di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 12 luglio 2021
L'atteggiamento verso le toghe riflette il sentimento politico e anti-politico. Oggi consensi ai minimi. In un sondaggio recente condotto da Demos per Repubblica, circa 4 italiani su 10, per la precisione: il 36%, esprimono fiducia verso la magistratura. Si tratta di una misura analoga a quella rilevata negli ultimi 10 anni. Con variazioni, talora, sensibili. Di segno positivo, in alcuni anni. E opposte, in altri momenti.
Peraltro, nelle indagini sul rapporto fra "Gli Italiani e lo Stato", che conduciamo da oltre vent'anni, il consenso verso la Magistratura, anche di recente, risulta superiore rispetto alle principali istituzioni e ai principali soggetti politici. Non solo ai partiti, anche al Parlamento. E allo stesso Stato. Si tratta di dati utili a comprendere le polemiche intorno alla "riforma della giustizia" che si sono accese in questi giorni. E hanno coinvolto le forze della maggioranza. In particolare, il M5S, che sui temi della legalità ha fondato la sua identità. La questione della "giustizia" è all'origine della nostra democrazia e della nostra Repubblica. Tanto più negli ultimi trent'anni.
M5S, accordo raggiunto tra Conte e Grillo. Di Maio: "Sempre creduto nella mediazione" - In questa specifica occasione, l'intervento del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, pareva avere sbloccato il percorso della riforma. In particolare, sul tema della prescrizione. Anche grazie al dialogo diretto con il "garante" del MoVimento, Beppe Grillo. Tuttavia, questa stessa iniziativa ha contribuito ad accentuare i contrasti interni ai 5S. In primo luogo, tra il fondatore e il leader - in pectore - Giuseppe Conte.
Anche per questo motivo, non è chiaro cosa avverrà, in Parlamento, in vista dell'approvazione. Un altro segno della fragilità del sistema politico italiano, in questa fase. Perché, oggi, non si vedono alleanze e maggioranze stabili e resistenti, fra i partiti. Tutti insieme, al governo, tranne i FdI di Giorgia Meloni. Che, anche per questo, risultano in grande ascesa. Secondo alcuni sondaggi, primi. Davanti a tutti. Ma nessuna forza politica appare tanto forte e sicura da spingersi ad affrontare il voto degli italiani, prima della scadenza prevista. Troppo rischioso. Per tutti. Infatti, se guardiamo la Supermedia dei sondaggi politici realizzata da YouTrend, la partita tra FdI, Lega e Pd risulta aperta. Attraversiamo, quindi, un periodo di incertezza, che non sappiamo quanto durerà.
Una patologia politica che conosciamo bene. Perché ha accompagnato l'Italia almeno da trent'anni. Da quando è caduta la Prima Repubblica. Nei primi anni Novanta. Allora, la Magistratura svolse un ruolo determinante. Attraverso le inchieste sulla corruzione "dei" e "nei" partiti, riassunta nella parola-chiave: Tangentopoli.
La figura simbolo di quella fase fu Antonio Di Pietro. Magistrato. Principale artefice delle inchieste giudiziarie di "Mani Pulite". Fondò e guidò, a sua volta, un partito, l'Italia dei Valori, che apparse il "partito anti-corruzione". In fondo, "l'anti-partito", visto che i partiti erano divenuti sinonimo di corruzione. Ma altri magistrati, in seguito, ne hanno seguito l'esempio. Per questo è interessante osservare l'andamento dei consensi, ondivago, verso la Magistratura negli ultimi 30 anni. In quanto riflette il sentimento politico e anti-politico degli italiani. La fiducia nei confronti della Magistratura raggiunge l'apice nei primi anni Novanta, gli anni di Tangentopoli, quando (secondo dati dell'ISPO) sfiora il 70%. In seguito, scende sensibilmente fino al 40%, intorno alla fine degli anni Novanta. Quando il ruolo politico dei magistrati è segnato dal confronto-contrasto con Silvio Berlusconi. E con altri leader dell'epoca.
E ciò produce effetti contrastanti, per entrambe le parti. Perché politica e anti-politica si "contagiano" reciprocamente. La popolarità dei magistrati risale, nuovamente, all'inizio del decennio scorso. In coincidenza con il declino e la successiva caduta di Berlusconi. Figura simbolo della Seconda Repubblica. La magistratura è, infatti, garante e contro-potere istituzionale e costituzionale. Si afferma, dunque, nei passaggi cruciali della nostra storia recente. Nei primi anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, che accompagna la caduta della Prima Repubblica.
E dopo la caduta del muro di Arcore, cioè, di Berlusconi, all'inizio degli anni Dieci del nuovo millennio. In seguito, la fiducia verso la Magistratura pro-segue in modo intermittente. Pur di-mostrando indici più limitati rispetto agli anni Novanta. È interessante, a questo proposito, osservare come, oggi, il grado più elevato di consenso emerga fra gli elettori del Pd e, in misura minore, del M5S.
Nonostante l'importanza che la questione della giustizia assume nella loro "biografia". Al contrario, indici molto minori sono espressi dalla base di Forza Italia e dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Un segno ulteriore del ruolo assunto dalla Magistratura. Contro-potere e garante nei confronti delle istituzioni e del sistema politico. Ma, per la stessa ragione, coinvolta, perfino "implicata" nella politica. Agli occhi dei cittadini: un "soggetto politico" fra gli altri. Come gli altri. E, in ogni caso, un fattore di divisione, in un sistema politico fragile e geneticamente "diviso". Che è passato da una Repubblica all'altra accompagnato, talora: trainato, dalla Magistratura.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 luglio 2021
Congresso nazionale di Magistratura democratica. Gli interventi di Ermini (Csm), Santalucia (Anm), e del professore Luigi Ferrajoli sulla "questione morale della magistratura" e le riforme della giustizia.
"La questione morale nella e della magistratura, per l'impatto e le ricadute sull'opinione pubblica, più che questione democratica è ormai una vera emergenza democratica. Perché il crollo di fiducia che ha colpito l'ordine giudiziario e il suo organo di governo autonomo mina alle fondamenta la legittimazione democratica della stessa giurisdizione": così il vicepresidente del Csm David Ermini intervenendo al congresso nazionale di Magistratura democratica in corso a Firenze.
"Tutti sappiamo - ha proseguito Ermini - che lo tsunami che si è abbattuto in questi mesi è in realtà l'onda lunga di degenerazioni e miserie etiche risalenti negli anni, e sappiamo anche che la gran parte dei magistrati è del tutto estranea all'indegnità disvelata dai ben noti scandali e ne è profondamente turbata; ma altrettanto bene sappiamo che l'attuale crisi della magistratura, per intensità e qualità, è di portata questa volta diversa dal passato e segna il punto di non ritorno. Non esiste un piano B, non ci sono opzioni o vie di fuga, non è data un'altra chance".
In merito al dibattito sulle riforme della giustizia a firma Marta Cartabia, Ermini confida nella convergenza dei partiti: "Ho piena fiducia nella sensibilità istituzionale della ministra Cartabia, nella sua competenza, nelle sue capacità di dialogo e sintesi. Confido che le forze politiche, tutte le forze politiche in Parlamento, abbiano la consapevolezza che la strada delle riforme è strada a questo punto obbligata, e non solo per l'accesso ai fondi del Recovery ma per gli equilibri delle stesse istituzioni, e responsabilmente convergano su soluzioni condivise e nel solo interesse generale di un sistema giudiziario efficace e giusto. Se non c'è un accordo tra le forze politiche per trovare una strada le riforme sulla giustizia diventano solo armi di battaglia, e il cittadino non ottiene poi il servizio giustizia". Sul problema del carrierismo, svelato dallo scandalo Palamara, Ermini aggiunge: "Sussiste da parte della magistratura associata, la necessità di una seria riflessione. Mai mi permetterei di entrare nel dibattito interno dei singoli gruppi associati", "ma mi rivolgo a ciascun magistrato perché si interroghi in coscienza innanzitutto sui danni del carrierismo fine a sé stesso, virus letale e motore di scambi immorali che hanno inquinato la vita consiliare".
Ad intervenire al XXIII Congresso Nazionale di Md, dal titolo "Magistrati e Polis Questione democratica, questione morale" anche il Presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia che ha affrontato due temi in particolare: l'attuale riforma della giustizia targata Cartabia e il tema della "separazione" declinato su vari versanti. Per quanto concerne la riforma del processo penale, Santalucia ha ribadito alcuni dubbi espressi già su questo giornale: "Ci sono aspetti dei disegni di riforma che suscitano perplessità - mi riferisco, ma solo come uno dei possibili esempi, alla fisionomia, per quel che si sa, della prescrizione processuale -, su cui occorrerà discutere. Mi auguro che una innovazione così importante sarà valutata ed approfondita anzitutto in diretto e concreto riferimento alle condizioni organizzative degli uffici giudiziari, delle Corti di appello". Ci sono poi proposte mancate, per il consigliere di Cassazione: "Il meccanismo di archiviazione meritata, che avrebbe potuto concorrere, con l'irrobustimento della messa alla prova e dell'archiviazione per particolare tenuità del fatto, ad un serio sfoltimento del carico giudiziario pare non essere tra gli emendamenti approvati dal Consiglio dei Ministri. Mancano anche alcuni accorgimenti che avrebbero rafforzato i riti premiali e si è rinunciato ad una rivisitazione della struttura dell'appello".
Per quanto concerne la questione della "separazione", Santalucia obietta soprattutto contro la proposta di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, promossa dall'Unione delle Camere Penali, e ora giacente in Commissione affari costituzionali della Camera: "Nel tentativo di assicurare al pubblico ministero autonomia e indipendenza, al pari dei giudici, si formerebbe il Csm della magistratura inquirente del tutto sovrapponibile, quanto a struttura, a quello della giudicante. Un domani potrebbero essere, nel loro Csm, la metà, se non, come detto, poco più, e quindi con un potere di gran lunga accresciuto.
È questo il ridimensionamento della figura del pubblico ministero a cui si mira? É facile prevedere che questo smisurato ampliamento di poteri potrebbe non essere tollerato". Infine, sostiene Santalucia, "una seconda separazione dovrebbe intervenire nella relazione tra Csm e i magistrati, affidata al sistema del sorteggio incaricato di espellere il correntismo dai luoghi del cd. governo autonomo e che, recidendo il legame di tipo elettivo, indebolirebbe fortemente quella sia pur parziale rappresentatività dell'ordine giudiziario che al Csm è stata riconosciuta - v. Corte cost. n. 142 del 1973 -. Trovo molto convincenti le parole pronunciate ieri della prof.ssa Biondi, secondo cui, a meno di non mettere mano a riforme costituzionali, deve prendersi atto che il testo della Carta parla, senza possibilità di spazi interpretativi, di componenti eletti".
Un intervento molto interessante è stato quello di Luigi Ferrajoli, professore emerito di filosofia del diritto, Università Roma Tre, tra i fondatori di Magistratura democratica, che ha tenuto una lectio magistralis dal titolo "La costruzione della democrazia e il ruolo dei giudici". Un passo molto rilevante è dedicato al rifiuto del protagonismo giudiziario "oggi favorito dai media televisivi. Dobbiamo riconoscere che ogni forma di protagonismo dei giudici nei rapporti con la stampa o peggio con la televisione segnala sempre, inevitabilmente, partigianeria e settarismo, incompatibili, ripeto, con l'imparzialità. Di qui il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare.
Ciò che i magistrati devono aver cura di evitare, nell'odierna società dello spettacolo, è qualunque forma di esibizionismo che ne compromette, inevitabilmente, l'imparzialità. Si capisce la tentazione, per quanti sono titolari di un così terribile potere, di cedere alle lusinghe degli applausi e all'autocelebrazione come potere buono, depositario del vero e del giusto. Ma questa tentazione vanagloriosa va fermamente respinta. La figura del "giudice star" o "giudice estella", come viene chiamato in Spagna, è la negazione del modello garantista della giurisdizione. Essa rischia di piegare il lavoro del giudice alla ricerca demagogica della notorietà e della popolarità. In breve: i giudici devono evitare qualunque rapporto con la stampa e più ancora con le televisioni".
E poi il rifiuto dell'idea della giurisdizione come lotta a un nemico: "La prima regola consiste nel rifiuto di ogni atteggiamento partigiano o settario, non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. La giurisdizione non conosce - non deve conoscere nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti - ma solo cittadini. Ne consegue l'esclusione di qualunque connotazione partigiana sia dell'accusa che del giudizio e perciò il rifiuto della concezione del processo penale come "lotta" al crimine. Il processo, come scrisse Cesare Beccaria, deve consistere "nell'indifferente ricerca del vero".
Per affrontare la questione morale, tema al centro del dibattito di Magistratura Democratica, Ferrajoli propone al termine soluzioni radicali. Ridurre drasticamente il potere dei capi degli uffici e il potere discrezionale dell'organismo che li nomina.
"La carriera, in breve - e con la carriera tutte le norme e le prassi che alimentano il carrierismo, a cominciare dalle valutazioni di professionalità - contraddicono una regola basilare della deontologia dei magistrati: il principio che essi devono svolgere le loro funzioni sine spe et sine metu: senza speranza di vantaggi o promozioni e senza timore di svantaggi o pregiudizi per il merito dell'esercizio delle loro funzioni. Le valutazioni della professionalità, in particolare, oltre ad essere di solito poco credibili e talora arbitrarie e [volte] a sollecitare il carrierismo, finiscono sempre per condizionare la funzione giudiziaria, per deformare la mentalità dei giudici e per minarne l'indipendenza". Eliminare il virus del carrierismo, attraverso un ridimensionamento strutturale delle carriere dei magistrati significa anche sottrarre alla politica argomenti per quella che Ferrajoli definisce "una campagna diffamatoria nei confronti della magistratura italiana che rischia di offuscare il ruolo della giurisdizione quale dimensione essenziale della democrazia".
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2021
L'emendamento sulla prescrizione approvato (senza votare) nel Cdm dell'8 luglio ricorda il meccanismo che porta a definire "escort" chi, accompagnando un cliente, è disponibile a rapporti sessuali (Treccani). La parola è più soft di altre, ma la sostanza è la stessa: un po' come l'emendamento, che a prescrizione aggiunge improcedibilità, termine meno... impegnativo. Ma torniamo alla sostanza.
La prescrizione c'è dappertutto, ma nel nostro Paese con alcune differenze notevoli. Primo: da noi decorre da quando è stato commesso il reato e non - come altrove - dal giorno in cui il presunto colpevole è stato individuato o dal primo atto di accusa. Un notevole vantaggio per l'indagato. Secondo: il nostro sistema, disgraziatamente basato su un processo lunghissimo, ogni anno causa centinaia di migliaia di prescrizioni. Per cui, mentre altrove la prescrizione è circoscritta a pochi casi limite, da noi è una voragine gigantesca che inghiotte senza ritorno un'enormità di processi. Tant'è che la percentuale italiana di prescrizioni è del 10/11%, contro quella dello 0,1/0,2% degli altri Paesi europei. Terzo: negli altri ordinamenti, il decorso della prescrizione si interrompe definitivamente o nel momento del rinvio a giudizio o con la condanna in primo grado; invece in Italia, da sempre e per un lunghissimo tempo, non c'è mai stato un blocco definitivo, ma solo sospensioni temporanee, con una prescrizione di fatto "infinita".
Si cambia registro - allineandosi agli altri Paesi - il 1° gennaio 2020: una nuova norma interrompe la prescrizione con la sentenza di primo grado. Neanche il tempo di festeggiare il Capodanno, ed ecco scatenarsi una bagarre con formule (sarà una bomba atomica!) note solo ai giuristi più raffinati. Peccato che nessuno sia in grado di stabilire con un minimo di affidabilità quali saranno davvero gli effetti della riforma del 2020 (comunemente definita "Bonafede", il ministro che ha il merito di averla voluta). Prova ne sia che nella relazione del 24.5.21 di Giorgio Lattanzi, presidente della Commissione istituita dalla nuova ministra, Marta Cartabia, per elaborare proposte innovative sul processo penale, a pagina 51 si legge testualmente che tali effetti "si produrranno a partire dal 1° gennaio 2025 per le contravvenzioni e dal 1° giugno 2027 per i delitti", per cui "dal punto di vista tecnico non vi sono ragioni che rendono urgente anticipare (una nuova) riforma della prescrizione", lasciando peraltro "impregiudicata ogni valutazione politica". Dunque, che fretta c'era di intervenire? Sul piano tecnico nessuna, se non privilegiando il piano politico con un occhio di riguardo a coloro che han sempre visto nella prescrizione (e nelle leggi ad personam) la soluzione più comoda ai loro problemi giudiziari. E basta sfogliare le cronache di questi anni per "scoprire" di chi si tratta.
Sta di fatto che nel Cdm dell'8 luglio, da un lato si conferma che la prescrizione si interrompe con la sentenza di primo grado, ma nel contempo dopo l'interruzione si introduce... una sospensione, nel senso che se non si arriva alla sentenza d'Appello entro due anni e a quella di Cassazione entro un anno dall'Appello, tutto finisce in niente, dovendosi dichiarare la non procedibilità del reato. Il che significa che i colpevoli restano impuniti e all'innocente viene negata l'assoluzione. In pratica, se non è zuppa (prescrizione) è pan bagnato (improcedibilità).
Dunque, un ritorno al passato che ricicla la convenienza ad allungare il brodo finché prescrizione+improcedibilità non intervengano inghiottendo ogni cosa. Con la conseguenza, ancor più grave, di perpetuare una anomalia del nostro sistema: la coesistenza di due codici distinti. Uno per i "galantuomini" (che in base al censo o alla collocazione politico-sociale sono considerati "perbene" a prescindere); l'altro per i cittadini "comuni".
I primi possono permettersi difensori costosi e agguerriti, in grado di utilizzare ogni spazio per eccezioni dilatorie. Per loro, il processo può ridursi all'attesa che il tempo si sostituisca al giudice con la prescrizione o improcedibilità che tutto cancella. Mentre per gli altri il processo - per quanto di durata biblica - riesce più spesso a concludersi, segnando in profondo vite e interessi. Un'intollerabile asimmetria incostituzionale, fonte di disuguaglianze, che nega elementari principi di equità. Dovuta al fatto che proprio il binomio prescrizione+improcedibilità può contribuire fortemente a far durare all'inverosimile certi processi. E ciò proprio grazie a un emendamento che vorrebbe essere garantista!
di Tiziano Soresina
Gazzetta di Reggio, 12 luglio 2021
La Corte: "Riconoscimenti inattendibili". Violenze in carcere, detenuti picchiati dalla polizia penitenziaria. Un argomento al centro della recente cronaca nazionale (per quanto sarebbe avvenuto in una struttura detentiva campana nel 2020, in piena pandemia) su cui ora piomba una sentenza - in Appello a Bologna - di tutt'altro indirizzo che assolve i nove agenti carcerari di Reggio Emilia finiti sotto processo per una vicenda del 2012, con al centro un giovane ladruncolo georgiano (Guram Shatirishvili, ora 27enne) arrestato e già condannato per concorso nel tentato omicidio di un poliziotto nelle cantine di un complesso residenziale di via Mantegna.
Decisione di secondo grado che conferma l'assoluzione di primo grado "per non aver commesso il fatto" nei confronti degli agenti Andrea Ambrogi, Vincenzo Coccoli, Marco Lettieri, Andrea Affinito, Roger Farinaro, Pasquale Zorobbi, Carmine Nocera, Domenico Gasparro e Claudio Pingiori. E il collegio giudicante di Bologna - presieduto da Alberto Pederiali - nelle motivazioni della sentenza mette in rilievo i punti-chiave di questa vicenda. I giudici ritengono il georgiano "del tutto credibile quando narrava dei pestaggi subiti, oltre che presso la questura, anche in carcere, emersi solo casualmente e confermati con estrema difficoltà dovuta alla paura di ritorsioni".
L'allusione è al fatto che le botte emersero solamente in un colloquio intercettato in carcere fra Shatirishvili e la madre, facendo scoprire lesioni (frattura alla settima e ottava costola sinistra) giudicate guaribili in 40 giorni. E per gli inquirenti quel pestaggio ha come movente la ritorsione contro chi aveva messo in pericolo la vita di un poliziotto in quelle cantine condominiali. Ma parallelamente la Corte ha ritenuto il georgiano inattendibile nell'identificazione degli aggressori.
"Occorrerebbe accertare - scrivono i giudici d'appello - se al momento dei pestaggi la parte lesa fosse effettivamente in grado di riconoscerne gli autori e sulla base di quali elementi essi siano stati dalla predetta individuati, tanto più necessaria in quanto il riconoscimento era meramente fotografico e per di più eseguito su fotografie non nitide e di piccole dimensioni".
Ma un nuovo riconoscimento non è stato possibile - rimarcano i magistrati giudicanti - per la condotta processuale di Shatirishvili che viene censurata: "Costui faceva ritorno nel Paese d'origine manifestando un sostanziale disinteresse per l'esito del procedimento, atteggiamento che induce a ritenere che lo stesso - scrivono i giudici - anche se citato avanti all'autorità locale, non sia animato da alcun intento di contribuire all'accertamento dei fatti, peraltro reso assai difficoltoso dal lungo lasso di tempo trascorso".
In questo contesto si colloca anche la rinuncia, in Appello, della costituzione di parte civile da parte di Shatirishvili. Pur non rinunciando al processo di secondo grado, il sostituto pg Nicola Proto ha chiesto, in requisitoria, l'assoluzione per i nove agenti penitenziari. Stessa richiesta fatta, durante le arringhe, dagli avvocati difensori Federico De Belvis (tutela Ambrogi, Coccoli, Lettieri e Affinito), Liborio Cataliotti (assiste Nocera e Pingiori) e Donata Cappelluto (difende Farinaro, Zorobbi e Gasparro). Assoluzione che verrà confermata dalla prima sezione penale della Corte d'appello di Bologna a nove anni di distanza dai fatti.
di Tomaso Montanari
Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2021
"Le mura mi parean che ferro fosse /. ... vermiglie come se di foco uscite / fossero ...". Lo sapevamo, certo: ma la storia enorme, sconvolgente di Santa Maria Capua Vetere (una storia su cui giustizia va fatta, fino ai massimi livelli) ci ha sbattuto ancora una volta in faccia che quelle mura, le mura delle carceri italiane, sono troppo spesso di ferro e di fuoco, come appaiono a Dante e a Virgilio quelle della città infernale di Dite. Mura che separano i vivi e i morti, i diritti dall'arbitrio, il mondo degli umani e quello della carne da cannone.
La sorte del corpo del reo - il corpo di chi è affidato, ormai inerme, al potere dello Stato - permette di misurare il grado della dignità che riconosciamo alla persona umana: e dunque della nostra umanità. E basta visitare una prigione della Repubblica per capire che è qua che si decide cosa siamo, e cosa saremo. Perché le carceri riguardano innanzitutto "noi, che ci interroghiamo sui caratteri della società in cui vogliamo vivere e sui principi ai quali diciamo di essere affezionati" (Gustavo Zagrebelsky).
Per questo è davvero importante ciò che accadrà a Firenze la settimana prossima. Sul muro esterno della Casa Circondariale "Mario Gozzini", primo carcere italiano a tutela attenuata, verrà inaugurata una grande pittura murale: una "scritta che buca". Poche cose quanto l'arte riescono ad abbattere, almeno simbolicamente e culturalmente, mura e cancellate: ed è esattamente questo il progetto voluto dalla direttrice Antonella Tuoni e dalla professoressa Camilla Perrone, dell'Università di Firenze (insieme al Garante dei diritti delle persone detenute del comune di Firenze, alla Fondazione Michelucci e al Quartiere 4, con il supporto della CAT - Cooperativa Sociale, e il finanziamento della FCRF e del Comune di Firenze).
Gli artisti dell'associazione Elektro Domestik Force hanno incontrato a più riprese i detenuti, per decidere insieme cosa e come dipingere all'esterno del muro che li separa e li unisce alla città: "Sono uscite idee molto distanti tra loro, anche molto personali. Il gruppo di lavoro però si è trovato d'accordo su alcuni aspetti sia tecnici che ideologici. È stato definito che il murale debba portare colori e messaggi positivi. Il target di pubblico (gli utenti che vedranno il murale) saranno principalmente i figli e le famiglie dei detenuti, i quali passano molto tempo di fronte a quel muro nell'attesa di poter entrare nel carcere per le visite. Un desiderio comune è quindi stato quello di non rattristare maggiormente le famiglie, che già subiscono un forte disagio per via dei familiari in stato d'arresto. Pertanto, hanno espresso la volontà che il murale fosse molto colorato e avesse un look adeguato ai bambini. Durante questi momenti di scambio, un detenuto con più di 40 anni di carcere sulle spalle ci ha deliziato regalandoci una sua poesia, scritta appositamente come ringraziamento per gli incontri fatti.
La poesia riportava queste parole: "La libertà è un miraggio". Alla fine, si è deciso di rappresentare un "'uomo di muro' (di mattoni e cemento) che si toglie i mattoni di dosso e li trasforma in assi di legno, per poi usarle nella costruzione di una nave ed iniziare un nuovo viaggio": l'idea è che la parola 'detenzione' muti progressivamente in quella, distante solo due consonanti, di 'redenzione'. Questo il viaggio della nave, questo il viaggio che i detenuti vogliono intraprendere: e la Costituzione della Repubblica è dalla loro parte, non da quella dei capi politici che delle carceri predicano di buttar via le chiavi.
L'incontro inaugurale si terrà nel Giardino degli Incontri di Sollicciano, l'ultimo capolavoro architettonico, urbanistico e politico di Giovanni Michelucci: che giudicava quell'opera, nata da uno straordinario processo di partecipazione con i detenuti e le loro famiglie, "tra le più belle e significative" della sua vita. L'architetto sapeva che sarebbero stati "soprattutto i bambini, oltre le nostre intenzioni, che scopriranno il senso dello spazio e i tanti loro modi di poterlo usare": ed è questo filo di futuro, questo "miraggio di libertà", a tenere insieme il progetto michelucciano e questo nuovo intervento artistico che contesta l'impermeabilità di quel terribile muro di ferro e fuoco.
C'è da sperare che Firenze si accorga di quel che succede su quel muro. Perché è da lì che può venirle aiuto, intelligenza, senso della giustizia: non sono i cittadini a soccorrere i carcerati, sono invece questi ultimi che possono rompere l'assedio che i fiorentini hanno posto a se stessi, dimenticando cosa sia una città. Mentre si progettano cancellate per chiudere piazze e chiese, mentre ordinanze del sindaco vietano di sostare in parti importanti dello spazio pubblico monumentale, mentre la "bellezza" di Firenze è sempre più disumana e mercificata, è proprio dai margini e dai marginali che potrebbe venire quella parola di liberazione che rompa l'incantesimo di una città senza più anima.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 12 luglio 2021
In Parlamento (e nel Pd) molti ritengono che non dovrebbe essere rinnovato il contratto e andrebbero sospesi i finanziamenti alla guardia costiera nordafricana. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ha chiesto alla ministra della Giustizia Marta Cartabia l'autorizzazione ad aprire un fascicolo contro gli uomini armati della cosiddetta Guardia costiera libica che il 30 giugno, con la motovedetta Ras Jadir, hanno aperto il fuoco contro un barcone di migranti che poi hanno cercato di speronare (fortunatamente senza successo). La documentazione di questo misfatto è in un filmato girato dall'aereo Seabird della Sea Watch nonché nei tracciati aerei e navali accuratamente elaborati dal giornalista di "Radio radicale" Sergio Scandura. Filmati (oltre cinque minuti) e documentazione di Scandura sono a tal punto probanti che persino il governo di Tripoli si è visto costretto a riconoscere che quel giorno qualcosa non andò per il verso giusto. Il nostro ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha seccamente condannato come "inaccettabile" il comportamento dei libici. Il procuratore Patronaggio ipotizza che si possa addirittura configurare il reato di "tentata strage".
Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini e Igor Boni, segretario, tesoriera e presidente dei Radicali italiani hanno pubblicamente auspicato che le immagini prodotte dalla ong e l'elaborato del giornalista della loro radio facciano aprire gli occhi a tutti i nostri connazionali sulle malefatte di quei supposti guardiani delle coste libiche. I parlamentari di Leu Nicola Fratoianni (segretario di Sinistra italiana) ed Erasmo Palazzotto hanno chiesto che il governo Draghi sospenda i finanziamenti a quella sospetta guardia marittima composta da personaggi di incerta provenienza.
L'occasione per la cancellazione dei sussidi italiani ai guardiani delle coste tripoline (la motovedetta Ras Jadir fu un dono del governo guidato da Paolo Gentiloni) potrebbe essere fornita dalla discussione che questa settimana verrà affrontata nelle commissioni Esteri e Difesa della Camera. Esame che avrà come oggetto proprio il rinnovo del "contratto" con i libici stipulato ai tempi dell'esecutivo Gentiloni e rinnovato con i due governi presieduti da Giuseppe Conte. Un contratto fin dall'inizio criticato da Emma Bonino, Matteo Orfini (Pd), da Fratoianni, dai quotidiani "Avvenire" e "Manifesto".
Bonino, Fratoianni e Orfini, assieme a pochissimi altri parlamentari, intellettuali e giornalisti, sono rimasti a lungo isolati nella loro battaglia. Fino al 25 febbraio 2020 quando l'assemblea nazionale del Pd votò all'unanimità una mozione in cui si sosteneva che "la Guardia costiera libica non esiste", ciò che "è dimostrato da numerose inchieste giornalistiche e dai report delle Nazioni Unite" da cui si capisce "come in realtà si tratti di milizie armate sovente in lotta tra loro e molto spesso coinvolte in prima persona nel traffico di migranti e nella gestione dei lager". Ragion per cui non meritavano di ricever più neanche un euro dalle finanze italiane.
Poi però, come talvolta accade per le decisioni di quel partito, il deliberato rimase lettera morta e tutto procedette come prima (nonostante il Pd avesse un ruolo assai rilevante nel secondo governo presieduto da Conte). Colpa di una distrazione provocata dal Covid, forse. Per una coincidenza, però, nel giorno in cui si era pronunciato unanime con quella mozione, il Pd aveva anche eletto a presidente Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto. Anche questa votazione era avvenuta all'unanimità. Parve un bel colpo di immagine portare una giovane donna alla testa di un partito assai sensibile - nei documenti e nelle dichiarazioni ufficiali - al tema della promozione di figure femminili. Senonché Cuppi - rimasta presidente dopo il passaggio da Nicola Zingaretti ad Entico Letta - non si è mai accontentata di rivestire un ruolo per così dire ornamentale. E nei giorni scorsi - prima dell'aggressione di cui, Cartabia consentendo, si occuperà Patronaggio - ha rilasciato a Daniela Preziosi una clamorosa intervista. Nel colloquio con la giornalista del "Domani", Cuppi - forse memore della coincidenza tra la sua elezione e quel voto contro gli aiuti economici alla Guardia costiera tripolina - esortava il proprio partito ad uscire dal vago e a votare no, adesso, a quel genere di finanziamenti alla Libia. Un no secco. Bilanciato dall'erogazione della stessa somma di denaro per sovvenzionare lo sminamento di alcuni quartieri di Tripoli, il potenziamento dell'ospedale di Misurata e per chiunque in terra libica fosse impegnato in attività benefiche compiute nel rispetto dei diritti umani.
All'interno del partito le dichiarazioni di Cuppi sono cadute purtroppo nel vuoto. Ci sono moltissime giustificazioni a tale sordità dal momento che è sotto gli occhi di tutti l'impegno del Pd a favore del ddl Zan, della riforma della giustizia, del rinnovo delle cariche Rai e delle infinite conseguenze politiche generate dalle questioni suddette. Ma forse per il partito di Letta è giunto il momento di prestare attenzione, oltre che agli innumerevoli problemi del momento, anche a quel che ha dichiarato Valentina Cuppi. E di dire con chiarezza se e come intende onorare l'impegno preso solennemente un anno e mezzo fa.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 12 luglio 2021
Migliaia di persone costrette a lavorare nei campi dall'alba al tramonto, senza diritti e senza dignità, per garantire frutta e ortaggi freschi sulle nostre tavole. La verità è che queste storie ci scivolano addosso. Acqua sull'impermeabile. Eppure si ripetono ogni estate da anni e anni. Migliaia di persone a lavorare nei campi dall'alba al tramonto, senza diritti e senza dignità, per garantire frutta e ortaggi freschi sulle nostre tavole. "Le scimmie", così li chiamavano i caporali di un'organizzazione criminale smantellata in Calabria l'anno scorso. Migranti, spesso irregolari, alla disperata ricerca di un lavoro che alle stesse condizioni nessun italiano avrebbe accettato.
"Domani mattina là ci vogliono le scimmie" si dicevano fra loro al telefono uomini poi arrestati. "Va bene, le scimmie le mandiamo là e qui restano 40 persone". La differenza era chiara: persone, cioè braccianti non stranieri. "Le scimmie", invece, "vogliono acqua. Gli diamo quella del canale...". Ogni stagione calda porta indagini e arresti ma non c'è inchiesta che diventi deterrente e così siamo punto e a capo tutti gli anni. L'ultima notizia è di due giorni fa, da Crotone: un commerciante di frutta arrestato per aver reclutato e sfruttato manodopera sapendo bene che gli uomini ai quali la offriva avrebbero accettato ogni cosa pur di avere qualche soldo in tasca.
I carabinieri scrivono "retribuzioni sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato". Più che sproporzionate "misere" sarebbe stata la parola giusta. Pochi euro per giornate con la schiena piegata, anche fino a 14 ore, nella calura delle campagne assolate. Ovviamente senza garanzie di sicurezza né igiene. E la maglia nera non è di una sola regione. Succede anche in Puglia, in Sicilia, in Campania... Poche settimane fa, per dire, la Procura di Foggia ha deciso l'arresto di sei imprenditori agricoli - che sfruttavano il lavoro di 150 poveracci - e del cittadino senegalese che li aveva reclutati. Niente pausa, acqua presa da un pozzo non potabile, paga da 4,50 euro per ogni cassone riempito di ortaggi e 50 centesimi di riduzione per ogni cassa sistemata male sul camion o per ogni pomodoro sporco. Schiavi. Gente invisibile non perché non si veda ma perché voltiamo in fretta lo sguardo se ci capita davanti agli occhi. Ci commuove Camara, 27 anni, venuto dal Mali e morto in Puglia di un malore dopo un giorno di lavoro a quasi 40 gradi e 6 euro l'ora. Ma anche la sua storia ci scivola addosso. Acqua sull'impermeabile di un'indifferenza diffusa.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 12 luglio 2021
L'appello del Nobel Joseph Stiglitz ai Grandi: è il modo più efficace per aumentare la produzione di vaccini. "Ma a Big Pharma non conviene". "Non è il tempo di perdersi in dibattiti. È un lusso che il mondo non può permettersi. È il tempo di agire". La voce di Joseph Stiglitz risuona da una sponda all'altra dell'Atlantico con l'usuale chiarezza. Economista tra i più noti, saggista, studioso in prima linea nella lotta alle diseguaglianze, il Nobel è stato tra i 170 esponenti del mondo della politica, dell'accademia e della cultura a chiedere al presidente Usa Joe Biden di dar seguito all'annuncio e sostenere, di fronte all'Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), la proposta di India e Sudafrica per la sospensione dei brevetti sui vaccini anti-Covid.
A coordinare l'iniziativa della lettera aperta - presentata in vista delle ultime riunioni della Wto - è stata la People's Vaccine Alliance che vede Oxfam e Emergency impegnate nella battaglia per l'accesso universale ai farmaci, accanto a oltre 50 organizzazione internazionali. Con Avvenire, ora, il professor Stiglitz rinnova l'appello e lo rivolge non solo alla Casa Bianca bensì ai principali leader del pianeta, finora riluttanti a entrare in conflitto con gli interessi di Big Pharma, nonostante le autorevoli petizioni. Inclusa quella di papa Francesco. "È urgente fare il possibile per aumentare l'offerta di vaccini, medicinali e dispositivi per far fronte alla pandemia. E garantirne la disponibilità alla maggior parte della popolazione, inclusa quella dei Paesi poveri - afferma il Nobel -. Ciò implica, ovviamente, il finanziamento dell'alleanza solidale Covax. Ma soprattutto richiede lo stop temporaneo dei brevetti. Se la Wto l'avesse fatto quando Pretoria e New Delhi l'hanno proposto la prima volta, la quantità di prodotti anti-Covid sarebbe maggiore. Forse molto maggiore".
Professor Stiglitz, non ci sono modi più soft per incrementare l'offerta di vaccini?
Siamo di fronte a una carenza globale di approvvigionamento. In una simile congiuntura, questi vengono accaparrati in modo sproporzionato dai Paesi ricchi, dove si concentra la produzione. Progetti internazionali come Covax aiutano a correggere gli squilibri. Non sono, tuttavia, sufficienti. Il primo e cruciale passo da compiere - per quanto non l'unico - è sospendere i brevetti. Senza questo è difficile ipotizzare una risposta adeguata e tempestiva alla pandemia.
Perché tanta resistenza?
Avere un'ampia offerta, tale da soddisfare la domanda globale, non è nell'interesse delle case farmaceutiche. Alcune di queste hanno già le stime dei profitti dalla vendita dei vaccini: per realizzarli, l'offerta deve continuare ad essere limitata. Un'economia di mercato resiliente è perfettamente in grado di rispondere a un aumento di richiesta con un pari incremento della produzione. Sono le barriere legali artificiali - i diritti di proprietà intellettuale - ad impedire che si verifichi.
Al posto del congelamento dei brevetti, alcuni propongono le cosiddette "licenze volontarie": liberi accordi tra le detentrici dei marchi e case farmaceutiche del Sud del pianeta a cui viene affidato di fabbricare, previo pagamento dei diritti, i vaccini. È un'alternativa valida?
Se la sospensione dei brevetti richiede un processo lungo e complesso, gli accordi per le licenze volontarie sono perfino più lenti. Le compagnie farmaceutiche, inoltre, hanno mostrato scarso interesse a realizzarli. Comprensibile dato che puntano a massimizzare i profitti e questo presuppone un'offerta ridotta di vaccini. Non c'è altra spiegazione delle poche licenze volontarie concesse finora, nonostante l'urgenza e l'alto numero di aziende disponibili e in grado di produrli.
Come alto numero? L'industria farmaceutica ripete che, anche se i brevetti fossero sospesi, quasi nessuna realtà del Sud del pianeta potrebbe creare farmaci anti-Covid...
Non è vero. India e Sudafrica, solo per fare gli esempi più eclatanti, ne realizzano già tanti. Ci sono, poi, una miriade di aziende in grado e disposte a svolgere ruoli importanti nella catena di approvvigionamento globale. Ce ne sarebbero ancora di più, poi, se le grandi case farmaceutiche fossero disposte a trasferire tecnologia.
Di nuovo, Big Pharma sostiene che in questo modo si infliggerebbe un colpo mortale alla ricerca e all'innovazione...
Di nuovo, è falso. La sospensione dei brevetti, in primo luogo, non muta il regime giuridico: è un'opzione contemplata dal trattato istitutivo della Wto in casi di particolare gravità. I titolari dei brevetti ricevono, inoltre, un risarcimento, solo non a tasso di monopolio. La maggior parte delle ricerche da cui sono nati i vaccini, infine, sono state finanziate dai governi e condotte in gran parte dalle università. Dato il forte sostegno pubblico, l'interesse pubblico dev'essere prioritario. Le scoperte scientifiche dipendono dagli scienziati e questi lo hanno detto con chiarezza: i brevetti vanno sospesi.
Quanto ci costa non farlo?
Letteralmente migliaia di miliardi di dollari. Lo stop dei brevetti è il tipico caso in cui il calcolo costi-benefici è facile: Big Pharma perderebbe qualche miliardo, l'economia mondiale ne risparmierebbe centinaia, migliaia, forse decine di migliaia.
di Vitalba Azzollini
Il Domani, 12 luglio 2021
Il 13 luglio comincerà la discussione del disegno di legge Zan (ddl Zan) in aula al Senato. Un esame dei profili più controversi del testo mostra che forse essi sono meno critici di quanto qualcuno dice.
Identità di genere. Una delle obiezioni al ddl Zan riguarda il concetto di identità di genere, perché esso sarebbe estraneo all'ordinamento, e comunque non sufficientemente chiaro. Le cose stanno diversamente. L'espressione è presente nella Direttiva sull'attribuzione della qualifica di rifugiato, che richiama l'identità di genere tra i motivi di persecuzione. Se ne trova poi menzione nella Direttiva in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, ove si considera la violenza contro una persona a causa, tra l'altro, della sua identità di genere.
"Identità di genere" è presente anche nella Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (la Convenzione di Istanbul del 2011). Inoltre, nell'ordinamento penitenziario si enuncia il divieto di discriminazioni "in ordine a sesso, identità di genere, orientamento sessuale (...)". E l'espressione è presente nelle leggi antidiscriminatorie di molte regioni (come quelle di Piemonte, Marche, Liguria, Toscana).
Quanto alla giurisprudenza, sin dal 1985 la Consulta ha riconosciuto un "concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato", in base a cui acquistano rilievo l'insieme di fattori psicologici e sociali che contribuiscono a determinare una "concezione del sesso come dato complesso della personalità". Nel 2015 la Corte ha parlato di "aspetti psicologici, comportamentali e fisici che concorrono a comporre l'identità di genere", come espressione del diritto all'identità personale e strumento per la realizzazione del diritto alla salute psicofisica. Il diritto all'identità di genere - "elemento costitutivo del diritto all'identità personale, rientrante a pieno titolo nell'ambito dei diritti fondamentali della persona" - è stato ribadito dalla Consulta nel 2017, come "aspirazione del singolo alla corrispondenza del sesso attribuitogli nei registri anagrafici, al momento della nascita, con quello soggettivamente percepito e vissuto". Insomma, la definizione adottata dal ddl Zan.
Va anche rilevato che le espressioni "orientamento sessuale" e "identità di genere" sono spesso presenti congiuntamente in discipline di altri paesi analoghe al ddl Zan. Se tali espressioni fossero sostituite da "omofobia e transfobia" (proposta Scalfarotto), andrebbero comunque definite, sulla falsariga di quel che avviene nell'aricolo 1 del ddl Zan, per la determinatezza della fattispecie penale; e comunque lascerebbero prive di tutela persone che non abbiano concluso la transizione di genere, nonché persone oggetto di atti lesivi per la loro eterosessualità, con relativi dubbi di costituzionalità. Forse, tuttavia, avrebbe necessitato di essere delineata specificamente la condotta di discriminazione, come in Francia, ove essa è prevista quale autonoma figura di reato.
Il ddl Zan è oggetto di obiezioni poiché fa salva la libertà di espressione purché essa non si traduca in condotte "idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti". Innanzitutto, la libertà di espressione non è assoluta. La Consulta ha più volte affermato che essa incontra limiti nella tutela di valori di pari rango, dalla dignità umana all'identità personale, dalla reputazione alla libertà personale, inclusa quella morale e sessuale. La norma citata potrebbe essere ritenuta pleonastica - la libertà di espressione è tutelata dalla Costituzione - come altre vigenti che richiamano principi costituzionali, ma appare del tutto "innocua". Peraltro, clausole di protezione della libertà d'espressione (free speech) sono presenti in normative analoghe al Ddl Zan di paesi anglosassoni.
Si è detto che il ddl Zan limiterebbe, mediante la previsione di sanzioni, la manifestazione di idee contrarie, ad esempio, a matrimonio egualitario, adozioni per coppie omosessuali e così via. Anche questo non è vero. La propaganda di idee - sanzionata se esse sono "fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico" - non viene estesa dal ddl Zan a sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Tantomeno, ai sensi di tale legge, potrebbe essere punita la mera manifestazione di idee, che sta a un livello inferiore alla propaganda. Quindi, chi esprima convinzioni personali, dettate dalla propria morale, religione o altro, o faccia in qualunque modo propaganda delle stesse non commette reato. Inoltre, come affermato dalla Consulta, rientra nella libera espressione "la critica della legislazione e della giurisprudenza" nonché l'attività "diretta a promuovere l'abrogazione di qualsiasi norma". Restano al di fuori del perimetro di tale libertà le condotte costituenti violenza, istigazione alla violenza o partecipazione ad associazioni che abbiano come fine la violenza per le cause indicate dal disegno di legge.
È stata criticata la parte della norma che "fa salve" le "condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte". Il richiamo alla "legittimità" non è stato compreso da taluni. Esso serve a chiarire che la norma stessa non introduce scriminanti, non "salva" condotte non legittime, sanzionate per altri versi dall'ordinamento, cioè non restringe in alcun modo l'area di illiceità derivante da norme diverse, in ambito penale o civile.
"Reati di opinione" - Dunque, l'espressione di avversione per omosessuali, transessuali ecc. e i loro diritti, anche con proteste e manifestazioni, non è penalmente rilevante. Il ddl Zan chiede che vi sia un "pericolo concreto" dell'attuazione di condotte violente o discriminatorie, cioè un'idoneità delle parole a essere concretamente recepite e tradotte in azioni lesive. In altri termini, non basta l'idoneità in astratto di un discorso istigatorio: il giudice deve verificare le condizioni reali in base alle quali si possa reputare che l'istigazione abbia avuto di fatto la possibilità di essere accolta e, quindi, l'atto violento o discriminatorio abbia corso il pericolo effettivo di essere compiuto.
Pertanto, il ddl Zan non introduce "reati di opinione", essendo necessari la verifica e l'accertamento di precise condizioni perché la manifestazione di idee possa reputarsi lesiva. Si consideri, peraltro, che i reati "di pericolo" - nello specifico, di pericolo concreto, da tenere distinti dai reati di pericolo astratto - non rappresentano una novità nel nostro ordinamento: sono tali, tra gli altri, i delitti di istigazione (e apologia) presenti da sempre nella legislazione, a cominciare dalla figura generale di cui al codice penale.
La Giornata nazionale - Secondo alcuni, la Giornata nazionale per promuovere "la cultura del rispetto e dell'inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere" limiterebbe la libertà delle scuole. Ma il ddl Zan prevede lo svolgimento delle attività della "Giornata" solo ove ciò sia conforme al "piano triennale" e al "patto educativo", strumenti di esercizio dell'autonomia scolastica, in attuazione del principio della libertà di insegnamento.
Peraltro, pur "celebrando" la giornata, le scuole non sarebbero comunque obbligate a "celebrare" certi modi di essere e sentirsi. Esse potrebbero anche manifestare opinioni in senso critico alla normativa - resta salva la libertà di espressione, come detto - ma sempre con l'obiettivo del rispetto e dell'inclusione, nonché del contrasto a pregiudizi, discriminazioni e violenze: canoni di civiltà, a prescindere da una giornata dedicata.
di Lorenzo Casto
leccenews24.it, 12 luglio 2021
È stata sottoscritta, nella sede del Rettorato dell'Università del Salento, una convezione per il diritto agli studi universitari per i detenuti in carcere. Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria insieme con il Provveditorato Regionale della Puglia e Basilicata (PRAP) e le Università pugliesi siglano così un atto con il quale i vari Atenei regionali aderiscono alla CNUPP, Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari, istituita dalla CRUI Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.
Il polo didattico universitario penitenziario: il progetto CNUPP - "Le istituzioni firmatarie si impegnano a individuare aree di intervento mirate a favorire lo sviluppo culturale e la formazione universitaria per sostenere i detenuti negli istituti penitenziari della Puglia" annunciano i firmatari dell'iniziativa. L'obiettivo primario è quello di favorire un migliore e più efficace reinserimento dei reclusi.
L'iniziativa vuole poter giungere alla costituzione di un "Polo didattico universitario penitenziario Appulo-Lucano", quale sistema integrato di coordinamento delle attività che sono volte a consentire ai detenuti e agli internati degli istituti penitenziari interessati il conseguimento di titoli di studio di livello universitario.
Firmatari della convenzione e del progetto, nella sede del Rettorato leccese, sono stati il Provveditore Regionale Giuseppe Martone e il Rettore dell'Università del Salento Fabio Pollice, insieme alla presenza del Rettore dell'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", Stefano Bronzini, il Rettore del Politecnico di Bari Francesco Cupertino, quello dell'Università LUM "Giuseppe De Gennaro", Antonello Garzoni e per l'Università di Foggia Pierpaolo Limone, la delegata professoressa Anna Maria Campanale.










