Gazzetta di Reggio, 1 giugno 2021
Una mozione dei consiglieri Perri, Burani, Benassi e Cantergiani per istituire a Reggio Emilia la figura del Garante comunale delle persone private della libertà personale. È quanto previsto nella seduta odierna del consiglio comunale, in programma in Sala Tricolore dalle 14.45.
Fra i punti all'ordine del giorno anche l'approvazione del Bilancio d'esercizio 2020, del Piano programma 2021-2023 dell'Azienda speciale "Farmacie comunali riunite" con la nomina del Collegio dei revisori dei conti. Fra le mozioni anche quella dei consiglieri Benassi, Burani, Perri, Montanari, De Lucia, Cantergiani ed altri per l'istituzione di stalli di sosta riservati alle donne residenti nel comune di Reggio Emilia in stato di gravidanza o ai neogenitori con prole neonata. Due le interpellanze: una del consigliere Dario De Lucia per l'iniziativa di donare un kit per i nuovi nati del comune di Reggio Emilia, l'altra di Claudio Bassi sui lavori in via Ariosto.
di Simone Giraudo
targatocn.it, 1 giugno 2021
Lauria interroga sindaco e giunta comunale. L'interpellanza prende le mosse dalla commissione consiliare che ha visto protagonisti Bruno Mellano e Mario Tretola, nella quale sono state rilevate criticità poi riprese dai sindacati della polizia penitenziaria nella protesta di giovedì 27 maggio.
"Nel carcere di Cuneo operano tantissimi nostri concittadini: i problemi di un carcere quale quello cuneese sono anche i problemi della città". Sono queste le parole che si leggono alla fine dell'interpellanza che il consigliere comunale di Cuneo "Beppe" Lauria ha presentato nella giornata di giovedì 27 maggio. Al centro, ovviamente, le criticità legate alla struttura del carcere di Cerialdo. L'interpellanza prende le mosse dalla commissione consiliare che ha visto protagonisti Bruno Mellano e Mario Tretola, rispettivamente garanti dei detenuti a livello regionale e cittadino (quest'ultimo dimissionario); nell'incontro sono state analizzate le criticità della struttura del Cerialdo, tra cui per esempio la mancanza di un dirigente unico e fisso.
Le stesse criticità sono state poi riprese - proprio il 27 maggio - durante la protesta dei sindacati della polizia penitenziaria, che ha visto Lauria presente assieme al consigliere Alberto Coggiola ma non quella di uno o più rappresentanti dell'amministrazione comunale. Lauria - non senza rilevare come durante la commissione fosse stato trasversale il sostegno a parole al sistema carcerario in tutte le sue componenti - interroga il sindaco per conoscere il motivo della mancata partecipazione dell'amministrazione comunale alla manifestazione di protesta, chiedendogli poi se non ritenga urgente adoperarsi presso la presidenza del consiglio comunale perché venga indetta una commissione apposita riguardante le tematiche del carcere con presenti tutti gli attori.
di Maria Teresa Caccavale*
Gazzetta dello Sport, 1 giugno 2021
La mia esperienza di volontariato in carcere è iniziata quando insegnavo Economia aziendale a Rebibbia. Durante i miei 27 anni di docenza ho cercato di capire bene come funzionasse il carcere, oltre la scuola, e soprattutto attraverso il continuo contatto con i detenuti percepivo che c'erano degli stati di sofferenza dovuti all'incapacità dell'Istituzione penitenziaria di far fronte ad alcuni bisogni essenziali. Ogni giorno c'erano richieste di vario genere: dalla necessità di parlare con l'educatore, con lo psicologo, con il medico, con il magistrato, di mandare messaggi ai familiari, così come la necessità di avere alcuni beni di consumo inaccessibili economicamente a molti, ed altro. La mancanza di osservazione ed ascolto profondo e continuo, nonché di un programma di reinserimento personalizzato vanifica il processo di rieducazione rendendolo non adeguato ai dettami costituzionali di cui all'art.27.
L'associazione Happy Bridge - La gestione carcerocentrica non consente un processo osmotico con l'esterno e non aiuta il detenuto a responsabilizzarsi e a reinserirsi adeguatamente nella società. In tale contesto il docente diventa una figura di riferimento per i detenuti, qualcuno con cui poter parlare liberamente senza essere giudicati, qualcuno a cui poter chiedere. Tuttavia anche la presenza del docente è limitata dai tempi e dagli spazi, anche volendo fare di più, diventa molto complicato. Così, è scattato in me il bisogno di andare oltre il mio ruolo di docente per dare concretezza ad alcune attività che, a mio avviso, potevano migliorare la qualità della vita delle persone detenute all'interno del carcere, e nel 2011, insieme a 4 amiche, ciascuna operante in settori diversi, abbiamo costituito l'Associazione Happy Bridge. Il nostro scopo era quello di creare quel ponte felice tra l'istituzione ed i detenuti e tra il carcere e l'esterno, cercando quindi di limitare le distanze e di ricucire i fili recisi. Le persone detenute hanno un grande bisogno di dialogare con persone di cui possono fidarsi, di confidare i propri pensieri, e soprattutto sapere di poter contare sulla presenza costante di qualcuno che li ascolti e li aiuti.
A Rebibbia - Così pensai allo sportello di ascolto, che consentiva alle persone di avere la possibilità di parlare e chiedere aiuto di qualsiasi tipologia. In realtà questa attività dovrebbe essere gestita dagli educatori, ma purtroppo il numero di educatori disponibili nelle carceri è sempre molto ridotto rispetto al numero della popolazione detenuta e quindi i rapporti sono sempre molto dilatati. Presentai alla Direzione della Casa di Reclusione di Rebibbia un progetto di massima delle attività che intendevamo realizzare con l'Associazione, attività che prevedevano l'attivazione di uno sportello di ascolto, uno sportello legale, attività di yoga, un laboratorio di spagnolo, organizzazione di eventi musicali, ovviamente tutto in modo assolutamente gratuito per i detenuti e senza alcuna forma di rimborso per i volontari.
La gestione di tutte le attività non è stata semplice perché in carcere i problemi si amplificano e bisogna fare i conti con tanti meccanismi burocratici e istituzionali che complicano la piena realizzazione di molti progetti. Oltre alla disponibilità della Direzione Carceraria e dell'Area Educativa, gli spazi ed i tempi sono elementi di cui bisogna tener conto quando si vuole svolgere una attività in carcere, così come anche il problema della sicurezza gestita dalla Polizia penitenziaria che di fatto riveste un ruolo prioritario. Anche la difficoltà a reperire volontari. Devo dire che per i primi quattro anni sono state fatte molte attività e con buoni risultati, poi la gestione si è complicata perché le richieste dei detenuti erano numerose ed i volontari scarseggiavano, soprattutto per lo sportello legale e di ascolto. Non c'era peraltro la giusta sinergia con l'Area Educativa che faceva fatica a starci dietro tra le autorizzazioni e le istanze che presentavamo. Anche per l'attività di yoga è stato molto complicato, perché all'inizio non avevamo uno spazio dedicato, ma ci dovevamo arrangiare nei corridoi. Solo dopo continue insistenze siamo riusciti ad avere una piccola stanzetta ma comunque inadeguata. Diciamo che se non c'è interesse da parte dell'amministrazione carceraria a capire ciò che si sta facendo, risulta tutto molto complicato e finisce per vanificare i risultati. Forte motivazione e determinazione sono elementi fondamentali per sopravvivere come volontari in carcere.
Le grandi Associazioni hanno alle spalle efficienti organizzazioni e fondi per i volontari. La nostra Associazione, nonostante la piccola dimensione, continua a fornire servizi ai detenuti, ex detenuti o in detenzione domiciliare esclusivamente perché le persone coinvolte ci credono e senza alcun interesse economico, autofinanziando le nostre attività. Purtroppo fare volontariato in carcere non è facile e soprattutto è un mondo in cui bisogna sapersi muovere. Il volontario come dice la parola è colui che, senza alcun rapporto di subordinazione o vincolo particolare, decide di dedicarsi ad una attività a supporto di uno specifico settore o a più settori nel contesto sociale. Nel mondo del volontariato si trova una molteplicità di soggetti di diversa provenienza, da chi ha avuto esperienza nel settore specifico scelto o chi si affaccia a questo mondo per la prima volta, da chi ha una esperienza pluriennale a chi invece non conosce assolutamente come funziona.
Magari, consiglierei di approcciare al volontariato con cautela e conoscenza della normativa sul volontariato perché, al di là del fatto emotivo che può spingere una persona a diventare volontario, è sempre bene avere consapevolezza delle proprie possibilità e capacità operative. Inizialmente il volontariato veniva gestito principalmente dai religiosi perché l'aiuto verso gli altri si identificava con atti di misericordia verso il prossimo e rispondeva alle buone azioni cristiane dettate dalla Chiesa, come dar da mangiare agli affamati, far visita ai carcerati, curare gli ammalati, ecc.
Infatti, negli anni passati il volontariato laico in carcere, o negli Ospedali, negli orfanotrofi, ecc, era molto ridotto. Oggi invece una buona parte del volontariato è anche laico e gestito da un numero considerevole di associazioni e cooperative di varia natura. Durante il periodo pandemico la nostra Associazione è riuscita comunque a mantenere i contatti con i detenuti, ed in particolare con quelli in detenzione domiciliare, portando avanti laboratori di scrittura e siamo riusciti a pubblicare una Antologia Letteraria "Pensieri Reclusi e oltre" che ha riscosso notevole successo.
*Presidente Associazione Happy Bridge Odv
di Giovanni Convertini
periodicodaily.com, 1 giugno 2021
Emera Film torna su Chili (www.chili.com) con "A tempo debito", scritto e diretto da Christian Cinetto, prodotto da Marta Ridolfi per Jengafilm. I protagonisti sono 15 detenuti della Casa Circondariale di Padova, di 7 differenti nazionalità, tutti in attesa di giudizio e scelti per realizzare un film.
Di cosa parla "A tempo debito"? Il documentario, accompagna lo spettatore nel conoscere le storie di questi uomini diversi tra loro e, tra momenti divertenti e altri commoventi, ci si pone una domanda fondamentale: le persone sono l'espressione del proprio reato? A tempo debito è un'occasione per uscire dalla sala facendosi delle domande scomode. Non sul carcere, ma su se stessi. Un racconto che non aderisce al solito cliché del carcere duro e della violenza, ma che offre un'altra prospettiva, più interessante. Anche dal punto di vista umano.
Il regista - "Uno è portato a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi. Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza. Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato. Eppure A tempo debito ha molto poco di tutto ciò". E invece A tempo debito racconta, a chi sta fuori, la storia vera di 15 detenuti di diversa nazionalità, che hanno colto l'opportunità di mettersi in gioco con un corso di cortometraggio".
Il documentario - "Parla di incertezza, di come sia difficile, quasi impossibile, realizzare un progetto di riabilitazione con detenuti che possono sparire da un giorno all'altro, senza preavviso né per noi né per loro. Abbiamo trascorso 5 mesi alla Casa Circondariale di Padova e li abbiamo filmati, abbiamo filmato le storie di vita dei detenuti, la loro testimonianza di attori e di uomini. E alla fine, solo alla fine, si scopre se e come la realizzazione del cortometraggio sarà stata possibile...". Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto a farsi delle domande scomode. Non sul carcere, ma su se stesso. 82 minuti per cambiare prospettiva. Almeno un po'".
A tempo debito: Sinossi - Ottobre 2013, Casa Circondariale di Padova. Una mini-troupe entra in carcere per vivere a contatto con i detenuti e farli realizzare un cortometraggio. Si presentano al casting in 40, quasi tutti in attesa di giudizio. A tempo debito racconta il dietro le quinte di questa produzione e l'incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura. Non si conosce la ragione della loro reclusione, ma guidati dalla fiducia dei loro sguardi e dall'istinto, si procede settimana dopo settimana tra momenti divertenti, attimi commoventi e qualche tensione. Dopo 5 mesi di intensi incontri e di prove, finalmente si gira. E qualcosa è cambiato.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 1 giugno 2021
Sorveglianza di massa. Siamo stati abituati a sentirci raccontare che a spiare sono i cinesi e per lo più le "piattaforme", le grandi protagoniste del "capitalismo di sorveglianza", come se gli Stati occidentali, invece, non lo facessero. Se provaste a cercare su un qualsiasi motore di ricerca informazioni su spionaggi e sorveglianza di Stato, è quasi certo che arrivereste su pagine che descrivono i meccanismi securitari della Cina o le operazioni - talvolta spregiudicate - degli ormai celebri hacker russi.
Si tratta di due realtà che nessuno nega: Cina e Russia da tempo dedicano attenzione e risorse al controllo dei propri cittadini e al tentativo di irrompere in sistemi di sicurezza altrui. Solo che per quanto riguarda la Cina, ad esempio, sul fronte "esterno" di prove non ne ha mai fornito nessuno (neppure gli Usa che sulle accuse di spionaggio alla Huawei hanno costruito le attuali traiettorie geopolitiche). Questo è un primo aspetto: la narrazione dell'era Biden, con la quale gli Usa provano a tornare alla testa dei propri alleati che si erano un po' persi durante gli anni di Trump, si basa proprio su questo assunto: non potete fidarvi della Cina perché tutti i cinesi sono spioni o sono al soldo del partito comunista (un leit motiv ripreso anche da media italiani ogni volta che si presenta l'occasione).
Solo che su Biden, vice presidente all'epoca dell'ennesimo scandalo aperto sull'abitudine americana a spiare anche i propri alleati, si sprecano meno inchiostro e meno "inchieste" con l'eccezione dei media che hanno tirato fuori l'ennesimo rivolo delle tante rivelazioni di Snowden, trattato come un appestato dalla stampa di mezzo mondo perché rivelò - con tanto di prove e non solo sospetti - le metodologie di sorveglianza di massa degli Usa. Ma non è solo questo che le ultime rivelazioni ci consegnano: siamo abituati a sentirci raccontare che a spiare sono i cinesi e per lo più le "piattaforme", le grandi protagoniste del "capitalismo di sorveglianza".
Anche in questo caso non si può certo negare la capacità "estrattiva" delle aziende tech, che utilizzano i nostri dati in funzione - anche, potenzialmente - di controllo. Ma ben poco si dice degli Stati e degli ingenti acquisti di tecnologia di Intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale, un business nel quale nonostante il protagonismo cinese dominano ancora gli americani. In questo senso, infine, va in crisi anche la posizione di chi ritiene che questi strumenti dovrebbero essere statali: lo sono già. Semplicemente se ne parla poco o si tende a evidenziare il percorso inquietante e innegabile di posti lontani (la Cina) senza accorgerci che anche qui in Occidente siamo sorvegliati: dalle aziende e dagli Stati. A meno che non si ritengano gli odierni strumenti di sorveglianza in mano alle polizie occidentali - che già usano modelli predittivi con tutti i bias più volte messi in evidenza da esperti e organizzazioni non governative - operanti in un mondo altro e non - invece - nel nostro.
di Gabriella Imperatori
Corriere del Veneto, 1 giugno 2021
Non tutti sanno nei dettagli di cosa parla, ma tutti ne parlano, come spesso avviene. In sostanza il progetto di legge Zan, bloccato per ora al Senato dopo essere passato alla Camera, sostiene che è penalmente punibile chi offende, aggredisce o discrimina qualcuno a motivo del suo sesso.
Oppure a causa della sua non adesione alle modalità di comportamento convenzionalmente legate all'appartenenza di genere. Chi rifiuta l'identità sessuale assegnatagli alla nascita e dunque all'anagrafe (il transgender) è in realtà spesso vulnerabile, bisognoso di protezione, almeno finché il processo di cambiamento non è concluso ed è ancora possibile cambiare idea.
Perciò questa protezione deve contemplare un rispetto che includa il diritto a non subire discriminazioni e offese. Sembrerebbe una cosa ovvia, eppure non lo è per tutti, tanto che l'argomento continua a suscitare dibattiti feroci. Ogni popolo ha, o sembra avere, caratteri distintivi. Per cui gli vengono attribuiti qualità e difetti (a volte sedimentati nel tempo fino a diventare iperboli o caricature). Degli italiani, per fermarci alla nostra gente, si dice che sono particolarmente portati al dibattito, tuttavia per molti il dibattito è teso a dimostrare soprattutto di aver sempre ragione. Il che, come affermato da un noto intellettuale "è un obiettivo misero, infantile o fanatico".
Infatti la ragione non è qualcosa di assoluto e immutabile o un attestato di virtù che permetta di sputare, nemmeno metaforicamente, addosso agli altri. Ma è un percorso, una conquista, qualcosa che si può imparare, talvolta perfino da chi sostiene idee diverse dalle nostre.
Basta invece ascoltare un qualsiasi talk show per imbatterci in persone che s'interrompono a vicenda, gridano come aquile o addirittura insultano per far emergere, più che il proprio pensiero che non sempre c'è, le proprie passioni. È così se si parla di vaccini, di aperture e chiusure, di immigrazione. Figurarsi cosa succede se il tema di un dibattito riguarda la bioetica, com'è successo per l'aborto, come accade ancora per la pillola del giorno dopo, per l'utero in affitto, e anche per la legge Zan (derivata dal cognome del parlamentare padovano del Pd Alessandro Zan), che difende il diritto di comportarsi come ci si sente di essere e non come certifica la carta d'identità.
Per esempio per quanto riguarda il cambio di genere, o il diritto di amare chi si ama senza doverne rendere conto ai familiari, agli amici, alla società di guardoni pronta a giudicare con l'aggravante dell'odio (pensiamo a espressioni tipo "sporco frocio", "tr... di m...a" e simili), oltraggiando una persona non per ciò che bene o male fa (o non fa), ma per ciò che è o sente di essere.
A questo punto tutto può diventare lecito, anche le cose più assurde, e ogni gruppuscolo può combattere a suo modo la propria guerriglia ideologica. C'è chi sostiene il diritto a usufruire della gravidanza surrogata e chi la ritiene una forma di prostituzione i cui committenti sono spinti da egoismo o delirio di onnipotenza. C'è chi ipotizza i guasti che un cambio di genere potrebbe portare se, per esempio, il "trans" chiedesse di essere trasferito (com'è successo in America) da un carcere maschile a uno femminile, o viceversa. Chi, ancora, come alcune femministe storiche, non accetta che la marginalizzazione delle donne sia equiparata a quella di un transgender o di una coppia omosessuale. Chi vuole la castrazione certificata. Chi brucerebbe in forno un eventuale figlio gay. Chi, in sintesi, non vuole cambiare le cose perché a lui, a lei, a loro le cose van bene così. Insomma il dibattito sulla legge finisce per essere una cartina al tornasole che fa emergere soprattutto l’esigenza narcisistica di aver sempre ragione, e che siano gli altri ad avere torto.
di Mauro Calderoni
Il Domani, 1 giugno 2021
Saluzzo, 17mila abitanti, provincia di Cuneo, profondo nord ovest al confine con la Francia, uno dei principali distretti frutticoli del paese che si estende per migliaia di ettari ai piedi del Monviso. È un comune che vive quotidianamente, da anni, al centro delle molteplici forze che si sprigionano laddove vi sono migrazioni, per motivi economici, di massa.
Nel Saluzzese, ogni anno da maggio a novembre, operano 12mila braccianti, di cui oltre un terzo di origine sub sahariana. Il resto degli stagionali agricoli sono est-europei e italiani, che non sono tornati nei campi in massa, come in molti sostenevano un anno fa. Alcuni dati ufficiali, ricavati dai centri per l'impiego, per provare a spiegare il contesto: nel 2018 sono stati registrati nel settore primario della nostra zona 12.063 contratti, di cui 3.711 di italiani, 3.655 di stranieri extra-Ue, 4.697 di subsahariani. Nel 2019 siamo passati a 18.496 contratti (3.809 italiani, 7.890 extra Ue, 6.797 africani). Nel 2020, anno della pandemia, 18.128 contratti (5.102 italiani, 5.882 extra Ue, 7.144 africani). Il fabbisogno di manodopera cresce e la percentuale di migranti africani è sempre più decisiva.
La proposta - Per quanto ancora gli italiani potranno sopportare la bagarre politico-mediatica monopolizzata da sempre dallo scontro tra "buonisti" e "rigoristi"? Una gazzarra indegna che affronta in modo parziale e ideologico il tema delle migrazioni internazionali, senza collegarlo ad una attenta analisi demografica delle nostre comunità e a una seria prospettiva di sviluppo. In un paese che ogni anno ha bisogno di 370mila lavoratori stranieri per il solo comparto agricolo (la fonte è Coldiretti) ha ancora senso una legge che regola il settore come la Bossi-Fini, vecchia di oltre 20 anni?
Si potrebbe, ad esempio, aggiornare il sistema di programmazione delle quote di ingresso dei lavoratori stagionali, a seguito di una definizione puntuale dei fabbisogni occupazionali per aree geografiche determinate e per specifici settori economici. Occorre far emergere i casi di marginalità di coloro che versano in condizioni di irregolarità amministrativa (richiedenti asilo diniegati o in assenza di rinnovo del titolo di soggiorno), nonostante siano presenti e attivi nel nostro paese da anni, poiché ciò comporta precarietà strutturale e potenziale ricattabilità.
Non sarebbe forse più efficace introdurre un permesso di soggiorno per lavoro stagionale che regolarizzasse, almeno temporaneamente, la situazione di tanti migranti irregolari? Oltre un quarto del made in Italy a tavola è ottenuto grazie a mani migranti. La presenza nei campi italiani di occupati stranieri è un fenomeno strutturale che copre il 27 per cento della manodopera a livello nazionale. In molti distretti agricoli i lavoratori migranti sono una componente ben integrata nel tessuto economico e sociale. Usciamo dalla logica dell'emergenza che sperpera milioni di euro in progetti inefficaci. Questo governo investa la sua autorevolezza internazionale in una proposta concreta e coordinata tra politiche migratorie e fabbisogni lavorativi.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2021
Nella stima degli addetti ai lavori del Governo, arrivi triplicati rispetto al 2020. Dalla Libia in 30mila, da tutte le coste africane in totale sbarchi in Italia a fine anno paria quasi 70mila migranti. La stima circolatagli addetti ai lavori del governo. A ieri, dati del cruscotto statistico giornaliero del ministero dell'Interno, eravamo a 14.412. Il dato in assoluto non dice molto, ma siamo quasi al triplo degli arrivi 2020. Ieri a Roccella Jonica sono giunti in porto 232 stranieri. "Altre centinaia di sbarchi di clandestini che si continuano a registrare in queste ore: sollecitiamo il ministero dell'Interno a intervenire" sottolinea il leader della Lega Matteo Salvini. Il punto non è il bilancio attuale ma la tendenza in atto.
Un crescendo costante e inarrestabile. I 5.399 sbarchi di maggio sono un flusso enorme rispetto ai 1.654 del corrispondente mese dell'anno scorso. In "condizioni meteo favorevoli", come dicono in gergo, i viaggi della disperazione nel Mediterraneo si moltiplicheranno. Non d sono dubbi. I numeri, dunque, restano privi di equivoci o false interpretazioni. La stima degli arrivi complessivi a fine anno vede 30mila migranti dalla Libia, 12mila dalla Tunisia, 2mila dall'Algeria e 20mila da tutto l'Est Mediterraneo. Dalla Libia, finora, sono arrivati circa 9mila immigrati, 2.500 trasportati con imbarcazioni delle Ong (organizzazioni non governative).
Gli stranieri partiti dalla Tunisia perle nostre coste sono 3mila. I tunisini approdati sul nostro territorio sono quasi 2mila, superati però dai bengalesi, in testa alla classifica delle nazionalità di sbarco, pari a 2.500. Sui traffici e i soccorsi in mare lavorano a tutto campo il ministero dell'Interno, la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza.
I dati fanno risaltare il valore strategico dell'incontro tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il primo ministro del governo di unità nazionale libico Abdul Hamid Dbeibah. "Il supporto dell'Italia è molto importante" ha detto ieri il premierlibico.1125 maggio l'Italia ha consegnato al governo di Tripoli una motovedetta da 25 metri rimessa a nuovo nei cantieri tunisini di Biserta e poi inviata alle autorità della Gacs (General administration for coast security) libica.
Resta il tema generale, molto delicato vistala trattativa incorso, della ripartizione degli sbarchi. Ancora più cruciale vista la probabile ampia massa di nuovi arrivi. Un confronto dove gli snodi dell'intesa passano innanzitutto dall'accordo coni francesi e i tedeschi. Ieri il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha incontrato alViminale il collega libico, Khaled al-Taj ani Mazen. Il Viminale in un comunicato evidenzia nell'incontro "la necessità di assicurare il pieno rispetto dei diritti umani dei migranti" così come "in sede Ue la lotta alle organizzazioni criminali di trafficanti di migranti" e la "cooperazione tra i due ministeri dell'Interno nel campo delle politiche di sicurezza e della lotta al terrorismo".
Sullo sfondo resta lo scenario africano, teatro delle partenze dalle nazioni più povere. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, è stato alcuni giorni fa in Mali e in Niger insieme al capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecchiarelli, e il comandante del Coi (comando operativo vertice interforze) Luciano Portolano.
Ma in Mali ora il governo è stato abbattuto da un colpo di stato. Secondo fonti qualificate, i gruppi salafiti e jihadisti operanti nell'area di Mali, Niger e Burkina Faso hanno tuttora una forte capacità operativa. I gruppi Jnim-Jama'a Nustrat al Islamwa al Muslimeen, Isgs- Islamic State in Greater Sahara e Al-Ansar al Islam, operano insieme nel Sahel con l'intesa di cacciare la presenza occidentale. Ben radicati e integrati, sottolineano le analisi, tra le popolazioni locali sfruttate e sollecitate facendo leva sulla loro fragilità economica.
Per tradizione coloniale storica la Francia resta protagonista sul terreno. Il ministro Guerini intende rafforzare il nostro contingente militare a Takuba nello stato nigerino. In funzione di addestramento delle forze locali antiterrorismo e in contrasto ai traffici di migranti. Ma bisognerà fare i conti, senza dubbi, con la presenza francese.
di Luigi Ippolito
Corriere della Sera, 1 giugno 2021
C'è un mese per ottenere lo status per gli stranieri residenti. Il 1° luglio scade il termine per richiedere il "settled status": chi non lo ottiene perderà il diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro, alla casa, e rischia l'espulsione. "Molti non lo sanno, decine di migliaia a rischio".
È una bomba a tempo che rischia di mandare a gambe all'aria l'intera esistenza di decine di migliaia di cittadini italiani che vivono in Gran Bretagna. Fra un mese, il 30 giugno, scade il termine per richiedere il "settled status", lo status da "insediato" che dopo la Brexit è obbligatorio per continuare a risiedere legalmente nel Regno Unito: per chi dovesse mancare all'appello, il 1° luglio scatterebbe una tagliola che comporta la perdita del diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro, alla casa. E in caso estremo, si può arrivare all'espulsione, anche se magari si vive Oltremanica da venti o trent'anni. È innanzitutto un problema di numeri, che riguarda tutti i cittadini europei. Al momento della Brexit si riteneva che in Gran Bretagna vivessero 3 milioni di persone provenienti dall'Unione: ma dagli ultimi dati pubblicati dal ministero dell'Interno britannico si scopre che sono già ben 5 milioni quelli che hanno fatto richiesta del "settled status". Dunque la presenza degli europei era enormemente sottostimata.
La comunità - Prima della Brexit la valutazione per gli italiani era di una comunità forte di 700 mila persone, di cui solo la metà registrate presso il nostro consolato: ma ad oggi hanno fatto richiesta del "settled status" solo 500 mila nostri connazionali. I diplomatici della nostra ambasciata spiegano che in realtà, di quei 700 mila, tanti avevano anche la cittadinanza britannica (e dunque non necessitano del "settled status"), mentre molti altri sono tornati in Italia a causa della pandemia. Ma sarebbe curioso scoprire che mentre la presenza degli europei in generale era del tutto sottovalutata, proprio quella degli italiani era esagerata.
"Col numero reale dei cittadini europei in Gran Bretagna sconosciuto - spiegano da "3million", l'organizzazione che rappresenta gli immigrati dalla Ue - il governo non saprà chi ha mancato la scadenza del 30 giugno. La campagna informativa ufficiale ha una portata limitata e molti cittadini europei non sono a conoscenza dei cambiamenti nella loro situazione legale". Dimitri Scarlato, rappresentante italiano di "3million", stima che il 5% per cento degli italiani possa mancare la scadenza: una percentuale bassa, ma che si traduce in decine di migliaia di persone. "Molti non sono a conoscenza della normativa - spiega Scarlato - o non hanno i documenti in regola. Poi ci sono tanti anziani, che magari sono qui da una vita, che pensano di essere già a posto e di non dover fare nulla. E invece non è così".
In regola - Le conseguenze rischiano di essere pesanti. Dal 1° luglio i datori di lavoro sono obbligati a controllare che il proprio personale sia in regola: altrimenti sarebbero accusati di impiegare dei "clandestini". Anche i padroni di casa, prima di affittare un appartamento, devono assicurarsi che gli inquilini abbiano il diritto di vivere in Gran Bretagna. E in realtà i problemi sono già cominciati: nella confusione legale, piccole aziende o proprietari, non sapendo bene come regolarsi, hanno iniziato a rifiutare gli europei. E le difficoltà sono esacerbate dal fatto che il "settled status" non consiste in un documento fisico, ma è solo digitale: e quindi a volte può essere complicato dimostrarlo. È per questo che l'organizzazione dei "3million" ha chiesto di estendere la scadenza del 30 giugno, o quanto meno di minimizzarne l'impatto.
E la richiesta di una proroga è stata rilanciata nei giorni scorsi anche dal governo autonomo scozzese: "I cittadini europei che mancano la deadline - ha detto Jenny Gilruth, ministra per l'Europa nel governo di Edimburgo - non potranno lavorare, studiare, ricevere assistenza, guidare una macchina o aprire un conto in banca: la loro vita andrà sottosopra. Sappiamo che a migliaia devono ancora presentare la domanda: chiedo al governo britannico di estendere la scadenza".
Flessibilità - Ma è una posizione che al momento non sembra essere fatta propria dal governo italiano: quella della proroga "è una richiesta fuori misura", dice il sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova, che nei giorni scorsi è stato a Londra per incontrare, tra gli altri, il ministro britannico competente per il Settlement Scheme. "Abbiamo posto il tema di cosa accadrà dopo il 30 giugno - spiega Della Vedova - e auspichiamo che i britannici gestiscano la situazione con pragmatismo e flessibilità. Quella scadenza non va considerata definitiva in tutti i casi". Il governo italiano non esclude che ci si possa coordinare con gli altri Paesi europei per agire di concerto. Ma augurarsi flessibilità da parte dei britannici può apparire rischioso, se si guarda a come hanno cominciato ad applicare il nuovo regime di immigrazione: chi arriva adesso dall'Europa senza visto viene fermato, "impacchettato" e rispedito indietro senza tanti complimenti. Dal 1° luglio partirà la caccia all'"italiano fuorilegge"?
agenziadire.com, 1 giugno 2021
Il permesso per visitare le famiglie varrà solo per chi avrà meritato una segnalazione da parte dei responsabili dei servizi penitenziari. Ma sui social scoppia il dibattito. Due settimane di libertà, per visitare le famiglie, per chi sconta l'ergastolo: le prevede una legge promulgata dal presidente dello Zambia, Edgar Lungu, a beneficio di detenuti che si siano distinti per "buona condotta".
Nel testo, del quale informano quotidiani e testate online di Lusaka, si precisa che per godere del permesso i prigionieri dovranno aver meritato una segnalazione da parte dei responsabili dei servizi penitenziari. L'ultima parola spetterà comunque al capo dello Stato. La legge, promulgata in settimana, sta suscitando dibattito. Alcuni utenti sui social network l'hanno criticata denunciando il rischio di evasioni o "vacanze" dei detenuti a spese dei contribuenti. Altri, ad esempio dal profilo di Maggie Chi Silwizya, hanno sottolineato la necessità di favorire il "reinserimento sociale" dei detenuti e di non pensare al carcere come a un sistema "punitivo".
- Medio Oriente. Hamas pronto a negoziare con Israele per consegnare i prigionieri a Gaza
- Libia. L'anarchia delle deportazioni di migranti nel deserto
- Birmania. I gironi infernali di Insein, la prigione dove l'esercito tortura i dissidenti
- Istruzione in carcere, la laurea dà una seconda possibilità ai detenuti
- Sentenze già scritte, Anm sconfitta ma i penalisti si dividono











