di Federica Cravero
La Repubblica, 9 giugno 2021
Il colpo di scena è una delle tante anomalie sulla vicenda che ha travolto il tribunale di Verbania. Sarà anche frutto di un automatismo e di un ritorno al "giudice naturale", come si sono affrettati a dire negli uffici giudiziari, ma è un dato di fatto che il fascicolo sul Mottarone è l'unico riassegnato alla gip Elena Ceriotti dopo il suo rientro, esonerando la collega Donatella Banci Buonamici che aveva fatto da "supplente".
Per un numero consistente di altri casi infatti non è stato preso lo stesso provvedimento e sono rimasti sulla scrivania dei giudici che li avevano trattati in questi quattro mesi, quando Ceriotti era fuori servizio. Dunque il documento con cui il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, spiega perché ha tolto dal caso la giudice che ha scarcerato i tre indagati è un provvedimento ad hoc che ha sollevato le ire degli avvocati che già il primo giorno parlavano dell'anomalia di "cambiare arbitro a partita iniziata: non si è mai visto". Il retroscena è uno dei passaggi che la Camera penale di Verbania indica tra le motivazioni che hanno spinto gli avvocati a un giorno di astensione, il prossimo 22 giugno. Ma nel documento si parla anche di influenze di alte cariche della magistratura.
La vicenda in ogni caso non finisce qui poiché il documento passerà alla valutazione del consiglio giudiziario di Torino e la giudice Banci Buonamici avrà la possibilità di fare delle deduzioni. Poi, dopo il parere del consiglio, la vicenda sarà trattata dal Csm. Si fa fatica a capire anche perché il presidente del tribunale abbia sollevato la gip dal caso dopo che lui stesso aveva approvato che se ne occupasse e perché abbia scritto il documento il giorno dopo averla invece appoggiata quando aveva ricevuto delle minacce per il suo operato. Certo è che la vicenda ha creato scalpore ed è stata uno dei momenti più accesi di una dialettica già infuocata tra anime della magistratura sul caso della funivia che va avanti da giorni. Ieri sembrava il giorno in cui tirare le fila, invece la situazione si è ulteriormente complicata.
La giornata era iniziata con l'attesa di un sopralluogo a Stresa. Sul Mottarone erano arrivate squadre di vigili del fuoco, protezione civile, elicotteristi, soccorso alpino, carabinieri, tutti attorno al consulente della procura, l'ingegnere Giorgio Chiandussi, che guardavano da destra e da sinistra la carcassa della cabina numero tre, accartocciata contro gli alberi da più di due settimane, per capire come rimuoverla - probabilmente con l'elicottero - senza danneggiare pezzi utili alle indagini.
Nel frattempo la giudice Donatella Banci Buonamici era impegnata a rispondere alla richiesta dell'avvocato Marcello Perillo che domandava di fare al più presto un incidente probatorio, con un perito super partes nominato dal tribunale, per capire quali fossero le cause dell'incidente, dal perché la fune si è rotta alle anomalie ai freni che avevano indotto il caposervizio a far viaggiare la cabina con il freno disinserito, cosa che poi ha provocato lo schianto della vettura e la morte di 14 persone. Una richiesta fatta con urgenza, prima che le intemperie (e l'improvviso e violento temporale di ieri è stato un monito) alterino la scena.
Forse la gip aveva già persino finito di scrivere quella risposta. E comunque sicuramente ci aveva lavorato a lungo, analizzando anche punto per punto le deduzioni della procura che chiedevano più tempo per identificare tutti i potenziali responsabili (oltre ai tre indagati che ci sono ora) trattandosi di accertamenti irripetibili. E tutti erano lì incuriositi a pensare se stavolta la gip avrebbe accolto l'opposizione delle pm Olimpia Bossi e Laura Carrera o se (come si mormora nei corridoi) avesse di nuovo dato loro contro, dopo aver smontato pezzo per pezzo e respinto dieci giorni fa la loro richiesta di tenere in carcere i tre indagati: il gestore della funivia Luigi Nerini, il direttore d'esercizio Errico Perocchio e il caposervizio Gabriele Tadino.
Invece il colpo di scena è arrivato nel primo pomeriggio quando, al posto dell'atteso responso, è arrivata la comunicazione che il presidente del tribunale sollevava la giudice Banci Buonamici dall'incarico assegnando il caso a un'altra gip. Stupore per gli avvocati. Stupore più grande per la gip Banci Buonamici, visto che in questi mesi aveva sostituito la collega assente altre volte ma non era stata esonerata dagli altri casi. E un'attesa che si è allungata di altri due giorni almeno per dare il tempo alla nuova gip di prendere in mano il fascicolo.
Inoltre anche oggi, mentre la nuova gip Elena Ceriotti sarà al lavoro per pronunciarsi sull'incidente probatorio, la procuratrice capo e la sostituta sono impegnate nel deposito del ricorso al Riesame contro la decisione di scarcere Nerini e Perocchio e di mettere ai domiciliari Tadini. Ancora attesa.
Sopratutto mentre sono tutti a discutere delle regole, il gioco è fermo: in questi giorni gli investigatori si sono impegnati soprattutto sul ruolo dei tre indagati, sentendo più volte gli stessi dipendenti. Un aspetto importante ma che non fa fare molti passi avanti nella ricerca della verità. E d'altra parte non si può neanche andare avanti sulle cause dell'incidente, visto che qualunque accertamento, anche solo esaminare la scatola nera, è un accertamento da fare alla presenza dei consulenti delle parti. Una situazione di stallo che la decisione della - nuova gip - potrà sbloccare.
di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2021
Nota a sentenza: Cass. pen., Sez. V, 14 aprile 2021, n. 13993. Con la sentenza in commento la Cassazione torna ad occuparsi del reato di diffamazione a mezzo internet, precisando in merito al trattamento sanzionatorio che "l'irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per il reato di diffamazione connesso ai mezzi di comunicazione, anche se non commesso nell'ambito dell'attività giornalistica, possa essere compatibile con la libertà di espressione garantita dall'art. 10 Cedu soltanto in circostanze eccezionali, qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza".
Questa in sintesi la vicenda processuale - La Corte d'appello di Messina riformava la sentenza con cui il Tribunale di Patti aveva assolto l'autore del reato di diffamazione commesso mediante la pubblicazione di post denigratori su Facebook nei confronti del Vice sindaco di un comune, condannando lo stesso alla pena di quattro mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. L'imputato ricorreva, dunque, per cassazione, lamentando che la riforma della sentenza fosse stata pronunciata in assenza di una rinnovazione dell'istruttoria, che mancasse la motivazione rafforzata richiesta in caso di riforma della decisione di primo grado e che fossero stati, altresì, violati gli artt. 595 c.p. e 10 Cedu, avendo la Corte territoriale inflitto una pena detentiva, nonostante la Corte Edu sostenga con orientamento costante la sproporzione della pena della reclusione in relazione al delitto diffamazione, fatti salvi i casi di "discorsi d'odio" o incitamento alla violenza.
Secondo la Corte di Cassazione i primi due motivi di ricorso risultano infondati, in quanto l'impugnata sentenza ha riformato la pronuncia di primo grado sulla base di una prova documentale non suscettibile di rinnovazione e poiché la Corte territoriale ha motivato la propria decisione, delineando correttamente le argomentazioni del proprio ragionamento probatorio contrario a quello alla base del provvedimento riformato.
I Giudici di legittimità decidono, invece, di accogliere l'ultimo motivo di ricorso, allineandosi all'interpretazione dell'ordinanza n. 132 del 2020 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incompatibilità degli artt. 595 co. 3 c.p. e 13 l. 47/1948 - che prevedono la possibile applicazione della pena detentiva in caso di diffamazione aggravata dall'uso della stampa o di un qualsiasi altro mezzo di pubblicità e dall'attribuzione di un fatto determinato - con gli artt. 117 cost. e 10 Cedu.
Tale orientamento, infatti, in conformità con la Giurisprudenza della Corte di Strasburgo, sostiene che la pena detentiva possa essere ritenuta compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti, garantita dall'art. 10 Cedu, solo nei casi eccezionali in cui vengano gravemente lesi altri diritti fondamentali. Ebbene, con la sentenza in commento, anche la Cassazione, ha affermato che in ipotesi di condanna per diffamazione posta in essere tanto con il mezzo della stampa quanto con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, il ricorso alla pena detentiva debba essere limitato ai soli casi in cui l'accertamento compiuto dal Giudice di merito abbia fatto emergere una eccezionale gravità della condotta, consistente, nello specifico, nell'istigazione alla violenza o nella propalazione di "messaggi d'odio".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2021
La sanzione disciplinare è legittima se la condotta è connotata dalla spavalderia di affermarsi leader della comunità carceraria. Il detenuto, che si trattiene sotto la doccia 25 minuti - più di un quarto d'ora, oltre i dieci minuti previsti dall'organizzazione carceraria - e ignora apertamente i richiami dell'agente di custodia, può ben essere sanzionato disciplinarmente con dieci giorni di sospensione dalle attività comuni che si svolgono all'interno del carcere. E a maggior ragione se il mancato rispetto degli ordini e il tempo di attesa imposto agli altri detenuti mira ad affermare la propria posizione di leader nel luogo di detenzione.
In via di principio, la legittimità della sanzione discende non solo dal rispetto di tutte le regole procedurali del giudizio disciplinare, ma anche e soprattutto da un compiuto e adeguato raffronto tra natura/gravità della contestazione e comportamento/condizioni del detenuto. Esame demandato o al direttore o al consiglio di disciplina. La sanzione è poi reclamabile fino in Cassazione.
A fronte di un giudizio congruo e rispettoso delle garanzie difensive non è reclamabile la sanzione disciplinare solo perché fondata su rilievi diversi e non direttamente connessi tra loro. Infatti, come dice la sentenza n. 22381/2021 della Cassazione penale, non costituisce vizio di legittimità per intima incoerenza dei presupposti il fatto che - nel caso concreto - la contestazione fosse stata mossa sia per l'atteggiamento spavaldo mirato ad affermare una propria leadership all'interno della comunità carceraria sia per lo spreco di acqua. Due rilievi che - come afferma la Cassazione - non si escludono tra loro per incoerenza. Nessuna illegittimità quindi per la decisione disciplinare che ha contemporaneamente stigmatizzato la mancanza di rispetto proditoriamente agita contro chi condivide la medesima condizione di reclusione e il comportamento socialmente riprovevole di aver sprecato un bene comune, l'acqua.
In concreto il ricorso voleva far rilevare l'incongruenza dei due rilievi disciplinari per affermare l'incompletezza della contestazione più grave: quella di aver voluto dimostrare apertamente all'interno del carcere il proprio ruolo di leader che non si piega alle regole penitenziarie. Con la conseguente induzione di un senso di timore e di rispetto "mafioso" negli altri carcerati e l'affermazione di una posizione personale di supremazia anche in rapporto all'istituzione penitenziaria. Ciò può ben avverarsi attraverso l'esibizione di un'esplicita mancanza di rispetto verso l'agente con atteggiamenti direttamente percepiti dai detenuti. L'accaduto vedeva gli altri detenuti, in attesa del proprio turno per farsi la doccia, assistere al menefreghismo del ricorrente a fronte dei richiami dell'agente di custodia iniziati dopo il superamento di 5 minuti dei dieci concessi per tale momento di igiene personale.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 9 giugno 2021
I parenti di alcune vittime chiedono al giudice di non archiviare. "Poco prima di morire aveva subito un trauma contusivo al volto di non scarsa entità ma erroneamente non è stata compiuta l'autopsia sul cadavere". "I detenuti erano arrivati in carcere ma non erano stati visitati: dormivano". Sono alcune delle circostanze - non di poca importanza - messe nero su bianco nell'opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini relative ai decessi di nove detenuti, avvenuti l'8 marzo dello scorso anno nel corso della maxi rivolta al carcere Sant'Anna.
Lunedì il gip Andrea Romito si è riservato in merito alla decisione se archiviare o meno il caso, come richiesto dai pm Graziano e De Santis dopo che gli esiti degli esami autoptici sulle salme hanno confermato come i decessi siano legati ad overdose da metadone e psicofarmaci. Nell'opposizione, presentata dall'avvocato Ronsisvalle per il garante nazionale dei detenuti, dalla Onlus Antigone e dal legale dei parenti di una vittima, l'avvocato Luca Sebastiani, si fa presente come sia stato escluso ogni nesso di causalità tra i decessi dei detenuti e la gestione sanitaria e penitenziaria, compresi i trasferimenti presso altri istituti di detenzione senza esplorare l'eventualità di altre cause di morte e la responsabilità connessa all'assunzione dei farmaci. Quello che si chiede è quindi un ulteriore approfondimento investigativo, in particolare per i decessi dei detenuti trasferiti in altri penitenziari e per quelli avvenuti il 10 marzo 2020, ovvero ad emergenza cessata.
Nel documento infatti vengono sottolineati episodi significativi: per quanto riguarda il decesso di uno dei detenuti, Hadidi Ghazi, viene riportata la consulenza tecnica redatta dal consulente nominato in cui si precisa che: "Non è stata erroneamente compiuta autopsia sul cadavere. È dunque palese che Hadidi poco prima di morire aveva subito un trauma contusivo al volto di non scarsa entità: da qui il quesito se non vi fosse stato anche un trauma encefalico che avrebbe potuto condurre ad una commozione o ad un'emorragia cerebrale che può portare al decesso in un arco di tempo anche di ore e con sintomi confondibili con quelli dell'intossicazione. Senza l'autopsia del capo a questa domanda non si può dare risposta".
Ma non si tratta dell'unico caso: per quanto riguarda il decesso di un altro detenuto, Iuzu Arthur la consulente rileva che "L'apparenza modesta delle lesioni cutanee lasciano spazio al dubbio che vi sia stata una successione tale di colpi da produrre lesioni cerebrali che possono evolvere verso il peggio. Ma, anche in questo caso, mancando l'esame autoptico sulla testa, il dubbio non può essere fugato".
toscana-notizie.it, 9 giugno 2021
A disposizione 93.500 euro della Cassa Ammende. I progetti, di formazione interna ed esterna, dovranno riguardare gli istituti penitenziari di Livorno, Prato e Massa Marittima. Come manuale, la "Guida per una orticoltura pratica" di Centomila orti in Toscana. Nardini: "Occasione seria di riqualificazione professionale". Avviso aperto fino al 2 luglio.
Orticoltura e agricoltura sociale diventano occasione di formazione professionale per i detenuti negli istituti penitenziari di Livorno, Massa Marittima e Prato, con l'obiettivo di facilitare l'inserimento lavorativo al termine dell'esecuzione della condanna. È pronto l'avviso pubblico della Regione Toscana, che mette a disposizione 93.500 euro stanziati dalla Cassa delle Ammende, nell'ambito di una Convenzione firmata un anno e mezzo fa, per avviare percorsi di formazione interna ed esterna ai tre istituti toscani, dove sono in fase di attivazione spazi per la coltivazione di orti sociali.
Un avviso che conserva anche un legame con i "Centomila orti in Toscana", uno dei progetti regionali capaci di coinvolgere nel corso del tempo cittadine e cittadini, numerose amministrazioni locali e istituzioni presenti sul territorio regionale. La formazione dovrà infatti essere ispirata alle indicazioni e ai consigli della "Guida per una orticoltura pratica", lo strumento di lavoro nato in seno al progetto e redatto dalla Regione con il sostegno della Accademia dei Georgofili per offrire un sostegno ai soggetti e agli enti locali che hanno avviato esperienze di orticoltura sociale.
L'avviso resterà aperto da domani 9 giugno al 2 luglio prossimi. Saranno coinvolte complessivamente duecento persone in esecuzione penale per la formazione interna; quindici - cinque per ogni istituto - saranno quelle coinvolte nelle attività di formazione esterna.
"Grazie alla Convenzione con la Cassa delle Ammende - dichiara l'assessora regionale alla formazione e al lavoro Alessandra Nardini - possiamo dare una seria occasione di riqualificazione professionale a persone sottoposte a provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria, valorizzando competenze già acquisite, da acquisire o da accrescere. Crediamo che sia una buona misura capace di offrire maggiori e diverse opportunità occupazionali. Mi fa piacere che abbia un legame con un bel progetto della Regione Toscana come i Centomila orti".
Per la realizzazione del progetto che si aggiudicherà l'avviso, sono a disposizione 93.500,00 euro, di cui 56.322 riservati alla formazione interna e i restanti 37.178 euro alla formazione esterna. Sono previsti inoltre 137.822 euro, che potranno essere stanziati dalla Regione Toscana in base alle disponibilità di bilancio e ai vincoli previsti dalla legislazione vigente, per sostenere ulteriori interventi di formazione interna ed esterna che intenderà realizzare il progetto che risulterà finanziato.
La formazione interna si svilupperà in due distinti momenti. Il primo di tipo teorico e avrà come manuale la "Guida per una orticoltura pratica" del progetto Centomila orti in Toscana. Il secondo consisterà nella parte pratica che verrà svolta nelle strutture dell'orto all'interno degli istituti penitenziari. Il programma di formazione esterna prevedrà invece percorsi formativi finalizzati al conseguimento di un certificato di competenze, in riferimento unicamente a mansioni, conoscenze e capacità afferenti alle Figure Professionali del Repertorio Regionale delle Figure Professionali.
L'eventuale seconda fase del progetto integrato, vincolata alle eventuali risorse aggiuntive, prevedrà percorsi di formazione obbligatoria - non finalizzati all'acquisizione di una specifica qualifica professionale - la cui frequenza e, in alcuni casi, anche il superamento di una prova finale, costituiscono uno dei requisiti per lo svolgimento di particolari attività lavorative inserite nel Repertorio Regionale della Formazione Regolamentata.
Chi può partecipare all'avviso - I progetti possono essere presentati da partenariati composti da almeno un organismo formativo accreditato ai sensi della Dgr 1407/2016 e successive modifiche e integrazioni (o che si impegna ad accreditarsi entro la data di avvio delle attività), in qualità di capofila, e da un'impresa senza finalità formative, con una propria unità produttiva attiva nel territorio di almeno una delle province nelle quali si trovano gli istituti penitenziari e il cui ambito di operatività sia coerente con gli interventi richiesti dall'avviso. Ogni partenariato di progetto - per un massimo di sette soggetti attuatori - può essere integrato da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, associazioni di categoria, ulteriori organismi formativi accreditati e ulteriori imprese come sopra definite.
Valutazione dei progetti - Nella valutazione dei progetti, verrà data priorità ai progetti impostati sull'impiego di metodologie formative personalizzate e individualizzate, finalizzate all'acquisizione di competenze teoriche e pratiche facilmente spendibili nel mondo del lavoro, oppure a progetti che prevedono la collaborazioni di enti o associazioni aventi con esperienza specifica o affine alla tipologia di utenza cui sono destinate le attività di formazione, oppure a progetti che presentano dichiarazioni di impegno all'assunzione da parte delle imprese.
Le domande potranno essere presentate fino al 2 luglio 2021. L'avviso è disponibile on-line al seguente link: https://www.regione.toscana.it/por-fse-2014-2020/bandi. Per ulteriori informazioni è possibile scrivere all'indirizzo
di Marco Galvani
Il Giorno, 9 giugno 2021
I sindacati degli agenti penitenziari denunciano: mancano educatori, i detenuti sono insofferenti e aumentano le aggressioni. I detenuti sempre più insofferenti e intolleranti alle regole. La grave carenza di educatori. La riapertura dell'ex detentivo femminile che, subito dopo l'estate, porterà 90 reclusi in più da gestire senza, però, la garanzia di ricevere rinforzi.
Il sindacato Uil polizia penitenziaria sul piede di guerra. Gli agenti del carcere di via Sanquirico a Monza da tempo sono in stato di agitazione e ieri mattina hanno deciso di alzare la voce per mettere in evidenza pubblicamente "una situazione che ormai ha raggiunto livelli di guardia altissimi", denunciano il segretario nazionale Uil polizia penitenziaria Calogero Marullo e i segretari regionali Domenico Benemia e Carmine Villani. "Stiamo uscendo da un anno in cui le condizioni di lavoro in carcere sono peggiorate notevolmente - continuano - da gennaio gli agenti hanno subito numerose aggressioni e 14 sono finiti in ospedale. In compenso non abbiamo visto provvedimenti idonei ed efficaci a carico dei detenuti violenti".
Del resto "le carenze del sistema si fanno sentire anche per quanto riguarda gli educatori penitenziari dell'Area trattamento". Oggi la casa circondariale di Monza ha 16 sezioni detentive maschili, con una capienza normalmente di oltre 600 detenuti, la metà stranieri. E un sovraffollamento di 200 detenuti rispetto alla capienza regolamentare prevista dal Ministero. In via Sanquirico dovrebbero essere al lavoro 6 educatori, ma in servizio effettivo ce ne sono solo 4. Da oltre due anni. Ma "il ruolo degli educatori è fondamentale perché si occupano dei colloqui di osservazione della personalità, dell'ascolto e conoscenza dell'altro, degli interventi di trattamento penitenziario e dell'attivazione delle sinergie con servizi interni od esterni, organizzare le attività di trattamento (scolastiche, professionali, lavorative)".
Ad aggravare la preoccupazione tra gli agenti è la apertura dell'ex detentivo femminile: la ristrutturazione ormai è completata, per una nuova sezione da 90 posti. Ma "con quali risorse educative saranno seguiti questi nuovi detenuti che arriveranno?", il dubbio del sindacato.
Al momento comunicazioni ufficiali da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non ce ne sono. Anche se gli agenti sono "certi che entro la fine di settembre quella sezione sarà operativa". Nemmeno la tipologia di detenuti, ma non è escluso che possa ospitare persone con 'custodia attenuata', come ad esempio i semiliberi. In ogni caso "serviranno nuove risorse - auspicano i sindacalisti -. Oggi a Monza gli agenti di polizia penitenziaria sono 320. Con qualche sacrificio possiamo anche dire di non essere sotto organico. Ma con una sezione in più da gestire, è necessario l'arrivo di almeno altri 30 agenti".
di Mariateresa De Lucia
ottopagine.it, 9 giugno 2021
La relazione per il 2020 è stata presentata dal Garante dei detenuti Ciambriello. Da un lato il primato positivo di una campagna vaccinale efficiente e veloce per i detenuti del Sannio, dall'altro criticità da risolvere da anni. È un report in chiaroscuro quello stilato, per le carceri del Sannio, dal Garante Samuele Ciambriello per il 2020 su scala provinciale, presentato questa mattina, a Palazzo Mosti alla presenza delle istituzioni: il sindaco Clemente Mastella, il Procuratore della Repubblica di Benevento Aldo Policastro, la Presidente del Tribunale di Benevento Marilisa Rinaldi, il Direttore dell'Istituto Penitenziario di Benevento, il Presidente della Camera penale di Benevento Domenico Russo e il Vescovo di Benevento Monsignor Felice Accrocca.
"Il carcere è un luogo rimosso, per l'avida e cinica politica è la risposta semplice a bisogni complessi compreso quello della sicurezza" ha esordito Ciambriello. "Durante la pandemia nelle carceri di Benevento, Airola e Ariano Irpino (ndr competente la Procura di Benevento) i problemi si sono triplicati. Sono venuti meno i rapporti con le famiglie, sono aumentate le criticità sanitarie, c'è stata assenza di scuola e corsi di formazione".
Il Covid, purtroppo, non ha dato scampo a sei detenuti, 5 agenti di polizia penitenziaria e 1 medico nell'intera Regione. Essenziale dunque, secondo Ciambriello, che soprattutto le autorità conoscano le difficoltà che lì si vivono. A cominciare dal sovraffollamento: il carcere di Benevento ospita 355 persone a fronte di una capienza di 261 unità; ad Airola ci sono 23 minori e ad Ariano 208 ristretti (sui 275 posti). Carente il personale: se ad Airola non si manifestano criticità a Benevento, a fronte dei 244 agenti previsti ce ne sono 229 (sott organico di 15 unità) ad Ariano Irpino dovrebbero essere 165 a fronte dei 142 effettivamente presenti.
E sono numerosi anche gli eventi critici che si sono registrati. "A Benevento 2 morti per suicidio, decine di tentativi di suicidio, scioperi della fame, diverse forme di autolesionismo, in un anno e mezzo i detenuti si sono sentiti soli e abbandonati". E poi Ciambriello rincara la dose: "È necessario fare di più anche in campo sanitario. Se con i vaccini l'Asl ha dimostrato efficienza e rapidità la sanità è ancora in un periodo nero. Occorre - aggiunge - la stabilizzazione degli operatori sanitari in Regione Campania. Figure che dovrebbero essere assunte dalle carceri e non prestare lavoro per qualche mese attraverso cooperative. E ancora manca, presso l'ospedale San Pio, un piccolo reparto per i detenuti. Alla persona che sbaglia non può essere tolto il diritto alla salute".
Non solo Ciambriello aggiunge: "Abbiamo bisogno di più psicologi e assistenti sociali". Ma mette in evidenza anche le buone pratiche che si sviluppano presso le case circondariali con i progetti di inserimento al lavoro e tante altre iniziative. In sostanza un monito a richiamare l'attenzione sul mondo delle carceri a cui tutte le autorità presenti hanno risposto dimostrando sensibilità e impegno.
di Caterina Ganci
livesicilia.it, 9 giugno 2021
"È urgentissimo che riprendano i colloqui dei detenuti con i loro familiari, dopo il successo della campagna vaccinale in carcere e dopo che per 15 mesi a decine di migliaia di detenuti non è stato possibile riabbracciare i propri cari, anche e soprattutto figli minori". Rita Bernardini torna a lanciare un grido d'allarme. La presidente di 'Nessuno Tocchi Caino' sabato farà tappa a Palermo, davanti al carcere dell'Ucciardone con Memento l'iniziativa nonviolenta volta a denunciare lo stato di abbandono delle carceri nazionali.
L'emergenza Covid-19 ha reso necessario l'attivazione di misure straordinarie in ambito penitenziario al fine di ridurre la diffusione dell'infezione in un contesto dove, la promiscuità e la convivenza di un numero molto elevato di cittadini, può rappresentare un aumentato fattore di rischio. Ma a distanza di oltre un anno è necessario individuare delle soluzioni.
"Privati della libertà guardano costantemente le TV - scrive sul social la storica leader radicale - e vedono che la vita dappertutto è ripresa, che addirittura si parla di riaprire le discoteche, ma per loro ancora non si annuncia una decisione che, a mio avviso, deve essere a carattere generale per tutti i 186 istituti penitenziari.
Per far questo - prosegue - occorre modificare subito il decreto in scadenza il 31 luglio, dopo aver tenuto un tavolo tecnico con il Ministero della Salute per dare disposizioni univoche. Almeno 150 istituti sono dotati di aree verdi che devono tornare ad essere utilizzate perché consentono incontri più umani ed è proprio per questo che sono state istituite. Nel contempo - conclude - è necessario continuare a mantenere le video chiamate, una conquista finalmente adeguata ai tempi che viviamo".
Dopo l'approvazione della proposta di delibera del "Regolamento Comunale per l'istituzione del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà", avvenuta a maggio scorso nel comune di Palermo, adesso si attende la nomina della figura prima d'ora non prevista al livello comunale ma presente e attiva al livello nazionale e regionale.
"Nelle carceri la situazione è pesante - dice Gaetano D'Amico, presidente del Comitato Esistono i Diritti che si è battuto insieme al resto dei componenti per introdurre questa figura a tutela dei reclusi nelle carceri cittadine - è necessario che sia nominato il garante comunale che possa coadiuvare quello regionale. È passato più di un mese ma ancora l'amministrazione non si è espressa. Chiediamo che sia nominato con urgenza perché nelle carceri continuano a esserci emergenze umane, sanitarie e sociali".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 9 giugno 2021
"Il carcere a Bagnoli è follia. E dirò di più: bisognerebbe chiudere anche l'istituto minorile di Nisida. Due dei luoghi più belli al mondo devono avere una prospettiva turistica": ha le idee chiare Catello Maresca, l'ex pm che punta a diventare sindaco di Napoli. Anzi, il pm. Perché, per il 49enne magistrato, "la toga è una seconda pelle" e a chi lo definisce "ex" fa notare di essere "in aspettativa senza assegni, al servizio della città". Di dimettersi, d'altra parte, Maresca non ha mai avuto intenzione. Tanto è vero che, nel caso la sua esperienza in politica dovesse terminare, ha già individuato un obiettivo: tornare pm e chiedere come sede Palermo per arrestare il boss Matteo Messina Denaro.
Intanto è alle prese con la composizione delle liste. I suoi candidati dovranno comprovare la propria "illibatezza" esibendo certificato penale e dei carichi pendenti: ha dimenticato il principio di non colpevolezza?
"Sui candidati faremo verifiche di merito che comprendono valutazioni non solo giuridiche. Il principio di non colpevolezza è sancito dalla Costituzione e resta la nostra guida. Poi c'è un discorso di opportunità politica. Chi ha pendenze con la giustizia va lasciato tranquillo affinché possa rimuoverle".
Ha senso escludere da una lista un candidato valido solo perché sotto inchiesta, magari per un reato banale?
"Ci sono accuse infamanti e non infamanti. Valuteremo caso per caso non solo questo aspetto, ma anche la capacità di rappresentare un preciso modello di uomo politico: avveduto, affermato nella propria attività, desideroso di dedicarsi a Napoli mettendo da parte gli interessi personali. Non è un approccio giustizialista, ma di buon senso".
Ha già fatto sapere di non voler salire sul palco col senatore Luigi Cesaro che, tuttavia, non è mai stato condannato. Se Cesaro dovesse invitare i suoi elettori a sostenerla, accetterebbe quei voti?
"Anche per Cesaro vale il principio di non colpevolezza, ma non mi risulta che sia in procinto di candidarsi a Napoli. Detto ciò, ognuno è libero di fare ciò che vuole".
Andiamo sui programmi. Gaetano Manfredi, suo principale competitor, punta sul patto per Napoli stipulato da Conte, Letta e Speranza. Lei ha una soluzione alternativa al problema del debito?
"Quel patto non mi convince per due motivi: parte da Roma e non da Napoli; punta a creare una sorta di bad company alla quale imputare i debiti e prevede un aumento dell'addizionale Irpef che qui è già ai massimi livelli. Noi intendiamo agire sull'imputazione delle spese. Ma ci sono anche altre questioni da affrontare. Napoli, per esempio, deve entrare nella gestione dell'inceneritore di Acerra. E poi il comparto dell'assistenza sociale va razionalizzato attraverso modelli di compartecipazione pubblico-privato".
Quindi abbandonerà la gestione pubblica dei servizi sbandierata dall'amministrazione de Magistris?
"Il modello di gestione pubblica non ha funzionato. Emblematica è la gestione del patrimonio immobiliare del Comune che con Napoli Servizi è stata deludente. Eppure parliamo di un comparto strategico. Perciò bisogna accelerare sulle dismissioni e assicurare una manutenzione ordinaria più puntuale soprattutto in zone come Scampia e Ponticelli, dove la presenza di un'istituzione pubblica come il Comune dev'essere evidente. Per centrare questi obiettivi non esiteremo ad aprirci ai privati, nella massima trasparenza e senza criminalizzare chi legittimamente cerca un profitto".
Si parla di un carcere a Bagnoli: che cosa ne pensa da pm e da aspirante sindaco?
"Una follia. Stesso discorso per l'istituto minorile di Nisida che andrebbe eliminato. Da candidato sindaco trovo assurdo negare una prospettiva turistica a due dei luoghi più belli al mondo. A Bagnoli, in particolare, è indispensabile valorizzare la vocazione all'accoglienza, il verde e le testimonianze di archeologia industriale. Da magistrato, invece, penso che l'istituto di Nisida vada sostituito con un polo della rieducazione, dislocato altrove, che assicuri ai giovani in area penale la possibilità di formarsi e di trovare uno sbocco immediato nel mondo del lavoro: è la filosofia che anima l'associazione Arti e Mestieri di cui sono promotore".
Se dovesse essere sconfitto alle urne, si dimetterà?
"Resterò all'opposizione perché il mio è un impegno serio per Napoli".
E se la sua esperienza in politica dovesse prima o poi chiudersi, rientrerà in magistratura?
"Per me la toga è una seconda pelle. Quindi sì, rientrerò in magistratura. Se le norme me lo consentissero, mi piacerebbe lavorare a Palermo e assicurare alla giustizia Matteo Messina Denaro. Il mio metodo di cattura dei latitanti, d'altra parte, è oggetto di studio nelle università".
Intanto ha atteso mesi prima di mettersi in aspettativa e ufficializzare la candidatura, continuando a esercitare le funzioni nella stessa città che ora punta ad amministrare: non crede di aver danneggiato la giustizia italiana?
"Affatto. Il Csm ha ritenuto legittima la mia attività di ascolto. E poi mi sono messo in aspettativa quattro mesi prima delle elezioni, a differenza di miei colleghi che l'hanno fatto nell'ultimo giorno disponibile. Io sono in aspettativa senza assegna, a riprova del sacrificio che intendo fare per Napoli".
Su di lei, però, si è pronunciato il Csm più delegittimato della storia: come si restituisce credibilità alla giustizia italiana?
"La magistratura è sacra e il fatto che i suoi componenti siano fallibili non deve intaccare la fiducia dei cittadini nei suoi confronti. Di sicuro il sistema delle correnti è stato protagonista di una degenerazione. Bisogna ripartire dalle valutazioni di professionalità dei magistrati che sono standardizzate e troppo spesso positive. Servono valutazioni più rigorose, ma soprattutto parametri che tengano conto della specificità dell'attività svolta da ciascun magistrato, e strategie per coinvolgere l'avvocatura in questo delicato ambito".
Si parla di riforma del processo penale: che cosa ne pensa?
"Bisogna potenziare l'ufficio del processo, aiutando il giudice nell'organizzazione del lavoro, e contingentare i tempi entro i quali vanno svolte le varie attività. La ministra Marta Cartabia troverà la soluzione migliore insieme col resto del Governo e col Parlamento".
reggiotoday.it, 9 giugno 2021
La Garante delle persone private della libertà personale, avv. Russo, a pochi giorni dalla scadenza dell'avviso pubblico per tre componenti dell'Ufficio, parla dei luoghi di pena e del confronto con i detenuti.
C'è tempo fino al 10 giugno per presentare la propria candidatura per la composizione dell'Ufficio del Garante delle persone private della libertà personale. Dopo l'avviso di febbraio quando sono state presentate poche domande ecco che c'è una riapertura dei termini dell'avviso pubblico del Comune di Reggio Calabria per cercare tre componenti che andranno a collaborare con la Garante, avvocato Giovanna Francesca Russo.
"La prima volta, che sono entrata nel carcere di Arghillà nella funzione di Garante cittadino per la città di Reggio Calabria, mi colpì subito un largo androne ed una scalinata di accesso - racconta Russo- che necessariamente si attraversa per passare alla zona delle sezioni detentive. In quell' androne si intravedono i colori accesi di alcune pareti tinteggiate dai detenuti atti a creare un ambiente "confortevole" per i colloqui dei più piccoli con il proprio genitore. Ogni gradino che percorrevo avvicinandomi verso la prima sezione faceva tuonare nella mia mente una frase che ripeto spesso a me stessa "Chi salva un uomo salva l'umanità ed anche se stesso".
Un pensiero forte che non lascia indenne nessuno: persone detenute, operatori che lavorano nel carcere, avvocati, giudici e in ultimo ma non per minore importanza la polizia penitenziaria che con immani sforzi e spesso sottodimensionata cerca di colmare le profonde difficoltà che ogni istituto incontra. Qui inevitabilmente sento di voler ringraziare il Direttore del carcere reggino Calogero Tessitore ed i comandanti di Reggio ed Arghillà: il comandante Stefano la Cava e la Comandante Marialuisa Alessi e la polizia penitenziaria a cui va tutta la mia stima".
Continua nella sua riflessione la Garante e si sofferma sull'accesso dei luoghi di detenzione come luoghi in cui l'umanità si mostra più scoperta e dolente, con una più acuta consapevolezza del proprio quotidiano, dei sentimenti, delle ansie e delle speranze, e lì ci si espone inevitabilmente all'onda d'urto del confronto con le persone detenute e con il loro bisogno estremo di essere ascoltate, prima ancora che comprese ed esaudite.
L'avv. Russo rappresenta come la realtà penitenziaria mostri uno scenario non esente da criticità e mancanze che, incidendo su un panorama di forte disagio sociale, corre il rischio di tradursi in lesione di diritti fondamentali e di limitare dunque la funzione risocializzante della pena. L'ordinamento penitenziario, ha apprestato strumenti giuridici sempre più efficaci per la tutela dei diritti delle persone detenute, ma la strada da compiere è ancora lunga non priva di insidie, c'è da mettersi in cammino per conoscere direttamente chi e come si vive dentro le mura.
L'auspicio dell'avvocato Russo, del Sindaco Giuseppe Falcomatà e dell'Assessore competente Demetrio Delfino è di poter individuare professioniste/i del settore che sì abbiano le dovute competenze, ma soprattutto che nel loro bagaglio umano non dimentichino mai di indossare la veste della carità cristiana.
- Udine. Migliorare la vita dei detenuti stretti tra povertà e solitudine
- Cassino (Fr). Detenuti lavorano per il Comune, in Ciociaria dal carcere ai lavori pubblici
- Lecce. Diritto e piacere di leggere: donati cento libri alla biblioteca del carcere
- Rossano (Cs). "No al trasferimento dal carcere", Battisti inizia lo sciopero della fame
- Migranti. La bozza di maggioranza per sostenere la linea Draghi











