di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 8 giugno 2021
Una botta dopo l'altra. E non importa niente a nessuno - cioè no, siamo giusti: a quasi nessuno - perché in effetti son botte su quelle materie che di voti e consenso ne portano zero (cioè no, siamo giusti anche qui: ne portano pochi, non zero).
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Bisogna "offrire reali possibilità ai ragazzi che sono entrati in un circuito penale", dice la guardasigilli. "Se la finalità rieducativa della pena di cui parla l'art. 27 della Costituzione non diviene per i più giovani una effettiva possibilità di scrivere una nuova pagina della loro esistenza, come potrebbe diventarlo per tutti gli altri?".
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 giugno 2021
Gli argomenti sono: separazione delle carriere; elezione al Csm; responsabilità diretta dei magistrati; abolizione della legge Severino; limite alla custodia cautelare; equa valutazione dei magistrati.
Il 4 giugno 2021 la Lega e il Partito radicale hanno depositato in Cassazione i sei quesiti referendari sulla giustizia, pubblicati anche in Gazzetta Ufficiale. Il 2 luglio inizierà la raccolta firme: ne servono 500 mila, ma il leader della Lega Matteo Salvini punta a raccoglierne il doppio entro settembre e ha mobilitato tutto il partito. Ecco i sei quesiti.
Elezione al Csm - Per candidarsi a venire eletto al Consiglio superiore della magistratura, un magistrato deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Il quesito chiede di abrogare il vincolo del numero di firme. La ragione è che, secondo i proponenti, la raccolta di firme obbliga necessariamente il candidato a venire a patto con i gruppi associativi. Eliminandole, invece, ogni magistrato potrà liberamente candidarsi senza alcun condizionamento.
Responsabilità diretta dei magistrati - Attualmente il cittadino che si sia sentito leso nei propri diritti dalla condotta del magistrato nel processo non ha diritto di chiamarlo in causa civilmente in modo diretto, ma deve citare lo Stato che poi si può rivalere sul magistrato. Il quesito referendario prevede di abrogare una parte della legge n.117 del 1988, negli articoli in cui prevede che il magistrato non possa essere chiamato direttamente in causa in un giudizio civile.
Equa valutazione dei magistrati - I magistrati devono essere valutati ogni quattro anni in merito alla loro condotta professionale. Questo avviene nel consiglio direttivo della Corte di Cassazione e nei Consigli giudiziari di ogni distretto. In questi organi sono presenti anche dei componenti laici, avvocati e professori universitari, ma sono esclusi dal diritto di tribuna e di voto quando si tratta delle valutazioni dei magistrati. Il quesito prevede che la compone laica possa esprimersi sulla qualità del lavoro delle toghe. Su questo tema ci sono state proposte di emendamento all'interno del ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario ed ha avuto luogo anche un duro dibattito anche dentro l'Associazione nazionale magistrati, che ha approvato un documento contrario.
Separazione delle carriere - Attualmente i magistrati requirenti (i pubblici ministeri) e i giudicanti seguono lo stesso percorso per entrare in magistratura e, nel corso della carriera, possono passare da un ruolo all'altro per un massimo di quattro volte. Secondo i proponenti, questo crea contiguità tra figure e rischia di generare un corporativismo incompatibile con il principio della terzietà del giudice e della decisione nel contraddittorio tra le parti, in situazione di parità tra accusa e difesa. Per questo il quesito punta a stabilire che il magistrato, una volta scelta la funzione, non possa più passare all'altra. Su questo punto la contrarietà è di quasi tutta la magistratura: il dibattito è in corso da più di vent'anni.
Limiti della custodia cautelare in carcere - Attualmente il pubblico ministero può disporre la custodia cautelare in carcere nella fase delle indagini preliminari, nel caso in cui esistano gravi indizi di colpevolezza sommati a pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di inquinare le prove. La misura deve essere convalidata dal giudice delle indagini preliminari e deve essere disposta solo nel caso in cui le misure meno afflittive (come gli arresti domiciliari o l'obbligo di firma) non siano sufficienti a prevenire il pericolo. Il quesito referendario punta a limitare la possibilità di ricorrere alla carcerazione preventiva prima della sentenza definitiva.
Abrogazione della legge Severino - La legge Severino prevede che, in caso di condanna anche solo di primo grado per alcune specifiche ipotesi di reato - in particolare quelle contro la pubblica amministrazione - scatti immediatamente anche la sanzione accessoria dell'incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale. Il quesito punta ad abolire la norma, lasciando quindi al giudice la decisione di comminare, in aggiunta alla sanzione penale, anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 8 giugno 2021
L'adesione di Salvini ai referendum dei Radicali apre nuovi scenari nella destra, ma anche nel centro e nella sinistra. E sulla riforma Cartabia si potrebbero spaccare i Cinque Stelle. È bastato l'annuncio per scatenare un maremoto. Con onde alte che minacciano di abbattersi sui fragili equilibri della politica italiana. La raccolta delle firme dei referendum radicali sulla Giustizia appoggiati dalla Lega non è ancora partita ma ha già innescato movimenti trasversali forse destinati a rimescolare diverse carte a destra, a sinistra e al centro.
In parte ha contato la scelta dei tempi: la magistratura non gode più del consenso incondizionato dell'opinione pubblica. In parte ha contato, e conta, il metodo: quella capacità di stabilire alleanze trasversali su specifiche battaglie politiche di grande rilievo che il Marco Pannella dei suoi dì migliori ha lasciato in eredità ai radicali. Ricordiamo che i sei quesiti referendari depositati in Cassazione sono espressione del "liberalismo giudiziario" che ispira i radicali e riguardano la responsabilità dei magistrati, i meccanismi di elezione del Consiglio superiore della magistratura, la limitazione della custodia cautelare, la separazione delle carriere, il ruolo dei componenti non togati (come gli avvocati) nei collegi giudiziari, l'abolizione di alcune norme della legge Severino in materia di ineleggibilità.
Per capirne meglio le implicazioni, conviene separare gli aspetti della questione che hanno a che fare con le contingenti tattiche e strategie dei partiti dagli aspetti che riguardano gli "equilibri di sistema", lo stato presente e futuro della democrazia italiana. Sposando la campagna referendaria radicale Salvini ha fatto una mossa tatticamente molto abile. Costringerà l'intero centrodestra a subire la sua leadership in materia di rapporti fra politica e magistrati. L'iniziativa radicali/Lega, inoltre, funge da calamita per tutta la (frammentatissima) area centrista, da Italia viva all'Udc, al gruppo Bonino eccetera. Per giunta, come si è già visto, essa mette in grande difficoltà il Partito democratico.
Per quanto riguarda la Lega bisognerà capire se si tratta solo di tatticismo. O se invece siamo in presenza di qualcosa che si avvicina a una riconversione strategica. È evidente che il "progetto lepenista" di Salvini ha mostrato la corda. La concorrenza di Fratelli d'Italia, soprattutto al Sud, lo obbliga a rifare i suoi conti. Sia in termini di posizionamento all'interno del centrodestra sia in termini di alleanze in Europa. Vedremo nei prossimi mesi se alla scelta di appoggiare l'iniziativa referendaria dei radicali corrisponderanno da parte di Salvini mosse conseguenti, come, per esempio, la ricerca di nuove alleanze nel Parlamento europeo.
Nel frattempo l'effetto più dirompente è quello che si sta abbattendo sul Pd. Da Goffredo Bettini ad altri importanti esponenti di quel partito sembra piuttosto ampio il fronte di coloro che intendono appoggiare i referendum radicali. Il segretario e, sicuramente, una buona parte del partito, sono contrari. Gli argomenti che usano sono deboli. Si va dal classico "non dobbiamo fare il gioco di" all'altrettanto scontato "la riforma della giustizia si deve fare in Parlamento": come se in Parlamento, nella stessa maggioranza che sorregge il governo, non ci fossero molti nemici della suddetta riforma e come se i referendum non fossero - come invece sono - un utile strumento di pressione.
È la storia a spiegarci il perché di tale opposizione. Il Pd e i suoi predecessori (Pci, sinistra democristiana, Pds, Ds) sono sempre stati schierati con il "partito delle procure". Anche se con qualche insofferenza ideologica da parte degli eredi di Togliatti, di coloro che, come Massimo D'Alema, credono nel primato della politica, Pd e predecessori non hanno mai rotto con il giustizialismo giudiziario. Per convenienza, per garantirsi un salvacondotto e perché, anche se di tanto in tanto veniva colpito qualche loro esponente, i colpi giudiziari più duri riguardavano comunque i loro avversari. È un segno dei tempi, ossia del fatto che forse la stagione del giustizialismo trionfante è ormai alle nostre spalle, che l'iniziativa referendaria apra un conflitto all'interno del Pd.
Non si esagera se si dice che il futuro della democrazia italiana dipende da come verranno affrontati i nodi della giustizia. In primo luogo bisogna sapere che se il governo Draghi tra qualche mese cadrà (con conseguenze imprevedibili), esso, quasi certamente, cadrà proprio sulla questione giustizia. È sulla riforma Cartabia che, presto o tardi, si spaccheranno i 5 Stelle: dopo di che, si tratterà di vedere se la loro fazione filogovernativa sarà oppure no abbastanza numerosa da non far mancare al governo il sostegno parlamentare.
Sorte del governo a parte, si pensi a che cosa potrebbe accadere quando si cominceranno a spendere i soldi del Recovery Fund. Immaginiamo lo scenario peggiore. Poniamo che, per una combinazione di normative confuse e di eccessi di protagonismo di alcune procure, in quel momento fioriscano le inchieste e fiocchino gli avvisi di garanzia, gli arresti, eccetera, bloccando tutto o quasi. Poi, facilmente, come spesso avviene, dopo qualche anno la maggioranza degli imputati verrebbe assolta. Nel frattempo, l'Italia avrebbe, però, sprecato la più importante occasione di sviluppo che le sia mai capitata dai tempi del piano Marshall e si troverebbe nei guai.
È il non detto della politica italiana, il tabù su cui quasi tutti glissano. Ci fu un tempo - la si chiamasse Repubblica dei partiti oppure partitocrazia - in cui la politica comandava e i magistrati erano dominati e controllati. Ci fu poi, con Mani Pulite, un rovesciamento dei ruoli: i magistrati occuparono il ponte di comando. Poterono farlo perché la corruzione politica aveva in precedenza superato il livello di guardia. Da allora viviamo in un regime di democrazia giudiziaria che ha assunto il controllo della politica rappresentativa, l'ha posta in libertà vigilata. Siamo passati da una condizione di squilibrio a una condizione di squilibrio di segno opposto. Entrambe le situazioni (la partitocrazia prima, la democrazia giudiziaria dopo) hanno aspetti illiberali o autoritari.
Ci saranno tensioni crescenti e durissime contrapposizioni. Ma se alla fine si ottenesse un ragionevole equilibrio, una condizione in cui siano salvaguardate tanto l'indipendenza dei magistrati quanto le prerogative della politica rappresentativa, ecco che allora forse nascerebbe qualcosa di nuovo: qualcosa di somigliante a una democrazia liberale.
di Viviana Correddu*
Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2021
Delle persone detenute nelle nostre carceri e delle loro condizioni si parla sempre troppo poco e allora, se Vasco Rossi fa un videomessaggio di pochi minuti, rivolto direttamente a loro, per loro, in occasione della "Maratona oratoria" organizzata dalla Camera penale di Bologna, io penso che si debba cogliere questo gesto e farlo diventare elemento di approfondimento.
Le carceri italiane sono infatti tra le più sovraffollate dell'Unione europea e, sulla situazione dei penitenziari, l'Italia registra dati migliori solo della Turchia (!!!), con una media di 120 detenuti ogni 100 posti contro i 127 delle carceri turche, nonché il più alto tasso percentuale di over 50. Ci sono i numeri, ma soprattutto ci sono le persone, oltre 53mila, che vivono una condizione di estremo disagio, certamente aumentato con l'inizio e il perdurare della pandemia.
Nel 2020 i morti in carcere sono stati 154 di cui 61 sono stati accertati come suicidi, quasi un terzo. Da gennaio 2021 se ne contano già 22. L'ultimo è Luca, un 25enne campano. Tossicodipendente. Venticinque anni e un contesto dentro il quale evidentemente il suo disagio non è riuscito a reggere. Un caso emblematico, se pensiamo che un detenuto su tre, sconta la sua pensa per reati legati all'abuso di sostanze stupefacenti. Ebbene, qualcuno certamente penserà: "ma che ce frega!". Del resto, sono "delinquenti", "tossici", magari spacciatori, relitti della società.
Per fortuna abbiamo un faro acceso, sempre più oscurato però dai moralismi e dai bigottismi, dall'indifferenza dilagante del nostro secolo, dalla deficienza civile della nostra politica. È l'art. 27 della Costituzione dentro il quale è specificato chiaramente che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ebbene non è solo un mio parere quello per cui tale principio, nel nostro paese, viene meno ormai da troppo tempo.
Detto questo, si apre un altro tema che mi preme sottolineare. Perché se i termini "rieducazione" e "reinserimento" costituiscono la finalità ideologica della pena, per cui lo Stato durante l'esecuzione della stessa, deve creare le condizioni necessarie affinché il condannato possa "reinserirsi" nella società in modo dignitoso mettendolo poi in condizioni, una volta in libertà, di non commettere nuovi reati, capiamo immediatamente che, a prescindere da come uno la pensi, tale sintesi viene meno e quel principio costituzionale viene costantemente violato. E anche qui parlano i dati: il tasso di recidiva dei carcerati in Italia è pari al 68%.
Dopodiché, invece di ragionare sul sistema penitenziario italiano, sulla legalizzazione delle sostanze, quindi sulla depenalizzazione dei reati correlati e/o conseguenti, e su misure alternative per cui dal carcere, in tanti, troppi, neanche ci dovrebbero passare, sentiamo da anni un unico mantra: "Costruiamo più carceri". Belin, che illuminati che siamo! Che strateghi!
Poi c'è un tema che va ancora oltre, per cui, per quanto mi riguarda, il carcere in sé, per come si concretizza, mero strumento punitivo, vada abolito. Lo pensassi solo io mi direste che sono pazza e invece non potete farlo perché addirittura lo hanno dichiarato, solo per fare qualche esempio emblematico, l'ex magistrato del pool di "mani pulite" Gherardo Colombo, il sociologo Luigi Manconi, o Thomas Galli che ha lavorato 15 anni nel sistema penale dirigendo alcune carceri italiane. Perché semplicemente è inaccettabile l'idea e la pratica di rinchiudere in una gabbia alcune decine di migliaia di nostri simili, arrivando ad annullare non soltanto la loro mobilità fisica ma anche l'accesso alla cultura, alla socializzazione, alla vita affettiva e in generale alle risorse materiali e simboliche su cui si costruisce l'identità e la dignità della persona.
E allora, tornando a Vasco Rossi, oggi si può solo dare "un senso a questa condizione, anche se questa condizione un senso non ce l'ha". "Tenete duro!" gli ha detto. "Teniamo duro. Bisogna tenere duro, in ogni caso, sia dentro che fuori" ha concluso. Io invece voglio concludere con una frase di Angela Davis: "Le prigioni non eliminano i problemi sociali, eliminano gli esseri umani".
*Sindacalista CGIL
di Carlo Taormina*
Italia Mensile, 8 giugno 2021
Il sistema penale italiano, contrariamente a quanto solitamente si afferma, è caratterizzato da un altissimo e diffusissimo regime sanzionatorio. Il carcere da misura eccezionale da riservare ai comportamenti criminali violenti contro le persone e contro la società è divenuto un abusivo sistema di compressione delle libertà laddove sia riferito a beni protetti importanti ma non essenziali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Parla Stefano Anastasìa, Garante delle persone private della libertà dell'Umbria e del Lazio. Non costruiscono nuove carceri, ma ampliano la capienza attraverso la realizzazione di nuovi padiglioni. In sostanza, il programma della ministra della Giustizia Marta Cartabia, dal punto di vista dell'edilizia penitenziaria, è in continuità con quello del guardasigilli precedente.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 8 giugno 2021
La magistratura è stata resa negli ultimi decenni un sistema verticale, gerarchizzato, controllato, burocratizzato e che si pone in contrasto con la Costituzione. Una prova di maturità democratica di alto livello. In un paese in cui si aggirano grumi consistenti di un reducismo giudiziario che pretende - dopo alterne e discusse carriere - di impartire lezioni di legalità costituzionale e processuale in vista degli incerti tempi della riforma, l'iniziativa referendaria sulla giustizia ha il merito di misurare la vitalità di un dibattito che solo una democrazia si può permettere.
Un tempo l'avremmo chiamata democrazia diretta - sintagma prezioso poi involgarito dal demagogico ricorso al popolo - che ha quale momento qualificante non solo il voto in sé considerato, ma la discussione che lo precede in cui le opinioni si confrontano e le idee collidono. Per una Repubblica nata da un referendum chi muove obiezioni farebbe bene a rendere palesi le reali preoccupazioni che lo agitano prima di dire che la "materia" non si presta alla votazione popolare. Negli ultimi tempi si palesano in modo insistente sulla stampa i fantasmi di una giurisdizione che, poco inclini al meritato pensionamento, si affannano nel voler esprimere opinioni e imprimere orientamenti dopo aver trascorso quasi tutti interi decenni sotto l'ombrello acconciato dalle correnti e dopo aver usufruito a piene mani delle sue prebende.
È un buon segno sia chiaro. Se è necessario richiamare dalle retrovie i grand commis di una certa magistratura - quasi sempre pubblici ministeri con apprezzabili entrature mediatiche - vuol dire che la discussione sta prendendo una brutta piega e che un mondo è in fibrillazione. Perché, si badi bene, malgrado le convergenze politiche degli ultimi tempi, anzi delle ultime ore, questo modello di magistratura, con le sue storture e le sue deviazioni andava benissimo a tanti e pure a tantissimi. Basterebbe fare una rapida ricognizione dei contatti politici, giornalistici, economici, accademici dell'ex presidente dell'Anm finito nella bufera due anni or sono, del numero di convegni, dibattiti, pubblicazioni, delle sponsorizzazioni di ogni genere per comprendere che quel modello di magistratura, friabile e permeabile, stava bene a molti.
E sono proprio quei tanti, quegli apparati che, oggi, temono che un sistema possa essere incrinato. La magistratura - per ragioni che in questa sede sarebbe impossibile esporre - è stata resa negli ultimi due decenni un sistema verticale, gerarchizzato, controllato, burocratizzato. L'affresco costituzionale di una magistratura orizzontale, paritaria, insensibile alle imposizioni verticistiche è stato deturpato, piegato e sagomato in favore di istanze del tutto difformi.
Non si vuol dire che queste istanze siano prospettive eversive o illecite di per sé, quanto evidenziare che sono assetti diversi da quelli immaginati dal Costituente del 1947 che, in tanto aveva riversato sulla magistratura un potere ampio, autonomo e incondizionato, in quanto lo aveva concepito come parcellizzato, diffuso, sottratto a spinte centripete.
L'ergersi dì un corpo giudiziario - come lo si suole definire - articolato, centralizzato e minuziosamente disciplinato secondo regole, però, ad ampia discrezionalità (si pensi solo ai criteri per le nomine agli gli uffici direttivi) si pone in contrasto con la Costituzione e con la riserva di legge che regola l'ordinamento giudiziario (articolo 108).
Ed è questo il vero punto della discussione che le persistenti camarille sulla separazione delle carriere pongono in ombra e lasciano pericolosamente in disparte. Occorre realisticamente prendere atto che le forze riformatrici che hanno di mira questo risultato, inteso come la madre di tutte le battaglie, sono cadute in una gigantesca trappola. f del tutto evidente che gli argomenti che militano contro la formazione di un pericoloso apparato composto di soli pubblici ministeri sovrastano le ragioni di quanti immaginano di guadagnare il risultato di un processo reso più giusto per effetto della piena equiparazione tra difesa e accusa e della scissione delle carriere con il giudice. Aver spostato praticamente solo su questo piano la discussione in corso sulla giustizia agevola oltre ogni misura la conservazione dello status quo.
Ci si batte contro un fantasma che sarà impossibile scacciare; una lotta impari e inutile, perché trascura l'aspetto fondamentale della necessità di contenere e ribaltare il centralismo illiberale che regge le sorti della magistratura italiana. La discussione è stata traslata in una palude in cui i contendenti, non a caso, sono impantanati da decenni e la momentanea illusione di una sortita con il favore della politica - oggi indignata domani chissà - è nient'altro che un modo per affondare di più nelle sabbie mobili di un dibattito animato, ma senza un'effettiva way out. Il processo di verticalizzazione dell'ufficio del pubblico ministero ha circa 30 anni di vita ed è perfettamente consolidato in ogni suo risvolto.
E purtroppo non sarà certo qualche circolare del Csm a metterlo seriamente in discussione, né a scalfirne la possente efficacia che non ha eguali in Occidente. un tema cruciale per una riforma della magistratura e del processo che voglia contenere l'espansione di un perverso disegno che ha sostituito al protocollo costituzionale del cd. potere diffuso l'ergersi di diffuso potere di sorveglianza penale a guida oligopolistica. A questo occorre aggiungere che il controllo burocratico esercitato sull'attività dei giudici - in vista del solo risultato esteriore di una produttività senza qualità che svilisce la funzione - è non solo parimenti giunto a compimento, ma appare addirittura incentivato alla luce di riforme prossime che puntano al consolidamento degli uffici di giustizia in freddi e meccanici "sentenzifici".
Di questo i referendum non discutono, ma il dibattito che li precede è un momento importante per fare chiarezza sugli snodi decisivi della giustizia in Italia che conosce esempi fulgidi di dedizione e valore, ma anche - occorre ricordare ai mistici dell'ancien regime - vizi e aberrazioni che non hanno eguali altrove in Europa.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 8 giugno 2021
I referendum sulla giustizia proposti da Lega e Partito radicale continuano a far discutere la maggioranza, per ragioni distinte. Da un lato il centrodestra, che oltre a essere diviso tra sostegno e opposizione al governo Draghi, su questi temi vede la Lega saldamente schierata da una parte, con il leader Salvini convinto dell'importanza dei quesiti "per fare, tramite il volere popolare, ciò che una maggioranza così ampia non potrà mai fare" e Fratelli d'Italia a ruota, mentre Forza Italia continua a prediligere la linea della riforma da portare avanti in Parlamento, se necessario (e lo è), anche attraverso un serrato dialogo con il Movimento 5 Stelle.
"Le porte girevoli di magistrati che entrano ed escono dalla politica, l'abolizione dell'abominevole riforma della prescrizione voluta da Bonafede e l'introduzione del sorteggio nel Csm per eradicare la cancrena lottizzatoria a cui abbiamo assistito finora - spiega Andrea Delmastro, deputato di Fd'I - sono i nodi da risolvere nella giustizia, ma vengono scansati clamorosamente da questa maggioranza, oltremodo balcanizzata sulla giustizia e incapace di interventi che non siano altro che pannicelli caldi".
Ma se l'opposizione sovranista tenta, legittimamente, la spallata, dall'altro lato, in quello che potremmo definire "nuovo centrosinistra" c'è forse ancora più confusione sotto il cielo, visto che pentastellati e dem sono per motivazioni diverse intrappolati nelle loro diatribe interne. I primi, impegnati nel traumatico passaggio di consegne che terminerà con l'ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al vertice del nuovo Movimento (che magari avrà un altro nome, chissà); i secondi, alle prese con i liberi pensatori à la Bettini, che avallando alcuni (non tutti) i quesiti referendari hanno mandato in subbuglio il Nazareno, fermamente convinto che la consultazione popolare allungherebbe soltanto i tempi delle riforme.
Le parole dell'ex guru di Nicola Zingaretti sono state classificate come "pensieri personali" da alcuni dirigenti dem, giustificate dal fatto che il Pd "non è una caserma, a differenza di altri partiti", e che alcune idee in linea con il garantismo democratico di quello che sarcasticamente Matteo Renzi definì "il leader della corrente thailandese del Pd" sono note da tempo. Ma certo le recenti uscite di Bettini hanno fatto discutere, sia perché pronunciate e scritte da chi vorrebbe un Pd a braccetto con il M5S (e quindi con il suo giustizialismo) alle prossime Politiche, sia perché collimano, almeno in parte, con quelle di Salvini.
E questo, a chi come Letta ha incentrato la prima parte del proprio mandato di segretario con le risposte colpo su colpo al leader leghista non può che lasciare l'amaro in bocca. Bettini, che ha definito Conte "un democratico, colto, equilibrato e ragionevole", è quindi piuttosto isolato nella sua visione, respinta in maniera compatta dal resto del partito. "Vogliamo che il Parlamento si cimenti con la riforma, perché quello è il luogo dove si fanno le riforme - spiega una fonte dem al Dubbio - Certo poi è bene analizzare i quesiti referendari nel merito, senza pensare al fatto che sono sostenuti anche dalla Lega".
Se non riuscirà a spaccare la maggioranza, la questione dei referendum sulla giustizia rischia insomma di dare adito a una discussione accesa, in particolare sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità civile dei magistrati. Per non parlare del fatto che alla riforma della giustizia è legato l'arrivo di una parte dei fondi del Recovery, attraverso i quali sarà realizzato il Piano di ripresa e resilienza.
"Ci aspetta dietro l'angolo il Pnrr che ci impone riforme immediate sull'efficienza del processo", è il ragionamento di Mario Perantoni, presidente grillino della commissione Giustizia a Montecitorio. Lo stesso M5S che ha avviato una fase nuova di cosiddetta maturità politica e istituzionale, anche se lo stesso Conte ha tenuto a precisare di essere contrario "a meccanismi che aumentino la denegata giustizia".
Per forza di cose il nuovo Movimento dovrà misurarsi con il vero obiettivo della riforma, quello che da tutta la maggioranza viene definito "una giustizia giusta in tempi rapidi". A parole sono tutti d'accordo, nei fatti il lavoro della ministra Cartabia è ancora lungo. Referendum o meno.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Dagli esperti norme più restrittive anche sulla presenza di Foro e professori nell'Ufficio studi. "La svolta dev'essere culturale". Diciamo che in termini di lavoro, la commissione Luciani ne dà molto, alla ministra Marta Cartabia. La proposta di modifica avanzata sul Csm dagli esperti, resa pubblica ieri, è infatti ampia, forse più di quanto lo sia la relazione Lattanzi sul penale: quasi 100 pagine solo per le ipotesi di emendamento, oltre a una ventina di "illustrazione".
È anche una relazione meditata, consapevole dei propri limiti: "La commissione non può fare a meno di richiamare l'attenzione" su un dato, è infatti la frase con cui si conclude il contributo, e cioè sul fatto che "nessun intervento riformatore può avere successo senza un profondo rinnovamento culturale, del quale devono essere partecipi la politica, i mezzi di informazione, l'opinione pubblica e - soprattutto - la stessa magistratura".
Lo aveva detto anche Cartabia nell'esporre le proprie linee programmatiche in Parlamento. Non è una dichiarazione di resa ma un atto di realismo. Va pure detto che dal ministero viene data notizia del testo prodotto dagli esperti con la ripetuta puntualizzazione che "le conclusioni della commissione sono ora al vaglio della ministra", la quale "effettuerà le sue valutazioni e una sua sintesi". Sembra il richiamo a una scelta davvero sospesa, come in parte era apparsa venerdì scorso, quando il professor Luciani aveva sottoposto per grandi linee il lavoro ai capigruppo di maggioranza. Ne era seguito un giudizio pressoché unanime, riportato anche dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in un'intervista al Dubbio: "È stata una riunione interlocutoria".
Dalla lettura della relazione e degli emendamenti si coglie il motivo di quella indeterminatezza: la proposta Luciani rielabora sì il ddl da cui si parte e che è all'esame della Camera, cioè la riforma del Csm targata Bonafede, offre spunti di modifica utili, ma non sceglie l'accetta, non indica ipotesi estreme. Non c'è ad esempio il "sorteggio temperato" per la scelta dei togati né la composizione
random delle commissioni di Palazzo dei Marescialli. Non si suggerisce di scendere sotto il limite dei due passaggi da giudicante a requirente o viceversa, già fissato nel ddl Bonafede. Non ci si inoltra in proposte d'avanguardia come quella indicata in uno degli emendamenti depositati da Enrico Costa alla Camera, cioè l'istituzione di commissioni "separate per funzione" (diverse per giudici e pm) in materia di nomine e trasferimenti, sempre per ridurre il peso dei requirenti.
E il tenersi indietro rispetto alla linea della rivoluzione è di fatto un assist politico per Cartabia: in vista degli emendamenti governativi da proporre sul Csm, la ministra a questo punto dovrà scegliere fra una pur profonda manutenzione normativa, messa sul tavolo dagli esperti, e i colpi d'acceleratore bruschi, ma forse necessari, indicati sia dai gruppi parlamentari che dai referendum di radicali e Lega.
Si può andare per esempi e capire meglio il senso del bivio. Sui Consigli giudiziari, le norme già previste da Bonafede all'articolo 3 non vengono stravolte: ci si ferma alla istituzionalizzazione del diritto di tribuna per gli avvocati e i professori, "con la conseguente uniformazione di prassi, allo stato, discordanti", come si legge nella relazione. Si aggiunge solo che la partecipazione dei laici alle riunioni dei "mini Csm" in cui si discute di promozioni dei magistrati deve avvenire "con pieno diritto di parola": un po' pleonastico.
Il referendum, ma anche gli emendamenti parlamentari di Fi, Azione e Pd introducono invece il diritto di voto. Altra distanza dal referendum: la raccolta firme a cui sono tenuti i magistrati per candidarsi al Csm. Uno dei 6 quesiti promossi dai pannelliani e da Salvini prevede l'azzeramento di quelle sottoscrizioni, la commissione Luciani si limita a ridurne il numero.
Agli avvocati interesserà molto anche la novità relativa all'Ufficio studi e documentazione, articolazione tecnica ma strategica del Csm: il ddl Bonafede riserva 8 posti aperti sia ad avvocati e professori che ai magistrati, la proposta degli esperti indica almeno 8 posti e un massimo di 12, ma ne riserva 2 terzi "arrotondati per difetto" alle toghe, e un terzo "arrotondato per eccesso" a professione forense e accademia.
Meglio o peggio? Certo, dal punto di vista dei magistrati viene scongiurato il rischio di vedere quella riserva di posti monopolizzata dagli "estranei", però gli stessi estranei sono certi che almeno 3 posti, nella peggiore delle ipotesi, andrebbero a loro. Riguardo agli avvocati, si chiarisce che chi entra nell'Ufficio studi viene sospeso dall'esercizio della professione ai sensi della legge forense, articolo 20.
Altri dettagli: è ormai noto che sulle cosiddette porte girevoli i tecnici sono meno tranchant del ddl Bonafede. Lo sono anche, seppur in modo sfumato, sui limiti ai fuori ruolo, che i deputati puntano a ridurre più drasticamente. Ma tra i correttivi utili, la relazione resa pubblica ieri reintroduce la riserva di seggi per categorie, con la tradizionale prevalenza di giudici rispetto ai pm (rapporto 3 a 1): d'altronde Cartabia l'aveva quasi promessa.
Sul "rinnovo modulare" ogni due anni, pure ipotizzato dalla ministra in Parlamento, si spiega, non a torto, che sarebbe difficile arrivarci senza una modifica della Costituzione. Da ultimo, su un punto sembra esserci convergenza fra esperti e deputati garantisti: le valutazioni di professionalità positive vengono diversificate in "distinto", "buono" e "ottimo": novità opportuna. Però la commissione non arriva a istituire un peso specifico per i rinvii a giudizio e i relativi insuccessi processuali. Anche qui, i partiti vanno oltre. E anche da qui emerge che la ministra dovrà scegliere fra misura e scelte più drastiche.
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