di Glauco Giostra
Avvenire, 22 luglio 2021
I "mattoni" con cui si vogliono costruire i penitenziari devono contenere un'idea e realizzare strutture finalizzate alla riabilitazione, non alla segregazione. Nel Medio Evo "rigoroso esame" era l'ipocrita eufemismo con cui si designava la tortura; oggi, "perquisizione", quello con cui si copre un'"ignobile mattanza", come l'autorità giudiziaria non ha potuto non qualificare il preordinato e violento pestaggio avvenuto poco più di un anno fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2021
"L'amministrazione penitenziaria ha mancato di indagare al proprio interno". Queste le parole della ministra della Giustizia Marta Cartabia, riferendo sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Aula alla Camera. Dichiarazione forte, perché la ministra stessa afferma che qualcosa non ha funzionato e per questo ha deciso subito di correre ai ripari. "Occorre far luce su quanto accaduto nelle carceri italiane nell'ultimo anno - ha riferito in aula la guardasigilli - a cominciare dalle rivolte dei detenuti e dalle conseguenti azioni poste in essere dagli operatori penitenziari. Per questo, è stata costituita una commissione ispettiva interna. Chi è in un carcere è nelle mani dello Stato. E dai rappresentanti di quello Stato deve sapere di poter essere trattato nel rispetto di tutte le garanzie".
di Liana Milella
La Repubblica, 22 luglio 2021
La ministra della Giustizia Cartabia. riferisce alla Camera sulle violenze subite dai detenuti. "Un uso e insensato della forza". Poi: "Il sovraffollamento sta peggiorando". "Il governo ha visto, sa e non dimenticherà". Lo ha detto Draghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lo ripete adesso Marta Cartabia alla Camera. E invita tutti i parlamentari "a visitare le carceri".
di Fausto Carioti
Libero, 22 luglio 2021
Quello di Mario Draghi sarà anche il governo dell'amnistia? Il sospetto è sorto ieri mattina nell'aula di Montecitorio, mentre Marta Cartabia riferiva sui fatti avvenuti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (52 indagati tra agenti della Polizia penitenziaria e funzionari.
"Violenza a freddo" sui detenuti, ha sentenziato il ministro della Giustizia). Buona parte della sua relazione è stata dedicata alle carceri italiane, nelle quali, ha insistito, le condizioni sono difficili "per il sovraffollamento, la fatiscenza delle strutture, la carenza del personale e tante altre ragioni". Il numero dei detenuti era sceso, ma ora, ha avvertito il guardasigilli, "la situazione sta di nuovo peggiorando. Il solo carcere di Santa Maria Capua Vetere - una capienza regolamentare di circa 800 persone - vede ospiti 900 detenuti".
In realtà (dati del suo ministero, relativi al 30 giugno), la situazione in quella struttura è peggiore: a fronte di una capienza regolamentare di 806, i detenuti presenti sono 960. E così in molti altri posti. A Regina Coeli sono in 893, ma lo spazio sarebbe solo per 606. A San Vittore, costruito per ospitarne 743, se ne contano 858.
Nella Casa circondariale di Teramo sono rinchiusi in 355, esattamente 100 in più del massimo previsto. La soluzione studiata dal governo passa per il solito Pnrr, ossia i soldi in arrivo dall'Unione europea. Per l'edilizia carceraria si tratta di 132,9 milioni di euro, spalmati dal 2022 al 2026. "È prevista la costruzione di otto nuovi padiglioni, tra cui uno proprio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Altri sono a Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria", ha annunciato il ministro. Si è anche impegnata a risolvere "il problema, gravissimo, della diminuzione del personale".
I concorsi sono stati sbloccati e dunque "un po' di sollievo arriverà a breve", sebbene lei stessa ammetta che "non sarà sufficiente". Se assumere nuovo personale e formarlo non è cosa immediata, ancora meno lo è la costruzione di nuovi edifici. Ci vorrà tempo. Da qui, la possibilità che il governo intervenga in altro modo prima che aumentino le celle.
Federico Conte, avvocato e deputato di Liberi e uguali, lo ha chiesto parlando dopo il ministro: "Mentre ci apprestiamo a varare una riforma della giustizia epocale, ragioniamo anche su un provvedimento misurato e adeguato di amnistia e indulto".
Insomma, proprio l'arrivo dei finanziamenti europei e il cambio delle regole del processo penale (anch'esso fatto per adempiere al contratto siglato con Bruxelles) sarebbero il "gancio" al quale appendere il provvedimento di clemenza, invocato pure dai garanti dei detenuti. Piaccia o meno, l'idea una sua logica la ha. Lo sanno anche i deputati di Fratelli d'Italia, che infatti hanno subito avvertito il governo: "Non vorremmo che la soluzione fosse un altro provvedimento "svuota-carceri", al quale ci dichiariamo fermamente contrari".
Del resto, è proprio così che dice di fare il manuale nei casi di proposte che possono risultare dirompenti: si accenna in modo vago all'ipotesi, senza compromettersi, e si guarda l'effetto che fa. Stai a vedere che Marta Cartabia inizia a ragionare come una politica.
di Nello Trocchia
Il Domani, 22 luglio 2021
La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha riferito nell'aula della camera dei Deputati sul pestaggio di stato compiuto a Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile 2020. A distanza di oltre due settimane dall'esecuzione delle misure cautelari, disposte dal giudice Sergio Enea, l'ex presidente della Corte costituzionale ha relazionato su quella che è stata definita un'orribile mattanza.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 22 luglio 2021
Tragico anniversario quello della notte tre il 20 e il 21 luglio del 1992, ventinove anni fa, quando trecento uomini furono prelevati da diverse carceri, sequestrati e deportati. E poi torturati giorno dopo giorno, notte dopo notte, mentre da 300 erano diventati 532, nei luoghi detenzione speciale delle isole di Pianosa e Asinara, trasformate da colonie agricole a bunker dove consumare la vendetta di Stato. La rabbia e la rappresaglia furono la risposta all'assassinio di Paolo Borsellino. Così quella notte lo Stato indossò il passamontagna della vendetta.
Fa una certa impressione, in questo luglio in cui siamo costretti a convivere con le bastonate di Santa Maria Capua Vetere e di chissà quante altre carceri italiane, e poi con il ricordo tragico del G8 del 2001 a Genova, sapere che nella nostra agenda sono segnate con l'inchiostro indelebile non solo le date degli assassinii di Falcone e di Borsellino ma anche quel che ne è seguito. Fino alla notte del 20 luglio. Non erano tutti mafiosi, i 300 che furono deportati nel buio, trascinati per i capelli, con o senza vestiti, fino alle isole che saranno maledette fino al 1998, quando furono di nuovo e finalmente lasciate allo splendore della loro natura e della loro fauna.
La gran parte di loro era fatta di ragazzi in attesa di giudizio, pochissimi per reati legati alla mafia. Erano semplicemente i reclusi delle carceri del sud, dall'Ucciardone a Poggioreale. Ma furono spacciati, nelle cronache cieche e sorde allora più di oggi, per i boss che avevano assassinato i due magistrati. Peccato che i capimafia fossero invece tutti latitanti, e solo nel 1993 sarà arrestato Totò Riina.
Ma l'importante era il "segnale". Ecco come si concretizzò la risposta dello Stato, nelle parole di uno di loro, uno che ho incontrato io stessa a Pianosa e che si chiama Matteo Greco. La sua testimonianza è anche riportata nella tesi di laurea di Carmelo Musumeci, uno dei pochissimi condannati all'ergastolo ostativo che sono riusciti a dare un indirizzo diverso alla propria vita. Un percorso nello "stile Cartabia". Ecco quel che successe a Matteo Greco quella notte. "Ormai da parecchie ore mi sono addormentato, a un tratto mi sveglio di soprassalto, alcuni secondini hanno aperto la porta blindata e il cancello, entrano in cella, circondano la branda e mi dicono: "Alzati, devi partire". "Per dove?"
Un secondino con la mano destra mi prende per i capelli tirandomi fuori dal letto, un altro mi dà un pugno dall'alto verso il basso sul collo. Cerco di difendermi. Mi si buttano tutti e sei addosso con pugni e calci... finché non cado per terra per non avere più la forza di rialzarmi. In faccia sono una maschera di sangue, non ho detto una parola né un lamento, si sono sentite solo le grida dei secondini.
Vengo fatto scendere all'aeroporto militare. Non chiedo dove mi stanno portando e dove sono i miei vestiti. Infatti l'unico vestiario che ho è il pigiama che indosso e un paio di ciabatte di plastica ai piedi. Mi fanno salire su un elicottero militare, un rumore assordante, non mi è stata data la cuffia. Dopo molte ore arrivo sull'isola di Pianosa e lì mi attendono una trentina tra secondini, carabinieri e finanza".
Questo è solo l'antipasto. Le testimonianze sono tutte uguali. Ecco che cosa è Pianosa, in quei giorni. "Appena metto i piedi a terra alcuni secondini mi danno pugni e calci... mi sbattono dentro una jeep, batto la testa, mi danno un pugno gridando "abbassa la testa bastardo".
Poi vengo fatto entrare in una cella d'isolamento, tre metri per due, una branda di ferro massiccio saldata per terra, un lavandino d'acciaio saldato al muro, sopra un rubinetto con acqua salata non potabile". "Mi viene ordinato di spogliarmi... a un tratto si scagliano di nuovo come belve assetate sul mio povero corpo, il pestaggio dura alcuni minuti lunghi come un'eternità! Svengo. Riprendo i sensi con una puntura fattami da una dottoressa, la quale vedendomi esclama "Ma come è ridotta questa persona?".
Il suo lavoro (perché è obbligata) è far finta di nulla, infatti nel certificato per la medicazione scrive "Trattasi di una piccola escoriazione sulla fronte scivolando in cella"".
La routine quotidiana, nel racconto di Matteo Greco e in quello degli altri parla di un litro di acqua al giorno (sulle isole in piena estate), di cibo razionatissimo "dove si trova, sia nella pasta sia nel secondo, un po' di tutto tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi".
La notte gli agenti si divertivano, picchiavano un po' i detenuti, poi andavano a bere. Ancora il racconto: "Pochi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone, Faccetta nera". Poi all'aria, "si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata... e così si arriva al passeggio, il tragitto è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti".
La cosa più grave è che, al contrario di quel che succede oggi, perché comunque i detenuti hanno la possibilità di comunicare con l'esterno, con gli avvocati e i familiari, in quei giorni quei 532 erano letteralmente sequestrati, gli avvocati scoraggiati, una legale disperata dovette rinunciare alle visite dopo che era stata tenuta per ore in attesa sotto il sole e le era stata rifiutata l'acqua, poi spogliata e sottoposta a visita anche interna e privata del suo assorbente igienico. Nessuno doveva sapere quel che succedeva là dentro.
Finché un giorno... "... viene a visitare il centro di tortura l'onorevole Tiziana Maiolo, sull'isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L'onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuol far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso l'avvisa che fra poco si alza il mare...". "L'indomani l'onorevole Tiziana Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa... a malavoglia viene accompagnata...nota nel viso e negli occhi la paura, sono terrorizzati... alla fine l'onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto... "Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno", alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio... il comandante dice che il detenuto è malato al cervello, che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede... e io le racconto tutto". Naturalmente in seguito le botte sono arrivate ancora, ma, a detta di tutti, sono molto diminuite. Rompere l'isolamento era la cosa più importante.
Ma il fatto è che a nulla sono valse le interrogazioni e le denunce. L'unica voce "stonata" fu quella di un bravo giudice di sorveglianza di Livorno, Rinaldo Merani, che in una relazione denunciò i pestaggi e le torture subite dai prigionieri. Qualcuno aveva subito persino finte esecuzioni, con tanto di pistola puntata alla tempia. Erano nel frattempo cominciate ad arrivare anche le proteste di qualche familiare, compresa la famosa lettera in cui la moglie di Scarantino denunciava come il marito fosse stato costretto a fare il "pentito". Falso, come si appurerà solo 15 anni dopo che avrà mandato in galera tanti innocenti.
La difficoltà ad avere processi sulle sevizie sui pestaggi, sulle torture, non gioverà quando finalmente due detenuti otterranno alla Cedu sentenze di condanna nei confronti dell'Italia, che sarà sanzionata per non aver saputo porre fine alle violenze, ma non anche per averle messe in atto. Perché a sette-otto anni di distanza era diventato quasi impossibile riconoscere su fotocopie sbiadite dal tempo le facce degli aguzzini né esibire certificati medici inesistenti, visto che a Pianosa e Asinara i detenuti continuavano a procurarsi piccole escoriazioni scivolando sulle scale.
di Enrico Sbriglia*
La Repubblica, 22 luglio 2021
La proposta: Gorizia e Nova Gorica diventino la "Strasburgo penitenziaria", il luogo cioè dove elaborare e sperimentare un'uniforme regime penitenziario continentale. Un gruppo di specialisti nelle diverse discipline legate al mondo delle carceri - formato da docenti universitari, criminologi, sindacalisti della polizia penitenziaria, avvocati, studiosi di prospettive future, filosofi, neuroscienziati, architetti, psicologi, direttori penitenziari - qualche giorno fa ha partecipato ad un webinar organizzato dal Cesp (il Centro Europeo di Studi Penitenziari), per contribuire e condividere l'ipotesi di redigere uno studio per la realizzazione di un "Carcere Europeo", come prototipo di altri che potranno realizzarsi negli Stati della UE. Lo scopo è quello di omogeneizzare le regole penitenziarie europee e le norme della Mandela Rules, cioè la condotta minima standard per il trattamento dei detenuti, adottate dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 2015, conosciute appunto come le Regole Mandela, in onore dell'ex presidente sudafricano. Nel 2025 il Comune di Gorizia, assieme con quello sloveno di Nova Gorica, saranno Città della Cultura Europea. L'auspicio, dunque, è che per quella data siano anche Città della nuova cultura giuridica penitenziaria condivisa.
Alcuni interventi. Dopo la relazione del Presidente del Centro Studi, professor Stango, che è anche presidente della Fidu (Federazione Italiana Diritti Umani - Comitato Italiano Helsinki), il quale ha sottolineato l'esigenza che i temi della pena detentiva debbano far riferimento all'UE, c'è stata la mia relazione con la quale ho sostanzialmente auspicato che il nuovo governo metta davvero tra i suoi punti in agenda l'esplosiva situazione penitenziaria, oggi aggravata dalla pandemia. Nel mio intervento ha anche ricordato come la proposta del Carcere Europeo sia coerente con la costituzione dell'EPPO (European Public Prosecutor's Office).
Assai interessanti sono stati anche le relazioni dell'architetto De Rossi, il quale aveva progettato con i suoi omologhi libici, ai tempi di Gheddafi, la realizzazione di moderne carceri in quel Paese, e del neuroscienziato Pier Luigi Marconi, esperto anche nella lettura sistemica di dati statistici. Di grande interesse anche l'intervento sulla mediazione e la pena riparativa della dottoressa Maria Antonietta Cerbo.
I reati previsti nel contesto europeo. Il Centro di Ricerca Europeo per la Sicurezza e Giustizia (CREUSeG), una sorta di cittadella penitenziaria europea, dovrebbe ospitare le persone detenute che hanno commesso reati di natura transnazionale, la cui competenza sarà dell'EPPO.
Nello stesso Centro di ricerca si sta perfezionando quel sistema penale europeo che sta gradualmente prendendo vita. I reati previsti dalla Direttiva europea PIF sono quelli di frode, corruzione e riciclaggio, con l'aggiunta della frode nelle procedure di appalto e il reato di appropriazione indebita di fondi europei, da parte di un pubblico ufficiale, nonché la figura della corruzione passiva, estesa anche ai pubblici ufficiali e agli incaricati di pubblico servizio di Stati non appartenenti all'Unione europea. A questi si aggiungerebbero, poi, anche quelli relativi le frodi IVA, quando l'importo dovesse essere supare i 10 milioni di euro e la frode sia transnazionale, cioè che riguardi almeno due paesi dell'Unione (come nel caso delle cosiddette "frodi carosello"). Tutto questo, tanto per iniziare.
L'hub di ricerca giuridica di fronte al Parco Basaglia. Attorno al Centro, di fronte il Parco pubblico dedicato a Franco Basaglia, che a Gorizia avviò la rivoluzione per l'abolizione dei manicomi civili, ci sarà un vero e proprio hub di ricerca giuridica, criminologica, sociale, filosofica, di medicina di prevenzione e contrasto alle malattie infettive, nonché per la ricerca e la sperimentazione di nuove tecnologie securitarie, attraverso lo sviluppo della robotica, della dronica, dell'impiego di nuovi materiali, degli strumenti informatici e di telecontrollo. Insomma, una sorta di cittadella della Scienza Securitaria e della cultura penitenziaria, che avrà il compito di aggiornare in standard condivisi i principi, ancora troppo vaghi ed evanescenti, delle regole penitenziarie europee.
La "Strasburgo Penitenziaria". Una realtà che potrà offrire al cittadino europeo un identico "servizio penitenziario", qualunque sia il Paese europeo ove sia eseguita una condanna o si sia sottoposti ad una custodia cautelare. È evidente che il miglioramento delle condizioni carcerarie si rifletteranno positivamente anche su quelle di tutto il personale penitenziario.
Tutto sarà precisato, dalla cubatura di una cella al numero degli occupanti, non mancando di stabilire anche la quantità di ricambio dell'aria all'interno delle stesse, i lux, artificiali e naturali, i colori delle pareti, la tipologia degli infissi e degli arredi, i servizi igienico-sanitari, così come la qualità dei servizi di ristorazione, di quelli medici e la cura del disagio psichico. E ancora: come dovranno effettuarsi i colloqui e le telefonate, gli incontri con i familiari, per assicurarne l'intimità e riservatezza, per l'esercizio delle confessioni di fede, i corredi personali, gli spazi ed i servizi destinati allo studio ed alla formazione professionale, per le necessarie di lavoro dei detenuti affinché non si scivoli nello sfruttamento di manodopera.
Una Campagna di comunicazione sociale. Ogni aspetto della vita detentiva dovrà tradursi in istruzioni tecniche, comprese quelle che attengano al rapporto numerico tra detenuti e personale penitenziario, oltre che per quanto attenga agli aspetti lavoristici e retributivi. Un argomento, questo, particolarmente apprezzato dai diversi sindacalisti presenti all'incontro. Significativa è stata la riflessione della giornalista Kenka Lekovic, la quale ha sottolineato l'importanza di una Campagna di comunicazione sociale per una corretta informazione anche di tipo pedagogico, per mettere i cittadini nelle condizioni di conoscere l'importanza di tutto questo.
La voce dei sindacati. I responsabili sindacali regionali e nazionali della polizia penitenziaria, nei loro interventi, hanno poi evidenziato come troppo spesso sia descritta una sensibilità sui temi dei diritti umani e della legalità da parte del personale del Corpo non corrispondente al vero, mentre è interesse di ogni agente che le pene detentive costituiscano un'occasione di riabilitazione e di recupero della persona detenuta, piuttosto che una mera sofferenza che nessun vantaggio porterebbe in tema di sicurezza.
*Enrico Sbriglia, penitenziarista, autore della proposta accolta dal Comune di Gorizia, ex dirigente generale dell'Amministrazione Penitenziaria, componente dell'Osservatorio Regionale Antimafia del Friuli Venezia Giulia
di Matteo Indice
Il Secolo XIX, 22 luglio 2021
Il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma nel ventennale del G8. "Proiettiamo negli altri Paesi l'immagine d'una democrazia traballante". "Dove siamo vent'anni dopo? Un po' più avanti, ma non molto. E lo dico con estremo rammarico". Mauro Palma è il Garante nazionale delle persone private delle libertà personali. Durante i convegni per i 20 anni dal G8 è stato a Genova, a Palazzo Ducale, per uno dei convegni più importanti: "La tutela dei diritti inviolabili di chi è sottoposto a restrizione della propria libertà".
Perché dice che i passi compiuti da Genova 2001 sono stati ridotti?
"Per due motivi cruciali. Primo: sarebbe bastato pochissimo per compiere il passo fondamentale e rendere davvero riconoscibili gli agenti protagonisti delle varie incursioni. E con un duplice obiettivo: agevolare le inchieste della magistratura se vengono compiuti abusi, ma anche nelle occasioni in cui da parte di detenuti vi siano calunnie nei confronti di un appartenente alle forze dell'ordine, se vengono insomma mosse accuse ingiustificate. Secondo aspetto: in alcune situazioni di abuso da parte delle forze di polizia non c'è soltanto il mancato controllo della forza, il cui potenziale impiego è comunque una caratteristica del bagaglio di chi si trova a operare in certi contesti. Il profilo più grave sta nell'atteggiamento di umiliazione dei sottoposti, come abbiamo visto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove proprio il detenuto è trattato come un nemico, simmetrico. Basti pensare a quell'intercettazione "Ci dobbiamo riprendere il territorio". Ecco, in queste dinamiche vedo spaventose assonanze con ciò che accadde vent'anni fa a Genova, sia nella scuola Diaz che nella caserma di Bolzaneto".
A Santa Maria Capua Vetere è morto un detenuto, l'algerino Hakimi Lamine di 28 anni, che in precedenza aveva sofferto di crisi epilettiche...
"È un episodio ulteriormente drammatico in un contesto già di per sé indicibile. Ma siamo in attesa di capire se esiste una correlazione diretta fra le botte e il decesso. Ma c'è un punto più complessivo che mi preoccupa dopo ciò cui abbiamo assistito".
Ovvero?
"Vedere pezzi di corpi dello Stato che applicano la logica del branco e che, come ho premesso prima citando quell'intercettazione, si scagliano contro i sottoposti come fossero sul loro stesso livello. E non può essere così. Senza dimenticare quella che io definirei pure una forma di delegittimazione internazionale dell'Italia: dopo fatti del genere, diventiamo più fragili".
Perché più fragili?
"Perché proiettiamo negli altri Paesi l'immagine d'una democrazia traballante".
C'è qualche dato positivo, qualche progressione da registrare a vent'anni dal G8?
"I tempi più rapidi nell'accertamento dei fatti e il più veloce scuotimento - laddove viene messa in atto un'azione della Procura - della collettività. La reazione della società, davanti all'intervento degli investigatori, è stata immediata, nonostante fosse intontita dalla pandemia e da tutto ciò che il Covid si porta appresso. Devo dire però dall'altra parte restano altri elementi di arretratezza, anche materiale, disarmanti".
Un esempio?
"Il funzionamento, sempre molto modesto, degli apparati di videosorveglianza. Già è raro che siano presenti, lo è ancora di più che registrino davvero. E uno sviluppo reale su questo fronte potrebbe avere un significato simbolico, rappresenterebbe una crescita generale in materia di trasparenza".
C'è una radice culturale specifica in Italia, che di tanto in tanto fa affiorare fantasmi che speravamo sepolti?
"Be', se mi limito a ciò che abbiamo visto negli ultimi anni, a certe forme di populismo giudiziario, noi ne veniamo da un lungo periodo in cui il mantra di chi faceva politica, per ottenere più voti, era "buttiamo via la chiave" per chiunque si fosse macchiato di un crimine o di un sospetto crimine. I riflessi, evidentemente, possono essere devastanti".
Su cosa dobbiamo ancora progredire, allora?
"Su due diritti fondamentali da garantire a chi ha limitazioni della propria libertà: la tutela della dignità, che a Santa Maria Capua Vetere evidentemente non c'è stata e le immagini dei reclusi in ginocchio sono lì a dimostrarcelo in ogni secondo. E poi, prioritario, il diritto all'integrità fisica, che forse a Genova è stato violato ancor più che a Santa Maria, in attesa di capire se vi è stata una correlazione fra le aggressioni e la morte del ragazzo algerino".
Dalla vicenda di Santa Maria, ancora una volta e come accadde a Genova, emergono coperture da parte dei vertici, la stortura della catena di comando. È rimasto tutto inalterato?
"Non credo inalterato, ma certo è duro da estirpare quel malato senso di "colleganza" che per esempio fa enfatizzare d'acchito, ai vertici dei sindacati della Penitenziaria interpellati dopo il raid, la carenza d'organico. Ok, ma non può essere quello il primo punto da affrontare".
Il titolo dell'appuntamento a Palazzo Ducale richiama il caso di Emanuele Scalabrin, morto nella caserma dei carabinieri di Albenga nel dicembre 2020, secondo le indagini ufficiali per un decesso naturale sebbene non ci sia chiarezza completa su quella vicenda. Che idea si è fatto?
"Non ho dettagli precisissimi, ma credo che qualche elemento di trasparenza in più, sulla morte d'un ragazzo così giovane, sarebbe stato necessario. E invece vedo ondeggiare tutti verso un forte desiderio di chiudere gli accertamenti in fretta".
In quali condizioni sono i penitenziari liguri?
"È l'unica regione, insieme alla Basilicata, senza un garante dei detenuti, ma almeno in Basilicata è presente nelle singole città. È vero che il consiglio regionale ne aveva approvato la nomina e il Viminale la stoppò per questioni formali. Ma era il 2017, il tempo per recuperare c'era... Dal punto di vista del sovraffollamento, siamo nella media di altre situazioni critiche, a Genova Marassi in primo luogo. Qui tuttavia emergono molti elementi positivi, quali il recupero dei detenuti attraverso i corsi di teatro e il collegamento puntuale con l'ospedale San Martino".
di Giulia Merlo
Il Domani, 22 luglio 2021
Dopo la fiammata dei 1.600 emendamenti depositati in commissione Giustizia, più della metà dei quali firmati dal Movimento 5 stelle, la parola torna alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. L'iter della riforma del penale si è complicato, ma il governo non dà segni di voler arretrare né di voler prendere una pausa di riflessione, posticipando a dopo l'estate il voto alla Camera sul disegno di legge. Nell'aula di Montecitorio per il question time, la Guardasigilli ha usato toni decisi: "Il governo è consapevole di quello che fa, ed è il primo a non volere ciò che voi paventate. Ma vuole affrontare il tema della durata dei processi che è gravissimo".
Parole che sono suonate sia come l'avviso che il governo non intende arretrare, ma anche come una risposta indiretta alle critiche della magistratura, che nei giorni scorsi si è mossa in modo compatto a criticare la riforma della prescrizione, ipotizzando un'ecatombe di processi in appello. Cartabia, infatti, ha ribadito che il ddl penale comprende una serie di interventi volti alla riduzione della durata dei processi "attraverso un approccio organico che riunisce investimenti e riforme", con l'obiettivo che la durata dei processi si riduca e la prescrizione idealmente non si verifichi più.
Dalla sua, la ministra continua ad avere l'appoggio del presidente del Consiglio Mario Draghi, concentrato a rispettare i tempi concordati con l'Unione europea per il Pnrr in cui la riforma della giustizia è inserita. Politicamente, inoltre, Cartabia può contare sull'appoggio del centrodestra: Forza Italia, Azione e la Lega - anche in ottica di antagonismo con il M5s - hanno confermato che per loro il testo è da approvare così com'è, senza modifiche. Il sottinteso: eventuali cambiamenti rischiano di rimettere in discussione anche gli altri fronti aperti.
Diversa è la posizione del Partito democratico, che sostiene pienamente la linea Cartabia ma non può permettersi un deragliamento verso l'opposizione del gruppo dei Cinque stelle. Per questo esponenti dem si sono posti come mediatori con i parlamentari grillini - forse non i pasionari Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, ma quelli legati alla componente più dialogante -, cercando di ricondurli sul piano di una dialettica di merito.
La norma transitoria - Il perimetro delle possibili modifiche è stato di fatto tracciato da Cartabia con le sue parole durante il question time, nel rispetto dei criteri fissati da Draghi: modifiche chirurgiche al testo, che non ne determinino lo slittamento. Innanzitutto, si starebbe lavorando a una norma transitoria per l'entrata in vigore della nuova prescrizione, "che permette agli uffici che sono in maggiore difficoltà di attrezzarsi, di adeguarsi, di sfruttare le occasioni degli investimenti per poter essere al passo con i tempi", ha detto la ministra. Un riferimento che poteva essere frainteso (nel testo esiste già una norma che fissa l'applicazione della nuova prescrizione a gennaio 2020), ma che sarebbe invece proprio l'indicazione di un versante su cui si sta trattando, a partire da un emendamento in tal senso del Pd. L'altra modifica possibile riguarda invece un allungamento dei tempi delle due fasi di prescrizione processuale: allungare da due a tre gli anni per il processo di appello e da un anno a 18 mesi per la Cassazione, senza più liste di reati per cui prevedere quella che veniva definita prescrizione "lunga". In questo modo, si riflette a via Arenula, si andrebbe incontro a chi teme che i reati più gravi e complessi si prescrivano per mancanza di tempo.
Queste due modifiche mirate, a cui si sommano le assunzioni di nuovo personale e l'operatività dell'ufficio del processo che dovrebbe velocizzare il lavoro dei giudici, dovrebbero essere sufficienti a placare soprattutto i timori della magistratura. Cartabia, infatti, sarebbe stata colpita dalle dichiarazioni del procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho, da cui non si aspettava un attacco così violento come l'accusa di "mettere in pericolo la democrazia". E tutto Cartabia vuole essere tranne che colei che viene accusata dal terzo potere dello stato di far andare in fumo processi delicati.
A preoccupare meno, invece, sono i quasi mille emendamenti del Cinque stelle: su quel fronte il Pd sta facendo lavoro di mediazione e Draghi è stato rassicurato dal fatto che la partita ora sia stata presa in mano da Giuseppe Conte, che nella confusione generale avrebbe già ricondotto a più miti consigli anche i più arrabbiati. Tanto che, al contrario di quanto trapelato dopo il loro incontro, la scelta di mettere la fiducia sul ddl penale sarebbe già decisione presa da palazzo Chigi. A slittare, al massimo, sarà la data del voto previsto per il 23 luglio, ma il mantra di Draghi è quello di fare presto e, dopo questa nuova apertura a correzioni e mediazioni, quello del ddl penale è finito.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 luglio 2021
Apertura al Movimento 5 Stelle sostenuta dal Partito democratico. Il governo vuole il sì alla Camera prima delle ferie. Il tempo per i processi di secondo grado verrebbe portato a tre anni fino al 2024.
La riforma della giustizia penale dev'essere approvata dalla Camera prima della chiusura estiva, se possibile entro luglio. Cioè la prossima settimana. Lo ha chiesto il premier Mario Draghi e lo hanno ribadito ieri il Partito democratico e la Lega. Intanto però la scadenza per la discussione in Aula fissata per venerdì è saltata, come certificato ieri in commissione Giustizia. Tuttavia non può (non potrebbe) saltare il sì di Montecitorio prima delle ferie, e a questo punto sembra inevitabile il voto di fiducia.
Ma su quale testo il governo deciderà di mettere in gioco il proprio destino? Quale può essere il nuovo compromesso sulla prescrizione in grado di superare le critiche alla proposta della Guardasigilli Marta Cartabia approvata appena due settimane fa dal Consiglio dei ministri? L'ipotesi più accreditata è di alzare il tetto per i processi d'appello (prima della dichiarazione di improcedibilità) a tre anni per tutti i reati (eventualmente a quattro per i più gravi) e a un anno e mezzo in Cassazione. Tutto questo almeno fino al 2024, quando si potranno cominciare a vedere gli effetti degli altri interventi previsti per agevolare il compito dei giudici e accelerare i tempi dei processi: dall'ingresso di nuovo personale alla digitalizzazione, alle altre norme che dovrebbero avere un effetto deflattivo sui giudizi di secondo e terzo grado.
È un'apertura verso i Cinque Stelle sponsorizzata dal Pd, sulla quale Lega, Forza Italia, Azione e Italia viva potrebbero essere d'accordo. Così loro potranno continuare a dire di avere cancellato la riforma Bonafede (prescrizione abolita dopo la sentenza di primo grado e stop) mentre i grillini potranno sostenere di avere ottenuto un ulteriore miglioramento a una modifica indigesta (sebbene approvata dai propri ministri). In ogni caso - a prescindere da quale sarà il risultato - la trattativa è in corso tra Montecitorio e Palazzo Chigi; perché la partita è diventata politica più che tecnica, e dunque deve giocarsi nel luogo più accreditati per la sintesi politica.
Del resto la ministra della Giustizia il suo lavoro l'ha già fatto, e certo non è contraria a fornire un nuovo contributo per altri punti d'incontro. Ma quella che per vedere la luce ha bisogno di ulteriori modifiche non è la "riforma Cartabia", bensì la riforma del governo. Frutto, semmai, di una "mediazione Cartabia", che ha dovuto tenere conto delle richieste e dei veti di ogni partito. Un esempio: nella proposta originaria della ministra, il conteggio dei due anni concessi per celebrare il processo di secondo grado cominciava dalla prima udienza, mentre le forze di centrodestra più Azione e renziani hanno voluto che si anticipasse la decorrenza dalla presentazione dell'atto d'appello. Ma quasi ovunque passano mesi tra quel momento e l'arrivo del fascicolo in corte d'appello; in alcune città - come Roma o Napoli - anche anni. Il che significa improcedibilità certa, come ribadito dall'Associazione magistrati. Di qui la necessità di compensare quella concessione ai "garantisti" con tempi più realistici per la celebrazione.
Ancora mercoledì, alla Camera, Cartabia ha difeso le ragioni delle modifiche alla riforma Bonafede. Non per rivendicare la prescrizione dei procedimenti, che è sempre "una sconfitta dello Stato", ma perché non si può dimenticare "il diritto costituzionale alla ragionevole durata del processo", e l'improcedibilità è soltanto "l'estremo rimedio per la sua salvaguardia". A chi paventa i rischi per i processi di mafia (sull'onda dell'allarme lanciato dal procuratore di Catanzaro Gratteri e dal procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho) la ministra ha risposto che spesso in quei casi sono previsti reati da ergastolo che restano imprescrittibili, ma i Cinque Stelle ribattono: tutti i processi per mafia, anche quelli dove non sono contestati omicidi, devono arrivare a conclusione. Sembra la rivendicazione di un ulteriore "doppio binario" per i tempi di prescrizione, che però troverebbe ostacoli nella parte destra della maggioranza.
E così si torna alla mediazione, da incastrare con i tempi. Preso atto di buon grado dello slittamento ("il rinvio può essere una opportunità per migliorare la condivisione delle forze politiche"), il presidente grillino della commissione Giustizia, Mario Perantoni, chiederà un nuovo calendario al presidente della Camera Fico, e la questione di fiducia passerà dal ministro dei rapporti con il Parlamento D'Incà. Tuti espoenti dei Cinque Stelle. L'incastro delle date per rispettare la scadenza fissata da Draghi passa da loro.
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