di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 15 luglio 2021
Drammatica testimonianza di un ex carcerato di Modena ora libero: "Nessuno ha fatto niente per salvarlo, è morto peggio di un cane". "Sento casi in cui si lotta per salvare gli animali. Si scrivono articoli per evitare l'abbandono estivo di cani e gatti. E nessuno si indigna se un poveraccio per ore sta male, è morto forse di overdose e, se è vero, si poteva salvare con una puntura. Quella vita valeva meno di un cane abbandonato in autostrada".
Parla un detenuto testimone della rivolta al carcere di Sant'Anna dell'8 marzo 2020. Dice di aver visto come è stato trattato uno dei nove compagni di carcere morti. Lo ha seguito nel trasferimento e ha potuto osservare le sue ultime ore (anche se confonde il nome). E, dopo aver testimoniato per il Garante dei Detenuti, ha raccontato in forma anonima la vicenda a "Diritti Globali". "Ho deciso di parlare perché lo ritenevo il mio dovere dopo quello che avevo passato e visto. L'ho potuto fare, però, solo quando ho terminato la pena e sono tornato un uomo libero".
Il racconto ricostruisce il trasferimento e la morte di uno dei nove deceduti ufficialmente per sola overdose. "Io sono capitato nella stessa gabbia con Slim Agrebi. Fin dall'inizio aveva un comportamento strano, mi cadeva addosso in continuazione. Ho avvertito gli agenti che mi hanno risposto che se ne sarebbe parlato a destinazione. La situazione peggiorava mano a mano che passava il tempo. Ho chiesto che almeno gli venisse dato da bere, ma senza risultato.
Quando proprio ormai non si reggeva più, dopo 3 o 4 ore siamo arrivati nelle vicinanze di Alessandria, dentro al cortile del carcere. È stato scaricato a braccia. C'era in attesa un'ambulanza e so che avevano chiamato un magistrato. È salita un'infermiera che ci ha provato la pressione che, stranamente, era uguale per tutti. Quando siamo ripartiti ho sentito gli agenti che dicevano che era deceduto ed era stato caricato in ambulanza".
La tensione era già forte nei giorni precedenti alla rivolta, quando il terrore del contagio del virus ormai era una realtà. Racconta: "C'era tensione per le notizie che arrivavano riguardanti il Covid. Io più volte ho cercato di contattare la direzione come portavoce dei miei compagni, ma era difficile avere un colloquio con la nuova Direttrice che era presente per poche ore settimanali. Si riusciva parlare, solo, con degli ispettori che promettevano senza mantenere. La direzione, infatti, era cambiata improvvisamente nel mese di gennaio. Noi detenuti avevamo un ottimo rapporto con la prima direttrice che ci riceveva con facilità e questa nuova situazione aveva aumentato la preoccupazione. Dopo la sua sostituzione, infatti, le notizie, arrivavano solo con avvisi senza possibilità di spiegazioni. L'ultimo che annunciava la sospensione dei colloqui ha scatenato la rabbia".
La rivolta di quella domenica, seguita a distanza da questo testimone che non entra nel merito del saccheggio dell'infermeria e delle morti per overdose (dice solo: "Da ex-tossicodipendente, il carcere non mi ha mai fatto arrivare a una tale crisi di astinenza da farmi desiderare un assalto al metadone"), raggiunge il suo apice nel pomeriggio, quando prima resta chiuso in cella e poi è aiutato da un agente a trovare rifugio, mentre stanno arrivando decine e decine di agenti della penitenziaria in assetto antisommossa. La sua testimonianza: "Ho letto di molte testimonianze di pestaggi. Io non li ho subiti ma, per quello che vale dato che non riuscirò a dimostrarlo, ho sentito diverse volte grida e una voce che ordinava di smetterla "perché così li ammazzate".
Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento. C'era stata una rivolta, come dimostrare che non era una inevitabile conseguenza dei tafferugli?" Poi la drammatica serata di domenica: "Io e i miei compagni siamo stati chiusi nella palazzina fino alle 24, sempre seduti per terra, senza mangiare e senza bere. Ci hanno fatto andare una volta sola in bagno. Ci hanno divisi in gruppi, ognuno aveva la sua destinazione che non veniva comunicata. Io e i miei compagni non siamo stati visitati da nessun medico prima della partenza. Tutti i detenuti hanno tenuto le manette per il viaggio". Va detto che Slim Agrebi non è morto ad Alessandria ma a Modena. Il detenuto di cui parla è da identificare.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 15 luglio 2021
Domenico Agresta, il più giovane collaboratore di giustizia della 'ndrangheta: "Ho capito che posso cambiare la mia storia". "Ne sono sicuro: mio padre mi sta cercando per uccidermi. Solo ammazzandomi laverebbe l'onore di Platì, della famiglia e delle ultime generazioni che devono traghettare la 'ndrangheta nel futuro. Io sono l'infame, il traditore, il furbo, l'opportunista. E invece sono solo diventato un uomo. Penso con la mia testa, studio, leggo: mi ha salvato la scuola in carcere".
Eccolo qui Domenico Agresta, 33 anni, il più giovane pentito della 'ndrangheta nel mondo, l'unico venuto fuori da quella roccaforte mafiosa che è Platì, ombelico di una organizzazione impenetrabile senza collaboratori di giustizia. Il padre intercettato al telefono dirà: "Sto bastardazzo di merda ha voluto rovinarci. Se ha deciso di chiudere con la nostra famiglia ti giuro che lo ammazzo". Agresta parla per la prima volta e in esclusiva a La Stampa da una struttura militare del centro Italia. Ha scontato dodici (dei 30) anni di carcere per un omicidio commesso quando aveva 18 anni. Uccise un piastrellista, diede fuoco al corpo in un'auto e andò a bere champagne.
Come si fa a convivere con l'idea di aver ucciso un uomo?
"Me lo sogno alcune notti. Vedo il suo viso un attimo prima di morire, sua mamma che piange al processo in aula. Non ho mai avuto occasione di chiedere scusa a quella donna. Lo faccio adesso, sottovoce".
Perché quell'omicidio?
"Perché nella logica mafiosa, aveva fatto uno sgarro alla mia famiglia".
Si vergogna ancora?
"Molto. Ho distrutto la vita di una famiglia e non ne avevo titolo. Ma quando entri nella 'ndrangheta ci sono delle regole ineluttabili".
Quando ha deciso di collaborare con la giustizia?
"Ero in classe nel carcere di Saluzzo, leggevamo la Divina Commedia, le parole di Dante a Virgilio. Ho sentito una fitta allo stomaco".
Le ricorda?
"Le so a memoria. "Vedi la bestia per cu'io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi". Per me la bestia era la 'ndrangheta; la lupa, la brama di potere in nome della quale tutto è consentito, anche l'orrore. Non l'avevo scelta, mi era piombata addosso come una condanna già eseguita".
Sembra un'autoassoluzione...
"La gente dovrebbe sapere che non scegli dove nascere. Se vieni al mondo in una famiglia di 'ndrangheta di Platì, la tua storia è già scritta".
Difficile pentirsi e cominciare a parlare dei propri genitori, dei cugini, degli zii?
"È un travaglio progressivo. In quei giorni scrissi una lettera pubblicata senza nome sul sito del Salone del Libro".
Cosa disse?
"Che mio padre era uno 'ndranghetista. Davanti a tutti".
Risultato?
"I detenuti mi hanno subito isolato. Uno si avvicinò al mio orecchio e bisbigliò: "Hai sbagliato Domenico, tu appartieni a una famiglia di serie A. Non dovevi dire quelle cose". Era un avvertimento. Ho rischiato la vita già allora. Quando avevo paura mi rifugiavo nei libri".
Cosa le hanno trasmesso i libri?
"Mi hanno fatto scoprire la bellezza".
La bellezza?
"La speranza di poter scrivere la mia storia. Fuori da quel percorso di violenza già disegnato da altri per me".
Cosa le ha tolto invece la 'ndrangheta negli anni in cui ne ha fatto parte?
"Mi ha impedito di maturare come uomo, mi ha rubato la personalità a cui avevo diritto. Ancora peggio è andata al ragazzo che ho ucciso. Quando penso a mia mamma che dice di non avere più un figlio la mia mente va a quella donna che non ce l'ha più perché glielo ho tolto io".
Chi è suo padre oggi per lei?
"Non voglio averci a che fare. Ha ammazzato persone, venduto droga causando la morte di tanti giovani, sequestrato un ragazzo abbandonandolo tra le montagne senza medicine. E non si è mai pentito. Mi dica lei se questo è un uomo. Potrei guardarlo di nuovo negli occhi solo se collaborasse".
Al netto dei sequestri di persona vale lo stesso per lei...
"Certo. Ed è chiedendomelo in una cella che sono uscito da quel buio".
Crede di avercela fatta?
"Puoi uscirne solo se qualcosa di nuovo cresce dentro di te. A me questo dono è stato dato".
Ha avuto paura?
"Entrare nella grotta buia mi spaventava ma in me ha vinto il desiderio di vedere se là dentro ci fosse qualcosa di miracoloso".
Questo è Leonardo Da Vinci...
"L'altra lettura che mi ha ispirato. E poi "Se questo è un uomo di Primo Levi"".
E cosa c'entra con la 'ndrangheta?
"La mafia è un lager, è orrore. Io ho iniziato a riconoscermi nel mondo che c'era fuori dal campo di concentramento. Sono stato un mafioso, ma sentivo che la mia vita sarebbe stata fuori".
Quanto è stato difficile?
"Ho patito molto, ma è stato più complicato convivere con la 'ndrangheta che mi aveva chiuso il cervello, riempito di barzellette, di riti, di falso onore. Il maggiore Vincenzo Bertè e il procuratore Anna Maria Loreto mi hanno aiutato dimostrando di ascoltarmi con fiducia".
Alcuni avvocati sostengono che lei abbia raccontato molte cose per sentito dire.
"Ho visto e ho agito. Ho trafficato droga e sono stato condannato. Mio padre e i miei zii hanno permesso alla 'ndrangheta di fare il salto di qualità, arrivando al Nord e traghettandola nel mondo del narcotraffico internazionale".
Che fine hanno fatto i soldi della droga?
"Sono stati un passe-partout".
Per cosa?
"Per stringere rapporti con i professionisti e con la politica".
Che atteggiamento aveva la gente nei confronti dei mafiosi Agresta?
"Ci portavano sul palmo di una mano".
Ne andava fiero?
"Una volta sì, ora ho capito che era tutto figlio della paura".
Droga, rispetto, bella vita e crimine. È così che cresce un giovane boss al Nord?
"Niente di meno, semmai di più".
È vero che i figli dei capimafia studiano nei migliori collegi d'Europa?
"Tutto vero. Un mio cugino fu mandato in Svizzera nel campus in cui hanno studiato i piccoli della famiglia Bin Laden".
Un investimento?
"Sì, ma anche un messaggio al mondo. Sono come te, sono meglio di te. Mi laureo, divento manager e tu non ti accorgi più che puzzo di mafia. O fai finita di non sentire più l'odore ma solo perché ti conviene".
romah24.com, 15 luglio 2021
L'antica arte della panificazione come occasione per ricominciare da zero. Parte il 15 luglio "Cookery Rebibbia", il bar tavola calda sorto all'esterno delle mura carcerarie per permettere ai detenuti della Casa Circondariale Terza Rebibbia la vendita al pubblico dei prodotti di panificazione e gastronomia realizzati. Al centro dell'iniziativa c'è il progetto d'inclusione sociale "Ricomincio da 3″, che nasce per aiutare i detenuti a rimettersi in gioco puntando sui propri punti di forza: abilità personali, impegno, creatività e, soprattutto, disponibilità al cambiamento.
Un'occasione resa possibile grazie alla collaborazione tra la Direzione penitenziaria e il Gruppo CR Spa che opera nel settore della grande distribuzione. In virtù di questa sinergia, il primo dicembre dello scorso anno è stato riattivato l'opificio e sono stati selezionati sette detenuti di cui due in regime di semi-libertà, che sono stati avviati all'attività di fornai.
L'iniziativa nata già nel 2013, ma arenatasi a causa di problematiche relative alla vecchia gestione, ha avuto il suo iniziale avvio grazie al sostegno del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e al contributo di Cassa Ammende e di imprenditori nazionali come Farchioni Olii Spa.
Grazie alla caparbietà della direttrice del carcere, Annamaria Trapazzo, e alla sensibilità di Edoardo Ribeca, giovane imprenditore del settore, il progetto rinasce oggi con un nuovo slancio. Dopo l'avvio di una lunga procedura selettiva, è stata così individuata Cookery Srl, del Gruppo CR Spa, che opera da più di 30 anni nel settore della grande distribuzione al dettaglio nella Regione Lazio.
Tutte le lavorazioni, compreso il pane prodotto all'interno della Casa Circondariale Terza di Rebibbia, vengono distribuite quotidianamente negli 11 punti vendita del Gruppo CR Spa, riscontrando un notevole successo tra i consumatori. È stato, inoltre, attivato il ritiro dell'invenduto da parte della Croce rossa, da redistribuire poi a famiglie bisognose e persone in difficoltà. A fine dell'anno, 1% al lordo iva dei prodotti venduti nel negozio, saranno poi devoluti alla popolazione detenuta della Terza Casa Circondariale.
di Marco Pappalardo
Avvenire, 15 luglio 2021
È nata una struttura per offrire una soluzione abitativa a detenuti che usufruiscono di misure alternative alla carcerazione e a quelli da poco scarcerati e che devono ripartire. Tra i tanti modi per ricordare Rosario Livatino nell'anno della beatificazione, significativa è la nascita della "Casa di accoglienza Livatino" a Motta Sant'Anastasia, in provincia di Catania. Una struttura che intende offrire una soluzione abitativa a detenuti fruitori di misure alternative alla carcerazione e a neo-dimessi, ovvero ex detenuti che hanno estinto la pena, nella prospettiva di favorire il recupero e il reinserimento sociale di chi sta scontando una pena o l'ha già estinta e si trova senza dimora. Dalla biografia del beato giudice sappiamo quanto fosse di grande umanità nei confronti degli imputati e dei condannati, ma nel suo caso è il Vangelo a "imporlo" a partire dalle parole stesse di Gesù "ero carcerato e siete venuti a trovarmi".
Oggi tutto ciò ispira l'azione dell'arcidiocesi di Catania e della Fondazione Francesco Ventorino, in un tempo difficile alla luce dei tristi fatti di cronaca legate alle carceri, trasformandosi in un segno di carità e di speranza, voluto fortemente da monsignor Salvatore Gristina. L'iniziativa si colloca all'interno di una presenza nella casa circondariale di Piazza Lanza, nel capoluogo etneo, di un cospicuo gruppo di laici volontari, formalmente costituitisi nella fondazione che porta il nome di un cappellano appassionato, morto nel 2015.
Tale impegno presenta forme molto articolate come laboratori, cineforum e colloqui individuali, attività di supporto nelle relazioni con le famiglie, con gli avvocati, con enti esterni. E poi? Una volta scontati gli anni comminati dalla giustizia o all'interno di una pena alternativa alla detenzione? Il bisogno alloggiativo riguarda, infatti, non solo potenziali fruitori di misure alternative alla detenzione, ma anche i "neo dimessi"; inutile sottolineare quanto l'assenza di un domicilio ostacoli e ritardi il processo di reinserimento anche per chi ha estinto il proprio debito con la giustizia.
Ora c'è dunque un'opportunità in più, la casa di accoglienza che si trova in un immobile della diocesi, che intende offrire i seguenti servizi, programmati e realizzati da personale qualificato: alloggio e vitto, interventi di sostegno e sviluppo delle capacità di autonomia e autogestione, accompagnamento ai servizi territoriali, attività ricreative, mediazione culturale, orientamento e informazione legale, formazione e/o riqualificazione professionale, sostegno psicologico. Il servizio si svolgerà in sinergia con gli enti che il territorio mette a disposizione a favore dei soggetti più svantaggiati.
quotidiano.net, 15 luglio 2021
L'appartamento pronto accogliere i primi ospiti è il secondo co-housing capitolino per sostenere persone detenute ed ex detenute nel percorso di reinserimento sociale. Il nuovo appartamento in co-housing di Roma Capitale per sostenere persone detenute ed ex detenute nel percorso di reinserimento è pronto ad accogliere i primi ospiti. Oggi 14 luglio la consegna delle chiavi. É il secondo appartamento in condivisione realizzato allo scopo. Entrambi i servizi sono ospitati in immobili di proprietà dell'Asp Asilo Savoia in zona San Giovanni, con cui l'Amministrazione capitolina ha firmato un accordo, in totale potranno ospitare 10 persone.
Il progetto punta a offrire un supporto concreto nella fase di reinserimento, partendo dalla cura da parte di ciascun ospite dell'appartamento condiviso e attivando parallele azioni di affiancamento, servizi socio assistenziali e orientamento professionale e lavorativo, con l'obiettivo di sostenere le persone lungo il percorso verso l'autonomia. "Aprire nuovi servizi per contribuire al positivo reinserimento delle persone è un atto concreto per migliorare la capacità di accogliere e sostenere il tessuto sociale da parte della nostra Comunità. Abbiamo messo in campo questi progetti per offrire agli ospiti di questi co-housing un percorso personalizzato, con il sostegno e l'orientamento necessari, al fine di aiutarli nel recupero della piena autonomia", dichiara la sindaca di Roma, Virginia Raggi.
"L'impegno per avviare sempre più servizi improntati sul modello dell'appartamento condiviso è stato massimo e oggi raccogliamo i frutti di un attento e serio lavoro di pianificazione. Favorire le reti di collaborazione con le realtà presenti sul nostro territorio è un obiettivo strategico fondamentale che abbiamo perseguito come Amministrazione, rafforzando i servizi presenti attraverso l'incontro e la collaborazione di diverse professionalità ed esperienze, unendo così le forze con l'obiettivo comune di sostenere le persone in condizioni di fragilità verso l'autonomia", dichiara l'assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale Veronica Mammì.
"Oggi, con l'inaugurazione del secondo appartamento in co-housing per il supporto alle persone detenute ed ex detenute, l'Asp Asilo Savoia e Roma Capitale continuano il loro impegno nella costante valorizzazione della Persona. Proprio attraverso progetti come questo si sostengono con solerzia tutti coloro che si trovano in condizioni svantaggiate, cercando in modo attivo di ridurre la marginalità sociale e fornendo a queste persone la possibilità di rimettersi in gioco e ripartire in modo diverso, facendo tesoro delle esperienze passate e guardando al futuro con maggiore fiducia", dichiara la vice presidente dell'Asp Asilo Savoia Emanuela D'Imperio. "Servizi importanti che vanno nella direzione dell'accoglienza e dell'accompagnamento. Antidoti concreti alla recidiva", dichiara la garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale Gabriella Stramaccioni.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 luglio 2021
L'applauso più forte è per chi la Libia l'ha vista. "Raccoglievo pietre nel deserto che poi venivano usate per costruire edifici. Sono stato in prigione: mi picchiavano ogni giorno e mi facevano telefonare a casa per chiedere soldi - racconta Basquiat, del movimento rifugiati di Caserta - Se il governo italiano crede nei diritti umani metta fine a questi accordi".
Il ragazzo parla dopo il minuto in cui i manifestanti riuniti in piazza Montecitorio si schierano in file parallele di fronte al parlamento, si bendano gli occhi e rimangono muti. "Questo minuto di silenzio è per chi ha perso la vita in mare o nei centri di detenzione, ma anche per ricordare la codardia di chi domani voterà il rifinanziamento della missione", dice Giovanna Cavallo, del Forum per cambiare l'ordine delle cose. È una delle realtà promotrici di un appello a mobilitarsi sottoscritto da un centinaio di organizzazioni. In piazza si vedono grandi Ong e piccoli collettivi, parlamentari dissidenti, migranti, attivisti, volontari. Ci sono le bandiere di Emergency e Amnesty International, le "mani rosse antirazziste" e le magliette di chi solca il Mediterraneo a bordo delle navi umanitarie: Medici senza frontiere (Msf), Open Arms, Mediterranea, Sea-Watch, Sos Mediterranée. Sventolano i cartelli "Abolish Frontex" e "Niente accordi con la Libia".
Da queste parti la proposta del segretario del Partito Democratico Enrico Letta di trasferire l'addestramento dei libici all'Unione Europea non piace, tantomeno convince la possibilità di astensione del centro-sinistra che circola nel tardo pomeriggio. "Ci aspettavamo che il Pd desse seguito all'impegno che aveva preso su questa vicenda e segnasse una discontinuità coraggiosa", dice Filippo Miraglia dell'Arci. "Il problema non è quale soggetto ne addestra un altro a compiere reati, ma che non bisogna farlo. I libici catturano i migranti, li rinchiudono nei centri, utilizzano violenza. E tutto questo è illegale", afferma Claudia Lodesani, presidente di Msf Italia.
Il punto di vista di questa Ong è particolarmente interessante perché ha operatori sull'isola di Lampedusa, sulla nave Geo Barents nel Mediterraneo centrale (ora bloccata), in Libia e nei paesi di transito e origine dei migranti. Recentemente ha deciso di chiudere l'intervento in tre centri libici. "I livelli di violenza non erano più tollerabili. Il nostro unico obiettivo, con Unhcr e altre organizzazioni, è evacuare le persone. Nell'ultimo anno la situazione è peggiorata", spiega Lodesani. Eppure proprio un anno fa la maggioranza che allora sosteneva il secondo governo Conte si era fatta vanto dell'impegno, approvato insieme al rifinanziamento, di far garantire il rispetto dei diritti umani da parte della sedicente "guardia costiera libica" e poi nei luoghi di reclusione.
"È stato tutto detto ed è stato tutto visto. L'inferno che si patisce nei campi è ormai risaputo", dice Riccardo Magi (+Europa). Insieme al senatore del gruppo misto Gregorio De Falco insiste sulle recenti rivelazioni, o "confessioni", del ministro della difesa Lorenzo Guerini a proposito del ruolo proattivo che la nave della marina militare italiana di stanza nel porto di Tripoli gioca nelle intercettazioni dei migranti. "Stiamo autorizzando missioni che prevedono una nostra funzione operativa per azioni illegali dal punto di vista del diritto internazionale", dicono.
"Abbiamo sostenuto chi spara sui migranti e sui pescatori italiani. È necessario rivedere il finanziamento. Il parlamento, invece, sembra andare in automatico", sottolinea la deputata Pd Laura Boldrini. "Questa missione va semplicemente cancellata perché è contraria alla cultura migliore di questo paese, alla dignità politica del parlamento e al contenuto della Costituzione. È ora di mettere fine alla gestione emergenziale di un fenomeno strutturale come le migrazioni", afferma il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.
di Luca Monticelli
La Stampa, 15 luglio 2021
Sì all'emendamento Pd sulla Guardia costiera di Tripoli. Di Maio: "L'Italia in prima linea per la tutela dei migranti". Dopo un lungo braccio di ferro il governo accoglie la proposta del Pd di affidare all'Europa gli accordi per l'addestramento e la cooperazione con la Guardia costiera libica. Ieri sera le commissioni Esteri e Difesa della Camera hanno approvato l'emendamento firmato dai deputati dem Enrico Borghi e Lia Quartapelle. L'esecutivo, nell'ultima riformulazione del testo, si è impegnato a verificare dalla prossima programmazione, all'inizio del 2022, le condizioni per il superamento dell'attività di assistenza alla Guardia costiera libica, trasferendone le funzioni ad altre operazioni. Esultano dal Nazareno per il risultato raggiunto: "Grazie alla determinazione del Pd si pongono le condizioni per un impegno più forte della missione europea Irini a guida italiana per la formazione e l'addestramento delle unità navali preposte al controllo dei confini marittimi".
Tutti contenti o quasi, perché dentro il Partito democratico diversi parlamentari volevano lo stop della missione a causa dei crimini di cui si sono macchiate le autorità di Tripoli e il mancato rispetto dei diritti umani. L'ex presidente dem Matteo Orfini e Laura Boldrini hanno già annunciato che oggi in aula voteranno contro la risoluzione nella parte che riguarda la Libia. Deluse le Ong, le associazioni, i radicali e la sinistra che ieri sono scese in piazza Montecitorio per dire basta alle intese con le autorità libiche.
Il Pd porta a casa un'iniziativa sulla quale si è speso in prima persona il segretario Enrico Letta, ma la rottura con l'esecutivo è stata a un passo. Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova aveva inizialmente bocciato l'emendamento a prima firma Borghi e Quartapelle, proponendo una riscrittura che aveva mandato su tutte le furie lo stesso Borghi: "Non si può subordinare la nostra proposta a una serie di questioni internazionali - diceva ieri pomeriggio il deputato - spero che ci si renda conto che il Pd non è qui di passaggio ma è una forza di governo, questo atteggiamento burocratico nei nostri confronti non si capisce". Dallo staff del segretario si chiedeva "un impegno preciso e chiaro" e non "un annacquamento" del provvedimento.
Da Bruxelles si apprende la notizia con un po' di scetticismo perché l'addestramento della Guardia costiera libica rientra già nel mandato dell'operazione europea Irini, ma da più di un anno, in sostanza da quando la missione è partita, non è mai stato messo in pratica a causa delle resistenze di Tripoli. Lo stallo è dovuto anche alla presenza sul campo della Turchia. Prima delle elezioni di fine anno in Libia sarà difficile trovare un'intesa tra tutte le parti in gioco.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, rispondendo a un'interrogazione durante il question time a Montecitorio, sostiene che "il governo non ha disposto e non disporrà finanziamenti a favore della Guardia costiera libica. Tutte le nostre iniziative di supporto in materia migratoria - assicura - si ispirano al principio della tutela delle condizioni dei migranti e dei rifugiati nel Paese". Il capo della Farnesina aggiunge che "l'Italia continuerà a dialogare con le autorità libiche "per garantire maggiore protezione ai più vulnerabili e favorire il progressivo superamento dei centri di detenzione".
Il mare continua a inghiottire senza sosta i corpi e le speranze di chi affronta le sue pericolose rotte, nel disperato tentativo di raggiungere una nuova vita in Europa. Secondo i numeri diffusi dall'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, nei primi sei mesi del 2021 sono 1.146 i migranti partiti senza mai arrivare, una cifra più che raddoppiata rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel Mediterraneo centrale, oltre a incontrare la morte, si rischia di essere intercettati e riportati in Libia (a giugno è successo a 15 mila persone, il triplo rispetto al primo semestre 2020), dove chi torna, denuncia l'agenzia dell'Onu, è soggetto a "detenzioni arbitrarie, estorsioni, sparizioni e atti di tortura".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 15 luglio 2021
È vano immaginare che il rimedio al fallimento possa essere una frigida pedagogia ad hoc sotto forma ad esempio dell'appena decretata introduzione dell'"educazione civica". Più insopportabile di ciò che i giovani spesso fanno è la retorica che sui giovani si fa. Quella retorica, ad esempio, che a commento della recentissima decisione di estendere ai diciottenni il diritto di voto per il Senato ha fatto titolare a qualche giornale "Da oggi i giovani contano di più". Come se dopo la medesima estensione del diritto di voto per la Camera mezzo secolo fa qualcuno si fosse mai accorto che i suddetti giovani avessero cominciato a "contare di più".
Si pensa con questa retorica di risultare loro simpatici, di ingraziarseli. Ingraziarsi i giovani è divenuta infatti da decenni la parola d'ordine di un Occidente sempre più vecchio e sempre più preso dalla paura di esserlo. Compiacere i giovani è divenuto così il primo comandamento di chiunque intenda apparire al passo dei tempi e magari giovane anche lui: dal ministro dell'Istruzione al sindaco dell'ultimo borgo d'Italia che si farebbe impalare pur di non chiudere una discoteca da diecimila decibel.
Ma i giovani non dovrebbero essere adulati. Adularli, compiacerli, è il modo più sicuro per rovinarli: perché così li si rinchiude nell'informe in cui essi ancora consistono e dal quale invece devono essere aiutati a uscire, "e-ducati" (condotti fuori: ah la folgorante perspicuità della lingua latina!). Per l'appunto l'educazione non l'incensamento è il vero diritto che i giovani possono, e devono, accampare nei confronti della società.
Disgraziatamente è proprio ciò che le nostre società, a cominciare dalle famiglie, non riescono più a fare. Non sappiamo educare le nuove generazioni, dare loro una misura e un retroterra, e quindi un orizzonte di senso per l'oggi e per il domani; riempire di un contenuto positivo di attesa e di speranza gli anni d'apprendistato che esse vivono. Incapaci ormai di fare qualcosa del genere abbiamo creato uno spaventoso vuoto educativo. Ed è per l'appunto su questo fronte che anche la scuola italiana registra il suo fallimento più visibile. Come dimostrano ogni giorno le cronache delle multiformi imprese di tante masse giovanili - con la loro insubordinazione distruttiva ma insieme con il loro evidente carico di disperazione - anche la scuola non riesce a dare ai propri allievi quella minima maturità e padronanza di sé, quella consapevolezza degli obblighi della convivenza sociale che sarebbero necessarie.
Ma è vano immaginare che il rimedio a tale fallimento possa essere una frigida pedagogia ad hoc sotto forma ad esempio dell'appena decretata introduzione dell'"educazione civica", una nuova pseudomateria in condominio tra tutte le altre materie. È vano immaginare che conoscere i diritti del cittadino, essere ammaestrati al rispetto della legge o circa le competenze delle Regioni possa davvero educare. Cioè formare una coscienza, introiettare un limite, plasmare un carattere, sapere che cosa è bene e che cosa è male. Una scuola che coltiva una simile illusione, che crede che la chiave dell'educazione sia l'insegnamento di "democrazia" è una scuola che in realtà ha smarrito il senso della propria natura e con essa la propria anima. Che rimane una sola: l'istruzione. La scuola è nata per istruire e dalla convinzione che l'istruzione in quanto tale abbia un potere educativo, che essa in quanto tale incivilisce.
Solo gli sciocchi o i demagoghi, infatti, credono che l'istruzione consista nell'assimilare un insieme di nozioni e basta. È invece tutt'altro. Istruirsi, in realtà, vuol dire attraverso le nozioni appropriarsi di un retaggio. Vuol dire cioè stabilire un legame con quanto è stato pensato, conosciuto, scritto e fatto d'importante prima di noi e quindi farlo nostro. Vuol dire venire a contatto con i mille modi in cui si è presentato nel mondo l'umano e più o meno consapevolmente misurarci con esso, con esso alimentare la nostra riflessione su noi stessi far crescere la nostra personalità, costruire il nostro immaginario e, per usare un'espressione ormai inconsueta, il nostro mondo morale. È in questo modo che l'appropriazione di un retaggio diviene la costruzione di un'identità. La nostra. E che di conseguenza riusciamo a non esistere più come fuscelli insignificanti gettati nel mondo, bisognosi per sentirci vivere di ubriacarci in una movida o di fare a botte per un nonnulla.
Istruzione, infine, vuol dire essere accompagnati nell'impresa che ho appena detto da un maestro (ogni insegnante deve sforzarsi di esserlo). Vuol dire cioè apprendere dall'esperienza viva che cosa può significare per noi un essere umano in carne e ossa - non la fantasmatica immagine sullo schermo di un computer - con il quale entrare in un contatto personale e diretto. Vuol dire sperimentare quale esempio di passione, di conoscenza e di verità la sua istruzione significhi per lui ed egli possa trasmetterci. Di tutto questo è fatta l'educazione che l'istruzione - e solo l'istruzione - è in grado di trasmetterci. È Leopardi, sono la storia e la matematica che insegnano ad essere cittadini di una patria libera e a rispettare gli altri, non l'educazione civica.
Ma perché allora pensiamo di ricorrere a un misero (e del tutto vano) succedaneo com'è per l'appunto la suddetta "educazione civica"? La risposta è semplice. Perché l'istruzione di cui fin qui ho parlato, che ha le sue radici nel passato (è il caso ad esempio dell'insieme delle materie cosiddette umanistiche) e non se ne vergogna, non è più da tempo quella che impartisce la nostra scuola. La quale, invece di opporsi all'ideologia sociale dominante fondata per intero sulla delegittimazione del passato, sull'attacco a tutti i suoi valori, sul discredito di ogni tradizione, accredita l'idea che nella scuola stessa ciò che davvero conta - e deve contare! - siano ormai solo le "competenze", gli human skills, il "mondo del lavoro", l'"inclusività", l'"educazione digitale" e sopra ogni altra cosa sempre e comunque una visione del mondo, una formulazione di qualunque cosa, di tipo formalistico, quantitativizzante e psico-scientista. Il tutto, come è ovvio, per l'entusiastico impulso di burocrazie senza principi e di ministri dell'istruzione di nessun peso mossi solo dallo spasmodico desiderio di far parlare bene di sé i giornali dell'indomani.
di Ascanio Celestini
Il Manifesto, 15 luglio 2021
Questo è l'intervento che Ascanio Celestini ha letto ieri in Piazza Monteciorio alla manifestazione "Libia, una benda per non vedere?" promossa da 100 organizzazioni contro il rinnovo delle missioni all'estero e il ri-finanziamento della "guardia costiera" libica.
"Il giorno in cui io ho giurato di rispettare la Costituzione era il 25 maggio. Mi sono insediata e la mattina stessa hanno già ripescato il primo cadavere. La mia storia di sindaco è iniziata così". Faccio interviste da venticinque anni. Ho un archivio di voci lungo parecchie ore. Così vado a ripescare questa del 2 ottobre 2014 fatta a Lampedusa con Giusi Nicolini, sindaca da 16 mesi.
Precisamente l'anno prima stavo con lei nella stessa stanza e mi raccontava della difficoltà di amministrare un comune con seimila abitanti sul quale pesa una quotidiana tragedia fatta di donne e uomini di tutte le età che scappano per salvarsi la vita. Scappano come inquilini di un condominio in fiamme che saltano dalla finestra. Si lanciano verso la morte. Anzi sono certi di subire violenze di ogni tipo che li porteranno anche a pregare Dio di farli morire, ma non hanno alternative. Avevo pure letto una sua lettera pubblica nella quale chiedeva "quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?"
E un anno prima mi parlava proprio delle parole che aveva scritto. "11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l'inizio di una nuova vita". Giusi mi parlava della difficoltà di collocare quegli undici corpi perché in un'isola di seimila abitanti non muoiono mai undici persone tutte nello stesso giorno. Me lo diceva mentre prendevamo il caffè pensando a una tragedia che poteva ripetersi uguale. E invece poche ore dopo ce la siamo ritrovata davanti agli occhi trentatrè volte più grande. Il 3 ottobre del 2013 morirono almeno 368 migranti.
Un anno dopo nell'intervista continua ripensando alle aspettative che aveva al momento del suo insediamento dicendo che "ti chiamano e ti dicono: stiamo portando un cadavere sulla banchina. Nel momento in cui ti chiamano... è tuo e ci devi pensare tu. Il primo giorno io stavo pensando al fatto che giuravo, mi insediavo da sindaco, iniziavo la mia esperienza in questo ruolo difficile, complicato, ma ero anche carica di grande entusiasmo, no? Il mio progetto per Lampedusa era un progetto ...ed è un progetto di vita, di futuro. Quel primo cadavere che mi portarono... mi misero di fronte a questa grande verità, no? Noi abbiamo questo grande slancio verso il futuro... e anche loro muoiono per il loro slancio, per la loro voglia di futuro e di vita. E mi sono resa conto che il mio programma di futuro non poteva prescindere da... dalla morte, che invece è la fine della vita e del futuro. Che è un po' la grande verità di quest'isola. Un'isola che ha grandissime potenzialità, ha una natura meravigliosa. Viene attraversata dalle balene, dai delfini, dalle tartarughe, dagli uccelli che migrano dall'Africa verso l'Europa... chi viene qui in vacanza fa un'esperienza fantastica. I bambini qui nascono, crescono e... è la grande contraddizione che questa isola vive e vuole superare. Ed è la grande contraddizione del nostro tempo, del nostro mondo, dell'umanità. E non è pensabile che nella nostra quotidianità debba entrare una tragedia che non è causata da calamità naturali. Si muore per le malattie, si muore perché si deve morire, ma morire in questo modo è una cosa insopportabile".
In fondo cosa chiediamo oggi in piazza? Chiediamo la fine di tutte le guerre, di tutte le dittature e della fame nel mondo? Non possiamo permetterci di sperare pubblicamente nella felicità per tutti gli abitanti del pianeta. Non possiamo permetterci nemmeno di sperare che abbiano tutti una casa, un libro, una carezza, un pezzo di pane e un bicchiere d'acqua. Questa utopia non ce la possiamo permettere.
Noi oggi in questa piazza stiamo chiedendo di non alimentare più i carnefici che li imprigionano, le barche che li vanno a ripescare per riportarli nei lager. E chiediamo che le organizzazioni nate per salvare le loro vite non trovino tanti bastoni tra le ruote. Non stiamo chiedendo che il governo gli salvi la vita. Stiamo chiedendo che il governo non sia complice. Stiamo chiedendo che la loro morte non sia insopportabile.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 15 luglio 2021
L'Ong ha raccolto 53 testimonianze tra i migranti riportati in Libia e rinchiusi che documentano violazioni dei diritti umani. Guardiacoste libici che fanno capovolgere deliberatamente un gommone e poi filmano la scena anziché soccorrere le persone finite in mare. O che sparano o danneggiano le imbarcazioni che inseguono facendo annegare i migranti, mentre navi che incrociano nei paraggi fanno finta di non vedere. I guardiacoste libici che fanno capovolgere deliberatamente un gommone e poi filmano la scena anziché soccorrere le persone finite in mare. O che sparano o danneggiano le imbarcazioni che inseguono facendo annegare i migranti, mentre navi che incrociano nei paraggi fanno finta di non vedere e proseguono, così come gli aerei che sorvolano il Mediterraneo che solo nei primi sei mesi del 2021 ha inghiottito più di 700 persone mentre 15.000 sono quelle riportate indietro dalla Guardia costiera libica.
Viaggio di andata e ritorno all'inferno. Ed è proprio tra i sopravvissuti riportati in Libia e nuovamente rinchiusi nei centri di detenzione che Amnesty Intenational ha raccolto 53 testimonianze che danno vita al nuovo rapporto sulla Libia che documenta quello che Amnesty definisce "Orribili violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione e il vergognoso ruolo dell'Europa nei ritorni forzati".
Nel dossier vengono fornite le prove di queste violazioni a cominciare dalle violenze sessuali su uomini, donne e bambini intercettati nel Mediterraneo e rinchiusi nei centri. Il rapporto rivela come, dalla fine del 2020, la Direzione per il contrasto all'immigrazione illegale del ministero dell'Interno "avrebbe legittimato le violazioni dei diritti umani integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione dove negli anni scorsi le milizie hanno fatto scomparire centinaia di migranti. Persone sopravvissute a questi centri - denuncia Amnesty - raccontano che le guardie stuprano le donne e le obbligano ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo e libertà".
Il rapporto contiene le storie di 53 migranti, 49 dei quali detenuti dopo essere stati intercettati in mare. Nella prima metà di quest'anno, nel centro di a-Mabani a Tripoli (prima diretto da una milizia e ora sotto il controllo del ministero dell'Interno) sono state portate oltre 7mila persone intercettate in mare e sono stati sottoposti a torture, condizioni di detenzione inumane, estorsioni e lavori forzati. Così come coloro che sono detenuti nel centro di Shara al Zawija a Tripoli. Qui a seguito delle violenze subite due giovani donne hanno tentato il suicidio e due bambini detenuti con le madri sono morti dopo che le guardie si sono rifiutate di trasferirli in ospedale.
"Le autorità libiche - accusa Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty per il Medio Oriente e l'Africa del nord - hanno premiato i responsabili di queste violazioni dei diritti umani attraverso promozioni e assegnazione di posti di potere. Questo significa una cosa sola: che rischiamo di vedere gli stessi orrori replicarsi ancora". Amnesty chiede all'Italia di sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell'immigrazione e delle frontiere.
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