di Irene Famà
La Stampa, 2 giugno 2021
Dopo il suicidio di Musa Balde, vittima di una brutale aggressione a Ventimiglia e finito al Cpr di Torino perché senza documenti. "I Cpr andrebbero chiusi e andrebbe trovata un'altra soluzione al più presto. È inaccettabile che ci siano luoghi come questi, come meno trasparenza e meno diritti delle carceri". Così il consigliere regionale Marco Grimaldi di Leu e il consigliere regionale Domenico Rossi del Partito Democratico al termine di una visita al Centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi. Hanno visitato il Cpr così come i deputati del Pd Anna Rossomando e Andrea Giorgis. Un sopralluogo dopo il suicidio domenica 23 maggio di Musa Balde, il 23enne della Guinea vittima di una brutale aggressione a Ventimiglia e finito al Cpr perché senza documenti.
"Da questo sopralluogo è emerso che è necessario chiudere definitivamente la stagione dei decreti Salvini e dei tagli ai servizi organizzati all'interno di queste strutture" spiegano gli onorevoli Anna Rossomando e Andrea Giorgis. "Bisogna che il prossimo capitolato ripristini ad esempio la presenza h24 di un medico, e non di sole cinque ore al giorno com'è la situazione attuale, gli investimenti per i mediatori culturali e per gli psicologi". Il "paradosso" è che nei Cpr, che non sono strutture di detenzione, "ci sono meno tutele e garanzie che nelle carceri". È necessario, aggiungono, ripensare la procedura che riguarda le persone irregolari, "investire risorse per dare effettività e disciplina al rimpatrio volontario". Il caso Musa, poi, pone un'ulteriore questione: "La direttiva comunitaria prescrive a tutti i paesi membri di predisporre una disciplina a tutela delle vittime di reato. La condizione di vittima deve prevalere sulla condizione di irregolarità".
"Sull'accaduto farà chiarezza la magistratura, a cui ci rivolgeremo per fornire gli elementi raccolti oggi - spiegano Grimaldi e Rossi- A quanto ci è stato detto oggi, pare che nessuno, né la Questura di Imperia né l'Asl di Imperia, abbia comunicato agli operatori chi era Musa, della violenza che aveva subito". Musa era in isolamento per questioni sanitarie, nella zona chiamata Ospedaletto.
"Un'area - dicono Grimaldi e Rossi - in cui non ci sono nemmeno le telecamere. Per cui è impossibile intervenire in caso di malore o di un gesto anti-conservativo". In tanti, spiegano, "ci hanno raccontato di essere al Centro solo perché senza documenti. Di non aver fatto nulla di male. Altri, invece, ci hanno raccontato di aver avuto qualche problema con la giustizia e di aver scontato la pena in carcere. Ci hanno anche detto che piuttosto che stare al Cpr preferirebbero tornare in cella".
I due consiglieri regionali aggiungono: "I Cpr sono luoghi indegni di un paese civile. Vanno chiusi, ma sino a che rimangono aperti bisognerebbe renderli il più umani possibile. Abbiamo saputo che i fondi previsti dal Ministero sono stati ridotti drasticamente negli anni". Grimaldi e Rossi denunciano mancanza di "trasparenza": "Per poter ottenere il permesso per questo sopralluogo c'è voluta una settimana. La politica deve avere libertà d'accesso immediata". E concludono: "Abbiamo appreso che negli 'ospedaletti', la struttura di isolamento dove si trovava Moussa, continuano a non esserci dispositivi di videosorveglianza. Un luogo come questo non è in grado di gestire la sofferenza, ma la fa esplodere, a maggior ragione per chi viene da una storia di vulnerabilità". Tra i racconti dei detenuti raccolti da Grimaldi e Rossi c'è quella di "chi nonostante un regolare contratto si trova nel Cpr perché ha il permesso di soggiorno scaduto. C'è chi è finito qui dentro perché ha attraversato il confine dalla Francia per salutare la fidanzata o dopo aver scontato una lunga pena in carcere senza essere stato identificato - spiegano - Ci sono giovani che appena compiuti i 18 anni sono usciti dalla comunità per finire al Cpr. E c'è chi vive in Italia da anni e ha figli nati qui che nemmeno parlano la lingua del paese di provenienza".
di Erika Antonelli
linkiesta.it, 1 giugno 2021
Molti carcerati imparano un mestiere nei penitenziari, preparandosi al reinserimento in società. I numeri sono ancora troppo bassi, ma negli ultimi anni imprese e cooperative stanno svolgendo un ruolo importante. Dice: "Il magistrato ha capito che in Brasile avevo una vita brava". Una condanna iniziale di oltre nove anni, poi scesi a quattro, poi trasformati in sedici mesi di carcere "che mi sono sembrati infiniti". Notti e giorni tutti uguali, la monotonia spezzata imparando l'italiano con la Bibbia in una mano e il dizionario di portoghese nell'altra. Rodrigo viene arrestato in aeroporto il 27 luglio del 2017 perché ha nascosto quattro chili di cocaina nell'imbottitura di una coperta. Poi l'ha infilata in una delle due valigie che si porta dietro e dal Brasile ha preso un aereo in direzione Roma. Ancora non lo sa, ma da quel giorno la vita gli è cambiata in meglio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 giugno 2021
La Consulta dovrà occuparsi di un altro caso di legittimità costituzionale in merito al 41-bis. Secondo la sentenza numero 20338 della Cassazione è incostituzionale sottoporre a censura delle lettere che un detenuto al 41-bis manda al proprio avvocato difensore. Anche perché, come ha ben sottolineato la Corte Suprema, se da una parte censurano le lettere inviate ai propri avvocati, dall'altra la legge permette i colloqui riservati al 41-bis con gli avvocati stessi.
filodiritto.com, 1 giugno 2021
Nel 2018 una madre uccise i suoi due figli che erano rinchiusi con lei nel carcere di Rebibbia. Grande commozione e tanti impegni per eliminare la distorsione di un sistema che prevede la presenza dei figli e bambini minori in carcere. Sono trascorsi tre anni è la situazione non è cambiata. Secondo i dati forniti dal monitoraggio mensile del Ministero della giustizia, nel 2018 i bambini ristretti in carcere con le madri condannate erano 69.
agi.it, 1 giugno 2021
Il presidente della Camera Roberto Fico ricorda la proposta di legge "per introdurre stabilmente le attività teatrali in tutte le carceri italiane. Confido che le commissioni competenti possano esaminarla valutando le eventuali soluzioni alternative appropriate. Credo sia questa la giusta direzione da seguire perché gli istituti penitenziari si trasformino in cantieri e laboratori", ha spiegato la terza carica dello Stato in un video messaggio al convegno organizzato dall'Università Federico II sui percorsi di riabilitazione e sui laboratori di teatro negli istituti penitenziari.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 1 giugno 2021
L'idea dell'incontro, ancora da definire, pare sia venuta proprio a lui, quell'Alfonso Bonafede che di Giuseppe Conte è stato figlioccio in Accademia e padrino in politica, e che di Marta Cartabia è predecessore riluttante. E pare insomma sia un po' per la sua paura di restare lì, schiacciato nella morsa tra quel che è stato e quel che dovrà essere, che il fu dj Fofò ha deciso che forse è il caso di defilarsi un poco, chiedendo proprio all'ex premier di confrontarsi direttamente con la responsabile di Via Arenula.
La quale, dal canto suo, procede con una implacabile flemma, un misto di cautela e di risolutezza che se da un lato evita gli strappi in una maggioranza assai composita, dall'altro impedisce a ciascuno di incapricciarsi più di tanto, di nascondersi dietro ai propri tatticismi. E così, mentre i senatori attendono a giorni la bollinatura della Ragioneria generale dello stato sugli emendamenti che il governo ha già presentato al progetto di riforma del processo civile, venerdì la Cartabia convocherà i rappresentanti dei vari partiti per illustrare le proposte di revisione dell'ordinamento giudiziario elaborate dalla commissione che la stessa ministra ha allestito al momento della sua nomina, volendo che a presiederla fosse il professor Massimo Luciani.
E dunque si arriverà a uno dei nodi più delicati: quello della modifica dei processi elettorali in senso al Csm, e della ridefinizione dei parametri meritocratici per la valutazione dei magistrati, con l'obiettivo generale di combattere le degenerazioni correntizie tra le toghe e dare seguito all'appello recentemente rinnovato da Sergio Mattarella. Poi, sempre seguendo questo cadenzato passo di corsa, all'inizio della prossima settimana è previsto un nuovo vertice per la presentazione ufficiale degli emendamenti governativi al disegno di legge sul processo penale.
Ed è qui che le tensioni politiche potrebbero condensarsi. Perché le proposte avanzate dal gruppo di lavoro di Via Arenula costituiscono una sostanziale rimozione della legge che prende il nome da Bonafede. E lui infatti sta lì, in mezzo al guado, incerto tra il furore identitario degli irriducibili del travagliamo ("Mi chiedono addirittura di disertare il tavolo con la ministra. Ma come potrei?", s'è sfogato lo sventurato, giorni fa), e la fredda eloquenza dei numeri.
"Noi del Pd le nostre proposte, anche sulla prescrizione, le abbiamo già annunciate", allarga le braccia Alfredo Bazoli, capogruppo dem in commissione Giustizia. Come a ribadire che no, stavolta di soccorsi rossi a sostegno del M5s non potranno arrivarne. Anche per questo, a dispetto delle pose recitate, i ministri grillini hanno provato a convincere Bonafede che "i cambiamenti è meglio governarli, che subirli". E anche per questo la scorsa settimana il deputato grillino s'è recato a Via Arenula, per confrontarsi con la ministra.
A lei ha ribadito che delle due proposte di revisione della "Spazza-corrotti", quella che introduce la prescrizione processuale è impraticabile per il M5s. Provocando, con questo, una certa sorpresa dalle parti del Nazareno, dove quell'ipotesi era stata prospettata proprio come una mediazione indolore per i grillini. Resta dunque l'altra via: quella che porta alla definizione di fasi processuali certe, e che dunque, nei fatti, obliterebbe in modo ancor più deciso la riforma Bonafede.
Il quale lascia intendere che però il massimo che il M5s potrà accettare è il lodo avanzato mesi fa da Federico Conte di Leu: una revisione minimale della "Spazza-corrotti" che non verrebbe mai accettata da Iv, FI e Lega. E che pure nel Pd genererebbe parecchi malumori, a giudicare dalla nettezza con cui il deputato Carmelo Miceli prova quasi a catechizzare i colleghi del M5s: "Se si isolano nella difesa dei loro totem, commettono un errore".
E del resto la Cartabia è stata chiara. Ci si confronta e si discute, certo, ma al dunque bisogna arrivarci entro fine giugno, quando il disegno di legge dovrà approdare in Aula, anche perché in ballo c'è il rispetto delle scadenze europee per il Recovery. Che fare? Ecco allora l'ipotesi di chiedere a Conte di assumersi fino in fondo la responsabilità del suo ruolo di leader del M5s. "Perché non chiediamo a lui di confrontarsi con la ministra, di trovare una soluzione?".
Questo, ieri, si chiedevano un paio di parlamentari grillini che seguono il dossier, commentando il post con cui l'ex premier ha provato a ribadire la linea dell'intransigenza sulla giustizia, contraddicendo almeno in parte la svolta garantista di Luigi Di Maio. Che a sua volta, dopo aver lanciato il sasso nello stagno, si ritrae dietro la sua compostezza di ministro degli Esteri che parla di Libia e di futuro del Mediterraneo. "Se davvero Conte vuole impuntarsi sulla prescrizione, vada avanti lui", se la ridevano intanto i fedelissimi de capo della Farnesina.
di Giulia Merlo
Il Domani, 1 giugno 2021
La ministra Cartabia deve presentare gli emendamenti del governo, che dovrebbero raccogliere le posizioni dei partiti e cogliere gli spunti della relazione dei tecnici. Tuttavia i fronti politici sono molto lontani e il dibattito interno ai Cinque Stelle non aiuta a trovare la sintesi: da una parte Luigi Di Maio sembrerebbe aprire a una riflessione sulla giustizia, dall'altra Giuseppe Conte la chiude. In questa situazione rischia di saltare il lodo Conte bis, che era stato il punto di mediazione della precedente maggioranza giallorossa e che doveva dividere i percorsi di prescrizione tra condannati e assolti.
L'intervento del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha chiesto scusa per la gogna mediatica a cui è stato sottoposto l'ex sindaco di Lodi, ha incrinato uno dei dogmi del Movimento 5 Stelle. Un passo inaspettato, quello dell'ex capo politico, che ha spiazzato buona parte della dirigenza del movimento e costretto il leader Giuseppe Conte a intervenire. Conte non ha potuto smentire il collega ma ha smorzato la portata politica del gesto: "Chi pensa che il nuovo Movimento possa venire meno a queste convinzioni o pensa di strumentalizzare questo percorso di maturazione, rimarrà deluso", ha scritto in un post su Facebook.
Il senso è chiaro: nessuno si aspetti che dall'ammissione di colpa di Di Maio derivi un ammorbidimento delle posizioni del Movimento, in particolare sulla prescrizione. La rettifica di Conte ha anticipato il coro, levatosi in particolare da Forza Italia e Italia Viva, di chi chiedeva di allineare le posizioni parlamentari dei grillini alla svolta garantista di Di Maio, visto che quella della giustizia soprattutto penale è una delle più attese e controverse per l'attuale governo. Invece, proprio sul ddl penale i Cinque stelle non hanno intenzione di arretrare e le difficoltà rimangono tutte sulla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che è chiamata a elaborare la proposta di sintesi del governo per emendare il testo base. Proprio la modifica della prescrizione voluta dai grillini, che prevede lo stop del decorrere del tempo per celebrare il processo dal momento della sentenza di primo grado sia di assoluzione che di condanna, è uno dei nodi più difficili da risolvere.
La proposta dei tecnici - La commissione Lattanzi ha elaborato e depositato due distinte proposte di riforma. La prima prevede che dopo la condanna in primo grado scattino due anni di sospensione della prescrizione e dopo la condanna in appello ne scatti uno. Se però in questo lasso di tempo non interviene una decisione del giudizio, la prescrizione riprende il suo corso. La seconda, invece, è più drastica: la prescrizione si interrompe dopo l'esercizio dell'azione penale, ma il processo diventa improcedibile se i tempi superano i quattro anni in primo grado, tre in appello e due in cassazione (portati a 11 in tutto in caso di reati che prevedono la pena dell'ergastolo). In pratica, se il processo dura più del tempo previsto, si estingue automaticamente. Entrambe le proposte, che introducono anche un aumento dei risarcimenti in caso di processo dalla durata non ragionevole, puntano all'obiettivo di ridurre i tempi dei processi e non permettere l'esito patologico che, senza la prescrizione, un processo possa durare un tempo indeterminato.
Il lodo Conte Bis - In questa situazione, rischia di saltare anche la mediazione trovata nel precedente governo. Movimento 5 Stelle, Leu e Partito democratico si erano accordati sul lodo Conte bis (dal nome del deputato di Leu Federico Conte), che è già inserito nel testo base del ddl e prevede di dividere il percorso: per gli assolti in primo grado la prescrizione continua a decorrere, si interrompe invece per i condannati. Ad oggi, l'unico gruppo che punta a mantenere questa modifica sarebbe Leu, con una aggiunta sempre a firma Conte che prevede, in caso di condanna, una riduzione di 45 giorni di pena ogni semestre di ritardo rispetto ai termini di durata delle fasi previsti dal ddl.
Rimane la Bonafede - Una parte dei Cinque stelle sarebbe disposta a mantenere questa proposta, ma è stato anche depositato un emendamento a prima firma dell'ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi che punta a tornare indietro eliminando la distinzione. Un po' a sorpresa, anche la Lega ha presentato emendamenti per eliminare il lodo Conte bis e ripristinare la Bonafede. Una scelta, quella leghista (che aveva avversato lo stop alla prescrizione quando era stato approvato) che potrebbe rientrare in un tentativo di incrinare l'asse giallorossa.
Prescrizione per fasi - Anche il Pd punta a superare il lodo, tanto che ha depositato un emendamento soppressivo. La nuova proposta dem, infatti, è per la prescrizione per fasi: eliminata la distinzione tra assolti e condannati, la prescrizione si interrompe per tutti dopo il primo grado ma, nel caso di superamento dei termini di fase sia in appello che in Cassazione, si dichiara l'improcedibilità in favore dell'imputato che viene assolto, la riduzione della pena di un terzo in favore dell'imputato la cui la condanna sia confermata o passi in giudicato, un equo indennizzo in favore dell'imputato che all'esito del giudizio di impugnazione contro una sentenza di condanna sia assolto. In questo modo, è la riflessione del Pd, si manterrebbe ferma la Bonafede cara ai grillini, ma si implementerebbe il principio della ragionevole durata del processo.
Torna la prescrizione - A puntare, con diverse sfumature, all'abrogazione della legge Bonafede sono Azione con Enrico Costa, Italia Viva e Forza Italia. Lo stesso vale anche per Fratelli d'Italia, unica forza di opposizione, che propone di abrogare il lodo Conte bis e di introdurre invece la prescrizione di un anno dopo il deposito della sentenza di condanna o proscioglimento, con una sospensione del termine di 6 mesi dopo il primo grado e 4 mesi dopo l'appello.
A fronte di questa frammentazione, il lavoro della ministra Cartabia è quanto mai complicato. Gli emendamenti depositati sulla prescrizione sono 82 ed è difficile intravedere quale tipo di mediazione sia possibile. Tuttavia, un punto di convergenza dovrà essere trovato: la modifica della Bonafede era tra gli accordi presi con la nascita del governo Draghi e il ddl penale deve procedere nel suo corso di approvazione stabilito nel Recovery Plan, di cui è pilastro irrinunciabile. Del resto, nell'incontro delle scorse settimane con i capigruppo della maggioranza, Cartabia è stata chiara: le riforme sono necessarie e chiunque le ostacoli se ne assumerà la responsabilità.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 1 giugno 2021
La svolta garantista di Luigi Di Maio non può farci dimenticare la lunga tradizione illiberale italiana, dal caso Tortora in poi. La presunzione di non colpevolezza non è mai stata davvero accettata. Forse la lettera a Il Foglio con cui, alcuni giorni fa, Luigi Di Maio ci metteva al corrente della sua svolta garantista è il frutto di una autentica conversione. Oppure di un astuto calcolo: magari non ci saranno veti sul suo nome quando, tra qualche mese o anno, si apriranno le consultazioni per la formazione del futuro governo. O forse è il frutto di entrambe le cose. Ma non è importante. Quella svolta merita comunque apprezzamento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 giugno 2021
Il lavoro della Commissione Luciani sarà illustrato ai partiti. Le tensioni non si accordano coi tempi stretti. Eppure dopo la coraggiosa svolta di Luigi Di Maio sulla gogna mediatica, l'universo pentastellato è entrato in fibrillazione, scosso anche da moniti come quello con cui Marco Travaglio ricorda al Movimento che a questo punto non potrà cedere sulla prescrizione.
Certo, se davvero le riforme della giustizia resteranno schiacciate fra opposte intransigenze, l'approvazione dei ddl nei tempi previsti dal Recovery andrà a farsi benedire. Comunque ieri una novità di rilievo è arrivata dal ministero della Giustizia, dove Marta Cartabia non sembra paralizzata dalle polemiche: si è concluso il lavoro della commissione istituita dalla guardasigilli per proporre modifiche al ddl sul Csm.
Anche per il gruppo di esperti presieduto dal professor Massimo Luciani sono in programma i passaggi seguiti con la commissione Lattanzi sul penale: è previsto prima un confronto fra i tecnici di via Arenula e i capigruppo di maggioranza, già fissato per venerdì prossimo al ministero, poi Cartabia farà sintesi fra proposte della commissione e indicazioni dei partiti, e ne ricaverà gli emendamenti governativi. La ministra potrà avere un quadro completo a breve, visto che il giorno prima dell'incontro fra Luciani e la maggioranza scadrà il termine per gli emendamenti parlamentari alla riforma del Csm, all'esame della commissione Giustizia di Montecitorio.
Ieri il sottosegretario Francesco Paolo Sisto ha mostrato un cauto ottimismo: il lavoro della commissione Luciani sull'ordinamento giudiziario non pretende, ha detto, di realizzare "rivoluzioni copernicane", si tratta piuttosto di "interventi mirati, specificamente indirizzati a evitare che i fenomeni patologici manifestatisi in questi mesi possano ripetersi".
Come i ddl sul processo penale e sul civile, anche il testo sul Csm è una legge delega: per molti aspetti cruciali serviranno i decreti legislativi. Forse non per il sistema di elezione dei togati, ma sarà certamente così per altre questioni importanti sul funzionamento del Consiglio. E la fase attuativa andrà chiusa di qui a un annetto, in tempo per l'inizio della nuova consiliatura, che partirà a cavallo dell'estate 2022.
Certo a rendere più impervia la rotta della riforma contribuirà anche il pressing del Partito radicale e della Lega, pronti a raccogliere le firme sui referendum in materia di responsabilità civile e separazione delle carriere dei magistrati, misure cautelari e altri temi delicatissimi: è prevista per oggi una conferenza stampa a cui prenderanno parte segretario e tesoriera dei pannelliani, Maurizio Turco e Irene Testa, e il leader del Carroccio Matteo Salvini.
I banchetti per la raccolta delle firme compariranno a inizio luglio. "Salvini non faccia confusione muovendosi fuori dai tavoli con i referendum, in questa fase c'è bisogno di concretezza nel percorso legislativo", è il messaggio di Elvira Evangelista, senatrice M5s e vicepresidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama. L'unica cosa certa è che l'estate delle riforme sarà incandescente.
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 giugno 2021
I casi di appiattimento sulle tesi dei pm superano in maniera esponenziale quelli in cui i giudici decidono di valutare autonomamente gli indizi a carico degli indagati. Trovare un precedente è difficile. Di giudici che abbiano detto no ai magistrati che richiedevano misure cautelari, negli anni, se ne sono visti pochi o, comunque, in numero decisamente inferiore a quelli che, invece, spesso si sono limitati a fare copia e incolla delle richieste loro sottoposte, lasciando il compito di valutare le esigenze cautelari ad altri. E forse è proprio per questo che la decisione della giudice Donatella Banci Buonamici appare tanto clamorosa, nonostante si fondi su una scrupolosa analisi degli elementi allo stato raccolti dalla pubblica accusa. Una decisione che, ovviamente, non certifica l'innocenza di nessuno, ma ribadisce un principio: il carcere è e deve essere l'extrema ratio.
Nell'ordinanza del gip di Verbania si parte da un presupposto: "Il fermo è stato eseguito fuori dai casi previsti dalla legge". E ciò in quanto "difettava il pericolo di fuga", che oltre che essere concreto deve essere anche attuale. Ma sul punto, nonostante la richiesta di far rimanere in carcere i tre indagati, "sono gli stessi pm che hanno operato il fermo a non indicare alcun elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati". Per la procura tutto si racchiude "nell'eccezionale clamore", nonché nella "elevatissima sanzione detentiva" che conseguirebbe all'eventuale accertamento delle responsabilità. Ma per il giudice il tutto appare "suggestivo" e "assolutamente non conferente", al punto da definire "di palese evidenza la totale irrilevanza" di tale condizione.
Anzi: la confessione del principale indagato, Gabriele Tadini, e la disponibilità immediata degli altri due, Enrico Perocchio e Luigi Nerini, a riferire su quanto di loro conoscenza dimostrano, semmai, il contrario: quel pericolo di fuga non c'è e non è mai esistito. Tutto ciò che c'è a carico di questi ultimi, secondo il gip, è niente più che "suggestive supposizioni". E al momento della richiesta, "il già scarno quadro indiziario è stato ancor più indebolito", anche perché nessun vantaggio - men che meno economico - sarebbe venuto ai due dalla complicità nel lasciare i ceppi inseriti nel sistema frenante.
A voler cercare qualche precedente, bisogna tornare a luglio del 2019, quando il gip di Agrigento Antonella Vella ha respinto la richiesta di convalida dell'arresto e la richiesta di applicazione della misura cautelare del divieto di dimora a carico di Carola Rackete, capitano della Sea Watch, rimasta quattro giorni ai domiciliari dopo l'attracco rocambolesco al porto di Lampedusa per far scendere a terra i migranti portati in salvo nel Mediterraneo. Secondo il giudice, Rackete non aveva commesso alcun reato, rispettando invece l'obbligo di legge di soccorrere persone in pericolo, adempiendo ad un dovere di soccorso che "non si esaurisce nella mera presa a bordo dei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro".
Fortemente critica era anche stata la posizione del gip di Locri, Domenico Di Croce, che aveva respinto la richiesta di arresto nei confronti dell'ex sindaco di Riace, Domenico Lucano, accusato di associazione a delinquere, truffa, concussione e altro. Lucano finì ai domiciliari, poi revocati, ma dopo la scrematura del gip era rimasta ben poca cosa delle accuse contestate dalla procura. Nessun fondamento, affermava il gip in circa 130 pagine, alla base delle accuse di associazione a delinquere finalizzata, a vario titolo, alla truffa, alla concussione e alla malversazione, accuse che per gli uffici giudiziari guidati da Luigi D'Alessio, invece, sono rimaste in piedi. E laddove il reato c'era stato, secondo il giudice, era accaduto per fini umanitari.
"Il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose delineate dagli inquirenti", scriveva il giudice. A Torino, dopo la manifestazione di protesta per le restrizioni anti-Covid, il gip ha deciso di non convalidare i fermi respingendo l'accusa, nei confronti di 24 persone, di devastazione e saccheggio, ritenendo che il reato da configurare fosse quello di furto aggravato. Per il giudice, infatti, i furti non sarebbero stati collegati agli scontri di piazza, contestando anche la tempistica del fermo: quattro mesi dopo i fatti.
Diversi i casi di indagini per stupro per i quali i presunti colpevoli, dapprima fermati, sono stati rimessi in libertà per mancanza di indizi, anche in virtù della scivolosità del reato, che spesso viene contestato sulla base della testimonianza della sola vittima. Ma trovare esempi è cosa assai difficile. Mentre appare più semplice trovare prove delle ordinanze "copia-incolla", autorizzate, almeno in parte, anche dalla Cassazione. Secondo gli ermellini, infatti, è da annullare il provvedimento nel caso in cui la motivazione sia assente oppure non contenga una valutazione autonoma delle richieste.
Rimane, dunque, la necessità dell'autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza da parte del giudice, che può essere accettata anche se avviene con il sistema del "copia e incolla", laddove accoglie le richieste del pm solo per alcune imputazioni oppure solo per alcuni indagati. E ciò perché "il parziale diniego opposto dal giudice o la diversa graduazione delle misure, costituiscono di per sé indice di una valutazione critica e non meramente adesiva, della richiesta cautelare, nell'intero complesso delle sue articolazioni interne". Cosa che non è avvenuta, dunque, nel caso delle 10 persone accusate di avere realizzato falsi documenti per favorire migranti clandestini a Catania.
"L'esame comparato della richiesta di misura del pm e dell'ordinanza" ha "consentito di apprezzare come il primo giudice, in punto di valutazione della gravità indiziaria, si sia limitato ad operare un "copia e incolla" della richiesta della Procura, aderendo in maniera "acritica e apodittica" alla sua tesi.
Per questo motivo il Tribunale del riesame di Catania aveva annullato l'ordinanza del gip. Così come era accaduto nell'operazione "San Bartolomeo": il tribunale del Riesame ha annullato l'ordinanza emessa dal Gip del tribunale di Roma per "vizio di forma", avendo "copiato" le motivazioni del sostituto procuratore invece di esprimere una propria valutazione. Un vizio che, stando alle statistiche, appartiene a tanti
- Verbania, il gran rifiuto della gip
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