di Franco Corleone*
Messaggero Veneto, 9 giugno 2021
Ho vissuto una bella esperienza all'interno della struttura di via Spalato, partecipando a un incontro con una delegazione dei detenuti che intendevano avanzare richieste per migliorare le condizioni di vita. Sono state due ore intense di scambio serrato con lo scopo non di una generica denuncia, ma con la volontà di individuare soluzioni ragionevoli e praticabili.
La direttrice Tiziana Paolini e la comandante Monica Sensales, oltre a mostrare un'intelligente disponibilità, hanno chiarito le difficoltà oggettive e i limiti non immediatamente superabili. Sono stato colpito dalla precisione dei dodici punti che sono stati scritti a mano (in carcere si scrive ancora a mano) in un documento che mi è stato consegnato alla fine della riunione. Il primo problema è rappresentato dal costo delle telefonate e dal sistema di autorizzazione anche per i colloqui con skype, che rende impossibile per molti stranieri mantenere i rapporti con le famiglie assai lontane, e il dodicesimo è rappresentato dall'esigenza di rapporti affettivi intimi come accade in tantissimi altri Paesi, anche nella vicina Slovenia. La scelta di queste due questioni all'inizio e come chiusura del cahier de doléances, può essere casuale, ma voglio interpretarla invece come il segno di una condizione di abbandono e l'invocazione a essere aiutati per uscire da una condizione di solitudine insopportabile. E che va contro i principi dell'ordinamento penitenziario e della Costituzione.
La fotografia che emerge è di un luogo in cui è presente tanta estrema povertà: anche l'euro dovuto per l'uso della lavatrice per alcuni è eccessivo; la richiesta di un kit di ingresso adeguato e la domanda di biancheria intima, di magliette e di scarpe è significativa così come l'invocazione del lavoro. Alcune sollecitazioni non dovranno cadere nel vuoto, ad esempio, l'individuazione di uno spazio per l'attività fisica e di attrezzi per il tempo libero. Segnalo infine la preoccupazione per le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria che rischiano di rendere difficile la convivenza in una struttura chiusa e sovraffollata e l'appello per l'accoglimento di alcune richieste di avvicinamento alle famiglie.
Ho approfittato dell'occasione di prima conoscenza per indicare le linee del mio impegno e ho annunciato che sarà presto costituito un "Consiglio dei detenuti" che mensilmente si riunirà con tutti i soggetti indispensabili, dai magistrati di sorveglianza agli avvocati, dall'Ufficio dell'esecuzione penale esterna ai volontari, dal servizio sanitario agli educatori, dagli insegnanti alle istituzioni, Comune e Regione. Sarà un tavolo di approfondimento con l'obiettivo di costruire un carcere dei diritti. Ho anche annunciato che è stato approvato un progetto di ristrutturazione del carcere che trasformerà la vita interna. Spero di non tradire la fiducia accordatami.
*Garante dei diritti dei detenuti nel carcere di Udine
area-c.it, 9 giugno 2021
Ha preso l'avvio oggi la fase operativa di un progetto in campo da mesi e che, anche a causa della pandemia, ha avuto non poche difficoltà a vedere la luce. Il progetto nasce da una collaborazione tra la società Autostrade per l'Italia ed il Comune di Cassino che prevede interventi di piccola e grande manutenzione (sono previsti interventi sull'asfalto, miglioramento e ripristino del decoro urbano e manutenzione del verde); oltre a personale dell'amministrazione il progetto vede coinvolti detenuti, percettori di reddito di cittadinanza e persone sottoposte a regime di pena alternativa al carcere: l'obiettivo è quello di rendere concreta l'idea che tutti possano contribuire al benessere della collettività.
"Non nascondo che un altro aspetto che ci rende orgogliosi - ha detto l'assessore al Personale, Barbara Alifuoco, che ha curato il progetto unitamente al sindaco, Enzo Salera e al consigliere Fabio Vizzacchero - è la fiducia che un grande gruppo come Autostrade per l'Italia ripone nella nostra Amministrazione e voglia redistribuire parte della sua ricchezza anche a favore della città di Cassino. È un fatto di valore etico e morale di grandissimo rilievo.
Oggi è solo l'inizio, penso che la sinergia tra le forze - ha aggiunto Alifuoco - possa continuare nel tempo e dare risultati notevoli alla nostra città. Anche questo può essere considerato un simbolo di rinascita e di ripartenza dopo un anno molto difficile. "L'attenzione di un grande gruppo come Autostrade per l'Italia per il nostro territorio - ha detto invece il Sindaco - è un grande orgoglio per noi, ed è anche frutto della fiducia che gli uomini della Direzione del VI Tronco di Cassino ripongono nella nostra Amministrazione. Per questo desidero ringraziare il direttore, l'ing. Costantino Ivoi, ed il dott. leandro Zapparato, responsabile dell'Ufficio Traffico che, per primi, hanno creduto nella bontà del progetto e nella necessità di creare sinergie tra le forze del territorio per centrare quello che è il nostro unico obiettivo: lavorare per Cassino e per la sua rinascita. Ringrazio infine l'assessora Barbara Alifuoco che, insieme al consigliere Fabio Vizzacchero, ha seguito passo dopo passo l'iter del progetto".
lecceprima.it, 9 giugno 2021
Le associazioni #RecidivaZero e Nessuno tocchi Caino, che si battono per l'abolizione della pena di morte, hanno consegnato la donazione al Borgo San Nicola. Una donazione di circa cento libri è stata destinata alla biblioteca della Casa circondariale "Borgo San Nicola" alla presenza dell'assessora al Welfare del comune di Lecce, Silvia Miglietta, della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Lecce, Maria Mancarella, del responsabile dell'area trattamentale, Fabio Zacheo.
A donare i libri sono Rossana Elia, in rappresentanza dell'associazione #RecidivaZero e Anna Briganti, in rappresentanza dell'associazione Nessuno tocchi Caino, associazioni che si battono per l'abolizione della pena di morte nel mondo e, con specifico riferimento ai detenuti, ex detenuti ed al mondo carcerario in genere, si prefiggono di contribuire alla riduzione della recidiva.
Di seguito la dichiarazione della Garante delle persone private della libertà Maria Mancarella: "I libri sono un'opportunità di vita per i detenuti e le detenute e, come le persone, hanno diritto ad una seconda vita. Donare libri ai detenuti e alle detenute è garantire a chi sta scontando una pena il diritto e il piacere di leggere, consentire a chi è chiuso in spazi ristretti e sempre uguali di esplorare nuovi mondi e nuove possibilità di vita; leggere un libro aiuta ad aprire la mente, consente di volare con la fantasia e ripensarsi in modo diverso, libero e creativo. La biblioteca carceraria è lo spazio ove è possibile superare l'isolamento, la deprivazione culturale, le barriere mentali e fisiche, è il luogo che può, invece, favorire la crescita culturale e il superamento dei pregiudizi e delle reciproche diffidenze.
Tutto questo acquista un significato particolarmente rilevante se a compiere il gesto di donare dei libri sono delle persone, come nel caso dell'associazione #recidivazero che, dopo aver vissuto l'esperienza della carcerazione, sono riuscite ad andare oltre e, da persone libere, hanno ripreso in mano la propria vita e, nonostante le difficoltà, sono oggi parte attiva e vitale della società, impegnate in azioni di promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici di tutti i cittadini, in particolare di coloro che sono in condizione di marginalità sociale".
Corriere della Calabria, 9 giugno 2021
"L'Alta sicurezza 2 è una tomba. L'Italia ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza". Cesare Battisti lancia un lungo "appello alla giustizia" dal carcere di Corigliano Rossano, dove è detenuto da quasi un anno in regime di Alta sicurezza (AS2) e da dove attendeva la decisione del Dap sulla sua istanza di trasferimento, presentata dai suoi legali, Gianfranco Sollai e Davide Steccanella, all'indomani dell'arrivo in Calabria.
Istanza rigettata nei giorni scorsi e per la quale l'ex terrorista dei Pac ha iniziato lo sciopero della fame e interrotto le terapie cui si sottopone per problemi di salute. Nella sua lettera-appello inviata tramite gli avvocati, Battisti parte dalle motivazioni che hanno spinto il Dap a non concedere il suo trasferimento: il regime di Alta sicurezza legato alla tipologia di reato commesso e un percorso che secondo il Dap è comunque teso alla rieducazione e al reinserimento del condannato. Tesi che Battisti contesta, ricordando di "aver trascorso 40 anni in esilio, conducendo una vita di cittadino contribuente perfettamente integrato nella società civile, con incessante attività professionale, pacifico coinvolgimento nell'iniziativa culturale e nel volontariato, ovunque mi è stato offerto rifugio".
"Incompatibilità con i detenuti musulmani" - "Il Dap pare ignorare che nel reparto dove sono detenuto, nel carcere di Rossano, nulla è predisposto per i detenuti che non condividono i costumi e la tradizione musulmana o che abbiano vivaci incompatibilità di convivenza con questa categoria di detenuti" scrive Cesare Battisti nella sua lettera appello dal carcere di cui l'Adnkronos è venuta a conoscenza, consegnata ai suoi avvocati dopo il rigetto della sua istanza di trasferimento dal reparto di Alta sicurezza dove è recluso insieme a detenuti appartenenti all'Isis.
"L'As2 di Rossano è una tomba, lo sanno tutti - aggiunge ancora Battisti. È l'unico reparto sprovvisto persino di mattonelle e servizi igienici decenti, dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone 'Antro Isis' è tabù perfino per il cappellano, che finora ha regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio. Qui tutto è predisposto per tenere a bada dei ferventi musulmani, ai quali, se pure in condizioni esecrabili, è stato concesso il diritto di pregare insieme".
"Avevo riposto speranze in quest'ultima istanza di trasferimento, immaginando che, dopo oltre due anni in condizioni estreme, le autorità non infierissero oltre, considerata la mia età e il mio precario stato di salute. Ma anche e soprattutto per aver mostrato grande disponibilità alla riconciliazione con quei settori della società che più hanno sofferto le conseguenze della lotta armata degli anni '70, con particolare riferimento alle famiglie delle vittime" è un altro dei passaggi chiave della lettera-appello alla giustizia inviata da Cesare Battisti "ai familiari, ai legali difensori, alle istanze competenti e a tutti coloro che si sono fin qui solidarizzati affinché mi fosse garantito un regime di carcerazione dignitoso".
"Il Dap non tiene conto del grande disagio - L'ex terrorista dei Pac accusa il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - che ha respinto la sua istanza di trasferimento dal reparto di Alta sicurezza di Rossano - di non tener conto "del grande disagio dovuto alla distanza che separa il condannato dai suoi affetti" e di trattare il suo caso con un carattere sanzionatorio della pena e non, come prevede la Costituzione, recuperatorio.
"L'Italia ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza" - "Le cose - scrive Battisti - non sono mai quelle che sembrano secondo i media. La questione dei rifugiati in Francia è una farsa, così come è reale l'intenzione dello Stato di negarmi i diritti stabiliti fino alla fine. L'Italia - accusa Battisti - ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza. Lo provano le condizioni della prigionia di Cesare Battisti. L'opposto di quello che dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che, dalla Francia, arrivano in Italia".
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 9 giugno 2021
Dai salvataggi in mare alla redistribuzione e aiuti alla Libia. Ci lavora il Pd. Contatti con Viminale e Chigi. Si punta a tenere dentro anche Salvini in vista del Consiglio Ue di fine mese. Mentre i ministri degli Interni europei sembrano arrancare anche per rilanciare il patto di Malta sulla redistribuzione volontaria dei migranti tra Paesi volenterosi dell'Unione, la maggioranza di governo prova a costruire le condizioni per aiutare Mario Draghi nel difficile negoziato in Europa, in vista del Consiglio europeo del 24-25 giugno. L'obiettivo è portare l'Unione a investire - politicamente e finanziariamente - sui Paesi costieri del Nord Africa. Contestualmente, si mira a favorire un'intesa per la chiusura dei campi in Libia, per rafforzare i salvataggi in mare e creare corridoi umanitari, oltreché per puntare sui rimpatri assistiti. Sono tutte linee guida della mozione che il Partito democratico sta scrivendo proprio in queste ore, in vista del passaggio parlamentare del 21 giugno, alla vigila del summit dei leader Ue di fine mese. Una bozza che il Nazareno sta negoziando con l'esecutivo, a partire dal Viminale. E che ha l'ambizione di diventare testo condiviso di maggioranza - Salvini permettendo - che aiuti il premier nella difficile trattativa a Bruxelles.
È una partita tutta in salita. Un accordo complessivo in sede europea sconta resistenze fortissime dei Paesi di Visegrad. Sono le capitali di solito "gestite" con grande abilità da Angela Merkel. Nulla di tutto questo è più possibile, a causa delle imminenti elezioni tedesche che sanciranno la fine dell'era della Cancelliera. La conseguenza è lo stallo della grande riforma dei migranti presentata ormai dieci mesi fa dalla Commissione di Ursula von der Leyen, rimasta lettera morta a causa dei veti incrociati dei Paesi dell'Est e di quelli Mediterranei, che la giudicano troppo timida.
E siamo all'oggi. Draghi, come è noto, su muove su due binari. Il primo è quello che mira a rafforzare l'intesa con Parigi, per costruire la stabilizzazione del teatro libico. Il secondo passa dalla pressione diplomatica per far avanzare il negoziato a Bruxelles. Le resistenze, però, restano. Per questo, proprio la segreteria del Partito democratico ha affidato a Enrico Borghi e Lia Quartapelle la missione di elaborare un testo che possa nello stesso tempo segnare l'identità del partito e aiutare il governo in vista della battaglia in Europa.
Nelle scorse settimane, riservatamente, la piattaforma è stata illustrata alla ministra Luciana Lamorgese. E non sono mancati i contatti con Palazzo Chigi. Ne sta uscendo fuori un testo che prevede tra i punti centrali alcuni principi: salvataggi in mare, corridoi umanitari e chiusura dei campi in Libia, redistribuzione dei migranti, rimpatri assistiti e integrazione degli aventi diritto (anche sulla base delle esigenze dei Paesi "ospitanti").
E ancora, presidio delle frontiere Sud della Libia, con particolare attenzione alle vicende del Sahel (dossier che sta a cuore soprattutto a Macron). Infine, un piano europeo per l'Africa che punti a sostituire l'economia illegale basata sul traffico illecito di esseri umani con investimenti sullo sviluppo. Nella bozza è stato inserito anche il richiamo al rischio che i flussi migratori illegali possano essere utilizzati da potenze straniere ai fini di una cinica competizione geopolitica.
L'obiettivo è portare anche Matteo Salvini e il resto del centrodestra su questa linea. Facendo leva sul fatto che gran parte del piano richiama principi enunciati proprio da Draghi. Tutto per sostenere lo sforzo del premier in Europa. Nel frattempo, anche l'incontro tra i ministri dell'Interno non sembra portare a risultati sul fronte del patto di Malta (che tra l'altro lo stesso Draghi considerava non sufficiente a risolvere in modo strutturale i nodi sul tavolo).
Lo lascia intendere anche Luciana Lamorgese, che rivolgendosi ai colleghi continentali ha insistito sulla necessità di sostenere i Paesi della sponda africana: "Per ridurre la pressione migratoria ai confini esterni europei, e conseguentemente anche i movimenti secondari all'interno dell'Unione - ha detto - dobbiamo intensificare tutti i nostri sforzi a livello politico affinché le istituzioni della Ue pongano subito mano a robusti accordi di partenariato strategico con i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, a partire dalla Libia e dalla Tunisia, per consolidare i processi di stabilizzazione in atto e per contribuire al loro sviluppo economico".
È lo stesso pallino di Draghi. Il premier italiano, assieme a Macron, punta a rafforzare anche finanziariamente Tripoli per stabilizzare l'attuale quadro politico, nonostante le resistenze del blocco dell'Est Europa. "Per i Paesi mediterranei riuniti nel gruppo Med5 - ha aggiunto non a caso Lamorgese - è fondamentale che la trattativa sul nuovo Patto immigrazione e asilo segua contemporaneamente, su un doppio binario: i temi legati alla responsabilità e quelli concernenti la solidarietà tra Stati membri con la previsione di un equo meccanismo di redistribuzione dei migranti in Europa". Non sarà un obiettivo facile da raggiungere.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 9 giugno 2021
Il fronte dei Paesi che chiedono la sospensione dei brevetti dei vaccini è sempre più ampio. Alla Wto è in corso il consiglio Trips, Usa e Cina sono riuscite a convergere, ma Bruxelles no. Per difendere Big Pharma, rischia l'isolamento internazionale. Per paradosso, dentro le istituzioni Ue la posizione della Commissione potrebbe uscire inaspettatamente rafforzata. Gli eurodeputati stanno per esprimersi sul tema. Ma la risoluzione congiunta che arriva al voto non contiene nessuna richiesta esplicita di deroga sui brevetti.
A Ginevra, dove ha sede la World Trade Organization, i rappresentanti dei vari paesi, riuniti ieri e oggi nel "consiglio Trips", stanno discutendo di sospendere i brevetti per i vaccini anti Covid-19. Il consenso globale diventa sempre più ampio, persino Usa e Cina sono riuscite a convergere, ma Bruxelles no. Va per la sua strada, in direzione contraria: difende la proprietà intellettuale e le posizioni di Big Pharma. Così rischia l'isolamento internazionale.
Il paradosso è che invece sul fronte interno, cioè dentro le istituzioni Ue, la posizione di Bruxelles potrebbe uscire inaspettatamente rafforzata. A Strasburgo, dove è in corso la plenaria dell'europarlamento, gli eurodeputati stanno per esprimersi sul tema; aspettano da maggio. Ma la risoluzione congiunta che arriva al voto stasera non contiene nessuna richiesta esplicita di deroga sui brevetti: è stata espunta nella trattativa. L'ultima chance sono gli "emendamenti". Se non vanno in porto neppure quelli, la Commissione avrà un alibi in più per opporsi alla deroga. Il voto rischia di trasformarsi in un boomerang. Nelle ultime ore le organizzazioni della società civile stanno tempestando di appelli gli eurodeputati.
Solitudine a Ginevra - Nei paesi ricchi, una persona su quattro (il 23,8 per cento) ha già completato il ciclo di vaccinazione. Nei paesi a basso reddito, è vaccinata una persona su mille (lo 0,1 per cento). Il divario è evidente, e per ridurlo c'è un blocco globale che chiede di sospendere i brevetti. La novità non è questa: è da ottobre che India e Sudafrica propongono questo. Hanno convinto 118 paesi, ma pochi ricchi come Canada, Giappone, e Unione europea hanno messo il freno. Adesso però l'inusuale asse Washington-Pechino è pronto a negoziare sul testo emendato, presentato a fine maggio, che circoscrive la deroga a tre anni.
L'Ue, dopo aver usato tattiche dilatorie per mesi, il 4 giugno ha presentato una sua proposta in cui difende tuttora la proprietà intellettuale e suggerisce eventualmente le licenze obbligatorie. Per il governo indiano questa posizione rappresenta di fatto un attacco al multilateralismo, perché significa che ogni paese deve agire da solo, prodotto per prodotto, rischiando lo scontro con Big Pharma. Nuova Delhi lo ha sperimentato direttamente, con il farmaco antitumorale Nexavar di Bayer, azienda che ha portato la questione in tribunale; dopo dieci anni ancora si vedono le conseguenze. Anche le donazioni non bastano: secondo lo scenario più ottimistico, il programma Covax doveva garantire la vaccinazione a un miliardo di persone entro il 2021; e non basta. Uno studio elaborato da Public Citizen assieme ai ricercatori dell'Imperial College di Londra mostra invece dati alla mano che se le barriere - brevetti in primis - fossero sospese, sarebbe possibile produrre 8 miliardi di vaccini mRna entro maggio 2022. Ci sono già, in potenza, le condizioni per accelerare rapidamente la produzione a livello globale: sei mesi per avviarla, sei mesi per il prodotto finito. Washington è già convinta. Qui si trova Burcu Kilic, direttrice di ricerca a Public Citizen, che ha assistito al cambio di direzione degli Stati Uniti sul tema.
"Ho incontrato l'ambasciatrice Usa alla Wto, Katherine Tai, prima che annunciasse di sostenere la deroga ai brevetti. Ha ascoltato tutti, sia le ong che le aziende farmaceutiche. Ma ha una visione ad ampio raggio". Secondo Kilic l'America sosterrà fino in fondo il Trips Waiver, "l'Ue è rimasta praticamente la sola a voler impedire la text-based negotiation", cioè il negoziato sulla proposta aggiornata di India e Sudafrica.
"La nuova proposta di Bruxelles in realtà è vino vecchio in una bottiglia nuova: si tratta dell'ennesimo tentativo di fermare la deroga ai brevetti. Ma ormai l'Ue è isolata". L'allineamento Cina-Usa intanto sprigiona le spinte pro-waiver: per esempio, i governi di Asia e Pacifico (Apec) chiedono di procedere sul testo, e in fretta.
Ultima chance a Strasburgo - Il paradosso è che mentre la linea di Bruxelles (e di Berlino) diventa sempre più solitaria nel consesso internazionale, proprio dentro le istituzioni europee la Commissione potrebbe trovare inaspettatamente una legittimazione. Nel corso dei mesi, il Trips waiver ha trovato un consenso sempre più trasversale tra le famiglie politiche europee: non solo la sinistra, o i verdi, ma anche i socialdemocratici, e qualche sostenitore in altri gruppi.
Ma al momento di votare una risoluzione sul tema, popolari, conservatori e liberali hanno frenato e l'esito è un testo congiunto, sì, ma senza la richiesta di sospensione dei brevetti. Sinistra, verdi e socialdemocratici sperano di reinserire il punto attraverso emendamenti, ogni gruppo ha presentato i suoi, e la speranza è che qualche battitore libero, magari dentro Renew, porti i numeri. A maggio un emendamento pro-deroga in questo modo è passato. Ma se il piano saltasse, sarebbe un boomerang.
"Ma ci rendiamo conto? L'Europa, con la sua tradizione di diritti e di stato sociale, rischia di essere più conservatrice degli Usa, e tutto questo per difendere Big Pharma", dice Dimitrios Papadimoulis della sinistra. La società civile, che ha avuto un suo ruolo nel cambio di posizione di Joe Biden, spedisce appelli agli eurodeputati. Ci sono oltre 230 tra associazioni e sindacati, oltre 170 tra Premi Nobel ed ex premier, e c'è pure papa Francesco, a chiedere il Trips waiver. Oltre 203mila europei hanno firmato l'iniziativa "Right to cure".
Il rischio è che proprio dall'europarlamento, la più progressista tra le istituzioni Ue, arrivi un segnale non favorevole. "Questo è un momento decisivo, non c'è spazio per posizioni pavide né per misure inefficaci. Ci aspettiamo dagli eletti una posizione chiara": così ieri le ong Global Health Advocates, Health Action International, Human Rights Watch, Médecins Sans Frontières e Oxfam, si sono rivolte via mail agli eletti. Ultima chance per evitare una disfatta.
di Laura Solieri
Vita, 9 giugno 2021
Molto di quello che fa il volontariato, spiega l'ex magistrato Gherardo Colombo - oggi impegnato su molti fronti del sociale - "dovrebbe essere fatto dalle istituzioni, quindi dovrebbe essere fatto non per bontà ma per obbligo di legge".
Senza il Terzo settore, il sistema non reggerebbe, ma al tempo stesso è proprio l'agire mutualistico a ricordarci l'importanza delle regole di base di ogni convivenza: tolleranza, rispetto, perdono.
La giustizia è un prodotto umano e in quanto tale è intrinsecamente imperfetta e perfettibile. Essa dovrebbe rimodularsi avendo come base il riconoscimento della dignità di tutti, come vuole l'art. 3 della nostra Costituzione e bisognerebbe operare affinché la condanna implichi un recupero della persona e non la sua esclusione dalla comunità. A questo proposito, tanto di quello che fa il mondo del volontariato dovrebbe essere portato avanti dalle istituzioni, dovrebbe essere fatto non per bontà ma per obbligo di legge.
Ne abbiamo parlato con un volontario sui generis, Gherardo Colombo, che nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole, e nel 2010 ha fondato l'associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.
Oltre che nelle scuole, opera anche nelle carceri. Cosa ha imparato dai ragazzi e dai detenuti in tutti questi anni?
Nelle scuole ho imparato la cosa più importante: la necessità di cercare un modo di porsi per riuscire contemporaneamente ad ascoltare e ad essere ascoltato. All'inizio facevo lezioni frontali, cosa che progressivamente ho abbandonato. Il dialogo e l'ascolto mi hanno aiutato molto nel confronto con i detenuti dai quali ho imparato tanto sulla diversità delle vite: prima e dopo la commissione di un reato, c'è comunque l'esistenza, la vita, le sofferenze, le contraddizioni ed è una prospettiva, un punto di osservazione da tenere sempre a mente.
Come è cambiata la sua concezione della giustizia da quando è entrato in magistratura ad oggi? Come realizzare una giustizia migliore o quantomeno migliorabile?
Credo che il punto di partenza del cambiamento dovrebbe essere costituito dal rispetto dell'art. 3 della Costituzione che dice che tutte le persone sono degne, indipendentemente dalle loro condizioni sociali, e questo riguarda anche la commissione di un reato e il fatto di trovarsi in carcere. La giustizia dovrebbe rimodularsi avendo come base il riconoscimento della dignità di tutti. Nel settore penale, dovrebbe succedere che al processo ci si arrivi solo quando effettivamente, in concreto, le probabilità che l'imputato sia colpevole siano elevate.
Le ultime statistiche dicono che la percentuale delle persone assolte è piuttosto elevata quando invece questo numero dovrebbe essere abbastanza marginale. È vero che i processi servono per vedere se una persona è colpevole o innocente ma è altrettanto vero che al processo bisognerebbe arrivare con basi altamente solide. L'altro punto riguarda quali potrebbero essere le conseguenze dell'accertamento della responsabilità: una volta che si accerta se una persona ha commesso un reato, quale deve essere la risposta della società e quindi dell'ordinamento tenuto conto che tutte le persone sono degne anche se hanno commesso un reato, che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell'umanità, che devono tendere alla rieducazione del condannato, che è punita qualsiasi forma di violenza fisica o morale nei confronti delle persone la cui libertà è in un qualche modo limitata? Quale deve essere la conseguenza della trasgressione, tenuto conto di tutti questi principi? Bisognerebbe operare affinché la condanna consista in un recupero della persona piuttosto che nella sua esclusione dalla società.
A questo proposito, per evitare questa esclusione, il mondo del volontariato fa veramente tanto, e probabilmente gli viene chiesto troppo. Lei cosa ne pensa?
Molto di quello che fa il volontariato dovrebbe essere fatto dalle istituzioni, quindi dovrebbe essere fatto non per bontà ma per obbligo di legge. Una riflessione importante va inoltre riservata a come vengono spesi i soldi amministrati dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. All'educazione e al reinserimento dei detenuti ne vanno veramente pochi. Nella cura della psicologia della persona, nella rieducazione si investe ancora troppo poco. La speranza è che con la disponibilità che arriva in Italia anche nel campo della giustizia tramite il Recovery Fund si possa modificare l'impostazione sono tanti aspetti, anche sotto il profilo della vivibilità del carcere oltre che nella promozione effettiva e vera degli aspetti trattamentali nei confronti dei detenuti.
Qual è la sua concezione del perdono?
Il tema del perdono lo vedo da un punto di vista assolutamente laico, come disponibilità a riallacciare le relazioni interrotte, come disponibilità ad accorgersi dell'altro, a vederlo, ad assumersi responsabilità per l'altro e chiedere che l'altro si assuma le sue responsabilità. Mi sono dimesso dalla magistratura perché secondo me perché si rispettino le regole è necessario conoscerle, aiutare le persone a comprenderle quindi a farle proprie. E la nostra prima regola è la Costituzione che dice che tutte le persone sono importanti.
di Sebastiano Depperu
La Nuova Sardegna, 9 giugno 2021
È appena uscito il libro "Divieto di arresto e di detenzione - un virus ideologico del sistema Italia" di Giovanni Usai. È un libro scritto da uno che non ama definirsi scrittore per rispetto di quelli che "lo sono davvero e meritano quel titolo". Il lurese Giovanni Usai, attualmente consigliere di minoranza a Luras e possibile candidato alla carica di sindaco alle prossime elezioni d'autunno, ha un approccio pragmatico, determinato e pare già essere impegnato anche in un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nella primavera del 2022.
"Sono un appassionato di cronaca giudiziaria e un osservatore attento delle dinamiche complementari, compreso l'impatto che queste determinano presso la pubblica opinione - dichiara l'autore -. Il mio è un approfondimento informale sui temi legati all'inadeguatezza del sistema sanzionatorio penale, all'incertezza della espiazione - effettiva - della pena e all'insicurezza in molte città italiane nelle quali, specie nelle periferie, milioni di italiani sono divenuti minoranza e succubi di ciò che è correlato a promiscuità ed insediamenti selvaggi". Il volume è autoprodotto dallo stesso autore attraverso Amazon.
Usai si definisce "sostenitore della necessità di pene meglio calibrate alla natura del reato per il quale vengono inflitte, di un riequilibrio complessivo nel rapporto tra lo stato e chi viola la legge, di quello tra guardie e ladri; punto il dito sul rito abbreviato del 1989 e sull'ordinamento penitenziario del 1975 che sono le norme principali dalle quali discendono gli sconti di pene e le liberazioni anticipate che, oltre ad un senso di sfiducia crescente, creano subbuglio tra milioni di cittadini che, senza alcuna casacca politica, si interrogano con sempre maggiore rammarico".
A completare il lavoro c'è anche un approfondimento sul sistema penitenziario italiano, sulle difficoltà ad operare per le forze di polizia, compresa l'assenza di tutele nei loro confronti e un'intervista esclusiva ad un veterano della direzione carceraria che riferisce, tra questioni di interesse, che il detenuto Salvatore Riina, già capo di cosa nostra, grande appassionato di ciclismo, non apprezzava il pugilato perché lo riteneva uno sport violento".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 giugno 2021
Il vertice dei ministri dell'Interno. In Lussemburgo non si parla di ricollocamenti. Via libera sul regolamento Easo. Non riuscendo a mettersi d'accordo su come gestire i flussi di migranti in arrivo, l'Unione europea trova una strategia comune nel guardare fuori dai propri confini scegliendo - cosa tra l'altro non nuova - di intensificare i rapporti con i Paesi di origine di quanti cercano di attraversare il Mediterraneo.
Il che significa provare a siglare accordi bilaterali per i rimpatri, affiancati da aiuti economici utili per rendere le frontiere africane più difficili da attraversare. A cominciare, è stato sottolineato nel vertice dei ministri degli Interni che si è tenuto ieri a Lussemburgo, da Tunisia e Libia, principali Paesi di partenza dei barconi. Il tutto nella speranza di riuscire a trovare una mediazione possibile entro il 24 giugno, quando a Bruxelles torneranno a riunirsi i capi di Stato e di governo. "Per i Paesi mediterranei riuniti nel gruppo Med5 (oltre all'Italia ci sono Spagna, Grecia, Cipro e Malta, ndr) è fondamentale che la trattativa sul nuovo Patto immigrazione e asilo segua contemporaneamente i temi legati alla responsabilità e quelli concernenti la solidarietà tra Stati membri", aveva spiegato prima dell'incontro la ministra Luciana Lamorgese.
Per l'Italia, che da tempo spinge per un maggiore impegno dei partner europei nella ricollocazione dei migranti, è difficile considerare il summit un successo visto che, come ammesso dalla commissaria agli Affari interni Ylva Johansson, "non si è discusso di schemi volontari di redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue, come quello concordato a Malta tempo fa". Ricreare quell'accordo tra Paesi "volonterosi", siglato alla Valletta da Lamorgese poco dopo il suo arrivo al Viminale nel 2019 e poi naufragato a causa della pandemia, era uno degli obiettivi che l'Italia sperava di raggiungere in mancanza di un meccanismo che rendesse finalmente obbligatorio per tutti gli Stati accogliere i richiedenti asilo.
Che anche questo risultato minimo fosse però in bilico lo si era capito da giorni. Nonostante le promesse, sia Germania che Francia hanno fatto sapere di non essere interessate, riducendo così il gruppo dei "volenterosi" ai soli Irlanda, Lussemburgo e Lituania, per un totale di appena 28 posti con la Lituania che per di più da giorni chiede aiuto all'Unione europea per fermare i tentativi della Bielorussia di far attraversare le sue frontiere da gruppi di migranti.
La strada è talmente in salita da costringere l'Italia a cambiare la propria strategia. Finora, infatti, Roma ha sempre sostenuto di voler modificare il Patto su Immigrazione e asilo presentato lo scorso settembre dalla presidente Ursula von der Leyen discutendo tutti insieme i punti su quali non è d'accordo, a partire proprio dai ricollocamenti. Ieri, di fronte al muro opposto da Austria, Danimarca, Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, ma anche al passo indietro fatto nel frattempo da Berlino e Parigi, i ministri dell'Intero di tutto il gruppo Med5 hanno comunicato con una lettera di voler arrivare a un compromesso accettando intanto di sbloccare le trattative sul regolamento dell'Easo, l'Agenzia europea per l'asilo. Un passo in avanti definito "un grande successo" dal ministro dell'Interno portoghese Eduardo Cabrita, e che potrebbe avere ripercussioni sul vertice di fine mese.
Appuntamento reso però più complicato da un'altra lettera fatta arrivare sempre ieri a Bruxelles e sottoscritta questa volta da Germania, Lussemburgo, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Svizzera. Alla Commissione europea i sei Stati dell'area Schengen chiedono di fermare i movimenti secondari dalla Grecia, ovvero quei migranti che dopo aver presentato richiesta di asilo ad Atene, si mettono in viaggio verso il nord Europa con l'intenzione di raggiungere, prima fra tutti, la Germania.
di Gianni Cuperlo*
Il Domani, 9 giugno 2021
L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo dopo la vicenda di Musa Balde. Ieri la rubrica delle lettere di questo giornale ha ospitato lo sfogo di un lettore, Nazzareno Tittarelli, contro l'indifferenza che la politica, tutta, avrebbe mostrato verso la tragedia di Musa Balde, 23 anni, nativo del Gambia, morto suicida nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Torino. Musa Balde era in Italia dal 2017 dopo essere fuggito da disperazione e terrore nel suo paese. Qui da noi voleva integrarsi, studiare, e lo ha fatto con una licenza di terza media conseguita a un anno dall'arrivo. Neppure quella, però, gli è bastata per essere accolto dal paese che doveva restituirgli una speranza di vita.
Mesi, anni, sono trascorsi così, mentre le prospettive dell'integrazione si allontanavano. Sino ai primi di maggio quando a Ventimiglia è rimasto vittima di un pestaggio da parte di tre sbandati. Lo hanno picchiato perché, a dire loro, stava rubando un telefonino. In verità stava semplicemente elemosinando qualche moneta. Come nei brutti film o nelle storie paradossali i tre se la sono cavata senza guai, lui no. Lui non avendo documenti in regola, non potendone avere, è finito nel Cpr di Corso Brunelleschi, sotto la Mole. Ci è restato poco perché nella notte del 22 maggio non ha resistito oltre e ha scelto di andarsene e di farlo nel solo modo possibile. Il nostro lettore ha una ragione e un torto e credo meriti una risposta su entrambi. L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo. Alcuni lo hanno fatto, tra i primi gli avvocati in toga, alcune centinaia scesi in piazza Castello a denunciare quello che molti sapevano e sanno. Gianluca Vitale, uno di loro, Musa Balde lo ha incontrato dietro le mura del Cpr e il luogo lo descrive così: "Gabbie come pollai, situazioni non degne di un paese civile".
La proposta - Da giuristi hanno chiesto e preteso la chiusura di quei centri, luoghi di afflizione nati in una stagione lontana, era il 1998 e il Testo unico sull'immigrazione a doppia firma Turco-Napolitano prevedeva un tempo massimo di trenta giorni per trattenere persone in attesa di espulsione. Il duo Bossi-Fini quel periodo ha pensato bene di raddoppiarlo mentre il leader attuale della Lega nella sua permanenza al Viminale lo aveva portato a un anno e mezzo, tempo ridotto dalla ministra Lamorgese a novanta giorni. Un rimpallo della tempistica, ma lì dentro come in altri contesti eguali si è continuato a soffrire e morire. Sei sono le persone decedute in quei Centri dal giugno 2019.
Per la verità anche la politica, o parte di essa, un colpo lo ha battuto. Due esponenti locali del Pd e di Liberi uguali verdi, Domenico Rossi e Marco Grimaldi, all'indomani della tragedia nel Cpr sono entrati, hanno raccolto le testimonianze e denunciato l'assenza di supporto e controllo verso Musa Balde fin dal momento dell'arrivo. Hanno parlato della riduzione di servizi di aiuto per "detenuti" che "detenuti" non sono: sedici ore settimanali di assistenza psicologica per cento persone, fa nove minuti e mezzo a testa. E ancora, cinque ore al giorno di presenza medica e trentasei alla settimana di mediazione culturale. Fino qui, dunque, la conferma che la morte annunciata di un ragazzo non è finita nel silenzio di tutti. E però il lettore di Domani, nella sua denuncia della politica silente e immobile, ha più di una ragione. La prima è nell'aver lasciato che una situazione simile si rinnovasse nel tempo.
La colpa grave, soprattutto quando al governo un pezzo della sinistra non era costretta a convivere con la Lega, è nell'avere rinviato un azzeramento delle peggiori soluzioni messe in atto dalla destra. L'altra responsabilità non giustificabile è l'avere evocato migliaia di volte, ma senza esito, il superamento di quel reato di clandestinità che punendo una condizione oggettiva e non un presunto reato ha violato il perimetro dello stato di diritto col risultato di recludere per un tempo dilatato donne e uomini senza fornire neppure un motivo che sorreggesse la privazione più grave, quella della loro libertà. Non serviva la morte di Musa Balde a certificare il fallimento di un sistema che negli anni ha caricato di sofferenze corpi già prostrati, il tutto alimentando inefficienze e costi privi di qualunque senno. Spiega Massimiliano Bagaglini, responsabile migranti del Garante nazionale delle persone private della libertà personale: "Non esiste una legge organica che regola la vita all'interno dei centri e definisce la modalità di trattenimento". Se è così, e le cose stanno precisamente così, dovremmo concludere che in assenza di una legge che lì dentro "regoli la vita" se ne è affermata un'altra, mai votata da nessuno, che legittima la morte di un ragazzo senz'altra colpa dalla propria miseria. Possiamo gioire di una ripresa dell'economia e del tutto esaurito nei ristoranti, ma se l'Italia e il governo che c'è non daranno risposta alla tragedia di Musa Balde sarà difficile dirsi di nuovo un paese civile.
*Dirigente Pd
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