di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 15 luglio 2021
La gloria calcistica non nasconde la vergogna nazionale documentata dai video dell'aggressione dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere da parte di un reparto di agenti di custodia nell'aprile 2020. Ce lo ricorda la visita che il presidente Draghi, dopo la cerimonia a Palazzo Chigi in onore degli atleti italiani, ha deciso di fare con la ministra Cartabia. Una visita straordinaria e proprio per questo un segnale importante di impegno politico del governo.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 15 luglio 2021
"Siamo qui per dire che i vostri problemi sono i nostri problemi. Siamo qui, perché quando si parla di carcere, "bisogna aver visto", come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere". Dopo aver visto le condizioni del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove il 6 aprile 2020 è avvenuta l'orribile mattanza della polizia penitenziaria giustificata come "perquisizione straordinaria", la ministra della Giustizia Marta Cartabia e il premier Mario Draghi annunciano la riforma dell'ordinamento penitenziario.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 luglio 2021
Draghi e Cartabia in visita a Santa Maria Capua Vetere: i detenuti invocano indulto e amnistia, ma hanno saputo della visita soltanto dalla televisione. "Non può esserci giustizia dove c'è abuso e non può esserci rieducazione dove c'è sopruso".
Sono parole del premier Mario Draghi, che ieri, visitando il carcere di Santa Maria Capua Vetere, ha ricordato l'articolo 27 della Costituzione, in un discorso storico che ha rappresentato una presa di posizione chiara e decisa: il carcere non può essere quello visto nei video dei pestaggi del 6 aprile 2020, quando centinaia di agenti massacrarono i detenuti dell'istituto casertano. Il governo ha così preso le distanze da quelle violenze, presentandosi ieri con Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia proprio lì, dove quei fatti che "tradiscono la Costituzione" sono avvenuti. Ma proprio le vittime di quei pestaggi, i detenuti, che dalle loro stanze hanno invocato "amnistia e indulto", di quella visita tanto attesa non sapevano nulla.
Della presenza di due pezzi grossi del governo, infatti, hanno appreso soltanto dalla televisione, vedendosi negare la possibilità di interloquire direttamente con Draghi e Cartabia e raccontare quanto vissuto in quei giorni. "Avrei preferito che una delegazione di detenuti e familiari potesse confrontarsi con le istituzioni - ha spiegato al Dubbio la garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore - ma ovviamente non è stato possibile".
"Mai più violenza", ha scandito Cartabia, pronunciando un lungo e accorato discorso col quale ha preso le distanze dai responsabili delle violenze, difendendo però i tanti uomini in divisa che fanno onestamente il proprio lavoro. Si tratta di atti che "sfregiano la dignità della persona umana che la Costituzione pone come vera pietra angolare della nostra convivenza civile", ha affermato, ricordando che il carcere "è un luogo di dolore di sofferenza", ma non di violenza e di umiliazione. Ciò che accade nelle carceri, ha ricordato la Guardasigilli, riguarda tutti e i problemi delle carceri "sono problemi di tutto il governo, di tutto il Paese". Quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere necessita, perciò, di "una presa in carico collettiva dei problemi di tutti i nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza".
Condannare non basta: ciò che è necessario è creare le condizioni ambientali affinché "la pena si sa sempre più in linea con la finalità che la Costituzione le assegna". La pandemia, ha evidenziato Cartabia, ha fatto da detonatore a questioni irrisolte "da lungo tempo". Primo fra tutti, come evidenziato da Draghi nel suo discorso, il sovraffollamento, che significa difficoltà di vita, difficoltà di rendere la pena quello che dovrebbe essere: un percorso di reinserimento sociale. Nemmeno Santa Maria Capua Vetere è esente da tale problema: le presenze superano di un centinaio il numero massimo previsto per quell'istituto. E per far fronte a problemi del genere, ha evidenziato la ministra, occorrono interventi strutturali, normativi e finalizzati alla formazione del personale.
Con i fondi del Pnrr verranno realizzati otto nuovi padiglioni, uno dei quali proprio a Santa Maria, ma nuovi spazi "non può significare solo posti letto: la costruzione del nuovo padiglione va di pari passo con gli urgenti interventi di manutenzione di questa struttura", ha aggiunto. Le criticità riguardano l'impianto idrico e quello termico, problemi che rendono quel carcere "un ambiente degradato" che "non aiuta l'impegnativo percorso di risocializzazione e rende ancor più gravoso il lavoro di chi ogni mattina supera i cancelli per svolgere il suo servizio".
Ma è necessario intervenire anche sul piano normativo ed è per questo che la ministra ha ricordato il pacchetto di emendamenti in materia penale approvato la scorsa settimana, che prevede "un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi", rimarcando la necessità di "correggere una visione del diritto penale incentrata solo sul carcere, per riservare la detenzione, pur necessaria, ai fatti più gravi". E ciò richiamandosi sempre alla Costituzione, che "parla di pene al plurale: la pena non è solo carcere, senza rinunciare alla giusta punizione degli illeciti occorre procedere sulla linea che già sta generando molte positive esperienze anche in termini di prevenzione della recidiva e di risocializzazione, attraverso forme di punizione diverse dal carcere".
Ma è necessario anche intervenire sull'ordinamento penitenziario e sulla organizzazione del carcere, con l'assunzione di poliziotti, educatori, dirigenti e personale dell'esecuzione penale esterna. "Servono finanziamenti anche per la videosorveglianza capillare per le attrezzature specifiche degli agenti", ma, soprattutto, "per la formazione permanente", perché "un compito tanto affascinante quanto difficile non può essere lasciato all'improvvisazione o alle doti personali - ha concluso -. Ora spetta noi trasformare la reazione ai gravissimi fatti qui accaduti in un'autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere".
Per Antonella Palmieri, direttrice del carcere sammaritano, la presenza di Draghi e Cartabia "ha il senso di una forte speranza per il nostro futuro". Speranza, ha dichiarato in una in una nota il Segretario Generale della Fns Cisl, Massimo Vespia, "che questa visita sia occasione per richiamare tutti alla giusta valutazione della gravissima situazione che vive il sistema penitenziario e delle difficoltà che una condizione così disastrata - regalata da politiche decennali sbagliate - cambi direzione e prospettive generali".
di Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 15 luglio 2021
"Oggi la rieducazione dei detenuti è totalmente appaltata ai volontari, vissuti però con fastidio dal sistema penitenziario. Serve un atteggiamento proattivo e quindi di governo che renda davvero efficaci e sistemiche queste attività". L'intervista con Filippo Giordano, professore Associato di Economia Aziendale all'Università Lumsa di Roma.
di Emilio di Somma*
Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2021
Sbaglia chi parla della visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Ministro della Giustizia Marta Cartabia come di una "passerella". Hanno fatto ciò che andava fatto. Hanno fatto ciò che avrebbero dovuto fare, a mio avviso, il Presidente del Consiglio e il Ministro della Giustizia del tempo in cui i fatti accaddero e che è anche ciò che i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del tempo in cui quei fatti accaddero avrebbero dovuto fare e non mi risulta che abbiano fatto.
Ma questa premessa non può non essere accompagnata da alcune amare riflessioni.
La prima. Del carcere, di questo strano mondo, si parla sempre e soltanto quando accadono fatti dolorosamente eclatanti. Proteste, rivolte, evasioni, pestaggi. E perché stupirsi di ciò? Diceva Lao Tsu, filosofo cinese vissuto nel VI secolo avanti Cristo: "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce." E poi molto spesso parlano del carcere persone che non hanno mai sentito parlare di Pietro Calamandrei e della sua bella quanto terribile frase: "Bisogna aver visto!" pronunciata in un suo discorso alla Camera dei Deputati nell'ottobre del 1948 con il quale, tra le altre cose, chiedeva, già a quell'epoca, che venisse nominata una commissione d'inchiesta parlamentare sulla condizione di vita dei detenuti. E forse queste stesse persone non hanno avuto modo di leggere le parole pronunciate da Filippo Turati, ancor prima di Calamandrei, nel 1904 alla Camera dei Deputati: "Le carceri italiane.....rappresentano l'esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata;.......noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori....".
La seconda. Parlare di carcere non porta voti alla politica. Porta, per converso voti, usare espressioni come: "buttiamo la chiave, lasciamoli marcire nelle galere" e simili. Forse non le si dice in Parlamento o forse sì, ma di sicuro nei comizi di piazza o nei "social" vengono dette e riscuotono ampi consensi.
La terza. Non sono passati più di settant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione e quarantasei anni dalla nascita dell'Ordinamento penitenziario, una legge dello Stato che finalmente ha posto al centro dell'attenzione la persona privata della libertà personale e certamente non per esercitare la vendetta. Una riforma epocale. Chi lo voglia può leggerla, è una lettura semplice, agevole che esprime principi fondamentali e concetti sensati, e per questo la ritengo una delle ultime leggi scritte bene, in modo chiaro e comprensibile in un Paese in cui siamo ormai abituati a scrivere leggi composte di un solo articolo ma di centinaia di commi.
Ma il nostro è anche un Paese più volte condannato dalla Corte Europea di Strasburgo per avere inflitto ai detenuti nelle sue carceri trattamenti inumani e degradanti in violazione dell'art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo mentre la Commissione Europea sui problemi della criminalità ha messo l'Italia sotto accusa con più di un formale richiamo sul funzionamento delle nostre carceri e più in generale su quello della giustizia. Viene spontaneo pensare che Cesare Beccaria e Piero Calamandrei si stiano, da anni, rivoltando nella tomba!
La quarta. E dunque la riforma del 1975 è fallita? Troppo facile e troppo comodo da dirsi. Cosa ci viene rimproverato? Di avere un surplus di detenuti pari o addirittura superiore in alcuni casi al 115% della capienza, di fare un uso troppo limitato delle misure alternative al carcere, di non aver abbandonato vecchi e fatiscenti istituti penitenziari e di non aver provveduto in tanti anni alla costruzione di nuove prigioni moderne e funzionali in grado di assicurare condizioni di vita umane - non certo dunque alberghi a cinque stelle come, con arrogante superficialità, si sostiene da più parti - ma semplicemente rispettose della dignità della persona detenuta e di chi in esse lavora e dunque adeguate al raggiungimento dell'obbiettivo primario di un possibile reinserimento nella società, come invece impone l'art. 27 della Costituzione.
E però ciò che ci viene giustamente rimproverato è già previsto, assieme a tante altre importanti iniziative, nella legge di riforma del 1975, arrivata ben ultima nel panorama europeo delle riforme dei sistemi penitenziari e che di queste ha preso il meglio. E allora più correttamente bisogna dire che la riforma non è fallita ma che semplicemente, con dolo o colpa grave, è stata tradita perché non attuta in gran parte. Fermo restando che se è, come è, modificabile la Costituzione, sia pure con una più complessa procedura, è sicuramente modificabile una normale legge come è già accaduto in alcune sue parti e come è sicuramente giusto fare ancora in presenza di nuove esigenze e della conseguente necessità di introdurre nuovi istituti giuridici.
Scriveva Dante Alighieri nel canto XVI, Purgatorio, della Divina Commedia: "Le leggi son ma chi pon mano ad esse?" E aveva ragione e ne ha ancora oggi, forse anche di più.
La riforma del 1975, infatti, fu consegnata nelle mani di una struttura burocratica ministeriale nel suo complesso - fatta qualche brillante eccezione per magistrati come Altavista, Tartaglione, Di Gennaro, Margariti e alcuni altri penitenziaristi che l'avevano materialmente scritta - non adeguata per cultura e tradizione ad affrontare lo scatto di civiltà e di progresso che quella legge era chiamata a produrre.
Si sarebbe anche dovuto capire che una riforma così radicale, importante e attesa da decenni, non preceduta né accompagnata da una formazione di tutto il personale che nelle carceri operava, avrebbe incontrato forti resistenze in un ambiente caratterizzato da una gestione sino ad allora incentrata sulla mera custodia.
Di certo non è stato di aiuto il continuo susseguirsi di governi e di ministri della giustizia: in 73 anni dal 1948 più di quaranta ministri spalmati in poco meno di 70 governi, con una durata media di poco più di un anno e mezzo ciascuno.
Altri due mali. Il primo, un succedersi di classi politiche che non sono state capaci di maturare una chiara visione di quale politica penale si dovesse perseguire e cioè un diritto penale sereno e sicuro nelle sue scelte o un diritto penale aggressivo e caratterizzato da interventi settoriali e parcellizzati dettati dalle emergenze e dalla volontà di corrispondere ad esigenze puramente elettoralistiche.
Prova ne è che ancora oggi abbiamo un codice penale nato nel 1930, il Codice Rocco, in pieno regime fascista che ha, però, il pregio di essere scritto bene, e di sopportare le numerose modifiche cui è stato sottoposto nella necessità di evitare le evidenti contraddizioni con la costituzione repubblicana.
Il secondo, un contrasto sempre più grave tra politica e magistratura, aggravato negli ultimi venti anni e poco più per un verso dall'avanzare di una classe politica incerta e confusa, incapace di governare gravi fenomeni sociali e spinta a delegarne la soluzione alla magistratura e per altro verso dalla trasformazione di una certa magistratura sempre più ansiosa, specie nelle procure, di espandere il proprio potere anche con l'intento di presidiare quasi tutti i gangli vitali dello Stato. A tacer poi della deriva correntizia, per la verità sempre esistita ma giunta a livelli vergognosi negli ultimi anni.
Sono molte e sempre più frequenti le voci di autorevoli giuristi e sociologi che toccano apertamente il tasto della presenza dei magistrati al ministero della giustizia. Per parte mia mi limito a dire che in quaranta anni di lavoro nel ministero ho visto pochi capi veramente interessati alla questione penitenziaria e, anche comprensibilmente, provenendo quasi tutti da Procure della Repubblica, e portati per questo a lavorare come se ancora fossero a capo appunto di una Procura. Ma il DAP è amministrazione e non ufficio giudiziario. E ancora, essere un magistrato che si è occupato di processi di mafia non vuol dire essere capace di gestire in carcere un detenuto mafioso.
È evidente, dunque, che i problemi che affliggono il carcere sono tanti e di vario genere e non riguardano solo la riforma del 1975 che conserva tutta la sua validità e che ha solo bisogno di essere potenziata, aggiornata ed anche arricchita di nuovi strumenti in consonanza con la riforma del processo penale.
Bene hanno fatto, dunque, il Presidente Draghi e la Ministra Cartabia a testimoniare con la loro presenza tutta l'attenzione che l'amministrazione penitenziaria merita per la grave condizione in cui è venuta a trovarsi negli ultimi anni e ora anche a causa dei pesanti ed inqualificabili fatti di violenza che si sono verificati a Santa Maria Capua Vetere e non solo. Sono convinto che il programma esposto dalla Ministra Cartabia sulla giustizia in generale e sull'esecuzione penale in particolare si muova nella direzione di un radicale cambiamento che saprà restituire anche all'amministrazione penitenziaria il prestigio ed il rispetto di cui ha goduto in passato e di cui ancora merita di godere.
*Già Vice Capo Vicario DAP
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 15 luglio 2021
Il primo problema è il sovraffollamento: "Si fa fatica persino a respirare", ha ammesso la ministra Marta Cartabia. E poi il rinnovo delle strutture materiali, gli interventi normativi, le assunzioni e la formazione del personale. Passa da questi punti la Riforma penitenziaria del governo Draghi. Anni e anni di ritardi, di intoppi, di tentativi caduti nel vuoto dai precedenti governi, ma ieri la presenza del premier e del guardasigilli nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sembra aver segnato un'accelerazione forte, la volontà concreta di intervenire sul complesso dossier.
Il Pnrr prevede la costruzione di otto nuovi padiglioni, uno proprio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "L'ampliamento avverrà in un'area verde inutilizzata - specifica Cartabia - Ma gli interventi riguarderanno anche altre criticità all'impianto idrico e a quello termico". Gli altri padiglioni verranno costruiti a Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. Un finanziamento è già stato fatto per nuovi impianti di video sorveglianza "capillare".
"Mai più abusi in carcere": così Draghi lancia la riforma - Inoltre, per contrastare il sovraffollamento la ministra ribadisce la necessità di un intervento normativo. "Occorre correggere una visione del diritto penale - ha dichiarato Cartabia - incentrato solo sul carcere, per riservare la detenzione ai fatti più gravi. La Costituzione parla di pene al plurale. La pena non è solo carcere. Senza rinunciare alla giusta punizione degli illeciti, occorre procedere sulla linea, che già sta generando molte positive esperienze, anche in termini di prevenzione della recidiva e di risocializzazione, attraverso forme di punizione diverse dal carcere, come, ad esempio, i lavori di pubblica utilità. In questo, un ruolo fondamentale è svolto dai giudici di sorveglianza". Il pacchetto di emendamenti in materia penale, approvato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa, prevede, infatti, anche un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi.
E ancora, più assunzioni. Nel giro di due anni potrebbero mancare 7.000 poliziotti penitenziari maggiore. E ci saranno problemi di turn over, così come hanno più volte segnalato i sindacati di categoria. Altro tema è la formazione del personale, per accompagnare adeguatamente i detenuti nel percorso di rieducazione cui tende la pena. E in questo caso "servono più fondi", dice la ministra.
I nuovi 8 padiglioni che il Dap si prepara a costruire, in carceri già esistenti, avranno celle per 80 detenuti al massimo, ma con adeguati spazi per il lavoro e il tempo libero. La struttura del padiglione sarà simile a una casa, perché l'obiettivo è rieducare il detenuto alla vita normale, non "infantilizzarlo", come ha detto il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma. Oltre che in tanti Paesi europei, un modello di questo carcere nuovo in Italia esiste già. Si trova a Bollate, fuori Milano, dove i detenuti lavorano e studiano tutto il giorno e poi rientrano in cella per le 8 ore della notte. I nuovi padiglioni saranno sostenibili ecologicamente, cablati e digitalizzati. La cablatura servirà per tenere corsi a distanza, ma anche per la telemedicina, e per la videosorveglianza.
La scommessa è questa, ovviamente per detenuti a basso rischio. Del resto gli interventi strutturali non sembrano più procrastinabili. In alcune carceri ci sono ancora i bagni alla turca, gli impianti di riscaldamento spesso non sono adeguati e mancano sistemi di raffreddamento degli ambienti nei mesi estivi, le salette per i colloqui con i familiari e gli avvocati lasciate in stato di degrado. La Commissione Zevi, istituita per proporre soluzioni in materia di edilizia penitenziaria, sta concludendo il proprio lavoro e a breve presenterà una relazione. La strada del governo, però, non è in discesa. Sull'onda delle notizie dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere la maggioranza è tornata a mostrare le sue divisioni sull'argomento. Pd e Lega partono da posizioni molto distanti. Toccherà al premier e a Cartabia trovare la, non facile, mediazione.
di Stefano Feltri
Il Domani, 15 luglio 2021
La trasferta a Santa Maria Capua Vetere del presidente del Consiglio Mario Draghi e del ministro della Giustizia Marta Cartabia è il più enigmatico capitolo dell'azione dell'esecutivo dal suo insediamento. Dopo una violenza di stato, ci si aspettava una reazione di stato di segno uguale e contrario. La compassione dei singoli esponenti delle istituzioni non è il punto in questa storia.
Tutto il mondo ha visto i video di un pestaggio organizzato ai danni di persone inermi, affidate alla responsabilità delle istituzioni, il 6 aprile 2020. E chi ha letto le inchieste di Domani sa che dopo quelle violenze c'è stato un depistaggio avallato a più livelli. Il premier Draghi ha tenuto un discorso intenso che sembrava la premessa per annunci epocali da parte della ministra della Giustizia Cartabia. E invece niente, solo l'impegno a una riforma dell'ordinamento carcerario. Vedremo. Cartabia appare e parla ovunque tranne che in parlamento, dove non ha mai riferito sui fatti di Santa Maria.
Si dimostra empatica ed enfatica, ma finora non ha preso alcun provvedimento: ha sospeso 52 agenti solo dopo le misure cautelari (e ci mancherebbe pure), non ha sostituito il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, non ha neppure preteso le dimissioni della direttrice del carcere di Santa Maria, Elisabetta Palmieri.
Il timore del governo sembra soprattutto una reazione di protesta della polizia penitenziaria, che potrebbe far perdere il controllo delle carceri. E dunque la penitenziaria non si tocca. Ma parlare del problema del sovraffollamento carcerario in una prigione dove i detenuti sono stati massacrati dagli agenti, non dagli spazi angusti, è al limite dello sfregio: un po' come dire che Stefano Cucchi è morto per problemi di droga e non per aver incontrato carabinieri che lo hanno ammazzato di botte.
Sia nella vicenda di Santa Maria che in quella di Cucchi la verità è arrivata grazie al lavoro della stampa, prima che degli inquirenti. La scelta di prevedere gli interventi di Draghi e Cartabia senza domande dai giornalisti, pur invitati sul posto, è un altro segnale di istituzioni interessate soprattutto a preservare lo status quo più che a correggere le evidenti storture.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 15 luglio 2021
Il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria convoca i responsabili regionali: nel marzo 2020 le proteste legate al Covid, 13 le vittime e 200 i feriti, danni per 12 milioni.
Non vogliono girare la testa dall'altra parte. Non vogliono dimenticare il passato. La visita del premier Draghi al carcere di Santa Maria Capua Vetere - così come le parole, da subito durissime, del ministro della Giustizia, Marta Cartabia - non sono gli unici movimenti dello spartito che governo e amministrazione penitenziaria hanno deciso di suonare sulla questione carceri. Sta succedendo anche altro: il Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, ha infatti deciso di andare a fondo sulle rivolte che nel marzo del 2020 sconvolsero le prigioni italiane dal Piemonte alla Sicilia: 21 le carceri in rivolta. Tredici le vittime, tutte tra i detenuti. Duecento i feriti. 12milioni e 200mila euro i danni stimati. Il punto più nero della storia delle nostre prigioni archiviato, fin qui, con poche parole striminzite del vecchio Governo. E con indagini sparse in tutta Italia (e spesso già archiviate) che, al momento, non sono state in grado di mettere un solo nome e cognome accanto ai responsabili della fine di tredici persone morte mentre erano nelle mani dello Stato.
Nelle prossime ore i vertici del Dap - il capo, Bernardo Petralia, il suo vice, Roberto Tartaglia, magistrati che da un anno si stanno occupando delle nostre carceri - incontreranno i provveditori regionali chiedendo loro di accertare cosa è accaduto. Il limite è che, laddove ci sono inchieste penali, la possibilità di movimento per le inchieste amministrative è molto stretto. Ma il concetto è che l'amministrazione penitenziaria non vuole ripetere un caso Santa Maria. Quando - mentre le telecamere avevano registrato le indagini di un'indegna macelleria nei padiglioni dell'istituto - il ministero rispondeva in Parlamento che a Santa Maria c'era stato "un ripristino della legalità". Questo è potuto accadere perché il ministero si era basato sulle risposte di dirigenti che, poi, sono stati travolti dall'inchiesta. Ecco: l'intenzione ora è di fare un'indagine più approfondita per accertare, parallelamente alle inchieste della magistratura, cosa è esattamente accaduto. Ed eventualmente per colpa di chi. Qualcosa del genere il nuovo corso del Dap aveva provato a farlo anche su Santa Maria: per tre volte avevano chiesto ufficialmente alla Procura informazione sugli agenti indagati per poter intervenire disciplinarmente, ma i pm avevano risposto sempre negativamente. Il perché è stato ora esplicitato: essendoci tra gli indagati dirigenti dell'amministrazione penitenziaria, temevano un inquinamento probatorio.
Sulle rivolte di marzo i dati sul tavolo del Dap sono incredibili. Carcere di Napoli: 900 persone coinvolte, 51 detenuti feriti, 52 poliziotti; Bologna: 463 persone coinvolte, 1 detenuto morto, 2 poliziotti feriti; Modena: 9 detenuti morti, 26 poliziotti feriti; Rieti: 3 detenuti morti; Foggia: 440 rivoltosi, 60 evasi.
Accanto ai numeri ci sono le parole. Decine di denunce arrivate in questi mesi da detenuti e dalle associazioni di pestaggi avvenuti in cella immediatamente dopo le rivolte di marzo: il caso più clamoroso sarebbe quello di Melfi (dove il Dap è già intervenuto spostando alcune persone), ma arrivano denunce anche da Foggia, Lombardia, Emilia Romagna. C'è poi, soprattutto, la questione dei 13 detenuti morti. Le autopsie - per quanto non sempre accurate - hanno certificato che tutti sono stati uccisi da overdosi di metadone, procurato nell'assalto alle infermerie. Nessuno ha ancora spiegato, però, come sia stato possibile che tutte le medicherie fossero così facilmente raggiungibili dai detenuti. Perché molti di loro portavano sul corpo segni importanti di colluttazioni. Se i detenuti, prima di morire, sono stati visitati e curati come avrebbero dovuto. Perché alcuni di loro sono stati trasferiti in altri istituti nonostante fossero in condizioni fisiche assolutamente precarie. Il Dipartimento ha promesso che cercherà le risposte a tutte queste domande.
di Carmen Baffi
Il Domani, 15 luglio 2021
Il comparto penitenziario non è fatto solo di agenti e detenuti. Anche l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna (Uepe), che gestisce le pratiche legali che consentono al detenuto di accedere alle misure alternative, ha un peso rilevante. Il mondo del carcere non è fatto solo di agenti e detenuti. Secondo l'articolo 27 della Costituzione, le misure di restrizione delle libertà personale devono avere una funzione rieducativa. Proprio per questo, l'équipe degli istituti penitenziari vede attivi, in questo senso, i funzionari giuridico-pedagogici, educatori e assistenti sociali. Tutte e tre queste figure, che tutte si di risocializzazione seguire i nel percorso fanno l'Ufficio per l'esecuzione individuale, cui spetta la gestione delle pratiche legali che al detenuto di accesso alle cosiddette misure alternativa. Così come per il comparto della polizia penitenziaria, anche per questi operatori le difficoltà sono molteplici. Anzi, si può dire che tutte le figure chiave che lavorano in carcere sono state lasciate sole dallo stato.
Le misure alternative. Secondo l'ultimo rapporto pubblicato dall'associazione Antigone, tra il 2019 e il 2021, i soggetti presi in carico dall'Uepe sono stati 29mila. Si tratta di persone che hanno ricevuto una condanna fino a tre anni di reclusione che hanno la possibilità di richiedere l'affidamento ai servizi sociali, i domiciliari o la semilibertà. Stando ai dati, l'affidamento in prova al servizio sociale, al 31 gennaio 2021, rappresentava il 57,3 per cento delle misure alternative attive, la fede domiciliare il 40,2 per cento e la semilibertà il 2,5 per cento.
Se la richiesta del detenuto, presentata dal legale, viene accolta positivamente dal magistrato, il detenuto viene affidato agli assistenti sociali dell'Uepe, che lo segue nel percorso di rieducazione e risocializzazione. Nel 2014, con la legge 67 è stata introdotta fra le altre opzioni la messa alla prova. Non si tratta propriamente di una misura alternativa alla detenzione, che di fatto costituisce una diversa modalità di scontare la pena, ma di una richiesta che la persona sotto accusa avanza quando è ancora in stato di libertà, prima di essere condannato o assolto dal tribunale ordinario. Il procedimento penale viene sospeso, e la persona si dedica a lavori di pubblica utilità per un periodo commisurato al reato commesso. Se la prova ha esito positivo, il capo d'imputazione decade e il reato si estingue.
Un ruolo fondamentale - "Ci occupiamo di tutto quello che è il mondo esterno al carcere. Per questo, i dirigenti degli istituti penitenziari chiedono a noi di svolgere le indagini socio-familiari. Quindi, oltre a parlare con le persone più vicine, conduciamo le indagini domiciliari, ricostruendo tutti i rapporti interpersonali del detenuto", spiega Paola Fuselli, assistente sociale da 24 anni, dal 2000 impiegata all'Uepe di Roma e rappresentante nazionale della Fp Cgil.
L'indagine dura mesi, ogni assistente sociale si occupa non solo di ricostruire il passato dei detenuti, ma di offrire loro un futuro. Quando si entra in contatto con le famiglie, infatti, oltre a valutare le condizioni dell'abitazione, si chiede a ogni membro del nucleo se è favorevole ad accogliere in casa il detenuto, nel caso in cui vengano concesse eventuali misure alternative. Oltre a questo, gli assistenti sociali devono assicurare alla persona che lascerà il carcere un lavoro stabile, contrattualizzato, a norma. Si procede dunque con l'accertamento lavorativo o, nel caso di necessità di percorso terapeutico (per esempio in caso di tossicodipendenza), si stabilisce un contatto con le strutture territoriali, al fine di valutare l'adeguatezza dell'ex detenuto.
Servono assunzioni Conclusa l'indagine, gli assistenti sociali devono redigere una relazione, destinata alla valutazione del magistrato ordinario.
"Se siamo soltanto 27 assistenti sociali attivi, in una città grande come Roma, nel mio caso, come si fa a rispettare tutte le scadenze?", chiede Fuselli. "La nostra scadenza coincide con l'udienza in tribunale. Ma se ognuno di noi deve relazionare su 15 casi diversi, farlo in un mese diventa difficile". Secondo quanto riporta Fuselli, ogni assistente sociale prende in carico fra i 160 e i 180 casi. Il rischio, sempre più concreto, come conferma anche Fuselli, è di incorrere in diffide da parte dei legali o degli stessi giudici. Una volta aperta la pratica osservativa, infatti, i funzionari possono incontrare i detenuti in carcere e stabilire con loro un primo contatto. Ma ogni pratica ha una data di scadenza, che, se non rispettata, non solo espone a procedimenti penali gli assistenti sociali, ma rinvia l'accesso del detenuto alla misura alternativa, costringendolo per un ulteriore periodo in carcere. A Roma "gli assistenti sociali attivi sono meno di un terzo rispetto al numero totale previsto", dichiara Fuselli.
Secondo quanto si legge nel rapporto di Antigone, l'organico previsto è di 896 unità, mentre sono solo 733 i funzionari giuridico-pedagogici effettivamente presenti negli istituti penitenziari italiani. Il sotto organico totale supera il 18 per cento, a fronte del 13,5 per cento registrato a metà 2020.
Un problema nel problema - Le pratiche osservative inviate all'Uepe non possono essere aperte direttamente dai funzionari giuridico-pedagogici. Al loro sotto organico, infatti, si somma anche quello del personale amministrativo dell'ufficio. Quando i committenti - legali, giudici o direttamente gli istituti penitenziari - presentano per un detenuto la richiesta di accesso alla misura alternativa, questa arriva direttamente all'Uepe. "Il nostro ufficio amministrativo riceve ogni mese 200 richieste per posta ordinaria e 200 tramite pec", spiega ancora Fuselli, puntualizzando che nel comparto amministrativo non si assume dal 2019. Anche il ruolo degli amministrativi è fondamentale: se la pratica non viene protocollata, per mancanza di personale e un sovraccarico di richieste, l'osservazione non inizia e il detenuto resta in cella.
La giustizia non rieduca - Negli ultimi giorni è stata presentata la proposta di riforma della giustizia, "ma attenzione, si contempla soltanto la riforma del processo, quindi l'obiettivo è rendere i processi più rapidi ed estendere fino ai 10 anni di condanna la possibilità di accedere alle misure alternative. Questo mostra quanta importanza abbia il nostro ufficio", conclude Fuselli. Quando si parla di giustizia, dunque, non si può parlare soltanto di udienze, processi e condanne, ma vanno presi in considerazione anche carceri, agenti della polizia penitenziaria ed esecuzione penale esterna, legati indissolubilmente dalla medesima funzione: rieducare i detenuti, in ossequio al principio costituzionale, e abbattere la recidività nel commettere reati.
Queste problematiche hanno spinto l'Uepe interdistrettuale di Roma, insieme ai sindacati di categoria, Fp Cgil e Cisl Fp, a organizzare un sit-in sotto la sede del dipartimento per la Giustizia minorile e comunità del ministero della Giustizia per chiedere l'attivazione di misure straordinarie che vanno dall'incremento dell'organico all'individuazione di una sede adeguata al setting trattamentale. Una delegazione è stata ricevuta dal direttore generale del dipartimento, Giuseppe Cacciapuoti, che ha assicurato otto nuove assunzioni a ottobre, l'interpello per il settore amministrativo e una nuova sede per l'Uepe romano.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 15 luglio 2021
"Non può esserci giustizia dove c'è abuso. E non può esserci rieducazione dove c'è sopruso". Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono una inequivocabile presa di posizione di fronte ai gravi fatti avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto sammaritano. Lo Stato non si può identificare negli autori dei brutali pestaggi compiuti da uomini in divisa, e si riappropria di uno spazio sottratto alla giustizia.
La storica visita di ieri di Draghi e del ministro della Giustizia Marta Cartabia rappresenta molto di più delle ferme dichiarazioni di condanna dei pestaggi. Innanzitutto, l'essere andati insieme manifesta la volontà di un'assunzione di responsabilità del Governo di fronte all'emergenza del sistema penitenziario che - come ha detto la Guardasigilli - con lo scoppio della pandemia ha fatto esplodere tutti i problemi irrisolti da troppo tempo, mai affrontati perché quello del carcere è considerato un mondo marginale e privo di interesse.
Ma ciò che accade nelle carceri riguarda invece tutti, come ha ricordato Cartabia, sottolineando che è necessaria una presa in carico collettiva dinanzi alle problematiche vecchie e nuove di un contesto così complesso. Sovraffollamento, strutture fatiscenti e prive dei servizi essenziali - ricordo che a Santa Maria Capua Vetere, un istituto costruito negli anni '90 manca la rete idrica -, carenza di personale e assenza di formazione, sono stati i punti critici toccati dalla ministra della Giustizia.
Appare evidente che i fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere non sono un evento isolato, opera di mele marce. Non possono essere momenti di follia collettiva, ma fanno parte di un modus operandi che non si improvvisa. È un retroterra culturale che si nutre di frustrazioni, di carenze formative, di banalizzazioni sociali. Una mentalità che si fa forza della certezza dell'impunità. Così come bisogna dire che, al contrario, ci sono tanti poliziotti penitenziari che cercano di fare il loro lavoro con scrupolo e coscienza. Ne conosco diversi nel carcere di Poggioreale intitolato a Giuseppe Salvia, un fedele servitore dello Stato capace di coniugare fermezza e umanità, assassinato nel 1981 dalla Nco di Raffaele Cutolo.
Allora la formazione del personale mi sembra uno dei punti decisivi per evitare che si ripetano pestaggi e violenze. La popolazione carceraria oggi è cambiata ed oltre agli esponenti della malavita organizzata e ai personaggi della microcriminalità, ci sono numerosi detenuti espressione del disagio sociale delle nostre città: malati psichici, immigrati, senza dimora, tossicodipendenti, che approdano al carcere dopo essere stati abbandonati dalla scuola e dalla famiglia. In Italia ci sono ben mille detenuti analfabeti. Questo dato rappresenta una domanda e richiede un approccio specifico per affrontare le differenti problematiche di queste persone. Cambia la società ma il carcere resta uguale a se stesso.
Dobbiamo anche dire che dopo la condanna della Commissione Europea all'Italia del 2013 furono promossi dall'allora ministro per la Giustizia Andrea Orlando gli Stati generali dell'esecuzione penale esterna, una discussione di oltre 200 esperti che rappresentò una fonte di proposte e di idee per riformare il sistema penitenziario, puntando alle misure alternative e alla responsabilizzazione del detenuto. La stessa Guardasigilli ha ricordato nel suo intervento di ieri che bisogna modificare la misura penale incentrata solo sul carcere, ricordando che la Costituzione parla di pene al plurale, e che la detenzione non è l'unico modo per scontare una sanzione penale. Sappiamo come è andata. Prima delle scorse elezioni la Riforma fu affossata perché il tema non era popolare e si temevano conseguenze negative sull'elettorato. Il carcere non porta voti. E allora meglio rimuovere tutto e non parlarne più.
Invece ci sarebbe bisogno di più educatori, assistenti sociali, psicologi, di incrementare il numero di agenti penitenziari, di personale direttivo. Ricordo che alla fine di questo mese comincia il concorso per direttori di carcere, un piccolo numero che non consente neanche di coprire il turn over, visto che l'ultimo concorso era stato espletato nel 1997. Ma anche che nell'istituto di Poggioreale c'è una pianta organica di appena 10 educatori a fronte di oltre 2100 carcerati, tanto che un'educatrice mi dice che "di alcuni detenuti non ne conosce neanche il volto". Occorre inoltre aprire il carcere alla società esterna, creando una contaminazione culturale positiva.
Per fare del carcere l'inizio di un nuovo percorso di vita c'è bisogno di tutte queste cose, ma occorre soprattutto una grande attenzione a questo mondo. Ci auguriamo che dopo la visita di Draghi e Cartabia i riflettori non si spengano, ma si possa ripartire proprio da Santa Maria Capua Vetere per cominciare una nuova stagione di riforme. Ricordando che il carcere che umilia i detenuti e li deresponsabilizza, oltre a non essere degno di un Paese civile, aumenta la recidiva e non la sicurezza.










