di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 2 giugno 2021
Per gli inquirenti ci sarebbe anche un movente dietro alla lite in carcere poi sfociata in un sempre più probabile caso di omicidio. E cioè un debito di droga che la vittima non avrebbe onorato nei confronti di uno dei due compagni di cella tutt'oggi indagati da Procura e squadra mobile. Con il passare delle ore al nono piano di palazzo sono sempre più convinti che dietro alla misteriosa morte di Emanuele Polizzi, l'artigiano rapinatore di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina all'interno della sua cella nella seconda sezione del carcere di Marassi, ci sia un omicidio.
Dall'esame autoptico sono emersi elementi tali - una inspiegabile ferita dietro il cranio - che non sono assolutamente compatibili con il suicidio. Per questo nelle prossime ore all'interno della cella - ora sequestrata - sarà svolto l'analisi con il luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIXuna qualificata fonte della polizia scientifica. Questo esame permetterà di capire dove Polizzi si sia procurato le ferite alla testa. E anche per questo ieri pomeriggio gli agenti della sezione omicidi della squadra mobile, il pubblico ministero Giuseppe Longo, gli esperti della polizia scientifica e il medico legale Sara Lo Pinto hanno compiuto un sopralluogo all'interno della cella.
Dove sulla base dei risultati autoptici sono stati ripercorsi gli ultimi momenti di vita di Polizzi. Nel frattempo i due detenuti sotto indagine - Mattia Romeo e Giovanni Genovese, entrambi di 36 anni - sono stati separati e messi in isolamento. Erano le due uniche persone presenti all'interno della cella mentre Polizzi moriva e secondo i pm che indagano non hanno raccontato la verità quando sono stati sentiti dalla polizia giudiziaria. Agli agenti della sezione della mobile hanno detto che "dormivano e non si sono accorti di nulla". Ma dagli accertamenti investigativi è emerso che uno dei due detenuti vantava un credito non riscosso con Polizzi.
Un credito che, secondo gli inquirenti, sarebbe all'origine della lite. I due per questo devono rispondere del reato di omicidio volontario. Sono difesi dagli avvocati Celeste Pallini e Fernando Barnaba, per quanto riguarda Romei, e da Mauro Morabito, legale di Genovese. Le altre tre persone che dividevano la cella con Polizzi erano uscite presto la mattina per andare a lavorare.
Romei e Genovese durante l'interrogatorio non solo hanno respinto le accuse ma hanno anche confermato agli investigatori come Polizzi vivesse un momento di grande depressione e sconforto dovuto alla lunga permanenza in carcere - dall'ottobre del 2019 - e dal fatto che se la sentenza di primo grado fosse stata confermata anche in appello avrebbe dovuto scontare dieci anni di reclusione.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
Fernando Koralagamage, 49 anni, è stato trovato morto martedì mattina: si sarebbe impiccato. Aperta un'inchiesta. Sabato scorso aveva colpito la donna in via Leonardo Greppi con una decina di coltellate: lei lo aveva lasciato da una settimana.
È rimasto per quasi due giorni in camera di sicurezza negli uffici del commissariato San Paolo. In stato di arresto per omicidio volontario, già interrogato dal pm. Poi lunedì sera è stato trasferito nel carcere di Frosinone, dopo un'attesa di 48 ore per trovargli un posto in un istituto penitenziario del Centro Italia, tutti occupati a causa delle rigide disposizioni anti-contagio. Ieri mattina infine Fernando Basath Chandana Koralagamage, il badante cingalese di 49 anni che sabato pomeriggio in via Leonardo Greppi, al Portuense, ha ucciso l'ex compagna che lo aveva lasciato da una settimana, è stato trovato senza vita nella sua cella.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, si sarebbe ucciso impiccandosi con un lenzuolo arrotolato usato come una corda. La conclusione tragica di una vicenda sanguinosa che aveva già lasciato senza fiato chi conosceva la vittima del femminicidio, Perera Priyadarshanie Donashantini Liyanage Badda, 41 anni, trafitta da una decina di coltellate alle due del pomeriggio mentre tornava dalla famiglia dove lavorava dopo aver fatto la spesa al Carrefour di zona. La procura di Frosinone ha aperto un'inchiesta sul suicidio dell'ex compagno della donna, ed è in attesa dei risultati dell'autopsia in programma nei prossimi giorni. Non sono ancora chiare le modalità con cui il cingalese sia riuscito a togliersi la vita.
Dopo essere stato immobilizzato e disarmato da un carabiniere fuori servizio - Gianluca Coppa - che aveva udito le grida della vittima mentre passeggiava con la moglie, il 49enne era stato preso in consegna dagli agenti delle volanti e anche da quelli del commissariato San Paolo ai quali aveva detto, in un assurdo tentativo di giustificare quello che aveva appena fatto, di amare l'ex compagna, alla quale aveva chiesto più volte nei giorni precedenti di tornare insieme con lui. Perera se n'era andata dalla loro casa al Trullo da una settimana e si era trasferita da alcuni amici.
Di lui non voleva più saperne e glielo aveva detto anche sabato pomeriggio quando il 49enne l'aveva raggiunta in via Greppi su un monopattino elettrico, stringendo in pugno un coltello da cucina con la lama seghettata. Dapprima l'aggressore avrebbe implorato la 41enne di tornare sui suoi passi, ma poi le è saltato addosso colpendola più volte, soprattutto all'addome e al torace. Perera non è morta subito.
Ha resistito fino all'arrivo dei soccorsi ma poi è deceduta all'ospedale San Camillo dove era tutto pronto in sala operatoria per salvarle la vita. Lui e Fernando stavano insieme da anni, non avevano figli. Il loro permesso di soggiorno era stato rinnovato nel 2019. Per Perera tuttavia la loro storia era arrivata al capolinea, anche se il compagno non l'ha accettato. L'ha uccisa senza pietà, e poi si è tolto la vita in carcere.
anconatoday.it, 2 giugno 2021
Giancarlo Giulianelli ha scritto al ministro della Giustizia. "Una situazione sempre più difficile negli istituti penitenziari marchigiani: occorre una rivalutazione generale degli interventi con un interessamento complessivo dei soggetti coinvolti a vario titolo e delle diverse strutture con le loro specificità". È il succo della lettera inviata dal Garante regionale dei Diritti delle Marche, Giancarlo Giulianelli, alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ed ai vertici del Dipartimento di amministrazione penitenziaria e del Provveditorato di amministrazione penitenziaria Emilia-Romagna, oltre che al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma, ed al responsabile regionale della sanità carceraria, Franco Dolcini.
Giulianelli evidenzia quanto accaduto negli ultimi mesi in alcune strutture evidenziando, tra le maggiori criticità, quelle riferite all'assistenza sanitaria che, ormai da tempo, si caratterizza per mancanza di personale specifico. Le difficoltà sono in aumento anche alla luce dell'emergenza sanitaria Covid-19. Il Garante sottolinea, infine, anche la carenza organica con cui gli agenti di Polizia penitenziaria, degli istituti di reclusione marchigiani, devono da tempo fare i conti.
La Nuova Sardegna, 2 giugno 2021
Sui disagi legati all'assenza di un direttore nel carcere di Bancali, dopo il trasferimento di Graziano Pujia a Cagliari, interviene anche Antonio Unida, il garante territoriale delle persone private della libertà personale.
Una difficoltà che si unisce a molte altre presenti nell'istituto penitenziario sassarese (privo anche del comandante della polizia penitenziaria e dei funzionari che dovrebbero sostituirlo): "Tutto ciò non è più tollerabile - rimarca Unida elencando tutta una serie di disservizi - L'acqua non è potabile, l'area educativa è composta da una sola funzionaria pedagogico-educativa in pianta stabile, supportata saltuariamente da altre due che si sdoppiano con altre strutture". Carenze che diventano pesanti di fronte a certi numeri: "Sono circa 400 i detenuti - sottolinea il garante - fra 41bis, AS2 islamica, protetti, comuni, femminile, art. 21".
Senza contare tutto il resto: "Manca il detersivo per lavare le camere di pernottamento e quello per le stoviglie. E ora è arrivato il trasferimento del direttore Pujia ad altro incarico. Tutto ciò è inammissibile". Soprattutto perché quella di Bancali "è definita una struttura strategica, di importanza nazionale, di cosiddetta fascia uno. Ma ovviamente solo sulla carta, perché nei fatti siamo ancora all'anno zero".
di Marino Ciccarelli
teleclubitalia.it, 2 giugno 2021
Un malore ha stroncato la vita di Marcello Morimile, detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'uomo, 52 anni, è morto poco dopo le 11. Era originario di Gricignano d'Aversa. L'uomo era recluso presso la casa circondariale del casertano per reati di camorra. Nel febbraio 2013 fu coinvolto nell'operazione Talking Three che portò la squadra mobile ad eseguire diversi arresti tra l'agro aversano e la Toscana.
L'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Mormile fu eseguita proprio in carcere dove era già detenuto per un precedente arresto. Nel corso del processo l'uomo fu condannato per un episodio inerente ad un'estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dopo il malore di ieri mattina, come spiega Edizione Caserta, Mormile ha ricevuto immediatamente i soccorsi.
Tuttavia i sanitari del 118, giunti presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, ne hanno potuto solo constatare il decesso. Sotto choc i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria presenti al momento della tragedia La salma è stata trasferita all'istituto di medicina legale anche se il decesso è legato a cause naturali.
bsnews.it, 2 giugno 2021
A patire le pene di una situazione più difficile di quanto dovrebbe sono gli agenti di Polizia penitenziaria e i detenuti, ovviamente. Costretti a restare chiusi in una cella, spesso fatiscente, anche per più di 23 ore al giorno. La situazione di Canton Mombello (oggi Nerio Fischione) è critica e le cause sono note: il sovraffollamento, le restrizioni legate al Coronavirus, la carenza degli organici, una struttura architettonicamente inadeguata ai tempi e - come denunciato più volte dai sindacati di Polizia - la presenza di troppi detenuti problematici, che causano spesso disordini e violenze (l'ultima è la maxirissa della scorsa notte).
A patire le pene di una situazione più difficile di quanto dovrebbe sono gli agenti di Polizia penitenziaria e i detenuti, ovviamente. Costretti a restare chiusi in una cella, spesso fatiscente, anche per più di 23 ore al giorno. A evidenziarlo è la moglie di un detenuto, che ha deciso di contattare BsNews per portare a conoscenza di tutti la situazione del marito, un 40enne incarcerato con una pena di alcuni anni che - stando a quanto riferisce la donna - avrebbe già tentato il suicidio in un paio di occasioni per le condizioni di carcerazione definite "disumane". Parole ovviamente prive di prove documentali, ma comunque sintomatiche di come i detenuti di Canton Mombello vivono la loro carcerazione e apparentemente in linea con quanto anche i sindacati di Polizia "denunciano" da tempo.
"Sono mesi - spiega la donna riferendo quanto detto dal marito - che a mio marito vengono concessi sporadici minuti al giorno a causa del sovraffollamento. Dorme in celle piene di umidità da cui risale l'odore di fognatura e su materassi scaduti quasi a contatto con il ferro, che provocano dolori alle articolazioni. I muri si scrostano. Lui e il suo compagno di cella sono chiusi 23 ore al giorno con solo la Tv e senza poter fare attività fisica". Una situazione definita "impossibile" e che cozza con il diritto di due ore al giorno d'aria che dovrebbero avere tutti i detenuti secondo la legge dell'ordinamento penitenziario.
"Fanno proteste fuori dal carcere - conclude l'appello - ma nessuno va all'interno a verificare in quali condizioni disumane si trovano i detenuti. Si lamentano per il sovraffollamento ma non fanno nulla in merito. Faccio appello ai politici e al Sindaco di Brescia affinché vengano a vedere le nostre condizioni di persona".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 2 giugno 2021
Dopo due mesi di ricovero per una gravissima forma di Tbc che lo ha quasi ucciso, è pronto a cominciare una nuova vita. Si è ammalato di tubercolosi nell'inferno delle carceri libiche, ha tentato la traversata del Mediterraneo ma è stato respinto dalla Guardia costiera libica.
Il somalo Ahmed (nome di fantasia) oggi è vivo per miracolo. Tutto merito del corridoio umanitario che lo ha portato all'ospedale Meyer di Firenze, che gli ha salvato la vita. La sua storia è un'odissea. Ha lasciato la Somalia quando aveva quattordici anni. Adesso ne ha diciassette e, dopo due mesi di ricovero al Meyer per una gravissima forma di Tbc che lo ha quasi ucciso, è pronto a cominciare una nuova vita. Ricorda il passato.
La decisione di partire in cerca di un futuro migliore è stata solo sua: i genitori e i nove fratelli non sapevano niente. Si è affidato a una organizzazione di trafficanti di esseri umani e si è messo in viaggio. Ha attraversato, con mezzi di fortuna procurati dai criminali, l'Etiopia, il Sudan, l'Egitto fino ad arrivare in Libia. Ed è qui che, per più di un anno, è stato costretto a fare quanto gli veniva chiesto dai nuovi affaristi della disperazione: prigioniero, prima in un campo e poi in un appartamento, è stato obbligato a trovare il denaro per pagare il debito accumulato e per ricompensare chi lo avrebbe imbarcato alla volta dell'Europa. Questo il suo scopo e questa la sua speranza e per raggiungerli ha subito umiliazioni, minacce, violenze e torture.
Ad aiutarlo, è stata la sua famiglia che, grazie al contributo della comunità locale che si raccoglie intorno alla moschea, è riuscita a raccogliere la somma di denaro richiesta dai suoi aguzzini. Il tanto sospirato imbarco però non è andato a buon fine: la barca su cui viaggiava è stata fermata dalla Guardia costiera libica. E questo adolescente si è trovato di nuovo rinchiuso, prima in carcere e poi in un campo.
Facendo pesanti lavori manuali, è riuscito a mettere da parte una nuova somma di denaro, ma anche stavolta la traversata non è riuscita e, come nel peggiore degli incubi, si è trovato di nuovo in carcere. È qui che ha contratto una violentissima forma di tubercolosi disseminata in quasi tutto l'organismo, che si è manifestata, tra gli altri sintomi, con un nodulo aperto al livello del collo, che gli impediva perfino di deglutire. In un ospedale libico, gli hanno applicato una sonda che permettesse l'alimentazione attraverso l'addome, ma una volta dimesso le sue condizioni sono rapidamente peggiorate.
Il ragazzino è approdato al Meyer di Firenze grazie a un corridoio umanitario. "Quando è arrivato - spiega Lucia Macucci, l'infermiera della Cooperazione internazionale del Meyer che ha seguito il caso - era in condizioni davvero critiche. Era debolissimo, denutrito, sfinito, non riusciva quasi più a camminare". Il diciassettenne è stato ricoverato in una stanza isolata della Pediatria e, grazie al mediatore culturale, è riuscito a comunicare con medici e infermieri. In poche settimane, nonostante le inevitabili difficoltà linguistiche, ha conquistato l'affetto di tutti, grazie alla sua gentilezza e al suo grande senso di responsabilità.
"Gli abbiamo procurato dei vestiti e lo abbiamo aiutato a lavarsi - racconta Lucia Macucci - e questi semplici gesti sono stati per lui un immenso sollievo". Il percorso clinico non è stato semplice: a seguirlo, nel suo lungo processo verso la guarigione, è stata una equipe multidisciplinare composta da infettivologi, chirurghi, pediatri e infermieri specializzati. Prima è stata rimossa la sonda gastrica Peg: così, con grande lentezza, ha potuto ricominciare a mangiare e a bere, seguendo un piano alimentare costruito su misura per lui. Poi i medici si sono dovuti occupare della ferita al collo, ma la terapia ha richiesto più tempo del previsto. Nel frattempo, le assistenti sociali del Meyer si sono mobilitate per aiutarlo e creare intorno a lui una rete solidale.
Un percorso che è stato possibile anche grazie alla rete di soggetti istituzionali e di volontariato presenti sul territorio della nostra regione che si sono attivati per organizzare l'accoglienza del ragazzo una volta dimesso dal Meyer. Il Tribunale per i minorenni ha nominato fin dall'ingresso del ragazzo nello spazio aereo italiano un tutore legale volontario, che a sua volta ha attivato il supporto dell'Associazione dei tutori volontari della Regione toscana. Ora che è stato dimesso, sarà accolto in una casa famiglia dove potrà iniziare la sua nuova vita. Ad attenderlo, lo studio della lingua italiana, ma anche un percorso scolastico e formativo.
di Laura Sabbadini
La Repubblica, 2 giugno 2021
La Costituzione sancisce i nostri diritti fondamentali e richiede a tutti noi solidarietà. La solidarietà nell'articolo 2, è un insieme di doveri in riferimento alla politica, all'economia, alla società. Ognuno di noi ha ricevuto alla nascita un grande scrigno pieno di gioielli preziosi: i diritti. Una ricchezza incredibile di cui spesso non siamo consapevoli. E di cui dobbiamo prendere coscienza, perché la nostra democrazia ha bisogno di cura, consapevolezza, azione attiva per crescere, rafforzarsi e vivificarsi. 75 anni fa gli italiani sancirono con il voto la nascita della Repubblica, milioni di donne emozionate votarono per la prima volta. Non possiamo che ringraziare i nostri padri e madri, nonni e nonne per averci donato la democrazia.
Non è vero che le dittature siano più efficienti. Nei Paesi democratici si sono trovati vaccini realmente efficaci contro la pandemia, negli altri, troppo spesso non si sa quel che accade. Non è vero che la compressione delle libertà e la mancanza di trasparenza aiutino a risolvere i problemi. Serve solo ad occultarli. La democrazia, con tutti i suoi problemi, è dinamica, progressiva, rigenerativa. La dittatura frena il pensiero e le energie dei popoli, comprime la libertà degli individui, cosa peggiore di qualunque pandemia.
In questi anni abbiamo corso uno dei rischi più seri per le nostre democrazie, ma abbiamo visto il legame profondo, inscindibile, fra noi che uscimmo provati dalla tragedia delle dittature e noi, che forgiammo nella sofferenza l'unione dei Paesi democratici. E le vicende di questi anni ci hanno insegnato ancora che non è vero che democrazia è dittatura della maggioranza ma, con tutti i limiti di attuazione, è comunque dialettica, capacità di rispettare le opinioni diverse, rispetto di diritti e libertà degli individui.
La Costituzione sancisce i nostri diritti fondamentali e richiede a tutti noi solidarietà. La solidarietà nell'articolo 2, è un insieme di doveri in riferimento alla politica, all'economia, alla società. La solidarietà diventa tanto più centrale tra i nostri valori fondanti, quanto più siamo interconnessi nel mondo. La modernità della nostra Costituzione è incredibile. Non cede il passo ai tempi, li anticipa. Certo, ha bisogno di ampliarsi alle nuove frontiere dei diritti, in primo luogo al diritto di accesso a internet, perché questo grande spazio pubblico sia fruibile e al tempo stesso sicuro per tutti. Ma regge. Alla luce della pandemia, è chiaro che o siamo solidali globalmente o la pandemia non finirà. Il Pnrr è stato possibile grazie alla solidarietà europea. E noi ce ne siamo avvantaggiati, così come domani se ne avvantaggerà qualcun altro.
Ma abbiamo un vulnus. C'è qualcosa che è mancato nella azione politica dei governi che si sono succeduti nel Paese. La concretizzazione del principio costituzionale della solidarietà in politiche sociali avanzate, fondamentali per garantire uguaglianza, libertà e dignità. Siamo carenti nelle politiche sociali. Sempre residuali. Le prime a essere tagliate, viste come costi e non come investimenti. Le ultime ad essere finanziate. Arranchiamo, in primis, nella consapevolezza della loro importanza. Subito pronti ad investire in infrastrutture economiche, fondamentali anche certo, ma non altrettanto per le infrastrutture sociali. I servizi sociali per la collettività sono un bene comune prezioso.
C'è un qualcosa che frena a comprendere l'importanza della centralità della persona, del welfare di prossimità, della cura come pratica sociale, del ruolo del Terzo settore. C'è un qualcosa che frena a capire l'ingiustizia che subiscono tante donne nel sostenere il carico di lavoro di cura al prezzo di tante rinunce, ai propri sogni, al lavoro, a traguardi, persino ad avere i figli che desiderano. Questo qualcosa è un approccio antico, il primato culturale dell'economia sulla società che ancora domina il nostro Paese, ma non la nostra Costituzione che è molto chiara al riguardo. Una forte resistenza culturale. È necessaria una presa di coscienza collettiva. Tante leggi importanti sul piano sociale e di genere sono state adottate nella storia del Paese, ma scarsa ne è la attuazione, e scarsa la traduzione in realtà viva. Rimuoviamo questa resistenza culturale, poniamo economia e società sullo stesso piano. Rimettiamo al centro la persona, come indica la nostra Costituzione.
*Direttora centrale Istat
di Claudio Cippitelli
Il Manifesto, 2 giugno 2021
I francesi si sono scagliati contro i Måneskin, vincitori all'Eurovision Song Contest di Rotterdam accusandoli di essere drogati. In una nota il Quai d'Orsay afferma che "È la commissione di deontologia che deve risolvere la questione. Se c'è bisogno di sottoporsi ai test, faranno i test". Il gesto incriminato è del cantante Damiano David, che in diretta si china su un tavolo, gesto interpretato come un'assunzione di cocaina.
Ora, se la Francia ha una così spiccata sensibilità e intolleranza verso gli artisti che consumano stupefacenti dovrebbe spiegare perché ha scelto di tumulare le ceneri di Alexandre Dumas Padre nel Panthéon di Parigi. E sì, perché il grande scrittore era solito frequentare il Club des Hashischins in compagnia di altri mostri sacri della cultura transalpina come Charles Baudelaire, Victor Hugo, Honorè de Balzac e Thèophile Gautier, un bel gruppo di scrittori che in pieno Ottocento sfidavano la morale borghese coniugando arte e consumo di droghe.
Forse, prima di richiedere il drug test ai Måneskin, i cugini d'oltralpe dovrebbero rivisitare la loro storia artistica, a partire dalla grandissima Edith Piaf, o da Johnny Hallyday che in una intervista a Le Monde del '98 raccontava di abusare di droghe e medicinali: "Ne prendo per lavorare, per riaccendere la macchina, per reggere. D'altra parte non sono il solo. La polvere e l'hashish circolano a fiumi fra i musicisti". Va detto, a parziale giustificazione dell'intemerata transalpina, che i francesi si aspettavano la vittoria della loro cantante Barbara Pravi, arrivata però solo seconda.
Dunque, "I francesi rosicano": questa l'elegante espressione utilizzata da una parte dei media italiani (adnkronos, ilGiornale.it, liberoquotidiani.it), soddisfatti dalle affermazioni dell'artista che si dichiara contro la droga e disponibile a fare il test. Ecco, da un cantante che gira il video ufficiale di Zitti e Buoni truccato da Marylin Manson e che canta "Siamo fuori di testa, ma diversi da loro", magari ci si aspettava qualcosa di più del semplice balbettio: "sono contro la droga, fatemi il test". Perché? Forse i Måneskin, come scrive Massimo Coppola sul Domani, sono anche loro vittime di "una grave psicopatologia sociale, collettiva e individuale, (...) doversi discolpare senza la prova della colpa, e quando suddetta colpa non è chiaro che rilievo abbia."
Paura di perdere il successo appena raggiunto? Una paura che non ha avuto Kate Moss, che non ha mai rilasciato abiure e pentimenti per i suoi fotografati consumi di coca, o Vasco Rossi, che in una recente intervista afferma: "Mi definisco un tossico indipendente. Le sostanze le ho provate tutte, perché volevo farlo. Tranne l'eroina. E chi dice che sono tutte uguali è un criminale".
Eppure, avremmo tutti bisogno di coraggio per opporci ai danni che le politiche basate sulla guerra alla droga producono: i drug test non sono strumenti neutri, ma metodiche spesso usate come clave per colpire studenti e lavoratori con stili di vita non graditi: sono mezzi che, fuori da un contesto terapeutico, sono utili solo a rassicurare gli adulti, o a promuovere un rapporto tra le generazioni informato dal sospetto e pochissimo dalla genuina ricerca della salute.
Esempio: una recente Proposta di Legge presentata dalla Lega in Consiglio Regionale del Lazio, ha come titolo "Osservatorio regionale per l'educazione alla salute e la prevenzione delle tossicodipendenze tra i giovani". In verità, la reale finalità della proposta è realizzare uno screening indistinto e di massa sulla popolazione scolastica del Lazio.
Risponderemo anche noi come il Blasco, che ha postato una foto dei Rolling Stone con l'ironica scritta "Facciamo anche noi il test antidroga".
di Claudio Cippitelli
Il Manifesto, 2 giugno 2021
I francesi si sono scagliati contro i Måneskin, vincitori all'Eurovision Song Contest di Rotterdam accusandoli di essere drogati. In una nota il Quai d'Orsay afferma che "È la commissione di deontologia che deve risolvere la questione. Se c'è bisogno di sottoporsi ai test, faranno i test". Il gesto incriminato è del cantante Damiano David, che in diretta si china su un tavolo, gesto interpretato come un'assunzione di cocaina.
Ora, se la Francia ha una così spiccata sensibilità e intolleranza verso gli artisti che consumano stupefacenti dovrebbe spiegare perché ha scelto di tumulare le ceneri di Alexandre Dumas Padre nel Panthéon di Parigi. E sì, perché il grande scrittore era solito frequentare il Club des Hashischins in compagnia di altri mostri sacri della cultura transalpina come Charles Baudelaire, Victor Hugo, Honorè de Balzac e Thèophile Gautier, un bel gruppo di scrittori che in pieno Ottocento sfidavano la morale borghese coniugando arte e consumo di droghe.
Forse, prima di richiedere il drug test ai Måneskin, i cugini d'oltralpe dovrebbero rivisitare la loro storia artistica, a partire dalla grandissima Edith Piaf, o da Johnny Hallyday che in una intervista a Le Monde del '98 raccontava di abusare di droghe e medicinali: "Ne prendo per lavorare, per riaccendere la macchina, per reggere. D'altra parte non sono il solo. La polvere e l'hashish circolano a fiumi fra i musicisti". Va detto, a parziale giustificazione dell'intemerata transalpina, che i francesi si aspettavano la vittoria della loro cantante Barbara Pravi, arrivata però solo seconda.
Dunque, "I francesi rosicano": questa l'elegante espressione utilizzata da una parte dei media italiani (adnkronos, ilGiornale.it, liberoquotidiani.it), soddisfatti dalle affermazioni dell'artista che si dichiara contro la droga e disponibile a fare il test. Ecco, da un cantante che gira il video ufficiale di Zitti e Buoni truccato da Marylin Manson e che canta "Siamo fuori di testa, ma diversi da loro", magari ci si aspettava qualcosa di più del semplice balbettio: "sono contro la droga, fatemi il test". Perché? Forse i Måneskin, come scrive Massimo Coppola sul Domani, sono anche loro vittime di "una grave psicopatologia sociale, collettiva e individuale, (...) doversi discolpare senza la prova della colpa, e quando suddetta colpa non è chiaro che rilievo abbia."
Paura di perdere il successo appena raggiunto? Una paura che non ha avuto Kate Moss, che non ha mai rilasciato abiure e pentimenti per i suoi fotografati consumi di coca, o Vasco Rossi, che in una recente intervista afferma: "Mi definisco un tossico indipendente. Le sostanze le ho provate tutte, perché volevo farlo. Tranne l'eroina. E chi dice che sono tutte uguali è un criminale".
Eppure, avremmo tutti bisogno di coraggio per opporci ai danni che le politiche basate sulla guerra alla droga producono: i drug test non sono strumenti neutri, ma metodiche spesso usate come clave per colpire studenti e lavoratori con stili di vita non graditi: sono mezzi che, fuori da un contesto terapeutico, sono utili solo a rassicurare gli adulti, o a promuovere un rapporto tra le generazioni informato dal sospetto e pochissimo dalla genuina ricerca della salute.
Esempio: una recente Proposta di Legge presentata dalla Lega in Consiglio Regionale del Lazio, ha come titolo "Osservatorio regionale per l'educazione alla salute e la prevenzione delle tossicodipendenze tra i giovani". In verità, la reale finalità della proposta è realizzare uno screening indistinto e di massa sulla popolazione scolastica del Lazio.
Risponderemo anche noi come il Blasco, che ha postato una foto dei Rolling Stone con l'ironica scritta "Facciamo anche noi il test antidroga".
di Daniele Mencarelli
Avvenire, 2 giugno 2021
Nel settembre del 2015 il mondo gridò di orrore. Una fotografia stravolse l'opinione pubblica, fermò di colpo tutte le questioni interne ai singoli Stati, sembrò quasi cancellare qualsiasi forma di ordinaria amministrazione. La fotografia era quella del piccolo Alan Kurdi, ritrovato senza vita su una spiaggia dell'Egeo. La sua famiglia, in fuga dalla Siria, tentò come altre migliaia di profughi di raggiungere l'occidente attraverso le tratte clandestine, nel loro caso dalla Turchia verso la Grecia. Partirono da Bodrum, ma il loro viaggio durò poco, pochissimo, il gommone sul quale viaggiavano si capovolse per il mare grosso e il peso eccessivo. Della famiglia Kurdi sopravvisse solo il padre, mentre la madre e i due figli, Ghalib e Alan, affogarono.
La fotografia di Alan con il volto nella sabbia, bagnato dalle onde del mediterraneo, con la sua magliettina rossa, i pantaloncini blu, ci rimase negli occhi per settimane. Una civiltà che permette una simile sciagura non è più una civiltà. Questo dissero, dicemmo, tutti. Talmente forte lo sdegno collettivo, e sincero, che in molti pensarono che quel sacrificio potesse aprire un nuovo capitolo della Storia. Una nuova era. Dove i bambini, tutti, ma proprio tutti, avessero stessi diritti e possibilità.
Poi l'umanità riprese la corsa, dimenticò quegli attimi di commozione, come succede sempre, in preda alla sua smania frenetica. Qualche giorno fa, Oscar Camps, il fondatore della Open Arms, l'organizzazione non governativa che si occupa di aiuto ai migranti, ha diffuso delle fotografie scattate in Libia. Si vedono i corpi di tre bambini. Altre foto ritraggono adulti. Tre bambini, di cui uno neonato. Vittime di un naufragio, uno dei tanti. Dalla foto di Alan Kurdi a queste sono trascorsi poco meno di sei anni. Un dato salta agli occhi, evidente per quanto preoccupante. Il piccolo siriano, la sua immagine straziante, divenne icona di una crisi che riguardava tutti, perché tutti hanno una coscienza e da che mondo è mondo i bambini si proteggono.
Perché tutto questo non è successo per quelli ritrovati in Libia? Perché quei tre corpi bambini non hanno prodotto nulla? Se ne è parlato per mezza giornata, poi basta. Qualsiasi spiegazione è a dir poco terribile. La prima cosa che viene in mente è questa: nel giro di poco meno di sei anni l'opinione pubblica, tutti noi, ha vissuto una specie di assuefazione-regressione all'orrore, al punto da rendere digeribile una foto che ritrae tre bambini morti su una spiaggia. Un'altra chiave di lettura potrebbe essere questa, forse ancora più disumana della prima. Le foto diffuse da Camps sono state scattate a Zuwara, in Libia, e si sa, la nostra coscienza ha oggi un confine geografico, e quel confine è proprio il Paese nordafricano, tutto ciò che accade da lì in poi e affare di altri, ed è sempre lecito. E poi, a guardare bene, quei tre bambini erano dalla pelle scura. Ma delle spiegazioni possibili interessa il giusto. Anzi niente. L'orrore, un tanto al giorno, come una cura omeopatica somministrata ai nostri occhi, ci sta invadendo la coscienza e non ce ne accorgiamo. È la storia. La nostra storia. Quella che fa di ogni sciagura del passato, dai lager ai roghi, qualcosa che deve ancora avvenire.
- Migranti. Rossomando e Giorgis: "Rimpatri volontari e più diritti nei Cpr"
- La rieducazione funziona, lo dimostrano i detenuti che lavorano durante la pena
- 41-bis, corrispondenza censurata con l'avvocato. Parola alla Consulta
- Bambini in carcere: una proposta di legge per liberare i figli dalle colpe dei genitori
- Fico: "Avanti con esame proposta legge su attività teatrali nelle carceri"











