forlitoday.it, 12 giugno 2021
Alea Ambiente e Techne insieme per un progetto rivolto ai detenuti. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Techne, realtà locale da sempre impegnata sul fronte dell'integrazione sociale. Alea Ambiente crede nell'importanza di contribuire a formare una coscienza civica attenta ai temi dell'ecologia e della protezione ambientale in tutti i suoi aspetti, per questo si impegna a creare occasioni di sensibilizzazione che coinvolgono cittadini di ogni età e provenienza.
Con questo intento, la società inhouse providing di 13 comuni della Romagna Forlivese ha dato vita ad un progetto rivolto ai detenuti della Casa circondariale di Forlì, per una corretta gestione dei rifiuti interna alla struttura.
L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con Techne, realtà locale da sempre impegnata sul fronte dell'integrazione sociale, a cui è stata affidata l'organizzazione di tirocini formativi sul tema della gestione della raccolta differenziata, che si sono svolti all'interno della struttura, nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. Il progetto "La raccolta differenziata in carcere", che ha avuto inizio lo scorso anno e che è stato riproposto anche poche settimane fa, ha coinvolto alcuni detenuti prossimi al fine pena che, insieme ad operatori di Alea Ambiente, hanno imparato a separare correttamente gli scarti e a riflettere sul ciclo dei rifiuti, dimostrando grande interesse e curiosità.
Ai detenuti sono stati consegnati i dispositivi di protezione individuale che usano gli stessi operatori di Alea Ambiente durante il servizio e i sacchetti per la raccolta dell'umido in tutte le celle. L'obiettivo del tirocinio è stato non solo informare i detenuti scelti per i tirocini, ma anche migliorare concretamente la raccolta differenziata all'interno del carcere. Infatti, fin da subito, si sono visti gli effetti positivi, sia in termini di riduzione del rifiuto indifferenziato prodotto, sia di aumento delle frazioni riciclabili.
Redattore Sociale, 12 giugno 2021
I detenuti scrivono una lettera aperta: "Colpo mortale alla nostra possibilità di svolgere un regolare corso di studi, così come dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini". Il garante Solimano rilancia la protesta. Tagli di classi da parte del Provveditorato per i detenuti della Casa Circondariale "Le Sughere", "un colpo mortale alla nostra possibilità di svolgere un regolare corso di studi, così come dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini italiani, qualunque sia la loro età e il loro status".
Comincia così la lettera di un gruppo di studenti e docenti del corso SIA della IIS "Vespucci" delle Sughere consegnata al Garante dei detenuti del Comune di Livorno Marco Solimano il quale dichiara: "Ieri mi è stata consegnata, all'interno dell'istituto penitenziario Le Sughere, la lettera sottoscritta da tutti gli studenti detenuti e i docenti dell'Istituto Vespucci cui esprimo totale solidarietà e vicinanza. Ne condivido appieno i contenuti e considero l'accorpamento deciso dal Provveditorato una ulteriore mortificazione del diritto allo studio soprattutto dopo due anni di pesanti limitazioni causa Covid.
Il sapere, la conoscenza, la cultura sono elementi imprescindibili di un percorso di rielaborazione delle scelte negative del passato ed un caposaldo verso la costruzione di nuovi scenari esistenziali. Anche in virtù di questo - sottolinea Solimano - ritengo molto grave la decisione di accorpamento assunta da Provveditorato con il quale sto avviando contatti per la costruzione di un tavolo comune di riflessione che porti alla revoca del provvedimento".
Nella loro lettera gli studenti detenuti spiegano: "Lo scorso anno scolastico per noi la frequenza si è interrotta a marzo 2020 a causa del Covid, non essendo possibile lo svolgimento della D.A.D. all'interno della casa circondariale. Il corrente anno scolastico si è aperto con l'accorpamento delle classi IV e V in una sola con il conseguente dimezzamento delle ore di frequenza che già si svolgono in forma ridotta (sono di 45 minuti e in numero minore rispetto al corrispettivo "fuori").
Come se non bastasse le lezioni si sono interrotte a ottobre per riprendere in D.A.D. ma solo con la presenza degli alunni di un piano alla volta dei tre in cui è divisa l'Alta Sicurezza, settore a cui la scuola attiene. A gennaio abbiamo ripreso in presenza ma sempre un piano alla volta, solo a fine febbraio è tornata la normalità. Chi di noi quest'anno ha frequentato la IV classe è come se avesse perso un anno di scuola. Ed ora invece di tornare a una forma di normalità viene ulteriormente punito con ancora un anno di dimezzamento delle ore di lezione".
Gli studenti concludono chiedendosi: "Non sappiamo se chi prende queste decisioni ha presente l'importanza che ha la scuola in una situazione come quella delle persone private della libertà, una delle poche possibilità di attuare quel percorso indicato dall'art.27 della Costituzione che stabilisce l'aspetto rieducativo della pena. Facciamo quindi un appello alla possibile soluzione in positivo della situazione".
di Luca Patrassi
Cronache Maceratesi, 12 giugno 2021
L'avvocato maceratese sulla questione della casa circondariale da ricostruire. "Va tenuto conto delle necessità degli operatori e la funzionalità. Capisco le ragioni di Camerino e che possa rappresentare una ricchezza per la città ma per rispondere ai problemi dell'entroterra bisogna far ricorso ad altri tipi di interventi".
Avvocato di lungo corso e da qualche mese garante dei diritti della Regione Marche, Giancarlo Giulianelli interviene nel dibattito sulla necessità di realizzare un nuovo carcere in provincia. Il sindaco di Camerino, Sandro Sborgia, ha chiesto di ospitare una struttura che c'era fino al terremoto di alcuni anni fa. Giulianelli condivide il punto di partenza, vale a dire la necessità di un carcere nel Maceratese, ma non il punto di arrivo camerte: la collocazione. "Come Garante non posso che confermare la legittimità di una simile richiesta, del resto la provincia di Macerata è l'unica nel territorio regionale a non avere una struttura carceraria. Camerino aveva una struttura carceraria ma in un edificio vecchio con spazi assolutamente inadeguati per i detenuti ed è stata chiusa per via del terremoto. Detto che è necessario un carcere in provincia di Macerata, bisogna riflettere su dove realizzarlo, partendo dalla logistica".
Ecco la valutazione del garante Giulianelli, nel cui ruolo rientra appunto la tutela dei detenuti: "Non è una questione di campanile. Ci sono due Corti d'assise nelle Marche in cui si celebrano i processi per i delitti più gravi, una ad Ancona e l'altra a Macerata di riferimento per il centrosud della regione. Macerata è anche sede dell'Ufficio di sorveglianza, è sede del tribunale unico provinciale. Ne discende che realizzare un nuovo carcere a Macerata, vicino al Tribunale nei limiti del possibile, risponde a una logica tecnica, risponde alle esigenze degli operatori che sono magistrati, avvocati, agenti di polizia penitenziaria, operatori, tutti i soggetti che ruotano attorno a una struttura carceraria. Sono riflessioni che porto sommessamente sulla questione della realizzazione del nuovo carcere senza spirito di campanile".
A Camerino la pensano diversamente. "Ripeto, le valutazioni da farsi sono tecniche. Poi aggiungo che per rispondere ai problemi, anche di spopolamento, dell'entroterra bisogna far ricorso ad altri tipi di interventi. Capisco che il carcere possa rappresentare una ricchezza per la città, tutte le aspirazioni sono legittime, ma bisogna andare incontro alle esigenze degli operatori: credo si debbano privilegiare le logiche della funzionalità, il ripopolamento dell'entroterra non può essere un criterio di scelta per un carcere.
Senza considerare poi i costi materiali che comporta un carcere lontano dai tribunali con i trasferimenti dei detenuti per udienze varie e le relative scorte". Ci sono speranze concrete che un nuovo carcere venga realizzato in provincia di Macerata? "Il ministro ha detto che vuole destinare fondi all'edilizia carceraria. Nelle Marche Pesaro ha il carcere, Ancona ne ha due, Fermo ne ha uno ed Ascoli uno. Tutti gli interessati che operano nel settore della giustizia non possono non riconoscere la necessità di un carcere a Macerata, città che del resto ha sempre avuto una struttura carceraria fino a quando, una ventina di anni fa, l'amministrazione comunale si è defilata dai piani per l'edilizia carceraria".
newsbiella.it, 12 giugno 2021
Tutti i carcerati della Casa Circondariale di Biella, che hanno espresso la volontà di ricevere il vaccino anti-Covid, hanno già completato il ciclo vaccinale, a seconda delle rispettive categorie di rischio e fasce d'età. Inoltre anche gli agenti della Polizia Penitenziaria in forza al carcere cittadino che hanno aderito alla vaccinazione hanno ricevuto le dosi loro destinate (quella delle Forze dell'ordine è una delle categorie prioritarie individuate all'interno della campagna).
È quanto ha comunicato la dottoressa Tullia Ardito, direttore della Casa Circondariale e di Reclusione di Biella, al direttore generale dell'ASL Biella, Mario Sanò, nel corso di un incontro conoscitivo tra le parti organizzato in Ospedale giovedì 10 giugno. Le operazioni di vaccinazione all'interno del carcere sono state gestite dal personale dell'Azienda Sanitaria Locale biellese.
"Sono felice del fatto che sia i detenuti che gli agenti in forza alla struttura siano stati vaccinati, a tutela dell'attività carceraria, degli addetti ai lavori e delle famiglie degli operatori - commenta Sanò - Ringrazio quindi la dottoressa Ardito e gli operatori della nostra Asl per aver completato questo importante percorso di messa in sicurezza della Casa Circondariale e di Reclusione". L'impegno della struttura prevede anche il recupero dei carcerati tramite attività da svolgere dopo aver scontato la pena detentiva.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 giugno 2021
La ministra della Giustizia sulla scarcerazione di Brusca: "Non sono insensibile al dolore dei familiari". La libertà condizionale ai mafiosi ergastolani andrebbe concessa solo "in specifiche condizioni e con specifiche procedure", anche prevedendo una serie "di prescrizioni" e controlli rigorosi, all'esito di una catena decisionale in cui "avranno il loro ruolo i procuratori che hanno condotto le indagini e la Direzione nazionale antimafia".
di Nicoletta Cottone
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2021
"I detenuti sottoposti al regime del 41 bis sono attualmente 753, di cui 740 uomini e 13 donne". Lo dice la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, durante l'audizione in Commissione Antimafia. "La mafia non è stata ancora definitivamente sconfitta. Estende i suoi tentacoli nefasti in attività illecite e insidiose anche a livello internazionale. Per questo è necessario tenere sempre la guardia alta".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 11 giugno 2021
Sulle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno sostituito gli Opg, pende il giudizio della Consulta e della Corte Edu. Alla Camera depositate due leggi per modificare il percorso dedicato ai folli-rei. A fine mese, dopo vent'anni, la II Conferenza nazionale sulla salute mentale.
Tra qualche giorno la Corte costituzionale renderà nota la decisione, discussa in Camera di consiglio il 26 maggio scorso, riguardante gli atti rimessi dal Tribunale di Tivoli per il caso di un uomo condannato, dichiarato incapace di intendere e volere al momento del reato, che avrebbe dovuto essere ricoverato in una Residenza per l'esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) ma non ha trovato posto e sarebbe stato quindi costretto al carcere. Il giudice di Tivoli, Aldo Morgigni, ha chiesto alla Consulta di pronunciarsi sulla costituzionalità della legge istitutiva delle Rems nella parte in cui conferisce alle sole Regioni e alle Asl la competenza su queste strutture, lasciando fuori il Ministero di Giustizia, e nella parte in cui fissa a 20 il numero massimo di internati possibili in ciascuna Rems.
Il tribunale si è rivolto alla Corte costituzionale perché il Dap - che aveva il compito di individuare la struttura dove inserire un condannato che si rifiutava di sottoporsi a cure e per il quale perciò il giudice aveva disposto il ricovero in Rems senza passare per il carcere - non ha potuto fare nulla per trovare un posto. Secondo Morgigni, l'attesa per le liste d'attesa possono durare anche più di un anno e mezzo. E c'è il caso di una direttrice di un carcere romano sulla quale pende un procedimento penale conseguente al suicidio in carcere di un ragazzo detenuto ingiustamente da mesi in attesa della collocazione in Rems.
L'atto di remissione di Tivoli spiega che il ricovero tramite Trattamento sanitario obbligatorio "trova fondamento costituzionale nell'articolo 32 della Costituzione, mentre la misure di sicurezza presso una Rems trovano giustificazione nei diritti di incolumità personale di terzi, diversi dall'infermo, negli articoli 2 e 25 della Costituzione, oltre che allo stesso 32". E siccome la misura, provvisoria, come in questo caso, "è sostanzialmente assimilabile alla esecuzione giudiziaria penale restrittiva della libertà personale", va affidata a chi ne è competente, "ovvero il ministero di Giustizia ai sensi dell'art. 110 della Costituzione". Infine, spiega il giudice, l'articolo 117 della Carta affida esclusivamente alle competenze dello Stato e non delle Regioni le materie di ordine, sicurezza e di giurisdizione.
Sulla stessa materia si attende, per la fine dell'estate, il pronunciamento definitivo (quello cautelare è dei primi di aprile) della Corte europea dei diritti dell'uomo riguardo i casi di tre detenuti rimasti nelle carceri italiane ma che avrebbero dovuto essere trasferiti in questo tipo di Residenze istituite, grazie alla riforma operata con le leggi 9/2012 e 81/2014, in sostituzione degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Come si ricorderà, fu la commissione parlamentare di inchiesta sul Ssn istituita nel 2008 e presieduta dall'allora senatore Ignazio Marino ad accendere i riflettori sugli orrori degli Opg e a portarli alla chiusura definitiva nel 2017.
Le 32 Rems italiane sono piccole strutture a vocazione riabilitativa e a esclusiva gestione sanitaria, e con la presenza della sola vigilanza esterna, quando si ritiene necessaria, affidata alle Prefetture. In alcune Rems è anche concesso agli internati di uscire e interagire con la popolazione locale. Nel tentativo di mettere fine ai cosiddetti "ergastoli bianchi", le norme introdotte nel 2014 prescrivono che la permanenza nelle strutture "non può durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso", calcolata sulla previsione edittale massima.
E che "le persone che hanno cessato di essere socialmente pericolose devono essere senza indugio dimesse e prese in carico, sul territorio, dai Dipartimenti di salute mentale". Purtroppo però, come sappiamo, in molte regioni d'Italia l'efficacia - e a volte l'efficienza - dei Centri di salute mentale è davvero scarsa; il diritto alla cura e all'inclusione sociale non è garantito su tutto il territorio nazionale; il diritto alla salute è rispettato a macchia di leopardo, e la malattia mentale è ancora tabù. E poi, va registrata una certa burocratizzazione dei Centri di salute mentale. Anche per questo il ministro della Sanità Roberto Speranza ha organizzato, a vent'anni dalla prima, la Seconda Conferenza nazionale sulla salute mentale ("Per una salute mentale di comunità"), a Roma i prossimi 25 e 26 giugno.
Dall'entrata in vigore della riforma, solo la Regione Campania, in collaborazione con l'Università di Torino, ha istituito un Sistema informativo per il Monitoraggio del superamento degli Opg (Smop) valido, in grado di raccogliere dati e monitorare il processo normativo che formalmente vorrebbe espandere le tutele degli autori di reato affetti da patologie psichiatriche. Secondo questo database, al 30 novembre 2020 i pazienti presenti in totale nelle Rems sono 551 (leggermente in diminuzione nell'anno del Coronavirus: nel 2018 erano 604); in lista d'attesa c'erano 185 persone, di cui il 20% circa in attesa presso gli istituti penitenziari.
Sono perlopiù uomini (l'89%) e, mentre in carcere la popolazione straniera è circa un terzo del totale, nelle Rems si ferma ad un piccolo 14%. Perché? Perché è più difficile per un immigrato accedere al percorso di presa in carico da parte dei servizi sanitari, perché mancano i mediatori linguistici e culturali dentro le Rems, perché i posti sono a numero chiuso. Ai 20 letti imposti dalla legge, "fa eccezione solo Castiglione delle Stiviere (Lombardia) che ha trasformato l'Opg in un sistema modulare di Rems, anche con una sezione femminile, e contiene circa 160 persone", riferisce Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia che ha gestito come Commissario straordinario la chiusura degli Opg.
Eppure, spiega Michele Miravalle, professore di Diritto all'Università di Torino che ha contribuito alla ricerca Smop, "nessuna Rems è sovraffollata, mentre in carcere non è nemmeno immaginabile che un direttore si rifiuti di accettare un nuovo detenuto per mancanza di posti". Secondo Miravalle, quello delle Rems è un sistema che "tutto sommato regge": "Negli Opg erano internate circa 1200 persone, con picchi di 1500, oggi c'è un rapporto di uno a sette circa tra i malati delle Rems e quelli che sono sul territorio, in libertà vigilata o ricoverati (la maggior parte) in comunità terapeutiche, luoghi del privato sociale con rette giornaliere che viaggiano attorno alle 300 euro". Poi, aggiunge Miravalle che fa parte anche dell'Osservatorio Antigone, "ci sono circa 700 persone che stanno in carcere e dovrebbero stare invece nelle Rems".
Anche "chi esce dalle Residenze non torna mai alla libertà totale di trattamento, e starà sempre in qualche forma di istituzionalizzazione", afferma Miravalle. Nel rapporto si legge inoltre che "persone dimissibili (sia in ragione del percorso giuridico che sanitario) in realtà permangano in Rems più del dovuto per mancanza di alternative fuori. Questo, come vedremo, vale ancor di più per i cosiddetti cripto-imputabili, ossia quelle categorie di persone definite dagli operatori come particolarmente "difficili" da gestire, sia dentro che fuori dalla Rems". Dunque, se al 20 novembre 2020 "la durata media del ricovero in Rems è di 236 giorni, tre anni fa, nel 2017, era di 206 giorni", mentre, come ricorda Corleone, "sono misure provvisorie quelle riguardanti almeno il 40% dei ricoverati in Rems, e in ogni caso tra i capisaldi della legge 81/2014 c'è la transitorietà del ricovero nelle Residenze".
"Mi ha colpito molto nella piccola struttura femminile di Pontecorvo vedere le sbarre alle finestre e una donna nigeriana chiusa da sola in una cella. Quando ho chiesto il motivo mi hanno spiegato che le porte delle stanze sono generalmente aperte ma se il paziente vuole la chiude. Il problema è che per riaprirla occorre l'intervento esterno di un operatore. Che di solito è occupato, perché sono in pochi. La donna non parla italiano, non c'è traduttore e nessuno la capisce". A raccontare è Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa che a inizio pandemia ha già fatto il giro ispettivo di tutte le Rems e ne ha appena cominciato un altro. E dice: "Non sono luoghi di tortura me neppure di cura perché, esattamente come in carcere, mancano personale, dotazioni e attività adatte al reinserimento sociale". Per Corleone invece "funzionano", perché "quella riforma è stata una delle poche che non era a costo zero".
"Statisticamente la popolazione internata è marginale rispetto al quella detenuta", sottolinea ancora il progetto di ricerca Smop. Motivo per il quale "la sfida, operativa e politica, dovrebbe essere oggi quella di una tendenziale abolizione del "bisogno" di Rems. Da questo punto di vista, quello dei folli-rei, insieme a quello dei minori autori di reato, potrebbero diventare i primi due campi dell'esecuzione penale su cui sperimentare l'assenza di istituzioni totali contenitive".
In questa direzione va la proposta di legge 2939 depositata alla Camera l'11 marzo scorso dal deputato di +Europa Riccardo Magi e ispirata ad una precedente pdl di Corleone, attuale Coordinatore dei Garanti territoriali dei detenuti. Nel testo "si modificano le disposizioni relative al vizio totale e parziale di mente, abrogando l'articolo 88 del codice penale senza modificare la disciplina generale della non imputabilità e quella relativa all'imputabilità dei minori"; "si introduce l'attenuante per la disabilità psicosociale"; "si propone la riconversione delle Rems in strutture ad alta integrazione socio-sanitaria quali articolazioni dei dipartimenti di salute mentale". "Le norme che si introducono - si legge nella premessa - hanno, inoltre, un effetto anti istituzionale, in quanto nella prassi penitenziaria spesso la cura è utilizzata come strumento di repressione". E per rendere effettivo e celere l'interessamento del dipartimento di salute mentale, la pdl prevede che il giudice possa chiedere ai servizi di relazionare sulle condizioni di salute dell'imputato e di predisporre un programma individualizzato". E alla Camera giace anche un'altra pdl firmata dal Celeste D'Arrando (M5S) che prevede l'introduzione sperimentale di un "budget di salute" per la realizzazione di progetti terapeutici riabilitativi individualizzati. Peccato che del Recovery fund solo un miliardo, dei 68, sarebbe stato allocato alla riqualificazione della rete dei servizi per le malattie mentali.
redattoresociale.it, 11 giugno 2021
Il 90% degli italiani sovrastima il fenomeno della delinquenza minorile. Ma non pensa che vada affrontato mettendo tutti in carcere: meglio le comunità. E chiede anche che si trovino nuovi strumenti per aiutare questi adolescenti. I risultati dell'indagine della cooperativa Arimo.
di Roberta Benvenuto
Il Foglio, 11 giugno 2021
Le carceri italiane sono ormai luoghi insicuri e obsoleti. Assunzioni, sicurezza sul lavoro e rinnovo del contratto: gli agenti della polizia penitenziaria chiedono al ministro Cartabia impegni concreti per l'organizzazione carceraria. La manifestazione oggi a Roma.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 11 giugno 2021
1. Fino ad oggi, la storia del referendum abrogativo popolare è stata prima felice, poi dolentissima, infine funesta. Può essere utile ripercorrerla, per ricavarne elementi di giudizio sull'imminente, duplice, tornata referendaria in materia di giustizia e di eutanasia.
2. Costituzionalmente, il voto referendario è la 'seconda scheda" di cui l'elettore dispone per imporre una decisione erga omnes: l'abrogazione popolare, infatti, cancella una legge votata in Parlamento ma non condivisa dalla maggioranza del corpo elettorale. Di più: approvando quesiti abrogativi di specifiche parti di una legge, l'elettore si fa legislatore, perché l'esito del suo voto sarà una normativa diversa da quella in vigore. Opponendosi a singole decisioni legislative, il referendum apre così una contraddizione dialettica nel circuito democratico rappresentativo, agendo come limite al dominio della maggioranza.
3. A rendere il referendum particolarmente insidioso per le forze parlamentari sono anche altre sue caratteristiche. È promosso da una minoranza, elettorale (500.000 sottoscrittori) o territoriale (5 consigli regionali), iscrivendo cosi nell'agenda politica temi che la maggioranza governativa preferirebbe evitare. F sottratto alle mediazioni parlamentari perché il treno referendario, una volta superate le stazioni del sindacato di legittimità in Cassazione e di ammissibilità alla Consulta, arriva inevitabilmente in stazione. Il solo modo per il Parlamento di interromperne il tragitto è abrogare o modificare la legge oggetto di referendum, anticipando la deliberazione popolare. E ancora. L'iniziativa referendaria è per sua natura trasversale aggrega soggetti di schieramenti opposti e divide forze politiche al proprio interno. Accade anche nel corpo elettorale: chiamato a rispondere in modo binario ad una specifica domanda, l'elettore (se adeguatamente informato) decide in autonomia. Il referendum si rivela così un cuneo capace di far saltare, ad ogni latitudine, le consuete logiche di appartenenza politica.
4. Ecco perché il sistema dei partiti, temendo per il proprio monopolio sulle decisioni legislative, è corso ai ripari, costruendo nel tempo una sorta di convenzione antireferendaria. L'ostracismo si manifesta immediatamente il referendum è introdotto dalla Costituzione del 1948, ma il Parlamento approverà la necessaria legge applicativa nel 1970, con ventidue anni di ritardo. Quella legge costruisce il procedimento referendario come un percorso a ostacoli, introducendovi rigide preclusioni temporali. Tre mesi consecutivi per raccogliere le firme necessarie. Divieto di richieste di referendum nell'ultimo armo di legislatura e nel semestre successivo alle elezioni. Blocco e rinvio del referendum in caso di elezioni anticipate, come accaduto nel 1972, nel 1976, nel 1987 e nel 2008, quando le Camere furono sciolte anticipatamente pur di evitare consultazioni referendarie già convocate. Obbligo di voto in una domenica compresa tra 1115 maggio e il 15 giugno, agevolando così l'abitudine del Governo di collocarlo in date balneari a solleticare l'astensionismo che inficia la consultazione popolare. Infatti - altro ostacolo - il referendum è valido solo "se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto" (art. 75, comma 4, Cosi.): è il cd. quorum strutturale, in assenza del quale la consultazione referendaria è nulla. Pensata dai Costituenti per contrastare l'astensione, tale previsione ha finito, invece, per favorirla ed incentivarla. Accadde nel 2005, in occasione dei quattro referendum in tema di procreazione assistita: dai vertici della CEI al pulpito della parrocchia più sperduta, l'appello al non voto fu plateale e reiterato. Ricorrendo così all'aiuto pagano di Ponzio Pilato, il cardinale Ruini centrò l'obiettivo di far fallire l'appuntamento referendario. La difficoltà a raggiungere il quorum è poi accresciuta dalla presenza di morti e fantasmi nelle liste degli aventi diritto al voto, la cui revisione è solo periodica e spesso sciatta. Elettori defunti o irreperibili (come molti italiani residenti all'estero e iscritti all'apposita anagrafe elettorale) concorrono così a innalzare l'asticella del quorum, alterando l'esito della consultazione accadde nel 1999, quando il referendum abrogativo della quota proporzionale nella legge elettorale della Camera fu invalidato per soli 150.000 voti. Alla convenzione antireferendaria, infine, ha concorso anche la Corte costituzionale quale giudice di ammissibilità dei quesiti abrogativi. A partire dalla sent. n. 16/1978, la sua giurisprudenza si è allontanata da una lettura tassativa dei limiti previsti all'art. 75, comma 2, Cosi., creando una panoplia di ulteriori divieti sempre più sofisticati. Il risultato è un'imprevedibile giurisprudenza referendaria, simile alle sponde di un biliardo più che ad una serie di coerenti precedenti. L'effetto ghigliottina che ne è derivato è stato - a un tempo - causa ed effetto di tornate referendarie bulimiche: il Comitato promotore presentava tanti quesiti proprio perché tanti ne bocciava la Corte costituzionale (e viceversa).
5. Post hoc, propter hoc: con la sola eccezione dei quesiti del 2011 (in tema di acqua pubblica, nucleare, legittimo impedimento), nelle ultime tornate referendarie (1997 1999, 2000, 2003, 2005, 2009, 2016) ha sempre prevalso il non voto. È il quadro clinico di un istituto agonizzante: qualunque referendum, su qualunque materia, da chiunque promosso, rischia di fallire. A smentire la diagnosi ci provano, ora, due iniziative referendarie. L'una, dell'Associazione Luca Coscioni, mira a depenalizzare l'eutanasia di soggetti non vulnerabili, attraverso l'abrogazione parziale dell'alt 579 c.p. L'altra, di Partito Radicale e Lega, promuove sei quesiti sulla giustizia: elezione del CSM, responsabilità diretta dei magistrati, meccanismo per la relativa valutazione professionale, separazione delle carriere, limiti al ricorso alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino. Al netto dei diversi temi, non sono iniziative assimilabili esprimendo approcci differenti allo strumento referendario.
6. L'iniziativa dell'Associazione Coscioni usa il referendum come strumento di decisione diretta e alternativa alla (non) decisione parlamentare. In tema di eutanasia, infatti, il Parlamento è muto. Non discute la proposta di legge popolare depositata già nel 2013. Ha ignorato i due moniti della Consulta a colmare con legge una lacuna incostituzionale. Guarda disinteressato ai processi che si celebrano per il reato di aiuto al suicidio a carico di Mina Welby e Marco Cappato (sempre assolti, finora). Si volta dall'altra parte, davanti ai tanti malati terminali. piegati da sofferenze insopportabili e irreversibili, cui è negato il diritto a morire dignitosamente perché il loro caso non è incapsulabile nella fattispecie ritagliata dalla sent. n. 242/2019 della Corte costituzionale. L'iniziativa del Comitato promotore mira ad aggregare una maggioranza elettorale che non ha voce né ascolto in Parlamento, traducendola in volontà normativa attraverso il referendum quale fonte del diritto. 11 suo problema sarà, innanzitutto, mettere in sicurezza il quesito vincendo la sfida titanica di raccogliere le firme necessarie tra luglio e settembre, contando solo sulle proprie forze. Auguri sinceri.
7. È un problema che il Partito Radicale ha risolto associando alla propria iniziativa la Lega. Pagando però dazio. Innanzitutto nella scelta dei quesiti. Dei 6 depositati, 4 riguardano l'ordinamento giudiziario, t la custodia cautelare, 1 il regime delle cariche elettive e di governo, nessuno il nucleo duro della giustizia: i delitti e le pene. Riproporre il referendum sull'ergastolo (come i Radicali fecero nel 1981 e, mancando le firme necessarie, nel 2013), o formulare quesiti mirati su due leggi massimamente carcerogene (la Bossi-Fini in tema di immigrazione, la Fini-Giovanardi in materia di stupefacenti) non è un'opzione praticabile, se scegli di promuovere i referendum con Matteo Salvini. Scelta che condiziona anche la dinamica referendaria. La Lega, forza di maggioranza, è chiamata a concorrere alle riforme dell'Esecutivo sulla giustizia. Nelle sue mani l'iniziativa referendaria è negoziabile, perché - come ha detto il leader leghista - "non è contro qualcuno, ma è di stimolo al Governo e al Parlamento".
Novello Fregoli abituato a interpretare tutte le parti in commedia, per lui non è un problema. Lo è invece per i Radicali, la cui storia è sempre stata quella di strenui difensori del quesito prima, del voto abrogativo poi. Sull'idea dello stimolo referendario Pannella, non a caso, ha sempre rovesciato tutto il suo corrosivo sarcasmo. Da ultimo, c'è un problema di affidamento.
Non basta accompagnarsi occasionalmente ai Radicali per acquisirne la cultura profondamente garantista. Né basta essere pannelliani per riuscire in ciò che Pannella era maestro: contaminare gli aliti con le proprie idee. E in gioco l'egemonia su questa battaglia referendaria, tra chi l'ha nel proprio DNA politico e chi, invece, vi ha aderito per tatticismo e strumentalmente. Anche da ciò dipenderà la sorte dei sei quesiti sulla giustizia.











