di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2021
I quesiti riguardano l'elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della legge Severino. Una delegazione di leghisti e radicali, tra cui Matteo Salvini e Maurizio Turco, copresidenti del comitato promotore, ha depositato in Corte di cassazione i sei quesiti referendari sulla giustizia, proposti dal partito di Matteo Salvini e dai radicali italiani. Le firme saranno raccolte dal 2 luglio.
I quesiti riguardano l'elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della legge Severino. "Oggi è una bellissima giornata di democrazia cambiamento e partecipazione popolare", ha detto il leader della Lega Matteo Salvini. "Questo è un referendum - ha proseguito - per una riforma vera, profonda e giusta della giustizia attesa da decenni: meno correnti nel Csm, processi veloci, responsabilità civile di chi sbaglia, più tutele per i sindaci. Mentre il Parlamento andrà avanti nel processo delle riforme, gli italiani potranno accompagnare firmando da 2 luglio". "È un aiuto - ha aggiunto -, portiamo una dote al governo Draghi che ha la nostra piena fiducia, e al paese".
Per Maurizio Turco: "Questa sarà la volta buona perché ci sarà qualcuno che difenderà in Parlamento le scelte dei cittadini". Alla domanda se qualcun altro partito appoggerà i referendum, Turco ha risposto: "Abbiamo letto oggi di Bettini che invita il Pd a non isolarsi ulteriormente, in una battaglia di democrazia perché questo è un Paese dal vecchio regime al nuovo regime si è portato dietro leggi, persone, abitudini, consuetudini che non sono più tollerabili".
Fra i quesiti anche l'ingresso degli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei magistrati attraverso il rafforzamento del loro ruolo all'interno del Consigli giudiziari. Si prevede infatti l'abrogazione dell'articolo 16 (Composizione dei consigli giudiziari in relazione alle competenze) del Dlgs 25/2006 che limita, per la componente di avvocati e professori universitari, la partecipazione "esclusivamente alle discussioni e deliberazioni relative all'esercizio delle competenze di cui all'articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)".
Vale a dire alle tabelle ed alla vigilanza degli Uffici, nonché alla elaborazione di pareri e proposte in materia organizzativa per i giudici di pace. I legali attualmente sono invece esclusi dalle competenze assegnate al Consiglio dalla lettera b) che prevede la formulazione di pareri per la valutazione di professionalità dei magistrati "ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, e successive modificazioni). Secondo quanto riporta il quotidiano del Cnf il "Dubbio", in una dozzina dei 26 Consigli giudiziari italiani, i laici devo addirittura abbandonare la riunione quando si parla di valutazioni di professionalità dei giudici.
I 6 referendum "per la giustizia giusta". (I testi provvisori dei quesiti, faranno fede quelli pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale a seguito del deposito in Cassazione)
1. Responsabilità civile dei Giudici
QUESITO Volete Voi che sia abrogata la l. 13 aprile 1988, n. 117 ("Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati"), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 2, comma 1, limitatamente alle parole "contro lo Stato"; art. 4, comma 2, limitatamente alle parole "contro lo Stato"; art. 6, comma 1, limitatamente alle parole "non può essere chiamato in causa ma"; art. art. 13, rubrica, limitatamente alle parole "per fatti costituenti reato"; art. 16, comma 4, limitatamente alle parole "in sede di rivalsa"; comma 5, limitatamente alle parole "di rivalsa ai sensi dell'articolo 8"?
2.Separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti
QUESITO Volete Voi che siano abrogati: il r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, di approvazione dell'"Ordinamento giudiziario" nel testo allegato al medesimo regio decreto e altresì risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 192, comma 6, limitatamente alle parole: ", salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del consiglio superiore della la magistratura"; la l. 4 gennaio 1963, n. 1 (Disposizioni per l'aumento degli organici della magistratura e per le promozioni) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 18, comma 3: "La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre"; il d. lgs 30 gennaio 2006, n. 26 (Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n. 150) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: Art. 23, comma 1, limitatamente alle parole: "nonché per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa"; il d. lgs. 5 aprile 2006, n.160 (Nuova disciplina dell'accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 11, comma 2, limitatamente alle parole: "riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti"; art. 13, relativamente alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: "e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa"; art. 13, comma 1, limitatamente alle parole: "il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti"; art. 13 comma 3: "3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all'interno dello stesso distretto, ne´ all'interno di altri distretti della stessa regione, ne´ con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all'atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall'interessato, per non più di quattro volte nell'arco dell'intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell'ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell'ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché sostituendo al presidente della corte d'appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima"; art. 13, comma 4: "4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all'interno dello stesso distretto, all'interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all'atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento."; art. 13, comma 5: "5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l'anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche"; art. 13 comma 6:"6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all'articolo 10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso articolo 10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa"; il D.l. 29 dicembre 2009 n. 193, convertito con modificazioni in legge 22 febbraio 2010, n. 24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 3, comma 1, limitatamente alle parole: "Il trasferimento d'ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa previsto dall'articolo 13, commi 3 e 4, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160"?
3.Custodia Cautelare
QUESITO Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988 n. 447, "Approvazione del Codice di Procedura Penale" e successive modificazioni, limitatamente all'articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: "o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali é prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all'articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195, e successive modificazioni."'?
4.Abrogazione del testo unico in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo (legge Severino)
QUESITO Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, recante "Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190"?
5.Abolizione raccolta firme Lista magistrati.
QUESITO Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 ("Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura"), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, all'articolo 25, comma 3 limitatamente a "unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell'articolo 23, nè possono candidarsi a loro volta"?
6.Voto per i membri non togati dei Consigli Giudiziari
QUESITO Volete voi che sia abrogato l'art. 16 (Composizione dei consigli giudiziari in relazione alle competenze) del Decreto legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 che reca "Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell'articolo 1, comma 1, lett. c) della legge 25 luglio 2005 n. 150?
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 4 giugno 2021
"Perché firmo i referendum dei radicali sulla giustizia? Perché non lascio quel patrimonio che si chiama Marco Pannella a Matteo Salvini. Perché i referendum non sono alternativi alla riforma coraggiosa di Marta Cartabia. Perché cosa c'è di più avvincente di un referendum?". Lo dice Enza Bruno Bossio. È una parlamentare del Pd. Il partito non la pensa come lei. "E cosa importa? Non c'è forse più gusto a fare questa battaglia?".
Dunque è vero che il Pd, quando ci si mette, rimane ancora il partito della ragione faticosa e della sorpresa stimolante? Due inviti. Entrambi sono apparsi ieri sul Foglio. Il primo. Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi: "I referendum Radicali perché no? La mia esperienza spero che insegni qualcosa al Pd". L'altro. Goffredo Bettini: "Con una scelta che impegna altro che me stesso, non posso rimanere indifferente rispetto ai quesiti referendari Radicali". Sono i referendum che ha firmato Matteo Salvini, ma non è proprio per questo che bisognerebbe dirgli: "Giù le mani! Non eri tu che straparlavi di carcere?". Ci sarebbe da discutere sulla parola. Oggi sono più "radicali" i referendum o è più "radicale" la riforma della ministra Marta Cartabia.
Perché il Pd preferisce non firmare? Perché Anna Rossomando, che è la responsabile Giustizia, assicura che "la riforma Cartabia è ambiziosissima, arriverà prima dell'estate, e che gli esiti si vedranno ben prima degli effetti di un referendum che, voglio ricordare, deve essere valutato dalla Consulta. Un referendum che, tra le altre cose, rimane abrogativo. Noi crediamo nella nostra ministra. Ma Salvini ci crede?
Quanto è importante questo parlare della giustizia? Tantissimo. Dice sempre la "signora diritto" del Pd: "I cambiamenti che ci servono li otterremo con questa riforma che è sicuramente meno confusa dei quesiti referendari. Si introducono valutazioni sulla professionalità dei magistrati, si riforma, e davvero il Csm". E ha ragione quando aggiunge che nella lettera di Bettini, a vederla bene, c'è molto di più: "Io, ad esempio, condivido la prima parte. L'invito a discutere di garanzie, a ragionare su questi vent'anni velenosi".
Vuole ricordare insomma che questa Lega, fase Voltaire, è una simpatica novità e che vederla passata "dall'agitare il cappio al firmare referendum garantisti non può che rallegrare tutti. Io tuttavia non dimentico la Lega del 'marcire in galera'. Diciamo che la buona volontà la guardo sempre con benevolenza. A Salvini però rivolgo una domanda: è sicuro di aver letto bene cosa ha firmato?".
Cosa fare quindi del "lodo Bettini"? Alfredo Bazoli, altro esperto di codici e giustizia Pd: "Con la sua proposta rischiamo di apparire subalterni a Salvini. Mi sembra che adesso sia scattata una corsa a chi è più garantista. Alcuni quesiti li condivido ma altri no". Walter Verini, tesoriere saggio: "Quando Salvini si presenta in Cassazione cosa fa se non intestarseli? Questi sono referendum a marchio Salvini. Se c'è l'impegno a riformare la giustizia in Parlamento perché agitare la battaglia referendaria? Con la Cartabia la rivoluzione può essere copernicana".
Anche il segretario Enrico Letta ha meditato sulla proposta di Bettini e le ha dato il peso che meritava: l'invito nobile di uomo di intuizioni. Ma quello che pensa Letta è chiarissimo: "Avanti sulla riforma Cartabia, percorso ordinario. E sul garantismo non prendo lezioni da nessuno. Non ho mai utilizzato la frase "giustizia a orologeria".
Parlando ad alta voce ha raccontato che quella espressione che, negli ultimi giorni, tanto ha fatto sorridere ("impunitisti") era del suo Beniamino Andreatta. Avrebbe detto anche che tutti quelli, e si riferiva a Italia Viva, che sono oggi garantisti di platino non lo sono stati nel consentire il passo indietro, nell'ordine, dei ministri Guidi, Cancelleri, Idem, Lupi. È per questo che il segretario del Pd ha voluto incontrare personalmente Uggetti per portargli le scuse di tutta la comunità, "scuse che prescindono dal referendum". Attenzione, non è corretto dire che è paura del referendum.
Stefano Ceccanti "valuterà attentamente il testo finale di ciascun quesito, ma il punto fermo rimane il sostegno all'azione della ministra Cartabia". Valeria Fedeli, ex ministra dell'Istruzione e senatrice Pd, è convinta che "chi sta in Parlamento, e condivide i quesiti referendari si deve impegnare a fare qui e ora le riforme". Dario Stefano, altro importante democratico, precisa: "Per prima cosa restituiamo ai radicali quello che è dei radicali. Il referendum lo hanno promosso loro ed è uno strumento che serve a spronare il Parlamento. Ma una riforma c'è, l'impianto pure. Dunque avanti tutta".
Salvatore Margiotta, ex sottosegretario: "Non mi scandalizza il referendum, ma lo immagino come ultima risorsa". Dovrebbe invece scandalizzare il matrimonio fra Pannella e Salvini. Andrea Marcucci non lo capisce. "Io ricordo quando la Lega esibiva i cappi in Parlamento. Decenni di politica forcaiola e giustizialista. Ed è per questo che non voglio farmi condizionare dall'appoggio strumentale di Salvini sui miei temi. Vediamo allora i tempi, modi e accordi della riforma parlamentare. I referendum Radicali possono però essere certamente un mezzo utile".
Come si vede c'è in corso uno straordinario seminario sulla giustizia. Sta scuotendo sul serio un mondo che troppo spesso ha lasciato ad altri lo stato di diritto. Ieri, Enrico Rossi, l'ex presidente della Toscana, in una sincera intervista all' Huffpost, ha usato parole importanti: "Usciamo dalla fase del giustizialismo e populismo. Ha ragione Bettini".
Potrebbe anche avere ragione l'indomabile Bruno Bossio: "Salvini fa il Radicale? Io lo faccio di più. Raccoglierò le firme, farò banchetti. E dopo la giustizia mi riprendo anche il tema del ponte sullo Stretto. Imitiamolo, ma meglio. Su una cosa la penso come lui. Di lotta e di governo. Che male faccio?".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 giugno 2021
Per Bettini e Marcucci sono da sostenere e "molto utili". Linea opposta dai parlamentari che seguono le riforme della ministra Cartabia. Che oggi vedrà la maggioranza sul nuovo Csm. Per il quale i suoi saggi escludono ogni forma di sortteggio. Nel giorno in cui depositano i sei quesiti in Cassazione, leghisti e radicali scoprono che i loro referendum sulla giustizia hanno estimatori imprevisti.
Nel Pd c'è Goffredo Bettini che ne condivide almeno cinque. In cima alla lista mette il referendum che punta alla separazione delle carriere, proprio quello che ha più probabilità di essere fermato dalla Corte costituzionale che ha già detto che per una riforma del genere non basta un quesito abrogativo ma serve una legge (costituzionale). Il senatore Andrea Marcucci, ex capogruppo e prima fila della nostalgia renziana, considera i referendum "molto utili". Cioè l'opposto di quello che dicono la responsabile giustizia del partito e i parlamentari che seguono le riforme.
In appoggio alla strana coppia referendaria Lega-Radicali - che da inizio luglio a fine settembre dovrà raccogliere 500mila firme per ogni quesito - ci sono anche Iv e tutto il centrodestra. Giorgia Meloni dice che l'iniziativa è "molto interessante". Forza Italia e Azione presentano emendamenti al disegno di legge sul Csm e l'ordinamento giudiziario che riprendono due quesiti radical-leghisti. Di nuovo quello sulla separazione delle carriere e poi quello che assegna diritto di voto agli avvocati nei consigli giudiziari. Gli altri emendamenti di centrodestra vanno da una stretta agli incarichi fuori ruolo per le toghe e alle cosiddette "porte girevoli" tra magistratura e candidature politiche, nuovi criteri di valutazione di professionalità per le toghe (voti e non giudizi), nuovi illeciti disciplinari.
Anche questa volta, per la terza riforma della giustizia prevista nel Pnrr (le altre due sono quelle dei riti civile e penale), la maggioranza non rinuncia a una pioggia di emendamenti al testo base (che anche in questo caso è ancora quello dell'ex ministro grillino Bonafede). Ma stavolta sono 400 e non 700 perché Pd, 5 Stelle e Leu si contengono. Una decina di emendamenti a testa per i primi due, addirittura nessuno da Leu. Questo per una serie di motivi. Intanto il disegno di legge sull'ordinamento giudiziario (delega, ma con norme di immediata efficacia sul Csm) è meno divisivo di quello sul processo penale. Poi la ex maggioranza giallorossa vuole evitare di dare l'impressione di sconfessare la "sua" riforma. Infine i deputati hanno capito che la partita comincerà quando la commissione ministeriale presieduta dal costituzionalista Luciani calerà le sue proposte.
Cosa che avverrà questa mattina, in un incontro al quale parteciperanno la ministra e i capigruppo di maggioranza nelle commissioni giustizia. "La dialettica tra garantisti e giustizialisti è provvidenziale ma non deve diventare un derby" ha detto ieri Cartabia, intervenendo alla presentazione di un libro di Luciano Violante. La commissione di saggi avrebbe ripreso proprio una proposta di Violante, quella di sottrarre il disciplinare dei magistrati al Csm per affidarlo a un'Alta Corte, spiegando però che occorrere una riforma costituzionale. Sulle carriere la commissione si sarebbe orientata a confermare la rigida distinzione delle funzioni già prevista dal testo Bonafede (due soli passaggi in carriera da pm a giudice o viceversa). Mentre sul punto più atteso, quello del sistema elettorale della componente togata del Csm, i saggi avrebbero ripreso le proposte della commissione Balboni (1996) prevedendo il voto di metà mandato e il sistema del voto singolo trasferibile, E avrebbero escluso il sorteggio anche nella forma ridotta (per la formazione di alcune commissioni) previsto dalla Bonafede. Mentre Forza Italia con i suoi emendamenti insiste sul sorteggio.
di Luca Roberto
Il Foglio, 4 giugno 2021
Parla Luigi Manconi: "Nel Pd il garantismo è minoritario ma negli altri partiti è ancora peggio. I referendum promossi dai Radicali sono sacrosanti, se i dem non li sostengono è per diffidenza".
"Solo chi ha una concezione autoritaria, organicistica o consociativa può considerare i referendum una minaccia per la democrazia parlamentare. In realtà sono sempre stati uno strumento di stimolo e di alleggerimento della partecipazione popolare, un'occasione di vitalità per la dialettica democratica".
Se si chiede a Luigi Manconi, che del garantismo, del rispetto della presunzione di innocenza, ha fatto la sua bandiera nell'attività politica (in Parlamento per tre legislature, dai Verdi al Pd), pubblicistica (oltre 30 libri nell'indice d'autore) e nell'attivismo (presiede la fondazione che presta assistenza giuridica A Buon diritto), di commentare l'invito che Goffredo Bettini ha rivolto al Pd perché sostenga i referendum sulla giustizia promossi dai Radicali, quel che si ottiene è una generale approvazione.
"Ho massima stima della ministra Cartabia, penso che il suo tentativo di riforma sia prezioso e mi auguro che giunga a buon fine. Ma ciò non esclude l'utilità dei referendum in questione", dice al Foglio. Condivide la considerazione di Bettini, per cui i quesiti promossi dai Radicali sono "l'occasione che ha la politica per riformare se stessa".
E per cui il Pd di fronte a questa battaglia garantista non può rimanere inerte, lasciando la figura di Pannella ostaggio di Matteo Salvini che già ha preso a farsi vedere per banchetti e conferenze stampa? "Penso che nelle battaglie in cui sono in gioco i diritti fondamentali tutti gli alleati siano i benvenuti, molto pannelliano come principio. Mi alleo anche con chi non mi piace, diceva Pannella", aggiunge Manconi. "E però allo stesso modo questo non mi impedisce di pensare che la Lega sia il partito più giustizialista che c'è in Italia, perché è il più classista e discriminatorio nei confronti degli ultimi, i più vulnerabili. Del resto, nel momento in cui sostieni i quesiti proposti dai Radicali, che sono rivolti in parte a destinatari precisi, e cioè i detenuti, non puoi sostenere quello che ha detto Salvini su Brusca. Il problema è che quello spazio la Lega se l'è andato a conquistare per la totale assenza dei partiti del centrosinistra".
Che hanno preferito ripiegare sull'attendismo, quando non il silenzio, rispetto a prese di posizioni forti. Radicali, per l'appunto. Perché secondo lei, che il mondo dei democratici lo conosce da vicino essendo stato in Parlamento fino al 2018, il Pd è così timido, allora? "Perché la sinistra, che è sempre stata più attenta a tutelare i diritti sociali collettivi invece di quelli individuali, ha sempre avuto dei limiti culturali. Nel Partito democratico il garantismo è appannaggio di una minoranza, pur essendo il partito più garantista di tutti. E poi nel merito, il Pd è sempre stato diffidente nei confronti delle battaglie del Partito radicale, e più in generale dello strumento referendario".
Anche se Bettini ha detto che il Pd dovrebbe essere a favore della separazione delle carriere tra giudici inquirenti e giudicanti. "Ma questo - dice Manconi - è molto discutibile. Perché sul punto il Pd in tutti questi anni si è sempre opposto".
Lei non crede che anche sul rispetto delle garanzie fondamentali si sia verificato un superamento da parte dei Cinque stelle e della Lega, che i democratici si ritrovino a rincorrere su un tema, quello della giustizia, dove avrebbero più agibilità di manovra di altri? "Guardi, le posizioni del ministro Di Maio nei confronti del sindaco di Lodi Uggetti le abbiamo accolte con piacere, ma se hanno destato tanto scalpore è solo perché sono provenute da un leader politico che ha attinto tutta la sua popolarità dall'espressione massima del giustizialismo. E poi le ripeto, dopo il test Uggetti c'è stato il test Brusca a ricordarci che il rispetto delle garanzie nel nostro paese è un orientamento di minoranza. Se dalle persone comuni ce lo si può aspettare, questo non dovrebbe valere per le forze politiche", rimarca Manconi.
Ci sono forze garantiste al di là degli eredi di Pannella? "Sono marginali. Ricordiamoci sempre che anche uno come Matteo Renzi, che ha fatto del garantismo una sua sensibilità, arrivò a proporre Nicola Gratteri come ministro della Giustizia. Anche lui ha avuto un comportamento piuttosto erratico". Ce lo dica, lei parteciperà alla campagna referendaria. "Darò una mano senz'altro". Vuole fare un appello agli amici del Pd perché sciolgano le timidezze di queste ore? "Ma non sono tipo da appelli. Credo nel mio piccolo di aver dato qualche elemento per rifletterci su".
di Liana Milella
La Repubblica, 4 giugno 2021
Salvini deposita in Cassazione con i Radicali i sei quesiti sulla giustizia. A luglio la raccolta delle firme. Partito "di lotta e di governo" diceva Berlinguer ormai decenni fa. E adesso la Lega rispolvera la frase buttandosi nella campagna dei referendum sulla magistratura. Tenendo insieme quello che - almeno razionalmente - non dovrebbe proprio poterci stare. E cioè far parte contemporaneamente del governo Draghi e, con la Guardasigilli Marta Cartabia, fare le riforme della giustizia, e al contempo, in piazza, portare in Cassazione con i Radicali i sei quesiti referendari con tesi da sempre divisive. Bastino, tanto per citarne tre dei sei, quello sulla separazione delle carriere di giudici e pm, quello sulla responsabilità civile e personale dei giudici, quello sull'abolizione della legge Severino. Chissà perché, poi, si vuole eliminare quest'ultima legge che ha fissato un principio logico e razionale: chi viene condannato con una sentenza definitiva per una pena superiore a due anni non può rappresentare i cittadini in Parlamento e neppure in Europa, né stare al governo. Logico no? Per Lega e Radicali pare che non sia così.
Ma tant'è. Da oggi - con i quesiti presentati in Cassazione - fino a quando la Consulta ne deciderà l'effettiva praticabilità, ci sarà tutto il tempo per valutare nel merito ogni proposta. Ma adesso l'interrogativo è un altro. E nasce dalla palese contraddizione che, con uno sforzo esplicativo, la senatrice Giulia Bongiorno - responsabile Giustizia della Lega, nonché avvocato di Salvini, nonché l'ex presidente della commissione Giustizia della Camera che negli anni caldi del governo Berlusconi bloccò il suo intervento repressivo sulle intercettazioni - cerca di far apparire un fantasma che alcuni vedono, ma che in realtà per la sua natura evanescente non esiste. Dice la Bongiorno in piazza Cavour: "Non c'è nessuno scontro in corso. Noi stiamo dicendo che la riforma Cartabia va nella giusta direzione. Parlare di scontro vuol dire non sapere cosa toccano i quesiti e cosa la riforma Cartabia, che sono cose diverse".
È davvero così oppure Salvini e Bongiorno negano l'evidenza? Si può utilizzare, per rispondere, la reazione di un dem sempre equilibrato come il vice presidente dei senatori Franco Mirabelli: "Per noi è il tempo delle riforme, di sostenere il lavoro del ministro Cartabia, non quello delle bandierine da piantare. È forse l'ultima occasione per cambiare e riformare la giustizia, sprecarla per interessi di bottega sarebbe imperdonabile". Ma perché, secondo Mirabelli, i sei referendum hanno un inevitabile effetto nocivo?
Perché si "rischia di rimettere indietro le lancette dell'orologio e ritornare al clima che da almeno 20 anni ha impedito in Italia la ricerca di risposte e soluzioni alle tante cose che non funzionano, preferendo il conflitto manicheo, utile solo per la propaganda, tra giustizialisti e garantisti, partito dei magistrati e partito contro i magistrati, eliminando ogni possibilità di incontro e confronto". Nel Pd non tutti la pensano come lui, basta leggere quanto scrive sul Foglio Goffredo Bettini, il quale considera "condivisibili" il quesito sulla separazione delle carriere, quello sulla custodia cautelare, nonché l'abrogazione della legge Severino.
Ma un fatto è certo. Proprio alla vigilia dell'incontro in via Arenula tra Cartabia e i partiti sulla proposta di riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario del costituzionalista Massimo Luciani e del suo gruppo di studio, l'uscita movimentista della Lega suona come un evidente segnale: qualunque sia la proposta Cartabia, sul Csm, sulla prescrizione, sui tempi del processo, sulle regole che pm e giudici devono rispettare per garantire un processo giusto, non sarà sufficiente. E per questo bisogna andare in piazza e interrogare la piazza. Una sfiducia in nuce.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 4 giugno 2021
Con una lettera al Foglio, l'esponente dem invita la sinistra a riflettere sull'opportunità dei quesiti radicali sulla giustizia. E nel Pd c'è chi lo prende alla lettera. Non bastava l'iniziativa della Lega a sostegno dei referendum radicali sulla giustizia a mandare in fibrillazione la maggioranza. Ora ci si mette anche il Pd, o una parte di esso, a promuovere la consultazione popolare sul tema più sensibile in casa grillina: la giustizia.
E per quanto il leader della Lega, che ieri ha depositato in Cassazione i sei quesiti, si ostini a ripetere che il referendum non danneggerà il governo, ma al contrario aiuterà Mario Draghi a uscire da un imbuto parlamentare, mettendo "in mano ai cittadini" riforme altrimenti irrealizzabili, il problema degli equilibri in maggioranza si pone, eccome. Soprattutto adesso che Goffredo Bettini, membro della direzione nazionale del Pd ed ex maitre à penser di Nicola Zingaretti, ha aperto una falla tra i dem, rompendo implicitamente l'asse col M5S, di cui pure è stato primo teorizzatore, come fa notare ironicamente Italia viva.
Con una lettera al Foglio, Bettini viola il tabù del referendum a sinistra. A titolo "personale", senza chiamare alle armi l'intero partito, ovviamente, l'esponente dem invita il centrosinistra ad aprire una riflessione sul tema giustizia, anche alla luce degli ultimi episodi di cronaca. "In troppe occasioni il selvaggio chiasso attorno alle indagini che hanno riguardato tanti rappresentanti politici e di governo, ha portato a linciaggi personali che poi si sono risolti nel nulla, in assoluzioni che non hanno minimamente ripagato le sofferenze di chi è stato messo alla gogna", spiega Bettini. "È toccato a tutti, da una parte e dall'altra dello schieramento politico", argomenta l'influente ex eurodeputato, portando a titolo d'esempio i casi eclatanti di Antonio Bassolino (19 procedimenti e 19 assoluzioni), Virginia Raggi e Filippo Penati. Ma non solo, perché Bettini mette sotto la lente anche alcune la "congruità di certe condanne", come quella recentissima inflitta a Nichi Vendola, "un vero galantuomo", o quella comminata a Gianni Alemanno, "un avversario politico, non un criminale".
E anche alla luce di questi episodi, Bettini dice non poter rimanere indifferente "ai quesiti referendari", invitando una "sinistra innovativa, democratica e libertaria" ad aprire un confronto franco. Obiettivo: sottrarre alla Lega, "che amava esibire il cappio nelle aule parlamentari", un tema delicatissimo oggi impugnato "un po' pelosamente"
L'esponente dem, pur nutrendo qualche dubbio sul primo quesito referendario, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che potrebbe togliere serenità ai giudici, promuove sostanzialmente gli altri cinque referendum: separazione delle carriere dei magistrati, limitazioni agli abusi della custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abrogazione della norma che obbliga gli aspiranti consiglieri del Csm a raccogliere firme per candidarsi, l'introduzione del diritto di voto per avvocati e professori all'interno dei Consigli giudiziari.
Per il Movimento 5 Stelle, che col presidente della commissione Giustizia della Camera, Mario Perantoni, aveva già liquidato il referendum come "arma di distrazione", la fuga in avanti di Bettini potrebbe essere un colpo basso. Soprattutto perché proprio sulla riforma della giustizia, e in particolare della prescrizione, i grillini rischiano l'implosione. E l'apertura di un nuovo fronte, con l'alleato del Pd, potrebbe non giovare alla serenità pentastellata e del governo di conseguenza.
Una volta abbattuto l'argine, infatti, tra i dem comincia a farsi largo l'idea che il referendum possa trasformarsi in strumento di pressione politica. In special modo tra chi, pur distante da Bettini, pensa di poter utilizzare i quesiti per allentare l'abbraccio tra Letta e Conte. "Il referendum può essere certamente uno strumento molto utile", dice Andrea Marcucci, esponente di Base riformista e per nulla tifoso dell'alleanza giallo-rossa.
"Mi resta incomprensibile il sostegno della Lega di Salvini, le cui radici sono molto lontane da me, e risalgono al famoso cappio", aggiunge Marcucci. E per quanto Franco Mirabelli e Andrea Bazoli, rispettivamente capigruppo dem in Commissione Giustizia di Senato e Camera, provino a riportare tutti sulla retta via (le riforme si fanno in Parlamento, non nelle urne) il rischio che altri pezzi del Pd possano seguire l'esempio di Bettini resta alto. Una grana in più per Draghi e Marta Cartabia, già alle prese con una mediazione apparentemente impossibile proprio sulla giustizia.
di Roberto Rampi
Il Riformista, 4 giugno 2021
Nella mia convinta e attiva partecipazione al Partito Radicale Transnazionale Trasparito e a quella che un tempo si chiamava "Galassia Radicale" in tutte le sue forme e, a maggior ragione, dopo l'onore di essere stato chiamato a partecipare al Consiglio Generale del Partito, ho sempre messo in conto e praticato, facendone un elemento caratteristico della mia storia personale e politica anche precedentemente e indipendentemente a quella radicale, il dialogo, il confronto e l'incontro con tutti.
E sono assolutamente convinto sostenitore e difensore di quella pratica radicale profondamente e intimamente liberale e democratica che ritiene che si possa fare un pezzo di strada insieme con chiunque quando il cammino si incrocia e l'obbiettivo e la meta sono comuni e che non esistono in politica nemici, nemmeno avversari e men che men diavoli con cui non si può spartire nulla, ma invece vivano idee diverse con cui confrontarsi e rafforzarsi. Ero ragazzo quando difendevo la scelta, contestata da molti, di Marco Pannella di percorrere un importante tratto di strada insieme con l'allora innominabile Silvio Berlusconi, oppure quando decise l'operazione del gruppo tecnico al Parlamento Europeo pur di garantire spazi di partecipazione e di discussione persino con Le Pen padre. Tuttavia non mi convince la possibilità di raggiungere un obiettivo fondamentale come quello della Riforma della Giustizia insieme alla Lega e, in particolare, alla Lega di Matteo Salvini. In un rapporto esclusivo, non occasionale e dichiaratamente strategico per la "costruzione di una nuova classe dirigente".
Non è la Lega che mi preoccupa e tanto meno i singoli esponenti con cui capita quotidianamente di condividere pezzi di strada. Ad esempio, nelle battaglie per i diritti umani in Cina e Tibet (ma non in Russia, sic.). Non mi stupirebbe un cammino comune strategico, ad esempio su aspetti che riguardano le politiche economiche, la fiscalità, la piccola media impresa, l'approccio allo Stato. Ma su giustizia e carceri occorre ricordare che la Lega nasce e fiorisce nei consensi proprio sull'onda emotiva e anti politica degli anni '90, detiene tutt'ora il non invidiabile primato di aver portato il cappio nelle aule parlamentari, ha coltivato il giustizialismo, la detenzione definitiva, il braccio violento della legge come caratteristica fondante e non occasionale della sua identità. La Lega di Salvini, poi, rinasce accentuando queste sue caratteristiche per l'oggi e per il domani e inquadrandole in un progetto sovranazionale di Nuova Destra Europea che incrocia i campioni delle nuove democrature ungheresi e polacche. Quella Polonia che fa della frattura dell'equilibrio tra i poteri dello stato e dell'attacco frontale ai giudici e alla loro indipendenza il fronte più avanzato di un modello che risuona nelle motivazioni di Salvini anche nel momento del lancio quella campagna referendaria.
Non si tratta, purtroppo, di ricostruire un equilibrio spezzato, di dare valore all'intuizione costituzionale di una giustizia ripartiva, lontana da ogni forma di vendetta. Come possono coesistere la concezione giudiziaria di chi è per sbattere in carcere e gettare via le chiavi, di chi giustifica i pestaggi in carcere, di chi si scandalizza ogni volta che viene applicato un istituto di garanzia, di pena alternativa, di clemenza, di chi considera abominio la parola amnistia, di chi mimava il gesto delle manette nei giorni successivi l'arresto di Simone Uggetti, con il modello e le battaglie che solo in casa Radicale si sono potute praticare in tutti questi anni. Non mi scandalizzo. Non mi preoccupo, ma ne occupo. Credo che le finalità siano profondamente diverse. Sono pronto a ricredermi.
Non siamo una caserma e non lo siamo mai stati, le idee possono convivere, nel confronto e nel dibattito, anche quando si raggiunge il massimo della distanza, avendo ben chiari invece i tanti momenti di massima vicinanza. Sarò felice se Gandhi riuscirà a far riporre lo spadone ad Alberto da Giussano, ma penso che su questo cammino i sentieri siano profondamente diversi e nemmeno si trovino nello stesso bosco, ma su pianeti caratterizzati da differenti ecosistemi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 giugno 2021
Ddl penale, intervista a Domenico Pulitanò, professore emerito di diritto penale della Bicocca: "Tra le ipotesi più coraggiose avanzate dagli esperti, va ricordato l'effettivo rafforzamento della funzione di filtro che l'udienza preliminare deve svolgere". Domenico Pulitanò è una di quelle voci dell'accademia poco inclini a presidiare la scena mediatica. Ma se chiedi all'Unione Camere penali, all'avvocatura, quali sono i riferimenti scientifici più affidabili, ricorre sempre il professore emerito di Diritto penale della Bicocca. Secondo Pulitanò, dunque, sulla relazione prodotta dalla commissione di esperti presieduta da Giorgio Lattanzi "sarebbe auspicabile che ci si impegni in una battaglia politica".
C'è il rischio di sottovalutare la proposta Lattanzi, professor Pulitanò?
"Non so dirle se sia sottovalutata. So che è un lavoro complesso, ampio, impegnativo e organico che potrebbe assicurare un passo avanti notevole per la struttura del processo penale".
Cosa la convince in particolare?
Faccio un esempio: la funzione di filtro dell'udienza preliminare. Mi sembra uno degli aspetti più innovativi e seri. Con l'emendamento proposto dalla commissione si stabilirebbe che il giudice deve valutare la sussistenza di elementi tali da rendere altamente probabile una condanna, e solo se li rinviene, accoglie la richiesta di rinvio a giudizio. Il filtro sarebbe davvero effettivo, e lo stesso pubblico ministero si assumerebbe la responsabilità di chiedere il processo, o di opporsi a un'archiviazione, non più con una logica ad explorandum.
Cosa vuol dire?
Che si può ottenere una deflazione, e dunque una maggiore celerità del sistema penale, se si esce dall'idea di poter arricchire il quadro probatorio a dibattimento già avviato. La forza dell'ipotesi accusatoria deve essere costruita con il lavoro compiuto nella fase preliminare.
Significa pretendere dal magistrato dell'accusa una concentrazione di sforzi e, appunto, un'assunzione di responsabilità...
Certo, ma mi sembra una scelta necessaria, se vogliamo avere effetti di riequilibrio e alleggerimento del sistema. Comprendo come possano esserci posizioni contrarie, come da altri punti di vista si colgano dei rischi: e infatti si tratta di una scelta forte. Ma io propendo certamente a favore di questa scelta.
Una concentrazione di sforzi per acquisire un quadro probatorio serio, anziché mere suggestioni da verificare a dibattimento, può anche disincentivare la cosiddetta giustizia mediatica?
È un effetto collaterale che potrebbe effettivamente verificarsi. Anche se sento di dover esprimere qualche preoccupazione proprio per il tono con cui, innanzitutto nell'informazione, si tende ad alimentare di nuovo, in queste ore, un'idea vendicativa della giustizia penale. Mi riferisco evidentemente sia alla tragedia della funivia sia alla liberazione di Brusca. Ci sono commenti e letture, di una parte dei media, che trovo imbarazzanti, sempre orientati appunto alla vendetta. Il diritto penale non è questo.
Cos'altro l'ha colpita della proposta Lattanzi?
Inviterei a leggere con attenzione tutta la sezione quarta del documento, in cui sono contenute le proposte in materia di giustizia riparativa. Un esempio: la commutazione della pena in sanzione pecuniaria calcolata in base al reddito che quel particolare imputato è in grado di percepire nel singolo giorno lavorativo. Ecco, una determinata pena pecuniaria non pesa allo stesso modo per il ricco e per chi ha pochi mezzi. Si tratta di una rimodulazione che l'accademia penalistica sollecita da diversi anni. Vederla accolta in un lavoro serio e organico come la proposta della commissione ministeriale è un sollievo.
Vada avanti...
Ci sono diverse ipotesi condivisibili e potenzialmente efficaci in materia di messa alla prova, o di estensione dell'area di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Altre ancora innovative, seppur destinate a suscitare dibattito, come la cosiddetta archiviazione meritata, in cui il pm consente alla persona accusata di uscire dal procedimento senza che gli sia addebitata alcuna responsabilità a fronte di un determinato corrispettivo pecuniario, o realizzato con lavori di pubblica utilità. Una cosa è certa: sono tutte proposte che vanno nella direzione contraria al penale-spazza.
Il penale-spazza? Cosa sarebbe?
È la formula che ho ritenuto di adottare nei miei scritti per definire l'approccio punitivo e vendicativo culminato nella legge cosiddetta spazza-corrotti. Lì si proclama una giustizia basata sull'innalzamento delle pene, sulla risposta sanzionatoria indiscriminata al punto da diventare vendetta. Invece nella relazione Lattanzi si va in una direzione diametralmente opposta, di alleggerimento razionale e organico del sistema: giustizia riparativa, rafforzamento dei riti speciali, riduzione del carico processuale, della punibilità.
E poi c'è la prescrizione: quale preferisce fra le due "exit strategies" proposte dagli esperti?
Le dico subito che le proposte processuali in materia di prescrizione non mi hanno mai convinto. D'altronde la Corte costituzionale ha più volte corroborato l'idea per cui la prescrizione del reato rappresenta l'essenza del diritto penale sostanziale. Riconosco la serietà del lavoro compiuto negli anni passati sull'argomento soprattutto da esponenti della sinistra parlamentare: penso per esempio a Elvio Fassone. Ma io non credo si tratti di una strada capace almeno di rassicurare chi, come il Movimento 5 Stelle, difende la legge Bonafede.
Eppure quell'ipotesi allontana il rischio di condanne non inflitte a causa di una tardiva emersione del reato, lamentata dai 5 Stelle soprattutto sulla corruzione...
Guardi che le conseguenze possono essere di segno opposto. In molti casi la improcedibilità per sforamento della soglia temporale massima prevista per ciascuna fase potrebbe sopraggiungere in modo da diminuire di molto la durata complessiva del procedimento rispetto a quanto avviene, per esempio con la legge Orlando, in virtù di una prescrizione del reato. Si ricordi che alcuni delitti, sul piano sostanziale, non si prescrivono mai: l'omicidio, per esempio. Ecco, con fattispecie simili cosa avverrebbe se, pur in assenza della prescrivibilità del reato, si giungesse alla cosiddetta prescrizione del processo? I giustizialisti non sarebbero contenti.
E la legge Orlando, di cui la relazione propone, in alternativa, il recupero con pochi ritocchi?
La Orlando non mi ha mai entusiasmato, ma è comunque un passo avanti rispetto alla legge Bonafede, che mi auguro fortemente i partiti abbiano il coraggio di accantonare. Spero nella eliminazione di quella norma assurda e irrazionale. Dopo le parole di Luigi Di Maio su Uggetti, mi aspetterei una svolta del M5S persino sulla prescrizione.
I referendum di radicali e Lega possono favorire una proposta di riequilibrio e avanzamento culturale come quella di Lattanzi?
Non lo so, dietro la proposta referendaria possono intravedersi anche alcune complicazioni tecniche. Sugli scenari non mi pronuncio, mi limito a dire che siamo in presenza di una proposta, come quella elaborata dalla commissione, che rappresenta un'occasione imperdibile sulla quale andrebbe condotta una battaglia politica forte. È un netto passo avanti. Mi auguro che la ministra Cartabia non si risparmi dall'evocare le urgenze legate al contesto europeo. D'altronde la guardasigilli ha compiuto una scelta precisa nel momento stesso in cui ha scelto Giorgio Lattanzi come guida del gruppo di lavoro. Era già quella un'indicazione politica condivisibile.
di Alessia Ciccarelli
avvocatodelgiudice.com, 4 giugno 2021
Cassazione penale sez. I, 21/04/2021, (ud. 21/04/2021, dep. 28/05/2021), n. 21134. Con la sentenza in argomento, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un detenuto, a cui era stata revocata la detenzione domiciliare dal Tribunale di Sorveglianza di Ancona, per aver preso parte, con un ruolo attivo, alle cd. "Rivolte nelle carceri" del marzo 2020.
Nello specifico, al condannato veniva negato il beneficio sulla base di mere informazioni fornite dalla Direzione dell'Istituto, in assenza di un formale rapporto disciplinare. La Suprema Corte ha annullato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, affermando che la revoca del beneficio al condannato può essere disposta solo in presenza di un formale rapporto disciplinare emesso nei suoi confronti.
Ed invero, ha stabilito che "la norma prevede che, quanto meno, sia redatto rapporto disciplinare ai sensi dell'art. 81, comma 1 del Regolamento. Non si tratta di un requisito soltanto formale, come sembrano ritenere il Magistrato di Sorveglianza e il Tribunale di Sorveglianza: il rapporto richiede l'individuazione dell'operatore penitenziario che lo redige e pretende che in esso siano indicate "tutte le circostanze del fatto".
La mancanza di un rapporto disciplinare, quindi, sottopone il detenuto all'arbitrio della Direzione della Casa Circondariale, la cui segnalazione è sfornita di notizie precise relative agli operatori penitenziari che avevano accertato la partecipazione alla sommossa e alle condotte specificamente addebitate allo stesso: ogni possibilità di difendersi è, di conseguenza, preclusa. In definitiva, si deve ritenere che, pur adottando un provvedimento avente natura urgente, il legislatore abbia preteso, per negare l'accesso alla misura alternativa, un requisito minimo che responsabilizzi l'Amministrazione penitenziaria, tenuto presente che il rapporto disciplinare comporta un controllo successivo delle valutazioni effettuate".
di Paolo Salom
Corriere della Sera, 4 giugno 2021
Il garante M5S pubblica un "rapporto indipendente" sulla "presunta" persecuzione della minoranza musulmana della provincia dello Xinjiang firmato da studiosi, giornalisti e dal presidente M5S della Commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli. Con la Cina o contro la Cina? Sul blog di Beppe Grillo è possibile trovare un "rapporto indipendente" sulla questione della provincia dello Xinjiang e della "presunta" persecuzione degli Uiguri che vorrebbe confutare con prove "scientifico-storiche" le accuse occidentali originate soltanto dal desiderio di "colpire la Repubblica Popolare".
Intitolato "Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace", il saggio è firmato da studiosi, giornalisti ed esperti italiani e stranieri, alcuni dei quali formati nelle università cinesi. Anche il senatore 5 Stelle Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri, ha apposto il suo nome perché, scrive tra l'altro in un tweet, sostiene l'iniziativa in quanto "la situazione sociale e politica nella Xinjiang (sic)" è "più complessa del sensazionalismo della stampa generalista occidentale".
Che la storia della provincia più occidentale controllata da Pechino sia "complessa" è quasi una tautologia. Ma il problema del rapporto pubblicato sul blog del fondatore del Movimento 5 Stelle è, in fin dei conti, lo stesso di cui accusa l'Occidente (preso nel suo insieme come se fosse un blocco unico e compatto): la parzialità. Raccontare le vicende secolari (anzi: millenarie) dello Xinjiang o Turkestan Orientale come un tempo veniva chiamato, le sue relazioni conflittuali con l'Impero Celeste prima - a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) - con la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare poi, non cambia la sostanza del problema che, oggi, si vorrebbe affrontare sulla base dei principi dei diritti dell'uomo, principi considerati universali secondo la Carta dell'Onu, cui anche la Cina aderisce.
Dunque disquisire sul come e sul quando le popolazioni dello Xinjiang sono entrate nell'orbita di Pechino e se oggi i loro diritti di cittadini non vengono rispettati sono questioni del tutto differenti. Il rapporto, in particolare, ricostruisce la genesi dei movimenti insurrezionali di stampo islamista e panturco all'origine degli attentati terroristici che hanno provocato centinaia di vittime sia nello Xinjiang, sia nel resto della Cina (come gli attentati a Pechino e Kunming, 2013-2014) e inquadra in una "risposta culturale confuciana" - peraltro assente in Occidente - la "rieducazione sociale e politica" della popolazione uigura. Il difetto pare essere proprio nella lente culturale, distorsiva: le accuse internazionali nei confronti della Cina riguardano la forma della "punizione collettiva" di un milione circa di persone, la maggior parte delle quali non ha evidentemente avuto minimamente a che fare con sanguinosi atti di terrorismo senz'altro esecrabili.
Cina e resto del mondo (almeno l'Occidente) non si capiscono principalmente sulla responsabilità individuale nei delitti: punire il reo e con lui famiglia, amici e anche il villaggio intero non è considerata giustizia ma persecuzione.
Nessuno ha visto i "campi di concentramento" dove avverrebbero torture ed esecuzioni sommarie (Pechino non ne ha mai ammesso l'esistenza, nonostante le testimonianze di chi ci è passato); ma il governo centrale ha in più occasioni organizzato visite di giornalisti di media internazionali (tra cui il Corriere) nei centri di rieducazione dove migliaia di giovani e meno giovani sono tenuti a seguire lezioni che hanno lo scopo di "costruire buoni cittadini", rispettosi delle leggi cinesi. Non sono corsi facoltativi: e basterebbe questo a squalificare la "versione dei fatti" pubblicata sul blog di Grillo.
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