di Simona Musco
Il Dubbio, 3 giugno 2021
Intervista a Gian Carlo Caselli, ex procuratore a Palermo nel periodo successivo alle stragi del 1992: "Grazie ai collaboratori i risultati delle indagini possono essere disastrosi per i mafiosi". "Insieme al collega Alfonso Sabella ("Il cacciatore di mafiosi" nel titolo di un libro molto documentato che scriverà) ho partecipato ad alcune riunioni nella sala operativa della Questura di Palermo finalizzate alla cattura di Giovanni Brusca. Posso quindi dire di aver seguito molto da vicino l'operazione che pose fine alla sua latitanza. Come Procuratore capo di Palermo ho poi partecipato, con altri magistrati, ai primi interrogatori disposti non appena Brusca manifestò segnali (per altro all'inizio piuttosto ambigui e tortuosi) di disponibilità a collaborare. Ma i ricordi personali con le relative emozioni vorrei lasciarli da parte". A parlare è Gian Carlo Caselli, che ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo nel periodo successivo alle stragi del 1992.
La scarcerazione di Brusca ha diviso l'opinione pubblica, vittime comprese. In molti, per deprecarla, hanno citato Falcone, vittima di Brusca ma anche sostenitore della legge che oggi gli consente di stare fuori dal carcere. Come giudica, lei che è stato tra i primi a interrogarlo, la sua fuoriuscita dal carcere?
È vero, Falcone, vittima di Brusca nella strage di Capaci, è stato uno dei principali sostenitori della legge che oggi consente al suo killer di essere scarcerato. Anzi, poiché la legge che egli chiedeva a gran voce (dall'alto della sua straordinaria competenza quasi la pretendeva) tardava ad essere approvata, ad un certo punto arrivò ad esprimere il sospetto che dietro la "perdurante inerzia nell'affrontare i problemi del pentitismo" si nascondesse la voglia di non "far luce sui troppo inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti".
E attenzione: Falcone non parlava mai a vanvera, ma sempre a ragion veduta. Innanzitutto perché il suo capolavoro investigativo giudiziario, il maxi processo che ha segnato la fine del mito dell'invulnerabilità della mafia, lo ha costruito sulla base proprio delle rivelazioni dei pentiti Buscetta, Contorno, Calderone e Marino-Mannoia. Poi perché lavorando a stretto contatto con gli Usa sapeva bene che in questo come in moltissimi altri paesi l'uso dei pentiti nella lotta al crimine organizzato è pratica abituale. Con una differenza: che noi li processiamo e li condanniamo, sia pure a pene ridotte, mentre altrove (ad esempio proprio in Usa) i collaboratori possono godere di una completa immunità per i reati commessi.
È una vittoria dello Stato, dunque?
Se vogliamo chiamare vittoria l'applicazione di una legge dello Stato, ebbene è una vittoria. Ma di vittoria (volendo usare termini un po' bellicistici) dovremmo piuttosto parlare con riferimento alla legge nel suo complesso. Per il semplice motivo che senza la legge sui pentiti di strada contro la mafia ne avremmo fatta e ne faremmo molto poca. Mi spiego con una metafora persino banale. Essendo fondato su vincoli associativi segreti, il gruppo mafioso può essere paragonato ad una roccia, rispetto alla quale le indagini senza "pentiti" appaiono come un semplice scalpello. Se non si rompe, lo scalpello riesce a scheggiare la superficie esterna della roccia ma non a penetrarci dentro. Invece, le indagini collegate alle ricostruzioni fornite dai collaboratori di giustizia riescono a trasformare lo scalpello in una sorta di carica esplosiva. Una carica posta all'interno della roccia, che la spacca mettendone a nudo la parte più segreta. Insomma, grazie all'apporto dei collaboratori di giustizia i risultati delle indagini possono essere disastrosi per la roccia, cioè per i mafiosi. E questo dato è quello che più dovrebbe interessare nel contesto della lotta alla mafia. E che poi porta a riflettere su una realtà ineludibile. Se allo Stato i pentimenti dei mafiosi sono utili (e lo sono), proprio per questo uno Stato responsabile deve incentivarli. Con misure previste da una legge ad hoc, senza i sotterfugi e le vischiosità che fisiologicamente caratterizzano la collaborazione dei semplici "confidenti".
I familiari delle vittime chiedono un controllo ferreo del suo comportamento fuori dal carcere. Molti pentiti lamentano, però, di essere abbandonati a se stessi. Si può potenziare il servizio centrale di protezione?
Dico subito che i familiari delle vittime, vittime a loro volta di un continuo, immenso dolore dell'anima che non lascia respiro, meritano proprio per questo ogni rispetto. Non è pertanto accettabile che qualcuno (come invece è avvenuto), temendo un "approccio accentuatamente vittimo-centrico" ai problemi di mafia, arrivi a sostenere "che occorrerebbe creare un nuovo binario per la rieducazione delle vittime, da affidare alla competenza di eserti psicologici in gradi di aiutare ed elaborare il dolore con strumenti psicologicamente adeguati". Ci mancherebbe solo questo... Quanto al controllo ferreo di Brusca in libertà, è persino ovvio pretenderlo.
Non possiamo assolutamente consentirci altri Antonio Gallea: condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio Livatino, di recente egli ha approfittato dei benefici penitenziari ottenuti per rientrare in posizioni di rilievo nella sua organizzazione criminale (Stidda). Se si ripetesse con Brusca sarebbe uno tsunami. Quanto al servizio di protezione, l'ideale sarebbe qualcosa che si avvicini al "Marshall service" Usa, la cui efficienza persino spietata ho personalmente constatato quando son dovuto andare in Usa per interrogare alcuni pentiti italiani. Ma il nostro Servizio centrale di protezione (pur funzionando bene) ha problemi di bilancio e di un numero molto elevato di persone da proteggere, problemi che in Usa non esistono.
Per molti Brusca è un pentito controverso e due anni fa la Cassazione ha respinto la sua richiesta di poter scontare i suoi ultimi anni ai domiciliari, in quanto non avrebbe mostrato il necessario pentimento civile, oltre che processuale. Quanto ha davvero contribuito nella lotta alla mafia la sua collaborazione?
Preferisco non rispondere a domande che riguardano il caso specifico di Brusca.
In molti ora, gridando allo scandalo, chiedono di cambiare la legge sui pentiti. C'è davvero qualcosa da cambiare?
La legge originaria del 1991, che ha funzionato benissimo, è stata modificata nel 2001, secondo me in senso peggiorativo. Non è un caso che da allora i pentiti (che prima erano stati letteralmente una slavina) siano decisamente diminuiti. Per cui, basta così con le modifiche. Abbiamo, come usa dire, già dato... Il vero problema è l'uso corretto dei pentiti. Non si chiedono analisi ai pentiti: si pretendono fatti, ricostruzioni, il racconto di vicende da verificare, da sottoporre al vaglio critico della ricerca di concrete e oggettive conferme. E se tutto funziona secondo le regole (in particolare quella che senza adeguati riscontri le parole non sono prove) il contributo dei collaboratori di giustizia è davvero insostituibile.
Quanto sono ancora utili i pentiti nella lotta alle mafie?
È vero che oggi si sono sviluppate in misura esponenziale le indagini basate su intercettazioni telefoniche e/o ambientali. Ma dove piazzare le "cimici", quali siano i posti dove i mafiosi si trovano o si riuniscono, sono proprio i pentiti che possono indicarlo. Di nuovo: si tratta di segreti e senza la password fornita dai pentiti i segreti restano tali.
La Consulta ha chiesto al Parlamento di legiferare affinché la collaborazione non sia l'unico criterio per ottenere dei benefici quando si sconta l'ergastolo ostativo, in quanto la collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento. Che posizione ha a riguardo?
Sull'ergastolo ostativo ho detto e scritto persino troppo. Rispetto ovviamente e senza mere clausole di stile l'orientamento della Consulta, anche se alcuni passaggi della motivazione mi lasciano dei dubbi. In ogni caso prendo atto che è la stessa Corte costituzionale che mette in guardia contro "il rischio di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata". Equivale a riconoscere che bisogna fare molta attenzione a toccare una componente dell'architettura complessiva antimafia, se si vuole evitare che questa crolli tutt'intera. E la Consulta usa proprio questo "rischio" per spiegare il differimento di un anno dell'effettività della sua ordinanza di incostituzionalità in tema di ergastolo ostativo e liberazione condizionale. La Consulta inoltre afferma esplicitamente che il valore della collaborazione va salvaguardato. Rischio di interventi inadeguati e valore del pentimento sono dunque paletti di cui, secondo me, nell'anno a venire il Legislatore non potrà non farsi carico, salvo preferire che restino solo macerie e la soddisfatta allegria dei mafiosi. Non si tratta di giustizialismo manettaro, ma di semplice realismo. Per non finire come il don Ferrante di Manzoni, che discettava sulla peste che non esisteva mentre ne moriva.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 giugno 2021
Giovanni Brusca, l'uomo che uccise Falcone e che dopo 25 anni di carcere è stato rimesso in libertà, ha chiesto perdono ai familiari delle vittime in un video pubblicato ora per la prima volta: "Ho dato il mio contributo per mettere fine a Cosa nostra, una catena di morte". "Chiedo scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime a cui ho provocato tanto dolore e tanto dispiacere".
Con queste parole, cinque anni fa - dopo venti di detenzione e di collaborazione con la giustizia - Giovanni Brusca (oggi 64enne) cominciò una lunga intervista con il regista-documentarista francese Mosco Levi Bocault, che stava realizzando il film "Corleone", una produzione di Arte France e Zek, presentato al festival di Roma nel 2018. Nel film ci sono le immagini e le voci di pentiti di mafia, investigatori antimafia e testimoni della stagione di sangue e di terrore scatenata dalla cosca di Totò Riina.
Tra quelle testimonianze spicca quella di Giovanni Brusca, registrato per alcune ore in una sala colloqui del carcere romano di Rebibbia, dove l'esecutore materiale della strage di Capaci si presentò bardato per non essere riconoscibile, ma con la sua voce inconfondibile già tante volte ascoltata nei processi di mafia. Davanti alla telecamera il killer di fiducia di Riina raccontò la sua affiliazione a Cosa nostra, i principi dell'organizzazione mafiosa, i delitti a cui ha assistito e quelli che ha commesso, compresi quelli per i quali è diventato famoso in tutto il mondo: l'eccidio in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, e l'omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo Di Matteo (qui la reazione di Di Matteo alla liberazione di Brusca: "Se lo trovo per strada, non so che succede").
Ma prima di cominciare a svelare i segreti di Cosa nostra e della sua vita di assassino e collaboratore di giustizia, Brusca volle fare una dichiarazione preliminare per chiedere perdono ai parenti delle tante vittime che ha sulla coscienza; e colse l'occasione per scusarsi anche con la donna che all'epoca era ancora sua moglie e con il figlio, per la doppia scelta che ha segnato la propria esistenza e quella della sua famiglia: prima mafioso e poi pentito (qui l'articolo che spiega la sua "nuova vita").
"Quella di collaborare con la giustizia è una scelta sempre denigrata - spiegò - ma è giusta perché serve a mettere fine a quella fabbrica di morte che si chiama Cosa nostra". Il video con la richiesta di perdono - mai pubblicato, fino a questo momento - è finito agli atti del fascicolo del detenuto Brusca, per essere valutato dai giudici che nel tempo gli hanno accordato i permessi premio per uscire di tanto in tanto dal carcere, nonché i giorni di liberazione anticipata che spettano ai reclusi che mantengono una buona condotta, ma gli hanno negato la detenzione domiciliare, tenendolo in cella fino alla fine della pena. Arrivata due giorni fa.
di Marco Mobili e Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2021
È allarme rosso sulla riscossione. Dal 2000 al 2020 si stanno perdendo per strada quasi l'87% di multe e tasse contestate da enti locali e agenzia delle Entrate. Il tutto a fronte di un numero monstre di contribuenti raggiunti dalle cartelle: sono 18 milioni tra cittadini e operatori economici. È quanto emerge da una elaborazione de "Il Sole 24 Ore" che ha messo a confronto in queste due pagine i dati della Riscossione, delle Entrate, dell'Ifel e della Corte dei Conti. Un problema che si è stratificato nel tempo, nonostante la riscossione da ruolo, dopo la riforma del 2005, ha avuto, nei suoi valori assoluti, un progressivo incremento: da una media di circa 3 miliardi all'anno incassati dal 2000 al 2005 si è passati ad una media annuale di circa 7,5 miliardi nel periodo Equitalia (2006-2016) fino ad arrivare, anche grazie alle definizioni agevolate, ai 10,9 miliardi di euro nel periodo successivo alla nascita di agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader 2017-2019).
Come messo in luce dalla Corte dei conti su 100 euro affidati da recuperare, al netto di sgravi e sospensioni, in ventuno anni ne sono entrati, comunque, nelle casse dell'Erario e degli altri enti impositori appena 28. Con cifre che si assottigliano per i crediti che più recentemente sono stati affidati all'agente della riscossione.
E qui vanno individuate almeno due concause. Da un lato, una difficoltà strutturale a riscuotere che viene da lontano. Fin dall'unità d'Italia la riscossione affidata alle differenti figure di esattori privati era tenuta a debita distanza dalla politica. Nel 1999 con la prima vera riforma della riscossione ci si rese conto delle difficoltà che la macchina della riscossione era costretta ad affrontare per recuperare le somme non versate. L'obbligo di rendicontazione per ogni singolo ruolo non avrebbe fatto altro che paralizzare l'intera macchina della riscossione privata e a cascata, per i relativi controlli, quella pubblica. Dall'altro le scelte della politica che dal 2011 in poi hanno limitato fortemente i poteri dell'agente della riscossione che all'epoca si chiamava Equitalia prima che nel 2016 il Governo Renzi archiviasse quell'esperienza dando vita ad Ader.
Il risultato è stato quello di aver creato un magazzino dove oggi sono stipate oltre 163 milioni di cartelle esattoriali. Cifra al netto dei 9 milioni che saranno stralciati con il condono del decreto Sostegni-1 ma che comprende già gli oltre 10 milioni di Riscossione Sicilia, che dal 1° ottobre confluirà in Ader, sia i circa 13 milioni che ogni anno l'agente pubblico della riscossione emette.
Una montagna di crediti dello Stato e di altri enti che tra sanzioni e interessi vale complessivamente oltre 930 miliardi di euro, come messo in luce dall'analisi della Corte dei conti, e che interessa qualcosa come 18 milioni di debitori, come ha ricordato in più occasioni nel corso delle audizioni in Parlamento lo stesso direttore delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini. Il problema è che si tratta di ruoli ormai datati e quindi diventati sempre più difficili da recuperare. Il 79% dei carichi è stato affidato dal 2000 al 2015, mentre solo il residuo è più recente. Se si guardano gli enti titolari di questa montagna di crediti, considerando il loro controvalore in euro, è quasi totalitario il peso di agenzia delle Entrate (79%) e Inps (11,6%). Mentre i Comuni hanno crediti pari all'1,9% del monte complessivo sia perché progressivamente si sono sganciati dall'agente pubblico della riscossione sia perché i loro carichi, su cui pesano prevalentemente le sanzioni amministrative per violazioni al Codice della strada, sono di valore più esiguo.
Con questa situazione e senza un intervento mirato del legislatore ripulire il magazzino dei crediti incagliati dello Stato è impossibile e persino in molti casi antieconomica. Il conto è presto fatto. Per ogni debitore l'agente della riscossione ha diversi strumenti per avviare azioni esecutive e spingere a saldare quanto dovuto ma per ognuno non mancano le difficoltà operative da parte dei 7mila dipendenti di Ader. Facciamo qualche esempio.
Il pignoramento presso terzi di stipendi e pensioni si presta alla possibilità di bloccare immediatamente l'importo da saldare ma l'Anagrafe dei conti non risponde puntualmente alle esigenze della riscossione perché fotografa situazioni e saldi relativi ad anni precedenti e dunque resta più funzionale alle esigenze dei controlli delle entrate mirati su anni d'mposta precedenti. O ancora le ganasce fiscali su autoveicoli o motocicli, su cui però diventa complicato per l'agente pubblico della riscossione gestire un parco mezzi di milioni di veicoli in caso di blocco o sequestro. Per non parlare poi dei pignoramenti di seconde case sulle quali sarebbe poi lo Stato a doversi sobbarcare i costi di gestione e manutenzione di milioni di appartamenti, villette e residence.
Il paradosso è che proprio dall'esterno Equitalia prima e Agenzia delle Entrate-Riscossione ora sono viste come il "volto cattivo" del fisco italiano. Eppure chi ci lavora è chiamato a rispondere in prima persona se non danno seguito alle azioni esecutive e non cercano di recuperare incassi ormai ingestibili o meglio in buona parte inesigibili. Inesigibilità che, allo stato attuale, rappresentano un ulteriore elemento di rallentamento o addirittura di blocco di tutto l'ingranaggio. Basti pensare che si è arrivati a fissare un calendario tale che i ruoli del 2000 potranno essere dichiarati inesigibili soltanto nel 2044. E senza misure strutturali la Riscossione resterà la cenerentola del sistema fiscale facendo perdere di efficacia anche alla compliance su cui gli ultimi Governi stanno spingendo per passare da incassi coattivi a quelli spontanei.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 giugno 2021
Sono il 5,4% nelle carceri dell'isola a frequentare la università, contro l'1,4% a nazionale. Uno studio ha verificato la riduzione della recidiva. Dell'aumento del numero di detenuti che hanno deciso di accedere agli studi accademici ne abbiamo parlato qualche settimana fa, grazie alla segnalazione della Conferenza dei Poli Universitari Penitenziari, istituiti nel 2018. Ora ci concentriamo sul record di iscritti che spetta alla Sardegna, dove il 5,4% delle persone nelle carceri dell'isola frequenta un corso in università, contro l'1,4% nazionale.
"Abbiamo iniziato in una ventina di atenei - ha detto Franco Prina, presidente Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari della Conferenza dei Rettori italiani. Oggi siamo 37 e copriamo regioni nuove, come Puglia e Sicilia, in cui stiamo attivando nuove convenzioni con i provveditorati. In totale l'anno scorso erano 920 i detenuti iscritti in università italiane che offrono questo servizio".
La Rettrice del polo cagliaritano, Maria Del Zompo, ha parlato di ascensore sociale, commentando il successo degli atenei sardi in ambito carcerario. L' Università di Cagliari ha garantito lezioni e seminari, con la collaborazione di tecnici e docenti e inoltre la pandemia ha fatto sì che anche l'amministrazione penitenziaria adottasse collegamenti multimediali che hanno consentito anche in questo periodo la partecipazione dei detenuti ai corsi dell'università.
"Negli anni scorsi gli studi scientifici dello staff della professoressa Cristina Cabras - ha aggiunto il direttore generale dei detenuti e del trattamento, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, Gianfranco De Gesu - hanno dimostrato che quando i detenuti delle colonie penali sarde avevano la possibilità di acquisire competenze attraverso lo studio, il tasso di recidiva crollava".
A rivelare i dati del boom in Sardegna, ma anche a far riflettere sugli studi universitari in case di pena, è stato il Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Maurizio Veneziano, che ha definito il fenomeno delle sedi universitarie carceraria sarde "fortemente significativo di un'azione ben condotta in questa regione con il supporto dell'amministrazione penitenziaria nazionale", che ha saputo creare una rete interistituzionale in grado di far salire questo dato a livelli così importanti.
Inoltre lo stesso Provveditore ha fatto rilevare come lo studio, la cultura e il lavoro, che sono considerati elementi premianti in ambito carcerario, riducano la recidiva, creando un risparmio notevole per l'amministrazione pubblica, un detenuto infatti costa allo Stato in media 300 euro al giorno. Attualmente sono 75 su 190 le sedi carcerarie dove sono attivi i poli penitenziari universitari. Il regolamento di esecuzione adottato con d.p.r.30 giugno 2000, n. 230 ha introdotto diverse agevolazioni per gli studi accademici, come la possibilità per gli studenti di essere assegnati a camere e reparti adeguati per potersi concentrare nello studio, di tenere nella propria camera libri, pubblicazioni ed altri strumenti didattici.
I Poli universitari penitenziari sono stati realizzati grazie a protocolli d'intesa tra il DAP e/o i Provveditorati Regionali dell'Amministrazione penitenziaria (Prap) e le diverse sedi universitarie del territorio. Poli universitari penitenziari o - comunque - accordi volti a favorire il compimento degli studi universitari sono oggi presenti in diverse regioni italiane tra cui Lazio, Sardegna, Abruzzo, Triveneto, Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Calabria, Marche, Emilia Romagna, Puglia e Lombardia.
La realtà dei "Poli Universitari Penitenziari", nata dall'esperienza del volontariato, ha contribuito a dare attuazione ai principi del nostro ordinamento che riconoscono all'istruzione un ruolo fondamentale nell'ambito delle attività finalizzate a migliorare il trattamento dei detenuti e il loro reinserimento sociale. Dalla collaborazione di alcuni professori universitari di Padova con l'istituto penitenziario, che allora aveva sede a Piazza Castello, nacque negli anni 60 il primo corso "ufficiale" - riconosciuto dal ministero - di studi accademici in un carcere italiano; alcuni detenuti diplomati geometri nel carcere di Alessandria (all'epoca unico corso di studi), furono trasferiti a Padova e divennero matricole alla facoltà di Ingegneria civile, pur tra mille difficoltà, quando ancora era impossibile per un detenuto studente raggiungere l'Università per sostenere gli esami.
Negli anni successivi, all'approvazione della riforma del 1975 che ha introdotto il nuovo ordinamento penitenziario, a Padova un gruppo di detenuti studenti universitari (quasi 20) diede vita alla "Scuola in carcere" rendendo possibile che detenuti facessero lezione ai loro compagni di detenzione, molti dei quali analfabeti. Esperienze di studi universitari in carcere vi furono pure a Firenze e Torino; e a Bologna per molti anni si protrasse con risultati straordinari l'esperienza delle letture-dialogo in cui detenuti di etnie diverse entravano in relazione gli uni con gli altri e con studenti esterni.
Successivamente, sulla base di intese tra alcune Università e l'Amministrazione, in alcuni istituti, in applicazione di quanto disposto dagli artt. 19 comma 4 legge n. 354/75 e 44 dpr n. 230/2000, ai detenuti studenti sono state assegnate celle singole e sono stati posti comunque in grado di concentrarsi nello studio disponendo di biblioteche, locali comuni, libri, pubblicazioni e strumenti didattici (Poli universitari).
I protocolli d'intesa hanno previsto forme di finanziamento o di contributi che, sia pure parzialmente, esonerano dal pagamento delle tasse universitarie, e ciò in aggiunta ai benefici economici concessi per legge ai detenuti studenti universitari in disagiate condizioni economiche che abbiano superato tutti gli esami dell'anno e a quelli che abbiano conseguito buoni risultati scolastici a prescindere dalle loro condizioni economiche. Numerose sono le esperienze sul territorio nazionale e le soluzioni raggiunte a volte sono sovrapponibili e a volte diverse le une dalle altre.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 3 giugno 2021
"La professione di garantismo fatta da Luigi Di Maio è significativa, ma impone che partiti giustizialisti come il Movimento Cinque Stelle affrontino problemi finora nascosti sotto il tappeto, a cominciare dalle drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti a Poggioreale e nelle altre carceri italiane": la pensa così Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva e membro del Partito radicale transnazionale.
Da sempre in prima linea per i diritti dei reclusi, Giachetti accetta di svolgere con il Riformista una riflessione a pochi giorni dal suicidio di un giovane ospite di Poggioreale. La vicenda ha suscitato l'indignazione di molti, inclusa quella della leader radicale Rita Bernardini che ha colto l'occasione per denunciare nuovamente lo stato di illegalità in cui versano le prigioni italiane e la sostanziale indifferenza che certa politica riserva a un tema spinoso come quello dell'esecuzione penale.
"Il fatto che un giovane si tolga la vita all'interno di una struttura che dovrebbe essere garantita dallo Stato deve far riflettere tutti, a cominciare da chi detiene il potere decisionale - sostiene Giachetti - Mi riferisco non solo alla ministra Marta Cartabia e ai vertici del Dap e del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, ma anche a tutti i partiti giustizialisti che devono finalmente comprendere che il carcere è l'extrema ratio e non l'unica risposta dello Stato alla criminalità".
Tra questi figura il M5S al quale il ministro (napoletano) degli Esteri, Luigi Di Maio, sta tentando di imprimere una svolta in senso garantista e meno giustizialista. Significative, in questa prospettiva, sono le scuse a mezzo stampa che il titolare della Farnesina ha rivolto a Simone Uggetti, l'ex sindaco di Lodi assolto dopo anni nel mirino dei pm e dei grillini.
"Le parole di Di Maio hanno valore perché segnano una netta inversione di tendenza rispetto alla politica alla quale il M5S ci ha abituato - continua Giachetti - ma devono essere seguite da un'analisi e da un impegno concreti su temi cruciali come il processo penale e le condizioni dei detenuti". Il deputato di Italia Viva può permettersi di lanciare un simile monito. È proprio lui, infatti, ad aver proposto una modifica della durata della liberazione anticipata, cioè di quello "sconto" di pena previsto per i detenuti che dimostrino di partecipare all'opera di rieducazione e mantengano un comportamento irreprensibile all'interno dei penitenziari.
A fronte dell'emergenza Covid, Giachetti aveva proposto di portare quella riduzione da 45 a 75 giorni ogni sei mesi di pena scontata; successivamente, il deputato ha suggerito un aumento da 45 a 60 giorni ogni semestre in via strutturale e definitiva. Quest'ultima proposta è contenuta in un emendamento al disegno di legge di riforma della giustizia penale e attende di essere discussa. Se approvata, la norma alleggerirebbe la pressione sulle carceri, soprattutto su strutture sovraffollate come quella di Poggioreale dove oggi si registrano più di 2.100 detenuti a fronte di una capienza di circa 1.400 unità: "Sarebbe una svolta importante - conclude Giachetti - a patto, però, che cambi la cultura giustizialista che in Italia domina da 30 anni e impone di sbattere qualsiasi criminale in cella e di buttare la chiave".
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 3 giugno 2021
"Chiudiamo la stagione dei decreti Salvini". "È necessario chiudere definitivamente la stagione dei decreti Salvini e dei tagli ai servizi che vengono organizzati all'interno di queste strutture". Il parlamentare Andrea Giorgis commenta così la visita effettuata oggi dentro il Cpr, il centro per il rimpatrio dentro al quale si è tolto la vita Musa Balde. Insieme con la collega Anna Rossomando e alla garante per i detenuti Monica Gallo, hanno infatti discusso per oltre un'ora con gli operatori della struttura per comprendere le criticità che hanno portato anche al gesto estremo di un soggetto fragile come era il migrante di 23 anni della Guinea trasferito a Torino con un figlio di via dopo essere stato brutalmente aggredito a Ventimiglia.
"Bisogna che il prossimo capitolato ripristini una presenza di 24 ore di un presidio sanitario, occorre ripristinare i servizi erogati dai mediatori culturali. Abbiamo trovato conferma che occorre ripensare l'attuale disciplina sul diritto di asilo, prendendo spunto anche da altri paesi e investire sul rimpatrio volontario e sul percorso da offrire a chi non ha le condizioni per poter vivere in Italia per avere un'opportunità di vita nel proprio paese. Rimpatrio volontario e una disciplina più equilibrata del diritto d'asilo sono le sue direttrici per garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona e maggiore sicurezza".
"Il problema va affrontato con un aumento di risorse - ha aggiunto Anna Rossomando. Paradossalmente questo non è un luogo di detenzione ma ha meno tutele di un carcere. Abbiamo sentito che si prevede finalmente di far rientrare le associazioni di volontariato: bisogna assolutamente farlo. C'è una questione relativa alle ore di assistenza degli psicologi, che attualmente sono solo 16 a settimana per tutti i 112 ospiti, e del medico che prima era presente 24 ore mentre ora solo 5 ore al giorno". Desta poi preoccupazione la situazione negli ospedaletti: "la visita ha confermato come la pandemia abbia ulteriormente acuito la criticità di alcune situazioni e abbia fatto emergere come sia necessario ripensare complessiva disciplina dell'immigrazione ed espulsione".
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 3 giugno 2021
Rischia la chiusura l'Icam di Milano, l'Istituto di custodia attenuata che da 15 anni consente alle detenute madri con bambini di non scontare la pena in carcere con i figli. L'appello di Francesco Maisto, garante dei detenuti in Comune, e l'adesione delle Acli.
Non è una buona notizia, anzi. Ma diciamo che è il tentativo di non farla succedere. È l'appello di Francesco Maisto, che per il Comune di Milano è il Garante dei diritti delle "persone private della libertà personale", affinché non venga chiuso l'Icam cioè l'Istituto di custodia attenuata per madri detenute.
Per i non addetti ai lavori può darsi sia un oggetto sconosciuto o quasi. Di fatto è una palazzina in via Macedonio Melloni, zona est di Milano, che da quindici anni e per iniziativa dell'allora provveditore delle carceri lombarde Luigi Pagano ospita appunto le detenute madri di bambini piccoli i quali in assenza di altra alternativa - fino a prima dell'Icam capitava eccome, in altre città capita ancora - finivano per stare in carcere con loro. Il fatto è che con il Covid son calati gli arresti e ora a quanto pare non ci son madri da tenere in custodia: attualmente solo una. Ma siccome i costi di struttura e personale ci sono lo stesso l'amministrazione pensa di chiudere. "Sarebbe un grave errore", dice Maisto. Per ora quel che ha ottenuto è un rinvio dello stop al prossimo settembre. E per questo insiste. A a lui si è unito Paolo Petracca, presidente delle Fondazioni Acli di Milano.
"Attraversiamo una fase difficile - dice il Garante - in cui è prevedibile che un contesto di pandemia abbia diminuito la micro-criminalità e quindi gli arresti". Ma è chiaro che si tratta di una fase. "Non roviniamo un modello - prosegue - che è stato imitato anche in altre città, una struttura che aiuta i bambini a non subire il trauma di una mamma in carcere".
"Dobbiamo raccogliere l'allarme lanciato da Francesco Maisto - aggiunge Paolo Petracca per le Acli milanesi - perché non possiamo disperdere l'esperienza unica nel suo genere dell'Istituto di custodia per detenute madri di Via Macedonio Melloni". Gli istituti come questo, per i quali Milano ha fatto da apripista, sono in tutto quattro in Italia.
"In questi quindici anni di attività Icam è diventato un autentico modello. Quel luogo che ospita madri con bambini soggette a custodia attenuata è stato visitato, tra gli altri, dal Presidente della Repubblica Mattarella proprio per la unicità dell'Istituto e per l'esperienza sin qui maturata. Icam rappresenta una concreta applicazione dello spirito dell'articolo 27 della Costituzione".
Il Resto del Carlino, 3 giugno 2021
Volta Pagina lancia la proposta di istituire il Garante comunale per le persone private della libertà o in condizioni di limitata libertà. Il suo compito è controllare "il rispetto della dignità di chi, per motivi diversi, si trovi, anche temporaneamente, in condizioni di costrizione".
Una figura di garanzia a tutela, ad esempio, dei tanti ospiti delle strutture protette, spesso non autosufficienti, di cui le famiglie hanno più volte denunciato le condizioni di forte disagio e talvolta il degrado fisico e psicologico. La petizione ricorda inoltre la terribile giornata dell'8 marzo 2020 quando, nel carcere modenese di Sant'Anna, persero la vita 5 detenuti.
In quella tragica circostanza, mancando un garante locale, è dovuto intervenire il garante nazionale come figura terza per valutare i fatti. Accogliendo questa proposta si potrà dotare anche Modena di una figura già presente, in Regione, nei comuni di Bologna, Parma, Piacenza, Ferrara e Rimini che sono essi pure sedi di carceri.
Modena Volta Pagina nel chiedere al Presidente del Consiglio Comunale, Fabio Poggi, di intervenire, raccoglie firme con una specifica petizione che tutti i cittadini e possono sottoscrivere sia presso il municipio, sia firmando al sito https:forms.gleASUndUVqwgRmufCm9. Può firmare chi risieda in città ed abbia 16 anni.
ravennanotizie.it, 3 giugno 2021
È stato rinnovato l'accordo tra il Lions Club Ravenna Dante Alighieri e la Casa circondariale di Ravenna, che prevede un Service per la fornitura gratuita di occhiali da vista per lettura nonché per la riparazione di montature e lenti danneggiate anche in relazione ad altri disturbi della vista, a favore di detenuti indigenti.
La collaborazione nasce nel febbraio 2015, grazie all'impegno e disponibilità del socio Ottico Optometrista Gianni Forlini e, ad oggi, ha consentito a numerosi detenuti indigenti di poter fruire di ausili alla lettura o riparazioni di occhiali da vista che hanno contribuito al miglioramento delle loro condizioni di vita. "Si ringraziano, il Presidente Giorgio Palazzi Rossi e i Soci del Club Dante Alighieri - ha dichiarato Carmela De Lorenzo, direttore Casa Circondariale di Ravenna - per la tempestiva ed illimitata disponibilità espressa in tutti questi anni nei confronti di questa Casa Circondariale, frutto di un profondo sentimento di solidarietà nei confronti dei ristretti e del personale che ha consentito a questa Direzione in tanti momenti di difficoltà di avere un prezioso sostegno". Questo Service rientra nelle priorità dei programmi Lions che sono riconosciuti in tutto il mondo per il loro impegno volto a migliorare la vita delle persone ipovedenti e a prevenire la cecità e vantano un'eccellenza per l'addestramento e la donazione di cani guida" concludono dal Lions Dante Alighieri.
zoom24.it, 3 giugno 2021
La presentazione si è svolta nella sala consiliare del comune di Taverna in occasione della fiera del libro Gutenberg ideata dal professor Armando Vitale. "Oggi mi avete regalato un giorno di libertà. Siete il mio vero successo immenso".
Con queste parole riportate da Angela Paravati, direttrice della Casa circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, Fabio Valenti ha ringraziato gli alunni delle classi I A, III A e IV A dell'Istituto alberghiero di Taverna, coordinati dalla prof.ssa Chiara Fera, e gli alunni della I C dell'Istituto alberghiero di Botricello, coordinati dalla prof.ssa Federica Tomaino, che hanno animato la presentazione del libro "Dolci (C)reati" (Città del Sole edizioni) svoltasi nella sala consiliare del comune di Taverna in occasione della fiera del libro Gutenberg ideata dal professor Armando Vitale.
Tanti gli ospiti in collegamento all'evento, professionisti impegnati nel corso di scrittura e lettura che si tiene all'interno del penitenziario di Siano durante il quale è nata l'idea di mettere insieme in un libro - la cui prefazione è a firma del noto pasticcere Luca Montersino - le ricette sperimentate negli anni da uno dei detenuti del circuito di massima sicurezza. Un dibattito che ha lasciato il segno nel cuore dell'autore Valenti, visibilmente emozionato dall'intensità delle riflessioni suscitate nei ragazzi dalla lettura di un libro nato dalla costruzione artigianale in cella degli strumenti da pasticceria, a dimostrazione di una forte passione "nata per gioco come tutte le cose serie della vita - ha raccontato - un gioco che poi è diventato una sfida, dando vita a qualcosa di buono dove in realtà forse di buono pensavo di non trovare nulla".











