dirittiglobali.it, 13 luglio 2021
Il racconto inedito di una persona detenuta nel carcere di Modena nei giorni della rivolta e della morte di nove reclusi. "Ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla 'perché così li ammazzate'. Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo, al momento del trasferimento".
Abbiamo ricevuto questa intervista in forma anonima. La pubblichiamo perché ci pare attendibile e rilevante, dettagliata e facilmente verificabile da chi ha la possibilità, e avrebbe il dovere, di farlo. Ci risulta che una testimonianza della persona detenuta che qui parla sia contenuta nel fascicolo di opposizione che il Garante dei detenuti ha presentato al tribunale di Modena, opposizione che non è stata ammessa dallo stesso, che ha poi proceduto ad archiviare il procedimento. Così anche questa voce è stata destinata al silenzio e la verità è ancora più lontana. Motivo in più per noi per pubblicarla, nonostante l'anonimato.
Come mai ti sei deciso a parlare?
Lo ritenevo assolutamente il mio dovere dopo quello che avevo passato e visto nel corso della rivolta. L'ho potuto fare, però, solo quando ho terminato la pena e sono tornato un uomo libero. È normale che ci siano difficoltà a trovare testimonianze dato che molti detenuti che erano stati trasferiti sono stati riportati nel carcere di Modena, dove ci sono gli stessi agenti, oppure non hanno terminato la pena. Uno di quelli che ha firmato l'esposto per Piscitelli ha avuto una misura di sicurezza detentiva a Castelfranco Emilia dove c'è la stessa direzione che operava a Modena al tempo della rivolta. Forse è un caso, ma di sicuro non ci si espone in casi come questi. Io ho avuto i domiciliari e ho voluto essere sicuro di essere libero prima di parlare.
Com'era la situazione in carcere prima della rivolta?
I giorni precedenti la rivolta erano particolarmente difficili. C'era tensione per le notizie che arrivavano riguardanti il Covid. Io più volte ho cercato di contattare la direzione come portavoce dei miei compagni, ma era difficile avere un colloquio con la nuova Direttrice che era presente per poche ore settimanali. Si riusciva parlare, solo, con degli ispettori che promettevano senza mantenere. La direzione, infatti, era cambiata improvvisamente nel mese di gennaio, noi detenuti avevamo un ottimo rapporto con la prima Direttrice che ci riceveva con facilità e questa nuova situazione aveva aumentato la preoccupazione. Dopo la sua sostituzione, infatti, le notizie, arrivavano solo con avvisi senza possibilità di spiegazioni. L'ultimo che annunciava la sospensione dei colloqui ha scatenato la rabbia. Non corrisponde al vero che già al momento della rivolta si potessero fare videochiamate ai familiari. Forse c'era l'intenzione, ma noi non ne sapevamo niente.
A che ora ti sei reso conto che era iniziata una rivolta?
Io ero nella settima sezione. Era intorno alle 13.40, qualcuno mi ha avvertito che era scoppiata una rivolta. Riuscivamo a vedere dalla finestra perché tutto è cominciato nei passeggi. Le nostre celle erano aperte, ma non il cancello principale che ci avrebbe permesso di scendere alle altre sezioni. Circa mezz'ora dopo, però, con mia grande sorpresa è arrivato un detenuto con le chiavi degli agenti e ha aperto il cancello. Alla mia richiesta di spiegazioni la risposta è stata che gliele avevano date loro. Non posso, ovviamente affermare che sia andata così, ma le chiavi erano in mano ai detenuti.
Nel carcere, come succede quasi sempre nei giorni festivi, la presenza degli agenti è minima (basta controllare il registro delle presenze). Nel momento di grande confusione, mi sono reso conto che gli agenti avevano, evidentemente, avuto ordine di lasciare il carcere, che è rimasto nelle mani dei detenuti rivoltosi e di limitarsi a evitare le fughe. La situazione, all'interno peggiorava, con presenza di fumo e acqua per terra dato che l'assenza di agenti permetteva ai rivoltosi di sfogarsi. Sulle mura c'erano, però, agenti armati che hanno sparato in aria perché alcuni detenuti avevano trovato delle scale e pensavano, stupidamente, di riuscire a scalare il muro, così come c'erano agenti nei punti in cui i detenuti avrebbero potuto evadere. Non ho visto nessuna lotta corpo a corpo, per quello che ho visto è bastato aspettare e entrare con i rinforzi. I rinforzi sono arrivati dopo circa un'ora con moltissimi agenti in tenuta antisommossa, di sicuro è difficile sostenere che potessero essere sopraffatti dai detenuti che erano armati di bastoni, erano esaltati ma non avevano armi né scudi.
Hai assistito all'assalto dell'infermeria o te lo hanno solo riferito?
Non ho assistito all'assalto, me lo hanno riferito. Non c'era più nessun controllo, i detenuti avevano il modo di aprire le porte ed è possibile che ne abbiano approfittato. Non credo, tuttavia, che lo scopo della rivolta fosse solo quello di imbottirsi di metadone che, per i tossicodipendenti, viene largamente distribuito e questo vale anche per gli psicofarmaci. Rimane una mia opinione ma, da ex-tossicodipendente, il carcere non mi ha mai fatto arrivare a una tale crisi di astinenza da farmi desiderare un assalto al metadone. Capisco che gli psicofarmaci possano essere una facile materia di scambio in cella se è vero, come si sostiene, che ci sia stato un vero e proprio saccheggio.
Tu cosa hai fatto?
Io sono sceso dalla mia sezione come ero vestito in quel momento e tale sono rimasto fino alla fine di questa bruttissima esperienza. Erano circa le 15, anche se è difficile essere precisi date le circostanze.
Quando sono arrivati gli agenti in tenuta antisommossa non è stato difficile, infatti, convincere la maggioranza dei detenuti a riunirsi nel campo sportivo. Ho passato anni in carcere e questo ordine mi ha insospettito. Ho, per fortuna, incontrato un agente che mi conosceva e che mi ha aiutato a rifugiarmi in una palazzina (c'è un filmato un cui mi si riconosce mentre mi accompagna lì) insieme ad alcune decine di miei compagni. Ho letto di molte testimonianze di pestaggi. Io non li ho subiti ma, per quello che vale dato che non riuscirò a dimostrarlo, ho sentito diverse volte grida e addirittura una voce che ordinava di smetterla "perché così li ammazzate". Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento. C'era stata una rivolta come dimostrare che non era una inevitabile conseguenza dei tafferugli? Dalla mia postazione vedevo che erano presenti sia la Direttrice che il comandante come era logico in momenti come questi.
Si sostiene che tutti i detenuti siano morti di overdose, tu cosa ne pensi?
Come ho detto sono un ex-tossicodipendente e, per quello che può valere la mia opinione, non ci vuole una laurea in medicina per sapere che per l'overdose si può intervenire con una puntura di Narcan. Anche dai filmati si vede chiaramente un assembramento di ambulanze. Medici ce n'erano di sicuro e non voglio pensare che non siano voluti intervenire, come non credo che un medico non sappia riconoscere una overdose, tanto più che si affermava che avevano assalito l'infermeria.
A che ora hanno cominciato a trasferirvi? Come eravate sistemati nei pullman?
Io e i miei compagni siamo stati chiusi nella palazzina fino alle 24, sempre seduti per terra, senza mangiare e senza bere dall'ora del pranzo. Ci hanno fatto andare una volta sola in bagno. Ci hanno divisi in gruppi, ognuno aveva la sua destinazione che non veniva comunicata. Io e i miei compagni non siamo stati visitati da nessun medico prima della partenza. Siamo stati ore ad aspettare dalla fine della rivolta, tempo e possibilità, credo ce ne fossero. Per chi non ha dimestichezza di queste cose, specifico che nei pullman si è, da un lato, divisi in gabbie occupate ognuna da 4 detenuti. Nell'altro lato c'è la fila degli agenti. Tutti i detenuti hanno tenuto le manette per tutta la durata del viaggio.
Io sono capitato nella stessa gabbia con Slim Agrebi. Fin dall'inizio aveva un comportamento strano, mi cadeva addosso in continuazione. Ho avvertito gli agenti che mi hanno risposto che se ne sarebbe parlato a destinazione. La situazione peggiorava mano a mano che passava il tempo. Ho chiesto che almeno gli venisse dato da bere, ma senza risultato. Quando proprio ormai non si reggeva più, dopo3 /4 ore siamo arrivati nelle vicinanze di Alessandria, dentro al cortile del carcere. È stato scaricato a braccia. C'era in attesa un'ambulanza e so che avevano chiamato un magistrato. È salita un'infermiera che ci ha provato la pressione che, stranamente, era uguale per tutti. Una vera fortuna che nessuno soffrisse di pressione alta, data la situazione non idilliaca. Quando siamo ripartiti ho sentito gli agenti che dicevano che era deceduto ed era stato caricato in ambulanza.
E' proprio questo episodio che mi ha spinto ad espormi. Sento casi in cui si lotta per salvare gli animali, si scrivono articoli per evitare l'abbandono estivo di cani e gatti e nessuno si indigna se un poveraccio per ore sta male, è morto, forse, di overdose e, se è vero, si poteva salvare con una puntura. Quella vita valeva meno di un cane abbandonato in autostrada. Un povero extracomunitario che se l'è cercata, poteva rimanere nel suo paese...
Come è finito il tuo viaggio?
Dopo ore di sosta, siamo ripartiti verso l'alba. Ci siamo fermati a Vercelli a scaricare alcuni detenuti e abbiamo continuato per Aosta che era la mia destinazione. Sono sceso dal pullman verso le 10.30 del mattino. La mia "odissea" è terminata dopo 10 ore e mezza di viaggio, in manette, in una gabbia con uno spazio di circa un metro e mezzo quadrato in quattro, senza bere (tranne la volta in cui sono andato in bagno), senza mangiare dalle 14 del giorno prima, quasi 20 ore, con i pochi vestiti che avevo in cella. Non so cosa significhi tortura e non so cosa si intenda quando si parla della legge contro la tortura, ma ritengo che se ci sono delle indicazioni precise a cui attenersi per far viaggiare gli animali, ce ne dovrebbero essere anche per gli umani, sempre che i detenuti siano considerati tali.
di Manuela Modica
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2021
La Polizia penitenziaria replica: "Noi vittime". Quello in provincia di Messina è un ex Ospedale psichiatrico giudiziario che mantiene tutt'ora un reparto di salute mentale e sul quale qualche giorno fa ha puntato il dito la garante dei detenuti di Caserta, Emanuela Belcuore. Padre Pippo Insana, da anni volontario all'interno del carcere, racconta: "Persone che hanno diritto a cure che non ricevono e gli episodi si susseguono".
Dopo gli episodi di violenza sui detenuti a Santa Maria Capua Vetere, l'attenzione si sposta sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Non un carcere qualunque, ma un ex Ospedale psichiatrico giudiziario che mantiene tutt'ora un reparto di salute mentale e sul quale qualche giorno fa ha puntato il dito la garante dei detenuti di Caserta, Emanuela Belcuore: "Le istituzioni e la magistratura intervengano per fare luce su quanto avviene nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto". Proprio da un detenuto del carcere siciliano è arrivata una denuncia per maltrattamenti presentata al magistrato di sorveglianza.
Un episodio avvenuto lo scorso novembre, denunciato formalmente solo da qualche settimana che conferma, quindi, l'allarme lanciato da Belcuore durante la conferenza stampa dei garanti tenutasi in seguito alle violenze di Santa Maria Capua Vetere. Un detenuto con gravi problemi respiratori e un altro in sciopero della fame. Sono queste le segnalazioni fatte da Belcuore, dopo le segnalazioni inoltrate al Garante dei detenuti siciliano, Giovanni Fiandaca. Segnalazioni che tuttavia, dopo le verifiche, non sono state confermate: "Non ci risulta nessuno in sciopero della fame, mentre il detenuto con problemi respiratori è stato trasportato all'ospedale Papardo di Messina per accertamenti e la situazione non appare critica", riferisce Fiandaca. Mentre anche la direttrice del carcere, Romina Tajani conferma: "Non ritengo ci siano casi di questo genere, mi sento assolutamente serena, almeno sotto la mia direzione non mi risulta sia avvenuto niente che confermi l'allarme".
Le accuse della garante casertana non sarebbero dunque fondate. Eppure l'ultimo tentativo di fuga dal carcere è solo di due giorni fa, quando uno dei detenuti ha tentato di scavalcare il muro di cinta ed è caduto fratturandosi un piede. La notizia è stata data da Salvatore Chillemi, delegato nazionale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, che punta il dito sulla cronica carenza di organico: "È evidente che se non si provvede in tempi brevi a rimpinguare gli organici, simili criticità non possono che aumentare. Infatti oltre alla Polizia Penitenziaria è necessario che per tutti i soggetti psichiatrici sia previsto un aumento del personale sanitario così come avviene nelle Rems". Ed è di certo questa una delle note dolenti del carcere di Barcellona.
Non un carcere qualsiasi ma un ex Ospedale psichiatrico giudiziario, che, dopo la chiusura degli Opg (la legge è del 2015), adesso ospita detenuti semplici e detenuti per cui a seguito della detenzione sono sopravvenute criticità psichiatriche (non dunque internati giudicati incapaci di intendere e di volere ma socialmente pericolosi com'era negli Opg): sono 56 uomini e 8 donne nel reparto di articolazione di salute mentale, come riferisce il dirigente dell'Asp di Messina, Carmelo Crisicelli. Di questi due sono soggetti che non dovrebbero essere in carcere ma per via del sovraffollamento nelle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno sostituito gli Opg) sono momentaneamente detenuti nella casa circondariale del Messinese. Fino a qualche giorno fa erano quattro, ma due sono stati trasferiti alla Rems di Naso, paesino sui Nebrodi, competente per la Sicilia occidentale dall'ex Opg, ormai chiuso per legge e riconvertito in carcere semplice.
Nella riconversione però, qualcosa ancora non funziona del tutto, tant'è che la Corte costituzionale ha ordinato il 24 giugno un'istruttoria sulle difficoltà di applicazione delle misure di sicurezza, sollecitata da un caso nel Lazio di misura non applicata proprio perché mancava posto nelle Rems. E non a caso è il reparto di salute mentale quello a dare più problemi al carcere di Barcellona. L'Osapp aveva già segnalato un episodio di violenza da parte di un detenuto ai danni di un agente lo scorso febbraio, mentre a febbraio del 2020 un altro sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, parlava di "bollettino di guerra" segnalando "l'impossibilità della gestione della sezione Articolazione salute mentale".
E l'allarme della garante casertana è adesso rilanciato da padre Giuseppe Insana, da anni volontario all'interno del carcere, mentre nella sua casa di accoglienza a Barcellona aveva ospitato negli anni migliaia di internati dell'ex Opg. Attività di volontariato proseguita anche dopo ma interrotta dal Covid: "Adesso è un luogo chiuso, serrato - dice padre Insana.
Ogni detenuto deve scontare la pena, però chi ha un'infermità, ha diritto ad essere curato adeguatamente e nell'articolazione di salute mentale del carcere di Barcellona questo diritto è negato". E spiega: "Oltre agli psicofarmaci sono necessari altri interventi di socializzazione e riabilitazione. Tutti questi aspetti mancano, col risultato che in assenza di un trattamento sanitario adeguato non sono mancati episodi di autolesionismo, tentati suicidi, suicidi e aggressioni, ci vorrebbero gli interventi riuniti della sanità pubblica, interventi da parte dell'Asp e della direzione della casa circondariale ma non avvengono e gli episodi si susseguono".
di Paolo Pezzati
Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2021
Tra la riforma della giustizia e il ddl Zan, quest'anno sta passando sotto silenzio la discussione della proroga delle missioni internazionali, che contiene gli stanziamenti per l'aumento del sostegno italiano alla Guardia costiera libica, passato da 10 milioni nel 2020 a 10,5 nel 2021, per un totale di 32,6 milioni destinati al blocco dei flussi migratori dal 2017. Una strategia che governo dopo governo continua imperterrita, nonostante nel Mediterraneo si continui a morire, nonostante gli orrori nei lager libici. Un tema che, dopo le audizioni della scorsa settimana, entra nella sua fase cruciale con la presentazione della Relazione relativa alla proroga delle missioni internazionali da votare nelle Commissioni Esteri e Difesa.
Sono poche però le voci, se non quelle della società civile e di qualche parlamentare - una minoranza trasversale - che cercano di aprire una discussione, di fatto silenziata dalle forze di maggioranza. Così anche quest'anno l'Italia si trova a luglio, con estremo ritardo, ad affrontare quello che avrebbe dovuto fare mesi fa, ovvero decidere sull'assetto delle missioni delle nostre forze armate e di polizia nei teatri di crisi internazionali.
Oltre alla questione della nostra presenza in Afghanistan, il tema più scottante è la nostra 'missione' nel Mediterraneo e in Libia. Sono centinaia i milioni spesi ogni anno per lo svolgimento delle missioni in queste due zone: per il 2021 sono stati stanziati in totale 207 milioni - 962 dal 2017 - e il loro uso ha a che fare con la strategia italiana di esternalizzazione delle frontiere e di contenimento dei flussi migratori sancita con l'accordo del 2017, che vede appunto le missioni internazionali come uno degli strumenti per attuarla.
Se infatti entriamo nel dettaglio delle schede descrittive delle missioni nel Mediterraneo e di quelle riferite alla Libia (Mare Sicuro, Irini, Missione Bilaterale di assistenza e supporto in Libia, Interventi di sostegno ai processi di pace, stabilizzazione e rafforzamento della sicurezza), tra gli obiettivi troviamo la difesa delle piattaforme Eni, del traffico mercantile, la lotta al terrorismo e ai traffici illeciti, il rispetto dell'embargo sulle armi imposto dall'Onu alla Libia, assistenza e supporto sanitario al paese nordafricano, l'impegno a "addestrare, supportare, fornire consulenza, ripristinare l'efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei della Guardia Costiera e della Marina libica".
Ma quanto "pesa" il perseguimento di questi obiettivi riconducibili alle politiche di contenimento dei flussi in termini operativi dentro ogni singola missione? Qual è il costo, all'interno di quello totale, delle attività che si riferiscono a questi obiettivi? Chiediamo al Parlamento di porre al centro del dibattito proprio l'analisi questi punti. Partendo da un'altra cruciale domanda che interessa noi tutti: quanti sono effettivamente i soldi dei contribuenti che concorrono all'intercettazione di migliaia di persone, riportate con la forza in Libia, paese in cui verranno ancora torturate e detenute arbitrariamente? Non è così facile saperlo. Ed ecco che le nostre iniziative su Libia e Mediterraneo riguardano una questione di trasparenza oltre che di gravissima violazione dei diritti umani.
Mercoledì 14 luglio dalle 17, alla vigilia del voto in Aula sul rifinanziamento delle missioni internazionali, Oxfam, insieme ad altre organizzazioni della società civile e personaggi della cultura e dello spettacolo, sarà in piazza Montecitorio per dire no a scelte politiche che non siano fondate sul rispetto dei diritti umani e per dire ai nostri parlamentari e membri del Governo che no, #NonPoteteNonGuardare i morti nel Mediterraneo e la violenza che si perpetua in Libia, ogni giorno.
di Maurizio Martina
Corriere della Sera, 13 luglio 2021
Secondo il nuovo Rapporto della Fao, in un anno gli esseri umani in condizioni di denutrizione sono aumentati di 118 milioni. La fame nel mondo ha subito un drammatico peggioramento e oggi cresce purtroppo addirittura a un ritmo superiore rispetto alla popolazione del pianeta. Gli ultimi dati presentati in queste ore con il Rapporto 2021 sullo "Stato della Sicurezza alimentare e della Nutrizione nel Mondo" dal direttore generale Fao Qu Dongyu e da altre agenzie Onu delineano un quadro inequivocabile e molto preoccupante. Fino a 811 milioni di persone — circa un decimo della popolazione mondiale — vivono in condizioni di denutrizione, con un balzo di 118 milioni di persone in più in un solo anno. Più della metà, circa quattrocento milioni di essere umani, vivono in Asia, più di un terzo in Africa, circa sessanta milioni di persone in America Latina.
L'aumento più significativo si è registrato proprio nel continente africano dove circa il 21 per cento della popolazione viene considerata denutrita; una percentuale più che doppia rispetto a quella di qualsiasi altra regione del mondo. Nel complesso due miliardi e 370 milioni di persone, ben il 30 per cento della popolazione mondiale, non riesce ad avere un accesso adeguato al cibo in modo continuativo per tutto l'anno. Questo dato negli ultimi dodici mesi è aumentato tanto quanto complessivamente nei precedenti cinque anni. Si tratta di un'accelerazione impressionate.
Il peggioramento della malnutrizione è generale ma sono ancora una volta i bambini a pagare il prezzo più alto: il Rapporto stima che oltre 149 milioni di minori sotto i cinque anni siano rachitici, più di 45 milioni di bambini siano deperiti e quasi 39 milioni in sovrappeso. Inoltre, quasi un terzo delle donne in età riproduttiva ha sofferto di anemia. È bene ricordare che già prima della pandemia, a causa sopratutto dei radicali cambiamenti climatici in atto e dei troppi conflitti ancora aperti in tante aree del mondo, la lotta alla fame arrancava in modo significativo. Ci sono realtà come Haiti, Yemen, Sud Sudan in enorme difficoltà. Nel Tigray, al nord dell'Etiopia, più del 90 per cento degli abitanti ha bisogno di aiuti alimentare e proprio l'impatto della guerra è la principale causa degli enormi livelli di carestia di quelle popolazioni. L'emergenza sanitaria in questi mesi non ha fatto che accelerare in modo radicale le tendenze negative già in atto da tempo e che da più di un quinquennio hanno portato la fame a crescere ovunque. È questa una ragione in più per affrontare ora con forza questa sfida, passando all'azione e intensificando gli impegni concreti.
L'Italia con la sua presidenza G20 e con il prossimo vertice di Roma sui sistemi alimentari previsto a fine luglio proprio in Fao sta offrendo una strada utile per definire azioni realistiche e operative per la comunità internazionale. I fronti sono molteplici: dall'integrazione degli interventi umanitari con le politiche di sviluppo e di mediazione dei conflitti per evitare che le popolazioni coinvolte vendano anche i loro beni minimi in cambio di cibo, all'allargamento dell'accesso ai sistemi assicurativi per i piccoli agricoltori contro i rischi climatici, al rafforzamento dei sostegni economici ai produttori più vulnerabili contro la volatilità dei prezzi agricoli, all'apertura dei mercati in particolare per offrire spazi alle piccole e medie imprese fino al trasferimento tecnologico e all'uso dei sistemi di certificazione per le agricolture famigliari per migliorarne le condizioni. I sistemi alimentari e le loro catene del valore vanno rese più eque e sostenibili ora, nella consapevolezza che l'agricoltura è la principale fonte di sostentamento e di lavoro per le popolazioni più povere.
Il rapporto presentato in queste ore lancia un allarme molto chiaro: se non si inverte subito la rotta l'obiettivo Fame Zero entro il 2030 verrà mancato di oltre 660 milioni di persone, più dell'intera popolazione europea, e circa 30 milioni di loro potrebbero subire in modo duraturo gli effetti dell'emergenza sanitaria. Dietro a questi numeri ci sono persone, vite, intere comunità locali. Ci sono donne e bambini. Mancano nove anni al 2030. Sono un soffio per i tempi dei cambiamenti globali. Non possiamo sprecarli restando a guardare.
*Vicedirettore generale Fao
di Natalia Aspesi
La Repubblica, 13 luglio 2021
Se non direttamente interessato, non so quanti di noi sappiano esattamente cosa dica la proposta di legge Zan, se non che se la vuoi così come è sei di sinistra e se invece vuoi delle modifiche sei di destra: siamo ormai estenuati e confusi dall'oscuro e martellante vociferare sull'argomento in riunioni di alto litigio politico, prediche vescovili, gruppi femministi pro e gruppi femministi contro, associazioni lesbocentriste, transleniniste, fasciosessiste, movimenti solo-babbo-mamma o profamilia o frocioimpalatori, o cortei di fanciulli che cantano l'inno Zan-Zan dichiarando gioiosi le loro variazioni, e di suore che invocano San Sebastiano frecce comprese.
Non si saprebbe a chi credere se non fosse per il sacerdote con lussuosi paramenti ricamati d'oro che in piazza come fosse S. Bernardino da Siena minaccia urlando orrori infernali ai figli di Satana Zanisti, e pure la buona signora umbra addetta a terrorizzare l'infanzia incolpevole, che con la Zan, non avendo visto né Padre Padrone, né Sex and the city, predice un futuro di pecore molestate e di apposita oggettistica umiliata: sono loro, questi eredi del Malleus maleficarum a obbligarti a non avere dubbi e a tifare per la Zan. Il testo di legge, già approvato alla Camera e in discussione da oggi al Senato, dovrebbe completare l'articolo 604 bis del nostro Codice Penale che già punisce "Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa". Cui si chiede di aggiungere "nuove fattispecie penali che puniscono comportamenti accumunati dalla finalità di discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale e sulla identità di genere".
Insurrezione di eterocasti: non sarà che questa variante potrebbe intaccare l'art. 21 della Costituzione che assicura la libertà di pensiero? Per esempio, un magistrato di cattivo umore potrebbe giudicare reato un coro di bimbi addestrati, innocenti! a cantare "brutto frocio ti sfascio" oppure "trans bastonato è mezzo salvato", e non, come per molti è, una semplice manifestazione di pluralismo delle idee? Un altro paio di punti che anche se non ci sono pazienza, strazieranno il feroce dibattito. Intanto noi stupidelli che abbiamo vissuto troppi decenni nel secolo scorso e che avendone visto e vissuto di tutti i colori nel ramo "scopo con chi voglio" e ritenuto un buon arrivo, oggi disprezzato, le unioni civili (ottenute dopo quarant'anni di scontri parlamentari, ahi noi, dal governo Renzi) ci troviamo spiazzati dalla nuova paludata e rigida cultura della nomenclatura sessuale.
Ai nostri tempi c'erano gli eterosessuali, femmina e maschio, gli omosessuali, maschio e femmina, e i trans variabili. Accanto ai gruppi femministi anni '70 c'erano i gruppi trans passati da Casablanca, cioè liberati dal troppo; poi vennero le trans brasiliane, ragazze di bellezza sfolgorante ma tuttora equipaggiate con l'ingombro di nascita, e per questo costosissime per i loro ammiratori.
Adesso non si sa, si resta sul vago, tra un eccesso forse, di sfumature, e noi vecchie curiose non osiamo chiedere. Per esempio quando l'attore Elliot Page che amammo moltissimo quando era l'attrice Ellen, si fa fotografare a torso nudo e senza seno però in mutande, non può impedirci di pensare e lì sotto cosa ci sarà, tutto, niente? Né di sentirci confuse e umiliate quando su Instagram appaiono ragazzi delle medie che dondolandosi un po' sonnacchiosi, tengono lezioni di orientamento sessuale e noi antichi che ancora non sapremmo descrivere la differenza nota ad ogni piccino, tra orientamento sessuale e identità di genere.
Sarà forse come negli anni 50, quando non esistendo i gay, molte ci fidanzammo con giovanotti gentili ma poco espansivi adorati dalle mamme causa baciamano: e solo adesso cominciamo a trovarci circondati non dai trans che fanno parte da secoli della storia umana, ma appunto da questi amabili fluttuanti che bisognerà imparare a seguire nelle loro variazioni. Addirittura sposandoli al momento giusto. Zan Zan.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 13 luglio 2021
Salvini: "Torno a Roma per bloccare il ddl". L'ipotesi del rinvio in commissione. Il rischio concreto è che la destra tenti il blitz per mandare il ddl Zan di nuovo in commissione. Dopo 8 mesi di rinvii e audizioni, oggi la legge, che porta il nome del deputato dem e attivista lgbt, Alessandro Zan, approda nell'aula del Senato. Ma Forza Italia e Lega puntano a non giocare subito la partita, a prendere ancora tempo per cambiare il ddl, confidando in una intesa con Matteo Renzi. Il leghista Andrea Ostellari farà una ultima offerta: "Finire in tempi certi l'esame della legge in commissione".
Saranno in aula i due Matteo. Matteo Salvini annuncia che torna a Roma per bloccare tutto. Dice: "In Senato c'è questo ddl Zan da bloccare o quantomeno da cambiare in Parlamento". Una legge che così com'è non può andare, perché è "una legge che lo stesso Santo Padre chiede di modificare. Il problema non è Salvini o Renzi, ma sono le libertà, la libertà è un bene primario". Dichiara, il leader leghista: "Il diritto all'amore di chiunque, due ragazzi, due ragazze, è sacrosanto, punire i deficienti che insultano, offendono, aggrediscono, è sacrosanto, ma lasciamo fuori i bambini e lasciamo la gente libera di pensare all'idea di famiglia...mamma e papà non sono concetti superati, sono il futuro".
Anche Renzi interverrà a Palazzo Madama. E ieri denuncia: "Se sul ddl Zan si va a scrutinio segreto, Calderoli viene e presenta mille emendamenti... queste cose poi spiegatele a Fedez, che parla di cose che non conosce. Ma il problema non è mica Fedez, è chi ha eletto Fedez capo della sinistra". Rincara sulle modifiche indispensabili: "Se si vuole portare a casa la legge serve un accordo". Oggi però sull'iter del ddl, Italia Viva non dovrebbe smarcarsi dai giallo-rossi. Davide Faraone mette sul tavolo l'accordo tra gentiluomini che dovrebbe portare all'intesa.
I Dem con la capogruppo Simona Malpezzi e il segretario Enrico Letta sono più che mai convinti che si debba andare avanti in aula. Senza modifiche. I maldipancia nel partito sono sotto controllo: a smarcarsi potrebbero essere Andrea Marcucci e un paio di suoi fedelissimi. Molto meno certi sono i numeri nel M5Stelle, dove circa una quindicina di senatori sarebbero in dissenso. La maggioranza pro Zan - 145 a favore inclusi i 17 renziani - è sul filo. I "franchi tiratori" pronti a ogni voto segreto. Il dem Franco Mirabelli commenta: "Ostellari ha avuto 8 mesi, basta ostruzionismo". Monica Cirinnà rincara: "Finalmente si discute in aula". La 5Stelle Alessandra Maiorino teme "altri tentativi di rinvio".
È Ostellari ad attuare la linea di Salvini. Farà oggi un tentativo per prendere tempo e insistere sull'intesa. Ha convocato la commissione alle 15, prima dell'aula. "Se c'è la disponibilità a migliorare la proposta ben venga. Certo è che avremmo bisogno di più tempo per arrivare a votare delle proposte emendative. Quindi, in base a quello che emergerà in commissione dai vari gruppi, lo dirò in aula alla presidenza nel riferire l'andamento dei lavori finora". Per il ddl Zan si presenta a Palazzo Madama un terreno minato, tra commissione, l'arena dell'aula, la conferenza dei capigruppo. Se il blitz del ritorno in commissione non riesce, la destra presenterà le pregiudiziali di costituzionalità.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 13 luglio 2021
Le circostanze sono diverse rispetto al 1975 ma il rischio è che, come avvenne dopo l'uscita dal Vietnam, le ripercussioni si manifestino ovunque. Kabul come Saigon? Quando nel 1975, dopo che, usciti sconfitti da una lunghissima guerra, gli americani si erano ormai ritirati, il regime comunista del Vietnam del Nord, superate le deboli resistenze dei sudvietnamiti, si impadronì di Saigon, la capitale del Sud. Le ripercussioni di quel fallimento si sarebbero manifestate ovunque. I cinque anni successivi vedranno l'Unione Sovietica all'attacco su molti fronti, dall'Africa all'America Latina, all'Europa: quest'ultima verrà messa sotto pressione dai sovietici sul piano militare (con il dispiegamento dei missili SS 20 puntati). La sconfitta in Vietnam, segnalando al mondo che l'America è ora debole, avrà, per l'Europa, anche altre conseguenze.
Darà ancora più forza ai sentimenti antiamericani che nel vecchio Continente sono un'eredità dei movimenti studenteschi della fine degli anni Sessanta. È anche l'epoca in cui in Francia e soprattutto in Italia i partiti comunisti diventano elettoralmente più forti. Causa la sconfitta in Vietnam, a cui vanno a sommarsi la crisi economica e lo scandalo Watergate, l'America sembra in una fase di accentuato e irreversibile declino. E tanto per collegare quel passato al nostro presente ricordiamo anche un'altra cocente sconfitta americana di allora: la rivoluzione khomeinista in Iran nel 1979 seguita dalla umiliante vicenda degli ostaggi dell'Ambasciata americana a Teheran. Solo quando diventerà presidente Ronald Reagan nel 1981 il vento cambierà direzione, l'America riprenderà l'iniziativa, ricomincerà a contrastare con vigore le manovre dell'Unione Sovietica nei diversi scacchieri e alla fine la sconfiggerà.
Oggi le circostanze sono assai diverse ma ci vuole molta superficialità per credere che se i talebani si riprendessero l'intero Afghanistan a seguito del ritiro americano, ciò avrebbe conseguenze (sicuramente terribili, come tutti sappiamo) solo per gli afghani. Poniamo che l'Afghanistan non diventi, come tanti altri Stati falliti, il teatro di uno scontro, destinato a durare anni e anni, fra una pluralità di fazioni finanziate dai russi, dai turchi, dagli iraniani, eccetera.
Poniamo che i talebani riescano davvero a impadronirsi di nuovo dell'intero Paese. Scopriremmo che Kabul è molto più vicina a noi di quanto pensiamo. Perché una vittoria talebana in Afghanistan avrebbe plausibilmente ripercussioni sull'intera galassia dell'estremismo islamico, galvanizzerebbe tutte le teste calde in circolazione dall'Indonesia alla Tunisia, dall'Africa sub-sahariana all'Europa. Diventerebbe un potente strumento di propaganda e di reclutamento per Al Qaeda, lo Stato islamico e per i tanti gruppi terroristi più o meno affiliati, la "prova" che gli infedeli possono essere sconfitti e sottomessi ovunque. Biden e i suoi collaboratori ci hanno pensato? Sicuramente sì ma al momento si comportano come se la cosa non li riguardasse.
Di sicuro riguarda noi europei, molto più esposti degli americani alla sfida islamista. Le minacce all'Italia di questi giorni ("prenderemo Roma") non sono purtroppo folklore o un macabro scherzo: l'estremismo islamico si nutre di un'interpretazione della sua fede per la quale "Roma crociata" e l'Italia diventeranno necessariamente, prima o poi, territorio dell'islam. Ma l'intera Europa è terra di conquista.
Siamo stati in tanti a tirare un sospiro di sollievo quando Trump è stato sconfitto da Biden. Il precedente presidente, con i suoi attacchi all'Europa, stava facendo a pezzi ciò che restava dell'alleanza occidentale. Siamo stati in tanti a dire: finalmente, con Biden, l'America è tornata. Adesso però è tempo di cominciare a interrogarsi: dove sta andando esattamente l'America? E, soprattutto, quanto possiamo contare noi europei sul contributo americano di fronte alle minacce più gravi per la nostra sicurezza?
La priorità americana, è ben chiaro, è la competizione con la Cina per il primato internazionale. Ciò riflette lo spostamento del baricentro del potere mondiale dall'Atlantico al Pacifico. Biden, è vero, sta anche tenendo testa a Putin, gli sta chiarendo che gli americani non permetteranno ai russi altre Crimee. Ed è pronto a ribattere colpo su colpo se le continue e ormai gravissime aggressioni degli hacker russi alle istituzioni occidentali (aziende, uffici governativi, eccetera) non cesseranno. Ciò è un'ottima cosa per l'Europa. È anche chiaro che Biden, impegnato in una gara di potenza con la Cina, è pronto a negoziare un accordo con Putin se quest'ultimo si dimostrerà ragionevole. Anche questo va bene. Ma c'è un ma. Dell'eventuale accordo farà anche parte l'accettazione da parte americana delle posizioni ormai conquistate dai russi in Libia e più in generale nel Mediterraneo?
Questa, ovviamente, sarebbe una pessima notizia per noi europei. Ancora, che cosa intende fare l'Amministrazione americana per contrastare la politica neo-imperiale del sultano Erdogan in Libia e in altri luoghi? Permetterà che il Mediterraneo diventi un mare russo-turco? E, infine, se, come è probabile una volta caduta Kabul, l'estremismo islamico, già oggi molto forte nel Sahel e in altri luoghi, si rafforzasse ulteriormente moltiplicando le minacce, l'Amministrazione riterrebbe sufficiente l'azione di contrasto che già oggi conduce, in Africa e in Medio Oriente (con droni, operazioni coperte, eccetera)?
Una volta riconosciuto che l'Europa non ha da sola le forze per fronteggiare le svariate sfide che incombono, la domanda diventa: quale potere contrattuale avranno gli europei, nei prossimi anni, per spingere gli americani a mantenere fede alle dichiarazioni più o meno solenni secondo cui le minacce all'Europa non sono solo un problema nostro ma anche un problema loro?
C'è, da un lato, la retorica, magari anche ottima, sulla necessità di una grande "alleanza delle democrazie" per contrastare gli autoritarismi. E c'è, dall'altro lato, l'attività politica quotidiana, fatta di continue scelte e non scelte. È un guaio se queste due dimensioni della politica si allontano troppo l'una dall'altra.
Il Dubbio, 13 luglio 2021
Mai prima d'ora i cubani erano scesi in piazza per manifestare il loro malcontento. Una miscela esplosiva tra il deteriorarsi della situazione sanitaria sull'isola e la più grave crisi economica degli ultimi 30 anni.
Si sono concluse con una decina di arresti le proteste antigovernative che hanno visto per la prima volta i cubani manifestare il loro malcontento contro il potere, stremati dalla peggior crisi economica degli ultimi 30 anni, aggravata dalla pandemia di Covid-19. Nato in modo spontaneo, sin dalle prime ore del giorno l'appello a protestare è stato rilanciato sui social network, con una modalità relativamente nuova nel Paese governato dal Partito comunista e dove solitamente gli unici raduni autorizzati sono quelli del partito storico.
"Abbasso la dittatura", "libertà", "se ne vadano a casa" sono alcuni degli slogan urlati da migliaia di cubani alle prese con penurie di cibo e medicinali che stanno aggravando il malessere sociale. I momenti di maggior tensione tra manifestanti e forze dell'ordine, intervenute per disperdere gli insoliti cortei, si sono registrati all'Avana e nella piccola città di San Antonio de los Banos, a una trentina di chilometri dalla capitale. Secondo i bilanci ufficiali diffusi al termine della giornata di proteste, almeno 10 persone sono state arrestate negli interventi delle forze dell'ordine per disperdere i cortei e che hanno colpito manifestanti con dei tubi in gomma. Per bloccare le manifestazioni, a San Antonio de los Banos le autorità hanno dispiegato un importante contingente di poliziotti e militari. Su Facebook e Twitter video e fotografie delle proteste sono stati diffusi in diretta, dando maggiore eco al malcontento dei cittadini.
"L'ordine di combattere è già stato dato. Rivoluzionari del Paese, tutti i comunisti, scendete per strada nei prossimi giorni in risposta alle provocazioni. Dobbiamo affrontarli in modo deciso, fermo e coraggioso": è stata la risposta espressa in un intervento televisivo dal presidente Miguel Diaz-Canel, che ha accusato la "mafia cubana ed americana" di essere all'origine dell'insurrezione. A dare "l'esempio" è stato lo stesso leader, che ha raggiunto San Antonio de los Banos per una contro-manifestazione improvvisata con i militanti del Partito comunista al grido di "Evviva Cuba! Evviva Fidel!". L'altra "battaglia" tra manifestanti anti-governativi e pro-governo si è giocata sui social, diventati un crescente canale di protesta e rivendicazione da parte della popolazione da quando la connessione ad internet è arrivata a Cuba, a fine 2018. Per stroncare la contestazione a fine giornata l'accesso alla rete è stato bloccato dalle autorità. Le ingenti proteste sono anche sfociate in un diretto braccio di ferro politico-diplomatico tra le autorità di Cuba e quelle degli Stati Uniti, con scambi di accuse ai vertici. "Se volete che il popolo vada meglio, prima rimuovete l'embargo. Sui social c'è una mafia cubano-americana che paga molto bene. Ha colto il pretesto della situazione a Cuba per invitare tutti a manifestare" ha denunciato Diaz-Canel. Il presidente cubano ha poi spiegato le manifestazioni, quasi senza precedenti, come l'iniziativa di "rivoluzionari disorientati", controbattendo che "siamo in molti, io per primo, ad essere pronti a dare la vita per questa rivoluzione".
Da Washington è arrivata la risposta della vice segretaria di Stato Usa per le Americhe, Julie Chung, che su Twitter si è detta "molto preoccupata per gli appelli a combattere" arrivati da Cuba, invitando le parti "alla calma" e ribadendo il "diritto del popolo cubano a manifestare pacificamente". Il consigliere Usa per la sicurezza nazionale, Jack Sullivan, ha poi lanciato un monito all'Avana contro il ricorso eccessivo alla violenza ai danni dei manifestanti. "Gli Stati Uniti sostengono la libertà di espressione e di raduno a Cuba. Condanneranno con fermezza ogni atto di violenza e quelli che potrebbero colpire manifestanti pacifici nell'esercizio dei loro diritti universali" ha twittato Sullivan. Le manifestazioni si sono svolte nel giorno in cui Cuba ha registrato un nuovo record giornaliero di contagi da Covid-19, con oltre 6.900 nuovi casi positivi - per un totale di 238.491 - e 47 decessi in 24 ore, in tutto 1.537 dall'inizio della pandemia.
Il deteriorarsi della situazione sanitaria sull'isola, nel contesto della più grave crisi economica degli ultimi 30 anni - con penurie di cibo, medicinali e blackout quotidiani - ha spinto cittadini e gruppi della società civile a lanciare degli Sos sui social con gli hastag SOSCuba e SOSMatanzas, la provincia maggiormente flagellata. Nel fine settimana un gruppo di oppositori ha chiesto alla comunità internazionale l'invio di aiuti e l'apertura di un corridoio umanitario. Richieste subito respinte dal governo che ha denunciato una "campagna che cerca di proiettare l'immagine di un Paese nel caos totale, che non corrisponde affatto alla situazione attuale".
L'isola caraibica sta lavorando su cinque vaccini e a maggio ha cominciato la campagna di immunizzazione usando due di questi - oltre ad Abdala, anche Soberana 2 - prima che ottenessero il via libera dell'agenzia del farmaco locale. Autorizzazione arrivata la scorsa settimana a favore dell'uso di emergenza del vaccino anti-Covid, Abdala, il primo sviluppato in America Latina. Il laboratorio BioCubaFarma aveva annunciato che la sua efficacia è di oltre il 92% dopo tre dosi. Finora, 6,8 milioni di cubani su 11,2 hanno ricevuto almeno una dose, mentre 1,6 sono completamente vaccinati. Ad aprile 2020 a Cuba si è chiusa l'era dei Castro con Raul che ha passato il testimone alla nuova generazione.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 12 luglio 2021
La riforma giustizialista della prescrizione dei reati voluta dall'ex ministro della giustizia Bonafede, che sostanzialmente prefigura, dopo la sentenza di condanna o di assoluzione di primo grado, la possibilità per i reati puniti con l'ergastolo di mantenere in vita il processo senza alcun termine finale, sta per cadere ingloriosamente.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 luglio 2021
"Oggi come allora le condizioni delle carceri sono le stesse", commenta Clemente Mastella. Da ministro della Giustizia, nel 2006, prese una decisione coraggiosa quanto impopolare tra la politica più orientata al populismo giustizialista: decise un provvedimento di indulto. Quel provvedimento consentì di decongestionare le carceri, in nove mesi fece uscire di galera circa 26mila persone e portò il tasso di recidiva del 12%. Fu quella recidiva a dimostrare che l'indulto non era poi una misura così sballata come una certa parte politica sosteneva.
- "Il carcere deve essere un transito verso il reinserimento". Intervista a Sebastiano Ardita
- Un altro carcere è possibile, Torino ne è esempio
- Il giusto equilibrio tra processi rapidi e garanzie, su questo la riforma Cartabia centra il punto
- Carceri italiane, l'emergenza: detenuti più liberi, ma meno sorveglianza
- Carcere, serve più formazione per la Polizia penitenziaria










