuro del cibo che troppo spesso dimentichiamo, per poi indignarci davanti agli ultimi casi di cronaca che coinvolgono i braccianti così come alla mancanza di manodopera, quando sentiamo dire c'è tanto lavoro nei campi ma nessuno lo vuole fare.
Le stime Istat sull'economia non osservata - che comprende sia l'economia sommersa che quella illegale - ne quantificano il volume in 211 miliardi di euro, con un'incidenza sul Pil dell'11,9%. "Il ricorso al lavoro irregolare, eludendo la normativa fiscale e contributiva, è da reputare al connotato strutturale del mercato del lavoro nazionale. Nel 2018, erano 2.656.000 i lavoratori subordinati in posizione irregolare e da sola l'occupazione irregolare, intesa come occultamento di valore economico riconducibile al ricorso al lavoro sommerso, vale 79 miliardi di euro", si legge nel V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto, che ha fotografato la situazione degli ultimi due anni.
E' stato stimato che nel 2017 le vittime del caporalato sono state fra le 140 e le 150 mila. Nel 2018 anche il Ministero del Lavoro ha prodotto una stima a riguardo, che ammontava a circa 160 mila mentre l'Osservatorio ha spostato ancora più in alto la stima, portandola a circa 200 mila unità: 180 mila è la media. "Le organizzazioni mafiose, in maniera diretta o indiretta, riescono ad infiltrarsi nel settore agroalimentare dirottando a loro vantaggio parti della ricchezza prodotta lungo la catena di valore che parte dalla semina fino al mercato, quindi al consumatore. Alle pratiche di sfruttamento vanno contrapposti i diritti dei lavoratori, diritti che vanno tutelati e garantiti a prescindere dalla nazionalità delle maestranze. E a questo si vanno a sommare anche le condizioni alloggiative: poiché una parte di questi ultimi vive all'interno di insediamenti di fortuna, come ghetti o baraccopoli, incrociando tale situazione con le basse retribuzioni si genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante".
L'agricoltura costituisce poi il settore dove si riversano gran parte delle donne migranti. "In questo ambito - proseguono dall'Osservatorio - emerge un maggior isolamento delle lavoratrici agricole che specularmente tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro, rendendo i rapporti particolarmente permeabili a forme di abuso, incluse quelle a sfondo sessuale. Anche le donne, come gli uomini, sono reclutate da caporali - o dalla "caporala", come accade nel brindisino e tarantino - o da datori di lavoro che mirano a sfruttare a loro vantaggio la loro maggior vulnerabilità e ricattabilità, soprattutto in presenza di figli o genitori a carico".
"Nonostante i successi sul piano investigativo e giudiziario favoriti dalla legge 199/2016 - ricordano i segretari generali della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e della Flai Puglia, Antonio Gagliardi nell'anniversario della morte della bracciante Paola Clemente in un vigneto di Andria, diventata simbolo della lotta al caporalato e allo sfruttamento nelle campagne - ancora migliaia di lavoratori e lavoratrici sono vittime di sfruttamento, violazione dei diritti e sottosalario. E in questi anni altri lavoratori hanno pagato con la vita le insostenibili condizioni di lavoro imposte dai caporali, ultimo il 27enne maliano Camara Fantamadi, deceduto nelle campagne del brindisino". Ma su 260 procedimenti monitorati, più della metà - per l'esattezza, 143 - non riguardano il Sud Italia. Tra le regioni più colpite, oltre a Sicilia, Calabria e Puglia, ci sono il Veneto e la Lombardia, seguite da Emilia Romagna, Lazio e Toscana. In ogni area censita nella decennale attività dell'Osservatorio Placido Rizzotto "si registra la coesistenza di diverse categorie di lavoratori agricoli. A fianco degli occupati con contratti regolari sono attive componenti irregolari sottoposte a forme variegate di sfruttamento, con differenti gradazioni di stato di bisogno e vulnerabilità. Una situazione che determina un'accentuata sofferenza occupazionale riassumibile nel vassallaggio e nella sottomissione ai caporali e agli sfruttatori". E a una situazione già grave, si è sommata la pandemia che ha inevitabilmente avuto conseguenze anche su questo settore.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 18 luglio 2021
È la decisione a cui sono giunti sei stati del Nord del Paese dopo l'ennesimo attacco a un istituto pubblico. Il 5 luglio un gruppo armato ha rapito 140 studenti, è il quarto assalto dall'inizio dell'anno: oltre 1.000 ragazzi portati via, 9 uccisi, 200 sono ancora nelle mani di chi li ha prelevati. Tra loro anche bambini piccoli.
Sarebbe importante che, per onestà, chi ritiene che l'Italia e l'Europa non debbano accogliere chi scappa dall'Africa, raccontasse anche quali sono i motivi che spingono molte persone a decidere di lasciare i propri luoghi di origine. Allo stesso modo, sarebbe importante che chi dice "aiutiamoli a casa loro" avesse almeno una vaga idea di come fare a portare reale sostegno. Aiutarli a casa loro si può, ma si tratta di un processo lungo, che non si può liquidare con una manciata di post e che comporterebbe un totale ripensamento anche delle nostre politiche.
Aiutarli a casa loro si può, sostenendo organizzazioni che si occupano di creare progetti di lavoro in Africa e di emancipazione femminile; che si preoccupano di costruire scuole perché i bambini, da adulti, possano avere un futuro che non sia di stenti. Ma tra pensiero e azione, volontà e risultato spesso i tempi sono molto lunghi. Perché le cose cambino, lavorando duramente, occorrono decenni. Sarebbe importante aggiungere questa fondamentale informazione quando si dice: "Io mica sono contro gli immigrati! Dico solo che invece di accoglierli qui, dovremmo aiutarli a casa loro". Poche parole per descrivere un progetto immenso, difficile, complesso, che per dare frutti dovrebbe vedere coinvolte molte energie e soprattutto la reale volontà di cambiamento. Volontà più nostra che loro. Mi ha colpito una notizia che, per motivi quasi ovvi per un Paese come l'Italia - che ha dimenticato il proprio passato coloniale e che si ritiene marginale negli equilibri geopolitici, pur aumentando di anno in anno le esportazioni di armi verso luoghi in guerra - è stata trattata qui da noi in maniera del tutto marginale.
Nella foto, in primo piano, un libro di matematica, delle brande, lenzuola, una maglietta rossa: è ciò che resta della presenza di 160 studenti nella scuola ostello Bethel Baptist della città di Kaduna, in Nigeria. Lunedì 5 luglio, 140 studenti sono stati rapiti da gruppi armati che chiederanno un riscatto per liberarli. Dall'inizio dell'anno questo è il quarto assalto nelle scuole dello stato di Kaduna, dove le autorità non trattano con i rapitori. Oltre 1.000 studenti rapiti, 9 uccisi e 200 ancora nelle mani dei rapinatori; tra loro anche bambini di meno di 3 anni. Domenica 4 luglio mattina, molto presto, altri gruppi armati avevano fatto irruzione al Centro nazionale per la tubercolosi e la lebbra di Zaria; contemporaneamente, come diversivo, alcuni probabili complici aprivano il fuoco su una stazione di polizia. Un gruppo attaccava la polizia mentre l'altro assaltava i dormitori degli operatori del centro sanitario, dove hanno rapito 12 persone, tra cui tre bambini piccoli e un adolescente.
Per contrastare questo fenomeno non esiste strategia vincente: i rapimenti hanno luogo sia dove i riscatti vengono pagati, sia dove non si è disposti a scendere a patti. Laddove si mostra maggiore indisponibilità a trattare, come nello stato di Kaduna, gli attacchi sono più frequenti. Provate a immaginare di vivere in un luogo dove sotto attacco si trovino ospedali e scuole, luoghi fondamentali, di cui non si può fare a meno. E che non si possa fare a meno di ospedali e scuole funzionanti lo abbiamo sempre saputo, ma da quando il Covid ha devastato le nostre vite, ne abbiamo avuto forse maggior contezza. Basta leggere i rapporti di Save the Children per comprendere l'entità dei danni che le scuole chiuse nel sud Italia hanno prodotto in termini di dispersione scolastica e di mancata occupazione femminile per immaginare, moltiplicando per mille, cosa possa significare per i popolosi stati africani non poter contare su scuole e ospedali.
Sì perché presidiare le scuole si è dimostrato inutile; i rapitori saranno sempre di più, più violenti e meglio armati, ecco perché in 6 stati del nord della Nigeria, per prevenire attacchi e rapimenti, si è deciso di chiudere le scuole pubbliche. Avete letto bene: una sconfitta per tutti. La prossima volta che sentirete qualcuno dire "aiutiamoli a casa loro" ripensate a questa foto, ripensate a questo libro di matematica, tutto ciò che resta del rapimento dei 140 studenti della scuola Bethel Baptist di Kaduna, in Nigeria, dove le scuole non sono un luogo sicuro. Da studenti, da genitori, da cittadini, cosa fareste se il mondo che vi circonda fosse tanto feroce? Vivreste la vostra vita con fatalismo o provereste a darle una direzione diversa? Non si tratta di migrare per avere qualche possibilità in più, un posto fisso in luogo di un lavoro precario. Si tratta di migrare per sopravvivere.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 18 luglio 2021
Spiace dirlo: il Governo italiano e il Parlamento hanno perso un'occasione per voltare davvero pagina sulla sciagurata collaborazione con le autorità libiche nella gestione degli arrivi dal mare di profughi e migranti. L'auspicato passaggio di consegne alla Ue con l'operazione Irini-Eunavfor Med, o l'evocazione di una risoluzione dell'Onu, o le promesse di discutere prossimamente dello smantellamento dei campi di detenzione in Libia non cambiano l'approccio di fondo.
Oggi si continua a foraggiare la delega ai libici del lavoro sporco di blocco dei transiti delle persone in fuga, domani si discuterà (forse) della tutela dei loro diritti nell'instabile ex-colonia italiana: un tema peraltro su cui la maggioranza governativa è tutt'altro che unanime. Né c'è da aspettarsi molto dall'eventuale passaggio di responsabilità alla Ue.
L'operazione Irini, infatti, non ha per oggetto il salvataggio di chi rischia la vita attraversando il mare, ma la retorica della lotta al traffico di armi e di esseri umani attraverso il Mediterraneo: è una missione di rafforzamento delle frontiere, non di protezione dei diritti umani. La posizione della Ue in materia di confini e diritti umani, del resto, è resa plasticamente evidente dalle notizie che giungono da un altro punto critico delle frontiere europee: il fiume Evros, che divide Turchia e Grecia. Lì è stata appena completata una recinzione metallica lunga 40 chilometri e alta cinque metri per impedire gli attraversamenti dei profughi, provenienti in larga parte dai conflitti mediorientali e afghani.
Radar, telecamere e a quanto sembra anche cannoni sonori vengono impiegati dalle autorità greche per scovare e respingere chi cerca di attraversare il confine. Nonostante qualche occasionale distinguo sui mezzi utilizzati, la Ue da anni appoggia la Grecia nelle più dure misure di contrasto degli ingressi 'non autorizzati', come sono quasi sempre quelli dei rifugiati. Buona parte dell'opinione pubblica europea e italiana si è indignata per l'aggressivo rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico, ma non si è lasciata commuovere da un muro analogo che ci riguarda più da vicino.
Né i mass-media se ne sono granché occupati. La solidarietà verso chi cerca asilo è più intensa quando altri sono chiamati ad accoglierli, mentre i muri fanno più ribrezzo quando sono lontani di quando ci riguardano da vicino. L'idea sottostante della necessità di scongiurare flussi, come si dice, incontrollati, è ancora una volta sconfessata dai dati. Lasciando da parte il banale dettaglio per cui chi fugge da una guerra, in Siria o in Afghanistan, non ha molte possibilità di ottenere un visto e di viaggiare con mezzi legali, secondo Eurostat nel 2020 le persone respinte ai confini di un paese della Ue sono state 137.800, contro 670.800 nel 2019: più di un quarto in Ungheria (36.500), un quinto in Polonia (28.100), seguite da Croazia e Romania.
Non si vede nessun assalto alle frontiere, ma solo una crescente ostilità verso migranti e rifugiati, inalberata da alcuni governi nazionali come un simbolo di sovranità nazionale a fini di consenso interno. È triste constatare che la Ue di fatto segua questo modello, sebbene con toni felpati e retoricamente ineccepibili, rafforzando una politica di esternalizzazione delle frontiere e di contrasto degli ingressi ammantato da lotta al traffico di esseri umani. Ancora più triste che l'Italia, sul fronte libico, si confermi portabandiera di questa stessa strategia.
di Nello Scavo
Avvenire, 18 luglio 2021
I militari in missione per la Ue che non hanno ottenuto il permesso di ingresso nel Paese sarebbero almeno cinque, non solo quindi il comandante Agostini. Manovre anti Ue di Tripoli. La notizia della mancata concessione del visto di ingresso a Tripoli per il comandante ed altri ufficiali dell'operazione navale europea "Irini" ha suscitato preoccupazione in ambienti del governo italiano. La rivelazione di Avvenire, infatti, ha messo a nudo una serie di contraddizioni finora taciute.
Fonti di vertice di Irini confermano la ricostruzione di Avvenire. "I visti non sono stati ancora concessi nonostante non una ma ben due note diplomatiche di sollecito. Dobbiamo considerare normale che dopo tre mesi i visti non siano stati concessi?". Una irritazione più che giustificata, se si considera che proprio Eunavfor Med dovrebbe ereditare, secondo quanto assicurato dal governo al momento del voto per il rifinanziamento dei guardacoste libici, la responsabilità della formazione e del raccordo con la guardia costiera di Tripoli. Le premesse, visto il boicottaggio dei visti, non sembrano però delle migliori. Fonti anonime del governo italiano hanno spiegato alle agenzie di stampa che non vi è stato "nessun diniego al rilascio del visto per la Libia al comandante dell'operazione Irini, l'Ammiraglio Fabio Agostini". A quanto risulta, però, gli ufficiali che non hanno ottenuto il permesso di ingresso a Tripoli sarebbero almeno cinque e non il solo comandante Agostini.
Le fonti citate dalle agenzie tuttavia riconoscono che le cose non vanno per il giusto verso, se è vero che "si è in attesa di una risposta ad una nota verbale inviata due mesi fa al Dipartimento Relazioni Internazionali del Ministero della Difesa libica". Le stesse fonti, hanno rivelato che sono "pendenti due richieste: la prima con nota verbale dell'Ammiraglio diretta all'Ambasciata libica a Roma e la seconda con nota verbale della Missione europea in Libia diretta a Tripoli per una visita di vertice della cui delegazione farebbe parte lo stesso Agostini". Nonostante questo, il nulla osta non è ancora arrivato.
Il tentativo di smentire la ricostruzione di Avvenire in realtà offre spunti per nuove domande. Raccogliendo le precisazioni del governo italiano, le stesse fonti hanno spiegato all'Ansa che il ritardo nella concessione del visto d'ingresso, richiesto prima di Pasqua, sono frutto del "consueto approccio da parte libica".
E si scopre così che "il consueto approccio" ha riguardato anche "il personale militare italiano presente a Misurata". Tuttavia le stesse fonti anonime escludono che vi sia stata una "pressione turca per impedire il rilascio del visto". Dunque la questione sarebbe esclusivamente da leggere nelle tensioni tra Tripoli e Roma e tra Tripoli e Bruxelles, a causa di una "nota diatriba da tempo in atto che vede la parte libica lamentarsi per il mancato rilascio dei visti per missioni in Italia o in generale per altre finalità come peraltro più volte sottolineato sia dal primo Ministro Dbeibah che dal ministro dell'Interno libico Mazen". Resta invece attivo il canale privilegiato della "diplomazia sanitaria" che consente di far arrivare rapidamente in Italia, specialmente a Milano e in provincia di Como, militari e miliziani feriti in battaglia che ricevono cure nel nostro Paese in strutture sanitarie private. Alcuni dei quali coinvolti in operazioni su cui sta investigando la procura internazionale dell'Aja per crimini contro i diritti umani. I nomi dei "degenti" non sono però mai stati resi noti.
di Federico Di Bisceglie
formiche.net, 17 luglio 2021
Il costituzionalista sulla riforma della Giustizia elaborata dalla ministra Cartabia: "Una soluzione costituzionalmente compatibile, se applicata risolverebbe il problema della durata dei processi". Ma mette in guardia sul tema della corruzione. Da Santa Maria Capua a Vetere il premier Mario Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia si sono spinti a fare una dichiarazione impegnativa: "Mai più violenze". Il penitenziario nel quale il capo del Governo si reca con la guardasigilli è stato teatro del pestaggio che gli agenti hanno perpetrato nei confronti dei detenuti. "L'orribile mattanza", l'ha definita il gip che si sta occupando del caso. "Ora più che mai - hanno detto Draghi e Cartabia - occorre una riforma dell'ordinamento penitenziario". Per capire in che modo l'esecutivo con la riforma della Giustizia che sta portando avanti potrebbe agire efficacemente, abbiamo chiesto un parere al costituzionalista Michele Ainis, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all'università di Teramo.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 17 luglio 2021
Mario Gozzini era uno spirito cattolico inquieto e fermo, apparteneva a quella genia di cattolici che prima della caduta del fascismo e nell'immediato dopoguerra pensavano e si interrogavano su quale Paese volessero costruire, animati com'erano da spirito cristiano, impegnati nell'agire sociale, e pure coscienti che la politica, l'ordinamento statuale, le leggi scritte non fossero tutto quel che si potesse fare, e fossero anche poca cosa se non erano pervase dalla passione per l'umano, dal riscatto degli "ultimi".
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 luglio 2021
La ministra vorrebbe mettere mano all'ordinamento penitenziario, ma si scontra con le ragioni politiche Lega e Cinque Stelle. Si fa presto a dire riforma dell'ordinamento penitenziario. In realtà, i buoni propositi della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, rischiano di infrangersi contro la politica reale di una maggioranza spuria.
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