di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 luglio 2021
C'è un dettaglio importante che sembra sfuggire nel dibattito spesso maldestro che ruota attorno al tema della riforma della giustizia. Un dettaglio forse difficile da inquadrare ma necessario da considerare per provare a capire come diavolo sia possibile che di fronte a ogni riforma che tende a riportare lo stato di diritto su un binario compatibile con lo spirito della nostra Carta costituzionale vi sia un numero considerevole di magistrati desideroso di rivolgere al legislatore di turno l'accusa specifica di essere un pericoloso nemico della Costituzione. Nel caso specifico, ad aver accusato il ministro Cartabia (ex presidente della Corte) e Giorgio Lattanzi (magistrato, capo della commissione che ha redatto la bozza di riforma della giustizia e già presidente della Corte costituzionale) di essere dei nemici della Costituzione sono stati tra gli altri il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho e il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.
Più che essere derisi, però, i due autorevoli magistrati andrebbero ringraziati per aver avuto il coraggio di mettere in luce ciò che spesso non si ha l'onestà di riconoscere fino in fondo quando si parla del futuro della giustizia. La questione è purtroppo evidente e si può tentare di riassumerla brutalmente così. Esiste un pezzo della magistratura italiana, non sappiamo quanto minoritaria, che da anni ha scelto di sostituire alcuni dettami della Carta costituzionale con i dettami previsti da una Carta costituzionale alternativa, immateriale, imposta nella prassi quotidiana dalla cosiddetta Repubblica delle procure a colpi di manette. I magistrati che hanno scelto di seguire questa strada pericolosa sono quelli che non si accontentano di essere i custodi del codice penale ma sono quelli che tendono a dare alla propria professione una connotazione speciale, da sacerdoti dell'etica e della morale, e sono quelli che in definitiva non si fanno grandi scrupoli a calpestare ogni giorno alcuni articoli della Costituzione.
I magistrati in questione li si riconosce perché sono quelli che tendono a considerare l'articolo 27 della Costituzione - l'imputato non deve essere considerato colpevole sino alla condanna definitiva - come un accessorio negoziabile, un portachiavi dello stato di diritto. Li si riconosce perché sono gli stessi poi che di fronte all'articolo 111 della Costituzione - ogni processo si deve svolgere nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, all'interno di un percorso che garantisca alla persona accusata di un reato di essere informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico e di avere diritto a una durata ragionevole del processo - sorridono di gusto, alimentando quando possibile il mostro del circo mediatico-giudiziario, usando gli avvisi di garanzia come bignè per rendere succulente le proprie indagini e arrivando ad accusare gli avvocati di essere i responsabili dei processi infiniti (il 60 per cento delle prescrizioni matura nelle indagini preliminari).
E li si riconosce poi perché sono sempre gli stessi che tendono a forzare a loro piacimento lo strumento della custodia cautelare, a trasformare le indagini in strumenti utili non a punire reati concreti ma fenomeni sociali, a utilizzare l'obbligatorietà dell'azione penale (articolo 112 della Costituzione) in un qualcosa volto non a garantire l'indipendenza del pubblico ministero ma in qualcosa volto a garantire la sua indisturbata indiscrezionalità. Bisogna dunque ringraziare tutti i magistrati che in questi giorni stanno accusando il ministro Cartabia di essere portavoce di una riforma anticostituzionale perché con il loro atto coraggioso stanno dando a noi comuni mortali la possibilità di fare i conti con un dramma della giustizia italiana: la trasformazione di alcuni pm in figure intenzionate a difendere a denti stretti la propria Costituzione alternativa e desiderose di rendere evidente quello che Re Luigi XIV aveva sintetizzato con una formula efficace: "L'état, c'est moi". Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere.
di Grazia Longo
La Stampa, 22 luglio 2021
Il Procuratore capo di Catanzaro: "Troppi ricorsi, le Corti saranno costrette a dichiarare la improcedibilità".
Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, perché con la nuova riforma il 50% dei processi gravi è a rischio prescrizione?
"Innanzitutto perché i processi di appello e cassazione sono troppi, tanto è vero che già in questo modo il sistema non regge. Le corti di appello fissano per udienza circa 30 processi, medio-piccoli, oltre ai maxi processi che spesso richiedono udienze straordinarie. Ebbene, non essendo previsto alcun serio filtro e non essendo introdotta alcuna norma che riduca sensibilmente il numero di ricorsi, gli imputati, avendo la prospettiva di ottenere la improcedibilità, opteranno tutti per l'impugnazione. Per cui le Corti di appello, già gravate, saranno costrette a dichiarare la improcedibilità di un elevato numero di processi. Peraltro, poiché la decorrenza dei due anni coincide con la scadenza dei termini per la proposizione dell'appello e non con la ricezione degli atti dai tribunali alle corti di appello, i processi arriveranno nelle corti già morti".
Davvero, come lei ha dichiarato in commissione giustizia, sarà più conveniente delinquere?
"Certamente. Seria sarà la possibilità di farla franca. Basti pensare che oggi una rapina si prescrive in 10 o 20 anni a seconda delle aggravanti. Se passa la riforma il rapinatore, processato per direttissima il giorno dopo, saprà che sfruttando la improcedibilità dopo appena 2 anni dalla commissione del reato vedrà il suo processo dichiarato improcedibile. E quindi sarà incentivato a delinquere".
Come si può ovviare al rischio di effetto tagliola sui processi?
"Bisogna intervenire in maniera radicale. In primo luogo ottimizzando le risorse che ci sono: limitando il numero di magistrati fuori ruolo, accorpando uffici giudiziari in modo da migliorare l'efficienza del lavoro e potenziando le sedi veramente in difficoltà. Poi bisogna rivisitare l'impianto processuale in maniera sistematica e, in particolare, bisogna seriamente sfoltire le ipotesi di impugnazioni stabilendo condizioni rigorose per proporre appello. Basterebbe anche ampliare le ipotesi di inammissibilità degli appelli".
La riforma è stata scritta per velocizzare i processi. Sarà possibile o no? Perché?
"Non verranno in alcun modo velocizzati. Sono previste alcune iniziative apprezzabili, come la semplificazione delle notifiche, ma, ripeto, se non si pone un argine alle impugnazioni, i processi non si sveltiranno in alcun modo. Tra l'altro in questo modo oltre il danno c'è anche la beffa perché, da un lato, si "investe" denaro pubblico per fare le indagini e il processo di primo grado, dall'altro, se entro il termine indicato, non si decide sulla impugnazione si cancella tutto con un colpo di spugna. Questa non è "una giustizia giusta"".
A parte i processi contro la 'ndrangheta quali sono a rischio?
"Quelli più complicati con imputati a piede libero, tra cui quelli contro la P.a. che per loro natura richiedono tempo per la loro trattazione. Ma anche processi in materia di disastri colposi, inquinamento ambientale. E a poco servono le rassicurazioni della ministra Cartabia sui processi antimafia, a noi interessa l'intero complesso".
Se aumentasse l'organico dei magistrati e del personale amministrativo le conseguenze della riforma che ritiene negative sarebbero più contenute?
"Sarebbero sicuramente più contenute. Ma gli effetti si vedrebbero a lungo tempo. Infatti, già è difficile di per sé selezionare più di 300 magistrati all'anno perché la selezione non è facile. Figurarsi adesso che tra pensionamenti e diradamento dei concorsi, vi sono enormi buchi di organico. Già è difficile coprire i vuoti di organico, figurarsi ampliare il numero dei magistrati. È un'illusione".
di Niccolò Zancan
La Stampa, 22 luglio 2021
L'avvocato ed europarlamentare per il Pd: "La magistratura bloccò leggi importanti, ora si deve andare avanti".
Avvocato Giuliano Pisapia, che sentimento le suscita questo dibattito sulla riforma della giustizia?
"Sono allibito. Immaginavo delle reazioni, ma non fino a questo punto. È un argomento su cui purtroppo non si riesce a ragionare con serenità. E siccome ho già visto in passato prese di posizione da alcune parti della magistratura che hanno bloccato vere riforme complessive, come quella del ministro Flick, mi sembra di tornare indietro negli anni. Proprio adesso che abbiamo un bisogno assoluto di andare avanti".
Perché questa resistenza al cambiamento?
"In passato c'è stata paura nei confronti di chi, in nome di una maggioranza e di un uso distorto del potere, faceva di tutto per bloccare le riforme. Non solo ma troppo spesso si è visto e si vede il garantismo a senso unico per se stessi, per gli amici e non per gli avversari. Ma questo è un governo che ha un ampio consenso e con personalità di altissimo livello che si impegnano per il bene comune. Forse è proprio questo che a alcuni non piace. Mi riferisco a quei pochi che anche adesso sono contro riforme urgenti e indispensabili. Ci troviamo davanti a un'occasione unica. Il testo non può essere boccato. Siamo all'adesso o mai più".
Qual è la posta in gioco?
"Una giustizia celere, efficiente e garantista. Così come deve essere. Se perdiamo questa occasione, fatta con proposte serie e realizzabili, non ne avremo un'altra. Il faro è la Costituzione che parla espressamente della "ragionevole" durata dei processi".
Cosa pensa della cosiddetta "improcedibilità", quando il processo d'appello non si dovesse chiudere in due anni?
"È una riforma che ristabilisce equilibrio. Quella precedente, approvata con la maggioranza dei Cinque stelle, lo aveva devastato. Ora si torna a qualcosa di sano. Che tiene conto della realtà. Il presupposto di questa riforma, che condivido pienamente, è la possibilità di aumentare il numero dei magistrati, di rinforzare gli organici dei Tribunali e assumere tutti gli operatori del diritto necessari. La celerità è l'obiettivo principale. Bisogna evitare che i processi si prescrivono. Bisogna evitare che siano troppo lunghi".
I contrari "alla riforma Cartabia" dicono: molti processi finiranno nel nulla. Lei è preoccupato?
"No, perché non si sta parlando della realtà attuale. Effettivamente alcuni tribunali oggi non ce la farebbero in tempi ragionevoli. Ma il presupposto è che finalmente arriveranno i fondi economici per una giustizia più celere e più garantista".
I detrattori citano grandi processi per mafia. Oppure la strage di Viareggio. Rischierebbero l'improcedibilità?
"La riforma si applica ai casi futuri, non a quelli passati. Ed è previsto già ora, con chiarezza, che i tempi vengano allungati per i processi più complessi. Dire che i reati di mafia finiranno nel nulla è un falso. E questo, chi è magistrato lo sa perfettamente".
Gli avvocati sono descritti come procrastinatori di professione. Cosa risponde?
"Da un lato c'è un po' di ignoranza. Basta leggere il codice per sapere che un'eventuale richiesta di rinvio da parte dell'avvocato sospende i tempi del processo. Ma dall'altro c'è anche una strumentalizzazione della giustizia per finalità che nulla hanno a che vedere con la giustizia. La giustizia è equità. Risponde alla tutela delle vittime dei reati, ma deve avere tempi certi e garantire il pieno diritto di difesa.
Ci riesce?
"Non sempre. Sono troppi gli innocenti, dopo anni e anni di processi. Anche solo essere indagato per un innocente ha conseguenze personali gravissime. Il processo è già di per se una pena.
Come finirà?
"L'autorevolezza del presidente del consiglio e della Guardasigilli è qualcosa che non sempre c'è stata in passato. Ma ora c'è. Credo che nessuno possa permettersi di bloccare una riforma che è il presupposto per ottenere ingenti somme di denaro, più di 190 miliardi, quanto mai necessarie dopo la pandemia. Lo ripeto: questo è l'ultimo treno che passa".
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 22 luglio 2021
Le accuse ai ministri M5S, colpevoli agli occhi dell'ala estremista di avere votato a favore della riforma, non si fermano. Conte ammette che "alcuni toni gridati hanno consentito ad altri di schiacciare l'immagine del Movimento su un terreno forcaiolo". Ma non si capisce se il neo leader li tema, non controllandoli, o li usi.
Tre giorni dopo il colloquio tra il premier Mario Draghi e il capo virtuale del M5S, Giuseppe Conte, non si può dire che la posizione grillina sulla giustizia sia più chiara. Le accuse ai ministri del Movimento, colpevoli agli occhi dell'ala estremista di avere votato a favore della riforma, non si fermano. Conte ammette che "alcuni toni gridati hanno consentito ad altri di schiacciare l'immagine del Movimento su un terreno forcaiolo". Allude a chi cerca di seppellire il testo della Guardasigilli, Marta Cartabia, con emendamenti e attacchi. Ma non sono pochi, e non si capisce se Conte li tema, non controllandoli, o li usi.
Il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, se la prende con la "schizofrenia" dei ministri Cinque Stelle. E quello della Camera, Roberto Fico, si schiera col suo Movimento. Fa sapere di "preferire la normalità" a un'eventuale fiducia; e di "auspicare un accordo". Augurio meritorio, che deve fare i conti sia con le fiducie collezionate dagli esecutivi a guida grillina; sia con modifiche dal sapore ostruzionistico.
Di rimbalzo, a Palazzo Chigi si rafforza l'idea di chiudere una diatriba strumentale e interna alle faide grilline, ricorrendo alla fiducia. Prudente, il segretario del Pd, Enrico Letta, dice che toccherà al governo decidere. E rimandando alle ricostruzioni positive del colloquio di lunedì tra il premier e Conte, Letta vede "un ultimo miglio" da percorrere. E si augura che "prima della pausa estiva" arrivi l'approvazione "con gli aggiustamenti necessari". Ma il problema riguarda proprio la valutazione di quali lo siano. Nella maggioranza le posizioni sono agli antipodi; e sembrano tali dentro lo stesso Movimento. È questo a spiegare la confusione e l'incertezza che si scaricano sulla riforma. Rischiano di costringere Draghi a una decisione comunque frustrante per i partiti che lo sostengono; e in primo luogo per i Cinque Stelle. Si indovina la volontà di tentare un'ultima mediazione, senza però perdere settimane preziose.
Prima di ricorrere alla fiducia, Palazzo Chigi vuole che sia chiaro lo sforzo di fare il possibile per evitare una contrapposizione con la forza di maggioranza relativa. Anche perché sullo sfondo emerge una filiera di magistrati che mettono in fila riserve e critiche discutibili nei confronti della riforma: una sponda che alimenta l'offensiva dei giustizialisti del M5S. Il tempo stringe, e la Commissione europea, che sta facendo arrivare i primi aiuti, vuole capire se l'Italia è in grado di dare seguito agli impegni presi. "Chi rallenta le riforme", avverte il capo della Lega, Matteo Salvini, "non fa un torto a Draghi e Cartabia ma fa male al Paese". E confida che il referendum suo e dei radicali contribuisca ad accelerare il "sì".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 22 luglio 2021
Riforma del processo penale. In aula alla fine della prossima settimana. La ministra Cartabia propone la norma transitoria fino al 2025 che piace al Pd ma non ai 5S. La riforma della giustizia non arriverà in aula domani. La commissione Giustizia ha dato mandato al presidente Perantoni di scrivere a Fico chiedendo di fissare una nuova data. Il testo approderà dunque alla fine della prossima settimana, anche se il giorno preciso è da definire.
Si avvierà la discussione generale ma dopo l'incardinamento scatterà subito una sospensiva. La settimana cerchiata in rosso è la prima di agosto ma è lo stesso Pd a insistere perché la partita si chiuda in quella stessa settimana. "Il Pd vuole che la riforma si faccia rapidamente. Con pochissimi ritocchi può essere approvata prima della pausa estiva", dichiara il segretario Letta aprendo un varco per consentire a Conte di rientrare in gioco uscendo dal vicolo cieco nel quale si era infilato. Ma non intende spalleggiare il promesso alleato nel tentativo di abbattere la riforma.
Ci sono dieci giorni o poco più per risolvere un rebus tra i più complicati. A guardare quel che si muove sul palcoscenico, in realtà, una soluzione non sembra a portata di mano. Tra la magistratura e la ministra della Giustizia è scontro sempre più aperto. Dopo la sortita di Gratteri e de Raho, in attesa che si esprima il Csm che darà pareri diversificati, ieri è tornata all'attacco l'Anm, con un comunicato della Giunta che ribadisce le critiche già sollevate in commissione: "La soluzione messa in campo non contiene una misura acceleratoria, capace di assicurare una durata ragionevole, ma un meccanismo eliminatorio di processi". È la linea del Piave dei togati, sulla quale convergono i 5S: l'improcedibilità va cancellata.
L'Anm bersaglia anche preventivamente l'ipotesi, per ora non trasformata in norma, di affidare al Parlamento il compito di stabilire di anno in anno la su quali reati indagare per primi: "I pm debbono perseguire tutti i reati indistintamente e in egual misura". Parole costituzionalmente sante, ma essendo impossibile tradurre in pratica il dettato l'obbligatorietà si risolve in discrezionalità delegata ai pm stessi.
La guardasigilli però non arretra di un passo e nel question time alla Camera risponde, senza citarli, a Gratteri e de Raho: "Si è detto che i processi per mafia e terrorismo andranno in fumo. Non è così perché i procedimenti puniti con l'ergastolo non sono soggetti all'improcedibilità e per i reati più gravi si prevede un termine di proroga".
Risposta che non soddisfa nemmeno un po' i 5S: "Solo una piccola parte dei processi per mafia riguarda reati da ergastolo. Invece devono arrivare tutti a conclusione". A ritirare i quasi 4mila emendamenti, 80 reali, gli altri ostruzionistici, i 5S per ora non ci pensano proprio. La Ue, in compenso, resta in campo e spinge a favore della riforma. Da Bruxelles fanno sapere che il termine della fine di quest'anno fissato per il varo deve essere rispettato e sottolineano che il problema dell'eccessiva durata dei processi non riguarda solo la giustizia civile ma anche quella penale.
Un accordo sembra dunque impossibile. La ministra mette però in campo per la prima volta un'ipotesi che somiglia come un clone a quella proposta dal Pd in uno dei suoi emendamenti: una norma transitoria valida sino a tutto il 2024. Nel triennio in questione i termini prima dell'improcedibilità sarebbero di tre invece che di due anni per l'appello e di un anno e mezzo invece che di un anno per la Cassazione. Al regime fissato dal testo Cartabia si arriverebbe solo nel 2025 e in mezzo ci sarebbe il tempo necessario per potenziare la digitalizzazione e procedere con le nuove assunzioni.
Il Pd naturalmente sarebbe entusiasta di questa soluzione. I 5S molto probabilmente no. La rifiuterebbero ma a quel punto il governo metterebbe la fiducia, che comunque in un modo o nell'altro ci sarà. Se andrà così Conte non sceglierà la rottura e, pur scontando qualche defezione, il grosso dei deputati 5S lo seguirà. Certo con la promessa di riprendere la battaglia in autunno al Senato, dove però i numeri sono ancora più sfavorevoli ai 5S. I conti con la disfatta sul fronte principale Conte e il suo partito dovranno farli a quel punto.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 22 luglio 2021
Il drammaturgo russo Anton Cechov diceva che se in un romanzo compare una pistola, prima o poi bisogna che spari. I fatti di Voghera ci ricordano che a furia di lanciare allarmi, invocare sceriffi, giocare con le parole, le parole diventano fatti. Che rischiano persino di apparire tragicamente normali. Dunque, in un paese in cui da anni i temi della sicurezza, compresa la recente evoluzione della difesa del "decoro urbano", sono al centro dello scontro tra partiti e di campagne elettorali è inevitabile che l'uccisione di Youns El Bossettaoui da parte dell'assessore alla sicurezza leghista Massimo Adriatici diventi da subito oggetto di dibattito politico.
Il primo a prendere di petto la questione è Matteo Salvini. Nel mezzo di una giornata che lo vedrà impegnato anche a propagandare i referendum radicali sulla "giustizia giusta", il segretario leghista non solo ignora ogni forma di imbarazzo di fronte alla morte di un uomo: tenta anche di ribaltare la situazione a suo favore. Così, diffonde una dichiarazione in difesa di Adriatici che ricorda piuttosto la giustizia fai-da-te. "La vittima aveva aggredito colui che si è difeso - dice Salvini - Lascio poi che siano carabinieri e giudici a decidere, ma molto probabilmente quello che è accaduto è stato un drammatico episodio di legittima difesa". Nella foga di lucrare politicamente sul fattaccio, peraltro, Salvini sembra smentire quella che arriva dall'assessore pistolero, secondo il quale il colpo sarebbe partito per sbaglio dopo che la vittima lo avrebbe spinto.
Da Cgil Pavia e Cgil Lombardia dicono che El Bossettaoui era afflitto da problematiche di disagio ma che non era un tipo violento. Il sindacato, dunque, "esprime forte preoccupazione per il pericoloso clima venutosi a creare, anche alimentato da una continua propaganda a favore della giustizia 'fai da te', da parte di alcune parti politiche. La stessa propaganda che vorrebbe legittimare che in un martedì sera qualunque ci si possa recare ad un bar del centro armati". Da ministro dell'interno, Salvini aveva spinto per approvare la nuova disciplina che estende la fattispecie della legittima difesa in caso di violazione di domicilio privato. Adesso si spinge oltre, arriva a teorizzare una specie di diritto alla giustizia personale che si estende fino allo spazio pubblico. Glielo fa notare la deputata Pd Laura Boldrini: "Mi chiedo come mai un assessore giri armato - dice Boldrini - E soprattutto: sarebbe finita così se non avesse avuto una pistola?".
Si uniscono alla condanna anche gli ex alleati del M5S, che quella legge sulla riforma della legittima difesa votarono con Salvini. "Davvero per la Lega la risposta alla criminalità - chiede il presidente della commissione affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia - Può essere quella di mettere una pistola nella tasca di ogni cittadino per farsi giustizia da sé? Io la ritengo un'involuzione disumana. E se fosse stato l'uomo di origine straniera a sparare? Sappiamo bene quale sarebbe stato il garantismo salviniano". "A questo porta parlare di 'difesa sempre legittima' - sono le parole di Nicola Fratoianni di Sinistra italiana - A questo porta sdoganare l'odio e la violenza, verbale e fisica. A questo rischia di portare avere sempre più armi in mano ai cittadini. Io non voglio vivere in un paese del genere".
E il segretario del Pd Enrico Letta affida la sua posizione ad un tweet: "Oggi a Voghera un uomo è morto, per colpa di una pistola. È un giorno triste. Saranno inquirenti e autorità giudiziarie a decidere. Nessuno si sostituisca a loro. Ma una cosa dobbiamo e possiamo farla: Stop armi private. In giro con le armi solo poliziotti e carabinieri". Il sindaco di Milano Beppe Sala, dal canto suo, si dice "sorpreso dall'atteggiamento quasi distaccato del sindaco di Voghera, della giunta, dei componenti di centrodestra".
Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, assieme al responsabile giustizia del suo partito Gianluca Schiavon tira un filo che dalla provincia lombarda arriva fino all'anniversario del G8 genovese. "L'assassinio di Voghera mostra per l'ennesima volta il grado di pericolosità della demagogia leghista che non a caso attira personaggi violenti e pericolosi - affermano - Solo per citare un caso: Traini, l'autore della tentata strage di Macerata, era un sostenitore di Salvini. È anche inquietante che un assessore che gira di sera con la pistola con la sicura tolta e il colpo in canna come nel far west sia anche docente di corsi per la polizia. È emblematico che questo omicidio coincida col ventennale di Genova 2001".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 22 luglio 2021
Più che un referendum "per una riforma vera, profonda e giusta della giustizia attesa da decenni", come lo ha definito Matteo Salvini, quello promosso da Partito radicale e Lega sembra essere più un messaggio di incoraggiamento indirizzato alla Guardasigilli Marta Cartabia, impegnata nella scrittura dei testi di riforma del Csm, dell'ordinamento giudiziario e del processo civile e penale. I quesiti referendari promossi da radicali e leghisti (per i quali sono state raccolte le prime duecentomila firme) non sembrano infatti avere la capacità di delineare la riforma necessaria a risolvere i mali che attanagliano la giustizia italiana. In alcuni casi rischiano pure di creare problemi anziché risolverli. E ciò al di là di qualsiasi considerazione politica sull'inedita accoppiata Lega-Radicali.
Ben poco "rivoluzionario", sempre usando le parole di Salvini, appare essere il primo quesito, intitolato "riforma del Csm". Il quesito si pone come obiettivo quello di contrastare lo strapotere delle correnti togate all'interno dell'organo di autogoverno della magistratura, superando le logiche spartitorie e consociative messe tristemente in luce dallo scandalo Palamara. Alla prova dei fatti, tuttavia, il quesito risulta a dir poco modesto. Esso infatti si limita ad abrogare l'obbligo per un magistrato di raccogliere da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura al Csm. Si tratta di un intervento minimale, che non incide in alcun modo sul sistema di elezione dei componenti togati del Csm, su cui le correnti esercitano la loro influenza. Come notato persino dall'ex pm Piercamillo Davigo, pensare che per raccogliere venticinque firme di presentazione occorrano le correnti è un'ingenuità. Le correnti, con il sistema elettorale attualmente in vigore, fanno sentire il loro peso nella fase successiva, cioè quando i candidati si ritrovano a dover raccogliere le migliaia di voti necessari per essere eletti. Ma il quesito referendario non interviene su questa fase (e difficilmente potrebbe, avendo natura abrogativa).
Importante, ma anch'esso non rivoluzionario, risulta essere il quesito dedicato alla "separazione delle carriere dei magistrati". Il titolo del quesito è del tutto improprio. L'intervento infatti non comporta la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, per la quale sarebbe necessario un intervento a livello costituzionale, ma determina piuttosto una separazione delle funzioni giudicanti e requirenti, cancellando le già limitate possibilità di passare da una funzione all'altra durante la carriera. Il quesito interviene quindi solo su un piccolo aspetto del problema relativo alla contiguità tra pubblici ministeri e giudici, i quali continuerebbero comunque a essere reclutati attraverso il medesimo concorso, a rispondere al medesimo Csm e a seguire la medesima scuola di formazione. Parlare di "separazione delle carriere" quindi, per quanto faccia più presa sull'indignazione dei cittadini, è fuorviante. Il quesito, lunghissimo e complesso, rischia di non essere considerato ammissibile dalla Corte costituzionale per la sua eterogeneità.
Il quesito sull'equa valutazione dei magistrati mira, in maniera positiva, a rendere più attendibili le valutazioni di professionalità delle toghe svolte dai consigli giudiziari, riconoscendo anche alla componente laica (avvocati e professori) il diritto di partecipare alle discussioni e alle votazioni riguardanti le valutazioni professionali.
I tre restanti quesiti referendari, invece, rischiano di creare alcuni problemi. Il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati punta a consentire al cittadino di agire direttamente contro la toga per i danni subiti dall'esercizio della giurisdizione, superando il sistema previsto attualmente che consente di agire indirettamente contro lo Stato, che poi si rivale sul magistrato. La questione è antica, così come la soluzione prospettata dai radicali: visto lo scarso numero di toghe condannate per aver provocato (con dolo o colpa grave, o in conseguenza di diniego di giustizia) danni ingiusti ai cittadini nell'esercizio dell'attività giudiziaria, si propone che sia il magistrato a essere chiamato in giudizio e a risarcire direttamente il cittadino. In realtà, anche in caso di azione diretta contro il magistrato occorrerà sempre verificare la sussistenza di condotte dolose o gravemente colpose da parte della toga. Bisogna anche ricordare che tutti gli ordinamenti europei, ad eccezione della Spagna, escludono forme di responsabilità diretta delle toghe. Resta inevaso il vero tema di fondo: intervenire affinché agli errori compiuti dai magistrati facciano seguito conseguenze effettive sul piano disciplinare e dell'avanzamento di carriera.
Il quinto quesito mira a limitare l'abuso delle misure cautelari (carcerazione preventiva, arresti domiciliari, divieto di dimora ecc.), prevedendo la possibilità di procedere alla privazione della libertà per il rischio di "reiterazione del medesimo reato" solo per i delitti di criminalità organizzata, di eversione o per i reati commessi con uso di armi o altri mezzi di violenza personale. L'intento è nobile, soprattutto se si considera l'alto numero di cittadini incarcerati e privati della libertà prima del giudizio, e poi spesso prosciolti dalle accuse. L'intervento prospettato dal quesito referendario, tuttavia, come sottolineato dal Centro Studi Livatino, rischia di rendere le misure cautelari inapplicabili per una serie di delitti particolarmente sentiti a livello sociali (come rapina o estorsione, se poste in essere senza armi e senza mezzi di violenza personale, ma per esempio ricorrendo alla minaccia). Per questi reati l'arresto in flagranza sarebbe immediatamente seguito dalla remissione in libertà dell'arrestato, se l'unica esigenza cautelare ipotizzabile nei confronti di quest'ultimo fosse il rischio di reiterazione del reato.
Il sesto e ultimo quesito implica l'abrogazione della cosiddetta legge Severino (d. lgs. 235/2012), che disciplina i casi di incandidabilità, sospensione e decadenza dei politici dalle cariche elettive. L'obiettivo dichiarato è quello di abrogare le norme che prevedono la sospensione degli amministratori locali a seguito di condanne non definitive per gravi reati (come associazione mafiosa o reati contro la pubblica amministrazione). Queste disposizioni in passato hanno portato in diversi casi alla sospensione di amministratori locali, come presidenti di regione e sindaci di grandi città, in virtù di condanne soltanto di primo grado, poi annullate nei successivi gradi di giudizio, quando ormai il danno, dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni democratiche, era stato compiuto. Il problema è che il quesito referendario non prevede l'abrogazione soltanto di queste norme, ma dell'intera legge, anche nella parte in cui - per esempio - prevede l'incandidabilità alle elezioni per coloro che hanno riportato condanne definitive per gravi reati. L'intervento, così, rischia di rivelarsi un boomerang.
di Erica Manna
La Repubblica, 22 luglio 2021
Le associazioni del terzo settore che operano in ambito carcerario hanno indicato il nome di Stefano Padovano, la Regione non ha ancora provveduto. Hanno indicato il suo nome in una lettera inviata al presidente della Regione Giovanni Toti e al consiglio regionale, i professionisti del terzo settore che operano in ambito carcerario: chiedendo che sia il professor Stefano Padovano - criminologo, docente, formatore, esperto in disagio psichiatrico e dipendenze - a essere nominato Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Un endorsement ufficiale, dunque: che è anche un appello a fare presto, a dare un volto a una figura che esiste: istituita dall'assemblea legislativa della Liguria, il 29 marzo. Eppure, rimane ancora una casella vuota: un'assenza che vede la Liguria maglia nera in Italia insieme alla Basilicata, questione sulla quale ha puntato il dito il garante nazionale Mauro Palma in occasione dell'incontro con Ilaria Cucchi dedicato a chiedere verità sul caso di Emanuel Scalabrin, organizzato da Antigone, Comunità di San Benedetto al Porto e Magistratura democratica, a vent'anni dal G8 di Genova.
La Rete tematica Carcere, attiva dal 2010 e facilitata dal Centro di Servizio al Volontariato (Celivo), gruppo che dal 2019 è composto da associazioni che operano nel campo della solidarietà, ha più volte snocciolato le urgenze da affrontare nella nostra regione: il sovraffollamento delle carceri liguri ormai endemico, sommato al Covid.
Gli ambienti dove vengono svolte attività trattamentali, poco idonei e insalubri; la presenza in carcere di cittadini che non possono accedere alle misure alternative alla detenzione esclusivamente a causa della mancanza di domicilio o di mezzi di sostentamento, e poi la carenza di strutture ad hoc per persone con gravi problemi mentali. Materie incandescenti: che dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere rendono ancora più urgente l'istituzione di una figura specifica.
"Ringrazio il terzo settore per avermi indicato - sottolinea Stefano Padovano - la ricorrenza dei fatti del G8 ha riportato alla cronaca le questioni che riguardano le garanzie costituzionali a tutela di ogni persona detenuta, fermata, arrestata, soggetta a trattamento sanitario obbligatorio o comunque sottoposta a un provvedimento restrittivo della propria libertà. Peccato che un tema così delicato abbia dovuto essere rilanciato in un convivio nel quale si è dibattuto del mancato rispetto delle più elementari norme civili e legislative come accertato negli anni dagli organi deputati. Sarebbe stato meglio giungere a questa scadenza con un garante fresco di nomina, quanto meno per non farsi ripetere che Liguria e Basilicata sono le due sole regioni a non essersene ancora dotate".
La nomina, continua il criminologo, è politica: e i nodi che il garante dovrà affrontare saranno molteplici. "Non ci si può limitare al discorso del sovraffollamento, che deve essere un punto di partenza - spiega - come è previsto dalla legge, è importante mettere in atto un lavoro di coordinamento di rete tra dentro e fuori dal carcere. E poi, il diritto alla salute e all'istruzione all'interno del carcere, il rispetto dei diritti fondamentali. Infine, la Regione Liguria è la seconda istituzione in Italia ad avere previsto una figura di garanzia per le vittime di reato: non appena nomineranno anche quest'ultima sarà importante ingaggiare una collaborazione nell'esercizio delle due competenze, perché entrambe costituiscono le due facce della stessa medaglia".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 luglio 2021
Con una recente sentenza (n. 150), la Corte costituzionale ha stabilito che le norme vigenti che obbligano il giudice a punire con il carcere il reato di diffamazione a mezzo della stampa o della radiotelevisione, aggravata dall'attribuzione di un fatto determinato, sono incostituzionali perché contrastano con la libertà di manifestazione del pensiero, riconosciuta tanto dalla Costituzione italiana quanto dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Per i giudici costituzionali, infatti, la minaccia dell'obbligatoria applicazione del carcere "può produrre l'effetto di dissuadere i giornalisti dall'esercizio della loro cruciale funzione di controllo dell'operato dei pubblici poteri". C'è un passaggio, però, della sentenza che è stato completamente ignorato dagli organi di informazione, sempre pronti a denunciare il rischio di "bavaglio" ogni qualvolta qualcuno tenti di porre un freno alla pratica dello sputtanamento mediatico.
È il passaggio in cui la Consulta afferma che non è di per sé incompatibile con la Costituzione che il giudice applichi la pena del carcere a chi, ad esempio, si sia reso responsabile di "campagne di disinformazione condotte attraverso la stampa, internet o i social media, caratterizzate dalla diffusione di addebiti gravemente lesivi della reputazione della vittima, e compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della - oggettiva e dimostrabile - falsità degli addebiti stessi".
Il passaggio è significativo non tanto per il riferimento alla non intrinseca illegittimità della detenzione in carcere, che si spera non colpisca nessun giornalista, quanto per il richiamo dei giudici costituzionali: "Chi ponga in essere simili condotte - eserciti o meno la professione giornalistica - certo non svolge la funzione di 'cane da guardia' della democrazia, che si attua paradigmaticamente tramite la ricerca e la pubblicazione di verità 'scomode'; ma, all'opposto, crea un pericolo per la democrazia". Insomma, una cosa è la libertà di stampa, un'altra è la macchina del fango. Per quest'ultima il bavaglio sarebbe auspicabile.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 22 luglio 2021
Rispetto ai fatti di Voghera, non intendo contravvenire alla norma di buon senso che invita tutti i protagonisti del dibattito pubblico a non commentare i fatti di cronaca nera nell'immediatezza dell'accaduto. Norma che risponde a una triplice esigenza: assicurare serenità agli investigatori nella ricostruzione degli eventi senza condizionarli con tesi pregiudiziali o comunque senza tirarli per la giacca; garantire pieno rispetto alle vittime e ai loro parenti evitando ogni insopportabile strumentalizzazione del loro dolore.
Inoltre: tutelare i diritti delle persone sospettate o indagate nel nome della presunzione di non colpevolezza.
In apertura mi permetto dunque di notare come, purtroppo, ancora una volta personalità con incarichi politici si sono profuse in commenti che presuppongono delle verità.
La verità processuale si conquista lentamente, con fatica, con il rispetto delle garanzie degli imputati, affidandosi a un complesso apparato probatorio. Ogni difesa d'ufficio è inappropriata e irriguardosa della norma predetta, così come lo sarebbe stata una tesi colpevolista indimostrata.
Se questa è la premessa, cambio piano e mi permetto di fare qualche osservazione a margine del fatto di cronaca.
In primo luogo meglio sarebbe stato se mai avessimo modificato, assecondando pulsioni populistiche, le norme penali sulla legittima difesa.
Il refrain che la difesa è sempre legittima non tiene conto del principio, costituzionalmente avallato, secondo cui mai può valere quale causa di giustificazione per proteggere un bene di rilievo inferiore. Per chiarirci non si può mai privare una persona della vita per evitare la sottrazione di un bene di proprietà. Non c'è formulazione legislativa che possa mai legittimare la negazione del principio di proporzionalità, che a sua volta è strettamente connesso con quello di legalità penale in senso stretto.
L'enfasi intorno alla legittima difesa ha prodotto quale risultato la rincorsa di commercianti e altri privati cittadini a dotarsi di armi. Come l'esempio degli Stati Uniti ci insegna, meno armi ci sono in giro, meno omicidi e meno morti ci saranno. Buon sarebbe se dalle istituzioni pubbliche arrivasse un messaggio di serenità.
Non deve esserci spazio nelle nostre città e nella nostra democrazia per la vendetta privata. Ogni pistola in meno nel mercato è un tassello per la sicurezza pubblica.
Infine, la sicurezza. Essa non deve essere terreno di interesse per Comuni e Regioni. Da Rudolph Giuliani in giù, giunte di destra - come quella di Voghera - e giunte democratiche hanno previsto assessorati per la sicurezza. Meglio sarebbe tornare indietro agli anni 70 e 80 del secolo scorso, quando le amministrazioni locali avevano assessorati alla sicurezza sociale.
Le polizie locali devono tornare a essere garanti della mobilità. I sindaci devono fare solo i sindaci, senza ambire a trasformarsi in poliziotti. La sicurezza si garantisce dando lavoro, reddito, protezione alle categorie più vulnerabili, servizi di prima necessità. Trasformando le città in luoghi belli e intensamente vissuti. La sicurezza è cosa seria. Non va lasciata nelle mani di manipolatori del consenso.
*Presidente di Antigone
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