di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 novembre 2021
Gli ex magistrati Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte sono da poco in libreria con La giustizia conviene Il valore delle regole raccontato ai ragazzi di ogni età (Piemme Editore, pagine 221, euro 16,50). Il contesto è quello in cui "giustizia e legalità fanno sempre più fatica ad assolvere ai propri compiti, ovvero garantire i diritti dei cittadini e il rispetto delle regole della convivenza civile". Molteplici, per gli autori, le cause di questo scenario: un processo "farraginoso e incomprensibile", "una vischiosa rete di relazioni torbide culminate nei casi tristemente noti del magistrato Palamara e dell'avvocato Amara", episodi di "diritti calpestati".
Per fronteggiare tutto questo, secondo Caselli e Lo Forte, non bastano lo sdegno e la denuncia, bisogna credere e difendere la giustizia e la legalità, che rappresentano un bene comune. Ma prima di tutelare entrambe, occorre conoscerle, nei loro pregi e nei loro difetti applicativi. "Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare". Nella più famosa delle sue Prediche inutili Luigi Einaudi poneva una domanda che ancora oggi è fondamentale: "Come si può deliberare senza conoscere?".
Ed è anche un po' questo, a parere di chi scrive, il compito che il libro di Caselli e Lo Forte vuole assegnare a tutti noi, ragazzi e adulti. Non essere indifferenti ai temi della giustizia per acquisire quella consapevolezza atta a farci interpretare correttamente la realtà e a decidere pure da che parte stare, motivando razionalmente la nostra posizione. Ad esempio in tema di carcere, di immigrazione, di contrasto alle mafie. In un periodo storico in cui si tende a semplificare i fenomeni, è invece importante capirne la complessità.
Scrivono, ad esempio, gli autori: "È innegabile che vi sia un diritto alla sicurezza. Il tema è decisivo, ma non può essere esclusivo, pena il rischio che i diritti diventino ostaggio della sicurezza fino a giustificare il ricorso a un uso spropositato e illusorio della legge penale, considerata 'cinicamente come un mezzo a basso costo per tranquillizzare la paura prima ancora che neutralizzare rischi, pericoli ed eventi lesivi'. In questo contesto ecco l'equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti, le eterne 'classi pericolose' dalle quali occorre proteggere la 'gente per bene'; ecco che vengono varate norme manifesto, misure che sembrano destinate a produrre soltanto effetti psicologici e di scarsa efficienza, e invece alterano progressivamente il sistema delle garanzie". Come non essere d'accordo?
Lo stesso vale per il capitolo sul carcere: "Si tratta piuttosto di concepire la pena detentiva davvero come extrema ratio. Come? Per esempio organizzando le misure alternative al carcere secondo modalità praticabili che rispondano realmente al bisogno concreto di sicurezza. Con la prospettiva che alla fine maturino tempi e condizioni perché il carcere possa non rappresentare più il luogo centrale del sistema sanzionatorio". Ciò nonostante gli autori criticano però "la demolizione dell'ergastolo ostativo", in corso grazie - diciamo noi - a sentenze sovranazionali e della Corte Costituzionale.
Non condividiamo neanche l'approccio relativo alla dialettica tra giustizialisti e garantisti. Per Caselli e Lo Forte contro l'indipendenza del magistrato arrivano le accuse di politicizzazione o di "giustizialismo", una parola "astutamente riciclata con la cinica finalità mediatica di fondare il dibattito su una sorta di verità rovesciata, dove esercitare la giustizia senza privilegi per nessuno sarebbe appunto giustizialismo". In realtà, quando si criticano gli approcci "giustizialisti" della politica e della magistratura si fa riferimento, volendo fare una breve e sommaria elencazione certamente non esaustiva, a una concezione etica e non laica del processo, alla revisione in senso inquisitorio del codice di rito, ai doppi binari processuali, alla legislazione di emergenza, all'opposizione alla prescrizione, al ruolo, per molti versi improprio ed abnorme, assunto dal pubblico ministero a scapito del giudice.
Un capitolo del libro è dedicato all'avvocatura che, come vi raccontiamo spesso da queste pagine, è presa di mira quando ci si trova a difendere i peggiori criminali. Ma proprio Caselli e Lo Forte, i quali nella loro lunga carriera hanno incontrato e combattuto i più pericolosi banditi, ricordano un principio fondamentale: "Un processo senza difensori in democrazia non è neppure concepibile; sarebbe una farsa". Sembra quasi di rileggere il famoso avvocato siracusano Ettore Randazzo che in L'avvocato e la verità (Sellerio Editore) scriveva: "solo i nemici della democrazia e della libertà possono temere l'avvocatura".
La figura del difensore è inserita nel più ampio spazio dedicato alle figure e ai tempi che contraddistinguono il processo. Gli autori, infatti, nel ripercorrere, ovviamente in chiave divulgativa e non tecnica, la storia della prescrizione e della nuova improcedibilità non possono non fare a meno di evidenziare un male di cui soffriamo, ossia la denegata giustizia, frutto di un "arretrato di milioni di processi, civili e penali, accumulatosi per anni". Una soluzione proposta dagli autori sarebbe quella di "abolire l'assurdo retaggio di un passato ormai remotissimo, il cosiddetto divieto di reformatio in pejus, grazie al quale se a ricorrere è soltanto l'imputato non rischia assolutamente nulla, perché è vietato peggiorare anche di un solo giorno o di un solo euro la condanna già inflitta. Comodo, no? Al punto che per l'imputato non ricorrere è masochismo".
E tuttavia, come ricordò il professor Giorgio Spangher in una intervista al nostro giornale, "nemmeno il fascismo riuscì a eliminare il divieto di reformatio in peius e l'appello, che sono alla base della nostra cultura giuridica".
A proposito di fascismo, gli autori nel capitolo "Magistratura ieri e oggi" riportano alla memoria un interessante episodio: "Il passaggio dal fascismo alla democrazia è avvenuto all'insegna della continuità. A parte la rifondazione dell'Anm, i segnali normativi e politici di novità nel settore giustizia sono stati pochi, per di più segnati dalla mancanza di un significativo rinnovamento personale e di mentalità. Tra i magistrati compromessi col regime, che tuttavia riuscirono a fare prestigiose carriere, meritano una segnalazione speciale l'ex procuratore generale della Repubblica di Salò Luigi Oggioni e l'ex presidente del tribunale della razza Gaetano Azzariti, che raggiunsero addirittura la presidenza della Corte di Cassazione e quella della Corte Costituzionale".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 8 novembre 2021
I sommovimenti politici, sociali ed economici in atto suonano come un allarme. Ma la Ue sembra non vedere il rischio di destabilizzazione che corriamo. Il domino della disperazione ricomincia dall'altra parte del nostro mare. Mentre gli ultimi millecento migranti vedono le coste italiane proprio in queste ore, a noi conviene forse allungare lo sguardo oltre il Mediterraneo: là, dov'è il cuore del problema. A conti fatti, su circa 200 milioni di cittadini nordafricani, 150 sono scontenti dei loro governi, convinti di avere compiuto "passi indietro gravi nel campo dei diritti e delle libertà personali tra il 2019 e il 2020". A dieci anni dalle prime rivolte, il fallimento delle cosiddette Primavere arabe, così fotografato dal centro studi "Arab Barometer", incrociando il Covid e il cambiamento climatico, provoca in Nordafrica vasti sommovimenti politici, sociali ed economici. E suona come allarme per l'Europa: per i suoi Paesi rivieraschi, più esposti ai flussi di profughi e, in particolare, per noi, con la nostra infinita frontiera marittima.
Nel dibattito pubblico italiano la questione è ancora schermata dai timori per una quarta ondata di pandemia, ma sta già riaffacciandosi con prepotenza negli slogan sovranisti: da qui alle prossime elezioni legislative potrà esplodere nuovamente con tutte le contraddizioni che ha generato in passato. Quando i battelli ong Ocean Viking e Sea Eye 4 hanno raccolto l'ennesima ondata di fuggiaschi, a lungo in attesa di un approdo, Luciana Lamorgese ha ricordato che "è giusto salvare queste persone ma è ingiusto che a farsene carico sia un solo Paese, il nostro, solo perché di primo arrivo". Lo ripetiamo invano da anni.
Il mai riformato trattato di Dublino, i poco applicati accordi di Malta, le cento promesse di un'Unione molto solidale contro il coronavirus, ma del tutto assente di fronte alle grandi ondate di sfollati (perché condizionata dall'ostruzionismo del blocco di Visegrad), sono altrettante spine per chi debba governare il fenomeno dal Viminale.
I dati del "cruscotto" del ministero dell'Interno al 5 novembre sono espliciti: con 54 mila sbarchi da gennaio, a fronte dei 29 mila del 2020 e dei 9 mila del 2019 nel medesimo periodo, gli arrivi si sono moltiplicati per sei in due anni; naturalmente Matteo Salvini intona il facile mantra del "quando c'ero io...", ignorando però volutamente un contesto geopolitico assai mutato. Non è un'emergenza, intendiamoci: siamo appena a un terzo dei flussi che l'Italia affrontò durante la grande crisi del 2014-17 (risolta dal "memorandum" del ministro Minniti, a tutt'oggi assai contestato dalla sinistra e dalle associazioni umanitarie per il feroce trattamento imposto ai migranti dai guardacoste di Tripoli e nei campi libici). Tuttavia, segnala una tendenza preoccupante, a fronte di un sistema d'accoglienza ancora da riformare, se non da rifondare. E conferma la specificità nordafricana: tunisini (14 mila) ed egiziani (seimila) costituiscono quasi il 40% dei migranti sbarcati da noi nel 2021.
L'allarme viene rilanciato da Ispi e Consiglio Atlantico nell'ultimo dossier sul Nordafrica, "2030 quale futuro attende la regione". I ricercatori ne paventano uno decisamente "tetro" di fronte a sfide che includono una disoccupazione giovanile del 49% in Libia (un dato mai raggiunto) e tassi analoghi a prima delle Primavere arabe in una Tunisia piagata dall'instabilità politica, un'urbanizzazione senza servizi per il 56% dei nordafricani affluiti nelle metropoli, una transizione energetica potenzialmente esiziale per gli Stati "rentier" (Algeria e, ancora, Libia) abituati a contare sull'oro nero come su un bancomat senza limiti.
Questo disastro ci riguarda. "Se i cittadini nordafricani continuano a credere che la loro opzione migliore sia migrare a Nord, la pressione migratoria verso l'Unione europea potrà solo aumentare, come già è accaduto nel periodo post Covid (il numero dei passaggi irregolari dal Nordafrica all'Europa è cresciuto da 40 mila nell'anno precedente il marzo 2020 a 110 mila negli ultimi dodici mesi)", notano, introducendo il dossier, l'ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell'Ispi, e il Ceo del Consiglio Atlantico, Frederick Kempe. Se anche uno ogni mille di quei 150 milioni d'inquieti nordafricani descritti dall'"Arab Barometer" decidesse di seguire oggi la rotta mediterranea verso l'Europa, genererebbe all'istante una nuova crisi migratoria in Europa e soprattutto in Italia.
Per quale via se ne esce? C'è chi, come Gennaro Migliore, immagina "un vero Pnrr africano". Il tema del sostegno economico all'Africa è antico e controverso: infatti, il presidente italiano dell'Assemblea parlamentare del Mediterraneo invoca anche "una forza di sicurezza europea che lo accompagni, per fare ciò che facevano prima gli Stati Uniti".
Vasto programma, direbbe De Gaulle, nelle continue baruffe tra Bruxelles e Stati nazionali. Eppure, la forte avanzata del terrorismo islamista nel Sahel, generata dal Covid (causa ritiro delle truppe e fuga dei jihadisti dai campi di detenzione siriani non più controllati) suggerirebbe davvero un'azione comune: "Il Sahel può essere un Afghanistan alla enne nel cuore dell'Africa", dice Migliore. E i tormenti della regione subsahariana possono arrivare fino a noi: "L'attuale volatile situazione del Sahel ha aggravato le condizioni economiche e bloccato ogni miglioramento, fattori che influenzano la migrazione verso il Nordafrica e, di conseguenza, verso l'Europa", spiega l'Ispi. Famiglie, mamme, ragazzini fuggono dal nuovo Isis, dalle dittature, dagli scontri interetnici, innescando un moto collettivo verso Nord che ha le nostre coste come casella d'approdo. Che una Unione capace di investire tanto sull'Italia del post pandemia non veda come questo domino disperato possa destabilizzarci, premiando proprio le forze all'Europa più ostili, è uno di quei paradossi dietro i quali la storia si diletta a nascondersi: fino a rivelarsi quando ormai è troppo tardi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 novembre 2021
Il presidente Anm Giuseppe Santalucia: "Ai magistrati onorari in servizio bisogna dare le tutele che richiedono". Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati chiede l'immediata costituzione del "Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale". Poi l'affondo: "Il decreto sulla presunzione d'innocenza? Scelte discutibili: irrigidita irragionevolmente la comunicazione sta stampa e procure".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 7 novembre 2021
Riforma del Csm. L'Anm bloccata dai tifosi del sorteggio, oggi un nuovo tentativo di darsi una linea sul metodo si voto per la componente togata del Consiglio. Che è sempre più urgente.
Ci riproverà oggi il comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati a mettere a punto una proposta di riforma della legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura. Fin qui non è stato possibile per la distanza siderale di posizioni tra le correnti dell'Anm. Dove c'è ancora chi spinge per un sistema non elettorale, cioè il sorteggio.
di Tatiana Santi
sputniknews.com, 7 novembre 2021
Intervista a Roberto Piscitello, ex direttore generale Dap. Il rischio di radicalizzazione jihadista in Italia è reale. A lanciare l'allarme è il Copasir chiedendo un intervento legislativo non più rimandabile. Il web e le carceri sono un terreno fertile in cui può accelerare il processo di radicalizzazione o partire da zero per i soggetti sensibili. Come prevenire questo fenomeno?
Nelle carceri italiane, così come in rete, prolifera la radicalizzazione dell'Islam. Secondo i dati del Viminale nell'ultimo anno sono 71 le persone espulse, 144 i foreign fighters monitorati dalle forze di sicurezza. Nelle carceri vi sono 313 detenuti sottoposti a monitoraggio e suddivisi in tre livelli di attenzione. Tra di loro le nazionalità maggiormente rappresentate sono quella algerina e quella marocchina.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 novembre 2021
La pandemia da Covid ha avuto un impatto devastante sulla società, ma ha generato anche dei contraccolpi che i sarebbero potuti definire "positivi" se fossero stati davvero finalizzati non solo a contenere la diffusione del virus all'interno degli istituti di pena per fronteggiare l'emergenza sanitaria ma a limitare e contenere le carcerazioni "inutili", quelle preventive, le misure cautelari a carico di persone sospettate di un reato, presunte innocenti secondo la Costituzione e la legge, in attesa di giudizio secondo i formalismi della burocrazia giudiziaria.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 7 novembre 2021
"Mi rendo conto di quanto ingrato sia il compito, fratello, e il nostro potrebbe sembrare un gesto da malfattori...". Sembra una lettera dalla fine del mondo, quella pubblicata da Rita Bernardini sul Riformista. Il mittente potrebbe essere uno dei 39 marinai lasciati a presidio dell'isola Hispaniola da Cristoforo Colombo, nel 1493. Ma A.T. non somiglia al Domingo di Josè Manuel Fajardo. E il carcere di Parma i colori smaglianti delle perle caraibiche non potrebbe recuperarli neppure dentro una spropositata sbronza.
Pure se il carcere, in Italia, un po' lo è la fine del mondo: soprattutto se si finisce nei gironi infernali del 41bis. Che il 41bis è un mondo di infinito dolore, impossibile da raccontare. Impossibile da credere, fuori, in Italia. Neppure se lo si raccontasse benissimo. Sta nelle categorie degli incubi, si rimuovono appena aperti gli occhi. E gli occhi, in Italia, sul 41bis, nessuno quasi vuole o osa tenerli aperti. Lo fanno in pochi, pochissimi sopravvissuti di una cultura libertaria o di qualche setta umanistica. In questo senso, Rita Bernardini è un reperto preistorico, un ombrellone aperto d'inverno su una spiaggia deserta.
Scrive A.T. di trovarsi da più di tre anni al 41bis, e dopo i primi mesi trascorsi nel circuito, generico, meno afflittivo solo per modo di dire, di essere stato trasferito nell'area riservata del 41, il regime più ferreo. Ciò senza un necessario provvedimento giudiziario o ministeriale. Intanto, nei tre anni di area riservata, la sua condizione processuale è pure mutata, è stato assolto dal 416bis, che è condizione per il differimento penitenziario.
Si scrive e si pensa: ma chi la legge questa roba? Chi vuole sentirsi complice di questo inferno? Pochi. I pochissimi come la Bernardini che sono ormai le ossa assise dal sole e dal sale sopra una sabbia fine e bianchissima. A.T. nell'area riservata del carcere di Parma, a suo dire, ci sta per una decisione interna, che ritiene illegittima. Fa la dama di compagnia a un super boss, di quelli destinati a consumarsi nel girone più duro del 41. Scioperi della fame, lettere, l'attesa del ricorso.
Parole. A.T. è Domingo, che scrive una lettera dalla fine del mondo, e non si capacita di essere stato mollato su un'isola, e non ci crede al ritorno della Nina o della Pinta o della Santa Maria. E nemmeno Rita Bernardini può andarlo a trovare. Un colloquio al mese, video e audio registrato, al di là di un vetro, la posta censurata.
Una recita di un'ora perché ogni parola, ogni gesto, possono essere fraintesi, puniti. Dieci chili fra mangiare e vestire e ci si rivede, forse, fra un mese. Uno, due anni, poi il cervello fa acqua, la mente s'ingroppa a una barchetta alla deriva. A.T. scrive lettere, si lamenta di stare nell'area riservata del 41bis, senza ragione. Fa la dama di compagnia, come un tempo le nobildonne di rango inferiore a quelle di sangue più blu. Ma la sua cella è distante, in un castello che sta alla fine del mondo, pure se è a Parma. E l'Italia è lontana, da tempo ormai, dall'altra parte della luna.
di Luca Fiori
La Nuova Sardegna, 7 novembre 2021
Sarà la Procura della Repubblica di Cagliari a fare chiarezza sulla morte di un detenuto di nazionalità tunisina trasferito di recente dal carcere di Bancali a quello di Uta. Il magistrato ha disposto che venga eseguita l'autopsia sul corpo del giovane trovato senza vita, mercoledì mattina, nel letto della sua cella. I familiari, tutti residenti da tempo a Sassari, si sono rivolti a un avvocato con l'obiettivo di far luce su questa tragedia. Stando alle prime informazioni il ragazzo sarebbe morto nel sonno e solo a metà mattinata il personale dell'istituto penitenziario si sarebbe reso conto di quanto era accaduto. Immediatamente sono intervenuti i soccorsi con i medici che hanno tentato per oltre mezz'ora di rianimarlo ma ormai per il giovane detenuto non c'era più niente da fare. Informato il magistrato di turno, è stata avviata un'indagine per chiarire cosa abbia causato il decesso del tunisino.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 novembre 2021
l segretario di Area critico sulla nuova legge che "va nella direzione opposta in cui camminano magistrati e giornalisti in Europa". "Avverto un clima di rivincita e di ridimensionamento nei confronti della magistratura che mi preoccupa. Gli scandali ci sono stati, ma attenzione a limitare oltre misura la credibilità e l'azione dei pm e dei giudici".
linkoristano.it, 7 novembre 2021
Maria Grazia Caligaris commenta i dati forniti dall'Amministrazione penitenziaria: 259 posti, 273 presenze. "È ancora la casa di reclusione 'Salvatore Soro' di Oristano-Massama il carcere dove si è registrato a ottobre il numero di detenuti oltre il limite regolamentare. Sono infatti 273 per 259 posti disponibili, pari al 105,4%". Lo segnala Maria Grazia Caligaris, dell'associazione Socialismo Diritti Riforme, prendendo in esame i dati dell'Ufficio statistica del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 ottobre.
"Una condizione resa ancora più grave dal tipo di ristretti, prevalentemente ergastolani", dichiara Caligaris, "e dalla grave carenza di personale penitenziario, agenti 'anziani' e 40 ispettori in meno rispetto alla pianta organica. Difficile la condizione anche dei funzionari giuridico-pedagogici, solo due in servizio per poter garantire a tutti le attività trattamentali".
Criticità, queste ultime, evidenziate più volte da Caligaris. "Non si può dimenticare", sottolinea l'esponente di Sdr, "che il carcere di Oristano è stato oggetto di una protesta da parte di 160 detenuti per l'assenza di attività trattamentali, per le condizioni di vita in celle dove filtra l'acqua e per un istituto dove gli ergastolani non possono disporre di celle singole e accedere al lavoro. Di recente sulle problematiche è anche intervenuta la Camera Penale oristanese con una delegazione guidata dalla presidente Rosaria Manconi che ha fatto visita alla struttura. Quella di Oristano insomma appare come una realtà particolarmente complessa, nonostante l'abnegazione degli operatori penitenziari".
Le problematiche relative al sovraffollamento delle carceri non riguardano però soltanto la struttura di Massama. "Dal quadro elaborato dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria", osserva ancora Maria Grazia Caligaris, "emerge complessivamente uno spaccato contraddittorio sulla situazione detentiva nell'isola che, peraltro, mese dopo mese vede crescere il numero di detenuti, in particolare quelli dell'alta sicurezza. La situazione non è facile neanche a Tempio. Nella casa di reclusione 'Paolo Pittalis' di Nuchis sono infatti ristretti 165 detenuti per 170 posti. Insomma, mentre gli istituti di reclusione e quelli circondariali sono sempre al limite della capienza di persone private della libertà, le tre colonie penali risultano semivuote. Un paradosso non più accettabile in quanto la Sardegna è l'unica regione italiana che ospita tre case di reclusione all'aperto nei comuni di Isili, Is Arenas e Onanì, con un territorio a disposizione pari a oltre 6mila ettari, molti dei quali in aree particolarmente interessanti dal punto di vista ambientale".
"I numeri", continua l'esponente di Sdr, "non hanno bisogno di commenti, parlano da soli. 1210 su 1988 ristretti (2.605 posti) si trovano nelle case circondariali di Cagliari (547), Nuoro (274), Sassari (389), tutte strutture dove si trovano sezioni di alta sicurezza e a 'Bancali' anche 90 detenuti al 41bis. Un caso a parte è casa circondariale di Lanusei, tradizionalmente destinata ai 'protetti'. 585 sono invece i reclusi nelle case di reclusione e 222 nelle tre colonie penali, che dispongono però di 613 posti. È evidente che nell'isola, indicata come una regione senza sovraffollamento, i conti non tornano, perché tra carenze strutturali e di personale la situazione appare davvero preoccupante".
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