di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 2 giugno 2021
I collaboratori di giustizia rimangono a oggi uno strumento fondamentale per conoscere i clan dall'interno ed essere così nelle condizioni di meglio contrastarne le attività criminali. La definitiva scarcerazione di Giovanni Brusca ha suscitato un vivace dibattito nell'opinione pubblica e reazioni molto negative specialmente tra alcuni familiari delle vittime dei delitti di cui egli si è riconosciuto colpevole. Maria Falcone, sorella del giudice assassinato a Capaci, ha invece correttamente commentato la notizia, dicendo: "Umanamente è una notizia che mi addolora, però questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello, e quindi va rispettata".
In effetti Brusca è stato scarcerato perché ha interamente scontato la pena massima di trent'anni di reclusione inflittagli, in quanto collaboratore di giustizia, invece dell'ergastolo, secondo quanto previsto dalla legge 15 marzo 1991 n. 82, approvata due mesi prima dell'arrivo di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ma da lui ispirata e fortemente voluta sulla base delle esperienze palermitane, a cominciare dalle dichiarazioni rese nel 1984 da Tommaso Buscetta.
Negli anni precedenti erano stati approvati - a partire dal decreto legge 15 dicembre 1979 n. 625 - ben dieci provvedimenti che prevedevano benefici e agevolazioni sempre più ampie per i terroristi che decidevano di collaborare con lo Stato. Nulla, invece, era stato deciso per la mafia, forse nel convincimento - errato - che per i crimini "politici" si potesse sempre ravvisare una scelta ideologica, non ipotizzabile nel caso dei mafiosi. Oltre a ciò, ragione ben più grave, pesava il fatto che mentre il terrorismo era visto come un pericolo mortale per la Repubblica, nell'opinione pubblica, anche la più qualificata, mancava la consapevolezza della ben maggiore gravità rappresentata dalla minaccia mafiosa. Una miopia che sarebbe perdurata fino alla stagione delle stragi.
La legge del 1991 è invece determinata proprio da questa consapevolezza all'epoca patrimonio di pochi, maturata a fronte della serie infinita di omicidi di esponenti delle istituzioni in Sicilia, specialmente a Palermo, e dei risultati, eccezionali ma non decisivi, del primo maxi-processo. Fu così che 30 anni fa vide finalmente la luce quella disciplina complessiva dei benefici per i mafiosi che decidevano di collaborare con la giustizia, a partire proprio dalla sostituzione dell'ergastolo fino a un articolato sistema di protezione esteso ai familiari.
La legge fa chiarezza anche sui termini e sulle ragioni di questo trattamento premiale: non è in gioco un ravvedimento ideologico, religioso o morale (cui alludeva il termine improprio di "pentiti"), si tratta invece di un contratto tra lo Stato e l'aspirante collaboratore, che si impegna a riferire ciò che sa sull'organizzazione e sui delitti da questa commessi, a cominciare dai propri, ricevendo in cambio la tutela dello Stato. A trent'anni dalla sua approvazione, va riconosciuto che la legge ha raggiunto il suo scopo: centinaia di capi e gregari di Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e mafie pugliesi hanno deciso di collaborare, consentendo di fare luce su numerosissimi delitti, facendone condannare (dopo i necessari riscontri) gli autori, permettendo la cattura di latitanti e la confisca di beni per miliardi di euro. Particolarmente importanti in questo percorso sono state, ovviamente, le dichiarazioni di personaggi apicali quali Giovanni Brusca. Ed è significativo che oggi l'organizzazione mafiosa più potente e pericolosa sia la 'ndrangheta: i collaboratori provenienti dalle sue file sono stati finora in numero ridotto e di rango abbastanza basso, quindi con limitate informazioni a disposizione.
Questo contesto non può essere dimenticato di fronte alla (pur comprensibile) reazione emotiva per la scarcerazione dell'autore materiale della strage di Capaci nonché responsabile dell'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo, e va anche aggiunto che in passato altre figure responsabili di identica ferocia sono state scarcerate in tempi persino più brevi, nel disinteresse generale. Né va dimenticato che solo poche settimane fa la Corte Costituzionale ha affermato che la possibilità di liberazione condizionale va introdotta anche per i mafiosi condannati all'ergastolo che non abbiano mai collaborato con la Giustizia.
Massimo rispetto, dunque, per le accorate reazioni di famiglie colpite dal lutto per mano mafiosa, ma come ha detto Maria Falcone, lo Stato deve rispettare per primo le leggi che emana. Né alcuna critica può essere rivolta ai giudici della Corte di Appello di Milano che hanno disposto la scarcerazione di Brusca senza alcuna valutazione discrezionale, ma solo conteggiando la riduzione di 45 giorni di pena per ogni sei mesi espiati, secondo la norma da applicare a qualunque condannato che abbia tenuto negli anni un positivo comportamento in carcere. Peraltro, nei prossimi quattro anni Brusca sarà sottoposto a libertà vigilata e per un periodo probabilmente maggiore anche alla sorveglianza connessa alle misure di protezione disposte nei suoi confronti.
Un'ultima notazione. Ormai da anni la prova principale nei processi di mafia è costituita dalle intercettazioni, una prassi investigativa oggetto di feroci critiche da quegli stessi che di fronte alle dichiarazioni dei "pentiti" invocano riscontri "oggettivi", basati su acquisizioni tecniche e non su altri dichiaranti. Tuttavia, i collaboratori di giustizia rimangono a oggi uno strumento fondamentale per conoscere le mafie dall'interno ed essere così nelle condizioni di meglio contrastarne le attività criminali. Sempre che si sia realmente convinti, come ha detto pochi giorni fa il presidente Mattarella, che la lotta alle mafie "deve restare una priorità nell'agenda politica".
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 2 giugno 2021
L'amarezza della vedova Montinaro. Maria Falcone: applicata la legge voluta da Giovanni. Salvini: ora cambiare quelle norme. La scarcerazione - dopo 25 anni - del killer di Giovanni Falcone, dell'uomo che ammesso di aver sciolto nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, scuote l'Italia. A partire dai parenti delle tante vittime (150) di Giuseppe Brusca, per anni braccio destro di Toto Riina e poi collaboratore di giustizia. Ed è proprio grazie a questa collaborazione che la sua condanna è stata ridotta, e che lui ha potuto lasciare il carcere di Rebibbia per "fine pena" (anche se per 4 anni sarà in libertà vigilata).
"Sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Brusca, l'uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino?", si domanda Tina Montinaro, vedova di Antonio, il caposcorta di Falcone.
È Maria, la sorella del magistrato ucciso a Capaci, a risponderle indirettamente: "Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell'ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso". Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parla di una cosa che "umanamente ripugna". "Ma nella guerra contro la mafia è necessario anche accettare delle cose che ripugnano, accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso". Parla anche il fratello del piccolo Di Matteo, Nicola: "Abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Se non crediamo nella magistratura non crediamo più nello Stato. Brusca ha ucciso mio fratello ma ha espiato la pena nel rispetto della legge".
Salvini e Meloni cavalcano l'indignazione. "Una schifezza. Non è questa la "giustizia" che gli italiani si meritano", tuona il leghista. "Il 90% degli italiani è contrario alla scarcerazione, Brusca è una bestia. Bisogna cambiare questa legge. Se c'è l'ergastolo a chi dovremmo darlo se non a lui?". "Cambiare la legge", gli fa eco da Forza Italia Licia Ronzulli. "Mai più sconti di pena ai mafiosi", dice Mara Carfagna.
Salvini fa un paragone con sé stesso: "Con 100 omicidi sulle spalle Brusca ha fatto 25 anni di carcere, io ne rischio 15 per aver rallentato e limitato gli sbarchi di immigrati clandestini". Così anche la leader di Fdi: "L'idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, un affronto per le vittime, una vergogna per l'Italia intera".
Per il leader del Pd Enrico Letta è "un pugno nello stomaco che lascia senza respiro e ti chiedi come sia possibile. La sorella di Falcone ricorda a tutti che quella legge applicata oggi l'ha voluta anche suo fratello, che ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose, ma è un pugno nello stomaco". Sulla stessa linea il senatore dem Franco Mirabelli: "No alle strumentalizzazioni, creare le condizioni per ottenere la collaborazione è certamente doloroso ma necessario". A sorpresa il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, M5S, difende la legge che "dimostra la grandezza della civiltà del nostro paese". "Ben venga che ci sia stata la collaborazione, che ci siano state delle agevolazioni". "Il legista Stefano Candiani s'infuria: "Parole superficiali, sorprende il silenzio del ministro Lamorgese".
Anche Luciano Violante si dice d'accordo con Maria Falcone: "È una legge che ci è servita contro il terrorismo, contro la mafia. Capisco bene lo stato d'animo dei familiari delle vittime, ma come c'è stato l'ergastolo per altri, tipo Riina o Provenzano, che sono morti in carcere, per chi ha collaborato non è così". Claudio Martelli, che da ministro della Giustizia chiamò Falcone a via Arenula, non è d'accordo: "Parlerei di trattamento speciale, anzi indulgente. Mi piacerebbe che venissero messi sul tavolo i conteggi di questo scambio tra Brusca e lo Stato. Il ministero dovrebbe mettere a disposizione le carte, basterebbe un'interrogazione parlamentare".
Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, spiega di "non vedere scandalo nella scarcerazione". "Con Brusca lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, la seconda quando lo ha convinto a collaborare, perché le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne. La terza quando ne ha disposto la liberazione, rispettando l'impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai". "L'indignazione di molti politici che di codice penale e di lotta alla mafia capiscono ben poco mi spaventa", conclude Grasso.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
La sorella del giudice: doloroso, ma è la legge voluta da mio fratello. Salvini: non è giustizia. Il killer della mafia innescò l'ordigno della strage di Capaci, poi collaborò con i magistrati. Il fine pena è arrivato puntuale, lento ma inesorabile: trent'anni di carcere, che con la liberazione anticipata che si applica a tutti i detenuti - 45 giorni di sconto ogni sei mesi passati in cella, unico beneficio concesso anche ai mafiosi - sono diventati venticinque.
E così Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato che era nel cuore di Riina, l'artificiere che fece esplodere la bomba di Capaci, arrestato nel 1996, è uscito lunedì per l'ultima volta dal carcere romano di Rebibbia. Libero, seppure con qualche residua limitazione e sempre sotto protezione, inserito a pieno titolo nel programma per la sicurezza dei pentiti.
Pentito - Perché questo ha consentito all'esecutorie materiale della strage di Capaci, l'assassino di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta di non morire in galera come gli altri boss di Cosa nostra che decisero quello e altri eccidi, e centinaia di omicidi: la collaborazione con la giustizia. Brusca i delitti commessi non riusciva nemmeno a contarli, per quanti erano. Ma grazie alla decisione di confessare, denunciare e far condannare gli altri mafiosi, capi, sottocapi e gregari, ha evitato l'ergastolo; trent'anni sono tanti, ma hanno comunque un termine, e adesso quel termine è arrivato.
Le reazioni - Il leader della Lega Matteo Salvini accusa: "Non è la giustizia che l'Italia merita", mentre Maria Falcone, sorella di Giovanni, commenta: "Umanamente è una notizia che mi addolora, però questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata". Ma Brusca è l'ultimo pentito della strage a uscire; gli altri che contribuirono a far saltare in aria l'autostrada Palermo-Punta Raisi e che subito o quasi scelsero la via della collaborazione, sono liberi da tempo: Gioacchino La Barbera, Santino Di Matteo e non solo.
Di Matteo fu il primo a confessare, nell'autunno del '93; per vendetta gli rapirono il figlio Giuseppe appena dodicenne, tenuto segregato per oltre due anni, poi ucciso e sciolto nell'acido. Per ordine di Giovanni Brusca. Era l'inizio del '96, al killer chiamato 'u verru, il porco, erano rimasti pochi mesi di libertà. Lo presero il 20 maggio di quell'anno, in provincia di Agrigento, dopo alcuni tentativi falliti in cui agli investigatori erano rimaste in mano solo le camicie firmate che a Brusca piaceva indossare, abbandonate nella fuga. Quella volta invece centrarono l'obiettivo, e il boss non ancora trentenne (è nato il 20 febbraio 1957) venne catturato assieme al fratello Enzo, altro manovale dei Corleonesi, altro pentito libero da tempo.
La collaborazione - La collaborazione di Giovanni Brusca - figlio del boss Bernardo, condannato al maxiprocesso istruito da Falcone e da Paolo Borsellino -- cominciò con un tentativo di depistaggio. All'inizio parlò di patti sottobanco, provò a svelare ambigui contatti con lo Stato e cercò di tirare in ballo l'ex presidente dell'Antimafia Luciano Violante, ma erano bugie orchestrate per mettere in crisi le istituzioni e il pentitismo. Fallito quel tentativo, Brusca decise di collaborare per davvero, e rivelò tanti particolari della strategia messa in campo da Totò Riina, prima per conquistare Cosa nostra e poi per attaccare lo Stato. E lui, Brusca, fu uno dei suoi bracci operativi; se non il più fedele, uno dei più efficaci.
La strage di Capaci - Quando nel 1992 il capo corleonese stabilì di chiudere i conti con i referenti politici da cui si sentiva tradito e di avviare la stagione del terrorismo mafioso per fare fuori i nemici storici, Falcone e Borsellino, Brusca fu l'uomo incaricato di procedere; altri killer inviati a Roma per mettersi sulle tracce del giudice antimafia trasferitosi al ministero della Giustizia avevano fallito la missione, e a quel punto Riina affidò a Brusca la pratica che si sarebbe chiusa il 23 maggio 1992, con l'esplosione sull'autostrada provocata dal radio-comando attivato da 'u verru. Poi - così ha raccontato da pentito - lo zio Totò gli ordinò di organizzarsi per uccidere l'esponente democristiano Calogero Mannino, ma subito dopo gli chiese di rallentare, perché c'era da dare la precedenza a un'altra vittima: Paolo Borsellino.
La trattativa Stato-mafia - Con le sue dichiarazioni Brusca ha dato il via anche alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, parlò del papello con le richieste del boss consegnato ai rappresentanti delle istituzioni che "si erano fatti sotto" per chiedere che cosa voleva, e dei successivi rapporti con la politica. Sempre discusso, ma sempre ritenuto sostanzialmente attendibile, Brusca godeva da tempo di permessi premio, talvolta sospesi quando ne ha approfittato per violare qualche regola ma poi sempre ripristinati. Più volte ha chiesto gli arresti domiciliari, puntualmente negati dai giudici. Fino alla fine della pena, arrivata lunedì.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 2 giugno 2021
Giovanni Brusca, pluriomicida di mafia, esce dal carcere dopo aver espiato la pena con 25 anni di reclusione. Ricordando alcune delle sue numerosissime vittime come Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli agenti della scorta e, soprattutto, il piccolo Di Matteo, c'è in giro una grande indignazione e perfino stupore per l'entità della pena e, ovviamente per la scarcerazione. Quest'ultima però ha una sua spiegazione nella legge che, per essere uguale per tutti, deve essere uguale anche per Brusca.
La pena di morte è stata cancellata nel nostro sistema sanzionatorio con l'articolo 27 della Costituzione. La pena massima ora è quella dell'ergastolo che però non si sconta mai interamente dato che un ergastolano (o un condannato ad altra pena detentiva), dopo aver superato un percorso rieducativo può essere ammesso ai vari benefici quali l'assegnazione al lavoro esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione, fino alla liberazione anticipata.
Una concatenazione di leggi riguardanti i condannati per molti specifici reati (mafia e terrorismo in testa), però, ammette la concessione di questi benefici solo a chi collabora con la giustizia. Così stabilendo, il legislatore ha reso, con l'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario, l'ergastolo perpetuo, detto ostativo, per quanti non vogliono collaborare. Giovanni Brusca non ha dovuto dare segni di pentimento interiore, (facili da spendere e difficili da controllare) ma ha collaborato dando così ai giudici elementi per far luce su Cosa nostra e su molti delitti. Brusca ha stretto, cioè, un patto con lo Stato sul piano della reciproca utilità e questo patto lo Stato lo ha rispettato, ieri sottraendolo alla pena dell'ergastolo e oggi scarcerandolo per espiata pena. Uno stato di diritto non poteva fare altrimenti: le leggi sui collaboratori non possono essere esaltate quando permettono successi giudiziari e poi denigrate quando mostrano i loro frutti amari, specie per le vittime e i loro parenti.
La vicenda di Brusca richiama alla mente la quasi coeva indignazione per la recente sentenza della Corte costituzionale proprio sull'ergastolo ostativo. È ovvio che questo tipo di ergastolo, che implica il "fine pena mai", è in conflitto con l'articolo 27 della Costituzione dove si stabilisce tra l'altro che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", una rieducazione che dovrebbe logicamente portare prima o poi ad una liberazione di quest'ultimo.
L'ergastolo ostativo è stato concettualmente inquadrato nel divieto di cui all'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per il quale "nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Conseguentemente la Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu) da tempo ha stabilito la non conformità alla Convenzione di questa pena.
Anche la nostra Corte costituzionale aveva rilevato la non conformità alla Carta di un divieto che poteva riguardare un condannato che pur non collaborando aveva seguito un percorso rieducativo e non aveva più nessun contatto con la criminalità organizzata. Da poco, comunque, nell'inerzia del parlamento, la Corte con la sentenza del 15 aprile scorso, ha dichiarato la incostituzionalità (condizionata) di quella disposizione per contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione. Dando al legislatore anno di tempo per adeguarla alla Carta poiché "l'accoglimento immediato della questione rischierebbe di inserirsi in modo non adeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata".
Un anno di tempo, quindi, ma la fine dell'ergastolo ostativo è segnata dato che l'inerzia eventuale del parlamento comporterebbe un ulteriore intervento della Corte che, a questo punto, ne sancirebbe la incostituzionalità immediata: c'è da rallegrarsi perché certi meccanismi istituzionali funzionano e riaffermano lo stato di diritto. Comunque apriti cielo anche per questa decisione che, detto per inciso, il consigliere del Csm Di Matteo in televisione ha visto in consonanza con una delle richieste del famoso "papello" di Riina: un quasi concorso esterno in trattativa dei giudici di Strasburgo e della Corte costituzionale?
Alcuni stati hanno già iniziato a togliere l'ergastolo dal loro sistema penale (Spagna, Svezia, ecc.) ma quello che dovrebbe impressionarci di più è l'abolizione dell'ergastolo nella legislazione del Vaticano, una pena che Papa Francesco ha più volte equiparato a una condanna a morte dilazionata nel tempo. Certo con questi chiari di luna è difficile pensare che l'Italia possa raggiungere a breve un tale livello di civiltà giuridica, ma almeno che si contrasti l'indignazione per decisioni che rispettano la Costituzione e le leggi che da essa promanano.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Il presidente dell'Anm sulla scarcerazione di Brusca: "Le regole sono state correttamente applicate". "Non credo che il pentitismo abbia esaurito la sua funzione e la sua efficacia nel sistema giudiziario". Lo ha affermato Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, intervenendo a Studio24, su RaiNews24, commentando la scarcerazione di Giovanni Brusca. Brusca, ha aggiunto, "ha collaborato con la giustizia, ha dato un apporto importante per la ricostruzione di quei fatti e quelle stragi. La legislazione premiale è appunto questo: tu collabori e ti do un premio". È questa "la logica della normativa sul pentitismo, una normativa che ha dato buona prova di sé, perché tanti fatti gravissimi sono stati accertati con sentenze passate in giudicato. Posso capire il turbamento di molti - ha concluso - ma queste sono le regole che sono state correttamente applicate. Non credo che il pentitismo abbia esaurito la sua funzione e la sua efficacia nel sistema giudiziario".
"La liberazione di Brusca, che per me avrebbe dovuto finire i suoi giorni in cella, è una cosa che umanamente ripugna. Però, quella dello Stato contro la mafia è, o almeno dovrebbe essere, una guerra e in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano. Bisogna accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso", ha invece detto all'AdnKronos Salvatore Borsellino, fratello di Paolo ucciso da Cosa nostra nella strage di via D'Amelio.
"Questa legislazione premiale per i collaboratori di giustizia - ricorda l'ideatore del Movimento delle agende rosse - fa parte di un pacchetto voluto da un grande stratega, Giovanni Falcone, per combattere la mafia, dentro ci sono l'ergastolo ostativo, il 41 bis. Va considerata nella sua interezza ed è indispensabile se si vuole veramente vincere questa guerra contro la criminalità organizzata".
"L'alternativa, in assenza dell'ergastolo ostativo - sottolinea ancora Salvatore Borsellino- sarebbe stato vedere tra cinque anni questa persona libera senza neppure aver collaborato con la giustizia e senza aver permesso di assicurare alla giustizia tanti altri criminali come lui". Al pentimento di Brusca, però, Salvatore Borsellino non crede. "Anche perché la sua collaborazione con la giustizia è stata molto travagliata: in un primo tempo aveva cercato di fingere per minare le istituzioni. Non credo si sia veramente pentito, come, invece, ha fatto Gaspare Mutolo, assassino anche lui, che ha ucciso, strangolandole, 50 persone a mani nude, ma che oggi penso sia una persona veramente cambiata. Di Brusca non ho questa impressione".
Anche perché, è la tesi del fratello del giudice antimafia, "non ha raccontato neanche tutto quello che sa e che avrebbe potuto dire. Sicuramente, però, quello che ha detto è stato tanto e ha permesso di fare tanti processi, di assicurare tanti criminali come lui alla giustizia". Il ritorno in libertà di Brusca può costituire un pericolo? "È fondamentalmente un criminale, di una persona che uccide un bambino e lo scioglie nell'acido dicendo che era come un cagnolino non ci si può fidare appieno. Ma non credo che possa costituire oggi un pericolo".
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 2 giugno 2021
L'evocazione dei demoni mafiosi non basta a condannare se non è accompagnata dalla concreta messa a disposizione della propria opera per conseguire i fini dell'associazione. Ci stanno dentro un mucchio di cose diverse. Ma l'antropologia, la sociologia, la criminologia, la letteratura, la psicologia - ciascuna per la propria parte - non fanno altro che restituirci un'immagine imperfetta di quel cosmo apparentemente noto, continuamente esplorato e anche ampiamente narrato che è la mafia. Da decenni relazioni, libri, sentenze, articoli, pellicole riempiono librerie intere, eppure tutto questo sapere - dall'ondivaga e incerta qualità - non è riuscito a generare punti condivisi, opinioni accettate, posizioni unanimi negli osservatori più attenti.
È vero che, da qualche tempo, di mafia si parla sempre meno e questo, lo diciamo subito, in fondo è un bene. Dopo l'abbuffata mediatica degli ultimi tempi, dopo libri di cassetta frutto di sospette premonizioni su indagini e arresti, dopo serie televisive ampiamente romanzate, dopo carriere discutibilmente lucrate, il chiacchiericcio mafiologico sembra tacere incapace com'è di trovare nuove storie da narrare, nuove gesta da mitizzare.
In questo silenzio il lavoro dei giudici ha però continuato a dipanare matasse e ad affrontare vicende, ponendosi - nella ritrovata continenza mediatica - quesiti importanti e cercando soluzioni che per troppo tempo erano state rimandate. Questa volta è toccato alle Sezioni unite della Cassazione dar risposta a una domanda che a lungo era rimasta latente; forse perché per troppe volte il rumore assordante delle semplificazioni e delle congetture era di ostacolo a una visione laica, moderna, lucida della criminalità mafiosa. Ci si chiedeva da anni ormai, e da oltre un decennio in modo più assillante, se a fondare una condanna per mafia fosse sufficiente sorprendere taluno a recitare giaculatorie e giuramenti, a salmodiare su "Osso, Mastrosso e Carcagnosso", a discettare di pungiute e di pungiuti.
La mainstream giudiziale e le connesse salmerie giornalistiche erano irremovibili sul punto: certo che basta, si ripeteva; l'affiliazione, la ritualità, i santini bruciati, le invocazioni pagane alla divinità sono la sostanza stessa della mafia, sono le stimmate del mafioso che - assoggettandosi a quegli esorcismi - scaccia da sé ogni bene e vende la propria anima al male. Nel cuore di questa visione della mafia e dei mafiosi stavano cose importanti.
C'erano "Il Padrino" di Puzo insieme con "Il giorno della civetta" di Sciascia solo per citare le opere più prestigiose e autorevoli che hanno ampiamente orientato la percezione collettiva del fenomeno mafioso e della personalità dei suoi adepti. La mafia è stata per decenni ostinatamente costretta negli argini di una sorta di sacerdozio malefico in cui i delitti affondavano le proprie radici in personalità ammaliate da riti antichi che gratificavano e, al tempo stesso, rendevano comprensibile il male più efferato.
La parodia degli uomini d'onore intesa come selezione eugenetica di una razza superiore di criminali che - depurato il delitto della sua quotidiana quanta banale contingenza - lo traducevano come parte di una trama di potere più ampia e misteriosa. Quanto di attuale ci sia in questa visione è un altro paio di maniche. Quanto questa impostazione antropologica abbia ispirato indagini, sentenze e condanne è un'altra cosa ancora. Negli anni strumenti d'indagine sempre più sofisticati e pervasivi hanno consentito di documentare, filmare, ascoltare i riti del paganesimo mafioso e hanno concluso che questo fosse sufficiente, che la sola condivisione di questo pantheon ideale popolato di idolatrie pagane potesse bastare per una condanna.
Ora la Cassazione ha posto un punto fermo. Le motivazioni più complete arriveranno, ma la prima informazione provvisoria rilasciata da piazza Cavour rende chiaro che la sola affiliazione, la sola evocazione dei demoni mafiosi non basta a condannare se non è accompagnata dalla concreta ed effettiva messa a disposizione della propria opera per conseguire i fini dell'associazione. Si può essere mafiosi "dentro", nel circuito interiore delle proprie convinzioni, della propria arretratezza culturale e delle proprie aspirazioni, si possano idolatrare gli uomini d'onore e si può anche aspirare a emularli, ma tutto questo non basta per incorrere nel carcere. È una rivoluzione. Forse la più importante da quando, nel 1982, il reato di associazione mafiosa trovò ospitalità nella cittadella codicistica. In quel recinto di norme la mafia, il suo carico di semitoni, di sfumature, di ambiguità persino caratteriali entrarono portandosi dietro commissioni parlamentari, libri, cinema, serie televisive, Joe Petrosino e don Mariano Arena, un cosmo complesso, una filigrana sconnessa in cui cosmologie letterarie e processi penali, in gran parte falliti, nella Sicilia degli anni ' 60 delineavano il mito dell'invincibilità e descrivevano una razza di uomini geneticamente vocati al male. In quella epifania del delitto, in parte reale e in parte immaginifica per opera di un'ineguagliabile letteratura, l'affiliazione era decisiva poiché era la prova stessa di quella scelta irreversibile in favore della violenza e della sopraffazione.
Ora la Cassazione pone un argine a questa impostazione che non solo ha confuso (e non sempre in buona fede) un fossile antropologico con una effettiva realtà criminologica, ma che rischiava di concedere spazio a un diritto del foro interiore, a una diagnostica della morale priva dei requisiti di concretezza e di offensività che devono contraddistinguere ogni delitto. Una visione arretrata, colpevolmente arretrata della mafia e della sua modernità che veniva annacquata da esibizionismi rituali, utili per le conferenze stampa e per vendere libri, ma inidonea a rincorrere la vera e più pericolosa evoluzione delle consorterie, laicizzate dalla politica e dal denaro e spogliate di orpelli sacramentali nelle sue propaggini più temibili.
di Claudia Fusani
tiscali.it, 2 giugno 2021
Brusca è fuori in applicazione della legge sui collaboratori di giustizia. Grazie a lui fatta luce sull'attentato di Capaci e il tema della trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Ora è un uomo di 64 anni, libero e con un tesoretto da qualche parte. Il ritorno in libertà di Giovanni Brusca provoca reazioni di legittimo disgusto e qualche insopportabile strumentalizzazione giustizialista. Pochi però, nel corso delle ultime 24 ore, centrano il vero non detto della questione: che pentito è stato U Verru, il porco, il killer di Capaci? Ha raccontato tutto quello che sa o solo quello che gli tornava utile per contrattare con lo Stato una via di uscita? Soprattutto, dov'è il suo patrimonio che non ha mai consegnato e che le indagini hanno confiscato solo in parte?
La collaborazione - Familiari delle vittime, magistrati, forze dell'ordine, tutti sapevano che per la sua liberazione era solo una questione di tempo. Arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta nella contrada Cannatello (guidava le indagini Renato Cortese che dieci anni dopo arrestò anche Provenzano), campagna di Agrigento, Brusca inizia a collaborare subito con un gigantesco depistaggio subito smascherato dai magistrati della dda di Firenze Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Dopo qualche mese inizia a fare sul serio, a svelare preparativi e protagonisti dell'attentatuni di Capaci, a parlare del papello, le richieste di Riina allo Stato per far cessare le bombe dopo le bombe e gli attentati del biennio '92-'93, il primo tassello della trattativa Stato-Cosa Nostra.
"Il porco" diventa tecnicamente collaboratore di giustizia nel 2000 (fu un percorso controverso, pieno di dubbi), questo status consente di evitare l'ergastolo e di ottimizzare la condanna ad un massimo di trenta anni. Che se trascorsi con buona condotta, come Brusca ha fatto, garantiscono a loro volta uno sconto di 45 giorni ogni sei mesi. E così i trenta anni sono diventati 25 e le porte del carcere si sono aperte lunedì sera. Tutto regolare.
Tutto scandito dal contratto che un criminale sottoscrive con lo Stato nel momento in cui si decide che il contributo alle indagini e alla verità di quell'individuo è più importante dell'ergastolo a vita. Che è il massimo della pena prevista dal sistema delle pene italiano. Può risultare una beffa ma Brusca è uscito dal carcere così come stabilito dalla legge. Legge, sui collaboratori di giustizia, voluta proprio da magistrati come Giovanni Falcone, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi.
La rabbia - Ma la notizia della liberazione di Brusca è stata deflagrante e non poteva essere diversamente. L'ex capomafia di San Giuseppe Jato che ha confessato "più di cento omicidi ma meno di duecento" tanto fa non aver saputo (o voluto) neppure indicare i loro nomi. Tra queste le cinque vittime di Capaci, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Ha descritto con i dettagli la brutalizzazione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido mentre Brusca mangiava un panino. Aveva solo 13 anni e pagò per "colpa" del padre, Santino Mezzanasca che aveva deciso di collaborare. Brusca è per tutti, anche per chi segue meno i fatti di mafia, il male fatto persona, l'arroganza del boss di Cosa Nostra che pensa sempre di farla franca, l'uomo che pigiò il bottone sulla collinetta che guardava Capaci e fece saltare in aria 500 kg di tritolo, un km di autostrada e il giudice che aveva trovato il modo di sconfiggere la mafia consapevole che "come ogni fatto umano è destinata ad avere un inizio e una fine". Insomma, un criminale del genere dove può stare se non in carcere a vita?
Le reazioni - Legittime quindi rabbia e indignazione. Soprattutto quelle di famigliari e parenti di vittime. "Un pugno nello stomaco che lascia senza respiro" ha detto Maria Falcone, sorella del giudice assassinato. E però, come lei stessa ha ricordato, "quella legge l'ha voluta anche mio fratello, ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose".
Lucidissimi il fratello e la madre del piccolo Di Matteo: "Umanamente non si potrà mai perdonare. Il dolore della morte di mio fratello non si rimarginerà mai, per mia madre la sofferenza è ancora più grande. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Brusca ha ucciso mio fratello ma ha espiato la pena nel rispetto della legge". Non se ne fa, invece, una ragione Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone: "Sapere che uno come Brusca è tornato libero nel rispetto delle leggi, significa che quelle leggi sono sbagliate".
Quello che invece non si comprendono affatto sono le reazioni di politici e parlamentari, soprattutto di centrodestra, che utilizzano questa occasione per piantare le solite bandierine. Quelle del garantismo a senso unico. Per cui, ad esempio, guai a parlare di revisione dell'istituto dell'ergastolo ostativo e del regime del 41 bis come invece hanno chieste due sentenze, una della Corte Costituzionale e anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. Tema su cui gli stessi boss stanno da tempo facendo i conti per strappare vantaggi e benefici. Una cosa è certa: quello delle misure antimafia è un terreno minato che deve stare fuori dalle dispute politiche. È un tema di unità nazionale, senza fughe in avanti. Ieri invece i 5 Stelle, alle prese con un'altra giornata no sul fronte del partito che verrà, sono subito partiti lancia in resta chiedendo "svolte sul piano normativo" e alzando polveroni sul rischio che "altri boss possano uscire dal carcere".
Nessun'altra scarcerazione - Tranquilli. Il ministero della Giustizia tramite il Dap ha subito verificato l'esistenza di altre situazioni simili e non ne ha trovate. Nessun altro boss o pentito di elevata caratura criminale sembra destinato a lasciare presto il carcere. Tutti i grandi nomi di Cosa nostra, con l'eccezione del superlatitante Matteo Messina Denaro, stanno scontando l'ergastolo ostativo (che non può essere in alcun modo addolcito da sconti e benefici) al regime del 41 bis sulla base di sentenze definitive.
È il caso dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, mandanti delle stragi del 1992 e del 1993 e dell'uccisione di don Pino Puglisi; del boss catanese Nitto Santapaola e del nipote Aldo Ercolano; di Nino Madonia. Altri boss, tornati in libertà per l'emergenza Covid - tra cui Giuseppe Sansone e Francesco Bonura - sono tornati in cella. Tra i collaboratori più in vista non tornerà in libertà neppure Gaspare Spatuzza, che pure viene considerato uno dei pentiti più affidabili. Al momento sconta l'ergastolo. Piuttosto, occhi e orecchie dei boss sono direzionati sulla riforma dell'ergastolo ostativo e del 41 bis.
Brusca, pentito, collaboratore, opportunista? - Fatta dunque chiarezza su regole, leggi e motivi della scarcerazione, si apre grossa come una casa un'altra domanda: chi è stato veramente Brusca, un pentito vero o un opportunista? Intanto è necessaria una premessa: una cosa è un pentito (lo sono stati Buscetta e Spatuzza che ha attraversato una vera crisi mistica), altra cosa è un collaboratore di giustizia. Il fatto è che la maggior parte dei cosiddetti "collaboratori di giustizia" non sono affatto pentiti di quello che hanno fatto ma "vendono" parte della propria storia, quel tanto che basta, per avere sconti di pena.
Brusca è stato un collaboratore di giustizia. Non un pentito. Utile, anzi necessario per alcune cose. Muto su altre. Lo "scannacristiani" - altro nomignolo conquistato sul campo - ha riempito migliaia e migliaia pagine di verbale, decine e decine di faldoni. L'attentato di Capaci è l'unico fatto del biennio '92-'93 per cui è stato possibile ricostruire dinamica, mandanti e protagonisti.
Senza Brusca non sarebbe stato possibile. Come dimostra il processo gemello di via d'Amelio giunto ormai alla sua quarta edizione (per colpa di un falso pentito, Vincenzo Scarantino). Brusca è stato decisivo anche per ricostruire i rapporti tra Stato e Cosa nostra.
È stato il primo a parlare del famoso papello, nel 1997-1998, con i magistrati di Firenze (titolari dei processi per le bombe in continente Roma, Firenze, Milano) spiegando l'elenco delle richieste di Totò Riina per far cessare l'aggressione a colpi di bombe contro lo Stato. Fu Brusca, insomma, ad aver messo in moto il meccanismo che ha indicato la strada dei "mandanti occulti delle stragi" (un'altra intuizione di Chelazzi), un fascicolo che si rinova nel tempo senza però arrivare ad una conclusione. È stato Brusca che ha fatto scrivere nelle motivazioni della sentenza della corte d'assise di Firenze sulle bombe del '92-'93 che "ci fu una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra". Così come è stato Brusca a costituite le basi - al di là della modalità e degli esiti di quei processi - per l'inchiesta e poi il processo Trattativa che tra pochi giorni arriverà alla sentenza d'Appello. Cosa nostra miliare ha cominciato ad agonizzare anche grazie a Brusca.
I non detti e i misteri di quel biennio - Così come è vero che Brusca ha taciuto su molti aspetti. Ha deciso cosa dire e cosa no. Sicuramente ha puntato il dito più sui nemici (altre famiglie) che sui compari. E poco nulla ha detto del suo patrimonio. Brusca non ha aiutato, o meno di quello che avrebbe potuto, a raccontare il prima della strage di via d'Amelio, cosa è successo in quei due mesi tra il tritolo di Capaci e quello di via D'Amelio.
Non ha spiegato come sia stato stato possibile che un balordo come Vincenzo Scarantino abbia potuto depistare per sedici anni investigatori e procuratori di razza come Tinebra e Caselli. È stato necessario aspettare il 2008 e la decisione di Gaspare Spatuzza di parlare con magistrati come Piero Grasso, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi. Sono ancora tanti i misteri di via d'Amelio: l'agenda rossa, il ruolo dei servizi segreti, per quale dannato o spaventoso motivo in quei mesi dopo Capaci e la morte di Falcone, il suo alter ego, Borsellino non era stato blindato in ogni suo passo. Sono tanti ancora e purtroppo i misteri di quella stagione. Non c'è dubbio che Brusca avrebbe potuto dire di più. Essere più collaborativo.
I silenzi - Di sicuro il killer di Capaci è stato bravissimo a dire poco o nulla del suo tesoretto. È agli atti un dialogo avvenuto in aula a Palermo durante una misura di prevenzione. Brusca ha raccontato ai magistrati che avrebbe "guadagnato 200 milioni di vecchie lire solo con gli appalti truccati", altri 200 milioni sarebbero arrivati "per aver realizzato una stradella".
Insomma, Giovanni Brusca ha molto probabilmente un tesoretto da qualche parte che non ha mai messo a disposizione della magistratura. E che ora, libero a 64 anni, può immaginare di andare ad usare per una serena pensione. Se c'è qualcosa di giuridicamente sbagliato in questa storia è questo: chi decide che è sufficiente dire un po' e non tutto? Perché la consegna dei beni materiali non diventa imprescindibile per accedere agli sconti di pena? Brusca ha sempre negato di avere altri beni. L'ex procuratore antimafia, poi presidente del Senato Piero Grasso ieri ha detto che "lo Stato ha vinto tre volte contro Brusca: quando lo ha arrestato, quando lo ha convinto a collaborare, quando ne ha disposto la scarcerazione rispettando l'impegno preso". Ora lo Stato deve mettere in conto una quarta partita: la confisca totale dei beni frutto di malaffare, se esistono da qualche parte esistono.
L'ultima zampata - Per dire che tipo è Brusca, basta raccontare cosa ha fatto tre giorni prima di uscire dal carcere. Lo ha raccontato il suo avvocato storico Luigi Li Gotti all'agenzia Adnkronos. "Brusca mi ha chiamato tre giorni fa al telefono e mi ha detto di fare attenzione perché 'faccia da mostro' non è il poliziotto Giovanni Aiello (presunto agente dei servizi segreti, ndr)". Così, all'improvviso, giusto tre giorni prima di uscire, Brusca si ricorda di aggiungere un pezzo alla storia. Un pezzo che conta perché riguarda la regia e l'esecuzione della strage di via d'Amelio. E gli indizi che sembrano portare alla presenza di servizi segreti (deviati?) Sia nella fase della preparazione della 126 che nelle ore dell'attentato. Tre giorni prima di uscire dal carcere Brusca si preoccupa di dire che "i servizi segreti in quella storia non c'entrano". Anzi, il boss suggerisce: "Andate a guardare la fotografia del mafioso pentito Vito Galatolo e vedete che faccia ha". Sarebbe Galatolo l'uomo con la faccia butterata di cui parla Spatuzza?
Spatuzza all'epoca non era affiliato a Cosa Nostra e dunque potrebbe non aver conosciuto Galatolo. Ma "è lui - dice Brusca - l'uomo con la faccia deturpata presente in quel garage". Li Gotti parla di "sfogo". "Ma quale agente dei servizi segreti, non ce n'era bisogno" si è "sfogato" Brusca con il suo avvocato. È questo il problema dei collaboratori di giustizia: non la raccontano mai tutta. E aggiungono sempre un pezzo.
ilpescara.it, 2 giugno 2021
La legge regionale, presentata dal consigliere Santangelo, prevede a partire dall'anno accademico 2021/2022 l'esonero per i detenuti degli otto istituti penitenziari abruzzesi. L'Abruzzo, grazie ad una legge regionale, è la prima regione italiana che esonera dal pagamento delle tasse universitarie i detenuti. Questa mattina la legge, proposta dal consigliere e vicepresidente del consiglio Santangelo, è stata illustrata alla presenza del garante per i detenuti Cifaldi.
I detenuti degli otto istituti penitenziari della nostra regione, a partire dall'anno accademico 2021/2022, non pagheranno le tasse per gli studi universitari, come spiega Santangelo aggiungendo che se da un lato è giusto scontare le pene all'interno di un carcere, dall'altro è doveroso dare una possibilità a chi ha sbagliato. "In tal senso, la cultura e l'istruzione rappresentano senza dubbio il primo gradino per riabilitare una persona all'interno della società una volta che ha scontato le proprie pene.
L'Abruzzo, grazie al rapporto virtuoso con il Garante dei detenuti Gianmarco Cifaldi, è la prima regione in Italia a varare un provvedimento in questo ambito e sicuramente altre amministrazioni seguiranno il nostro esempio. Questo provvedimento dimostra la nostra volontà di andare avanti in un processo caratterizzato da politiche attive virtuose dove il carcere non è solo punitivo ma offre la possibilità di raggiungere un riscatto sociale alla fine di un percorso di riabilitazione".
Lo stesso Cifaldi ha sottolineato l'importanza di questo provvedimento, aggiungendo che nel carcere di Pescara si sta pensando di realizzare un polo didattico a disposizione di tutti i ristretti che intendono mettersi in discussione e vogliono crearsi un percorso per il futuro, che raccoglierà tutti gli studenti detenuti di Teramo, Sulmona, Lanciano, Pescara e Chieti.
"Visto che non è possibile seguire le lezioni in modo sincrono, abbiamo creato delle condizioni per seguire in modalità asincrona caricando le lezioni dei docenti su pen-drive che poi vengono distribuite con il materiale didattico. Noi dobbiamo pensare che le persone che sono in carcere stanno sì scontando una pena ma non possono essere abbandonante dalla società civile. È nostro dovere creare le condizioni per un reinserimento completo nel mondo del lavoro e della società e in questo senso è sempre attivo il numero verde per essere vicini alle esigenze della popolazione penitenziaria".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2021
Scatta il reato di lesioni colpose per la mancata richiesta di acquisto di siringhe "Butterfly" se il dipendente s'infetta facendo un prelievo Per l'infezione dell'infermiere contratta sul luogo di lavoro scatta il reato di lesioni personali colpose aggravate per il medico competente della Asl che non ha proposto in sede di redazione del Documento di valutazione dei rischi l'acquisto e la prescrizione d'uso di dispositivi di protezione personale.
E a nulla vale che vengano assolti il datore di lavoro e il suo delegato responsabile del pronto soccorso dove si è verificato l'evento dannoso. Infatti, dice la sentenza n. 21521/2021 della Cassazione penale che il medico competente dell'Azienda sanitaria locale ha una posizione originaria di garanzia e non derivata. Inoltre, il medico aveva partecipato alla collettiva redazione del Documento di valutazione rischi e non aveva richiesto la dotazione di siringhe protette - che avrebbero evitato l'evento - giustificandosi in ragione dell'assenza di fondi dimostrata, secondo lui, anche dall'assenza del Dpi nella farmacia del presidio ospedaliero sede del pronto soccorso in cui si era verificato lo scambio accidentale di sangue da paziente a infermiere.
Ma proprio l'articolo 25 del Dlgs 81/2008 prevede un obbligo di collaborazione "attiva" - e non un ruolo passivo della figura del medico competente - indicata esplicitamente nel dovere di fare proposte atte a promuovere la protezione della salute sul luogo di lavoro. Tale collaborazione attiva non può essere ravvisata nell'informale presa d'atto della mancanza di un dato dispositivo di tutela presso la farmacia interna o di fondi disponibili per il suo acquisto.
In sintesi se la spesa era da ritenersi necessaria andava comunque proposta e sicuramente andava indicata - su input formale del medico competetente - la necessità di dotarsi del Dpi nel Documento di valutazione rischi. Comunque l'affermazione del ricorrente di aver sollecitato oralmente l'acquisto delle siringhe protette avrebbe dovuto essere portata compiutamente all'esame di merito per una sua eventuale rilevanza a discolpa. Per cui la mancata proposizione formale della dotazione di sicurezza ha determinato la responsabilità penale del medico competente per l'infezione contratta dall'infermiere del pronto soccorso che aveva operato sprovvisto del dispositivo di protezione individuale non acquistato, ma soprattutto non richiesto dalla figura di garanzia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 giugno 2021
I più sincero è proprio Santino Di Matteo, quello che fece il "pentito" per primo e pagò con il sangue del suo figlio bambino, strangolato e buttato nell'acido. Lui dice, chiaro chiaro, che se incontra Giovarmi Brusca appena scarcerato dopo aver scontato la pena con 25 anni di detenzione, colui che emise quella sentenza infame nei confronti di un innocente, colui che fece mettere le mani al collo a un bambino, non sa "che cosa accade".
Tra due mafiosi che la pena di morte l'hanno conosciuta e applicata giorno dopo giorno nella loro vita, si può anche immaginare che cosa "può succedere" se si ritrovano faccia a faccia. Senza ipocrisie, senza "sono garantista però". Per il resto, dai magistrati ai politici, il giorno dopo l'uscita da Rebibbia del "pentito" numero uno di Cosa Nostra, le differenze si distanziano solo tra i vomitatori e i virtuosi. I primi sono quelli che non vanno per il sottile, che sotto sotto sono a favore della pena di morte ma non possono dirlo, quindi lasciano che sia il proprio corpo a esprimersi. Vocabolario ristretto, quindi c'è poca libertà di scelta tra disgusto, rabbia, schifezza, vergogna, brividi, pugno nello stomaco. Si va da Matteo Salvini a Enrico Letta.
I virtuosi, guidati da Maria Falcone e seguiti da Mara Carfagna, sono altrettanto schifati ma costretti ad allargare le braccia in segno di resa davanti alle leggi sui "pentiti", comunque considerate utili e fondamentali per la lotta alla mafia. Per cui, il fatto che un mafioso che ha confessato circa 150 omicidi, che ha schiacciato il pulsante per far saltare in aria l'auto di Giovanni Falcone e poi ha fatto arrestare tanti suoi complici, e soprattutto che ha aperto la strada al processo sulla trattativa che non c'è, sia stato condannato a 30 anni di carcere invece che all'ergastolo (ostativo), è un tributo da pagare.
A malincuore, con l'ipocrisia del "dolore", strano sentimento sulla bocca di parlamentari o esponenti del governo. Ben pochi resistono alla tentazione del nulla dei propri pensieri espressi in coro, banalmente uno simile all'altro. Giovanni Brusca era il pupillo di Totò Riina, rampollo d'oro della stagione sanguinosa dei Corleonesi. Fu arrestato nel 1996 nel tripudio scomposto degli agenti che fecero una sorta di girotondo con le moto, urlando di gioia con l'adrenalina a mille. Fu un traguardo fondamentale nella lotta a Cosa Nostra. Dopo un tentativo imbroglionesco, lui impiegò ben poco a fare il "pentito".
Proprio lui che con la vicenda Di Matteo era stato il giustiziere della vendetta trasversale nei confronti del primo grande traditore, seppe giocare la carta pesante di una carriera criminale molto intensa. Capì da detenuto quel che forse aveva intuito anche da libero, e cioè che le leggi speciali giovano a chi delinque di più, perché più ne uccidi e più hai da raccontare. E più racconti, con abilità, mescolando il vero e il falso, il reale e il fantastico, più sarai ascoltato e premiato. Dal 1996 sono trascorsi 25 anni, quelli giusti da scontare per chi sia stato condannato a 30 anni di carcere, e che diventano appunto 25 calcolando 45 giorni di sconto ogni sei mesi. Tutto regolare.
Tranne che per un piccolo particolare. Perché in genere i mafiosi della stazza di Brusca non vengono condannati a 30 anni, ma all'ergastolo, e non a un ergastolo qualunque, ma a quello "ostativo", che non consente l'applicazione di nessun beneficio penitenziario e la cui applicazione consiste nel "fine pena mai". Nel coro delle prefiche disgustate perché uno come Brusca vorrebbero vederlo solo morto e di quelle virtuose del "dura lex sed lex", è difficile captare una qualche stonatura positiva.
C'è Peppino Di Lello, che fu un esponente di rilievo della componente garantista di Magistratura democratica e che sedette nel pool antimafia con Falcone e Borsellino, che all'ennesima sollecitazione a scandalizzarsi, sbotta: "Ha scontato la pena, che vogliamo fare? Impiccarlo?". È poi lui a ricordare, nel silenzio generale, che in molti Paesi occidentali non esiste neppure l'ergastolo e che altri si accingono a eliminarlo.
L'Italia invece non solo si tiene ben stretta la pena a vita, ma l'ha addirittura appesantita con lo zaino della disciplina "ostativa" che oscilla tra la tortura e la pena di morte. Vogliamo scandalizzare un po' i vomitatori professionali dell'antimafia?
Giovanni Brusca è un cittadino dei peggiori, il Caino più cattivo di tutti. Perché ha assassinato e compiuto stragi. Poi perché ha tradito. E infine perché, per far piacere a qualche pubblico ministero più o meno invasato, si è inventato la balla della "trattativa Stato-mafia", vendicandosi cosi di qualche alto poliziotto che gli aveva dato la caccia. Questo Caino numero uno è un cittadino che è stato processato e condannato a trent'anni di carcere e secondo le leggi vigenti e che riguardano tutti, ne ha scontati venticinque.
Venticinque anni sono quasi un terzo della vita di un uomo, secondo le aspettative degli anni duemila. Facciamo insieme un esercizio di memoria, cerchiamo di ricordare che cosa abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni della nostra vita. Forse non riusciamo neanche a ricordare tutto. Proviamo a immaginare come sarebbero stati se li avessimo trascorsi in cattività, nella delizia delle carceri italiane. Sul fatto che Giovanni Brusca li meritasse tutti, pochi sarebbero in disaccordo.
Ma i suoi anni di detenzione sono stati tanti. Più che sufficienti. Ora basta. Ma il punto è un altro. E a maggio scorso sono state depositate le motivazioni dell'ordinanza con cui la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità di quella pena che Brusca non ha avuto, ma i suoi complici non "pensili" si, cioè dell'ergastolo "ostativo". E ha detto chiaramente, pur concedendo un anno al Parlamento perché corregga la rotta, che quella legge speciale del 1992 che partorì tra l'altro questa sorta di pena capitale mascherata, è fuori dalla Costituzione.
Perché tra l'altro, come ha ricordato di recente il pm Henry lobo Woodcock, cha delineato un sistema mirante all'annientamento di un presunto "nemico", e bandito qualsivoglia prospettiva di un suo reinserimento nella società civile, lasciandogli come unica via d'uscita la "scelta" imposta di collaborare con la giustizia". La fabbrica dei "pentiti", in poche parole, la costruzione dei Brusca. Con il ricatto, neanche tanto sotterraneo, di subordinare la possibilità di un normale percorso riabilitativo, pur in una lunga permanenza in carcere, alla delazione.
C'è qualche differenza con la pratica della tortura? Che cosa si chiedeva alle streghe sul rogo, se non di confessare peccati propri e altrui in cambio del perdono? Se c'è dunque qualche motivo per scandalizzarsi oggi, non è l'uscita di Brusca dal carcere, ma il fatto che tutti coloro che lui ha denunciato e fatto arrestare, e che sono detenuti magari da 25 anni, siano ancora dentro con tutte le limitazioni degli articoli 4 bis e 41 bis, e che non lo abbiano potuto accompagnare nel giorno della sua liberazione. È questa la vera ingiustizia.
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