di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2021
Il Dl Recovery ha introdotto il contraddittorio e un percorso di bonifica prima del varo del provvedimento. Restano alcuni nodi applicativi.
In cinque armi le interdittive antimafia emesse dai prefetti per bloccare in via preventiva l'attività delle imprese sospettate di essere infiltrate dalla criminalità organizzata sono più che raddoppiate: i provvedimenti amministrativi che congelano ogni rapporto conia Pa, fermi a 972 nel 2017, sono stati più di 2.000 nel 2020 e al 31 ottobre scorso erano già 1.789.
Ora il Governo prova a limitare il ricorso all'interdittiva per favorire la continuità aziendale, senza abbandonare il contrasto alle mafie. Il decreto legge Recovery mette infatti in campo due nuovi strumenti affidati ai prefetti: il contraddittorio con l'impresa sospettata di infiltrazione e poi, se il contatto è solo "occasionale", il percorso di bonifica della "prevenzione collaborativa" che anticipa, in sede amministrativa, il controllo giudiziario.
Ma il rischio di allungare i tempi e dubbi applicativi possono pesare sull'applicazione concreta. Per aumentare le garanzie dell'impresa il Dl stabilisce che prima di emettere un'interdittiva venga instaurato un contraddittorio con l'azienda sospettata di infiltrazioni in base alle verifiche effettuate dal prefetto. Il confronto permetterà all'azienda di difendersi con osservazioni, documenti e chiedendo di essere ascoltata. Solo al termine il prefetto deciderà se rilasciare la liberatoria, emettere l'interdittiva o, se l'infiltrazione è riconducibile ad agevolazioni "occasionali", disporre la nuova "collaborazione preventiva".
Con questo strumento il prefetto può condurre l'impresa verso la "bonifica", prescrivendo misure da rispettare per un periodo da sei mesi a un anno: a partire dall'adozione di modelli organizzativi (come quelli del decreto legislativo 231/2001 per la responsabilità amministrativa degli enti) per rimuovere le cause di agevolazione occasionale, e dal monitoraggio di movimenti di denaro (sopra i 7mila euro) e contratti.
Concluso il periodo, il prefetto dovrà verificare la situazione e, se i rischi di infiltrazione sono stati eliminati, rilascerà un'informazione antimafia liberatoria. Benefici e rischi Un nuovo sistema, quindi, che punta a "proteggere le imprese sia dai condizionamenti che dalla morte", osserva Costantino Visconti, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Palermo e precursore dell'uso dei modelli organizzativi per bonificare le imprese. "Intervenire sull'organizzazione - spiega - permette di arginare i tentativi di infiltrazione, inevitabili in certi contesti. Ma le imprese devono attuare i modelli e le Pa comprenderne il valore".
Giudizio positivo anche dall'Unione camere penali, che però contesta l'aumento del ruolo dei prefetti e la mancata giurisdizionalizzazione della procedura. Perché gli strumenti funzionino vanno però risolti dubbi normativi e problemi applicativi. Il contraddittorio, ad esempio, si potrà "saltare" solo in caso di "particolari esigenze di celerità del procedimento", che la norma non specifica.
Potrebbero riguardare appalti di lavori che non possono sopportare tempi più lunghi: il contraddittorio dovrà concludersi entro 60 giorni, che si aggiungono ai 30 (45 per verifiche complesse) già previsti. Mai casi potranno essere altri e sarà il prefetto a decidere. Inoltre, nelle aree con più procedimenti, potrebbe essere complesso organizzare contraddittorie dispone percorsi di bonifica, per cui servono tempo e personale.
Appare delicata, inoltre, la valutazione sull'occasionalità dell'infiltrazione, che spetta sempre ai prefetti. E se il percorso di bonifica non andasse a buon fine, l'interdittiva porterebbe alla revoca di appalti o contributi eventualmente già ricevuti dall'azienda. Con il rischio di allungare i tempi e accrescere il contenzioso.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 8 novembre 2021
È in carcere dal novembre 2004 e all'ufficio matricola accanto al suo nome compare la dicitura: fine pena mai. C'è un duplice omicidio nella storia di un uomo che sconta l'ergastolo a Volterra e che dietro le sbarre tenta di dare un senso a un'esistenza segnata per sempre. Condannato per aver ucciso una coppia di connazionali a colpi di piccozza in testa, un 39enne lituano ha vinto una causa contro il suo datore di lavoro nonché "padrone" di casa. Il Tribunale di Roma, competente per materia, ha condannato il ministero della Giustizia a pagargli 41.770 euro, la differenza tra quanto percepito come mercede carceraria (gergo tecnico per le paghe dei detenuti-lavoratori) e quanto prevede il contratto collettivo nazionale per le mansioni svolte negli anni. Il detenuto ha preso parte anche a diversi spettacoli messi in scena dalla Compagnia della Fortezza.
Nel novembre 2004 nel Foggiano confessò il duplice omicidio, commesso con un complice, spiegando di essere stato sfruttato e deluso dalla coppia, che aveva li aveva fatti arrivare dalla Lituania trovando loro un lavoro, ma alla quale dovevano cedere il 50 per cento del loro salario. La documentazione allegata nella causa racconta in modo puntuale luoghi, lavori e pagamenti, con tanto di cedolini prodotti, ricevuti nel corso degli anni dall'ergastolano. Dal gennaio all'agosto 2008 è stato carcere di Teramo e dal gennaio 2009 e fino all'agosto 2020 nel carcere di Volterra.
Nel tempo ha svolto varie mansioni. Scopino, porta vitto, piantone, aiuto cuciniere, cuciniere, addetto alla cucina, apprendista lavorazione tessuti, aiuto sarto, muratore qualificato. Il Tribunale di Roma sottolinea la "completezza e la condivisibilità dei conteggi prodotti dalla difesa del ricorrente, in relazione alle differenze retributive oggetto della odierna domanda, sulla scorta della chiara verificabilità dei medesimi in forza del confronto tra gli importi ricevuti - e riscontrabili dalle buste paga - e quelli di cui alle tabelle allegate al Ccnl, ben potendosi ritenere la correttezza degli stessi in relazione alle singole voci indicate ed ai criteri di calcolo utilizzati, coerentemente elaborati in base a quanto accertato in questa sede. Ne consegue la condanna dell'amministrazione convenuta (ministero della Giustizia, ndr) al pagamento della differenza fra quanto spettante, sulla scorta delle superiori statuizioni, e quanto corrisposto al ricorrente, per un totale di 41.770 euro maggiorato di interessi legali dalle singole scadenze fino al soddisfo".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 8 novembre 2021
Nasce il Polo Universitario Penitenziario Sapienza. Si tratta di un'infrastruttura di servizi creata nell'ambito dell'ateneo romano per promuovere e facilitare tutte quelle attività funzionali a garantire, ai detenuti presenti negli istituti penitenziari della Capitale, il diritto allo studio e il conseguimento dei titoli universitari.
La decisione, deliberata dal Senato accademico della prima università di Roma nella seduta di ieri, dà attuazione al protocollo d'intesa sottoscritto nel settembre 2019 dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e dalla Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari nonché alle linee guida recentemente adottate da DAP e CNUPP sulle modalità di collaborazione tra le istituzioni penitenziarie e le università.
Il nuovo Polo della Sapienza si occuperà di interagire con la platea dei destinatari, offrendo il proprio supporto per la gestione delle pratiche amministrative, l'orientamento allo studio, la didattica dedicata, l'utilizzo di materiale delle biblioteche e l'eventuale inserimento dei laureati nel mercato del lavoro.
"La nascita di questo nuovo Polo Universitario Penitenziario - afferma il Capo del DAP, Bernardo Petralia, commentando con soddisfazione la notizia - costituisce un nuovo e significativo passo che la società esterna, e in questo caso il mondo accademico, muove verso la realtà del mondo penitenziario. Un passo che è testimonianza di un comune impegno rivolto al recupero e al reinserimento dell'individuo, garantito dalla nostra Carta Costituzionale, di cui il diritto allo studio rappresenta uno dei caposaldi".
"Il Polo Universitario Penitenziario rappresenta uno strumento efficace e diretto per attivare procedure che aprano le porte del sapere e dell'università, in un'ottica inclusiva e di Terza Missione, stimolando concreti percorsi di riabilitazione e di reinserimento sociale", sottolinea la rettrice della Sapienza Antonella Polimeni. Alla cui voce si aggiunge quella di Pasquale Bronzo, delegato dell'ateneo per il Polo: "La scommessa è fare in modo che la detenzione non sia un tempo sospeso. La presenza delle università nei luoghi di detenzione ha, in questo senso, una profonda valenza culturale per il Paese".
di Martina Maiorano
linkabile.it, 8 novembre 2021
Si è tenuta presso l'ex OPG di Napoli, la presentazione del libro "Barre" di Francesco Carlo, in arte Kento, rapper di Reggio Calabria. L'artista ha raccontato le esperienze negli istituti di detenzione minorile dove lui stesso insegna il rap ai giovani. Strutture come Casal di Marmo, Beccaria e Paternostro dove musica e poesia rappresentano due elementi fondamentali durante il periodo della reclusione. Nelle 177 pagine del volume, Kento racconta la sua esperienza maturata in oltre dieci anni di laboratori in vari istituti penitenziari italiani, a contatto con centinaia di ragazzi detenuti, insieme ai quali ha scritto strofe, ritornelli e punchline. Oltre a descrivere la vita e le difficoltà nelle carceri, nel testo c'è una forte riflessione sulla giustizia italiana e sul futuro incerto dei ragazzi, che stimola il lettore a meditare sulla questione proposta.
Kento, infatti, dichiara che la sua voglia di scrivere questo testo deriva proprio dalla mancanza di fonti riguardo le carceri minorili, una questione che doveva essere raccontata in qualche modo, perciò ci dice che "non è un libro per chi lavora nelle carceri, ma per tutti", rivelandoci lo scopo reale del testo. Dopo aver citato l'articolo 27 della Costituzione, che prevede il reinserimento e la rieducazione del detenuto, ci ha lasciati con un quesito: "Se un ragazzo non è mai stato inserito in società, come si applica tale principio?".
All'evento hanno anche partecipato tre ospiti speciali. Giusy Santella, giornalista di "Mar dei Sargassi", che ha spiegato brevemente di cosa tratta il libro, sottolineando il grave problema della detenzione come scelta estrema ed invitando a riflettere il lettore: "Ciò che accade negli istituti di detenzione riguarda tutti non solo chi se ne occupa". Ha partecipato all'evento, Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, che ha introdotto il discorso parlando proprio della sua vita, gli inizi in alcune carceri e delle associazioni "Agorà" e "La Mansarda", da lui stesso fondate.
Paragonando i ragazzi dell'epoca a quelli della società odierna, ha affermato che: "Oggi questi adolescenti hanno la morte nel cuore, sono adolescenti a metà", a causa dei reati pesanti da loro commessi. Essenziale risulta la questione dello Stato, assente in questa situazione e della società malata in cui viviamo, la quale abbandona il giovane senza alcun aiuto. Alla fine ci ha lasciati con un impegno, quello di essere: "Liberarci dalla necessità del carcere ed uomini della speranza e garantisti, perché il garantismo è rivoluzionario e di sinistra". Per ultima è intervenuta Serena Voluttuoso, attivista di "Rete di solidarietà popolare", che ha esposto lo scopo dell'associazione: "Creare un ponte tra interno ed esterno" per far capire davvero cosa non funziona. Obiettivo raggiungibile con i numerosi progetti della Rete e con volontari, che possano denunciare affinché lo Stato agisca concretamente.
unina.it, 8 novembre 2021
Si terrà lunedì 8 novembre 2021 l'inaugurazione dell'Anno Accademico 2021-2022 del Polo Universitario Penitenziario della Federico II - PUP. La cerimonia si terrà alle 11 nel Centro Penitenziario Pasquale Mandato di Secondigliano, sede del Polo campano. È il quarto anno dalla sua istituzione.
Nel corso della cerimonia sarà anche firmata la convenzione tra l'Università degli Studi di Napoli Federico II, il Dipartimento di Farmacia, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, l'ASL NA1 e il Provveditorato Amministrazione Penitenziaria Campania, per l'attivazione del primo tirocinio interno per gli studenti del Corso di Laurea in Scienze erboristiche, che si svolgerà nella farmacia dell'Istituto.
Il Polo Universitario Penitenziario della Federico II conta oggi circa 100 studenti, divisi in 8 corsi di studio. È ubicato nel Centro Penitenziario di Secondigliano, dove sono state destinate agli studenti detenuti due sezioni, la sezione Ionio per i detenuti in regime di alta sicurezza e la Mediterraneo per quelli di media sicurezza. All'interno delle sezioni gli studenti hanno un regime diverso, hanno le celle aperte tutto il giorno, spazi per lo studio, per le lezioni, per l'incontro con professori e tutor.
7 sono i Dipartimenti federiciani coinvolti, più di 100 a semestre i docenti che vi insegnano e 26 i tutor tra studenti e dottorandi impegnati nel progetto. Agli studenti del Polo sono garantite lezioni, seminari, orientamento per la preparazione degli esami, assistenza alla preparazione delle tesi di laurea, e naturalmente lo svolgimento degli esami e delle sessioni di laurea.
È il primo polo universitario penitenziario del Meridione d'Italia, nato da un importante lavoro di collaborazione tra l'Università degli Studi di Napoli Federico II e il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria della Campania. È una iniziativa molto importante per l'affermazione e la concretizzazione del diritto allo studio di persone in regime di restrizione della libertà personale nel solco di una concezione della pena rieducativa, come recita l'art. 27 della nostra Costituzione che mette insieme l'istanza personalistica cioè il principio di umanità, con l'istanza solidaristica cioè il principio rieducativo. Lo dimostrano la partecipazione, l'impegno e i risultati ottenuti dagli studenti in regime di restrizione nei 3 anni accademici trascorsi dalla sua istituzione.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 8 novembre 2021
Assia è stata vittima di una marea di offese via social per le foto con il velo islamico pubblicate in campagna elettorale. Ma le indagini non hanno prodotto alcun risultato. Assia Belhadj, una ragazza italo-algerina di 26 anni, in Italia da 16, denuncia in procura - a Belluno - di aver ricevuto una marea di offese via social. In pochi giorni sono arrivati centinaia di insulti, ingiurie e qualche minaccia a sfondo razziale e religioso, dopo le sue fotografie con il velo islamico postate durante la campagna elettorale per le Regionali di settembre 2020 (era candidata con "Il Veneto che vogliamo"). Timbri, Digos, polizia postale, ufficio del pubblico ministero, l'ipotesi della diffamazione e adesso - ha fatto sapere lei stessa l'altro giorno - è arrivata la decisione: il pm Katjiuscia D'Orlando ha chiesto l'archiviazione e la giudice delle indagini preliminari Enrica Marson gliel'ha concessa. Quindi il fascicolo si è chiuso con un nulla di fatto. Ci sta. Chiedere che un'accusa venga archiviata fa parte dei possibili esiti di un procedimento penale. Tanto più se "le indagini non hanno consentito di identificare in modo chiaro gli autori di quei post", come ha tenuto a precisare il procuratore Paolo Luca.
Ma certo è quantomeno bizzarro che nel provvedimento di archiviazione si dica che fra i motivi della mancata identificazione c'è anche il fatto che "la Rete in uso all'ufficio non consente l'accesso a Facebook". Anche perché è quasi matematico che, pur avendo quell'accesso, non sarebbe cambiata la sorte del caso specifico, poiché Facebook e gli altri gestori Internet statunitensi non rispondono quasi mai alle richieste delle procure italiane per risalire all'identità degli odiatori protetti dall'anonimato. Tra l'altro, al di là dell'oceano quello che noi denunciamo come diffamazione in molti Stati non è nemmeno reato ma pura libertà di opinione, come ci ha ricordato con una nota ufficiale del 2016 il Dipartimento di Giustizia americano sperando così che avremmo dato un taglio alle continue richieste. Non a caso lo stesso procuratore Paolo Luca ha ricordato proprio quella nota del 2016 intervenendo dopo il polverone sollevato dalla storia di Assia. Una storia "sconcertante e all'apparenza incredibile", per dirla con la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani, che chiede chiarimenti e confida nel fatto che "gli odiatori in Rete abbiano la certezza di essere riconosciuti e chiamati a rispondere dei loro atti". Nulla più che una bella speranza, al momento.
di Valerio Calzolaio
ilbolive.unipd.it, 8 novembre 2021
C'era una volta, millenni fa, un minuscolo isolotto di un piccolo arcipelago del Mediterraneo non distante dalla Roma antica e moderna. C'era una volta, secoli fa, un sofisticato carcere su quest'isola con poca terra e poche specie fertili, costruito da monarchi per controllare scientificamente criminali e politici avversari. C'erano una volta, da decenni, le abbandonate vestigia fatiscenti di quella struttura sull'isola disabitata, e un'area marina protetta intorno per difendere valori ambientali e naturalistici. Forse è proprio giunto il momento di intervenire pubblicamente sul complesso della storia narrata, questa svolta è in corso.
L'isola vulcanica di Santo Stefano fa parte con Ponza (la più grande, 7,5 km²) e Ventotene (1,89) delle Isole Ponziane: è la più piccola, solo 29 ettari, molto meno di un chilometro quadrato, forma quasi circolare, oltre 500 metri di diametro. La storia antica, moderna e contemporanea dell'isola si mescola e confonde con quella proprio di Ventotene, meno di due chilometri a ovest, ben conosciuta nel Neolitico, soprattutto come riserva di ossidiana, il materiale usato per lame e utensili, utile tappa sulle rotte tirreniche di vari popoli e gruppi umani (compresi i greci), già sede di esilio forzato in epoca romana (Giulia, Agrippina Maggiore, Flavia Domitilla). Nel periodo romano entrambe avevano diversa varia denominazione: da una parte Pandateria, Pandotira (dal greco), Pantatera, Ventatere, Bentetien, Vendutena, Ventotiene quella che è Ventotene; dall'altra Partenope (dal greco), Palmosa, Dommo Stephane, Borca quella che è Santo Stefano, che fa oggi pure amministrativamente parte del comune di Ventotene.
Da sempre poco e male abitabile in modo residenziale per le scogliere ripide e i rari punti di complicato approdo (da scegliere comunque a seconda dei venti), oggi Santo Stefano è assolutamente disabitata ma precariamente visitabile. L'unico edificio ancora presente sull'isola è l'antico carcere, la struttura denominata Ergastolo, all'inizio mirabilmente circolare con 99 celle (celle poi sdoppiate, numero poi ulteriormente cresciuto per ristrutturazioni e aggiunte di una sezione), fatto edificare a fine Settecento da Ferdinando IV di Borbone, restato in vario uso sotto successive forme di stato e governo fino al 1965. La svolta verso l'isola carcere (esclusivamente carcere) si ha con il Regno delle Due Sicilie. Ferdinando I decise di installare sull'isola un penitenziario a struttura cellulare che servisse a separare fortemente i detenuti dal resto della società. Incaricò del progetto e della realizzazione nel 1794-97 il maggiore del genio militare Antonio Winspeare, in collaborazione con l'architetto Francesco Carpi.
L'istituto penitenziario di Santo Stefano ha le proporzioni del Teatro San Carlo di Napoli ed è una variante concreta della proposta di nuovi carceri emersa dai principi illuministici propugnati dal filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832), secondo il quale "nei tentativi di recupero dei detenuti" sarebbe "possibile ottenere il dominio di una mente sopra un'altra mente" tramite un'adeguata struttura edilizia, una sorta di carcere ideale, denominato Panopticon: tutti i detenuti, rinchiusi nelle proprie celle disposte a semicerchio, in teoria potrebbero essere individualmente sorvegliati da un unico guardiano posto in un corpo centrale, senza peraltro loro sapere se in quel momento risultano osservati o meno. Le celle avrebbero avuto l'unica apertura rivolta verso il centro della struttura, cieche verso il mare. L'isola carcere venne destinata a ergastolani e condannati ai ferri, appunto. Ve ne furono simili esempi in varie parti del mondo, addirittura in Australia nella Rottnest Island, una prigione per gli aborigeni. Così, la dissuasione a fare il male sarebbe derivata dalla consapevolezza di essere costantemente sotto controllo. Ciò nonostante, non mancarono tentativi di evasione.
Il 26 agosto 1797 nel nuovo carcere vi fu un tentativo di evasione di massa, il quale poté essere domato solo grazie all'arrivo di rinforzi da Napoli e lasciò sul terreno due morti e numerosi feriti. Un altro tentativo fu effettuato nel 1798, e l'anno seguente la struttura accolse progressivamente una parte dei condannati per i moti rivoluzionari del 1799. Identica sorte ebbero i rivoluzionari del 1848, tra cui si annoveravano numerose personalità di rilievo, come Silvio Spaventa e Luigi Settembrini (che vi rimase tristemente dal 1851 al 1859). Nell'ottobre 1860 vi fu una nuova e violenta rivolta, durante la quale gli 800 carcerati, principalmente camorristi della Bella Società Riformata che erano stati esiliati nell'isola dal governo borbonico, presero il controllo del carcere.
L'occasione fu data dalla partenza del distaccamento dell'Esercito delle Due Sicilie per unirsi alla resistenza organizzata a Capua dopo l'invasione sarda. Una volta messe le quaranta guardie in condizione di non nuocere, i camorristi istituirono la cosiddetta Repubblica di Santo Stefano, le cui redini furono offerte al capintrito (capobanda) Francesco Venisca. L'effimera Repubblica ebbe il tempo di dotarsi di uno statuto di convivenza tra gli ex detenuti e gli abitanti dell'isola, ma finì nel gennaio 1861, disfatta dall'arrivo delle truppe sarde a ripristinare l'ordine e l'isolamento detentivo. In quegli anni di passaggio di regno anche in altri carceri (come a Favignana) si ristrutturano dinamiche e gerarchie interne al micromondo carcerario, soprattutto per il ruolo della criminalità organizzata.
Anche dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, il carcere mantenne il proprio ruolo sotto la monarchia italiana. In questo periodo, il carcere continuò ad accogliere detenuti comuni e speciali, tra cui il più noto capobrigante post-risorgimentale Carmine Crocco e l'anarchico Gaetano Bresci che aveva ucciso re Umberto I di Savoia e con ogni probabilità fu impiccato in cella dai secondini e seppellito frettolosamente. Durante il ventennio fascista il carcere continuò a essere un luogo privilegiato per la collocazione di dissidenti politici. Detenuti famosi di questo periodo furono Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Rocco Pugliese e Sandro Pertini (il quale ne parlò in aula già nel 1947, ricordando come lì vi fu "suicidato" Bresci) che più tardi come noto è divenuto il settimo Presidente della Repubblica Italiana (1978-1985).
Altri antifascisti furono confinati dal regime sull'isola di Ventotene, ma non furono mai carcerati a Santo Stefano: per esempio Giuseppe Di Vittorio, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Proprio e soprattutto a questi ultimi tre si deve la redazione del cosiddetto Manifesto di Ventotene che nel 1941, in pieno conflitto mondiale, chiedeva l'unione dei paesi europei e costituirà, negli anni successivi (la prima distribuzione clandestina risale al gennaio 1944), il riferimento ideale cui guarderanno in molti per il successivo processo di integrazione continentale, proseguito per decenni e ancora in corso.
Al termine della seconda guerra mondiale, il carcere borbonico riprese la sua funzione di severa pena detentiva nei confronti dei delinquenti comuni. Significativo fu il periodo, otto anni dall'estate 1952 all'estate 1960, in cui fu direttore Eugenio Perucatti (1910), che riuscì a cambiare profondamente le strutture, le regole e l'atmosfera stessa del penitenziario. Trovandosi di fronte al regolamento obsoleto (peraltro proprio di tutti le carceri) si adattò a violarlo palesemente: la prima cosa che fece fu far leggere ai suoi collaboratori il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione italiana, in vigore da appena cinque anni: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato." Nel 1956 Perucatti espresse idee e proposte complessive in un volume significativamente intitolato: ""Perché la pena dell'ergastolo deve essere attenuata".
L'istituto di Santo Stefano è stato definitivamente chiuso nel 1965 e, da allora, la struttura è andata incontro a una lenta e progressiva decadenza. Benito Lucidi era stato l'unico detenuto riuscito a evadere in tempi moderni, nel 1960. Nel 1981, sopra il portone di accesso alla fortezza, fu apposta una grande lapide in marmo candido del Monte Altissimo (Alpi Apuane) per ricordare i patrioti dell'Ottocento e i prigionieri dell'epoca fascista. All'interno del penitenziario è stato girato il film L'urlo (1970) di Tinto Brass e alcune sequenze di Ostia di Sergio Citti e di Sul mare di Alessandro D'Alatri. Isola e carcere s'identificano da secoli, il contesto culturale temporale e artificiale del carcere è la sostanza dell'identità insulare, non se ne può prescindere per gli umani di oggi e forse del futuro.
Nei decenni recenti sono stati proposti alcuni progetti di recupero, ivi compresa un'improvvida iniziativa privata che mirava a trasformarlo in struttura alberghiera. Di notevole rilievo è ora il progetto di restauro e riuso del Complesso dell'ex Carcere dell'isola di Santo Stefano-Ventotene, promosso nel 2016 e rilanciato nell'ultimo biennio, fra l'altro con un finanziamento di 70 milioni di euro. Per assicurare il coordinamento tra le almeno otto amministrazioni pubbliche coinvolte e dare un impulso operativo all'attuazione degli interventi previsti, a fine gennaio 2020 è stato affidato a Silvia Costa il ruolo di Commissario straordinario. Dapprima è stato così approvato il piano operativo 2020-2023 e impostato uno Studio di Fattibilità (approvato poi a maggio 2021) in base al quale Santo Stefano dovrebbe diventare una "Scuola di alti pensieri" di respiro europeo su tre assi tematici: Storia/Cultura, Ambiente/ Natura, Europa/Mediterraneo, con la realizzazione di percorsi sia museali che naturalistici.
Sono stati inoltre eseguiti da novembre 2020 i primi lavori d'urgenza per la messa in sicurezza del nucleo storico; è stato bandito il Concorso Internazionale di Progettazione per l'intero Complesso dell'ex carcere; è stato allestito ad aprile 2021 un Infopoint al porto di Ventotene; tramite procedura aperta è stato affidato l'appalto della "messa in sicurezza degli edifici", i cui lavori stanno iniziando a fine 2021; è in corso la Valutazione di Impatto Ambientale del progetto di realizzazione per il delicato nuovo approdo. Oggi esiste anche l'area protetta a mare e l'intero comune di Ventotene (compresa Santo Stefano) include una Riserva naturale statale e l'Area marina protetta, con tutti i vincoli di legge. Forse bisognerebbe partire anche da lì per pianificare una forma di esistenza integrata, leggera e sostenibile.
La vocazione biologica dell'isolotto di Santo Stefano non è residenziale per gli umani, pur avendo la nostra specie reso immigrabile e abitabile ogni ecosistema, ogni lembo di terra e di mare, via via nel corso dei millenni e dei secoli. In linea di massima si potrà anche dover e poter dormire a Santo Stefano, non è un peccato in sé, tuttavia solo funzionalmente ad attività di alta formazione culturale, manutenzione, studio, visite guidate, documentazione, ricerca e osservazione naturalistica (marina e terrestre), non come residenza civile o turismo o spettacolo. Le forme possibili sono tante: esistono foresterie, ostelli per studenti, appartamenti d'appoggio temporaneo o stagionale per lavoratori residenti altrove, comunque sempre riferendosi a poche decine di persone in tutto. Non avrebbe senso lavorarci, spendere e recuperare per poi abbandonare di nuovo l'isolotto con gli edifici ben ristrutturati (con pochi e sostenibili impatti ambientali), destinati proprio a meglio conservare e valorizzare memorie di storia umana e di 170 anni di vita penitenziaria, da fruire con utilità morale e civile pubblica, prima possibile. Il flusso stabile di visite verso Santo Stefano, con imbarcazioni autorizzate provenienti esclusivamente da Ventotene, è previsto per il 2026, massimo 280 persone al giorno per otto mesi l'anno.
di Mario Calderini
La Repubblica, 8 novembre 2021
Ambiente e giustizia sociale. In questi giorni, a Glasgow, la politica sta ancora una volta provando a trovare una convergenza sulle azioni da mettere in atto per contrastare il cambiamento climatico e i suoi effetti devastanti. Nel frattempo, 35 mila miliardi di dollari continueranno ad essere investiti in imprese e progetti scelti secondo criteri che, sulla carta, dovrebbero concorrere agli stessi obiettivi che vengono discussi a Glasgow ed invece sono viziati da elementi che rischiano di rendere vano ogni sforzo politico.
Su questo fronte, i grandi leader del mondo si ritrovano in Scozia con una novità sgradevole. La grammatica che chiamiamo criteri Esg, con la quale misuriamo le prestazioni ambientali e sociali delle imprese e dei portafogli finanziari e consideriamo una preziosa alleata per uno sviluppo più sostenibile, non solo è fragile e incoerente (questo lo sapevamo da tempo), ma incorpora alcune caratteristiche che riflettono e amplificano le deviazioni del sistema capitalistico, invece di correggerle.
Una in particolare, riflessa limpidamente nell'intervista del presidente Sànchez a Repubblica, è quella di dover conciliare la transizione ecologica con elementi di giustizia sociale.
Se leggiamo il problema della cosiddetta transizione giusta dentro il quadro definito dagli Esg, vediamo che quella grammatica è fatta da una E (di ambientale) molto grande, rispetto a una S (di sociale) sproporzionatamente piccola e terribilmente mal misurata. Le ragioni sono facilmente comprensibili: la E è più facile da misurare quantitativamente ed è relativamente poco rivale agli obiettivi di profitto e rendimento e per questo molto meno sgradita ai grandi operatori finanziari e alle imprese. La S di sociale è invece complessa da misurare e spesso direttamente conflittuale con gli obiettivi di profitto. Per questo, i mercati finanziari trovano conveniente vestire di verde i propri propositi di sostenibilità, sbarazzandosi di tutto ciò che ha a che fare con disuguaglianze, esclusione e povertà.
Una strategia esplicita che si è sviluppata in due fasi, prima tentando di far sparire la S dalla narrativa e dalle metriche di sostenibilità, poi cercando di misurare la S nel modo più innocuo possibile: riferendosi a obiettivi di livello talmente alto (l'adesione alla dichiarazione dei diritti universali dell'uomo) o talmente piccoli (la palestra per i dipendenti in azienda) da essere in entrambi i casi irrilevanti e non conflittuali rispetto alle strategie di profitto. Questo modo bipolare di tener conto degli aspetti sociali lascia scoperta una terra di mezzo enorme, dentro cui stanno gli obiettivi di riduzione delle diseguaglianze sociali e territoriali, i rapporti con le comunità, l'inclusione degli svantaggiati e in generale tutto ciò che ha a che fare con forme strutturali di uguaglianza e giustizia. I criteri Esg sono preziosi, ma se non si affronta seriamente la questione delle metriche, gli Esg così come li conosciamo oggi - fragili, casuali, dilaniati da battaglie interne tra diversi standard e strabici - non guideranno i mercati verso una transizione giusta oltre che verde.
C'è un secondo fronte aperto in questi giorni, a Bruxelles oltre che a Glasgow. Lì la Commissione Europea sta macchinosamente cercando di rimediare al ritardo con il quale ha messo mano alla cosiddetta social taxonomy, la tassonomia con cui si regolamenta la definizione della S, così come era stato fatto colpevolmente solo per la E già qualche anno fa, a dimostrazione di quanto sopra. Sulla proposta di tassonomia oggi in consultazione ci sono fortissime pressioni dal mondo finanziario e industriale per rendere la misura della S la più sciatta possibile. Anche su questo si gioca la possibilità di affrontare seriamente la questione del rapporto tra contrasto al cambiamento climatico e giustizia sociale ed in ultima analisi la speranza che dopo Glasgow ci si metta seriamente in cammino.
di Andrea Aversa
Il Mattino, 8 novembre 2021
Silvio Orlando alla Fondazione Premio Napoli: "Così ho esplorato il drammatico mondo delle carceri". È uno degli attori più brillanti d'Italia, capace con grande facilità, di salire sopra al palco di un teatro e di essere allo stesso tempo protagonista nel grande schermo. Ciò che più lo caratterizza, è la versatilità del suo stile di recitazione: Silvio Orlando è in grado di farti ridere e piangere, con quel suo volto dalle mille maschere e le sue indimenticabili interpretazioni.
Questa mattina l'attore napoletano è stato ospite dell'avvocato Domenico Ciruzzi presso la Fondazione Premio Napoli al Palazzo Reale di Napoli. Un evento durante il quale si è discusso dell'ultimo film con Silvio Orlando appena uscito nelle sale cinematografiche: "Il bambino nascosto". Presente il regista Roberto Andò, autore anche del romanzo omonimo che ha ispirato la pellicola. "Questo film è un breve apprendistato sentimentale - ha spiegato Silvio Orlando - è l'incontro di un bambino in fuga dalla violenza con un maestro che conosce solo l'arte della musica. Insieme riscopriranno l'amore per la vita e la speranza per un futuro migliore".
L'attore è stato impegnato in un altro film molto bello, uscito lo scorso mese di ottobre. Un lungometraggio che lo ha visto condividere il set con un altro gigante del cinema, Toni Servillo. Stiamo parlando di "Ariaferma", girato da Leonardo Di Costanzo. "All'inizio ho avuto delle difficoltà ad entrare dentro questo film - ha dichiarato l'attore -. Il mondo delle carceri per quanto tu possa riuscire a raccontarlo, resta sempre difficile da descrivere: il senso di angoscia, lo spreco del tempo, l'utilità della vita, sia per i detenuti che per gli agenti penitenziari. È stato un esperimento avvenuto in un ambiente nel quale c'è una sorta di amnesia collettiva. Il carcere è vissuto da una parte come vendetta nei confronti di persone che hanno sbagliato, dall'altra come un universo di sola violenza".
Silvio Orlando vive a Roma ma spesso e volentieri torna a Napoli, una città, "diventata un centro mondiale del turismo. Mi auguro che questo resti un fenomeno positivo e che non sottragga a Napoli la sua identità, la sua anima. Sarei una grande scrittore se riuscissi a sintetizzare tutte le emozioni che provo ogni volta che torno". Infine, il futuro. In merito ai prossimi progetti cinematografici Silvio Orlando non ha voluto svelare nulla ("meglio parlare di un film una volta che lo si è già fatto"), l'attore ha invece parlato di una rappresentazione teatrale della quale è protagonista: "Sarò anche a Napoli, la terza settimana di dicembre al Mercadante con "La vita davanti a sé" di Romain Gary".
di Miguel Gotor*
La Repubblica, 8 novembre 2021
Un saggio di Sergio Luzzatto sul militante della Cgil ucciso dai brigatisti ci regala un ritratto antiretorico, al di là del destino tragico del protagonista. Guido Rossa era un operaio comunista che faceva il fresatore ed era cresciuto a Torino, figlio di immigrati bellunesi. È stato ucciso il 24 gennaio 1979 da un operaio brigatista, anche lui fresatore, Vincenzo Guagliardo, nato in Tunisia, figlio di immigrati siciliani. Il motivo? Nell'ottobre 1978 l'operaio comunista Rossa, la "spia berlingueriana" nel truce lessico dei suoi assassini, aveva denunciato alle autorità un altro operaio brigatista, Francesco Berardi, il quale, un anno esatto dopo l'arresto, si sarebbe suicidato in carcere.
Sergio Luzzatto, con il libro "Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa" (Einaudi), fornisce un ritratto di Rossa che arriva dopo i lavori della figlia Sabina con Giovanni Fasanella (2006), di Paolo Andruccioli (2009) e di Giovanni Bianconi (2011). L'originalità del contributo sta nell'avere adottato la tecnica del chiaroscuro, uno stile necessario per rendere realistico qualsiasi ritratto che è sempre, proprio come la vita, un equilibrio tra luci e ombre giocato sulle sfumature, ma anche sul rispetto delle proporzioni. A questo proposito il ritrattismo di Luzzatto comporta la tendenza a depoliticizzare la figura di Rossa a favore di una valorizzazione degli ambienti e dei personaggi di contorno messi a fuoco con la solita piacevole acribia.
L'altro Rossa che la penna dell'autore lumeggia è quello dell'infanzia a Torino, trascorsa in una tipica famiglia di immigrati impegnata a "sbarcare il lunario" nell'Italia della ricostruzione: a quindici anni il lavoro in fabbrica, dai diciotto in poi l'affermazione come alpinista tra i più forti della sua generazione, a ventidue i lanci col paracadute, a venticinque l'ingresso a Mirafiori, a ventisette, da padre di famiglia, il trasferimento all'Italsider di Genova, a ventotto, nel 1962, la partenza per conquistare un settemila in Nepal, membro di una drammatica spedizione in cui sarebbero morti due partecipanti, ma che segnò una svolta anche psicologica nella vita dell'uomo, sopravvissuto, due anni dopo, a un volo di ottanta metri in montagna.
Luzzatto ha avuto accesso per la prima volta all'archivio della famiglia Rossa e riesce a mettere in rilievo anche lo scultore e il fotografo dilettante, l'appassionato di archeologia romana, il marito e il padre di famiglia che, sempre nell'alpinismo, trovò la forza per superare la suprema delle tragedie, la morte a soli due anni del primogenito a causa di una fuga di gas.
La ricostruzione dell'altra vita di Rossa restituisce anche un paio di impressionanti e profetiche coincidenze: a metà degli anni Cinquanta, a Viterbo, il suo istruttore di paracadutismo fu il carabiniere Oreste Leonardi, il capo scorta di Aldo Moro ucciso dai brigatisti il 16 marzo 1978; Rossa a Genova abitava in via Fracchia, ossia nella stessa strada dove, nel marzo 1980, i carabinieri guidati da Carlo Alberto Dalla Chiesa avrebbero ammazzato quattro brigatisti, tra cui proprio Riccardo Dura, ossia l'autore del colpo di grazia al corpo del sindacalista.
Luzzatto ha il merito di superare l'estenuante logomachia tra vittime e carnefici che ha caratterizzato gli ultimi vent'anni del dibattito pubblico sul terrorismo italiano. Egli non delinea, quindi, l'ennesimo santino laico, essendo consapevole dei limiti di una prospettiva soltanto vittimaria, non meno fuorviante di quella esclusivamente memorialistica di parte brigatista che ha dominato a lungo la scena.
Le vittime del terrorismo, infatti, rischiano di diventare figure retoriche esangui che, venendo poste su un monumentale piedistallo e inquadrate sotto la luce deformante dell'eroismo, non riescono a significare per davvero le ragioni profonde della loro vita, in cui si iscrivono sempre i motivi della propria morte. Anche Rossa è consapevole di essere l'ennesimo dead man walking della storia italiana, ma non ricevette alcuna protezione e si recò da solo all'udienza in cui effettuò il riconoscimento dell'operaio Berardi che gli costò la vita.
Luzzatto rinuncia a lucidare il piedistallo sul quale Rossa poggia a causa della sua tragica morte perché sa che i processi vittimari e quelli eroicizzanti degli altri servono spesso a occultare un disagio dovuto al senso di colpa: in questo caso quello dei compagni operai, del Pci e del sindacato di averlo lasciato solo davanti ai suoi carnefici, come lo stesso segretario della Cgil Luciano Lama ebbe l'onestà di denunciare il giorno dei suoi funerali.
Questa scelta di metodo lo ha indotto a ricostruire l'educazione politica di Rossa che da una formazione giovanile superomistica (il culto misticheggiante per le alte vette, la passione per il paracadutismo, l'amore per le pistole e per l'esplosivo) si converte gradualmente all'impegno politico e civile prima nel Pci (cui si iscrive nel 1967) e poi nel sindacato mediante la presa di coscienza della propria condizione di operaio. Così anche ha significato approfondire l'effettivo ruolo svolto da Rossa nella fabbrica che, secondo un'autorevole testimonianza raccolta di recente, fu effettivamente quello di informatore fiduciario del Pci, uno degli uomini selezionati da Botteghe oscure per contrastare l'emergenza terroristica. Scelto, sin dall'inizio degli anni Settanta, per monitorare in fabbrica le trame eversive dell'estrema destra nel contesto della strategia della tensione e poi per arginare la penetrazione delle Brigate rosse. Per un verso, risalendo la filiera tra l'interno e l'esterno dello stabilimento e, per un altro, aggredendo la zona grigia della media borghesia sovversiva, quella lingua di terra infida che portava ai professori Gianfranco Faina ed Enrico Fenzi e all'avvocato Edoardo Arnaldi, suicidatosi anche lui come Berardi, di cui era stato il difensore al processo, per evitare di essere arrestato.
Da questo percorso sarebbe derivata la spinta, come Rossa scrisse in una lettera a un amico nel 1970, a "scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro": tutti gli uomini, quelli che gli hanno voluto bene e quelli - operai come lui - che in una fredda alba d'inverno lo hanno ucciso a soli 44 anni perché era un sindacalista, un comunista italiano, un cittadino democratico.
*Assessore alla Cultura del Comune di Roma
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