di Marta Rizzo
La Repubblica, 19 luglio 2021
L'Associazione Antigone segnala i 18 processi in corso per abusi e morti in altri Istituti ti pena. E Amnesty International rilancia la Campagna "Mettici la faccia" sui codici identificativi degi agenti. "L'Italia è tra gli ultimi cinque stati dell'UE a non avere strumenti di riconoscibilità delle forze dell'ordine.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2021
Gli emendamenti del Governo incentivano i riti speciali ma con meno coraggio rispetto alle
proposte della commissione ministeriale. La riforma penale del Governo fa un passo indietro sui riti alternativi al giudizio ordinario. Gli emendamenti approvati dal Consiglio dei ministri e presentati alla commissione Giustizia della Camera provano infatti ad aumentare l'appeal del patteggiamento e del giudizio abbreviato ma perdono alcune delle misure più incisive proposte dalla commissione di studio voluta dalla ministra Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi.
Eppure il potenziamento dei riti speciali, oggi poco usati, è fondamentale per ridurre i tempi dei processi penali, che la riforma punta a tagliare del 25 per cento. Sono infatti riti che permettono di chiudere i procedimenti più rapidamente rispetto al giudizio ordinario e con sconti di pena e che - secondo gli operatori - dovrebbero assorbire la maggior parte del contenzioso per riservare il rito ordinario, più garantito e articolato, a pochi casi. Ma il rischio è che le misure in Parlamento non bastino a estendere l'uso dei riti alternativi.
L'anno scorso, di fronte al Tribunale monocratico (competente sui reati meno gravi ma più numerosi) solo il 12% dei procedimenti definiti è stato chiuso con abbreviato, mentre il patteggiamento (applicazione della pena su richiesta) è stato scelto nell'8,3% dei casi. I169% dei procedimenti ha seguito la strada del giudizio ordinario. E le percentuali sono più basse nei giudizi di fronte al Tribunale collegiale, che si occupa dei reati più gravi.
La ragione principale di un così scarso successo, sottolineata più volte anche dai presidenti di Cassazione, sta nella scarsa appetibilità per gli imputati, in termini di benefici e riduzioni di pena, rispetto all'aspettativa della prescrizione, alimentata dalla durata dei processi (salita del 54% in tribunale negli ultimi dieci anni). Le novità degli emendamenti Far crescere la convenienza dei riti alternativi era uno degli obiettivi indicati dalla commissione Lattanzi.
Gli emendamenti governativi ci provano, ma con il freno a mano tirato. Il compromesso tra le forze politiche che ha portato al difficile (e contestato) accordo sulla prescrizione, ha infatti ridimensionato le proposte della commissione ministeriale. In tema di patteggiamento, lo sconto di pena per l'imputato che rinuncia a contestare l'accusa rimane a un terzo, mentre la commissione Lattanzi proponeva di portarlo al 5o per cento. L'innalzamento dello sconto di pena avrebbe aperto il patteggiamento a reati con pene più elevate che, con un taglio della metà, sarebbero rientrati nel tetto di 5 anni di reclusione residua (quella che rimane dopo lo sconto). Limitata anche l'estensione alla confisca, che riguarderà solo quella facoltativa.
La cancellazione dello sconto di pena fino alla metà è "un errore strategico" secondo il pm di Roma e segretario di Area Eugenio Albamonte perché "avrebbe potuto attrarre an che i procedimenti in corso, riducendo l'arretrato. Un effetto importante anche nell'ottica di sgravare le Corti d'appello in vista del regime di improcedibilità". Quanto alla confisca, "oggi viene disposta solo se è obbligatoria, ipotesi esclusa dal patteggiamento".
Per Albamonte, sui riti speciali la riforma è "inefficace rispetto sia alle aspettative indotte dalla relazione Lattanzi che agli obiettivi di riduzione dei tempi dei processi". Gli emendamenti recepiscono invece le proposte sull'estensione del patteggiamento alle pene accessorie e sulla riduzione degli effetti extra penali della condanna: non si ripercuoterà sui giudizi disciplinari. Per il rito abbreviato viene introdotta un'ulteriore riduzione di pena di un sesto in caso di rinuncia all'impugnazione.
Quando serve un'integrazione probatoria, il giudice dovrà però valutare la convenienza rispetto al dibattimento. Non recepita invece la proposta di ridurre la pena fino a un terzo. "Reintrodurre la clausola di economicità è un passo indietro - dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali. Purtroppo sui riti alternativi le indicazioni della commissione Lattanzi sono state svuotate e l'utilizzo non aumenterà: un'occasione mancata".
La retromarcia sui riti alternativi non è isolata. Anche altre proposte della commissione ministeriale pensate per alleggerire il carico degli uffici giudiziari e quindi sveltire i processi sono state ridimensionate. Così, negli emendamenti è sparita "l'archiviazione meritata" per i reati meno gravi, che avrebbe consentito di chiudere già durante le indagini preliminari, e si riduce rispetto alle proposte della commissione la portata dell'ampliamento della messa alla prova.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 19 luglio 2021
Lo scorso 12 luglio sono state depositate le motivazioni con le quali la Corte di Assise di Roma ha condannato alla pena dell'ergastolo (con isolamento diurno per due mesi) gli imputati (diciannovenni all'epoca dei fatti) dell'omicidio del carabiniere Cerciello Rega.
Non conosco la vicenda nei dettagli, e dunque mi asterrò da un'analisi delle risultanze processuali; altri sono i luoghi ove verrà sottoposta ad analisi critica la sentenza di primo grado.
Qualche riflessione può invece farsi sull'antefatto e sull'epilogo, ma soprattutto su ciò che si legge a pg. 281, su cui torneremo a breve.
ilpost.it, 19 luglio 2021
Tanto: il motivo è l'eccessivo ricorso al carcere come misura cautelare, soprattutto nelle regioni del Sud. Nel 2020 il ministero dell'Economia ha emesso 750 ordinanze di pagamento per risarcire le persone che erano state detenute ingiustamente in carcere: complessivamente i risarcimenti sono costati 36 milioni e 958 mila euro, mentre nell'anno precedente 43,4 milioni.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Scetticismo al ministero della giustizia sull'apertura di Letta a miglioramenti al testo. Salvini: "I dem e i Cinque Stelle vogliono ostacolare Draghi". Non bastava il dissidio interno ai Cinque Stelle e i malumori per la rinuncia allo stop sine die della prescrizione previsto dalla legge Bonafede. Ora ad addensare nubi sulla riforma Cartabia arriva anche la proposta del segretario dem Enrico Letta di trovare miglioramenti a quel testo, osteggiato dai magistrati che temono metta a rischio 150mila processi, troppo complessi per essere risolti nei limiti temporali fissati.
La Guardasigilli, stando alle voci di via Arenula, non avrebbe accolto con entusiasmo il rilancio di una possibile discussione, sia pure di dettagli tecnici, fatta da Letta. "La trattativa è chiusa", spiegano fonti del ministero della Giustizia. "La riforma è stata discussa e poi condivisa da tutto il Consiglio dei ministri che ha varato il provvedimento all'unanimità", fanno notare. Al punto che la Guardasigilli avrebbe detto più volte che "non è la Riforma Cartabia, ma la riforma del governo Draghi".
Il tempo per ripensamenti poi - sarebbe il pensiero della ministra - è scaduto, visto che preme la scadenza ravvicinata per avere i fondi del Recovery, per quali la riforma è un prerequisito necessario. E lo spazio temporale per discuterlo deve già fare i conti con una situazione di sovraffollamento di provvedimenti in aula a Montecitorio, dove c'è il dl Semplificazione. La data prevista del 23 per l'inizio della discussione sembra già destinata a slittare almeno a lunedì 26.
Molto dipenderà dall'incontro di oggi tra il premier Mario Draghi e il leader M5S Giuseppe Conte. Ma il Pd insiste che una mediazione è possibile. "Credo che i tempi stretti chiesti dal governo, e che io condivido, siano compatibili con qualche piccolo aggiustamento in prima o in seconda lettura. A patto di non stravolgerne l'impianto", dice Letta. Una mediazione che potrebbe trovare sponda proprio nei M5S che non digeriscono una riforma che introduce al posto della prescrizione del reato quella del processo con l'improcedibilità.
L'iniziativa però mette in subbuglio le altre componenti della maggioranza. Il leader della Lega, Matteo Salvini, spiega ai suoi che il testo della riforma era "il massimo che la Lega potesse ottenere. Ma certo non va toccato". E approfitta per rilanciare i referendum sulla giustizia: "Non so se Pd e 5 Stelle vorranno andare fino in fondo. Cercheranno di ostacolare Draghi e le riforme in ogni maniera, la Lega sarà la forza più leale sulla via del cambiamento che vuole Draghi".
Il calendiano Enrico Costa accusa: "I dem continuano a dialogare con i giustizialisti M5S, mettendo a serio rischio l'approvazione della riforma. Il Pd chiede alla Ministra Cartabia di mediare sulla giustizia? Dopo avere votato in Cdm, scarica il problema sulla Guardasigilli, dimenticando che il testo attuale è già una mediazione". E il renziano Ettore Rosato chiosa: "Se qualcuno vuole minare il lavoro di Draghi si prenderà le sue responsabilità".
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 19 luglio 2021
Il successo ha bisogno del contributo di tutti. Di magistrati e avvocati difensori, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e ne determina l'orientamento o se ne fa espressione.
Non è facile prevedere se la riforma Cartabia riuscirà a ridurre la durata dei processi del 25%. Certo è però che deve essere considerato l'insieme complessivo dei provvedimenti adottati, a cominciare dalle risorse finalmente disponibili, dopo decenni, tanto che l'Italia ad oggi spende in questo settore meno della media europea e, come rileva la Commissione, ha anche un numero inferiore di magistrati in rapporto alla popolazione (addirittura metà rispetto alla Germania). Su questo punto, grandi speranze sono riposte sull'Ufficio del processo, con l'assunzione triennale di 16.500 collaboratori, per coadiuvare giudici e Pm.
Ciò premesso, gli emendamenti in tema di processo penale rappresentano un tentativo coerente per ridurne i tempi, nelle condizioni politiche date da cui è impossibile prescindere, come dimostra la tormentata modifica della prescrizione. La Guardasigilli ha previsto una serie di strumenti come l'ampliamento dei casi di perseguibilità a querela, delle ipotesi di estinzione per lieve entità del fatto e di messa alla prova, insieme ad alcuni - modesti - miglioramenti della disciplina dei casi di patteggiamento e di giudizio abbreviato, per consentire la definizione dei procedimenti senza arrivare al dibattimento. Peraltro, in molti di questi casi e con l'attenzione dedicata alla giustizia riparativa e alle esigenze delle vittime, si persegue anche l'importante obiettivo di prevedere sanzioni diverse dalla detenzione, con una condivisibile inversione di tendenza rispetto alla legislazione "carcero-centrica" degli ultimi anni.
Ancora nel senso di limitare il numero dei dibattimenti, va poi la drastica modifica dei criteri di giudizio in sede di archiviazione, di udienza preliminare e di udienza-filtro per i processi davanti il giudice monocratico. A oggi, il procedimento deve andare avanti se esiste anche solo una ragionevole probabilità di sostenere l'accusa, con la riforma il giudice dovrà archiviare o disporre il "non luogo a procedere" se gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentiranno una ragionevole previsione di condanna. Un netto capovolgimento della logica attuale.
Tutto questo non inciderà tuttavia sul numero dei processi nella fase delle indagini preliminari e il carico di lavoro di un Pm italiano resterà otto volte quello di un suo collega europeo. È un dato, questo, citato raramente ma che è alla base della maggiore durata dei procedimenti e, in particolare, delle indagini. Su di esso potrebbe incidere solo una drastica depenalizzazione, o quanto meno un'amnistia, su cui però non si coglie alcuna disponibilità in sede politica. Stando così le cose, a poco serviranno le modifiche proposte per il rispetto dei termini delle indagini preliminari e di quelli relativi alla loro conclusione.
Desta allarme anche l'abbandono delle proposte della commissione Lattanzi per una prima - modesta, ma significativa - limitazione dei casi in cui è possibile l'appello da parte dell'imputato. Una rinunzia, questa, che rischia di restringere ulteriormente quello che già oggi è il vero collo di bottiglia del sistema. Rischia, ancora di più, di determinare la "morte" di migliaia di processi, anche per gravi delitti, per improcedibilità per l'assoluta impossibilità di giungere a sentenza nel termine di due anni (o tre, per alcuni reati), termine che molte importanti Corti d'appello non sono, oggi come oggi, assolutamente in grado di rispettare.
Anche questi temi dovranno essere oggetto di attenzione, specie da parte del Comitato tecnico scientifico, per verificare se le nuove misure - in particolare l'aumento, mirato e non a pioggia, delle risorse, anche nel campo decisivo dell'informatica, gli strumenti deflattivi di cui si è detto e il mutamento del parametro di valutazione per il rinvio a giudizio - saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Resta che il successo della riforma, proprio perché incide su punti essenziali del sistema vigente, ha bisogno del contributo di tutti. In primo luogo dei magistrati e degli avvocati difensori, cui si richiede un forte cambio di mentalità, ma anche dell'opinione pubblica e di chi, la politica e l'informazione, maggiormente la influenza e la determina o, al contrario, se ne fa espressione.
Se dopo i primi fatti di cronaca che dovessero suscitare l'emozione dei cittadini, la risposta di istituzioni e mass media fosse - come in larga misura è stato finora - "sbattiamo il colpevole in galera e buttiamo la chiave", tutti i tentativi e gli sforzi compiuti in direzione dei riti alternativi e degli strumenti deflattivi, della valutazione rigorosa dei requisiti per il giudizio e la condanna, delle alternative al carcere e della giustizia riparativa, ritornerebbero ben presto, fatalmente, ad essere solo buoni propositi e noi continueremmo a lamentarci per l'eccessiva durata dei processi. Mentre l'Europa si interrogherebbe legittimamente sul diritto del nostro Paese a incassare i fondi del Piano di Rinascita.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 19 luglio 2021
Il Carroccio e Italia Viva blindano il testo Cartabia approvato in Consiglio dei ministri. "Basta traccheggiare, perdere altro tempo o qui salta tutto". Dal centrodestra arriva un avvertimento forte agli alleati. A differenza del ddl Zan sulla omotransfobia, che non tira in ballo il governo anche se vede nettamente contrapposti i partiti della maggioranza, la riforma della giustizia entra invece nel cuore di Palazzo Chigi.
E soprattutto è un tema centrale del Pnrr: se non vengono tagliati sensibilmente i tempi del processo penale del 25% e del 40% per quello civile, l'Italia rischia di non avere non solo i 2,7 miliardi legati alla giustizia, ma l'intera torta di 191 miliardi del recovery Plan. È un allarme lanciato di recente dalla stessa ministra Marta Cartabia e ripetuta in diverse occasione dallo stesso Mario Draghi a tutti i protagonisti del suo esecutivo. Oggi il premier incontrerà Giuseppe Conte per capire fino a dove il nuovo leader dei 5 Stelle intende spingersi. Anche perché il premier e la Guardasigilli hanno ben chiaro che i margini di modifica della riforma Cartabia, proprio perché approvata all'unanimità in Consiglio dei ministri (obtorto collo anche dai grillini), sono minimi, per non dire nulli.
Anche Enrico Letta ora parla di "piccoli cambiamenti". Non vuole certo tornare allo stop della prescrizione introdotta dalla riforma Bonafede. Il segretario del Pd tenta di venire incontro all'alleato con il quale vuole costruire un'alleanza elettorale stabile. Ma di mezzo ci sono il cosiddetto centrodestra di governo ovvero Lega e Forza Italia, e Italia Viva. L'avviso ai naviganti è chiaro: ogni cambiamento, "piccolo o grande che sia", deve ritrovare un accordo con tutti i partiti che sostengono Draghi.
Il leader leghista non ha alcuna intenzione di favorire la corrispondenza di amorosi sensi tra Enrico e Giuseppe. Si sente forte della raccolta delle firme per i sei referendum che sta andando a gonfie vele". "Se raccogliamo un milione di firme saranno gli italiani a dire sì o no alla riforma della giustizia. Sono 30 anni che il Parlamento promette la riforma. Firmare è la cosa giusta perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", avverte il capo leghista. Per Giulia Bongiorno il superamento della riforma Bonafede non si discute, non si possono mettere le lancette indietro. "Basta con la melina, non possiamo restare ostaggi per sempre dei processi", spiega l'avvocato e senatrice Bongiorno.
Nel centrodestra ovviamente non c'è nessuno che vuole farsi carico delle fibrillazioni della base parlamentare grillina e vengono considerate ridicole alcune proposte che circolano sui tempi della prescrizione, diversificandoli ad esempio in base alla gravità dei reati. Un'altra ipotesi che gira è quella di eliminare l'improcedibilità processuale quando scade il termine e introdurre uno sconto di pena. In sostanza se il processo d'appello supera i due anni, l'imputato ha diritto a una pena più bassa.
Al di là dei tecnicismi, il problema che si troverà di fronte Draghi è tutto politico. Conte, alla sua prima prova da leader di M5S, vuole battere un colpo e raddrizzare almeno la bandiera della giustizia. Ma rischia di trovarsi con il classico cerino tra le dita e un pugno di mosche in mano. A dare fastidio è in particolare la mano tesa di Letta all'ex premier. Enrico Costa di Azione è sarcastico: "Il Pd ha resistito ben una settimana a difesa della riforma Cartabia...".
Al contenuto di questa riforma è fermo Renzi perché ci allontana da "peggior Guardasigilli della storia, Alfonso Bonafede". Ettore Rosato avverte che "se qualcuno vuole minare il lavoro del presidente Draghi si prenderà le sue responsabilità". "Italia Viva - assicura il coordinatore del partito renziano - farà di tutto affinché non solo i contenuti ma anche i tempi di approvazione siano rispettati". E il capogruppo Davide Faraone dice di pensarla come Letta, cioè che la riforma Cartabia è ottima ma può ancora essere migliorata in Parlamento, "naturalmente in direzione contraria a quanto auspica Conte. C'è ancora qualche piccolo residuo giustizialista da limare".
Cerca di gettare l'acqua sul fuoco il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto di FI. Si augura che, qualora ci fossero "propositi di belligeranza ad oltranza, possano rientrare". Del resto, ricordano i forzisti, la riforma Cartabia è già una mediazione e tornare indietro è davvero molto difficile e pericoloso per la tenuta della maggioranza.
E se poi il Pd dovesse insistere nel dare una sponda a Conte, allora potrebbe succedere che gli alleati-coltelli del centrodestra potrebbero chiedere, in maniera provocatoria, di tornare alla proposta di riforma di Andrea Orlando o a quella simile avanzata dalla commissione ministeriale Lattanzi, che i 5 Stelle non hanno voluto prima della mediazione della ministro Cartabia: sospensione della prescrizione di un anno e mezzo dopo il primo grado e altrettanto dopo l'appello; se non si celebra il processo in questi tempi, riparte la prescrizione conteggiando gli anni spesi inutilmente.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 19 luglio 2021
Oggi il premier vede il leader M5S. Il segretario Pd: il pacchetto Cartabia da approvare entro l'autunno. Pochi giorni. Questo chiede il Pd a Mario Draghi. Pochi giorni per ritoccare la riforma del processo penale e ridefinire i canoni della prescrizione. Per Enrico Letta una scelta che con il passare dei giorni si è fatta obbligata, dopo la protesta dei magistrati, degli alleati del m5S e per i mal di pancia sempre più difficili da nascondere anche tra i democratici. Questa mattina Giuseppe Conte si presenterà all'incontro con Draghi con il sollievo di avere incassato la sponda nel Pd per cambiare la legge della ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il premier e il suo predecessore si vedono per la prima volta dopo la crisi che a febbraio ha portato l'ex banchiere centrale a Palazzo Chigi. Per Conte è anche il primo confronto politico da leader del M5S, pur se non formalmente incaricato. I due sanno che le strade della mediazione possono essere infinite, ma conoscono anche le insidie che si presenteranno immediatamente, appena si renderà possibile riaprire i giochi sulla giustizia.
È il grande timore di Draghi, quello che esporrà oggi a Conte: aprire uno spiraglio di modifica significa spalancare la porta ai veti reciproci, cosa che dilaterebbe i tempi e decreterebbe il rinvio forse definitivo. Forza Italia e Italia Viva sono già sul piede di guerra, pronti a controproporre modifiche che andranno in senso opposto alle richieste sulla prescrizione di 5 Stelle e Pd. "Molto dipenderà da quanto si inasprirà il confronto in Commissione - spiega Carmelo Miceli - noi del Pd siamo consapevoli dell'importanza della riforma e della necessità che tutte le parti in causa debbano rinunciare a qualcosa".
Il Pd asseconderà la battaglia di resistenza del M5S e deve farlo anche perché in ballo c'è il seggio per le suppletive di Siena dove Letta non può permettersi di perdere il sostegno del Movimento. Allo stesso tempo, però, i dem non seguiranno gli alleati fino allo strapiombo. "Sono sicuro che domani sarà una giornata positiva, nella quale si troveranno le giuste soluzioni" ha detto il leader Pd alla vigilia dell'incontro.
Il patto tra Conte e Letta si poggia su una condizione: che i tempi siano celeri. Il segretario dem aveva dato questa garanzia a Draghi e vorrebbe mantenere la parola, anche se ora sposta all'"autunno" il termine per approvare l'intero pacchetto della riforma, che comprende anche il processo civile e il Csm, "perché alla base dei soldi del Pnrr": un modo per guadagnare tempo e aprire alla possibilità di un ulteriore slittamento. Ieri anche la vicepresidente del Senato Anna Rossomando ha detto di "non temere una perdita di tempo, se si tratta di pochi giorni per arrivare alla meta". Bastano interventi mirati: "Non serve smantellare tutto, ma risolvere qualche criticità". "Le soluzioni tecniche ci sono", dice, e "la mediazione deve trovarla il governo e in particolare la ministra Cartabia".
Anche fonti vicine a Conte assicurano che non c'è alcuna volontà di sabotaggio. L'avvocato invita a guardare al modello tedesco e propone sconti di pena contro l'irragionevole durata del processo. Non solo. Nel M5S e nel Pd chiedono di allargare i reati per i quali la tagliola dell'improcedibilità (la prescrizione non più sostanziale ma processuale) interviene più tardi, a tre anni e non a due per l'appello, e a un anno e mezzo e non a uno per la Cassazione.
In alternativa, I grillini non escludono di riesumare il lodo Conte - prescrizione sospesa dopo il primo grado per chi è condannato e non per chi è assolto - che fu ideato a inizio 2020 per scongiurare la crisi che si stava apprestando a scatenare Renzi prima che intervenisse la pandemia. Tra i 5 Stelle c'è anche chi vorrebbe far partire il calcolo dell'improcedibilità del secondo grado non al momento del ricorso ma quando il fascicolo arriva in Corte d'Appello, ma è un'ipotesi che è già stata bocciata al tavolo della maggioranza al ministero della Giustizia.
In realtà le uniche soluzioni possibili sono quelle impossibili, che mettano d'accordo tutti, da Forza Italia ai 5 Stelle. È lo scenario che Draghi delineerà a Conte: il pantano potrebbe rinviare l'approvazione a data da destinarsi, e lo slittamento - altra ipotesi a cui lavorano Partito democratico e Movimento - è l'esito peggiore per il premier. Il capo del governo non si fida. Vuole capire fino a che punto è disposto a spingersi Conte. Se, cioè, si accontenterà di poche modifiche di facciata (per esempio la diversificazione dei tempi in base ai reati) o se davvero è intenzionato a votare contro o ad astenersi, rimanendo comunque al governo ma creando un precedente inaccettabile per il banchiere. La legge passerebbe comunque, ma Draghi potrebbe tornare a minacciare le dimissioni, come ha già fatto con i ministri 5 Stelle per convincerli a dire sì. Sempre che non decida di sfidare a sua volta Conte, mettendo la fiducia sul testo.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 19 luglio 2021
L'indagine del presidente della Commissione antimafia regionale smonta tutti i depistaggi sule stragi e riporta alla luce le vere piste d'indagine che nessuno ha mai seguito, dal mercato dell'eroina ai finanziamenti ai partiti.
Era l'ultima speranza per evitare che la più nefasta ignominia della storia giudiziaria italiana si perdesse nell'oblio. E - forse -c'è riuscita, per un pelo. La settimana scorsa sono stati depositati i materiali e le conclusioni dell'inchiesta sui risvolti di carattere nazionale del "depistaggio sul delitto del giudice Borsellino e della sua scorta". L'inchiesta, la seconda sull'argomento, è stata voluta e realizzata da Claudio Fava, presidente della Commissione antimafia dell'assemblea regionale siciliana; si è svolta negli ultimi quattro mesi, con 22 audizioni di persone "informate dei fatti" e l'acquisizione di materiale prezioso, dimenticato non si sa se volutamente o per banale incuria.
(Chi scrive questo articolo ha avuto l'onore di essere chiamato a partecipare ai lavori come consulente, per aver seguito la vicenda - in solitudine, purtroppo - da almeno un ventennio). Stiamo parlando di fatti avvenuti 29 anni fa, tuttora avvolti nel mistero e nell'omertà delle più alte istituzioni statali; fatti che però contribuirono a cambiare il corso della storia italiana (sicuramente in peggio). Il giudice Paolo Borsellino venne ucciso a Palermo la domenica 19 luglio 1992, 57 giorni dopo il suo amico Giovanni Falcone. Le due stragi, vere e proprie azioni di guerra, attribuite a Cosa nostra, non hanno precedenti, né seguenti, in Europa. Non corrispondono solo alla volontà di uccidere due nemici, quanto di terrorizzare un'intera nazione: un'autostrada e un palazzo fatti saltare in aria; tre magistrati e otto poliziotti uccisi, cinque feriti. In queste azioni di guerra Cosa nostra non ebbe una sola perdita, né un intoppo nella loro realizzazione. Lo stato non se lo aspettava, ma subito dopo mandò l'esercito in Sicilia e instaurò il 41 bis nelle carceri, dove vennero trasferiti centinaia di boss.
A gennaio 1993 venne arrestato "il capo dei capi" Riina, presentato come il responsabile di tutto, ma per tutto l'anno si susseguirono attentati dinamitardi ed uccisioni che fecero pensare che l'Italia fosse sull'orlo di un colpo di stato. Nel marzo del 1994, alle elezioni politiche, invece della sinistra, candidata favorita e molto impegnata sul tema della lotta alla mafia, vinse la Forza Italia di Silvio Berlusconi che certo non aveva la lotta alla mafia nella sua agenda.
La pista Scarantino - A luglio 1994, con grande clamore, il procuratore di Caltanissetta annunciò che il delitto Borsellino era risolto: era stato Vincenzo Scarantino, uno scimunito di quartiere, insieme ad un'accolita di poveracci a fare tutto. Solo quindici anni dopo - casualmente, o forse perché ormai i tempi erano maturi? - si seppe che era tutto falso, e una dozzina di innocenti fu liberata (in silenzio, però). Ancora oggi non si sa chi ha ucciso Borsellino; e naturalmente non si sa (meglio: non si vuole sapere) perché sia stata organizzata la falsa pista.
Ci sono, in verità, processi in corso, a carico di poliziotti che "gestirono" il pentito Scarantino (ovvero autorizzarono le torture cui fu sottoposto, insieme ai suoi correi), ma sono minuzie e con ogni probabilità finiranno in niente. In 29 anni, da parte della magistratura che ha diretto, avallato o coperto il depistaggio non si è mai alzata una voce per denunciare lo scandalo. Piuttosto, molte carriere - e non piccole - si sono costruite su quell'inganno. Ma veniamo al lavoro della "commissione Fava".
Da una parte si è dedicata, con le testimonianze di importanti testimoni dell'epoca: ministri, magistrati, membri del Csm, a ricostruire la catena di comando che portò al depistaggio. Che andò così: le indagini, fin dalla sera del delitto, vennero affidate dal capo della polizia Parisi ai servizi segreti (Sisde) nella persona di Bruno Contrada; procedura contro la legge. Poi - per decisione del governo nazionale - al capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera (anch'egli membro dei servizi), estromettendo i più valenti investigatori, peraltro collaboratori stretti di Falcone e Borsellino. Si trattò, nei fatti, di un "colpo di stato" all'interno delle indagini.
La Barbera usò metodi "sudamericani" (in una eccezionale testimonianza, il detenuto Vincenzo Pipino li ha raccontati, con tanto di particolari grotteschi), riuscì a subornare magistrati che si occupavano del caso, e soprattutto eliminò dalla scena tutte le piste alternative. E dire che queste erano cospicue. La Commissione Fava, per esempio, ha riportato alla luce un rapporto della Dia (allora direttore Pippo Micalizio) di inquadramento generale della stagione delle stragi, che venne inviato a tutte le procure interessate all'inizio del 1994.
Il testo fa venire i brividi ancora adesso, perché la strategia di Cosa nostra viene inserita (con una quantità notevole di fonti di prova) all'interno di una strategia "economica e finanziaria" tesa a cambiare il volto del nostro paese. Si parla di nuovi partiti da costruire, delle trame massoniche e di quelle leghiste, dei collegamenti stretti tra mafia e servizi segreti e soprattutto della "finanziarizzazione" dell'industria dell'eroina di cui la mafia siciliana era all'epoca monopolista. Lo scenario è tanto realistico quanto pauroso: i soldi dell'eroina avevano conquistato l'economia italiana. Falcone e Borsellino furono uccisi perché l'avevano capito.
Il passato che non passa - Perché questa pista investigativa non fu seguita? Perché, per almeno dieci anni, tutte le istituzioni (dalla procura nazionale antimafia, alle Dda, al Csm, alla politica) bocciarono questa interpretazione? Lo dirà - chissà, tra un secolo? - la famosa Storia. Per adesso si può solo dire che il piccolo commissario La Barbera, il piccolo procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra (ambedue morti) furono funzionali a che la storia prendesse un altro corso. Solo gli ingenui sperano che ci sia un "pentito" tra i magistrati che hanno assistito allo scempio, in vita e in morte, di Paolo Borsellino. (Tra le audizioni è stata particolarmente drammatica quella di Bruno Contrada, un lucidissimo 92enne dal volto scavato, un Re Lear gentile; Contrada fu il dirigente del Sisde prima nominato dominus dell'indagine Borsellino e poi arrestato nel dicembre 1992, protagonista di una trentennale vicenda giudiziaria da cui è uscito assolto).
Tutte queste storie del secolo scorso possono risultare attraenti quanto le colpe degli ammiragli del Savoia alla battaglia di Lissa (1866) su cui si appassionarono i nostri bisnonni, ma forse questa volta è diverso. Durante i lavori della commissione, ci si è imbattuti nel passato che non passa. Era infatti stato pubblicato un libro importante, in cui si diceva finalmente la verità sul delitto Borsellino.
Michele Santoro (e chi non lo ricorda?) aveva raccolto le confessioni di Maurizio Avola, un killer catanese, chiacchierino da trent'anni, considerato un fanfarone, sedicente autore di 80 omicidi. Si era dimenticato il più importante; e infatti confida a Santoro che l'omicidio Borsellino l'ha fatto lui! È una cosa ridicola, con particolari da film di serie C: ero vestito da poliziotto, eravamo pronti anche con i bazooka - che Avola aveva cercato già di smerciare, ma Santoro ci casca con tutti due i piedi. Non solo, ma va in tutte le televisioni a dire che lui ha scoperto finalmente la verità, e fa me culpa per aver sospettato che ci potesse essere lo zampino di Berlusconi o addirittura lo stato.... No, no, credetemi! implora Santoro. È stata solo la mafia, me l'ha detto Avola!
La testimonianza di Avola - Ricorderò per un bel po' la testimonianza alla Commissione Fava dell'agente di polizia Antonio Vullo, l'unico scampato alla strage di via D'Amelio. Spiegò che tutto quello che raccontava Avola era falso, perché lui era lì, aveva visto, sapeva, conosceva metro per metro quella scena, il prima, il durante e il dopo, aveva visto la morte in faccia, era tornato innumerevoli volte a ricordare i suoi colleghi uccisi.
Ma l'agente Vullo, in 29 anni, non era mai stato sentito. Avola mentiva, era chiaro. Come Scarantino trent'anni fa. Ma lo scimunito Scarantino, oggi si sa, fin nei minimi dettagli, era stato imbeccato, preparato, torturato per giocare quella parte così importante. Oggi, chi imbecca quel vecchio arnese di Maurizio Avola? Perché? Perché questo depistaggio è eterno? Che cosa c'è di così pauroso, di così indicibile nel delitto Borsellino? Oggi ci saranno le celebrazioni rituali del 19 luglio 1992. Nessuno saprà cosa dire.
(La relazione, le appendici, le conclusioni della Commissione sono pubbliche e richiedibili presso l'Assemblea regionale siciliana).
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 19 luglio 2021
Mario Draghi vuole capire cosa c'è dietro agli slogan. Cosa si nasconde, dietro al gioco al rialzo di Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia. Così, nell'incontro di stamattina a Palazzo Chigi - il primo dal rito del passaggio della campanella - il premier inviterà subito il suo predecessore a scoprire le carte.
Il leader in pectore del Movimento dovrà dire se intende essere la guida di un partito che fa convintamente parte del governo, o se ha deciso - per una questione elettorale interna - di mettersi a capo di una forza politica di opposizione. Perché le dichiarazioni di queste ore, una al giorno da quando l'ex presidente del Consiglio ha sconfessato il lavoro dei suoi stessi ministri, non sembrano andare tanto nella prima direzione, quanto nella seconda.
Non si tratta di un'impuntatura, per il premier, ma di un ragionamento preciso: approvare la prima parte della riforma della Giustizia prima della pausa estiva almeno in un ramo del Parlamento significa dare un messaggio all'Europa: l'Italia non rallenta, è capace di rispettare gli impegni presi nei tempi previsti. A settembre, ci sarà ancora da mettere mano alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e a quella del processo civile, sempre con l'assillo dei tempi da rendere più giusti e ragionevoli.
È per questo che ogni intento dilatorio somiglia, per Draghi, a una sorta di boicottaggio. "Il governo è qui per fare le cose, se i partiti non lo mettono più in condizioni di farle, è un problema molto grosso". Questo il ragionamento fatto nell'inner circle del capo del governo. Queste le ragioni che lo porteranno a parlare molto apertamente con Conte. E a interrogarlo con assoluta franchezza.
Se l'obiettivo è apportare al testo dei miglioramenti che garantiscano alle procure di non veder annullati interi processi per reati gravissimi, come sostiene una nutrita parte dei 5 stelle, qualche modifica si può sempre fare. Con un lavoro blindato in aula e in commissione e la promessa di non alimentare tensioni ulteriori. Ma Draghi non ha davanti solo Conte: alla porta c'è Forza Italia, pronta a presentare 50 emendamenti che smantellerebbero gran parte del lavoro fatto.
Per non parlare della Lega, che non vorrà essere da meno. Quindi se anche il Pd - come ha fatto capire Enrico Letta nell'intervista a Repubblica - è pronto a dare una mano, c'è il resto della maggioranza da sedare e convincere. E non è stato facile già la prima volta. Molto, moltissimo, dipenderà dall'atteggiamento del futuro presidente del Movimento 5 stelle. Draghi ha tutto l'interesse a instaurare con lui lo stesso rapporto di collaborazione che ha stabilito con gli altri leader di partito, che finora - davanti al momento delle scelte, anche delle più complicate - non si sono mai messi di traverso. Se potrà fare delle concessioni di merito le farà, se si troverà davanti a un atteggiamento pregiudiziale e ideologico, però, non esiterà ad andare avanti mettendo la fiducia sul testo una volta in aula. E provando a forzare dove la persuasione non sarà arrivata. I ministri M5S hanno finora agito in piena concordanza col governo. Hanno trattato quando c'era da farlo, ma non hanno mai messo in dubbio la permanenza del Movimento in un esecutivo in cui sono entrati convintamente. A costo di perdere pezzi, da Nicola Morra a Barbara Lezzi al Senato. Seguendo la strada indicata alle consultazioni col premier dal loro fondatore Beppe Grillo.
Se Conte vorrà imprimere ai suoi 5 stelle una direzione diversa, nel nome di battaglie storiche da difendere e promesse da mantenere, si vedrà subito, a questo primo tornante. Potrà cercare una mediazione che accontenti una maggioranza tanto ampia da contenere, sulla giustizia e non solo, visioni opposte. O potrà tentare di strappare modifiche talmente grandi da rischiare di costringere il governo a far passare la riforma senza i voti 5 stelle.
"Se accadesse una cosa del genere - dice un ministro grillino ben consapevole della partita - bisogna che tutti capiamo quale sarà l'esito: il governo cadrebbe e ci sarebbe il rischio di andare al voto anticipato". Perché a differenza di Conte, definito ai tempi di Chigi "il temporeggiatore", se c'è una cosa che Draghi non intende concedere ai partiti che hanno scelto di sostenere il suo governo è proprio il tempo.
Tempo per arrivare al semestre bianco e agire con ancor più irrequietezza. Tempo per le loro campagne elettorali e i loro distinguo. "Se non approviamo presto le riforme legate al Pnrr l'Italia andrà incontro a problemi enormi e qualcuno dovrà assumersene la responsabilità". Questa la linea dettata da Draghi solo pochi giorni fa. Quella che oggi chiarirà a Giuseppe Conte, senza mezze misure,
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