di Francesco Vecchi
Il Resto del Carlino, 14 luglio 2021
La procura starebbe indagando su violenze subite da un detenuto poi trasferito a Forlì che in merito ha presentato un esposto. In procura è stato aperto un secondo fascicolo dopo i tragici fatti accaduti tra l'8 e il 9 marzo del 2020 dentro al carcere di Sant'Anna, quando, a seguito di una rivolta esplosa per i timori legati alla diffusione del Covid-19 morirono nove detenuti (uno, Salvatore Piscitelli, dopo il trasferimento ad Ascoli).
Lo scorso giugno l'ordinanza del giudice per le indagini preliminari Andrea Romito respingendo l'opposizione alla richiesta d'archiviazione presentata dall'associazione Antigone, dal Garante dei detenuti e dall'avvocato dei parenti di una delle vittime, ha chiuso l'indagine principale, dove si ipotizzavano i reati di omicidio colposo e morte o lesioni come conseguenza di altro delitto. Gli otto decessi (perché sul nono, appunto, sono al lavoro i magistrati di Ascoli Piceno) sarebbero stati causati dall'asportazione violenta e dall'assunzione di "estesi quantitativi di medicinali correttamente custoditi all'interno del locale a ciò preposto", si evince nell'atto.
Le indagini hanno quindi confermato che gli otto detenuti sarebbero morti per overdose da farmaci. Ricostruzione ampiamente contestata dai legali che si sono opposti alla richiesta di archiviazione presentata dai pm; per gli avvocati in questione esistono nella vicenda zone d'ombra che chiamano in causa automaticamente la polizia penitenziaria e le forze dell'ordine intervenute per sedare la rivolta. Emerge ora l'esistenza, appunto, di un secondo fascicolo, che sarebbe stato aperto a seguito di un esposto presentato da un detenuto poi trasferito a Forlì. Nell'atto in questione vengono denunciate violenze gratuite ed immotivate.
Più nello specifico l'uomo racconta di essere stato picchiato con calci, pugni e manganellate quando stava soltanto allontanandosi dalla zona del carcere dove si era sviluppato un incendio. Una denuncia che porterebbe dunque all'ipotesi di reato di tortura, fattispecie introdotta in Italia nel 2017. Condizionale obbligatorio, però, perché in merito a quello che ipotizza la magistratura in questo secondo fascicolo a carico di ignoti e finora inedito non arrivano conferme o smentite. L'esposto di cui stiamo trattando è stato presentato in procura tra la fine di gennaio e febbraio scorsi. Il racconto che il detenuto fa di quanto avrebbe subito potrebbe quindi aprire a scenari nuovi legati alla tragedia del Sant'Anna. Scenari nuovi a livello di indagini, perché in realtà di presunte violenze avvenute in quel marzo nel pieno della pandemia già altri detenuti avevano parlato, senza però che risultassero aperture di fascicoli in merito.
primalecco.it, 14 luglio 2021
A sollevare il velo sulla inquietante situazione della casa circondariale di Pescarenico è L'Associazione per l'Iniziativa Radicale Myriam Cazzavillan che ha pubblicato il Secondo Libro Bianco sulle carceri Lombarde. "Se non è zuppa è pan bagnato. La riforma Orlando proposta e non approvata dal governo Gentiloni è stata seguita da quella cestinata dal Governo Conte ma il risultato è lo stesso col governo del cambiamento e col governo che è stato cambiato. A fronte di una situazione grave nulla è stato fatto per riportare le carceri italiane nell'alveo della costituzione più bella del mondo".
Il sodalizio ha analizzato in particolare la situazione delle case di pena Lombarde e quella di Lecco, purtroppo, spicca non certo per eccellenza. "la grave mancanza di agenti penitenziari di Lecco (meno 15%) e Mantova (meno 26%) tenendo conto del personale in più che servirebbe in base al sovraffollamento va a meno 41% e a meno 44% e gli educatori a Lecco (meno 50%) e vanno a meno 65% e 38%." sottolineano gli estensori del Libro Bianco.
"Il record del sovraffollamento va a Vigevano col 68%. Seguono Opera al 46% e Lecco al 43%. Sempre Lecco deve gestire il 62% di detenuti tossicodipendenti, dovendo quindi svolgere il lavoro di una comunità di recupero essendone privo dei mezzi. Più ridotta per fortuna la presenza di pazienti psichiatrici".
"Purtroppo a seguito di un provvedimento del Ministero della Giustizia quando il titolare era Orlando sono stati bloccati i questionari che sottoponevamo agli istituti che visitavamo, per cui questo anno molti dati non sono disponibili, e ne risulta carente la sezione del libro bianco sul lavoro.
La Repubblica, 14 luglio 2021
Da ieri sera è in atto una protesta nel carcere di Benevento dove oltre 90 detenuti, tutti del circuito di alta sicurezza, si rifiutano di entrare nelle celle. A denunciarlo è il Sindacato di polizia penitenziaria (Spp). "Avevamo avvertito che il clamore e la gogna mediatica riservata al personale di polizia penitenziaria, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere, avrebbe portato a quel clima di destabilizzazione del sistema penitenziario avvertendo che le stesse menti delle rivolte dello scorso anno avrebbero potuto approfittarne per dare vita a nuove proteste", fa sapere il segretario generale Aldo Di Giacomo. La motivazione della rivolta, come spiegano dal Spp, parrebbe essere la richiesta di allontanamento del comandante e del direttore.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 14 luglio 2021
Alla vigilia del voto sul rifinanziamento delle missioni internazionali e sotto la pressione di forti proteste della base dem, della sinistra e delle ong, il Pd chiede che il dossier Tripoli diventi una questione europea. Domani la manifestazione di protesta di 100 associazioni, Cgil e Radicali per chiedere l'interruzione della cooperazione senza garanzie sui diritti umani.
Alla vigilia del voto sul rifinanziamento degli accordi con la Libia, arriva la mossa a sorpresa di Enrico Letta: il Pd cambia la partita, chiedendo che il dossier diventi una questione europea. La condizione per approvare il decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali passa attraverso una riscrittura del "nodo Libia". Ecco quindi che addestramento e supporto della Guardia costiera libica devono essere affidati entro sei mesi alla Ue: è la richiesta che parte dal Nazareno.
Peraltro, in una realtà ormai cambiata, con il nuovo governo libico, il problema non è più solo di politiche migratorie e di sicurezza, affidate quindi alla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ma sono le istituzioni stesse della Libia a essere nelle condizioni di controllare i propri confini e pertanto il dossier riguarda già anche il ministro della Difesa, il pd Lorenzo Guerini.
Sono ore di trattative e di incontri politici. Ma è la svolta, di cui per la verità si erano già gettate le basi lo scorso anno. Ora il cambiamento è repentino. Non c'è ancora una riformulazione precisa, né si sa se ci sarà un emendamento del Pd o quale altro strumento parlamentare sarà utilizzato per affermare il nuovo corso. Lia Quartapelle e Enrico Borghi sono i dem che stanno trattando nelle commissioni Esteri e Difesa della Camera. E a Montecitorio si potrebbe votare già domani il rifinanziamento, anche se è probabile uno slittamento almeno di un giorno.
Per il Pd è una questione cruciale. Del resto Letta, che fu il premier di Mare Nostrum, la missione di salvataggio in mare dei migranti, ha fatto dei diritti umani uno dei punti centrali della sua segreteria. Nel partito e tra i militanti il clima è acceso e così nel resto della sinistra. Matteo Orfini, ex presidente del Pd, alla guida della pattuglia dem contraria alla collaborazione con la Guardia costiera libica, ricorda che lo scorso anno furono in nove parlamentari a opporsi nel partito.
Nella riunione del gruppo dem della scorsa settimana, il fronte sembrava più ampio. Della "scheda 48", quella appunto in cui si parla di addestramento e appoggio ai libici in funzione anti migranti, nessuno nel centrosinistra è disposto ad assumersi la paternità. "Abbiamo visto le motovedette utilizzate per speronare i migranti e sparare ai pescatori italiani, a cos'altro ci tocca assistere?", ragiona Orfini.
Anche la base è in allerta: è già partito il mailbombing verso il Pd per denunciare la violenza della Guardia costiera libica, rilanciando il filmato della motovedetta che sperona il barchino carico di migranti. Domani pomeriggio manifestazioni davanti alla Camera dei deputati. Sono più di 100 le associazioni e le Ong che aderiscono, anche la Cgil e i Radicali. Il sit in si chiama "Libia: una benda per non vedere?". La richiesta è precisa: nessun rinnovo della missione in Libia e l'interruzione della cooperazione con le autorità libiche senza garanzie concrete sulla protezione dei diritti e della dignità umana.
In poche parole che venga negato il sostegno alla Guardia costiera libica e che siano evacuate immediatamente le persone rinchiuse nei centri di detenzione libici. Un digiuno poi è l'iniziativa lanciata da padre Alex Zanotelli. Il missionario comboniano si rivolge ai parlamentari: "È una violazione della nostra Costituzione, delle leggi internazionali e della nostra umanità. Chiediamo ai deputati di avere il coraggio di votare contro il rifinanziamento della Guardia costiera libica. Ricordiamo a tutti che un voto a favore significa avere le mani sporche di sangue innocente".
La sinistra di Leu e di Nicola Fratoianni si mobilita, così come le 6000 Sardine. Ma forte è la protesta tra i militanti dem. Circa 300 militanti hanno sottoscritto un post di Nella Converti del circolo dem romano dedicato al piccolo naufrago Alan Kurdi. Chiedono lo stop al sostegno alla guardia costiera libica. Questo l'appello al segretario Letta e ai parlamentari che devono votare il rifinanziamento. "Caro Enrico Letta non barattiamo la vita degli esseri umani in nome della governabilità": incalzano. Richiamano appunto le politiche che Letta fece anche da premier e i gesti simbolici: "Da chi ci ha resi orgogliosi con l'operazione Mare Nostrum, fermando le stragi e salvando migliaia di vite umane, e che appena diventato segretario ha indossato la felpa Open Arms ci aspettiamo ben altro".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 14 luglio 2021
Respinto il tentativo di rimandare il testo in commissione Giustizia Bagarre in aula, poi la decisione di proseguire l'esame del testo. I due Matteo insistono ancora quando ormai restano da votare solo le pregiudiziali di costituzionalità. Renzi: "Siamo a un passo dal raggiungere un accordo. O gli ultrà si confrontano o non si porta a casa il risultato e lo scrutinio segreto è un rischio per tutti". Salvini: "Chiedo ai senatori di superare gli steccati ideologici. Io ringrazio i promotori di questa legge e spero che il tratto finale di questo percorso ci veda tutti insieme perché sarebbe un bellissimo segnale". Parole pacate dopo gli scontri dei giorni scorsi, che sembrano essere il preludio a un imminente accordo tra i due leader politici per mettere mano pesantemente alla legge contro l'omotransfobia.
Che però per adesso resiste, riuscendo a uscire indenne dal primo giorno di discussione nell'aula del Senato. Il risultato non era scontato e anche se le cose potrebbero cambiare nei prossimi giorni, i senatori del fronte che sostiene la legge contro l'omotransfobia - che comprende Pd, M5S e LeU più alcuni colleghi del Misto - alle sette e mezzo di sera possono tirare un sospiro di sollievo. A quell'ora devono ancora esprimersi sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate da Lega e Fratelli d'Italia, ma la rassicurazione che arriva durante il dibattito in aula da Matteo Renzi, il quale assicura che Italia viva non le voterà, fa sì che la giornata - respinto il tentativo leghista di rispedire il testo in commissione Giustizia - possa chiudersi senza particolari colpi di scena.
Come detto non era affatto scontato. Il blitz della Lega contro il ddl Zan comincia nel primo pomeriggio in commissione Giustizia dove il presidente Andrea Ostellari tenta ancora una volta di cercare un accordo sulle proposte di modifica avanzate da Lega e Italia viva scontrandosi con l'opposizione di Pd, M5S, e LeU. Poi, in aula, Ostellari dà la sua lettura del lavoro svolto dalla commissione: "Ho sentito dire che il ddl Zan è stato bloccato per mesi, ma questa narrazione non è reale", dice Ostellari negando le accuse di ostruzionismo al testo. Al leghista risponde il dem Franco Mirabelli per il quale "Ostellari ha raccontato una sua versione che è abbastanza forzata se non fantasiosa".
Lega e Fratelli d'Italia puntano a riportare il testo in commissione Giustizia e per questo chiedono alla presidente Casellati di convocare una riunione dei capigruppo. La motivazione, come al solito, è la necessità di arrivare a un accordo sulle modifiche. Pd, M5S e LeU sono contrari, ma i numeri ballano a causa delle troppe assenze: mancano infatti almeno una decina di senatori tra i tre gruppi. Alla fine la richiesta viene accolta dalla Casellati, scatenando una bagarre in aula. Sotto le mascherine alcuni senatori soffiano nei fischietti, urla e grida. "Non siamo allo stadio", fa notare la presidente. La richiesta dei leghisti viene letta come un ulteriore tentativo di fermare la legge. "Abbiamo dovuto forzare per arrivare a questo punto e ora dobbiamo tornare indietro? Presidente, lei non lo deve consentire", chiede il senatore di LeU Pietro Grasso.
Alla fine la capigruppo decide che il testo rimane in aula e che quindi si procede con i lavori. Fissa inoltre per martedì alle 12 il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti. Anche quello sarà un momento utile per capire l'aria che tira per il ddl contro l'omofobia. Se la Lega rinuncia a presentare decide di migliaia di emendamenti, come di solito fa in occasioni simili, ma si limita a poche e mirate proposte di modifica, per alcuni potrebbe significare che l'accordo con Italia viva è fatto e che quindi per il ddl Zan si apre il ritorno alla Camera con il conseguente rischio di un definitivo affossamento della legge. In serata le pregiudiziali di costituzionalità vengono respinte: i contrari sono 136, i favorevoli 124, 4 gli astenuti. Uno scarto di 12 voti, uno in più rispetto alla scorsa settimana quando è stata approvata la calendarizzazione della legge. Risultato in un certo qual modo scontato. A carte scoperte gli equilibri restano più o meno gli stessi nonostante le assenze. Cosa ben diversa sarà quando, con l'esame degli emendamenti, si procederà con voto segreto.
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 14 luglio 2021
Bagarre in aula e lavori subito sospesi, ma i capigruppo dicono no al ritorno in commissione. Renzi e la Lega insistono per modificare il provvedimento, il cui voto rischia di slittare a settembre. Come in un gigantesco gioco dell'oca, nel giorno in cui il ddl Zan approda nell'aula del Senato dopo otto mesi di ostruzionismo leghista, il partito di Matteo Salvini prova a far ripartire dal via l'istruttoria sulla legge contro l'omotransfobia. Proponendo subito di sospendere i lavori per tornare al tavolo della maggioranza e tentare un'ultima mediazione.
E pazienza se a quel tavolo una mediazione è già stata tentata ed è miseramente fallita. L'importante è prendere ancora tempo, indirizzare il testo verso un binario morto. Ma la manovra riesce solo in parte: dopo un pomeriggio di battaglia, tra questioni di pregiudizialità e cori da stadio, l'avvio della discussione generale è rinviata a oggi; martedì prossimo scadrà il termine per depositare gli emendamenti; dopodiché si comincerà a votare. Quando, però, resta un rebus: causa ingorgo di decreti più urgenti, che avranno la precedenza su tutto. Entro il 24 va convertito il Sostegni bis, entro il 30 il Semplificazioni. Per la Zan il percorso si fa comunque a ostacoli, con il rischio concreto di un rinvio a settembre.
La seduta non è ancora iniziata quando i senatori si mettono ad armeggiare col pallottoliere. All'appello mancano 11 grillini, nel Pd gli assenti giustificati sono tre. Numeri che, se si dovesse votare oggi, porterebbero la legge contro i crimini d'odio dritta contro un muro. Lo dice chiaro Matteo Richetti, unico esponente di Azione: "Se il clima resta questo, al primo scrutinio segreto ci andiamo a schiantare". Riflessione condivisa con l'azzurro Andrea Cangini, fra i più favorevoli al ddl, sebbene modificato: "Così non passa". Mentre Roberto Calderoli, mago delle manovre d'aula, già gongola: "Stavolta non presenteremo migliaia di emendamenti, ma pochi e ben mirati, userò il mitra di precisione".
Ecco perché Italia viva si agita. E decide - insieme a Fi e l'appoggio esplicito di FdI - di sostenere la richiesta del capo della commissione Giustizia, Andrea Ostellari, per sospendere la seduta e far ripartire la caccia a un improbabile compromesso. Con la sponda della presidente Casellati, che dopo l'intervento del leghista decide di convocare in chat - altro inedito assoluto - la conferenza dei capigruppo per verificare "se c'è un percorso per fare una legge insieme", insiste il renziano Davide Faraone. Ma M5S e Pd non ci stanno. E in aula esplode la bagarre.
Ci prova il dem Franco Mirabelli a spiegare che la proposta del Carroccio è "l'ennesima melina per affondare una legge che dà tutela a migliaia di persone e si tenta invece di affondare con giochetti, tattiche e furbizie", ma i buuuu e le urla provenienti da destra lo sovrastano. Finché l'ex presidente del Senato Piero Grasso non perde la pazienza e se la prende con colei che l'ha sostituito sullo scranno più alto di palazzo Madama: "Dobbiamo ristabilire la verità in quest'aula", esordisce l'ex magistrato mentre l'emiciclo si trasforma in un'arena.
"Lei non può consentire ad Ostellari di dare la sua versione, tra l'altro non corretta, sui lavori della Commissione senza ascoltare noi", si sgola. "Abbiamo dovuto forzare per discutere questo provvedimento e ora torniamo indietro? Lei non lo deve consentire", si inalbera. E quando la grillina Maiorino accusa la Lega di "non aver alcun interesse" a varare il ddl Zan, l'assemblea si trasforma in un ring. Costringendo la presidente a brandire il campanello per riportare la calma: "Non voglio un clima da stadio, gli Europei li abbiamo già vinti". Ma non c'è verso. Gli animi sono infuocati. "Come facciamo a parlare di legge contro l'odio se non riusciamo a confrontarci civilmente?", si rammarica la capogruppo delle Autonomie, Julia Unterberger chiedendo di fare "tutti un passo indietro". Impossibile, a giudicare dalla distanza fra le opposte fazioni.
Sono i capigruppo a certificare il burrone che li divide. La proposta del centrodestra e di Iv di prendere tempo per una nuova mediazione viene rispedita al mittente. "Ci abbiamo già provato e non è andata bene", fa muro il 5 Stelle Ettore Licheri. Alla fine la decisione è presa: entro il 20 luglio vanno depositati gli emendamenti, invece le pregiudiziali di costituzionalità firmate da Lega e FdI si votano subito. A esprimersi, con analoghi argomenti, sono sia Renzi sia Salvini. "La prova che sono d'accordo", sbuffa un senatore dem.
"Il mio è un appello molto semplice", attacca il senatore di Firenze: "Si faccia un accordo sui punti controversi e si chieda a tutte le forze politiche di presentarlo alla Camera entro 15 giorni. Se si andrà allo scontro, muro contro muro, e si andrà allo scrutinio segreto, avrete distrutto le vite di quei ragazzi". Più o meno il medesimo invito del leader leghista: "Chiedo di superare steccati ideologici e in un mese approviamo una norma di civiltà". Tesi che pecca di incoerenza, punta il dito Loredana De Petris, capo del Misto: "Perché questo appello a rispettare i diritti non l'ha fatto ai suoi alleati dell'Ungheria di Orban?".
Il voto, palese, respinge le pregiudiziali con 124 sì, 136 no e 4 astenuti. Lo scarto è di appena 12 senatori. Quando ci sarà da misurarsi con lo scrutinio segreto i 17 di Iv saranno decisivi. Ma per oggi la capogruppo pd Simona Malpezzi si gode il successo: "Al Senato la maggioranza per approvare il ddl Zan c'è". Al riparo dell'urna, però, rischia di rivelarsi una vittoria di Pirro.
Corriere di Como, 14 luglio 2021
È stato pubblicato all'albo pretorio l'avviso per la selezione comparativa per l'incarico di Garante per i diritti delle persone private della libertà personale. L'incarico è a titolo gratuito con la possibilità di rimborso delle spese documentate fino a un massimo di 3.000 euro l'anno, e ha la durata di tre anni.
Il Garante opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale con una serie di iniziative che può promuovere a tutela dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali, con particolare riferimento ai diritti fondamentali, alla casa, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e nelle competenze del Comune, tenendo conto della loro condizione di restrizione.
Le attività che potrà porre in essere e gli obiettivi sono meglio specificati nel regolamento pubblicato nella pagina dedicata a Statuto e regolamenti del sito istituzionale del Comune (link diretto al regolamento: https://www.comune.como.it/export/sites/default/it/doc/regolamenti/Regolamento-Garante-detenuti.pdf)
Per ricoprire questo incarico è richiesta comprovata competenza nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di prevenzione e pena e nei centri di servizio sociale, che per esperienze acquisite nella tutela dei diritti, offra la massima garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenza e capacità di esercitare efficacemente le proprie funzioni. Le domande vanno presentate secondo le modalità indicate nell'avviso entro il 30 agosto 2021.
di Mara Rodella
Corriere della Sera, 14 luglio 2021
Il giovane di Borgosatollo (Bs), 42 anni, Michele Colosio, è stato freddato con quattro colpi di pistola a Cristobal de Las Casas, in Chiapas mentre andava a fare la spesa. "Era bravo con i bambini": il ricordo del dirigente dell'ospedale di Brescia che l'aveva assunto.
Ucciso a colpi di pistola mentre andava a fare la spesa a pochi passi da casa, a San Cristobal de Las Casas, in Chiapas (Messico). Così è morto Michele Colosio, 42enne di Borgosatollo, paesino dell'hinterland di Brescia dove era cresciuto.
Nel Paese centroamericano lavorava a progetti di cooperazione e volontariato. Anche la famiglia ha avuto fino ad ora solo notizie frammentarie. La madre Daniela, secondo quanto ricostruito dal Giornale di Brescia, dall'altra notte è al telefono con il Consolato e l'Ambasciata ma anche con diversi italiani che operano nella stessa zona e che, appena saputa la notizia, l'hanno contattata: "Non meritava di fare questa fine, era andato là solo per fare del bene" ha detto la madre. Colosio era un ex tecnico di radiologia al Civile di Brescia e che aveva lasciato tutto per dedicarsi al piccolo podere in Messico.
La criminalità e la città "inferno" - Che San Cristobal e i paesi di quella zona fossero dominati da una violenza diffusa lo denunci anche la Casa de Salud nel quale il giovane lavorava: "La povertà diffusa e l'impunità hanno trasformato questa bella città in un inferno" scrive la comunità sul proprio profilo Facebook. Ricordando che grande cuore di Michele Colosio. Un giovane che "è morto dopo un assalto, uno dei tanti - scrivono - che ogni giorno si danno nel villaggio magico di San Cristoforo, una città già alla mercé di tanti gruppi armati (criminalità comune, crimine organizzato, narcos)".
Il movente - C'è infatti da capire se i suoi progetti di volontariato e cooperazione fossero entrati in conflitto con altri interessi. In Messico Colosio gestiva un piccolo podere in cui allevava animali da cortile e progettava interventi per l'istruzione dei bambini poveri. Altra ipotesi è che si sia trattata di una rapina finita male. Da una prima ricostruzione dell'omicidio, gli spari sarebbero partiti da un uomo in sella a una motocicletta verso le 22, ora locale. Sarebbe stato soccorso immediatamente sul posto, poi la disperata corsa in ospedale dove è morto poco dopo a causa delle gravi ferite.
Le ultime ore - Mettendo insieme gli spiccioli di informazioni avute dai canali ufficiali e quelle raccolte tra connazionali e amici in Messico, la famiglia di Michele Colosio ha provato a ricostruire le ultime ore dell'uomo. "Era uscito di casa per fare delle compere in un negozio poco distante. Erano circa le 10 di sera, l'alba qui da noi. Qualcuno gli si è avvicinate e lo ha aggredito a colpi di pistola". Questo è quello che i familiari sono riusciti a sapere finora ma restano numerose altre domande cui dovranno rispondere le autorità locali anche, si spera, con l'appoggio delle strutture diplomatiche italiane. Intanto alcuni dettagli in più arrivano da un giornale locale secondo cui gli spari sarebbero arrivati da una motocicletta in corsa.
"Predisposto a lavorare con i bimbi" - Luigi Peroni, dirigente dell'ospedale Civile di Brescia e presidente dell'Ordine delle professioni sanitarie, se lo ricorda Michele Colosio. L'aveva fatto lui il colloquio per l'assunzione al Civile, diversi anni fa. "Ha accettato di lavorare subito in Radiologia pediatrica. È difficile che i giovani, freschi di laurea, accettino di partire dal settore pediatrico perché le tecniche di diagnostica sono più complesse con i bambini. Le dosi dei raggi sono inferiori e bisogna avere delle attenzioni particolari per mobilizzare il paziente. Ci vuole una predisposizione particolare" racconta Peroni. Che infatti ricorda il "carattere tranquillo" di Michele Colosio. "Noi tecnici di solito siamo freddi e matematici, lavoriamo con le macchine, siamo bravi con la tecnica. Questo ragazzo - dice - aveva un carattere" che con i bambini "andava bene. Sembrava predisposto".
Il sindaco: "Era tornato l'anno scorso" - "Non conoscevo Michele personalmente, ma ho ricevuto tante testimonianze in queste ore di concittadini che lo ricordano come un ragazzo molto buono d'animo". Così Giacomo Marniga, sindaco di Borgosatollo - il paesino dell'hinterland di Brescia dove il volontario era cresciuto - ricorda Michele Colosio. Questo ragazzo era andato via da una decina d'anni, ma "manteneva il legame con la comunità perché la mamma vive qui, era tornato lo scorso anno in autunno - spiega - e aveva ritrovato molti amici. Una persona benvoluta che ha lasciato un bel ricordo di sé".
La denuncia della comunità messicana - "Michele Colosio è stato ucciso ieri sera. Il suo sorriso noto e largo si è spento, lo hanno ucciso in un assalto, a un isolato da casa sua, tornando dai festeggiamenti per la finale dell'Eurocoppa". È il ricordo-denuncia lasciato sul profilo Facebook dalla "Casa di Salute Comunitaria Radice del Vento" di San Cristobal de Las Casas, in Chiapas. "Michele è nato in Italia ma è sempre stato un cittadino del mondo, viveva in Messico da più di 10 anni e aveva una grande rete di amicizie, grande come il suo cuore. Artigiano, viaggiatore, pastore di capre, contadino, trapaniere, meccanico di bicicletta e tutto quello che gli veniva in mente di imparare, Michele - così lo descrivono - nella sua gioventù ha studiato e lavorato come radiologo in un ospedale e il suo cuore e le sue conoscenze lo hanno avvicinato alla nostra Casa di Salute Comunitaria Yi ' bel Ik ' ′′ Radice del Vento ", così come a molti altri progetti sociali, convinto com'era lui che bisognava dare, bisognava aiutare, bisognava fare popolo nella fratellanza, senza distinzioni di lingue, confini e colore di pelle.
Il post lasciato dalla "Casa della Salute" dove il volontario lavorava lascia capire il background di violenza e corruzione dominante nel piccolo paese messicano, come in diversi altri. "È morto dopo un assalto, uno dei tanti - scrivono - che ogni giorno si danno nel villaggio magico di San Cristoforo, una città già alla mercé di tanti gruppi armati (criminalità comune, crimine organizzato, narcos)". Parole dirette, pesanti, che accusano un sistema dove la violenza domina: "Il marciume istituzionale, la povertà diffusa e l'impunità hanno trasformato questa bella città in un inferno più delle migliaia di questo paese addolorato. Lo denunciamo da anni e resistiamo, non ci fermiamo".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 luglio 2021
Dalle 17 a Montecitorio oltre cento realtà contro il rinnovo dei finanziamenti alle milizie libiche. I numeri di Frontex sugli attraversamenti delle frontiere Ue mostrano che non c'è alcuna emergenza in corso. Sono oltre 100 le organizzazioni non governative, le associazioni e i collettivi che questo pomeriggio dalle 17 presidieranno la piazza romana di Montecitorio per dire al parlamento che sulla Libia bisogna voltare pagina. Quattro le richieste principali: interruzione della missione in Libia e della cooperazione senza garanzie concrete sulla tutela dei diritti umani; fine del sostegno e della collaborazione con la sedicente "Guardia costiera libica"; evacuazione immediata delle persone rinchiuse nei centri di detenzione ed estensione dei canali di ingresso regolari; ripristino di un sistema istituzionale di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e riconoscimento del ruolo essenziale svolto dalle Ong per la salvaguardia della vita in mare.
Il simbolo della manifestazione sarà una benda biancata, indossata a coprire gli occhi per denunciare il comportamento delle autorità, italiane ed europee, che si rifiutano di vedere e accettano la violazione dei diritti umani. A promuoverla, tra gli altri, Arci, Amnesty International, Asgi, Associazione Ong Italiane, Campagna Io Accolgo, LasciateCIEntrare, Libera, Tavolo Asilo e Immigrazione, Un Ponte per. E poi attivisti e volontari delle Ong del Mediterraneo: Open Arms, Mediterranea, Sea-Watch, Medici Senza Frontiere, Sos Mediterranée, ResQ.
Intanto ieri la discussa agenzia europea per le frontiere esterne Frontex ha pubblicato i numeri degli "attraversamenti illegali ai confini" del Vecchio Continente: il 59% in più dello scorso anno. Un aumento percentuale che potrebbe generare allarmismo, ma che va letto a partire dalle cifre assolute: 61mila persone, cioè lo 0,0137% degli abitanti dell'Unione Europea. I maggiori aumenti lungo la rotta balcanica (18.604, +92%), quella dell'Africa occidentale che arriva alle Canarie (+144%) e quella del Mediterraneo centrale diretta verso Italia e Malta (21.955, + 159%). I flussi cresciuti di più sono dunque quelli da Libia e soprattutto Tunisia.
Secondo Frontex in questi due paesi "le reti di trafficanti hanno ripreso le loro attività". Ma è lecito pensare che, al di là delle organizzazioni criminali, siano soprattutto la crisi economica, sociale e sanitaria tunisina e la persistente situazione libica caratterizzata da orrori, violenze, detenzioni arbitrarie e instabilità politica a fare da push factor per i migranti che decidono di prendere il mare. I numeri smentiscono invece, e per l'ennesima volta, la teoria del pull factor, secondo cui le navi umanitarie costituirebbero un fattore di attrazione per i migranti. Mai come quest'anno sono state bersagliate da fermi amministrativi e quarantene selettive, eppure gli arrivi sono cresciuti comunque. Più dei flussi, però, sono aumentati i morti annegati in un mare svuotato da assetti istituzionali o civili di soccorso.
Dall'inizio dell'anno sono 756 le vittime accertate lungo la rotta centrale, nello stesso periodo del 2020 erano state 262: +188,5%. Impennata anche delle persone catturate dalla "guardia costiera libica" e riportate indietro: al 12 luglio erano 16.206, mentre in tutto il 2020 sono state 11.891 (i dati sono dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni-Oim). "20.500 persone arrivate via mare in Italia al 30 giugno. Niente di paragonabile con i numeri degli anni 2014-17 - ha twittato nei giorni scorsi Flavio Di Giacomo, portavoce per il Mediterraneo dell'Oim - Dati alla mano, non ci sono emergenze numeriche".
Ieri a Lampedusa ci sono stati sette arrivi di barchini provenienti da diverse parti della Tunisia per un totale di 104 persone. 283 sono state trasferite dall'hotspot, dove ne sono rimaste 750. Alarm Phone ha lanciato l'Sos per un barcone con a bordo 80 migranti a poche miglia dalle acque italiane. "A più di 12h dalla prima allerta, le 80 persone sono ancora in pericolo - ha scritto su Twitter Ap intorno alle 18 di ieri - La situazione drammatica a bordo. Il mercantile Chembulk è a poche centinaia di metri ma resta a guardare e non soccorre. Queste persone hanno bisogno di soccorso e di un Pos in Europa!".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 14 luglio 2021
"Siete ciechi davanti alle torture, fermate questa missione". Oggi la manifestazione in piazza Montecitorio. Altri 10,5 milioni sono previsti dal voto atteso giovedì in Parlamento. Dall'Italia 49 mezzi militari alla Libia. Per i 60mila migranti respinti un destino di dolore e morte.
Che fine hanno fatto le 60mila persone che negli ultimi quattro anni sono state intercettate dalla guardia costiera libica mentre tentavano di raggiungere l'Europa? Uomini, donne, ma anche migliaia di bambini, risucchiati nell'enorme buco nero dei centri di detenzione, oggetto di violenze, stupri, torture, strumento di nuovi ricatti per le famiglie rimaste nei Paesi d'origine. Oppure uccisi, morti di stenti o ancora finiti tra le migliaia di migranti (823 solo dall'inizio dell'anno ad oggi) inghiottiti dal mare. Di loro tutto si può dire tranne che siano stati salvati.
Per riportarli lì da dove sono partiti, le spiagge tra la Libia e la Tunisia dove i trafficanti hanno le basi del loro business più fruttuoso della droga, l'Italia ha pagato dal 2017 a oggi più di 22 milioni di euro (solo per le missioni bilaterali di supporto alla guardia costiera libica) e nel 2021 intende investire, nel sostegno ai libici per il controllo della loro zona Sar (ricerca e soccorso) istituita ad hoc, altri 10,5 milioni, 500mila euro in più euro rispetto al 2020. "Ed è solo una piccola parte delle risorse a sostegno della guardia costiera di Tripoli, visto che la cifra più grossa arriva dall'Unione europea attraverso i fondi della cooperazione che, invece di essere spesi in programmi di sviluppo, vengono impiegati per quelli che le stesse agenzie dell'Onu, Unhcr e Oim, definiscono respingimenti (e dunque illegali per l'Europa) e non certo operazioni di soccorso in mare, dice Filippo Miraglia dell'Arci.
Quella del 30 giugno in zona Sar Maltese, con i militari libici all'inseguimento, a colpi di mitraglia sparati ad altezza d'uomo, di 62 migranti, è sola l'ultima di una serie di operazioni condotte da uomini addestrati da personale italiano che utilizzano motovedette fornite dall'Italia, tra cui l'ormai tristemente famosa Ras Jadar, ceduta con il primo gruppo di mezzi navali nel 2009 e ripristinata nel 2017, all'inizio del rinnovato patto di formazione e sostegno della Guardia costiera: 23 le motovedette fornite a cui si aggiungono 20 battelli a chiglia oceanica di nuova costruzione e altri due mezzi di prossima consegna.
Eppure, quando si tratta di intervenire per soccorrere barconi o gommoni a rischio naufragio, i libici non arrivano quasi mai. La loro sala operativa, a cui il centro di ricerca e soccorso di Roma o le ong girano le segnalazioni, non risponde. E la nave della Marina militare italiana di stanza a Tripoli che dovrebbe solo fornire supporto tecnico, di fatto - come hanno messo in luce diverse inchieste giudiziarie - spesso fa da collegamento con i piani alti della guardia costiera libica dove (anche qui inchieste e report dell'Onu non si contano più) continuano a sedere trafficanti che di giorno vestono la divisa.
Difficile non vedere le ripetute violazioni dei diritti umani, di leggi e convenzioni internazionali, tanto che per l'ultimo attacco a colpi d'arma da fuoco della motovedetta libica contro il barcone di migranti poi riparato a Lampedusa il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ha chiesto alla ministra della giustizia, Marta Cartabia, l'autorizzazione a poter procedere contro i libici per tentato naufragio.
Qual è dunque il vero prezzo che l'Italia è disposta a pagare per arginare le partenze dalla Libia? È quello che chiedono le oltre cento tra associazioni, Tavolo asilo e Ong che scenderanno in piazza oggi pomeriggio alle 17 in piazza Montecitorio con una benda bianca sugli occhi "simbolo - dicono - di quelle autorità che si rifiutano di vedere e che si piegano volontariamente alle barbarie e all'annullamento di diritti umani", per denunciare la responsabilità delle autorità italiane e per chiedere lo stop al rinnovo della missione in Libia, l'evacuazione immediata dei centri di detenzione e il ripristino di un sistema istituzionale di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e il rilascio di tutte le navi umanitarie bloccate da fermi amministrativi. In piazza anche migranti che ce l'hanno fatta a raggiungere l'Italia e che racconteranno le storie di violenze subite dalla guardia costiera libica.
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