di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
Per la prima volta in 32 anni la polizia ha bloccato la veglia democratica a Victoria Park. Per 32 anni il 4 giugno ha ricordato al mondo e al Partito comunista l'eccezionalità di Hong Kong rispetto a Pechino e ad altre centinaia di città della Cina, tutte uguali. Nella capitale della Repubblica popolare cinese, la polizia già settimane prima dell'anniversario di Tienanmen rastrellava "i soliti sospetti", coloro che avrebbero potuto cercare di tenere viva la memoria dei martiri schiacciati dalla repressione del 1989 per aver osato chiedere giustizia sociale (prima ancora che la democrazia). Nell'ex colonia britannica decine di migliaia di persone erano libere di riunirsi nella notte a Victoria Park, per ricordare i caduti.
Dall'anno scorso radunarsi per accendere candele dopo il tramonto del 4 giugno è vietato anche a Hong Kong. Motivi di prevenzione sanitaria ai tempi del coronavirus, hanno detto le autorità. Ma naturalmente nessuno ci crede. Nel 2020 comunque alcune migliaia di hongkonghesi si erano dati appuntamento nel grande spazio di Victoria Park, luogo tradizionale di concentramento delle manifestazioni. I dimostranti indossarono le mascherine sanitarie e rispettarono per quanto possibile il distanziamento, non ci furono incidenti e gli agenti osservarono senza intervenire. Ma poi arrestarono alcuni esponenti del comitato organizzatore: tra loro Joshua Wong, che ha ricevuto una condanna a 10 mesi per aver "deliberatamente e premeditatamente" violato il divieto.
È il virus della democrazia che Pechino ha voluto sempre debellare a Hong Kong. Per questo, l'1 luglio del 2020 è stata imposta la legge di sicurezza nazionale cinese anche nel territorio ad amministrazione speciale, che la Cina si era impegnata a governare fino al 2047 in base all'accordo "Un Paese due sistemi". Commemorare Tienanmen ora sarebbe reato anche a Hong Kong, perché il Partito-Stato considera sempre "sovversivi" i ragazzi massacrati nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989. Però, ipocritamente, la polizia ha negato il permesso di riunione anche quest'anno per motivi sanitari.
Ieri il Victoria Park è stato chiuso e presidiato da cordoni di poliziotti; altoparlanti hanno ammonito la gente a non avvicinarsi; nella City sono stati mobilitati 7 mila agenti per vigilare. Nonostante le minacce di arresto, nella notte gruppi di cittadini coraggiosi hanno acceso candele e le luci dei telefonini nelle strade della City. Anche il Consolato americano ha esposto lumini alle finestre. E il vecchio cardinale cattolico Joseph Zen ha celebrato una messa in suffragio dei caduti di Tienanmen, dicendo nell'omelia: "Chiedevano solo un governo pulito, ma hanno dovuto lasciare il mondo con il marchio di rivoltosi".
Per precauzione, ieri mattina la polizia aveva arrestato Chow Hang-tung, vicepresidentessa dell'Alleanza democratica che organizzava la veglia. Chow, 37 anni, avvocata, aveva annunciato la determinazione di accendere una candela in strada alle 8 di sera. L'hanno ammanettata per dare un esempio. Altri arresti nella notte.
Gli hongkonghesi che hanno illuminato i loro smartphone dimostrano che c'è ancora una differenza tra la loro città e Pechino. Nella capitale della Cina da decenni non c'è più bisogno di vietare alcuna manifestazione: la strategia dell'"amnesia collettiva" ha offuscato la memoria, la censura ha rimosso ogni riferimento a Tienanmen e al 4 giugno 1989, il Partito-Stato in cambio della rinuncia alla memoria ha garantito alla gente la corsa incessante dell'economia. E comunque qualunque pechinese sa che riunirsi in pubblico (o anche in privato) porterebbe in carcere. A Hong Kong, invece, le lucine nella notte sono ancora lampi di libertà. Lee Cheuk-yan, veterano del movimento democratico incarcerato per le proteste del 2019, ha acceso una sigaretta in cella: "Protesto mandando segnali di fumo".
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
Il racconto dell'imprenditore italiano Marco Zennaro, incarcerato per una controversia commerciale: "I compagni di cella mi hanno preso in cura perché vedono un uomo morto, vi prego riportatemi a casa".
Quando Marco Zennaro è entrato due giorni fa nella sua nuova cella, dopo 8 ore di attesa in una camera di sicurezza del tribunale e un'ora e mezza di viaggio in un cellulare della polizia nell'afa da 50 gradi di Khartum, i suoi "coinquilini" gli hanno raccontato poi di aver visto "un uomo morto"; e si sono presi cura di lui forse con più umanità della sua scorta. È il primo racconto in presa diretta che arriva dal carcere del Sudan dove continua la prigionia dell'imprenditore veneziano di 46 anni, accusato di frode e trattenuto nel paese da poco meno di undici settimane.
La controversia riguarda una partita di trasformatori elettrici che la ditta di Zennaro ha venduto al suo distributore locale, Ayman Gallabi, che - a sorpresa - l'aveva ritenuta non conforme al contratto. Marco Zennaro è andato a Khartum nella seconda metà di marzo per comprendere le ragioni della contestazione.
Da allora non è più riuscito a fare ritorno in Italia, passando da una cella del commissariato a quella della prigione, nonostante un primo rimborso di 400 mila euro concordato con Gallabi, il cui corpo però è stato poi ritrovato morto nel Nilo, il 22 maggio. E nonostante l'ambasciatore italiano, Gianluigi Vassallo, e la Farnesina stiano cercando una composizione con i clienti finale della fornitura e la società elettrica sudanese Sedc, diretta da un parente stretto del generale Mohammed Dagalo, vice presidente del governo di transizione in Sudan.
Ecco il resoconto che Marco Zennaro è riuscito a far arrivare alla famiglia in Italia nelle ultime ore: "Sono rimasto 8 ore nel carcere del palazzo della corte dove non sapevo nemmeno di doverci andare. Uno stanzino sottoterra al buio. Senz'acqua né gabinetto né modo di comunicare con l'esterno. Mi era stato detto che era per portarmi in albergo. Ma la corte ha deciso il contrario: carcere. Mi viene detto di salire su una camionetta di latta in 40 persone per un viaggio di 1 ora e mezzo nel traffico di Khartoum. Tutti ammassati. Un forno a 50 gradi".
"Arrivo in carcere, ho paura - prosegue il racconto di Zennaro - Non so cosa mi aspetta. Nessuno sa nulla, non ho telefono e nessuno parla inglese. Mi hanno fatto attraversare il settore degli omicidi, spacciatori e criminali: un inferno di 700-800 corpi ammassati uno a ridosso dell'altro. Alla fine mi mettono nella sezione di reati penali con giustificazione finanziaria. Ci saranno 200 persone. Mi hanno preso in cura tutti i miei nuovi compagni perché hanno detto di aver visto un morto. Sono ostaggio di un sistema senza regole. Vi prego riportatemi a casa dalla mia famiglia". Alvise Zennaro, il fratello minore di Marco, conferma che "Avvocato, ambasciatore e Farnesina stanno ancora lavorando per farlo uscire al più presto, perché la sua situazione resta estrema, sia fisicamente sia psicologicamente".
di Pietro Del Re e Anais Ginori
La Repubblica, 5 giugno 2021
Macron mette fine alla cooperazione militare con Bamako, ma teme che Putin ne possa approfittare. Soldati e propaganda russa destabilizzano il Sud della Libia, Mali e Repubblica Centrafricana. A sorpresa, giovedì sera la Francia ha annunciato la sospensione della cooperazione militare con il Mali. Davanti al "golpe nel golpe", Emmanuel Macron ha piazzato una doppia linea rossa: transizione democratica e rifiuto di scendere a patti con i gruppi jihadisti.
"L'Islam radicale in Mali con i nostri soldati sul posto? Mai e poi mai", è sbottato il leader francese, anche in vista di possibili accordi tra la giunta di Bamako e alcune formazioni islamiste contro le quali la Francia combatte da otto anni. Anche se la minaccia di un ritiro francese è ancora soltanto teorica, la guerra del Sahel, con già una cinquantina di caduti nell'esercito francese e un sostegno in patria che diminuisce, potrebbe complicare la campagna per le presidenziali dell'anno prossimo.
Ma a ridurre l'influenza di Parigi nella regione potrebbe essere la Russia, che con il nuovo colpo di Stato in Mali cercherà di trarre vantaggi economici e politici. Il 28 maggio alcune centinaia di dimostranti si sono radunati di fronte all'ambasciata russa a Bamako, invocando l'intervento di Mosca e la cacciata dei militari francesi. Manifestazioni dietro cui Macron vede la lunga mano del Cremlino. La Russia è inoltre il Paese che ha contribuito ad addestrare diversi membri della giunta golpista, a cominciare dal colonnello Assimi Goita che lunedì sarà nominato presidente. Secondo il Capo di Stato maggiore François Lecointre, a capo dei cinquemila soldati francesi nel Sahel, "se Parigi se ne andasse, Mosca potrebbe riempire il vuoto".
Le mire russe sul continente non sono un mistero. E nella regione per la Francia gli interessi economici sono limitati. Il petrolio del Ciad è sfruttato da cinesi e americani. In Mali non c'è petrolio, nessuno sbocco commerciale in uno dei Paesi più poveri al mondo, le miniere d'oro sono sfruttate dai canadesi. E l'attività di estrazione dell'uranio del nord del Niger, componente essenziale per le centrali nucleari francesi, è sempre più complicata, tanto che Parigi ormai si alimenta più dal Kazakistan. Non solo: ad aprile, con l'uccisione di Idriss Deby, la Francia ha perso uno dei migliori alleati nella regione. Il presidente ciadiano, ora sostituito dal figlio, sarebbe stato assassinato dai ribelli del Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad (Fact) addestrati dal generale libico Khalifa Haftar, con l'appoggio dei mercenari russi di Wagner, vicini al Cremlino. Se per anni Parigi ha appoggiato Haftar, le relazioni si sono raffreddate anche alla luce del patto di ferro tra il generale della Cirenaica e Mosca. "Il loro sistema di disinformazione è fatto molto bene", osserva l'inquilino dell'Eliseo.
In teoria, gli obiettivi russi e francesi sono simili: entrambi i Paesi dichiarano il loro sostegno alle autorità locali, alla lotta al terrorismo e alla cooperazione allo sviluppo, tuttavia l'offerta russa è un'alternativa sempre più allettante per i governi africani perché Mosca è più focalizzata sulla stabilità e sull'unità del potere che sulla riconciliazione interetnica, mentre l'approccio francese incoraggia la democratizzazione, le elezioni regolari e il consenso. Inoltre, a differenza della Russia, per via del suo passato coloniale Parigi è vista spesso come una potenza oppressiva soprattutto dalle popolazioni del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Centrafricana.
Anche in Libia il ruolo militare dei russi è molto forte. A Sirte dispongono di un aeroporto militare e di loro basi logistiche, mentre le truppe del generale Haftar possono ancora contare sull'appoggio dei contractor della Wagner, che non si sono mossi da lì nonostante il cessate il fuoco. Ora, a monitorare la tregua dovrebbe essere una polizia composta da uomini fedeli sia al governo di Tripoli sia a quello di Bengasi. Ma il progetto di questa forza mista non decolla per via delle forti resistenze di Mosca, che una volta consolidata la pace teme di perdere ogni controllo nel Paese nordafricano a scapito dell'Ue, che cerca di riconquistare il terreno perduto.
Ma Bruxelles deve guardarsi dal fuoco amico: l'ambiguità di Parigi. Infatti sono i libici stessi che chiedono all'Europa un aiuto per pattugliare il confine meridionale del Paese, dove oltre a droga e armi transitano i migranti verso il Mediterraneo.
I Paesi dell'Unione si sono più volte detti disponibili a svolgere questo compito, al quale però si è sempre opposta Parigi, che preferisce un accordo bilaterale con i libici per controllare da sola il sud del Paese. Il prossimo 14 giugno, la Francia proporrà agli altri Stati membri di spostare da nord a sud l'operazione "Irini", destinata ad attuare l'embargo sulle armi in Libia, ma solo dopo le elezioni, che nessuno sa se si terranno veramente il prossimo dicembre.
Quanto alla Repubblica Centrafricana, da anni funestata da una sanguinosa guerra civile, gli uomini di Mosca hanno firmato un accordo con il governo locale che prevede, in cambio di grosse concessioni minerarie nel Paese, l'addestramento delle forze di sicurezza locali e la protezione del presidente Faustin-Archange Touadéra. E anche lì sono presenti circa duemila uomini della Wagner, i quali ammazzano impunemente non solo i ribelli ma anche gli oppositori del regime. I metodi brutali degli "istruttori" russi preoccupano il personale delle Nazioni Unite che ha stilato una lunga lista dei crimini commessi, in cui si parla di esecuzioni sommarie di massa, stupri, sequestri, torture durante gli interrogatori, attacchi contro le organizzazioni umanitarie, spostamenti forzati di popolazioni. L'influenza russa è sempre più incisiva anche grazie a un'abile propaganda. Il 15 maggio è stato proiettato nello stadio di Bangui, davanti a 20mila spettatori, una superproduzione cinematografica russo-centrafricana: un film di guerra in cui i soldati di Mosca e quelli del regime combattono eroicamente contro orde di sanguinari ribelli, ovviamente sostenuti e addestrati da un perfido generale francese.
di Niccolò Brighella
vdnews.tv, 5 giugno 2021
The Mauritanian non è un semplice legal drama uscito su Amazon Prime Video e ispirato al libro di memorie più venduto negli USA nel 2015. Il film del regista premio Oscar Kevin Macdonald, con Jodie Foster, passato in anteprima europea al Festival di Berlino, è una testimonianza dell'orrore. Un orrore che il mondo occidentale, patria della democrazia e del diritto, è riuscito a infliggere ai suoi prigionieri e a se stesso nell'epoca buia che seguì l'11 settembre e il Patriot Act di George W. Bush. Un orrore che, ormai ufficialmente dismesso, non è ancora il passato. A Guantanamo, infatti, sono rimasti 40 detenuti senza diritti come il protagonista di The Mauritanian, dimenticati in un angolo buio della nostra coscienza collettiva.
The Mauritanian ha il coraggio di mostrare questo orrore - Il film è basato su Guantánamo Diary, il libro di memorie più venduto nel 2015, scritto proprio dal protagonista durante la prigionia. Mohamedou Ould Slahi è un pacifico cittadino mauritano che viene catturato, senza troppe prove, dagli USA. Il governo americano ritiene Slahi il reclutatore dei dirottatori che hanno abbattuto le torri gemelle del World Trade Center. Finito a Guantanamo, Slahi (interpretato da Tahar Rahim de Il profeta di Audiard) resta in un limbo di atrocità per anni, senza accuse formali né processo, finché un avvocato difensore, Nancy Hollander (Jodie Foster, che ha vinto il Golden Globe per questo ruolo) sfida l'odio dell'opinione pubblica e prende in mano il caso del mauritano. La sfida tra Hollander e il procuratore interpretato da Benedict Cumberbatch finisce per portare a galla le contraddizioni del carcere di Guantanamo e tutto l'orrore che si nasconde al suo interno.
Umiliazioni e violenze sessuali, musica ad altissimo volume, incappucciamenti, soffocamento con acqua (waterboarding) e cani feroci. Queste le torture inflitte ai detenuti, ideate e sviluppate da Mitchell e Jessen, psicologi dell'aeronautica militare, per la CIA. Tecniche sulle quali i due consulenti costruirono una fortuna: la loro società privata ricevette, dai servizi americani, 70 milioni di euro per "interrogare" i prigionieri, negli anni seguenti. The Mauritanian ci mostra queste torture nel momento giusto, senza sconti e senza la retorica che ha cercato per anni, inutilmente, di smascherare la lucida di atrocità dietro i reticolati di Guantanamo.
La storia di Guantanamo - Le due parti della base militare di Guantanamo Bay si osservano reciprocamente da un lato all'altro dello stretto di mare che le separa. Con oltre 9mila marines e ormai solo 40 detenuti, "gitmo" (come i militari sono abituati chiamare la base) è l'unica installazione militare statunitense in un paese comunista. Un'esistenza sotto assedio, quella dei soldati di Guantánamo, a loro volta carcerieri, negli anni, di quasi 800 "prigionieri di guerra". Con questa denominazione, infatti, il governo americano ha cercato di aggirare il diritto internazionale e sottoporre i sospetti terroristi a detenzioni illegali e alle più disparate torture.
Dal 2002 al 2003 i detenuti sono passati da 158 a circa 650. Nel 2006 scesero a 500. Dal 2009 in poi ci fu una costante riduzione, fino ai 40 di oggi. Solo per alcuni di loro è stato formalizzato un capo d'imputazione con conseguente rinvio a giudizio. Il campo di prigionia di Guantanamo è diventato, così, una macchina perversa, alimentata dall'isteria di massa, che ha divorato nei suoi ingranaggi anche alcuni innocenti. Ruhal Ahmed, Asif Iqbal e Shafiq Rasul, tre cittadini inglesi, furono catturati in Afghanistan nel 2002 e finirono nell'abisso di Guantanamo per tre anni prima di essere scagionati e rilasciati nel 2004. La loro storia è divenuta un film documentario, The Road to Guantanamo, diretto da Michael Winterbottom e Mat Whitecross nel 2006.
Cosa dice di noi Guantanamo - Il 22 gennaio 2009, a due giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmava il decreto 13492, executive order che concludeva l'esperienza di Guantanamo e stabiliva la chiusura del carcere. Una scelta non solo politica: anche Donald Trump, nonostante gli annunci, durante la sua presidenza ne ha progressivamente dismesso le attività. L'impressione è che dietro quell'abisso di illegalità che è stata (ed è ancora, per 40 persone) Guantánamo non ci fosse tanto la battaglia contro il terrorismo quanto quella contro il terrore.
Gitmo è stata la risposta dell'iperpotenza mondiale alla dimostrazione evidente della sua stessa vulnerabilità. Una risposta muscolare, di quelle che l'umanità dà quando si sente in pericolo, rifugiandosi, spesso troppo facilmente, all'ombra della forza e della violenza. Una paura che, però, oggi è ormai fredda e sopita, sotto le ceneri delle nuove paure del millennio.
"Le persone ancora detenute a Guantánamo sono inesorabilmente intrappolate a causa di multiple condotte illegali dei governi Usa: trasferimenti segreti, interrogatori in regime di isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame, torture, sparizioni forzate e il totale diniego del diritto a un giusto processo", ha commentato Daphne Eviatar, direttrice del programma Sicurezza e diritti umani di Amnesty International Usa. Serviranno anni per dismettere Guantánamo, ma la sua eredità ci accompagnerà a lungo.
La base di "Gitmo" ha inaugurato una nuova epoca dove i campi di prigionia sono numerosissimi e ben visibili, nel mondo. In alcuni casi, come per gli Uiguri dello Xinjiang, le autorità parlano di "rieducazione", in altri, come per i migranti nei campi in Libia, di contrasto all'immigrazione clandestina col supporto economico e il beneplacito dell'Occidente europeo. In tutti questi casi il fine della "sicurezza" giustifica qualsiasi mezzo come, nel 2002, la lotta al terrorismo giustificò Guantánamo. Una scelta, quella di allora, che ha formato il nostro tempo trasportandoci in un'epoca più buia.
di Giovanni Fiandaca
Il Riformista, 5 giugno 2021
Pubblichiamo un estratto dell'intervento a firma del giurista e accademico Giovanni Fiandaca che propone una rilettura degli scritti di Giovanni Falcone all'interno del volume "L'istruzione probatoria nel diritto amministrativo" a cura di Gaetano Armao, edizione Treccani.
Giovanni Falcone, oltre che un magistrato eccezionale, è stato anche un notevole scrittore di saggi e articoli giuridici. E, se fosse lecito trasporre nel campo del diritto una distinzione tratta dal mondo della letteratura, direi che Falcone è stato uno scrittore di cose, e non di parole: nel senso che i suoi scritti traggono sempre spunto e alimento dall'esperienza giudiziaria concreta, e perciò non danno mai quell'impressione di astrattezza o di artificio che suscitiamo talvolta noi giuristi accademici. Il grosso pubblico conosce meglio, verosimilmente, il libro- intervista "Cose di Cosa nostra", scritto in collaborazione con la giornalista francese Marcelle Padovani e apparso nel 1991.
È questo un libro a carattere prevalentemente divulgativo, nel quale Falcone spiega in modo semplice ed efficace la sua concezione della mafia e il metodo, anche di tipo psicologico, utilizzato per entrare in rapporto di comunicazione con alcuni mafiosi che avrebbero poi scelto la strada della collaborazione giudiziaria.
È forse meno noto l'altro libro di Giovanni Falcone, cioè quello che raccoglie i suoi contributi a carattere più tecnico e che ha per titolo "Interventi e proposte" (1982- 1992), pubblicato dalla casa editrice Sansoni nel 1994. Ma, prima di richiamare i filoni tematici affrontati nell'opera complessiva di Falcone, voglio fare un accenno a un punto del libro- intervista "Cose di Cosa nostra", un punto a mio avviso "emblematico" perché illumina alcuni tratti fondamentali della personalità di Falcone e, nello stesso tempo, sintetizza efficacemente la sua filosofia di magistrato: "Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato, ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo, piuttosto che una diffidenza sospettosa, è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le convinzioni". Soffermiamoci sull'espressione "dubbio metodico" utilizzata da Falcone: due parole che testimoniano uno stile intellettuale ispirato a una sorta di razionalità neoilluministica; una fiducia nell'uso della ragione come antidoto contro il fanatismo intellettuale e l'accecamento ideologico; ma, nello stesso tempo, un esercizio di una ragione critica che, lungi dal diventare alibi "gattopardesco" di fatalistica rassegnazione, funge da strumento positivo per modificare effettivamente la realtà.
La principale peculiarità del pensiero pragmaticamente orientato di Giovanni Falcone consiste, a ben vedere, nel nesso strettissimo - un vero e proprio legame indissolubile - tra elaborazione tecnico- giuridica o riflessione politico- criminale e approccio criminologico al fenomeno mafioso: nel senso che una determinata concezione della mafia (e in particolare di Cosa nostra) come realtà criminale costituisce sempre il prius da cui egli prende le mosse per sviluppare analisi di diritto positivo o per progettare nuove strategie di intervento.
Quale concezione della mafia trapela dagli scritti falconiani? Direi la stessa concezione che ha guidato la sua attività di magistrato, e che si connota per la sottolineatura del carattere polivalente e complesso del fenomeno mafioso: cioè Falcone, pur avendo fornito un contributo eccezionale alla ricostruzione della mafia di Cosa nostra come associazione criminale dotata di un peculiare modello organizzativo, è stato nello stesso tempo ben consapevole dell'impossibilità di ridurre la mafia a puro fenomeno criminale.
Da questo punto di vista, la visione di Falcone è in larghissima misura coincidente con la concezione della mafia oggi dominante tra gli studiosi di scienze sociali: almeno per la parte in cui la specificità della criminalità mafiosa viene individuata, da un lato, in un collegamento sistemico con la società civile nelle sue diverse articolazioni e con il mondo della politica; e, dall'altro, nell'adozione di un codice culturale e di un apparato simbolico dai contenuti peculiari che rimanda alla tradizione culturale siciliana.
Ma, pur essendo convinto dell'essenzialità del nesso mafia- politica, Falcone si è sempre preoccupato nei suoi scritti di chiarire politiche su contrapposti versanti. Nel contesto di un'intervista rilasciata alla storica Giovanna Fiume, Falcone ha dichiarato: "Ho detto spesso che non esiste il terzo livello, come un organismo lato sensu politico che diriga e controlli le attività della mafia. Sopra i vertici di Cosa Nostra non esiste nulla; esistono rapporti di coordinamento, di collegamento, esistono convergenze di interessi, talora anche inespresse, esistono poi ovviamente singoli concreti casi d'influenza su questo o quell'uomo politico. Ma non vi è affatto una connessione organica tra partiti o fette di partiti e le organizzazioni mafiose. Il fenomeno è molto più articolato e complesso e come tale molto più sfuggente alla repressione penale".
Invero, c'è chi ha richiamato questa chiave di lettura del rapporto mafia-politica per sostenere polemicamente che un magistrato serio e prudente, come Giovanni Falcone, non avrebbe mai concepito un processo Andreotti o un processo Mannino. Si tratta di un richiamo inopportuno. E infatti scorretto utilizzare più o meno strumentalmente, a sostegno delle critiche ai magistrati della stagione giudiziaria di Gian Carlo Caselli, il riferimento a un Falcone che purtroppo non è più in grado di parlare. Al di là degli usi strumentali, una cosa è però certa: l'esito assolutorio, sia pure in forma sostanzialmente dubitativa, di alcuni recenti processi contro importanti uomini politici può trovare ampia spiegazione proprio in quel carattere "sfuggente" del rapporto mafia- politica, di cui Falcone era lucida- mente consapevole.
Ma il profilo giuridicamente più rilevante della concezione falconiana si riferisce al modello organizzativo di Cosa nostra. È noto che il problema della struttura organizzativa della mafia è stato più volte affrontato non solo in sede giudiziaria, ma anche nella letteratura sociologica, a cominciare da quella ottocentesca. Le risposte in proposito fornite non sono state omogenee, anche se è tradizionalmente prevalsa la tesi che la mafia siciliana fosse costituita da un insieme di sodalizi indipendenti. In effetti, una risposta a questo problema non può essere data in astratto e una volta per tutte.
Piuttosto, la soluzione può variare in rapporto al momento storico considerato e al tipo di organizzazione mafiosa che viene in questione. Orbene, la nota tesi di Falcone, di Paolo Borsellino e degli altri magistrati del pool dell'Ufficio istruzione di Palermo, che attribuisce alla mafia una struttura unitaria e verticistica si riferisce non alla mafia come categoria generale, bensì a una specifica concretizzazione storica di mafia in un frangente storico ben determinato: cioè al modo di operare di Cosa nostra a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del ventesimo secolo.
Questa straordinaria intuizione investigativa, definita da qualcuno con un pizzico di enfasi "vera e propria rottura epistemologica", manterrebbe ovviamente tutta la sua validità anche se si dovesse scoprire che in momenti storici successivi la struttura organizzativa di Cosa nostra è articolata in forma meno compatta e unitaria. Proprio la tesi della natura unitaria e verticistica costituisce la premessa criminologica del pensiero giuridico e processuale sviluppato nei numerosi scritti e ciò che li lega insieme come un filo rosso; e, com'è noto, funge, nello stesso tempo, da struttura portante di quel capolavoro giudiziario che è il maxiprocesso della metà degli anni Ottanta.
Ora, il contributo di idee condensato nei circa quaranta lavori scritti che costituiscono l'eredità saggistica di Giovanni Falcone, ruota appunto attorno a una questione fondamentale: come attrezzare la macchina giudiziaria, e come affinare la professionalità dei magistrati, per fare in modo che un'organizzazione criminale di ampie proporzioni come Cosa nostra possa essere efficacemente contrastata mediante lo strumento della giustizia penale. (...) Insomma: fino a che punto è possibile e lecito, senza tradire i principi della giurisdizione, trasformare la macchina giudiziaria in una sorta di "macchina da guerra" idonea a contrastare la potenza militare di una grande struttura criminale unitaria e compatta come quella di Cosa nostra?
ilikepuglia.it, 5 giugno 2021
I prodotti, realizzati con la collaborazione del tarallificio Tesori d'Apulia di Trani, sono disponibili nei punti vendita del Gruppo Megamark. Nei primi sei mesi di attività dell'iniziativa 'aMano libera', che vede coinvolti dieci ragazzi detenuti ed ex detenuti di alcune carceri italiane ed ora inseriti nella Comunità "San Vittore" e nel progetto 'Senza sbarre' della Diocesi di Andria, sono state prodotte e vendute 60 mila confezioni dei tradizionali taralli pugliesi fatti a mano.
Il progetto, realizzato dall'associazione 'Amici di San Vittore Onlus' di Andria e vincitore del bando 'Orizzonti Solidali' 2018/2019 della Fondazione Megamark, offre programmi alternativi alla detenzione e sostegno a giovani che hanno fatto un'esperienza carceraria. L'attività si svolge nella Grande Masseria San Vittore di Andria, circondata da circa 10 ettari di terreni e trasformata in un laboratorio tecnico agricolo messo a disposizione dell'associazione per realizzare iniziative finalizzate ad avvicinare questi ragazzi al mondo del lavoro.
Con la collaborazione di tutor del tarallificio Tesori d'Apulia di Trani, i ragazzi coinvolti nel progetto hanno potuto apprendere l'arte della preparazione artigianale dei taralli e avviarne la produzione e il confezionamento; dopo aver certificato la qualità del prodotto, Tesori d'Apulia si è occupato anche della commercializzazione del prodotto che avviene nei supermercati Dok, A&O, Famila e Sole365 del Gruppo Megamark. Il progetto 'aMano libera', che prosegue spedito grazie alla motivazione e all'entusiasmo dei ragazzi coinvolti, prevede nei prossimi mesi l'ampliamento della gamma delle referenze dei taralli, oggi disponibili al finocchio, pomodoro secco e vino Nero di Troia.
"Siamo felici che questa iniziativa stia riscuotendo successo - dichiara Francesco Pomarico, direttore operativo del Gruppo Megamark -. Un ringraziamento speciale va sicuramente ai clienti dei nostri supermercati, che decidono di scegliere un prodotto tipico della Puglia e che conserva tutto il sapore della solidarietà". "Auspichiamo che questo progetto, così come il percorso che i nostri ragazzi hanno intrapreso con grande determinazione e voglia di fare - commentano Don Riccardo Agresti e Don Vincenzo Giannelli, responsabili del progetto 'Senza Sbarre' - possa proseguire e offrire loro gli strumenti per impegnarsi in altre attività come questa nel segno della legalità e del riscatto sociale". "Siamo orgogliosi di aver abbracciato questa importante iniziativa - spiega Domenico Tarantini, amministratore del tarallificio Tesori d'Apulia - perché crediamo che trasferire il nostro know-how a dei ragazzi fragili provenienti da contesti difficili rappresenti il primo passo per renderli autonomi e garantire loro un futuro migliore".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 5 giugno 2021
"Sarà legge entro la fine della legislatura". L'impegno del nuovo responsabile Immigrazione dei dem: "Le norme sulla cittadinanza per i nuovi italiani non rimarranno nel cassetto. Il mio appello per una maggioranza parlamentare capace finalmente di approvarle".
"Lo ius soli 'temperato' e lo ius culturae non restano nel cassetto: il Pd punta ad approvare la legge sulla cittadinanza entro la fine di questa legislatura e io sto lavorando per un accordo politico tra i partiti e perché ci sia una campagna di mobilitazione nel Paese". Appena nominato responsabile dell'Immigrazione, Matteo Mauri, ex viceministro all'Interno che ha seguito passo passo la cancellazione dei decreti Salvini, annuncia l'offensiva del Pd sulla legge di cittadinanza per i nuovi italiani.
Mauri, lo ius soli non è accantonato?
"Il Pd porterà avanti la battaglia sulla cittadinanza ai giovani nuovi italiani. Enrico Letta ha ribadito che è in agenda, anzi è una delle proposte principali che il segretario ha messo sul piatto".
Ma passerete dalle parole ai fatti o restano sempre e solo buone intenzioni?
"È il nostro obiettivo avere la legge entro la fine di questa legislatura. Ma è una legge di iniziativa parlamentare, quindi occorre che in Parlamento ci sia una maggioranza per portarla avanti. Io faccio un appello a tutte le forze politiche per decidere insieme di varare la legge sulla cittadinanza che non può più attendere. Deponiamo le armi della polemica politica. Il tema della cittadinanza non ha a che vedere con gli sbarchi o le politiche di gestione dell'immigrazione. Stiamo parlando di circa 1 milione e 100mila bambini e ragazzi che sono già in Italia, che sono italiani a (quasi) tutti gli effetti, tranne che per un pezzo di carta che certifichi il loro essere cittadini del nostro Paese. Sono i compagni di scuola, gli amici dei nostri figli. Hanno genitori stranieri, ma sono ragazzi che hanno una prospettiva di condurre in Italia la loro vita. E' una norma di civiltà, che peraltro fotografa una realtà esistente e quindi io mi rivolgo a tutti i partiti".
Davvero il Pd pensa di portarla a casa nonostante il governo Draghi abbia una maggioranza con Lega e Forza Italia, acerrimi avversari dello ius soli e ius culturae?
"È necessaria. Puntiamo ad approvarla con il maggior numero di forze politiche. Ma se non fosse possibile, di certo con le forze che costituivano la coalizione del governo Conte 2 e con cui abbiamo votato una legge con ben maggiori implicazioni politiche, ovvero i decreti immigrazione che hanno archiviato i decreti Salvini".
Come farete a disincagliarla in commissione Affari costituzionali della Camera dove giacciano tre proposte?
"Ci vuole un accordo tra i partiti e io ho cominciato a lavorare su questo Poi credo che bisogna partire con iniziative di mobilitazione ed eventi degli stessi ragazzi interessati, così da mostrare di cosa stiamo parlando, di giovani perfettamente integrati ed attivi che desiderano essere riconosciuti per quello che sono: italiani. Il Pd si mette a disposizione di una campagna di mobilitazione".
Nel merito cosa proporrete?
"L'importante è avere una nuova legge sulla cittadinanza per i giovani figli di immigrati cresciuti in Italia. Questo l'obiettivo. Il testo che era stato approvato alla Camera nella passata legislatura e poi è naufragato al Senato è un ottimo punto di partenza. Ma c'è comunque la disponibilità al confronto aperto a tutti e quindi anche a modifiche".
Ma in concreto?
"La nostra proposta della nuova legge sulla cittadinanza unisce due sistemi: lo ius soli 'temperato' e lo ius culturae. Lo ius soli 'temperato' prevede che un bambino nato in Italia acquisisca la cittadinanza se almeno uno dei due genitori stranieri è in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Il genitore dovrà farne richiesta entro la maggiore età del figlio. Non esiste alcun automatismo quindi che lega la nascita in Italia con l'acquisizione della cittadinanza, in questo senso è 'temperato'. È introdotto anche lo ius culturae: i figli di stranieri arrivati in Italia prima del compimento dei 12 anni possono diventare cittadini dopo avere frequentato regolarmente almeno un ciclo scolastico in Italia".
Il Pd non teme di essere indebolito da questa battaglia che nei sondaggi risulta impopolare?
"Non penso sia impopolare. Stiamo parlando di una realtà che tantissime famiglie conoscono perfettamente. Non ci si pone più il problema del perché fare la legge, ma gli italiani si chiedono piuttosto perché non farla. Tra la realtà e il diritto non può esserci la distanza che c'è oggi in Italia. I nuovi giovani italiani sono la realtà. E se anche questa battaglia fosse impopolare resterebbe comunque una battaglia giusta. E di fronte alle scelte giuste non ci si deve mai tirare indietro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Rimane ancora annoso il problema della vaccinazione degli "invisibili". Un conto è la teoria, ma nei fatti diventa impossibile. La teoria è che, in Italia, ad oltre 700 mila immigrati viene rilasciato il tesserino Stp (Stranieri temporaneamente presenti), che garantisce l'accesso alle prestazioni sanitarie urgenti o essenziali tra cui le vaccinazioni. L'Stp viene infatti rilasciato agli immigrati irregolari con più di tre mesi di presenza in Italia ma anche a chi ha fatto richiesta di asilo ma non ha ancora i documenti. Ma diventa impossibile, dal momento in cui numerose regioni hanno le piattaforme on line che non prevedono l'accesso in assenza di codice fiscale e numero di tessera sanitaria.
Dunque, pur avendo diritto alla vaccinazione, in pratica queste persone non possono accedervi. In alcune Regioni poi, come ad esempio in Friuli Venezia Giulia, si prevede l'inserimento dello Spid, il codice di identità digitale e, in altre, del numero di telefono cellulare certificato. "Con tali livelli di accesso- denuncia l'Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) - queste fasce di cittadini stranieri non in possesso di tessera sanitaria o altri codici richiesti non possono dunque prenotare la vaccinazione, pur avendone diritto, e nemmeno altre persone possono farlo a loro nome. Al momento, solo la piattaforma informatica dell'Emilia- Romagna prevede l'inserimento dei codici Stp, Eni e permessi di soggiorno temporanei".
Un problema enorme. Intanto in Liguria arriva la proposta del capogruppo del Partito democratico in consiglio regionale, Luca Garibaldi. Ovvero vaccinare gli invisibili presenti in Liguria con il monodose Johnson & Johnson, coinvolgendo le associazioni e la rete dei servizi sociali per intercettare chi non è noto al sistema sanitario regionale.
"Si stanno aprendo le vaccinazioni per ogni fascia d'età, pensiamo di vaccinare anche i turisti, tutti quelli che possono prenotarsi sono sufficientemente coperti - analizza Garibaldi - rimane il tema degli invisibili, migranti in attesa del riconoscimento del permesso di soggiorno o senza fissa dimora che non hanno accesso al sistema di prenotazione perché non sono negli elenchi del sistema sanitario regionale, non hanno un codice fiscale né una tessera sanitaria neppure provvisori".
Da qui la proposta, e lo fa tramite l'agenzia stampa Dire: "Bisogna intercettare tutte queste persone attraverso il mondo dell'associazionismo e la rete dei servizi sociali che ogni giorno si occupa di loro per offrirgli pasti, cure e un tetto. Bisogna offrire anche a loro la campagna vaccinale, proponendo il vaccino Johnson & Johnson perché è monodose e si tratta di persone che non è così facile intercettare una seconda volta per un richiamo".
Trovare una soluzione per queste persone, prosegue Garibaldi, è imprescindibile: "Non bisogna lasciare indietro né dimenticare nessuno, il vaccino è un diritto universale, una regola di umanità nonché un tema di salute pubblica e una strategia epidemiologica importante per proteggere anche chi vive in condizioni di emarginazione e chi gli vive intorno. La Costituzione dice che vanno curati tutti gli individui, non tutti i cittadini".
Il consigliere spiega, inoltre, che il tema riguarda anche chi è in possesso di tessere sanitarie e codici fiscali provvisori rilasciati dalla Questura "perché non è detto che siano stati caricati nei sistemi regionali per la prenotazione". Garibaldi riconosce che si tratta di un tema di valenza nazionale, "ma è importante iniziare a lavorarci fin da ora e chiedere al governo e al commissario straordinario la possibilità di muoversi anche in questa direzione. Si tratta di pochi casi e poche dosi, ma è essenziale costruire una strategia per tutelare tutte le persone".
Un problema che riguarda i fragili e i senza fissa dimora. Non a caso, la scorsa settimana, una delegazione della Comunità di Sant'Egidio, guidata dal presidente Marco Impagliazzo, ha incontrato il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per il contenimento della pandemia. Nel corso del colloquio si sono "previsti percorsi per una vaccinazione che comprenda tutte le fasce della popolazione, con particolare attenzione ai più fragili, come le persone senza fissa dimora e chiunque abbia difficoltà ad accedere alla campagna nazionale". Lo fa sapere in una nota la Comunità.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 5 giugno 2021
Il caso della ragazza pakistana scomparsa. La vicenda della diciottenne pakistana, Saman Abbas, presumibilmente rapita (forse uccisa) dai propri familiari perché voleva sottrarsi a un matrimonio forzato, solleva una questione enorme. E ci parla di una vera e propria "lotta di classe" a carattere generazionale, all'interno della popolazione straniera residente in Italia.
Un conflitto che vede contrapposte le seconde generazioni (circa un milione di giovani), alle tradizioni patriarcali e integraliste, spesso dominanti nelle proprie famiglie; e che porta tanti ragazzi e ragazze a percorrere la strada dell'affermazione dei propri diritti e della piena inclusione nel sistema di cittadinanza. Ma la storia di Saman ci dice quanto possa essere faticosa e dolorosa l'integrazione - il termine è imperfetto ma è l'unico disponibile - degli stranieri, all'interno del nostro ordinamento giuridico e del nostro sistema culturale e sociale; e nella accettazione delle leggi dello Stato di diritto e dei valori su cui si fonda.
In termini generali, c'è poco da aggiungere: i principi della Costituzione italiana e i diritti universali della persona valgono per tutti. Dunque, chi non rispetta la parità tra maschi e femmine all'interno della famiglia, nella formazione scolastica e lavorativa e nelle scelte affettive, sessuali, coniugali, commette reato e va sanzionato. Ancor più quando si attenti a quel diritto umano fondamentale che è l'integrità fisica e psichica: come è nel caso della pratica - prima culturale che religiosa - delle mutilazioni genitali femminili.
Rispetto a tutto ciò, qualsiasi interpretazione in termini di relativismo culturale e di tutela delle "culture altre", non è solo un grave errore, è una mascalzonata sottilmente razzista: in quanto muove dal presupposto che vi siano determinati individui, gruppi o etnie non meritevoli della protezione dei diritti universali. Perché, dunque, la vicenda di Saman è stata sottovalutata da parte di media e opinione pubblica? Non certo a causa della presunta sudditanza psicologica della sinistra verso l'Islam o di un riflesso condizionato politicamente corretto che indurrebbe a un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto ciò che riguarda l'immigrazione.
Né tantomeno (si è sentita anche questa), a motivo di un calcolo elettoralistico: in Italia, gli stranieri titolari di cittadinanza, e conseguente diritto di voto, sono oltre due milioni. E, dai dati disponibili, emerge che le loro opzioni politiche si collocano lungo l'asse destra - sinistra, in percentuali sostanzialmente sovrapponibili a quelle degli altri italiani.
Vale la pena ricordare che, in passato, il leader politico che riscuoteva maggiori consensi tra gli stranieri, era Silvio Berlusconi: e proprio per i valori trasmessi dal suo messaggio politico (famiglia, tradizione, religione, ascesa sociale, successo...). Dunque, una lettura politicistica appare totalmente infondata. Ciò che pesa è piuttosto il fatto che le relazioni all'interno delle comunità e delle famiglie di stranieri, sembrano appartenere a mondi lontani e inaccessibili, dai quali difenderci e comunque prendere le distanze. Dietro, c'è un'idea di società rigorosamente ripartita per nicchie distinte e autonome. La sola preoccupazione è che non minaccino la nostra sicurezza e i nostri beni, ma su cosa accada al loro interno la rimozione è la scelta, degli individui e delle istituzioni, meno ansiogena e più tranquillizzante.
Ne consegue la difficoltà di un confronto ravvicinato - anche aspro e conflittuale - tra differenti culture e sistemi di valori. Il che alimenta la separatezza di quelle comunità e di quelle famiglie, al cui interno è più facile che si perpetuino rapporti di potere arcaici. Nella vicenda di Saman, per la verità, le istituzioni pubbliche si sono mosse, ma nella tensione tra due progetti di vita (quello della diciottenne e quello dei suoi genitori), ha finito col prevalere, in ragione della violenza esercitata, l'ordine della tradizione più cupa.
Non accade sempre così, la sorte di Saman non è unica ma non è nemmeno generalizzabile. La gran parte dei giovani stranieri tende a rassomigliare ai nostri figli e non solo nei costumi e nei consumi: anche nella consapevolezza dei propri diritti. La consigliera comunale di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, a proposito della vicenda di Saman, pronuncia parole sagge, e altrettanto fanno le non poche giovani musulmane elette nelle assemblee rappresentative locali. E va sottolineato che l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii), si è espressa nettamente (e non è la prima volta) contro i matrimoni forzati e l'infibulazione femminile.
Lo Stato deve fare la sua parte: "Non investiamo abbastanza nella mediazione sociale e culturale", ha scritto il sociologo Maurizio Ambrosini (Avvenire del 2 giugno scorso), e molto possono fare gli italiani che nelle scuole, nei posti di lavoro, nei condomini, devono condurre una loro quotidiana battaglia culturale, ragionevole e rispettosa, senza alcuna tracotanza e senza alcuna soggezione. Ne verrà incentivata la convivenza pacifica tra stili di vita e sistemi morali destinati comunque a coabitare.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 4 giugno 2021
La scarcerazione di Giovanni Brusca per fine pena ha sollevato, com'è era logico attendersi, un nugolo di polemiche. A venire in discussione in queste ore è il fatto stesso che un uomo di efferata violenza possa aver espiato la propria condanna e possa intraprendere una nuova esistenza senza la prova di un vero ravvedimento interiore. Reazione, sia chiaro, in gran parte giustificabile alla luce dei gravissimi delitti di cui Brusca si è reso protagonista e soprattutto quando a indignarsi siano le vittime innocenti e i loro parenti.
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