di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 11 giugno 2021
Gli insigni giuristi della Commissione istituita dalla ministra della Giustizia per "elaborare proposte di interventi per la riforma dell'ordinamento giudiziario", nella Relazione lamentano più volte l'esiguità del tempo avuto a disposizione. C'era da affrontare in due mesi cose come "i profili problematici del funzionamento del Consiglio superiore della magistratura" e "i più generali temi riguardanti l'ordinamento giudiziario nel suo complesso e l'organizzazione degli uffici". Nientemeno. Capiamo e non invidiamo. Tanta materia, tante esigenze, tanti interessi. Da decenni se ne parla e sono fioccate le proposte. Ciò, peraltro, non agevola: troppe idee, troppe discussioni, troppe polemiche non semplificano ma complicano. È un oceano che, appena ti ci avventuri, minaccia tempesta.
Non per mancanza di tempo, ma per limiti di spazio, concentriamoci su un tema solo: le "correnti" che compromettono il buongoverno della magistratura. Attraverso le correnti passano traffici politici e affaristici; si scambiano favori a vantaggio dei propri aderenti e a svantaggio dei magistrati che non hanno, né cercano, la loro protezione; si formano partiti di magistrati ai quali le legittime aspirazioni devono pagare tributi di fedeltà a questa o quella corrente. Solo l'andazzo mediatico, questo sì qualunquista, alimenta l'idea che sia dappertutto così. Però, si comprende che degnissimi magistrati preferiscano starsene per conto proprio e non correre il rischio d'invischiarsi in giri di potere.
La Commissione avanza tre proposte circa il Consiglio superiore della magistratura, l'organo cui spetta il governo dell'ordine giudiziario: il sistema di voto per l'elezione dei componenti, il rinnovamento parziale a scadenza biennale e l'aumento del numero dei componenti.
Circa l'elezione, la proposta è il "voto singolo trasferibile". L'elettore vota più candidati, secondo un ordine di preferenza dato da lui stesso. Quando un candidato raggiunge una certa "soglia", determinata attraverso un rapporto numerico tra i votanti e i posti da coprire, viene eletto e i voti eccedenti si spostano sulle seconde, terze scelte e così via.
In Italia non conosciamo applicazioni di questo sistema che, tuttavia, la Commissione ci rassicura dicendo ch'esso è "un paradigma" in uso in Irlanda, dove pare funzionare bene per la formazione della loro Camera dei deputati. Se ne possono intuire certi pregi, per esempio una certa libertà di scelta da parte degli elettori. Ma hanno forse gli irlandesi un Csm da sanare? Non per gli irlandesi ma per tutti e dappertutto, qualunque sistema elettorale che voglia essere in qualche modo e misura rappresentativo, se le correnti (o i partiti) esistono non può fare altro che rispecchiarle più o meno fedelmente. Non si può far finta di incominciare da zero.
La loro esistenza è il dato da cui partire e il voto che si trasferisce potrebbe addirittura, invece che indebolirla, rafforzarne la presa. Mobilitando e organizzando il proprio elettorato, non avrebbero difficoltà a impadronirsi, uno dopo l'altro, dei posti a scalare, non molto diversamente da quanto si può fare con altri sistemi elettorali di lista. La Commissione stessa avverte prudentemente che la sua idea risente della fretta con la quale si è dovuta pensarla e dell'assenza delle indispensabili verifiche circa le sue ricadute pratiche.
Onde, tra le righe, possiamo scorgere una proposta titubante. Insomma, non più d'una suggestione. L'unica convinzione non è pro, ma contro: contro il sorteggio, caldeggiato da taluno come misura radicale e, al tempo stesso, umiliante per i magistrati. Il sorteggio (a meno di inserirlo in un sistema complesso e misto: sorteggio e elezione variamente combinati) è da escludere non per la curiosa ragione ch'esso "sembra implicare una sorta di contraddittoria sfiducia nell'efficacia delle misure" cui pensa la Commissione, cioè perché essa ha altre preferenze, ma per la semplice ragione che vi si oppone la Costituzione quando dice (art. 104) che la componente "togata" del Csm è eletta da tutti i magistrati ordinari e riconosce loro, così, il diritto e la responsabilità di "autogovernarsi".
La seconda idea importante avanzata dalla Commissione riguarda il rinnovo "modulare" del Consiglio. Ogni due anni, un terzo dei suoi componenti sarebbe sostituito attraverso nuove elezioni parziali. Ciò, si dice, dovrebbe rendere più "fluida" la dialettica tra le parti. Davvero? Forse, ciò comporterebbe che l'ordine giudiziario sarebbe perennemente in stato di elezioni, condizione di costante mobilitazione delle correnti in quanto comitati elettorali. Inoltre, trattandosi di eleggere solo un terzo dei componenti, l'effetto sarebbe contrario a quello voluto: non la fluidità ma il controllo delle correnti più forti e meglio organizzate.
Del resto, anche a proposito di questo intricatissimo proposito, molto più difficile da districare di quanto sembri a prima vista, la Commissione avanza a se stessa le sue obiezioni concludendo che, a voler mai percorrere questa impervia strada, si dovrebbe mettere mano alla Costituzione.
La terza idea è quella che sembra avere più possibilità d'essere accolta: l'aumento del numero dei componenti il Consiglio. La Costituzione non ne stabilisce il numero, limitandosi a indicare un rapporto: due terzi eletti dai magistrati, un terzo dal Parlamento. Oggi sono ventiquattro, rispettivamente sedici e otto (più due membri di diritto, il presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione, oltre eccezionalmente al Presidente della Repubblica). Rispettando la proporzione, il numero totale sarebbe gonfiabile o sgonfiabile a piacimento (così è stato negli anni).
La proposta della Commissione è il gonfiamento: da ventiquattro a trentasei. Scrivo trentasei, senza poterci davvero credere. La proposta nasce dal fatto che, con i numeri attuali, per ragioni tecniche, né il nuovo sistema elettorale né la fluidificazione immaginati sarebbero possibili. Ma c'è l'eventualità che la proposta piaccia in sé: aumentare i posti riscuote normalmente consenso. Guardiamo però alla cosa, per l'appunto, in sé: già oggi il Csm è un organo pletorico. Abbiamo presente che cosa sono le sue sedute? Un'enorme tavola rotonda; dietro, in seconda fila, spesso siedono assistenti e collaboratori che sembrano "commissari"; tutti, più o meno rappresentanti di correnti; tutti, nelle questioni più importanti, militanti per la propria parte.
E più si alzano i numeri, più le correnti, contro le quali si dice d'essere in campagna, sono necessarie. Come si fa a organizzare le elezioni e a mettere ordine ai lavori in parlamenti e parlamentini senza strutturare appartenenze, richiedere fedeltà, omologare le posizioni? Occorre organizzazione e l'organizzazione è gerarchia, la gerarchia è subalternità, la subalternità richiede capi e disciplina. I gruppi parlamentari e i gruppi consiliari negli enti locali sono indispensabili. Lo sarebbero anche nel Csm, se lo si concepisse come qualcosa di simile.
Ma esso non ha da essere né un parlamentino né un consiglio comunale. Dovrebbe essere un consesso in cui ognuno rappresenta se stesso ed esprime la propria visione del buongoverno della magistratura per la quale ha ottenuto l'adesione dei suoi colleghi. Dire di combatterle, le correnti, e aumentare i numeri dei posti è una contraddizione patente. Una proposta semplice: nove consiglieri, sei eletti dai magistrati, tre dal Parlamento e poi organizzare il lavoro con tutto lo staff di cui il Consiglio dispone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 giugno 2021
La storica sentenza della Cedu sul caso di Marcello Viola. Per i giudici di Strasburgo la non collaborazione non può essere un vincolo per i benefici. Il consiglio dei ministri europei, deputato alla vigilanza sull'esecuzione delle sentenze Cedu, ha dato tempo all'Italia fino al 15 dicembre 2021, per fornire informazioni sui progressi nell'adozione delle misure generali.
di Piero Colaprico
La Repubblica, 11 giugno 2021
Brescia contro Milano. La magistratura italiana si sta facendo del male. Lo fa in nome del principio di legalità. E di che cosa sia o non sia "obbligatorio". Cosa c'è dietro l'apertura del fascicolo per rifiuto d'atti d'ufficio che vede indagati i giudici De Pasquale e Spadaro, nell'ambito delle indagini sulle presunte corruzioni Eni in Nigeria. L'ultima e inevitabile partita, aperta da Brescia, sta mettendo sulla graticola l'inchiesta più "alta" della procura di Milano: quelle delle presunte (molto presunte, visto che c'è stata l'assoluzione) corruzioni dell'Eni in Nigeria. Ed è l'immediata e sorprendente conseguenza di quanto già accaduto, sempre a Milano, tra il sostituto procuratore Paolo Storari e il procuratore capo Francesco Greco. Se è presto stabilire chi abbia ragione, il meccanismo che s'è innescato è inedito.
Storari ha avuto l'incarico di indagare intorno alle parole, opere e omissioni dell'avvocato Piero Amara. Ricordiamo che Amara, già frequentatore di carceri e tribunali, è stato appena riarrestato. Questa volta con l'accusa di aver manipolato le inchieste sull'Ilva di Taranto. Operazione che gli sarebbe riuscita grazie ai buoni uffici di un "amico" magistrato a Taranto, e cioè Carlo Maria Capristo.
Comunque la si metta, tra Capristo e Amara emergono rapporti che definire opachi è poco. E che rimandano ai rapporti, anche questi molto opachi, di Luca Palamara con i suoi ex colleghi magistrati e con politici e imprenditori: raccomandazioni, incarichi, favori dentro e fuori il Consiglio superiore della magistratura e negli uffici giudiziari che non la legalità hanno poco a che fare. Leonardo Sciascia parlava del "Contesto".
In un tale contesto, Paolo Storari si ritrova in questi giorni interrogato a Brescia ed è sotto accusa per violazione del segreto d'ufficio. Sostenendo che Greco gli mettesse il bastone nella ruota dell'indagine su Amara, Storari aveva consegnato i suoi verbali, ricchi di riferimenti a processi aggiustati e logge massoniche, al membro del Csm Piercamillo Davigo. È un reato? O era costretto dalle circostanze a reagire così? Per spiegare le sue azioni, Storari viene interrogato più volte. E consegna al procuratore capo di Brescia, Francesco Prete, le molte mail che ha scambiato con i suoi superiori gerarchici. Tra queste, porta a Brescia le prove (prove a suo dire) del fatto che Vincenzo Armanna, ex manager Eni, ha detto il falso ai magistrati milanesi.
E Storari - questo dice nell'interrogatorio - non si capacita di una circostanza: sia ai colleghi che hanno messo sotto accusa i vertici dell'azienda energetica, e cioè il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, sia al procuratore capo Greco, non sembra importare che Armanna possa rappresentare la classica "buccia di banana". Anzi, nessuno a Milano vuol tenere conto di una ricostruzione che, smentendo l'impianto dell'accusa, salva l'Eni: ricostruzione che è nata indagando su Piero Amara, l'indagine che sarebbe stata stoppata.
Lo scontro Storari-Greco dunque si allarga. E per la magistratura bresciana diventa "obbligatorio" approfondire: quindi ordina una perquisizione e recupera le mail che si sono scambiati i magistrati Spadaro e De Pasquale. È il contenuto di queste mail che, al di là di come andrà a finire il caso, portano all'apertura del fascicolo per rifiuto d'atti d'ufficio. Rifiuto è uguale a omissione. E mentre degli atti viene avvisato "chi di competenza", torna a galla un antico dibattito: quali sono i confini del potere d'indagine? Quanto conta il singolo magistrato, soggetto soltanto alla legge, e quanto conta il potere del capo dell'ufficio per impedire o per sostenere un'inchiesta?
E Brescia che indaga su Milano questa volta non è un copione già visto, perché l'intero "contesto" è ormai diverso dal passato. C'è una magistratura che s'è indebolita da sola, grazie "ai" Palamara. E mentre si discute in pubblico dei traffici e delle carriere sponsorizzate dai politici, nei ministeri si discute, più seriamente di un tempo, su quale possa essere la riforma della giustizia: una riforma che passa per la magistratura, e che appare sempre più necessaria al Paese.
di Roberto Maroni
Il Foglio, 11 giugno 2021
L'11 giugno di 20 anni fa nasceva il secondo governo Berlusconi. Un governo che fece cose importanti, come la riforma del mercato del lavoro nel nome di Marco Biagi, il giuslavorista barbaramente trucidato dalle Br. Un governo che però, purtroppo, non riuscì a portare a termine la riforma più necessaria: quella della giustizia. Troppe le pressioni e le logge massoniche. Fu una grande occasione mancata, che avrebbe evitato ingiustizie aberranti come quelle che hanno colpito di recente alcuni sindaci accusati (e perfino sbattuti in galera) senza avere alcuna colpa.
Ecco, l'unico rammarico è che quel governo non sia riuscito a fare una riforma della giustizia in grado di porre fine alle assurdità a cui oggi assistiamo sbigottiti.
La giustizia si deve (e si può) riformare: è un dovere morale e istituzionale. Ma come si vincono le fortissime resistenze? La Lega di Salvini ci prova: ha promosso, assieme ai Radicali, l'indizione di sei referendum. È la mossa giusta? Temo di no. Anzi, potrebbe addirittura rivelarsi un boomerang: se non si riuscirà a raccogliere le firme necessarie oppure se non si raggiungerà il quorum del 50 per cento +1 di votanti avrà vinto lo status quo, e allora addio riforma per i prossimi 20 anni. La strada giusta è un'altra: quella che passa dal Parlamento. Ma per fare questo occorre che la classe politica acquisisca la consapevolezza che siamo giunti al limite e abbia la volontà (e il coraggio) di agire. Sarebbe ora. Ma temo che anche stavolta non avverrà. Stay tuned.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 11 giugno 2021
Il dibattito sulle "porte girevoli" ritorna sistematicamente sui media ogni volta che un magistrato decide di sospendere momentaneamente la sua funzione per dedicarsi alla politica. Se ne parla e se ne scrive a Napoli da tempo per la candidatura di Catello Maresca, la discesa in campo del quale è stata "a rallentatore", anche se le immagini della "moviola" lasciavano pochi dubbi. Da pochi giorni la sua candidatura è stata ufficializzata e, dopo alcune interviste, si è riacceso lo scontro tra i favorevoli e i contrari alle "sliding doors".
Del resto l'aspirante sindaco di Napoli è stato chiaro: dopo la parentesi politica tornerà in magistratura, chiederà il trasferimento a Palermo e catturerà Matteo Messina Denaro, uno dei latitanti più ricercati e pericolosi al mondo.
Sull'elezione o meno del magistrato - che ama definirsi "civico" per prendere le distanze dagli stessi partiti della coalizione di centrodestra che dovrebbe sostenerlo, lontananza che sarà irrimediabilmente azzerata in caso di vittoria - sarebbe interessante sentire il parere della Direzione nazionale antimafia e dello stesso procuratore di Palermo: se Maresca verrà eletto dovranno aspettare mentre, in caso di sconfitta del collega candidato sindaco, il loro obiettivo primario sarà finalmente raggiunto. Nell'interesse del Paese sarebbe meglio catturare il latitante che da circa trent'anni è inafferrabile. Sarebbe un grande risultato, ben più importante di un altro pm alla guida della capitale del Mezzogiorno. Inoltre Maresca continuerebbe a fare il suo lavoro, senza cimentarsi in una nuova esperienza piena d'incognite per lui e per la città e potrà non dismettere la toga, quella che ama definire la sua "seconda pelle".
Ed è questo il punto! Perché spogliarsi? Quella del magistrato è un'attività unica al mondo, perché dev'essere dotata di un equilibrio particolare e di totale serenità, in quanto decide della vita delle persone. Può, con le indagini, interferire nei rapporti privati. Può stravolgere percorsi economici e sentimentali. Può privare della libertà e confiscare patrimoni. Un potere immenso, a fronte del quale viene chiesta - come è logico che sia - una trasparenza totale, una certezza nell'affidarsi, rapporti con terze persone cristallini, senza che neppure un minimo dubbio possa esserci sul giudizio che andrà a rendere o nell'attività investigativa da compiere. Tutto questo la politica non potrà mai assicurarlo perché, per sua natura, è fatta di molteplicità di rapporti, di compromessi e di richieste. Ma il magistrato che vogliamo è quello che non deve chiedere mai.
di Antonio Decaro*
Il Dubbio, 11 giugno 2021
Dopo la vicenda della sindaca di Crema indagata per il dito pesto di un bambino, interviene il presidente dell'Anci. In Italia sta avvenendo un fenomeno strano. In tanti comuni, piccoli e grandi, i cittadini, le associazioni, i partiti sono alla disperata ricerca di qualcuno che voglia candidarsi a sindaco. Il candidato sindaco, esemplare un tempo molto diffuso, pare sia a rischio estinzione. Però, se consideriamo gli ultimi fatti di cronaca, come quello che ha riguardato la collega sindaca di Crema Stefania Bonaldi, indagata per un incidente che ha visto coinvolto un bambino in un asilo nido comunale, come potremmo biasimare chi, in questi giorni, rifugge anche dall'idea di una possibile candidatura? Io, però, non voglio arrendermi e, da rappresentante di tutti i sindaci italiani, ho pensato di scrivere ai non-candidati. So bene il perché non volete candidarvi.
Non volete farlo perché qualsiasi cosa accada nel vostro Comune sarà vostra responsabilità. Ogni volta che proverete a pedonalizzare anche solo un isolato stradale, vi troverete a lottare contro la burocrazia dell'adempimento formale che vi farà perdere tempo, pazienza e buon umore. Non volete candidarvi perché vi hanno detto che ogni firma che metterete in calce a un provvedimento è un potenziale avviso di garanzia per il reato di abuso, così come le firme non messe potrebbero avere lo stesso effetto per il reato di omissione.
E si sa, un avviso di garanzia, con la conseguente gogna mediatica, fa perdere la serenità per mesi, spesso anni.Non volete candidarvi perché vi hanno detto che per i cittadini se un ospedale non funziona, se aumentano gli scippi, se la gente getta i rifiuti per strada, se piove, se fa troppo caldo, se la squadra cittadina retrocede è sempre e solo colpa del sindaco.
Bene, tutto quello che vi hanno detto è vero. Tragicamente vero.
Ma io che faccio il sindaco della mia città da sette anni posso dirvi che a questo racconto a senso unico, manca qualcosa. Qualcosa che non è scritto nel testo unico sugli enti locali, né nei i trattati di politica o di pubblica amministrazione. Manca quello che si prova indossando la fascia tricolore. Quello che si prova quando un bambino, durante la recita di Natale, si avvicinerà per chiedervi di parlare con Babbo Natale per avere una giostrina nel parco sotto casa sua, quando una ragazza si rifugerà nell'ufficio del sindaco per chiedergli di intercedere con i suoi genitori che l'hanno allontanata perché lei ama una donna. Quello che si prova guardando occhi e bocche spalancate dei cittadini nell'ammirare stupiti un teatro restaurato o un museo recuperato. In quei momenti l'orgoglio di indossare quella fascia può farti fare di tutto, anche improvvisarti guida turistica, come ho visto fare una volta al sindaco di Rimini, Andrea Gnassi.
Fare il sindaco può farti vivere un'emozione grandissima come quella che ha provato il collega Marco Bucci quando ha inaugurato il nuovo ponte dimostrando che questo Paese è capace di rialzarsi anche dopo una immane tragedia.È quello che si prova quando si fa la cosa più bella del mondo: cambiare in meglio la vita dei cittadini. Nessuno più del sindaco può farlo. Non c'è nulla che dia più soddisfazione. Cara non candidata, caro non candidato, ripensaci. Candidati a fare il mestiere più bello del mondo.
E se ti stai chiedendo: "Ma ne vale la pena?", la risposta è sempre la stessa. Sì, ne vale la pena. Ne vale la pena sempre, perché questo è il nostro Paese, è l'Italia in cui siamo nati e siamo cresciuti, è l'Italia che ha bisogno dei sindaci, è l'Italia che troppe volte si appoggia su di noi e poche volte ci ringrazia, è l'Italia che però noi non possiamo mollare.
"Dei remi facemmo ali al folle volo", così Dante scriveva di Ulisse che incitava i suoi alla conquista del mondo sconosciuto. Questa frase spesso mi ha accompagnato nelle mie scelte. Perché ogni giorno forte è la convinzione che la fatica di remare, contro le difficoltà quotidiane, può trasformarsi nella gioia di volare e di raggiungere un nuovo traguardo, piccolo o grande che sia. Per gli occhi di quel bambino della recita di Natale e per il sorriso di quel nonno in smoking all'inaugurazione del teatro comunale. Ne vale la pena. Sì. In Italia sta avvenendo un fenomeno strano. In tanti comuni, piccoli e grandi, i cittadini, le associazioni, i partiti sono alla disperata ricerca di qualcuno che voglia candidarsi a sindaco. Il candidato sindaco, esemplare un tempo molto diffuso, pare sia a rischio estinzione.
Però, se consideriamo gli ultimi fatti di cronaca, come quello che ha riguardato la collega sindaca di Crema Stefania Bonaldi, indagata per un incidente che ha visto coinvolto un bambino in un asilo nido comunale, come potremmo biasimare chi, in questi giorni, rifugge anche dall'idea di una possibile candidatura? Io, però, non voglio arrendermi e, da rappresentante di tutti i sindaci italiani, ho pensato di scrivere ai non-candidati. So bene il perché non volete candidarvi.
Non volete farlo perché qualsiasi cosa accada nel vostro Comune sarà vostra responsabilità. Ogni volta che proverete a pedonalizzare anche solo un isolato stradale, vi troverete a lottare contro la burocrazia dell'adempimento formale che vi farà perdere tempo, pazienza e buon umore.
Non volete candidarvi perché vi hanno detto che ogni firma che metterete in calce a un provvedimento è un potenziale avviso di garanzia per il reato di abuso, così come le firme non messe potrebbero avere lo stesso effetto per il reato di omissione. E si sa, un avviso di garanzia, con la conseguente gogna mediatica, fa perdere la serenità per mesi, spesso anni.
Non volete candidarvi perché vi hanno detto che per i cittadini se un ospedale non funziona, se aumentano gli scippi, se la gente getta i rifiuti per strada, se piove, se fa troppo caldo, se la squadra cittadina retrocede è sempre e solo colpa del sindaco.
Bene, tutto quello che vi hanno detto è vero. Tragicamente vero. Ma io che faccio il sindaco della mia città da sette anni posso dirvi che a questo racconto a senso unico, manca qualcosa. Qualcosa che non è scritto nel testo unico sugli enti locali, né nei i trattati di politica o di pubblica amministrazione. Manca quello che si prova indossando la fascia tricolore.
Quello che si prova quando un bambino, durante la recita di Natale, si avvicinerà per chiedervi di parlare con Babbo Natale per avere una giostrina nel parco sotto casa sua, quando una ragazza si rifugerà nell'ufficio del sindaco per chiedergli di intercedere con i suoi genitori che l'hanno allontanata perché lei ama una donna. Quello che si prova guardando occhi e bocche spalancate dei cittadini nell'ammirare stupiti un teatro restaurato o un museo recuperato. In quei momenti l'orgoglio di indossare quella fascia può farti fare di tutto, anche improvvisarti guida turistica, come ho visto fare una volta al sindaco di Rimini, Andrea Gnassi. Fare il sindaco può farti vivere un'emozione grandissima come quella che ha provato il collega Marco Bucci quando ha inaugurato il nuovo ponte dimostrando che questo Paese è capace di rialzarsi anche dopo una immane tragedia. È quello che si prova quando si fa la cosa più bella del mondo: cambiare in meglio la vita dei cittadini. Nessuno più del sindaco può farlo.
Non c'è nulla che dia più soddisfazione. Cara non candidata, caro non candidato, ripensaci. Candidati a fare il mestiere più bello del mondo. E se ti stai chiedendo: "Ma ne vale la pena?", la risposta è sempre la stessa. Sì, ne vale la pena. Ne vale la pena sempre, perché questo è il nostro Paese, è l'Italia in cui siamo nati e siamo cresciuti, è l'Italia che ha bisogno dei sindaci, è l'Italia che troppe volte si appoggia su di noi e poche volte ci ringrazia, è l'Italia che però noi non possiamo mollare.
"Dei remi facemmo ali al folle volo", così Dante scriveva di Ulisse che incitava i suoi alla conquista del mondo sconosciuto. Questa frase spesso mi ha accompagnato nelle mie scelte. Perché ogni giorno forte è la convinzione che la fatica di remare, contro le difficoltà quotidiane, può trasformarsi nella gioia di volare e di raggiungere un nuovo traguardo, piccolo o grande che sia. Per gli occhi di quel bambino della recita di Natale e per il sorriso di quel nonno in smoking all'inaugurazione del teatro comunale. Ne vale la pena. Sì.
*Presidente ANCI
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 giugno 2021
Il procuratore di Catanzaro scontenta buona parte dei suoi colleghi, proponendo come soluzione alle degenerazioni del correntismo emerse con clamore con il caso Palamara l'unica che non piace proprio alle toghe. "Sulla giustizia, la madre di tutte le riforme è quella del Csm e bisogna partire da lì: e l'unico modo per limitare le correnti è il sorteggio.
È necessario fare pulizia all'interno della magistratura, è vero, ma i magistrati non sono marziani ma uomini, anche loro un prodotto della società: non possiamo credere alla favoletta che i magistrati sono tutti onesti". Nicola Gratteri scontenta buona parte dei suoi colleghi, proponendo come soluzione alle degenerazioni del correntismo emerse con clamore con il caso Palamara l'unica che non piace proprio alle toghe: il sorteggio. Il procuratore di Catanzaro lo ha detto ieri sera, ospite di Lilli Gruber a "Otto e mezzo" su La7.
"La riforma Cartabia? Non mi pare - ha aggiunto - una rivoluzione, non mi pare che si stiano centrando problemi e criticità. Io credo che dovremmo anzitutto ottimizzare risorse e i costi. Perché non è possibile, ad esempio, che a solo 65 chilometri da Palermo ci sia un'altra corte di appello, quella di Caltanissetta. O che ci siano 250 magistrati fuori ruolo. O che in uno stato moderno e serio, al problema di sovraffollamento delle carceri si risponda con indulto e amnistia, anziché costruirne di nuovi. Questi sono i problemi più importanti".
"La prescrizione - ha detto poi Gratteri - deve rimanere così com'è fino a quando non si fanno quelle riforme che servono a velocizzare e digitalizzare i processi e a rendere la pena meno conveniente del delinquere". E poi una stoccata al governo Draghi: "Di concreto non ho visto ancora nulla se non questa commissione per il Sud che serve a spiegarci le "buone prassi".
Già l'impostazione, l'idea stessa di questa commissione è offensiva. Sia perché sono realtà totalmente diverse, sia perché anche al Sud ci sono procure molto efficienti e ci sono veri e propri modelli di efficienza e tecnologia, come l'aula bunker di Lamezia Terme o la nuova sede della procura di Catanzaro".
di Liana Milella
La Repubblica, 11 giugno 2021
"Così si blocca anche il potere delle correnti". L'ex pm di Mafia Capitale e consigliere di Area ai sui colleghi dice: "Sono necessari meno generali e più soldati". E al costituzionalista Luciani replica: "La toga che si candida non può piu tornare in servizio".
Giuseppe Cascini, lei è stato per anni un pubblico ministero importante a Roma, ha indagato anche su Mafia capitale. È stato una toga "rossa", di Magistratura democratica, poi ha scelto di lasciarla per Area, corrente riformista di sinistra con cui ha corso per il Csm. Una toga che conta, qui dentro. Ha letto l'intervista di Massimo Luciani su Repubblica? Non è affatto tenero né con voi del Csm, né con le toghe. Come gli risponde?
"Certo non è un buon periodo per la magistratura. Però sono convinto che questa fase negativa possa essere l'occasione per l'avvio di un processo riformatore serio e condiviso, e mi sembra che le conclusioni della commissione Luciani possano rappresentare una buona base di partenza. Anche se, secondo me, su alcuni aspetti sarebbe necessario qualche intervento più radicale".
Vorrei partire da una sua analisi su questo Csm, il più discusso della storia, stretto com'è tra un Palamara e un Amara, sempre in credito di autorevolezza. Lei come si sente? Non ha mai avuto voglia di farsi da parte? Oppure ha pensato... ma chi me l'ha fatto fare?
"Se avessi previsto tutto questo... sarei rimasto dov'ero. Però, scherzi a parte, al netto delle particolari contingenze, in questa fase sono venuti al pettine alcuni nodi di fondo che riguardano l'organizzazione della magistratura e che trovano la loro origine nelle riforme sciagurate del ministro leghista Roberto Castelli, sulle quali è urgente e ormai indifferibile intervenire. Quindi, alla fine, possiamo dire che, seppure traumatiche, queste vicende possono essere l'occasione per mettere mano a un riordino complessivo dell'assetto della magistratura".
Quindi quando Luciani chiede "un grande rinnovamento culturale" delle toghe per rendere credibili le riforme ha ragione? Perché le riforme camminano con le gambe degli uomini, con la loro spina dorsale diritta...e invece se ne vedono troppe di storte...
"Sicuramente c'è bisogno di un rinnovamento culturale, e anche etico, che accompagni un processo riformatore. Il problema è sempre lo stesso però, in quale direzione vanno le riforme, perché quelle fatte nel corso degli anni per ridurre gli spazi di autonomia della magistratura, per indebolire il ruolo costituzionale del Csm, insomma le riforme fatte contro la magistratura, non hanno certo contributo a migliorare la situazione. Per esempio, il carrierismo di cui tutti parlano e che è uno dei mali principali, è sempre esistito, ma è esploso proprio con la riforma Castelli. Le correnti hanno sempre avuto un ruolo forte all'interno del Consiglio, ma è stata la legge elettorale di Castelli fatta contro le correnti che ha dato alle oligarchie interne ai gruppi tutto il potere di decidere i componenti del Csm".
"Il diritto è una missione prima che una professione, e per i magistrati deve esserlo in modo particolare" dice Luciani. E nel dirlo disegna una professione in cui, anche senza regole scritte, dovrebbe valere la dirittura morale. Quella di cui parla sempre Mattarella. Lei la vede intorno a lei, qui dentro e tra i suoi colleghi?
"La stragrande maggioranza dei magistrati, per fortuna, è fatta da persone serie, che lavorano, con rigore e senza protagonismi. Purtroppo però, comportamenti di singoli che hanno violato le regole deontologiche, soprattutto se non sanzionati con tempestività e rigore, finiscono per
gettare discredito su tutta la categoria".
Sanzioni tempestive? Veramente qui la più rapida è stata solo l'espulsione di Palamara....
"Ma io qui non mi riferisco solo al disciplinare, ma alla nostra capacità complessiva di dare una risposta credibile alla crisi che stiamo attraversando"
Voglio dire, dottor Cascini, che ogni legge può essere aggirata, ma esiste poi dentro ciascuno di noi la coscienza di quello che non si deve fare, il senso del reato, per intenderci, ma anche quello del comportamento ai limiti. Per esempio, le pare opportuno che un magistrato come Maresca scenda in lizza per fare il sindaco togliendosi la toga di dosso pochi minuti prima?
"Sono convinto che regole di correttezza sul piano deontologico debbano essere rispettate dai magistrati a prescindere dall'esistenza di divieti espressi. L'inopportunità di candidature di giudici nel territorio in cui hanno operato è opinione comune di gran parte della magistratura e non dovrebbe essere necessaria una legge che lo proibisca per evitarlo. Però uno dei difetti del nostro Paese è quello di pensare che si possa fare tutto ciò che non è espressamente vietato
anche quando è semplicemente sbagliato e inopportuno".
Quindi Maresca ha sbagliato?
"Ha sbagliato il Csm a non intervenire tempestivamente su questa situazione".
Cosa avrebbe dovuto fare?
"A gennaio avrebbe dovuto aprire una pratica per verificare la compatibilità delle funzioni di magistrato con una campagna elettorale oggettivamente in atto. L'ha fatto tardivamente a maggio ed è arrivata la richiesta di aspettativa del dottor Maresca".
Luciani riapre le porte girevoli per la toga che si candida. E lei?
"Per me devono restare chiuse. Il magistrato che diventa un politico non può più rientrare in magistratura".
La riforma Cartabia conterrà regole molto rigide per il futuro Csm, a partire dalle nomine, per evitare, dice Luciani, che fare carriera diventi "una professione nella professione". Ma è davvero necessaria una norma anche per questo?
"La regola principale in questa materia è scritta nella Costituzione e dice che i magistrati sono tutti uguali e si distinguono solo per funzioni. Purtroppo la riforma Castelli del 2006 ha capovolto questo principio e ha insinuato il germe del carrierismo all'interno della magistratura...".
Ricordo sue autorevoli interviste con Giuseppe D'Avanzo proprio in quel periodo. Lei diceva allora quello che dice oggi. Ma oggi non è arrivato il tempo di ammettere che ai suoi colleghi piace tantissimo fare e pianificare la propria carriera? A qualsiasi costo. Autopromozioni. Raccomandazioni. Sgambetti ai colleghi.
"Ribadisco che questo per fortuna riguarda una parte della magistratura. Però non ho problemi a riconoscere che le cose stanno così. E anzi, le dirò di più. La degenerazione del correntismo, l'altro grande male di cui tutti parliamo, è figlia proprio di questo. Perché come in tutti i mercati è la domanda che crea l'offerta. Se ci sono tanti posti disponibili, e tanti aspiranti a quei posti, è facile che l'organizzazione del consenso si sviluppi attraverso la soddisfazione di queste aspettative".
Luciani mette una serie di paletti e regole di trasparenza. Le condivide o saranno anche queste aggirabili? E soprattutto, alla fine, non rischiano di creare delle vittime, nel senso di escludere proprio i più meritevoli. Perché se tra i criteri c'è, per esempio, l'anzianità, certo non vinceranno i più bravi.
"Molte delle proposte di Luciani sono condivisibili. Alcune meno. Ma complessivamente io non credo che questo intervento risolva il problema. Non basta cambiare i criteri di nomina, perché se si cercano criteri oggettivi, quali appunto l'anzianità, si rischia di ritornare alla gerontocrazia burocratica del passato. Se si accentua la discrezionalità si rischiano invece le degenerazioni a cui abbiamo assistito. E allora dobbiamo affrontare le cause del fenomeno...".
Non mi faccia la storia della magistratura...
"Faccio solo tre proposte molto semplici. Drastica riduzione del numero dei posti semidirettivi. Oggi sono circa mille, uno ogni dieci magistrati. Un'assurdità. Un esercito con tanti generali non vincerà mai una guerra. Mille nomine vogliono dire almeno il triplo di domande e spazi di manovra per il Csm enormi, difficoltà nella valutazione. Tremila concorrenti, una parte dei quali, per vincere, si faranno anche raccomandare. Insomma, se ci sono troppe figurine, aumentano le possibilità di fare scambi".
Bene, vuole tagliare i posti di comando? Ma per quelli che restano?
"Intanto saranno solo la metà rispetto a oggi. Ma ecco la seconda proposta, temporaneità vera dell'incarico. Se ne conquisti uno, direttivo o semidirettivo, hai l'obbligo di svolgere l'intero mandato per otto anni, prima dei quali non potrai fare altre domande. E dopo si deve fermare per almeno due anni prima di poter fare altre domande, riassaporando il gusto di essere un giudice semplice. In questo modo il risiko delle nomine a cui spesso assistiamo diventerà molto più difficile".
Questi sono escamotage, ma come si fa a scegliere i migliori?
"Terza proposta, affidare a una commissione tecnica una preselezione sulla idoneità dei candidati, anche attraverso prove scritte anonime sulla falsariga di quanto già previsto per l'accesso in Cassazione".
E secondo lei questo serve per evitare che il Csm smetta di essere una sorta di ufficio di collocamento com'è adesso?
"Quella che propongo sarebbe una strada che riduce fortemente la pressione sul Consiglio in tema di nomine e che sdrammatizza anche dal punto di vista psicologico il tema della carriera. Ma soprattutto restituisce al Csm il suo ruolo costituzionale e istituzionale sui temi della giustizia, sulla questione morale e suoi diritti".
Ci permetta di essere scettici. Alla luce delle carriere che vanno delineandosi anche oggi. Pensi ai concorrenti per Roma, per Milano, ai procuratori che vogliono passare da un ruolo di vertice all'altro. Tutto questo davvero può finire senza il rischio che il corpaccione della magistratura si rivolti contro chi lo propone?
"La maggioranza dei magistrati dovrebbe accogliere con favore un'ipotesi come la mia. Che raccoglie le indicazioni tante volte arrivate dal capo dello Stato. Aggiungo che non solo le riforme non bastano da sole perché c'è bisogno di un rinnovamento etico e culturale, ma bisogna intervenire su tutti i piani. E non è certo un caso che lei, nel fare esempi estremi, citi esclusivamente incarichi di vertice nelle procure. È venuto il tempo di affrontare con decisione il tema della struttura gerarchica delle procure e del ruolo dei procuratori della Repubblica. La politica si è illusa di poter controllare la magistratura inquirente attraverso l'accentramento di tutto il potere in capo al dirigente. L'hotel Champagne è solo il precipitato di questo processo".
Tornando al Csm, che mi dice della legge elettorale? Questo voto singolo trasferibile che propone Luciani la convince?
"Premesso che il correntismo non si sconfigge attraverso una legge elettorale, ma solo ripristinando l'uguaglianza di tutti i magistrati ed eliminando ogni forma di carrierismo, comunque un intervento sulla legge elettorale è assolutamente necessario. La soluzione di Luciani a me pare buona, perché garantisce attraverso i collegi territoriali una vicinanza degli elettori agli eletti. Assicura la rappresentanza delle minoranze e la possibilità di candidature non di apparato. Quello che non capisco è perché la proposta Luciani preveda il nuovo sistema solo per l'elezione dei giudici lasciando la vecchia legge per i componenti della Cassazione e del pubblico ministero. L'altro difetto è che non assicura in nessun modo una rappresentanza di genere".
Lei come la cambierebbe?
"La quota dei pm va cancellata e vanno eletti assieme ai giudici. Il voto trasferibile va utilizzato anche per la Cassazione. Infine bisogna prevedere che ove siano presenti candidature di genere diverso sia obbligatorio esprimere preferenze alternate".
Per Luciani si può cambiare il Csm a Costituzione invariata. Per questo si ferma di fronte alla possibilità di un rinnovo parziale del Csm ogni due anni. Lei lo ritiene possibile?
"A me quell'idea non dispiace e potrebbe essere un buon antidoto a certe prassi degenerative. Anche se ci sono alcuni problemi tecnici da risolvere, il principale dei quali è la fase di avvio, per cui sarebbe necessaria la proroga della gran parte dell'attuale Csm. E invece io francamente non vedo l'ora di tornare a occuparmi di mafia e corruzione...".
di Domenico Cirillo
Il Manifesto, 11 giugno 2021
Amministrative. Il segretario del Pd contro la scelta del centrodestra di Maresca a Napoli e Matone (come vice) a Roma: "Hanno accesso a dati sensibili della terra dove si candidano". Ma il sostituto pg napoletano, in aspettativa da pochi giorni, è praticamente in campagna elettorale dal 2020 e neanche il Csm è riuscito a intervenire
"Il centrodestra è molto attento alla giustizia", dice Enrico Letta e il suo è un attacco: "Hanno candidato due magistrati, a Napoli come sindaco e come vicesindaco a Roma, peccato che siano in funzione nel posto dove si candideranno". Ora che è ufficiale, il Pd si accorge del problema Catello Maresca, sostituto procuratore generale a Napoli in campagna elettorale praticamente da sette mesi che però solo qualche settimana fa ha chiesto al Csm di poter andare in aspettativa in vista dell'accettazione della candidatura. Del suo caso si era anche occupato il Csm, su segnalazione proprio del procuratore generale di Napoli Luigi Riello. Il Consiglio superiore aveva però concluso - con una votazione a stretta maggioranza - che nessun intervento era necessario, perché la legge non esclude la possibilità che un magistrato in servizio si candidi alla guida del comune nella città dove esercita com'è anche il caso più recente di Simonetta Matone, anche lei sostituta procuratrice generale ma a Roma città dove per il centrodestra correrà come vicesindaca in quota Salvini. Ieri la magistrata ha confermato di aver presentato richiesta al Csm per andare anche lei in aspettativa.
Letta definisce "un errore" la candidatura dei magistrati in servizio anche se riconosce che "la legge italiana non lo impedisce". Ed è "un buco", sostiene. Anche perché Maresca e Matone "hanno preso decisioni delicatissime e hanno accesso a dati sensibili della terra dove si candidano". La legge attuale in effetti non impedisce questo comportamento, limitandosi a prevedere che la toga dovrà essere in aspettativa nel momento in cui firmerà la candidatura, quindi anche solo un mese prima del voto amministrativo che nelle città sarà tra il 15 settembre e il 15 ottobre. Sia il Csm, però, che l'Associazione nazionale magistrati (dalla quale Maresca si è dimesso) negli anni hanno raccomandato alle toghe di evitare di candidarsi alla guida delle città dove esercitano. E sul punto in generale dei magistrati in politica - e in particolare dei magistrati che vogliono candidarsi a sindaco nelle città medio grandi - interviene il disegno di legge delega su Csm e ordinamento giudiziario all'esame della camera. Una delle "riforme della giustizia" sotto i riflettori. Che introduce il divieto ai magistrati di candidarsi a sindaci se non hanno cambiato sede da almeno due anni.
A Letta hanno replicato sia Meloni - "e non se ne è accorto quando si è candidato Emiliano o de Magistris o Ingroia? È il classico due pesi e due misure della sinistra" - che Salvini - "è curioso che il Pd abbia riempito di magistrati comuni, regioni e parlamento e quando ci sono due uomini di giustizia che fanno una scelta diversa, apriti cielo". Mettere in carico a Letta o al Pd Ingroia e De Magistris non è corretto, ma va detto che dei quattro soli magistrati in aspettativa per incarico elettivo, in questo momento, due sono del Pd: Emiliano presidente della regione Puglia e Caterina Chinnici europarlamentare, uno di Italia Viva - Cosimo Ferri deputato - e una di Forza Italia, Giusi Bertolozzi deputata anche lei.
di Simona Gatti
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2021
La norma incrimina espressamente il porto senza giustificato motivo, fuori dalla propria abitazione, di strumenti in metallo riproducenti armi senza occlusione della canna. La semplice detenzione di armi giocattolo senza tappo rosso non costituisce reato. Pertanto, secondo la Cassazione sentenza n. 23091 del 10 giugno, se sono state sequestrate a un soggetto che incitava all'odio razziale attraverso facebook vanno restituite.
La vicenda - Durante una perquisizione disposta dal pubblico ministero nell'abitazione dell'imputato indagato per il delitto previsto dall'articolo 604-bis del codice penale, oltre al sequestro di vari cellulari, tablet e hard disk erano state trovate e trattenute molte armi (tirapugni, scacciacani, coltelli) conservate dentro una vetrina del soggiorno. In seguito alla mancata convalida del Pm sul sequestro delle armi, il tribunale di primo grado aveva disposto la loro restituzione con esclusione però di quelle riproducenti pistole prive di tappo rosso, perché soggette a confisca essendone vietata la fabbricazione e il porto non autorizzati.
La decisione della Suprema corte - Secondo i supremi giudici trattandosi solo di possesso gli oggetti vanno riconsegnati al legittimo proprietario. La norma infatti (legge 110 del 1975) incrimina espressamente il porto senza giustificato motivo fuori dalla propria abitazione di strumenti in metallo riproducenti armi (cosiddette pistole giocattolo) oppure strumenti di segnalazione acustica che esplodono cartucce a salve (pistole scacciacani) mancanti del tappo rosso occlusivo della canna. In questo caso dunque, visto che le finte armi si trovavano in casa, in un luogo visibile ma chiuso, non può scattare una contravvenzione che giustifichi il loro trattenimento.
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