di Gaia Pelosi e Pierfrancesco Albanese
orizzontipolitici.it, 20 luglio 2021
Accade ciclicamente che i Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) d'Italia salgano alla ribalta delle cronache. Spesso per episodi controversi. Altrettanto sovente per tragedie. Annunciate, si dice dopo. Come nel caso di Moussa Balde, 23enne originario della Guinea, giunto in Italia nel 2016 dopo la traversata dalla Libia. Accusato di un furto, viene sprangato a Ventimiglia da tre italiani. Chiuso nel CPR di Torino per la pendenza di un permesso di soggiorno scaduto e di un decreto di espulsione, è messo in isolamento.
di Luciano Violante
La Repubblica, 20 luglio 2021
La giustizia penale è da sempre il luogo dove lo Stato celebra la propria supremazia nei confronti dei cittadini. Nell'età premoderna la rappresentazione della supremazia avveniva durante l'esecuzione della pena, in forma pubblica e teatrale, mentre il processo era segreto. Nell'età moderna il terreno della rappresentazione è rovesciato, si sposta dalla esecuzione della pena alla pubblica celebrazione del processo, caratterizzato da adeguata teatralità: la toga nera, il rito scandito da passaggi noti solo ai clerici, il giudice su una pedana sopraelevata mentre le parti sono sotto di lui. L'esecuzione della pena, attraverso il carcere, è invece segreta.
Nei tempi moderni, inoltre, superate le pene corporali, la punizione consiste nella determinazione, effettuata dal giudice del processo, del numero di anni durante i quali il condannato sarà chiuso in un luogo separato dalla società. In questa separazione sta l'essenza della pena, mentre c'è un generale disinteresse per la vita in carcere. Quel condannato potrebbe essere mandato dall'amministrazione penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove manca persino l'acqua corrente, oppure a Bollate, dove ci sono celle singole, offerte di lavoro, occasioni di formazione culturale. Per il codice è tutto uguale.
La riforma Cartabia-Lattanzi rovescia questa prospettiva perché assegna al giudice del processo un compito diverso da quello di puro misuratore della durata della pena. Nei casi non gravi, il giudice dovrà favorire con misure concrete la ricostituzione del legame tra condannato e società, spezzato dal delitto. La Repubblica guadagnerà un cittadino; la criminalità perderà un suo potenziale manovale. L'estensione della non punibilità per la particolare tenuità del fatto, anche attraverso la valutazione della condotta tenuta dopo il reato, comporta la non inflizione della pena per le violazioni lievi per le quali si sia già manifestata resipiscenza.
L'archiviazione "meritata" è prevista per i reati non gravi quando l'indagato spontaneamente ripara i danni arrecati con la propria condotta. L'applicazione delle sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi da parte del giudice che pronuncia la condanna, evita al condannato il passaggio dal carcere, oggi necessario. La sospensione del procedimento con messa alla prova valorizza, in caso di reati che non suscitino allarme, la correzione di condotte lesive degli interessi pubblici. Gli interventi a favore delle vittime del reato mettono in campo tutte le forme di giustizia riparativa e attenuano l'umana reazione vendicativa di chi ha subito il reato. Lo Stato guadagna il proprio primato sul terreno della democrazia non del dispotismo, rieducando non separando, rispettando non schiacciando.
Il Parlamento dovrà decidere se accettare il cambiamento e quindi scegliere coerentemente. La durata dei processi, in un moderno stato democratico, dev'essere determinata dalle procedure giudiziarie o dal giusto equilibrio tra libertà e autorità? Un processo pendente significa difficoltà con il passaporto, divieto di partecipare a gare pubbliche, carriera paralizzata, costi elevati, ludibrio della reputazione. Per quanto tempo è ragionevole che tutto questo perduri nella vita di un cittadino? Alcune Corti d'Appello non si ritengono in grado di rispettare i tempi proposti dal progetto. Va accolto l'allarme, intervenendo sulle cause. Rispetto al carico di lavoro, è inadeguato l'organico, l'organizzazione o il numero delle udienze mensili? Governo e Parlamento verifichino i dati per ciascuna Corte. Sono solo ventisei; sarebbe facile, ma forse non indolore.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 luglio 2021
L'ex premier a Palazzo Chigi: "Saremo costruttivi". Ma il governo ribadisce: no ai processi senza fine. Grande è la confusione sotto il cielo pentastellato: situazione quindi eccellente per il governo? Il sillogismo maoista è tutto da verificare. Intanto ieri i tormenti contiani sulla prescrizione si sono riversati su Mario Draghi: l'ex premier ora leader del Movimento ha incontrato il proprio successore a Palazzo Chigi. Colloquio di 45 minuti, essenzialmente su giustizia e, appunto, prescrizione.
"Un incontro proficuo e cordiale" in cui "ho assicurato il nostro contributo e l'atteggiamento positivo" sulla riforma del processo, assicura Giuseppe Conte alla fine, in una piazza Colonna rovente e affollata di microfoni, come nella conferenza stampa improvvisata a febbraio da Rocco Casalino. Però, aggiunge il leader 5S, "ho ribadito che saremo molto vigili nello scongiurare che si creino soglie di impunità".
Quindi il discorso non cambia nel merito, ma è addolcito nei toni. Quando Conte evoca le "soglie di impunità" si riferisce al limite dei 2 o 3 anni oltre il quale un giudizio d'appello si ferma per improcedibilità. Marta Cartabia ricorda che, seppure un processo estinto sia "una sconfitta per lo Stato", la proposta da lei sottoposta al Consiglio dei ministri e depositata poi alla Camera serve a evitare "un danno tanto per le vittime quanto per gli imputati". Ma secondo Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede lo Stato, se vuole, deve poterti tenere appeso a un'accusa anche tutta la vita. Mentre Conte, col medesimo sorriso, rassicura e "avverte", la guardasigilli gli regala dunque un promemoria: a un convegno a Firenze sull'ufficio del processo ricorda che il suo testo sul penale "non è la riforma Cartabia: se proprio dobbiamo trovare uno slogan, dovremmo parlare di "mediazione Cartabia"", giacché è stata "approvata dall'intero governo dopo mesi di dialoghi, confronti a 360 gradi e lunghe e pazienti trattative a cui hanno partecipato e dato il loro contributo tutti i protagonisti politici della maggioranza, nessuno escluso". Non cita Conte, ma non ce n'è bisogno: la ministra della Giustizia è fin troppo chiara.
Ma appunto, il disordine c'è ed è palpabile. Nella sua conferenza stampa volante all'uscita da Palazzo Chigi, il leader M5S è sibillino, a proposito dell'urgenza di approvare le riforme ribaditagli da Draghi: "I tempi stanno molto a cuore, ma mi rimetto alla dialettica parlamentare per delle soluzioni che non siano ideologicamente convincenti ma tecnicamente sostenibili".
Il punto è che la ragionevolezza dei toni un po' stride con l'impossibilità di superare quella "mediazione" evocata da Cartabia. Sul ddl penale, e la "improcedibilità", sarà dura spingersi oltre. Certo, domani a piazza del Parlamento sarà di scena la base più inquieta dei 5 Stelle: a organizzare il sit-in "per non retrocedere sulla prescrizione e sui punti chiave della riforma Bonafede" è il coordinamento "Parola agli attivisti". "La riforma Cartabia rappresenta ciò che abbiamo sempre combattuto, mi aspetto che tutti i portavoce che in questi giorni l'hanno criticata, tutti i magistrati che non sono d'accordo, ci mettano la faccia", dice all'Adnkronos una dei pentastellati a capo della mobilitazione, la consigliera in Regione Lazio Francesca De Vito. Ma dalla commissione Giustizia cosa ci si deve aspettare?
Oggi scade il termine lasciato ai partiti per depositare subemendamenti al pacchetto Cartabia. Di certo ci saranno le proposte pentastellate che cancellano la soglia di improcedibilità, e propongono di sostituirla con sconti di pena per chi era stato condannato in primo grado. Ma ci saranno anche controproposte come quella "minacciata" da Enrico Costa, che punta ad annullare del tutto la norma Bonafede e a ripristinare la prescrizione del reato in appello (e in Cassazione). Scontro in vista. Ma è chiaro che i contiani si troveranno in minoranza.
Al di là delle aperture al dialogo venute nelle ultime ore dai deputati dem, Enrico Letta si dice rallegrato dal "positivo incontro" Draghi-Cointe, e soprattutto aggiunge che "quella portata avanti dalla ministra Cartabia è una buona riforma". Pensare a un soccorso parlamentare del Pd ai 5S sul ritorno alla prescrizione di Bonafede pare complicato. Solo che Conte dovrà vedersela con gli "attivisti". Ed ecco perché le conseguenze politiche generali dell'inevitabile resa pentastellata sulla prescrizione restano imprevedibili, anche per il governo.Da Palazzo Chigi filtra pochissimo: si dà per possibile qualche aggiustamento tecnico ma "senza stravolgimenti". Tradotto: il limite oltre il quale il processo deve fermarsi resterà.
Si fa notare anche un'altra cosa, molto rilevante: dare spazio a modifiche significative può provocare rilanci da FI e Lega, quindi la via è quanto meno pericolosa. In ogni caso la fermezza dei toni a cui ha fatto ricorso ieri Cartabia non lascia intravedere praterie, per Conte. Intanto, quando la guardasigilli dice che "ora compito del ministero è andare in soccorso di ogni distretto in difficoltà, per fare in modo che ovunque i processi si possano concludere nei termini della ragionevole durata stabiliti dalla legge Pinto, appunto due anni per l'appello e uno in Cassazione", sembra replicare anche all'altolà dell'Anm sulla "prescrizione processuale".
Poi c'è quel passaggio sul danno alle vittime ma anche agli imputati, lasciati, ricorda Cartabia, "per anni in un limbo che il più delle volte condiziona l'intera esistenza: teniamo sempre in mente entrambe le prospettive". Vuoi vedere che Conte e il Movimento 5 Stelle non ci avevano mai pensato?
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 20 luglio 2021
Il premier difende l'impianto della riforma e Conte non alza barricate. La ministra Cartabia: "Una mediazione c'è già stata". Come in un sistema di porte girevoli esce il Conte ruggente, quello che aveva infiammato l'ammaccato popolo dei 5 Stelle promettendo barricate contro la riforma Cartabia, e al primo incontro con Mario Draghi dal giorno dello scambio di consegne si presenta il Conte prudentissimo della mediazione pacata. Il colloquio dura 40 minuti. Tre temi sul tavolo e sul primo, l'emergenza Covid, l'accordo è totale. Sulla transizione ecologica, fronte incandescente per i 5S che ce l'hanno a morte con il ministro Cingolani, l'avvocato del popolo avanza appena qualche distinguo: "Piena fiducia nel ministro" anche se "ora bisogna passare dalle parole ai fatti". Non è l'assalto all'arma bianca che si aspettavano i 5S. Non gli somiglia neppure.
Il piatto forte è la giustizia e l'intesa sembra rapida. Conte avanza le sue critiche. Draghi concede la possibilità di "studiare qualche modifica ma senza modificare l'impianto". L'ex premier, all'uscita, rispolvera il lessico leguleio: "Mi rimetto al parlamento e a soluzioni che non siano ideologicamente convincenti ma tecnicamente sostenibili. Il Movimento sarà molto attento per miglioramenti che possano scongiurare soglie di impunità". Ai 5S non piace neppure questo passaggio. Si aspettavano Dibba il Radicale. Si ritrovano Conte il Temporeggiatore.
Sui tempi Draghi è irremovibile: almeno un ramo del parlamento, cioè la Camera, deve approvare la riforma nei tempi concordati con Bruxelles, dunque prima della pausa estiva. Messi da parte i toni comme il faut, i guai cominciano qui. "Di fiducia non si è parlato", giura Conte e almeno per ora ha ragione. Ma il problema non svanisce per non essere stato nominato. La legge, attualmente in commissione, dovrebbe arrivare in aula il 23. Il termine per la presentazione dei subemendamenti scade oggi. È probabile che l'approdo in aula slitti, ma non di moltissimo: sino alla prima settimana di agosto nell'ipotesi più vertiginosa, la prossima settimana in quella più probabile. Se ci fosse un accordo sarebbe tutta discesa: il governo assumerebbe le "modifiche tecniche" in un emendamento sul quale porre subito la questione di fiducia. Fine dei giochi.
Solo che quell'accordo non sembra affatto a portata di mano. La ministra Marta Cartabia fa capire di non essere affatto favorevole: "È sbagliato dire 'riforma Cartabia'. La mia è invece la 'mediazione Cartabia' ed è frutto di una responsabilità condivisa approvata dall'intero governo dopo mesi di dialoghi". Traduzione: la mediazione c'è già stata e non c'è più nulla da trattare. Pare infatti che lo stesso premier abbia suggerito al suo predecessore di provare a confrontarsi direttamente con la guardasigilli.
Il Salvini-pensiero, invece, non richiede traduzioni di sorta: "Sulla giustizia non si cambia una virgola". Forza Italia e Italia viva concordano. Per il Pd e Leu, al contrario, una possibilità d'incontro c'è. Il segretario dem Letta, dopo aver aperto alle richieste di modifica dei contiani tra gli applausi di metà del suo partito e i mugugni dell'altra metà, si "rallegra" per un'intesa che in realtà non c'è. Il relatore Pd in commissione, Franco Vazio, ipotizza una soluzione: lasciare al giudice la facoltà di prorogare per tutte le fattispecie di reato da due a tre anni i tempi dell'appello prima che si abbatta la mannaia dell'improcedibilità. Per ora, nel testo, la facoltà di proroga è limitata a mafia, terrorismo e reati contro la Pubblica amministrazione ma solo nei casi più complessi.
La corelatrice 5 Stelle Giulia Sarti è più sbrigativa: "La mia opinione non è cambiata". Con riferimento alle parole dialoganti pronunciate a caldo: "Non voterò mai questa schifezza anticostituzionale". LeU infine propone di riprendere la riforma Orlando affidando al giudice la facoltà di raddoppiare i termini per l'appello in caso di condanna in primo grado: "Se la riforma complessiva funziona i casi saranno in realtà pochi e per portare a casa un impianto complessivamente garantista mi sembra un prezzo che si può pagare", spiega Federico Conte, esponente di LeU in commissione.
Già, ma cosa succede se l'accordo non si trova? Ci sono due sole strade: rinviare tutto a settembre, ipotesi che Draghi aborre, o battere i pugni sul tavolo con quel voto di fiducia, magari su un emendamento non concordato al 100%, di cui ieri non si è parlato.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 20 luglio 2021
Giustizia, l'incontro a Palazzo Chigi. L'ex premier su Cingolani: fiducia, però ora i fatti. L'ex premier: "Il M5S avrà un atteggiamento positivo. I tempi mi stanno a cuore, ma mi rimetto al Parlamento per soluzioni sostenibili".
"Mettiamo da parte le bandierine, le ideologie", ma il Movimento sarà "molto vigile nello scongiurare soglie di impunità, molto attento". L'incontro tra il premier Mario Draghi e il suo predecessore alla fine, stando alle parole di Giuseppe Conte, è stato "proficuo" e "cordiale". Non si è parlato solo di giustizia. Tanto che al termine Conte ci ha tenuto a ribadire la "piena fiducia" a Roberto Cingolani. "È un ministro che sta lavorando molto", ha specificato assicurando che il "M5S darà un grande contributo, perché tutti parliamo di Transizione ecologica, ma bisogna rimboccarsi le maniche e passare dagli slogan ai fatti concreti".
Frase che ha generato allarme nella componente M5S in commissione Ambiente: "Le parole di pieno sostegno a Cingolani - riferiscono fonti parlamentari - hanno lasciato perplessa la maggior parte dei componenti della commissione. Proprio in queste ore stiamo lavorando per dare un aspetto più green al decreto Semplificazioni, e queste parole non aiutano".
Ma il punto cruciale era la riforma Cartabia. E le contestazioni del mondo giudiziario, condivise da molti Cinque Stelle, al testo che prevede l'improcedibilità se non c'è la sentenza dopo soli 2 anni di Appello e 1 di Cassazione. Conte promette l'"atteggiamento positivo del M5S, che si era già distinto e aveva lavorato per l'accelerazione dei processi".
E garantisce: "Anche durante il percorso parlamentare daremo il nostro contributo per migliorare e velocizzare ancor più i processi". Ma non si è parlato di blindare il testo con la fiducia, assicura. Conte in Aula non ci sarà: "Non mi candido alle suppletive, la politica è dappertutto", dice. Però mette in chiaro: "I tempi mi stanno molto a cuore, ma mi rimetto alla dialettica parlamentare per delle soluzioni non ideologicamente convincenti, ma tecnicamente sostenibili".
La ministra della Giustizia, da Firenze, chiude alle trattative fuori tempo massimo: "Sono riforme approvate dall'intero governo dopo mesi di dialoghi, confronti a 360 gradi, lunghe e pazienti trattative. Ciascuno dei partiti della maggioranza ha adeguato la sua posizione dove necessario", ripete. Ora, dunque, è l'implicito sprone, si chiuda. All'ostilità del M5S fa da sponda il Pd, chiedendo modifiche tecniche: più flessibilità dei tempi, assegnando al giudice la decisione sulla complessità del processo che fa allungare i tempi dell'Appello di un anno e della Cassazione di sei mesi. E una norma transitoria. Per questo ieri Enrico Letta si è "rallegrato" dell'esito positivo dell'incontro. "Sono convinto che debba essere approvata rapidamente una riforma buona qual è quella della ministra", commenta.
Ma Salvini avverte: "Non si tocca una virgola. È strano che Letta ritenga intoccabile il ddl Zan e toccabile una riforma della giustizia che l'Italia attende da anni". Intanto monta la protesta anche tra i giudici amministrativi: 300 magistrati si sono rivolti al presidente Mattarella e alcuni membri del Csm della giustizia amministrativa (il Cpga) minacciano le dimissioni perché con un emendamento al dl sul Pnrr ne è stata modificata la composizione: due membri in più di diritto a scapito dell'equilibrio con i giudici eletti.
di Grazia Longo
La Stampa, 20 luglio 2021
Per l'Anm sono 150mila i fascicoli che con la riforma non arriverebbero a sentenza. Decine impigliati nella rete di una giustizia troppo lenta.
La prescrizione, così come stabilita dalla riforma della ministra della Giustizia Marta Cartabia rischia di affossare molti processi. L'Associazione nazionale magistrati lancia l'allarme e dichiara che "sono 150 mila i processi a rischio". Ma vediamo, nel dettaglio, in cosa consiste la nuova norma. Viene confermata l'attuale disciplina, che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione).
Inoltre, si stabilisce una durata massima di due anni per i processi d'appello e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi (per esempio associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, concussione). Decorsi tali termini, interviene l'improcedibilità. Sono esclusi i reati imprescrittibili (puniti con ergastolo). La riforma sulla prescrizione punta a non sforare i tempi degli iter processuali. È, insomma, una clausola di garanzia contro i processi-lumaca. Ma il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia è preoccupato: "Con la riforma la sentenza di primo grado cadrà nel nulla e l'accertamento penale sarà definitivamente precluso. E ciò, si badi, senza che il reato sia stato estinto dalla prescrizione, dal decorso del tempo. Il diritto alla durata ragionevole dei processi, che certo va assicurato e tutelato, deve essere più attentamente bilanciato con l'interesse collettivo all'effettività della giurisdizione penale".
Il disastro di Viareggio: La prescrizione poteva scattare ancora prima - L'incidente ferroviario si verificò nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2009 alla stazione di Viareggio: l'esplosione a causa del gpl trasportato da un treno merci deragliato invase i quartieri vicini allo scalo della città della Versilia. Il bilancio fu di 32 morti e 35 feriti. Ma sono stati dichiarati prescritti gli omicidi colposi per la strage di Viareggio a seguito dell'esclusione dell'aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza nel lavoro. La decisione è stata presa dalla Cassazione rinviando alla corte d'Appello di Firenze la riapertura dell'appello bis anche per l'ex ad di Fs e Rfi, Mauro Moretti. Essendo un processo lungo, se fosse stata in vigore la riforma Cartabia la prescrizione sarebbe scattata ancora prima.
Strage di Rigopiano: Udienze rinviate 12 volte, proteste delle parti civili - Ad alto rischio è anche l'iter per il processo di Rigopiano, la strage nel resort seppellito da una valanga ai piedi del Gran Sasso, il 18 gennaio 2017, che conta 29 morti. In tre anni e mezzo si sono susseguiti ben dodici rinvii per la conclusione dell'udienza preliminare. Le proteste non sono mancate anche a suon di carte bollate: tantissimi gli appelli di familiari e avvocati. Ma tra scioperi degli avvocati e slittamenti legati all'emergenza Covid, è stato tutto un procrastinare nel tempo. Visti i ritardi attuali è difficile che il processo prenda un'accelerazione. Lo striscione delle famiglie delle vittime è inequivocabile: "Dodici udienze e dodici rinvii".
Ndrangheta: Alla sbarra 325 imputati, difficile rispettare i tempi - Il processo "Rinascita Scott" contro la 'ndrangheta del vibonese si preannuncia dalle enormi dimensioni. Quindi è molto difficile che possa rispettare i tempi imposti dalla riforma Cartabia. Il pericolo che venga affossato per colpa della prescrizione è purtroppo abbastanza realistico. In tutto ci sono 325 imputati, cui si aggiungeranno altre 4 persone già a processo con il giudizio immediato. Le parti offese individuate dalla Procura distrettuale sono 224, ma meno di 30 si sono costituite parti civili e fra loro figurano diversi Comuni del Vibonese. I capi di imputazione sono in totale 438. Circa 600 gli avvocati impegnati nel collegio di difesa degli imputati.
Il traghetto in fiamme: Una fine anticipata per il caso Moby Prince - Nella nostra storia giudiziaria ci sono esempi degli effetti che avrebbero potuto essere generati dalla riforma se fosse stata già in vigore. Un esempio è il disastro del Moby Prince, avvenuto il 10 aprile 1991, quando il traghetto entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno portando alla morte di 140 persone. Tutto a causa dell'incendio seguito all'urto. Purtroppo, la sentenza ha rigettato l'istanza dei familiari per intervenuta prescrizione, giustificando il fatto che l'ultimo processo della sezione penale della Corte di Appello di Firenze risulta chiuso a febbraio 1998. Se fosse stata in vigore la riforma Cartabia la prescrizione sarebbe stata ancora più veloce.
Trattativa Stato-mafia: In ballo c'è la conferma delle condanne inflitte - I fatti risalgono a ben 10 anni fa e a settembre il reato cadrà in prescrizione. Si tratta della morte di Martina Rossi, la studentessa genovese di 20 anni precipitata la notte del 3 agosto 2011 dal sesto piano di un albergo a Palma di Maiorca, dov'era in vacanza con le amiche, mentre, secondo l'accusa, sfuggiva a un tentativo di stupro. Lo scorso aprile sono stati condannati, in appello bis, a tre anni di carcere per tentata violenza di gruppo Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. Entrambi erano già stati condannati in primo grado, poi assolti in appello e infine, dopo una sentenza della Cassazione, tornati al giudizio di secondo grado a Firenze.
Omicidio Martina Rossi: Tra due mesi scadono i termini per l'aula - I fatti risalgono a ben 10 anni fa e a settembre il reato cadrà in prescrizione. Si tratta della morte di Martina Rossi, la studentessa genovese di 20 anni precipitata la notte del 3 agosto 2011 dal sesto piano di un albergo a Palma di Maiorca, dov'era in vacanza con le amiche, mentre, secondo l'accusa, sfuggiva a un tentativo di stupro. Lo scorso aprile sono stati condannati, in appello bis, a tre anni di carcere per tentata violenza di gruppo Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. Entrambi erano già stati condannati in prido grado, poi assolti in appello e infine, dopo una sentenza della Cassazione, tornati al giudizio di secondo grado a Firenze.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 20 luglio 2021
La riforma del processo penale ha unito i magistrati, oltre le correnti, in una contrarietà tutt'altro che scontata. Chat, mailing list, interviste e dichiarazioni pubbliche: al di là dei giochi tattici della politica, un effetto strategico la riforma del processo penale l'ha già ottenuto: unire i magistrati, oltre le correnti, in una contrarietà tutt'altro che scontata e pregiudiziale. Contrarietà a dispetto della stima di cui godono, nella larga maggioranza dei magistrati, la stessa ministra della Giustizia Marta Cartabia (ex presidente della Corte costituzionale); il presidente della commissione tecnica che ha istruito le ipotesi di riforma, Giorgio Lattanzi (ex giudice in Cassazione, ex presidente della Corte costituzionale); i membri della commissione, tra cui quattro magistrati; i magistrati nel gabinetto e nell'ufficio legislativo del ministero.
Colpisce, in particolare, la esplicita e plateale contrarietà dei magistrati progressisti. Eppure a loro dovrebbe piacere una ministra dalla cultura giuridica garantista e avanzata in materia di diritti. E dovrebbero gradire una riforma improntata al superamento della cultura forcaiola della "certezza della pena", della logica "carcerocentrica" della sanzione, dell'inflazione del processo penale come rifugio di tutti i peccati della società.
E invece, paradossalmente, la contrarietà alla riforma ha unito le due anime della magistratura progressista da un anno in aperta discordia. Se Area ha espresso la sua posizione in modo univoco con diversi esponenti (a partire dal segretario Eugenio Albamonte), Magistratura Democratica ha corretto il tiro, inizialmente non sfavorevole, con un editoriale sulla rivista online Questione Giustizia, firmato dal direttore ed ex membro del Csm Nello Rossi.
Tecnica e politica - L'articolo è una disamina tecnica dei motivi per cui la riforma rappresenta "un mediocre compromesso". Ma sottende una tesi politica di fondo: la riforma non ha un'anima. Per allargare il consenso politico ha depotenziato tutte le misure proposte dalla commissione Lattanzi, con il risultato - politicamente controproducente - di "drammatizzare ulteriormente" il tema della prescrizione, il più sensibile e divisivo. La ricerca dell'accordo tra partiti come unico obiettivo, presentando "all'opinione pubblica riforme mal calibrate e inadeguate come interventi risolutori" e "scaricando sui magistrati il peso dei possibili fallimenti".
Rossi rivendica la coerenza della sua corrente, argomentando che la percezione contraria dipende da un "rapido e inaspettato cambio di prospettiva" tra "il meditato e organico contributo" della commissione Lattanzi e la successiva "mediazione politica che ne ha alterato in più punti l'originaria fisionomia". L'obiettivo di ridurre del 25% la durata dei processi penali, portandola a una misura "ragionevole" secondo standard europei, era conseguito nella relazione Lattanzi con quattro interventi "innovativi e coraggiosi", per incidere sulle diverse fasi del processo. Su tre dei quattro interventi la successiva riforma Cartabia ha fatto grandi "passi indietro", con una "repentina rinuncia a punti qualificanti".
Meno processi - La commissione Lattanzi aveva introdotto "l'archiviazione meritata", già sperimentata in altri Paesi, per chiudere indagini rivelatisi "oggettivamente superflue" alla luce dei "comportamenti virtuosi dell'indagato nei confronti delle vittime o della collettività". La riforma Cartabia l'ha cancellata. La commissione Lattanzi aveva proposto di allargare il perimetro dell'archiviazione delle notizie di reato per "particolare tenuità del fatto".
Una regola introdotta nel 2015 dall'allora ministro Orlando per evitare processi su fatti minori. Classico esempio: il tentato furto al supermercato. La riforma Cartabia ha circoscritto l'allargamento. Allo stesso modo, la commissione Lattanzi aveva proposto di estendere l'istituto della "messa alla prova", che sospende il processo consentendo all'imputato un percorso di risocializzazione (risarcimento del danno, lavoro di pubblica utilità, divieti specifici relativi al reato) e, se va a buon fine, lo estingue. La riforma Cartabia ha circoscritto l'estensione.
I riti speciali - I riti speciali (o alternativi) sono procedure come il patteggiamento: si negozia una pena ridotta evitando il processo. Nei sistemi anglosassoni, così si risolvono più di tre quarti delle inchieste. In Italia, non più del 10%. La commissione Lattanzi aveva proposto un significativo allargamento delle maglie del patteggiamento, ampliando lo sconto di pena al 50% ed eliminando le preclusioni per accedervi. La riforma Cartabia non ha recepito la proposta, limitandosi a un modesto allargamento alle pene accessorie.
Il processo di appello - "Del tutto abbandonata l'incisiva riduzione dei giudizi di appello" proposta dalla commissione Lattanzi "attraverso numerose ipotesi inappellabilità: delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero; per l'imputato delle sentenze di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa; delle sentenze di proscioglimento e dei capi civili delle sentenze di condanna ad opera della parte civile in sede penale". La riforma Cartabia "si limita a riproporre le limitate ipotesi di inappellabilità già contemplate nel ddl Bonafede" per particolari e residuali categorie di reati.
La prescrizione - Il tema dei temi, nel dibattito politico, sebbene nell'architettura sistematica del processo penale sia (dovrebbe essere) un tema residuale, una patologia. È come se per allestire un'automobile prima di un viaggio si discuta molto di dove sistemare la ruota di scorta, dimenticando di verificare livello dell'olio, pieno di benzina, efficienza dei freni e pressione degli pneumatici. La commissione Lattanzi aveva proposto due soluzioni per la prescrizione. Proposta 1: resta la prescrizione, si sospende dopo la sentenza di primo grado (come nella riforma Bonafede), ma riprende a correre se i processi in appello e Cassazione sforano un tempo limite previsto dalla legge di due anni e un anno. Proposta 2: la prescrizione si estingue nel momento in cui si esercita l'azione penale con la richiesta di rinvio a giudizio. Da quel momento, però, lo Stato deve portare a termine il processo di primo grado in cinque anni, quello di appello in tre, quello in Cassazione in uno. Altrimenti salta tutto.
La riforma Cartabia ha scelto, nella mediazione politica, una terza strada. Quella della improcedibilità se il processo di appello dura più di due anni. Un sistema che, secondo l'associazione nazionale magistrati, potrebbe portare a morte 150mila processi l'anno, stando alle attuali medie di durata dei processi di appello, che in almeno 10 distretti giudiziari (tra cui Napoli, Reggio Calabria, Roma, Catania, Venezia) su 29 sono più lunghi di due anni. Secondo Rossi, la riforma ha sostituito "la razionalità processuale con un comando politico astratto e velleitario", con "effetti paradossali" su processi rapidamente conclusi in primo grado ma destinati a morire in appello.
"Alla politica spetta naturalmente il compito di scegliere ed essa è oggi nelle migliori condizioni per farlo, rispettando le incalzanti scadenze previste per l'erogazione dei fondi europei per la giustizia. Ma scegliere non significa confezionare l'ennesima soluzione farraginosa e confusa lasciando gli operatori della giustizia l'onere di aggirarsi nel labirinto creato dal gioco perverso dei veti, dei postulati pseudo ideologici, delle necessità propagandistiche". Ecco perché i magistrati sono contro la riforma Cartabia. Che peraltro, dice la stessa ministra, "riforma Cartabia" non è "perché più che di riforma Cartabia potremmo parlare di mediazione Cartabia ed è frutto di una responsabilità condivisa".
di Lorenzo Guadagnucci
Il Manifesto, 20 luglio 2021
Alcuni processi, qualche condanna, molte omissioni e una travolgente voglia di rimozione. Il dopo G8 per le istituzioni repubblicane è stato un calvario. Costituzione e diritti umani, nell'estate di vent'anni fa, furono accantonati per fare spazio a un'oscena strategia della tortura. Giustizia - possiamo ben dirlo - non è stata fatta.
E dire che i due principali processi contro le forze di polizia - per i casi Diaz e Bolzaneto - si sono chiusi con sentenze di condanna passate in giudicato. Ma sono state sentenze così deficitarie, con pene così lievi, mitigate oltretutto da prescrizione e indulto, che l'Italia è stata condannata dalla Corte europea per i diritti umani con parole che avrebbero dovuto scuotere opinione pubblica e commentatori, classe politica e vertici istituzionali.
La Corte ha scritto fra molte altre cose che la polizia italiana ha "ostacolato impunemente l'azione della magistratura", che l'ordinamento italiano ha un deficit strutturale nel punire ma anche nel prevenire gli abusi di potere, ha notato con disappunto che nonostante la gravità dei fatti nessun agente o funzionario ha fatto un solo giorno di galera (salvo i brevi periodi di arresti domiciliari scontati da alcuni condannati nel processo Diaz, non ammessi alle misure alternative).
L'impegno, la lealtà, l'indipendenza di un pugno di pm e di giudici, rimasti indifferenti alle pressioni venute dal Palazzo e capaci di condurre a termine i due complicati processi, non sono bastati a risparmiare all'Italia gli sferzanti giudizi dei togati di Strasburgo. La democrazia italiana è così uscita umiliata dal G8 e ancor più dal post G8.
Se è vero, come è vero, che le garanzie democratiche furono sospese nel luglio genovese, dobbiamo chiederci se quegli abusi siano stati ripudiati, se la credibilità democratica delle nostre polizie sia stata recuperata. La risposta è no. La reazione delle istituzioni rappresentative alle parole dei giudici di Strasburgo è stata il silenzio, un imbarazzato e imbarazzante silenzio. Un silenzio però non casuale, anzi la premessa logica della rimozione in atto. Nel Palazzo non si parla e non si vuole che si parli dell'eredità lasciata dal G8: una prova generale - mai davvero rinnegata - di sovversione legalizzata dei princìpi costituzionali.
Nemmeno la magistratura, che pure ha ottenuto risultati importanti nei processi Diaz e Bolzaneto, può dirsi assolta. L'omicidio di Carlo Giuliani è una spina che non smette di farci soffrire e l'archiviazione decisa a suo tempo dal gip continua a non convincere. Le conoscenze acquisite durante il processo ai manifestanti e grazie al lavoro della famiglia Giuliani dimostrano che un dibattimento sarebbe stato a dir poco opportuno; da esso, con ogni probabilità, sarebbe disceso un altro (doloroso) procedimento, stavolta per vilipendio del cadavere di Carlo, colpito in fronte con un sasso da una mano rimasta ignota.
La magistratura ha peccato poi per omissione e per eccesso di zelo. Mancano all'appello le inchieste per le violenze sui detenuti nel Forte San Giuliano, quartiere generale dei carabinieri, e quella per la carica "illegittima e ingiustificata", parole del tribunale, al corteo delle tute bianche di venerdì 20 luglio. Mancano le inchieste sugli abusi compiuti per strada, sugli arresti arbitrari, sugli innumerevoli falsi nei verbali, sui fermi avvenuti negli ospedali. L'eccesso di zelo è ben espresso da un'evidenza paradossale: le condanne più pesanti e l'ingresso in carcere sono toccati non già ai responsabili di violenze, falsi e torture, ma a un gruppo di manifestanti colpiti dalla mano della giustizia armata di una scure: una figura di reato - devastazione e saccheggio - che prevede pene abnormi, da otto a 15 anni.
Stiamo parlando di imputati che non hanno compiuto alcuna violenza contro le persone. E nessuno, nonostante l'evidente sproporzione fra entità del crimine e pena prevista, ha pensato di cancellare questa norma, residuo dell'epoca fascista, dal codice penale.
La giustizia d'altronde non si afferma solo nei tribunali. Dev'essere pretesa e vissuta dall'insieme delle istituzioni. I vertici di polizia hanno però rifiutato di compiere un'autocritica e anche di chiedere scusa alle vittime degli abusi, alla cittadinanza, agli stessi lavoratori delle polizie. Hanno accettato che l'espressione "polizia di Genova" passi alla storia come una delle opzioni in campo quando si parla delle scelte da compiere in materia di ordine pubblico. Hanno scelto, i vertici di polizia, d'essere strumento degli interessi politici del momento anziché d'essere garanti, con la propria autonomia, del disegno democratico indicato dalla costituzione. Il post G8 è stata una caporetto per l'antica idea di una polizia democratica al servizio dei cittadini.
I silenzi e le omissioni di parlamenti e governi di ogni colore hanno fatto il resto, trasmettendo un messaggio di cinismo e complicità. Il disastro di Genova poteva essere un incidente, è diventato un precedente. Genova 2001 è l'inquietudine che ci porteremo dentro ancora a lungo.
di Virginia Fiume, Lorenzo Mineo, Marco Perduca
Il Riformista, 20 luglio 2021
La Ministra Cartabia è al centro di uno dei dossier più delicati per il Governo, ciò non toglie che la riforma della giustizia non passi anche attraverso l'ampliamento al dominio digitale del pieno godimento dei diritti civili e politici. Il giusto processo, i suoi tempi o l'accesso alla difesa necessitano della stessa rimozione di irragionevoli, cioè contra legem, ostacoli frapposti da leggi inadeguate o inadatta a garantire il rispetto della nostra Costituzione e degli obblighi internazionali della Repubblica italiana.
In queste ore la Commissione Affari costituzionale della Camera deve votare un emendamento a prima firma del radicale Riccardo Magi presidente di Più Europa, sottoscritto da tutti i gruppi di maggioranza, che in occasione della conversione in legge del decreto semplificazioni introduce da subito prevede la firma digitale (anche) per i referendum.
Non è una novita, alla fine dell'anno scorso era stata decisa tale possibilità a partire dal gennaio 2022, né di un escamotage escogitato dai promotori dei referendum per rendere la raccolta firme più semplice bensì di una delle varie misure predisposte dal legislatore per rispondere a quanto denunciato dalle Nazioni unite nel 2019 a seguito dell'attivazione da parte di Mario Staderini, Michele De Lucia e Cesaro Romano di un meccanismo ONU per denunciare violazioni dei diritti civili e politici. Il caso, presentato nel 2015 e relativo a una raccolta firme referendarie di due anni prima, elencava una serie di norme contrarie all'articolo 75 della Costituzione mettendo in mora la Repubblica italiana per gli irragionevoli ostacoli al pieno godimento del diritto di partecipare direttamente alla vita politica del paese.
Il Ministero della Giustizia blocca una soluzione normativa elaborata dal Ministro Colao andando contro gli impegni presi con l'ONU. Secondo la Giustizia dovrebbero poter avere accesso alla firma digitale solo persone con disabilità mentre la fase di certificazione dovrebbe avvenire con passaggi cartacei che annullerebbe la smaterializzazione tipica delle attività telematiche.
Il 12 luglio, Marco Gentili, co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni, capoifila di questa battaglia, ha scritto alla Ministra a Cartabia prmettendo di essere "una persona affetta da SLA dalla nascita" impossibilitato a muoversi in autonomia e a parlare con la sua voce ma attivo nel "partecipare alla vita democratica del Paese come studente, consigliere comunale e co-promotore del referendum per l'eutanasia legale". Gentili, che a oggi non ha ricevuto risposta, sottolinea di scrivere non perché impossibilitato a firmare personalmente quello che promuove né a nome di chi ha problemi simili ai miei o dei milioni di anziani, disabili, o degli oltre 5 milioni di residenti all'estero e regolarmente registrati all'AIRE o dei cittadine e cittadini che preferiscono restare a casa in tempi di emergenza sanitaria ma "perché i miei diritti di cittadinanza attiva sono fortemente limitati dalla riformulazione dell'emendamento per la firma digitale".
Non si tratta di andare incontro alle richieste dei promotori di un referendum, si tratta di ricordare al Presidente Draghi di porre il dettato costituzionale al centro dell'operato del Governo per garantire la transizione digitale della democrazia in tempi in cui si torna a parlare di misure emergenziali di confinamento a causa delle nuove varianti del virus. A sostegno di tutto ciò da venerdì è in corso uno sciopero della fame per invitare il Governo ad accantonare la riformulazione predisposta dal Ministero della Giustizia e dar prova di rispetto della Costituzione.
di Agnese Stracquadanio
Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2021
Dopo 3 anni il progetto pilota di Milano non è mai partito. E nessuno sa perché. La riforma della giustizia passa per la digitalizzazione. Lo dicono praticamente tutti, soprattutto in questi mesi in cui il governo è chiamato ad accorciare i tempi dei processi civili e penali per accedere ai fondi del Recovery. Proprio a questo scopo, nel 2018 era partito un progetto-pilota finanziato dal ministero della Giustizia che forniva agli ufficiali giudiziari del Tribunale di Milano 110 tablet - ognuno valeva circa 1.100 euro - per ricevere le richieste di notifica o di esecuzione di un atto da parte degli avvocati, inviare i verbali e utilizzare sistemi di pagamento elettronici. Un'accelerazione non da poco, visto che attualmente gli avvocati devono recarsi fisicamente presso gli Uffici notifiche esecuzione protesti (Unep), quelli degli ufficiali giudiziari, o spedire i documenti via posta. Il progetto doveva partire dal Circondario di Milano, in via sperimentale, per poi allargarsi ai tribunali del resto del Paese. Salvo arenarsi subito: nessuno sa bene per quale ragione. E non sono servite a nulla le numerose sollecitazioni fatte dalle organizzazioni sindacali ai ministri competenti.
Il progetto - Tutti gli ufficiali giudiziari impiegati a Milano hanno ricevuto un tablet nel 2018, correlato di lettore scheda e connettore per la linea internet. Erano stati svolti anche alcuni giorni di corsi di formazione per introdurre il nuovo modus operandi: tramite Posta elettronica certificata gli utenti, ovvero gli avvocati, avrebbero potuto richiedere la notifica di un atto o l'esecuzione di un pignoramento o di uno sfratto all'ufficiale giudiziario che avrebbe inviato l'esito con il verbale sempre tramite Pec. Inoltre, il tablet avrebbe dovuto facilitare il lavoro di raccolta di materiale fotografico durante i sopralluoghi degli stessi ufficiali giudiziari.
Una pratica - quella di scattare le foto dei beni del debitore passati in rassegna - prevista e obbligatoria, secondo l'art. 518 del codice di procedura civile, ma che spesso molti devono mettere in pratica con il proprio cellulare privato. Ma nonostante la fornitura dei dispositivi e i corsi di formazione, il progetto non è mai decollato. Così, gli avvocati hanno continuato a presentarsi presso gli uffici Unep, gli ufficiali giudiziari a redigere verbali che poi inviano per posta o riconsegnano a mano ai legali: insomma, tutto è rimasto come prima. E i tablet? Che fine hanno fatto i tablet? Ognuno li ha impiegati a proprio piacimento.
"C'è chi lo tiene impilato tra le carte della scrivania, chi lo ha riposto chissà dove, chi lo impiega per altro e persino chi intanto è andato in pensione e lo ha restituito", racconta Giuseppe Marotta, ufficiale giudiziario da sempre attento alle problematiche del settore. Eppure, continua, "su ogni dispositivo l'ufficio Unep paga anche un'assicurazione annua per furto e danno incidentale".
Le sollecitazioni - La lettera inviata dalla Cisl Fp e firmata dal coordinatore generale Eugenio Marra alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, porta la data del 5 maggio 2021 ed è solo l'ultima di un lungo rapporto epistolare. Nella lettera - visionata dal fattoquotidiano.it - si chiede che gli Unep entrino a pieno titolo nel processo civile telematico, avviato nel 2014 che ha tradotto alcune delle attività finora realizzate in forma cartacea in via telematica, ma di fatto ancora "monco", si legge. Come fa notare un addetto ai lavori, se il Processo civile telematico ha svuotato le cancellerie, il progetto-tablet avrebbe sortito l'effetto di svuotare gli sportelli degli ufficiali giudiziari e ridurre al minimo gli spostamenti che richiedono tempo e denaro. Un'altra lettera inviata nel gennaio dell'anno scorso dall'Associazione ufficiali giudiziari in Europa all'ex gurdasigilli Alfonso Bonafede, e all'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, citava il piano d'indirizzo politico-istituzionale per l'anno 2020 redatto dal ministero della Giustizia a settembre 2019, secondo cui nel Circondario di Milano "si procederà a breve con la sperimentazione con avvio del servizio di richiesta di notificazioni telematiche agli Unep da parte degli avvocati e all'introduzione dell'utilizzo di tablet per la redazione delle relazioni di notificazioni e dei verbali dell'attività esecutiva".
I dispositivi, però, erano stati forniti già nel 2018, senza mai entrare in funzione. Nel piano per il 2021, invece, non si fa alcun riferimento ai tablet, ma ci si augura la stessa cosa dell'anno precedente, ovvero la diffusione della versione più aggiornata del software ministeriale - il Gsu-Unep - "installata solo su Milano, su tutto il territorio nazionale". Sono molteplici, infatti, le versioni e i programmi in uso nei vari uffici Unep di tutta Italia.
La pandemia - La puntuale entrata in funzione del progetto-tablet, in grado di trasferire gran parte delle interazioni online, sarebbe stato utile in periodo di pandemia, visto che il sistea rende ovviamente più agevole il lavoro da remoto. L'emergenza sanitaria ha infatti paralizzato la già arrancante macchina della giustizia italiana.
E proprio di "quasi paralisi" aveva parlato la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, a gennaio, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno giudiziario, confrontando i dati "impressionanti" - come li aveva definiti - del periodo aprile giugno 2020, con quelli dell'anno precedente: le udienze penali in Corte d'Appello sono diminuite del 73%, mentre quelle civili del 70%. Il lavoro degli ufficiali giudiziari - racconta l'ufficiale giudiziario Marotta - in quel periodo si è ridotto anche "dell'80 o 90%". Una percentuale che sarebbe potuta essere molto inferiore se il progetto tablet fosse già stato esteso al resto d'Italia.
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