di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 19 luglio 2021
Sanità, scuola e giustizia, cioè più della metà del settore pubblico, hanno mostrato cedimenti. La pandemia ha messo a dura prova strutture, procedure e personale dello Stato. Le forze dell'ordine, la difesa, il vertice dell'apparato esecutivo e anche il Parlamento hanno retto bene. Sanità, scuola e giustizia, cioè più della metà del settore pubblico, hanno mostrato cedimenti.
La sanità è dovuta ricorrere all'esercito per la realizzazione del piano vaccinale. Ha concentrato gli sforzi sui contagiati, ma tralasciando le altre patologie. Ha dato segni preoccupanti di scoordinamento: pensavamo che vi fossero due sanità, abbiamo scoperto che ve ne sono venti, con protocolli e tempi diversi; insomma, la sagra del regionalismo differenziato, con una preoccupante indefinizione dei compiti tra centro e periferia. La sanità ha pagato, inoltre, il costo della riduzione degli osservatori epidemiologici e delle strutture di sorveglianza e di promozione della salute. Ha mostrato il vuoto o la debolezza della medicina territoriale. Ha tradito il disegno del 1978, quello del Servizio nazionale, cioè della rete: questa o non c'è, o è piena di buchi. Alle difficoltà conseguenti a queste carenze ha sopperito il personale sanitario: messo sulla linea del fuoco, è riuscito a fronteggiare i momenti più difficili ed ora riesce a reggere la pressione della esecuzione di compiti estesi come la vaccinazione.
La scuola italiana ha chiuso i battenti più a lungo degli altri sistemi educativi europei, ricorrendo per troppo tempo alla didattica a distanza, come se questa potesse sostituire quella in presenza. Si sono trasposte alla leggera le lezioni frontali in classe con quelle "on line", senza capire che la didattica a distanza richiede metodi diversi, differente articolazione dell'insegnamento, apposite procedure di accertamento dell'apprendimento. Il personale insegnante non è stato aggiornato sull'uso dei nuovi mezzi di trasmissione. Gli studenti si sono sentiti soli, spesso anche privi degli strumenti tecnici necessari per ascoltare le lezioni. Per questi differenti motivi, l'apprendimento mostra ora molte carenze e la dispersione scolastica è aumentata. A differenza della sanità, il personale, salvo meritorie eccezioni, non ha cercato o non è stato in grado di far fronte alla nuova situazione, e i sindacati della scuola, che vociano solo quando si tratta di sistemare in ruolo precari, hanno perduto un'altra occasione per mostrare che hanno a cuore l'istruzione degli italiani.
La giustizia è il servizio pubblico uscito più tardi dal "lockdown", mettendo in seria crisi non solo gli avvocati, ma anche tutti gli altri utenti che hanno bisogno degli uffici giudiziari. I procedimenti definiti si sono ridotti di un quarto, quelli iscritti di un quinto, con un effetto complessivo di riduzione delle pendenze. Il ritardo ha influito in due modi sulla giustizia, perché l'ha rallentata, ma ha anche scoraggiato chi voleva rivolgersi ai giudici. La contrazione, nelle materie di lavoro e previdenza, è stata anche maggiore. Nonostante la riduzione dei nuovi procedimenti iscritti, il risultato è un aumento dell'arretrato, che ammontava già a sei milioni di procedure. I rappresentanti della magistratura, nonostante questa situazione, dichiarano ora che fissare i tempi dei giudizi "significa togliere serenità ai giudici".
Il corpo degli addetti alla giustizia, con qualche eccezione, si è comportato come se la situazione non lo riguardasse, come se non potesse, con un maggiore impegno, almeno compensare il costo dei disagi patiti dagli utenti. Ecco un altro effetto del disegno errato della giustizia italiana, costruita come un insieme di monadi isolate, versione estrema della indipendenza concepita quasi come libertà da ogni vincolo o dovere. Si aggiunge ora una opposizione a far decorrere la prescrizione, come se questa non fosse un rimedio alla lentezza dei processi, la cui velocità è in ultima istanza nelle mani dei giudici stessi. In qualche carcere, poi, per far fronte alle tensioni prodotte dallo "stress test" della pandemia, invece che all'arma della cura e della comprensione, si è ricorso a quella del manganello.
Come si vede, i cedimenti segnalati hanno riguardato elementi diversi (la rete nella sanità, la cultura educativa nella scuola, una motivazione collettiva nella giustizia), hanno prodotto disfunzioni di differente natura e di disuguale peso e sono stati compensati dalla dedizione del personale nel primo caso, non negli altri due. Il Piano nazionale di ripresa e di resilienza prevede soluzioni specifiche ai problemi elencati (tra le riforme orizzontali e nelle missioni 4 e 6). Ma le disfunzioni mostrate dalla prova da sforzo, imposta dalla pandemia e dalle chiusure che sono seguite, vanno al di là di un piano di sei anni, indicano cedimenti strutturali, che richiedono anche altri interventi, di più lungo periodo.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 19 luglio 2021
La pandemia ha modificato il quadro di riferimento in cui ci muoviamo, investendo inevitabilmente anche il principio di libertà, fino a trasformarlo. Ogni volta che l'ideologia prende possesso di una parola, mutandola in bandiera, la deforma mentre la santifica. Sta capitando esattamente questo al concetto di libertà. È la formula base della democrazia liberale, il principio costitutivo della civiltà costituzionale su cui si appoggiano i diritti di ognuno, gli obblighi reciproci, la rete di riconoscimento e il sistema di garanzie che ci scambiamo costantemente in quella comunità politica chiamata società. In questo senso, come fondamento della democrazia riconquistata e della casa comune che stiamo continuamente ricostruendo, la libertà appartiene a tutti e non può essere appannaggio di una parte perché è insieme una condizione, un interesse e un obiettivo in cui si riconosce per intero la collettività dei cittadini. Finché con la pandemia l'emergenza modifica il quadro di riferimento in cui ci muoviamo, investendo inevitabilmente anche il principio di libertà, fino a trasformarlo.
Per due anni il mondo ha vissuto in una sorta di stato d'eccezione permanente. Davanti alla minaccia di morte, al pericolo di contagio, alle persone che si sono scoperte contemporaneamente vittime e veicolo del virus, la domanda di sicurezza ha preso il sopravvento dominando la scena, a svantaggio dell'esercizio dei diritti. Siamo entrati nella pandemia chiedendo protezione al potere pubblico, come si faceva nelle epoche passate di fronte al maleficio della peste e del colera: regredendo all'infermità in balia di un pericolo ancestrale e modernissimo, abbiamo rinunciato coscientemente a quote di autonomia e indipendenza in cambio di una garanzia di tutela e salvaguardia, nella salute ma non solo.
Al potere infatti abbiamo chiesto prima di tutto un'interpretazione del fenomeno che dovevamo fronteggiare, una sua definizione e l'identificazione delle forme di contrasto e di attacco, operazioni che non potevamo condurre da soli. In cambio, abbiamo accettato per tutta la fase acuta dell'infezione la potestà disciplinare del governo, controllato dal parlamento. In questo senso, dunque, è avvenuta da parte dei cittadini una sottomissione volontaria allo stato di necessità, che è stata anche una prova di fiducia vicendevole col potere legittimo, un test di funzionalità del meccanismo democratico sotto pressione. Abbiamo così sperimentato che anche le libertà, pur rimanendo un bene supremo e insieme fondamentale della civiltà in cui viviamo, sono tuttavia comprimibili nei casi eccezionali di una prova estrema.
Appena l'emergenza assoluta è passata, e siamo entrati in una fase precaria e instabile, ma relativamente meno pericolosa, è saltata questa disciplina collettiva e questa subordinazione consapevole alla regola speciale dell'urgenza. Le ragioni sono evidenti. Prima di tutto un meccanismo naturale di ripristino dell'autonomia individuale e di gruppo, a lungo contratta e compressa: la voglia di indipendenza, il bisogno di riprendere il controllo dello spazio pubblico dopo la chiusura materiale e metafisica nel privato di una dimensione domestica separata, impedita e mutilata.
Poi l'ansia di perdere il lavoro o di non ritrovarlo più per i dipendenti, l'urgenza per gli imprenditori, i commercianti, gli esercenti, gli artigiani di riaprire bottega per recuperare il mercato, il reddito, la sopravvivenza e il futuro dopo un lungo black out che ha soffocato l'economia individuale e del Paese fin quasi a strangolarla. L'esigenza psicologica di riprendersi pienamente la vita, centellinata per mesi a scartamento ridotto, si è dunque incrociata con un interesse materiale potente a difendere la dimensione del lavoro e dell'impresa, generando un'insofferenza crescente per tutti i vincoli, per ogni prudenza e infine per qualsiasi regola.
La politica ha evidentemente il dovere di raccogliere queste sollecitazioni, dando loro un orizzonte e una prospettiva. Ha però anche l'obbligo di garantire la tenuta del Paese di fronte a una minaccia virale che non è affatto sparita, ma anzi si sta riproducendo mentre muta la sua conformazione per riproporre l'assedio. Più che l'unità nazionale di una maggioranza politicamente inconciliabile, sarebbe servita semplicemente un'etica condivisa, consapevole della gravità di questa sfida. E invece la politica si è spaccata radicalmente, le etiche sono diventate due.
Mentre il governo si è trovato solo a farsi carico della sicurezza, invitando i cittadini alla prudenza, richiamando le insidie ancora presenti, contemperando politiche di apertura e provvedimenti di salvaguardia, la destra estrema di Salvini e Meloni si è schierata all'opposizione di ogni misura di precauzione, cavalcando la spinta alla gestione individuale degli spazi e dei rischi di questa fase della pandemia: trasformandola così da fattore sociale in fenomeno politico. "Mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio con una siringa", ha detto ieri Salvini, aggiungendo che "bisogna lasciar lavorare la gente in sicurezza", mentre invece oggi "uno deve fare il Green Pass per andare a prendere il caffè in piazza e intanto sbarcano a carrettate in Sicilia senza Green Pass". Giorgia Meloni ha addirittura chiamato in causa Orwell, scomodando il "Grande Fratello" per le misure di Draghi.
La spiegazione di questo atteggiamento è semplice, e rivela la vera natura della destra italiana. L'estremismo nazional-populista avverte il deposito di istinti, energia e vitalità che c'è nella parte di popolazione che chiede piena autonomia, ma invece di indirizzare questa carica in una dimensione d'equilibrio a tutela del collettivo nazionale preferisce eccitare il suo ribellismo, sfiorare il pregiudizio no vax che la pervade, corteggiare il vecchio sentimento antistatuale che la influenza, incoraggiare la fobia normativa che l'attraversa, cercando di trasformare una platea dispersa in un blocco sociale di riferimento, da sfruttare politicamente. Per questo è necessario l'ultimo passaggio, dalla politica all'ideologia: battezzando queste esigenze, queste aspettative, questi interessi e queste pulsioni in una battaglia per la libertà, da contrapporre a Draghi e alla sinistra, con la loro ossessione regolamentare.
Come se la sicurezza fosse a carico di una parte del Paese soltanto, e il populismo potesse disinteressarsene, tanto c'è qualcun altro che ne porta il peso: e come, soprattutto, se la libertà fosse divisibile, e da obiettivo di tutti potesse immiserirsi nella bandiera politica di una fazione. Così la destra separa la responsabilità dalla libertà, mutandone la natura, la portata e il significato: sono libero non perché posso esercitare i miei diritti ed esprimere le mie facoltà a pieno titolo sapendo di far parte di una comunità interessata al bene comune, ma semplicemente perché respingo ogni vincolo nei confronti degli altri. Libero perché liberato, dunque. Entriamo disarmati e inconsapevoli nell'era sconosciuta dell'egolibertà.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 19 luglio 2021
Felix Pablo Rigau: "Arrestata nelle proteste che seguiva come giornalista. Non ha un avvocato e le hanno negato l'habeas corpus. Il mondo ci aiuti".
"Le forze di sicurezza cubane stanno abusando di mia sorella Neife Rigau, in questo momento, mentre parliamo. È stata arrestata domenica scorsa a Camagüey, durante le proteste che seguiva come giornalista. La polizia non ci ha dato alcuna notizia sulle sue condizioni, ma sappiamo che è stata trasferita presso la Segunda Unidad de la Policía Nacional Revolucionaria, in un sito noto come "todo el mundo canta", perché chiunque ci finisce confessa qualsiasi cosa. Non ha un avvocato, le hanno negato l'habeas corpus, è probabile che la stiano torturando. Mi appello all'intera comunità internazionale, l'Unione Europea, la Santa Sede, gli Usa, l'Onu, per lei e tutti gli altri detenuti nelle stesse condizioni, affinché venga fatta la massima pressione possibile su L'Avana per la loro liberazione, o quanto meno il rispetto delle più elementari norme del diritto".
Felix Pablo Rigau sa che rischia grosso a parlare con i media, ma lo fa perché ormai ha perso ogni speranza. Sua sorella Neife Rigau, 22 anni, è scomparsa da domenica con Henry Constantin e Iris Mariño, colleghi del sito di informazione indipendente "La Hora de Cuba". E non è l'unica, anzi. Secondo alcune stime, i detenuti della repressione seguita alla protesta sono centinaia, in tutto il Paese. Non si tratta di dissidenti di professione o complottisti, ma gente normale. Come Isabel Maria Amador Pardìas e Karem del Pilar Refeca Ramon, due ragazze molto impegnate nella loro parrocchia di Bayamo, che secondo la denuncia del Movimiento Cristiano Liberación sono state prese dalla polizia nelle loro case e scomparse.
Cosa è successo a Neife?
"È stata arrestata durante le manifestazioni di domenica dalla Unidad Técnica Investigativa del Ministerio del Interior, a Camagüey. Quindi è stata trasferita alla Segunda Unidad de la Policía Nacional Revolucionaria (Pnr)".
Di cosa è accusata?
"Un delitto che non ha commesso, la protesta violenta. Neife è una persona molto pacifica, non era neanche andata a manifestare. Fa la giornalista per "La Hora de Cuba", stava solo seguendo gli eventi".
Le avete parlato?
"No, nessun familiare ha potuto farlo".
Come sapete dove si trova?
"Il marito di una detenuta ha seguito la polizia, poi i familiari sono rimasti ore davanti al carcere. Il Tribunale provinciale avrebbe dovuto rispondere del caso entro 96 ore, ma non lo ha fatto. Lo ha trasferito alla Fiscalìa, la procura, prendendo così altre 72 ore per emettere un'accusa. Le hanno negato l'habeas corpus, non ha un avvocato, ci hanno impedito anche di consegnarle acqua, cibo o effetti personali".
L'unità dove si trova è nota come "Todo el mundo canta". Temete abusi?
"Certo, è famigerata come le peggiori carceri dell'Avana. È presumibile che venga torturata, la sua salute non è buona".
Cosa vi aspettate?
"Non ne abbiamo idea. Avrebbero già dovuto avviare il procedimento legale, ma non è accaduto. È scomparsa".
Neife ha 22 anni, che persona è?
"Una giovane studentessa come tante altre, interessata soprattutto all'ambiente. Fa la giornalista indipendente per "La Hora de Cuba".
È una militante politica?
"No. Il suo impegno politico è l'indipendenza dell'informazione, alternativa alle notizie ufficiali".
Perché è andata a protestare?
"Non era andata a protestare, ma a seguire la manifestazione per lavoro. Poi certo, milioni di cubani sono scesi in strada, per i motivi che conoscete. Manca tutto, dal cibo alla libertà. I cubani sono stanchi di decenni di repressione, non sanno più come sopravvivere. Il governo pensa solo a mantenersi al potere, ignorando i cittadini".
Cosa chiede alla comunità internazionale?
"Mi appello all'Ue, gli Usa, il Vaticano, l'Onu, il mondo intero, non solo per mia sorella, ma per tutti i cubani e le centinaia di arrestati. Sono persone normali che protestavano pacificamente: vanno liberati e ascoltati. Non è più una questione ideologica, ma di sopravvivenza".
di Massimo Giannini
La Stampa, 18 luglio 2021
Il 21 luglio 2001 la "macelleria messicana" alla Diaz. Vent'anni dopo, la "orribile mattanza" a Santa Maria Capua Vetere. Oggi come allora, la violenza di Stato resta la ferita più profonda inferta al cuore della democrazia. Per un macabro scherzo della Storia, lo scandalo delle violenze nelle carceri italiane deflagra negli stessi giorni in cui ricordiamo una pagina nera della nostra Repubblica. Il G8 di Genova resta "la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale", come la definì Amnesty International. Fatte le debite proporzioni, scopriamo adesso che dietro le sbarre di un abisso concentrazionario sul quale rifiutiamo colpevolmente di affacciarci c'è stata un'altra "sospensione dei diritti democratici". Certo, meno cruenta. Ma non meno grave.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 18 luglio 2021
Nel rileggere le cronache di vicende di violenza ai danni di persone inermi, capita di incontrare due definizioni tanto crude da richiamare i titoli di cupi racconti dell'orrore. O, meglio, di quel genere splatter, incline alla ricerca di effettacci macabri per compensare la carenza di talento degli autori. Eppure, espressioni quali "macelleria messicana" e "orribile mattanza" sono state utilizzate da funzionari dello Stato per dire lo sgomento davanti a crimini commessi da appartenenti alle forze di polizia, come nel caso della scuola Diaz (Genova, 21 luglio 2001) e del carcere campano (Santa Maria Capua Vetere, 6 aprile 2020).
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2021
Ipotesi allungamento dei termini per tutti i reati. In alternativa sconti di pena. Si svolgerà domani mattina l'atteso faccia a faccia tra il premier Mario Draghi e il suo predecessore e leader 5 Stelle Giuseppe Conte. Sul tavolo la riforma della giustizia penale e soprattutto il tema della improcedibilità sul quale restano le divisioni tra le forze politiche di maggioranza e tra magistrati e avvocati. Ad affacciarsi, nelle ultime ore, è l'ipotesi di una mediazione targata Pd con un pacchetto di integrazioni alle proposte Cartabia che sarà formalizzato martedì.
di Pietro Perugini
Il Dubbio, 18 luglio 2021
L'analisi del presidente della Camera penale di Cosenza Pietro Perugini sulla situazione carceraria anche alla luce dei recenti episodi di violenza. I recenti episodi di violenza, in alcune carceri italiane, mettono in evidenza la necessità di esprimere, con forza, una indignata protesta contro simili incivili fatti e nel contempo di rinnovare l'impegno, a garantire il rispetto del dettato costituzionale (art.27) della umanità e della finalità rieducativa della pena.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 luglio 2021
Le proposte della Commissione Giostra furono accantonate dal governo Gentiloni. Per Cartabia è giunta l'ora di intervenire, ma il professore non è ottimista: "Nella maggioranza coabitano le forze che non ebbero il coraggio di difenderla e quelle che la respinsero".
Il professor Glauco Giostra, ordinario di procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ci racconta di non essere fiducioso per una riforma dell'ordinamento penitenziario, come auspicato dalla Ministra Cartabia.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 luglio 2021
A quattro giorni dal deposito dei sub-emendamenti al pacchetto di emendamenti della Ministra Marta Cartabia alla riforma del processo penale e ad una settimana dell'approdo in aula, la massima convergenza tra tutte le parti coinvolte sembra davvero difficile. Prova ne sono le audizioni tenute ieri in Commissione Giustizia della Camera. Il nodo centrale resta sempre il nuovo istituto dell'improcedibilità dopo la sentenza di primo grado, su cui sarà decisivo il prossimo incontro di lunedì tra il premier Draghi e Giuseppe Conte. Lo ricordiamo: due anni per finire l'appello, uno per la Cassazione. Se non si rispettano i tempi, il processo muore ma il reato non si estingue.
Partiamo dall'avvocatura: "Dire no all'imputato a vita e difendere il diritto pieno al secondo grado di giudizio sono le priorità dei penalisti italiani che appaiono nel complesso recepite dagli emendamenti governativi", così Gian Domenico Caiazza, Presidente dell'Unione Camere Penali. Tuttavia, sul terreno scivoloso dell'improcedibilità, si legge in un documento della Giunta dell'Ucpi che "la prima proposta della Commissione Lattanzi, modellata -in senso per di più migliorativo- sulla riforma Orlando, sarebbe stata a nostro avviso preferibile, ma l'obiettivo politico è tuttavia inequivocabilmente raggiunto".
Per quanto concerne le impugnazioni, accolgono "con soddisfazione l'abbandono dell'idea, da sempre propugnata dalla magistratura italiana ed in un primo momento fatta propria dalla bozza Lattanzi, di trasformare l'appello penale in un giudizio cosiddetto "a critica vincolata", così trasfigurandolo da giudizio sul fatto a giudizio sull'atto. Debbono però essere stigmatizzate le residue proposte che mirano ad ostacolare l'accesso al giudizio di appello". Infine "sulla riduzione dei tempi del processo, occorre più coraggio sui riti alternativi, ma soprattutto investire in strutture, personale, magistrati". In pratica per i penalisti "le ambizioni riformatrici della cultura penalistica liberale non vedono certo qui realizzata una autentica e coerente riforma del processo penale".
Critiche anche dalla magistratura associata: la nuova prescrizione processuale "non sembra sia un istituto di accelerazione del processo. L'obiettivo di una riduzione dei tempi dei processi è da noi condiviso ma questo non è uno strumento adatto, non accelera ma elimina i processi". Quanto alle deroghe ai tempi previste per i reati più gravi, a giudizio di Santalucia "si tratta di un catalogo poco ragionevole, che va implementato" perché "esclude e dimentica alcuni reati di grande allarme sociale". D'accordo sul doppio binario anche Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino, che ha suggerito di aggiungere a quelli già previsti contro la pubblica amministrazione anche "quelli relativi alle morti sul lavoro". Spataro si è poi detto contrario alla possibilità che al Parlamento vengano attribuiti i criteri di scelta dell'azione penale, seppur in termini generali. Ma l'ex magistrato sottolinea che "anche gli imputati devono avere i propri diritti, la durata dei processi deve essere certa e nota. Le reazioni di certa magistratura mi sembrano eccessive".
A difendere l'impianto della riforma ci ha pensato il professore avvocato Vittorio Manes, Ordinario di Diritto penale presso l'Università degli Studi di Bologna, tra i componenti della stessa Commissione Lattanzi: "a me sembra che il dibattito si stia concentrando solo su un aspetto - la prescrizione -. Si rischia di guardare il dito e non la luna, ossia l'intero impianto di riforma meritevole di apprezzamento sotto vari punti di vista: filtrare i procedimenti che meritano di essere portati avanti, considerare il carcere come extrema ratio, rivitalizzare l'udienza preliminare e il patteggiamento, così come le pene pecuniarie".
A titolo personale, poi, il professor Manes ha ammesso di preferire l'ipotesi A per intervenire sulla prescrizione, quella sostanziale, evidenziando, peraltro, che "la proposta inserita negli emendamenti ha cura di precisare che in caso di risarcimento del danno per la parte civile, una volta arrivata l'improcedibilità, il giudice penale può trasmettere gli atti al giudice civile.
È una giusta preoccupazione sia per le vittime che per l'imputato, ed andrebbe ulteriormente chiarita, specificando che la condanna in primo grado poi divenuta improcedibile non può lasciar residuare effetti, ad esempio sul piano della confisca o sul piano extra-penale e disciplinare: altrimenti significherebbe lasciar residuare un'ombra di colpevolezza - per citare le parole della Corte EDU - sul soggetto, in spregio della presunzione di innocenza". Infine, il professor Manes auspica che si possa ripristinare "l'archiviazione meritata e il potenziamento di altri riti speciali", come l'abbreviato condizionato. Date tali premesse, si potrebbe davvero aprire la strada alla fiducia, per evitare di andare oltre l'estate.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 18 luglio 2021
Gioca in casa Enrico Letta, ma neanche troppo. "So di rischiare", confida ai dirigenti del Pd senese arrivando a Montalcino, prima tappa della campagna elettorale nel collegio toscano che, in ottobre, dovrebbe schiudergli le porte di Montecitorio. Qui tre anni fa Padoan vinse con tre soli punti di scarto sul centrodestra e lui sa di giocarsi tutto, perché "è evidente che se i cittadini mi rifiuteranno, ne trarrò le conseguenze".
Significa dire addio al Nazareno, non solo alla speranza di entrare in Parlamento. E certo, le voci di un possibile agguato renziano non rassicurano. "Ma intorno a me sento un buon clima", sorride, "vincere questa battaglia, per me totale, è possibile. Rifiutarsi sarebbe stata diserzione". Di ritorno da Ancona, dove ha incontrato i lavoratori di Elica, la fabbrica di elettrodomestici che con "un piano inaccettabile" ha deciso di delocalizzare la produzione in Polonia, il leader dem si gode il colpo d'occhio regalato dal chiostro duecentesco di Sant'Agostino. Tanta gente e un entusiasmo che scalda il popolo democratico come non si vedeva da un po'.
Cominciamo dalla giustizia. Il testo approvato in Cdm ha bisogno di modifiche, come sostengono M5S e Forza Italia, o va approvato così com'è, ponendo la fiducia?
"Non c'è alcun dubbio che la riforma sia giusta e necessaria: dopo molti anni si va finalmente nella direzione di superare lo scontro politico tra giustizialismo e finto garantismo che ha tenuto in ostaggio il Paese troppo a lungo. Ma proprio perché è di importanza strategica, penso che il Parlamento abbia il diritto, direi il dovere, di contribuire a migliorarla".
Palazzo Chigi però teme che la dialettica interna ai partiti possa dilatare i tempi e stravolgere il testo...
"Io credo che i tempi stretti chiesti dal governo, e che io condivido, siano compatibili con qualche piccolo aggiustamento, in prima o anche in seconda lettura. A patto di non stravolgerne l'impianto".
Quindi lei non asseconderà la guerriglia minacciata da Conte per ripristinare i cardini della legge Bonafede, specie sulla prescrizione?
"Mi fido molto della ministra Cartabia. Se vogliamo affrontare il percorso in modo ordinato occorre affidare a lei il volante, la guida di questo confronto nelle Camere".
Domani Conte incontrerà Draghi. C'è il rischio che il M5S si sfili, magari durante il semestre bianco?
"Come tutti sanno il Pd lavora molto bene con Draghi, così come ha lavorato bene con Conte, con il quale vogliamo costruire un'alleanza solida. Non solo non vedo rischi di rottura, ma sono convinto che questo dialogo darà più stabilità al governo".
Peccato che Renzi non sia della stessa idea. Dopo la battaglia sul ddl Zan pensa ancora che Iv voglia e possa far parte della coalizione di centrosinistra?
"La nostra disponibilità c'è, ma i comportamenti non sono indifferenti. Io però preferisco guardare cosa accade nei territori, a quel che è successo a Bologna, dove Isabella Conti ha gareggiato alle primarie e sono sicuro giocherà un ruolo rilevante anche domani. Io non caccio nessuno, ma far parte di una coalizione significa starci dentro con diritti e doveri, anche di lealtà".
Le alleanze nelle città, spesso mancate, non segnalano però che la coalizione allargata al M5S gode di salute precaria?
"È un processo complesso, che non si improvvisa. Per questo abbiamo lanciato le Agorà democratiche. Sarà il più grande esercizio di democrazia partecipativa mai offerto ai cittadini. La prossima settimana partiremo con incontri pilota a Palermo, Bologna, Napoli. E nomineremo un "osservatorio degli indipendenti" formato da personalità esterne di grande autorevolezza. Da oggi chiunque potrà iscriversi alla piattaforma. Dove, dal primo settembre, si potranno fare proposte per costruire insieme il programma del centrosinistra".
A proposito delle norme contro l'omotransfobia, Salvini le ha chiesto di incontrarvi per trovare un accordo salva-legge. Lo farà?
"Il Pd su questo tema vuole discutere con persone che hanno una sola faccia. Non trovo sia serio appoggiare le iniziative anti-Lgbtqi+ di Orbàn in Europa e poi disinvoltamente proporsi per una trattativa a difesa di quella comunità a livello italiano. Se vuole confrontarsi con noi sulla Zan rinneghi pubblicamente le norme anti-Lgbtqi+ approvate in Ungheria".
Ma non è meglio un compromesso pur di portare a casa il risultato?
"Abbiamo deciso di verificare passo passo in Parlamento gli sviluppi di questa vicenda, la cui tempistica non è ancora chiara. L'unica cosa certa è che se io non fossi rimasto fermo sul testo approvato alla Camera, a quest'ora non saremmo neanche arrivati nell'aula del Senato, staremmo ancora negli scantinati della commissione Giustizia a fare audizioni con il leghista Ostellari, che ha fatto di tutto per affossare la legge".
Neanche Conte ha pronunciato una sola parola a favore, anzi - sollecitato - si è sottratto. Questa cosa non la disturba?
"No, perché in queste settimane Conte si è concentrato su questioni interne al M5S. E i loro parlamentari stanno facendo con noi un lavoro comune per far passare la Zan".
È giusto aver escluso dalla Rai l'opposizione?
"Bisogna chiedere al centrodestra, sono tutti giochi dentro il loro campo. Il Parlamento ha votato ed è sovrano. Ora grazie alle scelte di Draghi ci sono le condizioni per una Rai molto più indipendente dai partiti. Vedo una svolta rispetto alla disastrosa gestione Foa-Salini".
I test Invalsi sono la prova che la chiusura delle scuole ha aumentato le diseguaglianze fra famiglie e territori. Come si può recuperare il debito di conoscenza accumulato dagli studenti?
"Sono dati drammatici e a me ha molto colpito che non siano diventati la prima notizia dei tg. La priorità assoluta è lasciare aperte le scuole, dire basta alla Dad perché le disuguaglianze partono sempre dal gap di conoscenza e formazione. Perciò faccio un appello al governo: nel Pnrr ci sono tante iniziative per ridurre i deficit educativi, si acceleri sull'utilizzo dei fondi".
E sulla vaccinazione obbligatoria nelle scuole: favorevole o contrario?
"Più vaccini si fanno meglio è. Ma non pensiamo che i guai della scuola si risolvano solo con una iniezione".
Riguardo al Green Pass, va fatto alla Macron o all'italiana?
"Il Green pass va fatto, punto. Alla Draghi. Noi ci fidiamo del premier e del ministro Speranza, che hanno sempre deciso con serietà e sulla base delle evidenze scientifiche, non di soluzioni estemporanee proposte solo per acchiappare voti. Servono soluzioni che coniughino libertà di movimento e apertura delle attività economiche in sicurezza. Ma non le dettano Meloni e Salvini".
Avete votato per il rifinanziamento delle missioni di supporto alla guardia costiera libica. La mediazione Pd si è risolta in un semplice invito al governo a verificare la possibilità di superarla, passando però gli stessi compiti all'Europa. Non è un po' poco?
"Avevamo solo un'alternativa: votare contro e lasciare che la missione italiana proseguisse così com'è; oppure negoziare con il governo per ottenere la fine della missione dal primo gennaio e il passaggio alla Ue. È quello che è accaduto. Far politica vuol dire lavorare per gradi. Avrei voluto di più, ma si tratta già di un grande passo in avanti".
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