di Madi Ferrucci
Il Manifesto, 3 giugno 2021
Il prossimo 5 giugno oltre duecento ricorrenti tra cittadini e associazioni lanceranno la prima azione legale contro lo Stato italiano per l'assenza di politiche efficaci nella lotta al cambiamento climatico. La causa sarà presentata con un evento riservato alla stampa presso l'Hotel Nazionale di Piazza Montecitorio.
Il gruppo, coordinato dall'Associazione A Sud, accusa lo Stato di non aver fatto abbastanza per mitigare i cambiamenti climatici ed è pronto ad agire in giudizio. L'obiettivo è quello di ottenere una condanna dello Stato per fare in modo che metta in atto una serie di adempimenti in grado di contrastare con forza il surriscaldamento globale.
Il lancio della causa è stato preparato da una campagna di sensibilizzazione chiamata evocativamente Giudizio universale: "Il giudizio universale sta arrivando: scioglimento dei ghiacciai, siccità, desertificazione, eventi climatici estremi, estinzione di interi ecosistemi sono solo alcuni dei fenomeni che già oggi si verificano su tutta la Terra.
In moltissimi paesi, movimenti e cittadini stanno citando in giudizio Stato, istituzioni e imprese per costringerli ad attuare politiche realmente efficaci. Abbiamo deciso di fare causa anche in Italia. Chiederemo allo Stato Italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il processo: se non ci pensiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro", denunciano i ricorrenti sul sito della campagna.
La causa arriva dopo il successo delle climate litigation lanciate da diversi gruppi di attivisti in Francia, Germania e Olanda, che si sono concluse con la vittoria dei ricorrenti e la condanna degli Stati, costretti ad innalzare i loro obiettivi di riduzione delle emissioni cilmalteranti. L'ultima vittoria, infatti, appartiene alla Germania, dove per merito di alcune associazioni ambientaliste tra cui Fridays for Future e Greenpeace, lo scorso aprile la Corte costituzionale ha stabilito che il governo tedesco dovrà rendere ancora più rigida la legge del 2019 che regola la riduzione delle emissioni.
In Italia potrebbe accadere la stessa cosa e attivisti e i cittadini sono già pronti a chiedere ai tribunali di giudicare l'inazione dello Stato. Sul tema del riscaldamento globale esistono ormai delle evidenze scientifiche innegabili e la necessità di agire si fa sempre più impellente: "Secondo i dati recenti delle Nazioni Unite - sottolinea la portavoce di A Sud Marica di Pierri - nei prossimi cinque anni la temperatura media globale del Pianeta aumenterà di altri 1,5 gradi.
Vogliamo costringere lo Stato ad intervenire subito: le attuali politiche ambientali sono insufficienti e l'emergenza climatica è sempre più grave. In Europa le climate litigation si stanno diffondendo a macchia d'olio e stanno già riportando vittorie storiche: la nuova frontiera della battaglia contro i catastrofici effetti del riscaldamento globale si gioca nelle aule dei tribunali".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 3 giugno 2021
Intervista a Guido Alpa, giurista, avvocato, presidente emerito del Cnf, e autore del saggio appena pubblicato "Il diritto di essere se stessi". "I diritti civili sono un terreno che deve essere continuamente riguadagnato".
Per Guido Alpa - giurista, avvocato, accademico e presidente emerito del Consiglio Nazionale Forense - questa lezione di Stefano Rodotà è come un mantra. Un monito che Alpa applica anche alla riflessione sul concetto di identità posta al centro del suo ultimo libro "Il diritto di essere se stessi" (La nave di Teseo, collana Krisis).
Per alcuni, spiega il giurista, il "diritto di avere diritti" è ancora una meta, "un traguardo difficile da raggiungere". E su questo terreno, sempre da riguadagnare, si muovono certamente gli avvocati, custodi e garanti della democrazia.
Professore, nel suo saggio scrive che il "il livello di civiltà di una società è dato dalla misura con cui è in grado di assicurare a ciascuno il diritto di essere se stessi". Noi a che punto siamo?
Il livello ovviamente è alto, se consideriamo che i diritti fondamentali sono stati non soltanto consacrati nella nostra Costituzione, ma anche sanciti sulla base della giurisprudenza della Corte Costituzionale, a cui si aggiunge una osservanza scrupolosa della Carta europea dei diritti fondamentali e della Convenzione europea dei diritti umani. Tuttavia, nei rapporti sociali che via via si sono evoluti, sono rimasti dei residui preoccupanti di antisemitismo, di intolleranza nei confronti dei gay e atteggiamenti che possono danneggiare e ledere i diritti delle donne. Ci sono poi forme di "servitù personale" che si impongono ai lavoratori immigrati, privi di qualsiasi garanzia. In più, gli eventi che si susseguono e che riguardano la salute dei lavoratori in fabbrica sono preoccupanti. E altrettanto preoccupanti sono gli eventi che riguardano il danno all'ambiente. Non dobbiamo poi fermarci a considerare la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che applica la tutela dei diritti umani per verificare che le carceri siano adeguate e siano appropriate per contenere migliaia e migliaia di detenuti in condizioni non ottimali. Questa non è che la punta dell'iceberg, segnalata dalla Corte europea dei diritti umani, che ha più volte condannato l'Italia. Tutti questi fenomeni, che qualche volta si esprimono in modo eclatante, con aggressioni di carattere fisico, indicano che ci sono ancora delle sacche di intolleranza che devono essere combattute con vigore.
Nel dibattito attuale il fenomeno dell'hate speech, il linguaggio dell'odio, occupa uno spazio centrale. In relazione agli atti di intolleranza verbale, quali strumenti di contrasto ritiene più adeguati?
Credo ad esempio che il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia sia un segno di civiltà. E questo non significa ovviamente introdurre delle norme penali in bianco e neppure limitare eccessivamente la libertà di espressione, di opinione e di stampa. Si tratta piuttosto di riportare ad equilibrio un sistema nel quale certe volte la libertà di espressione non è bilanciata con i diritti fondamentali della persona e quindi finisce per essere ingiustamente lesiva.
Tra coloro che si oppongono al ddl Zan, c'è chi crede che il nostro ordinamento preveda già strumenti di tutela adeguati e non sia necessario introdurre nuove leggi. Non è d'accordo?
No, perché mi pare che i risultati di quelle norme che si invocano siano deludenti. E se è necessario cambiare il sistema normativo, bisogna farlo. Proprio perché l'applicazione di quelle disposizioni è risultato insufficiente a garantire una adeguata tutela delle persone.
Il fatto che questa norma sia così osteggiata è per lei un indice del nostro livello di civiltà?
È indice del fatto che quel livello di democrazia che pensavamo di avere attinto ha manifestato un suo deficit, e quindi un regresso. E significa anche quello che diceva Stefano Rodotà, cioè che i diritti civili sono un terreno che deve essere continuamente riguadagnato.
Che ruolo ha l'avvocatura nella battaglia per i diritti?
Il ruolo dell'avvocato è essenziale, perché l'avvocato non è tenuto a difendere soltanto gli interessi del cliente, ma anche a difendere i diritti, e in particolare i diritti civili e politici. Da questo punto di vista la storia dell'avvocatura è significativa, sia per il ruolo che gli avvocati hanno avuto durante la dittatura, sia successivamente. Per la sua funzione sociale, l'avvocato deve promuovere la difesa dei diritti ed entrare in modo determinato nella dinamica dei rapporti sociali.
Una funzione che lei ritiene si debba rafforzare inserendo la figura dell'avvocato in Costituzione?
Assolutamente sì.
In occasione della consueta relazione annuale della Corte Costituzionale, il presidente Coraggio ha parlato di "nuovi diritti" e dell'esigenza "sempre più avvertita di garantirli". Richiamando, in questo modo, l'inerzia del legislatore...
Bisogna dire che c'è una favorevole circostanza. Il fatto cioè che alla Consulta siano intervenuti giudici particolarmente sensibili ai diritti umani e fondamentali. Mi riferisco in particolare a Paolo Grossi e a Marta Cartabia. Il ruolo che la Consulta ha avuto nella tutela di questi diritti, sia la tutela attuale che quella in fieri, è straordinario. Come dimostrano quei moniti rivolti al legislatore perché intervenisse per sanare la situazione. È quindi il Parlamento che, a volte distratto da vicende contingenti, altre volte incapace di superare le contraddizioni e i contrasti interni, non ha reagito come avrebbe dovuto.
Tornando alle pagine del suo libro, in un passaggio Lei parla del diritto come di una "gabbia". Cioè come di uno strumento che, di volta in volta, può assolvere alla tutela dell'individuo o esercitare una funzione persecutoria...
Questo rafforzamento dei diritti e questa lotta per le garanzie ha portato, dopo la Seconda guerra mondiale, alla redazione di testi costituzionali nei quali i diritti fondamentali campeggiano tra diverse posizioni soggettive che sono tutelate in capo all'individuo. Precedentemente, il diritto aveva una funzione "costrittiva", nel senso che prevalevano altri interessi sui diritti fondamentali. Per tutto l'Ottocento hanno prevalso gli interessi della proprietà e dell'industria. Soltanto di recente è emerso dal conflitto tra tutela dell'iniziativa economica e salute dei lavoratori, la tutela dell'ambiente e della salute collettiva.
Ma a forza di inquadrare e catalogare l'individuo attraverso gli strumenti del diritto, non si rischia di "costringerlo", e di lasciare indietro qualcuno?
Certamente. Anche perché ci sono tante situazioni di difficoltà in cui si trova la persona che il legislatore per il momento non ha preso in grande considerazione. Mi riferisco in particolare ai disabili e agli anziani. Si avverte per queste categorie, che sono categorie deboli, un deficit di difesa.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 3 giugno 2021
Intervista a Luciana Goisis, docente di diritto penale esperta di crimini d'odio e discriminazioni: Nell'ambito della legislazione europea e internazionale, del diritto straniero ma anche italiano, "identità di genere" ha assunto un significato chiaro. Allargare lo sguardo per evitare che il dibattito sul ddl Zan si chiuda in un'ottica provinciale: questo, in sostanza, l'invito che fa Luciana Goisis, docente di diritto penale nell'università di Sassari, tra le massime esperte italiane in materia di crimini d'odio e discriminazioni.
Professoressa, cominciamo dalla critica più radicale al ddl: la legge non serve, le aggravanti per futili motivi ci sono già, quindi le persone lgbtq e le donne sono già protette. È vero?
L'aggravante dei motivi abietti e futili non è in alcun modo in grado di cogliere la specificità delle manifestazioni d'odio di cui si sostanziano gli hate crimes. La giurisprudenza interpreta tale aggravante in maniera unanime tenendo conto della "coscienza media del popolo in un dato momento storico": è noto che il rigetto dell'odio razziale, religioso, xenofobo, omofobo e di genere nella attuale coscienza sociale non è univoco e quindi in tali casi l'aggravante non viene applicata. Nel nostro ordinamento c'è già l'aggravante dell'odio etnico, nazionale, razziale e religioso, mentre fra le caratteristiche protette mancano l'orientamento sessuale, l'identità di genere e il genere, diversamente da quanto accade invariabilmente nel diritto straniero.
La legge, quindi, è necessaria...
Sì, anche perché esiste un obbligo internazionale, quanto meno implicito per l'hate crime omofobico ed espresso per il gender hate crime. Un obbligo corroborato dalla ormai costante giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che è un parametro di costituzionalità anche nell'ordinamento italiano. E non si dimentichi quello che noi chiamiamo il dato vittimologico: non si può ignorare l'alta vittimizzazione di donne e persone Lgbt, oltre che disabili, cui pure verrebbe estesa la tutela penale.
Un altro genere di critica verte sulle varie definizioni, in particolare sesso, genere, identità di genere. L'ex guardasigilli e giudice costituzionale Flick sostiene che potrebbe bastare "sesso", interpretandolo in chiave non solo biologico/anagrafica. Lei cosa ne pensa?
La Convenzione di Istanbul è chiara: occorre introdurre l'ottica di genere nelle nostre legislazioni penali. Genere che sta ad indicare non solo la differenza corporea e biologica, ma anche quella culturale e sociale. L'esistenza della violenza contro le donne basata sul genere è un fatto. La Convenzione di Istanbul, ratificata all'unanimità dal Parlamento nel 2013, la definisce in dettaglio: la "violenza di genere quale violenza agita contro la donna 'in quanto donna'" ha ottenuto pieno riconoscimento ed esige interventi risolutivi. Sul piano terminologico io opterei piuttosto per la soluzione inversa: abbandonare il sesso e mantenere il genere in quanto nella nostra legislazione è già chiaro che il termine genere comprende la differenza sessuale. Come in molte legislazioni straniere.
Variazione sullo stesso tema della domanda precedente: c'è chi sostiene che andrebbero bene "orientamento sessuale" e "genere", ma non "identità di genere", perché sarebbe un concetto poco chiaro e troppo ideologico...
Non è così. Nell'ambito della legislazione europea e internazionale, del diritto straniero, ma anche del diritto italiano - si pensi all'art. 1 dell'ordinamento penitenziario - il termine "identità di genere" ha assunto un significato chiaro. Quasi tutte le legislazioni straniere che puniscono gli hate crimes di stampo transfobico lo fanno attraverso l'uso di questo concetto. Escludere dalla disciplina penale le vittime di transfobia significa non tutelare soggetti estremamente vulnerabili.
Quindi le definizioni contenute nel ddl Zan non spalancano la porta a un eccesso di potere interpretativo dei giudici...
Esatto. Io semmai rilevo un problema diverso: la nozione di atto di discriminazione andrebbe delineata meglio. In Francia è prevista la discriminazione quale autonoma figura di reato: qualsiasi distinzione operata fra le persone fisiche, sulla base dei fattori protetti, è punita con la pena di tre anni d'imprisonnement e la pena dell'amende pari a 45mila euro. Ecco la definizione della nozione di discriminazione del codice penale francese: "rifiuto di fornire beni o servizi, ostacolo al normale esercizio dell'attività economica, rifiuto di assumere una persona, sanzione o licenziamento della persona, subordinare la prestazione di un bene o servizio, l'offerta di un impiego, una domanda di tirocinio o un periodo di formazione a condizioni relative alle caratteristiche della persona". Definendo più chiaramente la nozione di atto di discriminazione, si potrebbe arginare anche il problema di un eccessivo potere interpretativo in capo alla magistratura.
È un rischio che vede?
In generale occorre sempre fare attenzione a non violare il principio di legalità in materia penale, nella forma della precisione o sufficiente determinatezza della fattispecie. Altrimenti il rischio è che i cittadini non siano in grado di compiere "libere scelte d'azione" e che si crei un eccessivo arbitrio giudiziale. Proprio per questa ragione sarebbe importante una definizione della nozione di atto di discriminazione, come dicevo, sull'esempio di quanto avviene in altri ordinamenti europei.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 3 giugno 2021
La magistrata Laura Codruta Kövesi è stata nominata al vertice della neonata Eppo. Contro di lei scendono in campo il sovranista sloveno Janez Jansa e il premier-tycoon ceco Andrej Babis. Laura Codruta Kövesi è abituata da anni ad affrontare sfide e anche minacce di politici al potere corrotti o sospetti tali, spesso sovranisti ma non solo. Per anni in Romania fu la giudice-eroina della lotta anticorruzione, spedí in carcere un migliaio di corrotti eccellenti e smascherò anche il più potente di loro, il padre-padrino dei socialisti Liviu Dragnea.
Ma adesso da oggi Laura è ascesa molto in alto: è la prima capa della Eppo, la neocostituita Procura europea anticorruzione. Ed ecco che un sovranista e un politico discusso e tycoon, l'uno pregiudicato l'altro accusato dalla polizia del suo paese di malversazione di fondi Ue, scendono in campo contro di lei. Soprattutto il premier sovranista sloveno Janez Jansa, amico e pupillo prediletto dell'autocrate magiaro Viktor Orbán, reduce da una pena per corruzione e malversazione, ha bloccato la nomina dei rappresentanti sloveni all´Eppo, in modo che la Procura europea sia messa nell'impossibilità di indagare a Lubiana. Contro Laura è anche "Babisconi", al secolo il premier-tycoon ceco Andrej Babis, che in ottobre affronta svantaggiato difficili elezioni politiche che potrebbero costargli il posto.
La polizia ceca proprio ieri in una lettera aperta dei suoi inquirenti ha chiesto che Babis sia indagato per aver malversato fondi dell'Unione europea destinati agli agricoltori cechi a vantaggio della sua ex azienda, il colosso agroalimentare Agrofert. Non a caso, come riferisce il sito Euractiv, Agrofert ha denunciato il Parlamento europeo asserendo che non fornisce i documenti con cui ha surrogato l'accusa ripresa dalle forze dell'ordine ceche.
"Sono pessimi segnali", ha commentato a caldo Laura Codruta Kövesi in un´intervista al sito europeo Politico, riferendosi soprattutto alla Slovenia. "Venendo da Lubiana, si tratta anche di chiari indizi che c´è ben da sospettare che qualcosa non vada sul posto e che ci sia qualcosa di illecito. Il blocco dei rappresentanti sloveni influirà negativamente su tutto il lavoro dell´Eppo".
Che l'Eppo non piaccia a tutti i paesi membri dell´Unione, o meglio a non tutti i loro governi, appare ovvio. Anche perché con un sofisticato sistema elettronico basato a Lussemburgo la nuova procura europea anticorrotti ha particolari capacità tecnologiche di collegare un caso a un altro, una pista a un'altra, anche se si tratta a prima vista di episodi solo nazionali e magari invece non lo sono.
Alcuni paesi non hanno ancora nominato i loro rappresentanti all´Eppo. Oltre alla Slovenia, il secondo di cui mancano ancora i rappresentanti è a sorpresa la Finlandia. Ma solo per colloqui ancora in corso con la Ue su competenze e ruoli dei magistrati Eppo e nazionali, colloqui tra costituzionalisti. E non è tutto: Ungheria, Polonia, ma anche Danimarca, Irlanda e Svezia non hanno ancora aderito formalmente al trattato europeo di fondazione della nuova superprocura anticorrotti ue. Per cui l´Eppo riunisce 22 paesi sui 27 membri dell'Unione.
Secondo Kovesi, "la decisione slovena apre rischi pericolosissimi: senza l´appoggio e la partecipazione di questo o quel paese, specie se membro dell´eurozona, avremo difficoltà a proteggere anche la moneta comune europea. Andrés Ritter, procuratore generale all'Eppo e quindi braccio di destro di Codruta Kövesi, aggiunge sempre in dichiarazioni a Politico: "Ci indebolirà, non potremo inviare procuratori in paesi che ci boicottano, ma siamo un'autorità molto resiliente".
Chi conosce Laura Codruta Kövesi dai suoi tempi eroici romeni sa bene che non si ferma davanti a nulla. Nel suo ufficio in un luogo segreto, sempre protetta da agenti speciali con l´automatica Walther PPK o la Maschinenpistole MP-5 in pugno, ci disse: "Io non guardo in faccia nessuno, chi mi accusa di preferenze politiche ha la coscienza sporca. La corruzione distrugge l'anima e la coesione della società e divora parti consistenti di questo o quel prodotto interno lordo. Per questo la combatto, in nome dello Stato di diritto, non per piacere di assicurare i disonesti alla giustizia". Il padrino Liviu Dragnea poi di nuovo condannato la fece assurdamente incriminare per corruzione con accuse-farsa e false prove prefabbricate da giudici asserviti alla sua rete di corruzione, il capo dello Stato Klaus Iohannis la ha sempre difesa come ha potuto. Ma Ursula von der Leyen scegliendola a capo dell'Eppo ha scelto la persona giusta al posto giusto.
di Bernard-Henri Lévy*
La Repubblica, 3 giugno 2021
L'Afghanistan e gli effetti del ritiro dei soldati occidentali. Per Trump era stato un vagheggiamento. Joe Biden, invece, l'ha fatto. E un anno dopo l'annuncio ufficiale, un passo alla volta, giorno dopo giorno, i 2.500 soldati americani ancora di stanza in Afghanistan hanno iniziato la loro ritirata, e con loro - per obbligo - gli altri contingenti stranieri della missione Resolute Support, di cui gli Stati Uniti erano il pilastro.
Le conseguenze non si sono fatte attendere. L'annuncio di questa resa incondizionata, la notizia di questa partenza priva di gloria, di questo abbandono inaudito, di questa disfatta autoinflitta, ha avuto effetti immediati. Dei capi anziani, dei malek, hanno fatto subito visita ai comandanti delle guarnigioni del Wardak e di Ghazni, a ovest di Kabul, oppure, quando non sono riusciti ad arrivare ai comandanti, hanno telefonato ai loro familiari, per riferire cose di questo genere: "I vostri compari se ne sono andati; l'esercito nazionale afgano non è più in grado di difendervi; deponete le armi; saremo clementi".
Abbiamo visto - su una strada che conosco bene e che unisce Kabul al Panjshir, ai confini, quindi, del territorio che fino agli inizi del XXI secolo fu il feudo del comandante Massoud e che da qualche anno è diventato quello di suo figlio Ahmad - la circolazione bloccata; checkpoint brutali che impediscono il vettovagliamento; villaggi presi d'assalto, tagliati fuori dal mondo; uomini armati che si presentano alle autorità locali per dire: "Arrendetevi; fate i nomi dei cattivi musulmani che ci sono tra voi, di chi ama le canzoni, di chi ha commesso apostasia, delle donne che si sentono libere; ma, soprattutto, non temete, perché noi siamo già così potenti da esserci infilati con altrettanta potenza in ogni ingranaggio del potere nazionale, a tal punto che nessuno, a Kabul, potrà venire né a soccorrervi né ad accusarvi di essere scesi a patti con noi".
Abbiamo visto, nella provincia di Herat, donne percosse sulla pubblica piazza e a volte, pare, addirittura lapidate. Abbiamo visto, a Jalalabad, 80 chilometri a est dalla capitale, una medica saltare in aria insieme alla propria auto, dove un gruppo di islamisti aveva collocato una bomba; e abbiamo visto due ragazze giovanissime, che lavoravano per la tv locale, assassinate, a bruciapelo, in mezzo alla strada, da un altro gruppo di jihadisti.
Scopro che a Kabul si rintanano in casa le adolescenti che avevo filmato appena sei mesi fa negli stadi di calcio, nei caffè in cui si mescolavano ragazzi e ragazze, o che semplicemente gironzolavano per la città senza il velo; vengo a sapere che quei giovani che negli ultimi anni avevano riscoperto il piacere della musica ora nascondono i loro strumenti e cancellano dai loro laptop le app che servono a scaricare musica da internet; ricevo notizia che i giornalisti di Tolo News, il gruppo privato multimediale che diffondeva, e ancora diffonde, ogni giorno, informazione libera, vivono nel terrore delle esecuzioni mirate.
Sempre a Kabul, ciò che resta dei servizi di sicurezza repubblicani sa, e da qualche giorno tenta di far sapere anche agli amici dell'Afghanistan libero, che tutti questi crimini sono opera non di gruppi fuori controllo ma di cellule di Al Qaeda e di Daesh talebani, che attendevano il momento propizio per uscire allo scoperto - che significa, in parole povere, che sanno che i talebani sono già venuti meno a uno dei rari impegni che l'America si era illusa avrebbero rispettato, e che costituirono la conditio sine qua non per iniziare i negoziati di Doha, e cioè: se dovessimo tornare nel giro, rinunceremmo almeno a fare da base o a divenire ricettacolo di organizzazioni che "potrebbero attaccare di nuovo la patria degli americani", Joe Biden dixit.
Sappiamo quindi che, esattamente come vent'anni fa, alla vigilia dell'11 settembre, Al Qaeda sta per tornare. Sappiamo che Daesh, in un'escalation folle, come accadde nello Yemen o in Pakistan, sta per contendere il primato della barbarie ai fratelli nemici di Al Qaeda. Sappiamo, e tutte le testimonianze che mi giungono lo confermano, che sia con l'uno che con l'altra, tanto con Daesh come con Al Qaeda, nei villaggi si rinnova lo stesso patto di sempre con il diavolo: "Voi, fratelli assassini, ci fornite le armi; voi formate le milizie che ci proteggeranno dall'immoralità e dai vizi; i fondi che spillerete ai vostri generosi compari che vivono all'estero scorreranno nelle nostre campagne; in cambio, vi garantiamo che in mezzo a noi nuoterete soddisfatti come pesci nell'acqua e potrete riprendere comodamente a ordire le vostre trame di guerra universale".
Il seguito della storia, purtroppo, è già scritto: e così le cancellerie occidentali preparano i bagagli mentre compilano la lista dei loro collaboratori locali da sistemare lontano dal mirino della vendetta; e così, nonostante tutti scrivano il contrario, l'esercito nazionale si sfascerà proprio quando stava per strutturarsi, all'ombra del deterrente americano; così certe menti non impiegheranno molto tempo a programmare non dico un nuovo 11 settembre ma sì dei nuovi attacchi che - Dio ce ne scampi- moltiplicheranno, in Occidente, gli attentati suicida e le decapitazioni che, fino a poco tempo fa, si caldeggiavano tra Raqqa e Mosul. La Storia, quando è tragedia, si ripete sempre.
Il ragionamento che ha portato a optare per questa débâcle è ben noto. È la convinzione - che Trump e Biden, come ho detto, condividono - che dalle "guerre interminabili" si debba "saper uscire". È il voler mettere nello stesso sacco la guerra a bassa intensità dell'Afghanistan e guerre come quella del Vietnam che accumulò, in metà tempo, un numero di morti e dispersi trenta volte più alto. È un ragionamento assurdo, dal punto di vista strategico. Ed è lo stesso ragionamento che, in sostanza, conferma ciò che era già stato annunciato ai curdi della Siria, consegnati a Erdogan; a quelli dell'Iraq dopo il loro referendum di autodeterminazione; ai somali vittime degli Al Shabaab e ad altri popoli: prostratevi, dannati della terra; basta geopolitica; vedetevela voi con i russi, i cinesi, gli ottomani, i persiani, gli islamisti radicali; addio, mondo.
*Traduzione di Monica Rita Bedana
di Giuseppe Pietrobelli
Il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2021
Marco Zennaro, detenuto in un commissariato Khartoum in una cella con altre 30 persone, non ritorna ancora a casa. L'intervento del ministero degli Esteri dopo che la procura ne aveva chiesto la scarcerazione ma le milizie l'hanno impedita.
Si è conclusa la missione in Sudan del direttore generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie, ma l'imprenditore veneziano Marco Zennaro, detenuto a Khartoum, non ritorna ancora a casa. Anzi, la situazione sembra essersi congelata, dopo che il procuratore generale della capitale africana la scorsa settimana aveva dato il via libera alla scarcerazione del quarantaseienne titolare di un'azienda di trasformatori elettrici, ma subito dopo le milizie avevano bloccato l'italiano quando ormai sperava di poter salire su un aereo diretto in Italia.
Il viaggio di Luigi Vignali, l'uomo della Farnesina, inviato dal ministro Luigi Di Maio, non si è concluso con un esito positivo, come aveva lasciato intravedere perfino il governatore del Veneto, Luca Zaia, che aveva accennato a possibili notizie positive. La realtà è stata diversa. Vignali ha avuto incontri e colloqui per cercare di sbloccare la situazione, ma non è nemmeno riuscito ad ottenere una misura cautelare alternativa rispetto a quella che costringe Zennaro a restare un una cella di un commissariato di polizia. È assieme a un'altra trentina di detenuti, con un caldo infernale e in condizioni igieniche disumane. Vignali gli ha fatto visita e ha anche incontrato il suo difensore e alcuni familiari che si trovano a Khartoum.
Le autorità saudite non sembrano disposte a lasciar tornare Zennaro in Italia prima di aver ottenuto garanzie bancarie riguardanti la somma di 700mila euro che un potente militare dice di avanzare per asserite irregolarità in una fornitura alla società elettrica del Paese. Vignali è quindi ritornato a Roma da solo, mentre cresce l'apprensione per la sorte del nostro connazionale.
Zennaro conosce molto bene la situazione africana, visto che l'azienda di famiglia opera da 25 anni in quel mercato. Aveva concluso un affare riguardante una fornitura di trasformatori per oltre 1 milione di euro. Il mediatore era Ayman Gallabi, che ha rivenduto la partita alla società Sedc. Sulla base della perizia di una ditta cinese concorrente di quella italiana, la fornitura è poi stata contestata. Alle spalle di Gallabi c'è un finanziatore di peso, Abdallah Esa Yousif Ahamed, che fa parte delle milizie sudanesi che si sono impossessate del potere nel 2019, costringendo alle dimissioni il presidente Omar Bashir.
Due mesi fa Yousif Ahamed ha denunciato Zennaro per frode nella fornitura ed è riuscito ad ottenerne l'arresto. Non è bastata una prima cifra di 400mila euro, versata dalla famiglia dell'italiano, a tacitare le pretese. Il militare sudanese vuole altri 700mila euro e garanzie perché il pagamento avvenga. Nel frattempo il mediatore Gallabi è morto in un misterioso incidente subacqueo avvenuto nel Nilo. A Zennaro non è rimasto che lanciare disperati appelli attraverso la famiglia per essere aiutato dall'Italia. La revoca della custodia cautelare, decisa dai magistrati la scorsa settimana, era stata di fatto annullata dall'intervento delle milizie che avevano impedito all'imprenditore di tornare libero.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 giugno 2021
L'Egitto prolunga per altri 45 giorni la detenzione preventiva. Amnesty: "Accanimento giudiziario". Tenuto fuori dal tribunale cairota anche l'avvocato dell'Unione europea. Coro di: "Ora basta". "Rinnovata la detenzione preventiva per Patrick Zaki. L'ennesimo rinnovo che non lascia spazio a dubbi: la sua detenzione è un accanimento giudiziario #freepatrickzaki". twitta così Amnesty International Italia alla notizia diffusa dall'avvocata Hoda Nasrallah, legale egiziana dello studente universitario di Bologna al quale la sua città adottiva ha già conferito la cittadinanza onoraria.
A nulla è servito inviare un rappresentante dell'ambasciata italiana in Egitto, tanto più che nel tribunale cairota dove martedì si è svolta l'ennesima udienza per il rinnovo della custodia cautelare di Zaki, il nostro diplomatico, come altri, e pure l'avvocato dell'Unione europea, non è riuscito neppure ad entrare. Uno schiaffo ai diritti umani e pure ai rapporti con Roma, malgrado - o forse proprio a causa - il trattamento speciale riservato dalle istituzioni italiane ed europee al regime di Abdel Fattah al Sisi.
La deputata Pd Laura Boldrini centra il problema: "Quanto durerà ancora questa violazione dei diritti umani? Il tempo delle parole è finito. Il nostro Paese sia coerente e dia un segnale chiaro. L'Egitto è il primo importatore di armi italiane: fermiamo il commercio!". Sì perché non solo il regime di Al-Sisi è il più importante partner commerciale dei produttori italiani di armi e navi da guerra ma, come riportato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), negli ultimi cinque anni il governo egiziano è diventato il terzo più grande importatore di armi al mondo dopo Arabia Saudita e India, acquistando il 136% di armi in più rispetto al quinquennio precedente.
E così Patrick Zaki, arrestato per "propaganda sovversiva su Internet" dalle autorità egiziane all'aeroporto del Cairo il 7 febbraio 2020, compirà 30 anni in una fetida cella della terribile prigione di Tora. Una detenzione giudicata "illegittima" dal deputato di LeU, Erasmo Palazzotto, a capo della commissione monocamerale sull'omicidio di Giulio Regeni. "Inaccettabile. Disumano - twitta Palazzotto - Non possiamo più stare a guardare".
Sono tanti gli esponenti della maggioranza di governo che commentano questa ennesima prova di arroganza da parte delle autorità egiziane sollecitando pubblicamente il loro stesso esecutivo (evidentemente non trovano spazio o attenzione nei luoghi della politica e istituzionali) a non indugiare ulteriormente e ad agire incisivamente una volta per tutte. "La strategia italiana fondata su piccoli passi e relazioni diplomatiche non sta dando risultati - è l'analisi dell'europarlamentare dem Pierfrancesco Majorino - Dal parlamento europeo diciamo altro, attraverso la risoluzione votata il 18 di dicembre: basta armi all'Egitto. Basta mezze misure".
Gli fa eco il suo collega Giuliano Pisapia che chiede al governo Draghi di "dare seguito alla posizione assunta dal Parlamento" e concludere l'iter per la cittadinanza italiana (e di conseguenza europea) a Patrick, "in modo da avere più forza nel chiedere il suo ritorno nel nostro Paese". La senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd, annuncia che per accelerare i tempi si recherà dal presidente Mattarella, insieme a tutti i membri della Commissione diritti umani del Senato. A supportare l'iniziativa della cittadinanza italiana, su Change.org, con una petizione lanciata a gennaio dalla community Station to Station e da 6000 Sardine, ci sono anche 264.000 persone, di cui circa 56 mila firmatari da Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.
Perché, come sottolinea in una nota l'europarlamentare M5S Sabrina Pignedoli, l'Egitto sta "compromettendo i rapporti con tutta l'Unione europea. Alla luce di questi eventi - aggiunge - chiediamo a Joseph Borrell, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, di valutare una presa di posizione forte verso l'Egitto che includa anche l'uso di sanzioni". La speranza, almeno quella di una parte dell'opinione pubblica italiana, è di non dover assistere nuovamente allo stesso valzer di promesse e indignazioni tra 45 giorni.
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 3 giugno 2021
Un documento Onu rivela: un "Kargu-2" ha colpito i miliziani di Haftar senza supporto umano. Sarebbe la prima volta. Per gli analisti è una svolta fondamentale: "Le macchine non sono capaci di decisioni etiche, i rischi di errore sono enormi". Il ghigno terrificante sul volto liquefatto di Arnold Schwarzenegger nelle scene finali di "Terminator" può andare in archivio: il primo robot assassino della Storia ha l'aspetto di un giocattolo innocuo, di quelli che i papà lanciano nei parchi per far divertire i bambini. È un drone di ultima generazione, che sul campo di battaglia non solo spia e minaccia, ma ora colpisce, per la prima volta su propria decisione, senza intervento di operatori umani.
A rivelare che un limite simbolico è stato superato è la lettera datata 8 marzo 2021 che il gruppo di esperti incaricati dall'Onu di seguire gli affari della Libia ha inviato al Consiglio di Sicurezza. Nel marzo 2020, si racconta, un convoglio delle forze fedeli al generale Khalifa Haftar è stato "rintracciato e affrontato da veicoli da combattimento aereo o da letali sistemi d'arma autonomi come l'Stm-Kargu 2" lanciati dai soldati turchi. La parola chiave è "autonomo": il documento spiega che sistemi del genere "sono programmati per attaccare gli obiettivi senza richiedere scambio di comandi fra l'arma e l'operatore", un sistema che i militari chiamano "lancia e dimentica".
Il Kargu 2 è un quadricottero che pesa sette chili, capace di volare per 30 minuti sopra i 70 km orari, fino a cinque chilometri dalla zona del decollo. Può operare in sciame e agire come kamikaze, cioè decidere di lanciarsi su un obiettivo e farsi esplodere, anche puntando, dice il fabbricante, un singolo individuo, grazie al software di riconoscimento facciale. Secondo gli esperti dell'Onu, in Libia è stato uno strumento "molto efficace": le forze di Haftar non sono state in grado di difendersi e hanno subito "perdite significative". L'uso di queste armi, dicono all'Onu, viola l'embargo stabilito nel 2011.
Ma per Zachary Kallenborn, esperto di armamenti non convenzionali, è un'evoluzione sconvolgente. "Un nuovo capitolo nelle armi autonome, in cui sono usate per combattere e uccidere esseri umani basandosi su intelligenza artificiale", scrive l'analista sul Bulletin of the Atomic Scientists. Siamo ben oltre gli attacchi Usa definiti "signature strike", dove un software indirizzava i droni armati Reaper su persone spesso non identificate, il cui comportamento (spostamenti, contatti, eccetera) sembrava indicare che fossero coinvolte in attività terroristica. Questi protocolli, voluti e alla fine abbandonati da Barack Obama, affidavano a un algoritmo la vita e la morte di persone ignare. Unica differenza, rispetto alle armi autonome, era l'intervento di un operatore in fase esecutiva.
Secondo la Campagna per fermare i robot assassini, strumenti dotati di capacità decisionale varcano una soglia morale, perché "mancano di caratteristiche umane come la compassione, necessarie per compiere complesse scelte etiche". L'organizzazione chiede un trattato internazionale, per stabilire che nell'uso della forza deve essere mantenuto un controllo umano significativo. "Solo gli esseri umani sono capaci di distinguere fra combattenti e no, e di valutare la proporzione fra azione e obiettivi", sottolinea Maurizio Simoncelli dell'Archivio Disarmo.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, chiede da anni un divieto di armi "moralmente ripugnanti e politicamente inaccettabili". L'anno scorso anche papa Francesco si è schierato contro i sistemi autonomi che "alterano in modo irreversibile la natura della guerra, allontanandola ancora di più dall'azione dell'uomo". Persino la Difesa Usa nel 2012 ha stabilito che una valutazione umana deve essere presente in ogni uso della forza. Ma secondo il Pentagono, Mosca avrebbe invece allestito un sistema automatico per far partire i suoi missili se i sensori sismici, di luminosità, pressione e radioattività registrano un attacco nucleare.
Insomma, se una ribellione dei robot contro l'umanità resta nel complesso improbabile, il pericolo di errori o hackeraggi nei sistemi automatici è concreto. Un possibile primo provvedimento potrebbe essere l'inquadramento dei sistemi autonomi entro la Ccw, la Convenzione del 1980 su certe armi convenzionali, che già vieta o limita l'uso di armamenti capaci di causare sofferenze ingiustificabili. I lavori per ampliare la portata della Ccw sono cominciati, ma per vedere qualche risultato ci vorrà parecchio. C'è solo da sperare che un accordo si trovi presto: per l'applicazione delle sue visionarie Leggi della Robotica, con il divieto ai robot di far del male agli esseri umani, Isaac Asimov aveva immaginato dovesse arrivare l'anno 2058. Ma potrebbe essere già troppo tardi.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 3 giugno 2021
Si rompe il silenzio sul giorno più tragico della plurisecolare storia Usa di violenza razziale: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America. Oggi Biden in visita alla città. Cento anni fa l'America visse il giorno più tragico della sua plurisecolare storia di violenza razziale: il massacro di Tulsa. Un incidente in apparenza irrilevante e forse addirittura inesistente - un giovane nero sospettato di aver fatto avances indesiderate in ascensore a una ragazza bianca, circostanza peraltro da lei non confermata - fu la scintilla che innescò l'incendio: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America.
Allora Tulsa, in Oklahoma, era la ricca capitale dell'industria petrolifera americana e nel suo centro c'era il quartiere di Greenwood: 35 isolati di case negozi, studi professionali, templi, teatri della comunità nera. Un distretto che per la sua ricchezza era stato soprannominato la Wall Street nera. Il film di quelle ore è mozzafiato: le accuse, probabilmente infondate, al ragazzo, Dick Rowland; il suo arresto; mille bianchi, decisi a linciare il presunto aggressore, che assediano il presidio di polizia; lo sceriffo con sei agenti che cerca di tenere a bada la folla inferocita; l'arrivo, in difesa di Dick, di gruppi di afroamericani armati.
In poche ore un incidente banale si trasforma in una vera e propria guerra: i miliziani bianchi cercano di disarmare un ragazzo nero. Parte un colpo e dal quel momento si scatena il finimondo: mille case ed edifici commerciali distrutti, l'intera popolazione nera, 10 mila abitanti, costretta a fuggire altrove. E, ancora, 800 feriti, mentre il conto dei morti resterà per sempre un mistero: 36 di cui dieci bianchi secondo il conteggio ufficiale delle autorità del tempo. Centinaia, quasi tutti neri, secondo le altre ricostruzioni, compresa quella della Croce Rossa.
L'enormità di quanto accaduto - una comunità distrutta in un giorno e mezzo, centinaia di edifici saccheggiati e dati alle fiamme, i neri bersagliati anche dal cielo da aerei civili pilotati da bianchi che prendevano di mira i residenti e tentavano di appiccare il fuoco alle loro case di legno lanciando ordigni infuocati - spinse gli amministratori della città a cercare di calare, più che un velo, una saracinesca di oblio su questa immane tragedia. Le inchieste non approdarono a nulla, non ci furono condanne, del massacro di Tulsa non si parlò più: silenzio delle autorità, dei giornali, del cinema, della scuola che non inserì mai il massacro - la più grave tragedia razziale della storia americana - nei suoi programmi didattici. Fino a oggi.
Nel clima di risveglio delle coscienze maturato con le proteste dell'ultimo anno, dall'uccisione di George Floyd in poi, è venuto il momento di raccontare anche la guerra di Tulsa a un'America che ignora questa pagina tremenda della sua storia. O che preferisce trincerarsi dietro l'incertezza delle ricostruzioni: le vittime furono soprattutto nere, ma a sparare furono anche afroamericani armati che uccisero molti bianchi. Ora quel velo è stato strappato: diversi documentari su Tulsa vengono proposti in queste ore dalle reti televisive Usa e oggi il presidente Biden si recherà in pellegrinaggio nella città.
Celebrazioni che rischiano di svolgersi in un clima infuocato: le indagini giudiziarie e quelle parlamentari bipartisan condotte dal 2000 in poi hanno attribuito la responsabilità dei disordini ai bianchi, ma i suprematisti non hanno mai accettato questo verdetto e oggi si temono contromanifestazioni che potrebbero degenerare. Forse è anche per questo che all'ultimo momento è stata cancellata la grande manifestazione politico-musicale che doveva essere animata da John Legend e Stacey Abrams.
di Federica Iezzi
Il Manifesto, 3 giugno 2021
Nello Yemen malgrado il cessate il fuoco i civili continuano a morire. E 16 milioni di persone restano senza assistenza umanitaria. Reportage dai villaggi più esposti al confitto e dall'ospedale di Medici senza frontiere a al-Mokha, un gioiello in un Paese distrutto. "Prego Allah perché tu possa tornare presto". Quando il tuo team meraviglioso ti dice questo guardando il cielo e portandosi le mani al cuore, significa che hai toccato l'anima del progetto. Siamo nella città di al-Mokha, nell'ospedale di Medici Senza Frontiere. Mettendo piede nell'ospedale, ci si rende conto di avere tra le mani un gioiello in un Paese interamente distrutto dalla guerra. Strade devastate, case abbattute dalla furia delle bombe, case ricostruite a metà, uomini a piedi nelle vie principali con kalashnikov in spalla, delle donne nemmeno l'ombra.
L'attività dell'ospedale è rivolta alle vittime dirette e indirette del feroce conflitto armato che logora il Paese da più di sei anni. È l'unico ospedale sulla costa occidentale yemenita che fornisce cure chirurgiche di emergenza alla popolazione civile, vittima della violenza legata alla guerra. I pazienti provengono principalmente dalle aree limitrofe alle linee del fronte del governatorato di Taiz (Mawza, Dhubab, al-Wazi'iyah) e da quello meridionale di al-Hudaydah (Khawkah, Hays, at-Tuhayta, ad-Durayhimi, Bait al-Faqih), aree controllate dalla coalizione guidata dall'Arabia saudita, dove l'accesso alle cure è sostanzialmente ineguale. I combattimenti indiscriminati e le ostilità attive presso zone densamente popolate continuano ad essere una delle principali cause di morte per la popolazione civile yemenita. I distretti rurali sono duramente colpiti, con oltre il 60% delle vittime civili, la maggior parte delle quali si trova nel governatorato di al-Hudaydah, nei distretti di at-Tuhayta e Hays, e nel governatorato di Taiz. Proprio in queste aree, l'accesso all'assistenza umanitaria è gravemente limitato. Nonostante il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni unite a al-Hudaydah, il numero di incidenti civili nel governatorato è aumentato. Quando le linee del fronte sono dinamiche e mutevoli, l'impatto della guerra sui civili è spesso significativamente maggiore rispetto a quando le linee del fronte sono statiche.
Il conflitto nel governatorato di Taiz è emblematico. Le rivalità regionali tra gli Stati del Golfo e l'Iran e l'ipercompetizione locale per il potere e l'influenza si sono sviluppate e intersecate, espandendosi a macchia d'olio in tutto lo Yemen. In una certa misura, gli scontri locali sono il risultato diretto di dinamiche regionali più ampie. Affermando una politica estera più proattiva negli ultimi anni, gli Emirati arabi uniti hanno promesso di combattere l'Islam politico - incarnato nello Yemen dal poliedrico partito al-Islah - in tutte le sue forme, in tutta la regione e oltre.
Dopo la cittadina di al-Mafraq, a più di 40 km da al-Mokha, lungo la via segnata con i puntini blu su google maps, improvvisamente c'è un'interruzione della strada principale, che segna la vicinanza alla linea del fronte. Siamo a circa un chilometro dai combattimenti. Proprio in quel tratto di strada sono posizionati i tiratori scelti. Si continua su una strada sterrata che allunga il percorso. L'interruzione è segnalata da una montagnetta di terra su cui è piantato un tubo in plastica. Tutti gli autisti sanno che quel segno corrisponde a una deviazione. Da quel momento solo le montagne dividono il terreno di combattimento, le strade e le case. Passiamo attraverso 12 posti di blocco con la medesima coda di controlli e dopo due ore arriviamo nel distretto di al-Wazi'iyah, nel governatorato di Taiz.
Il paesaggio cambia, rispetto alla west coast yemenita arida, ventosa e afosa. Ai piedi delle montagne, con l'acqua del Wadi Rasyan, regna il verde con acacie e palme. Attraversiamo piccoli villaggi. Incontriamo un farmacista che, dopo anni di studio e sacrifici, guida un camion che trasporta thè fino alla città di Aden: "Non ci sono altre opportunità di lavoro", ci dice. Alcune Health Facilities sono state supportate da Save the Children, Yemen Humanitarian Fund e Unicef per anni. Da agosto non arriva più nulla. Nel villaggio di al-Khoba come in quello di al-Khuraif le storie si ripetono. Non arrivano gli stipendi per il personale, le medicine e i reagenti di laboratorio stanno finendo. Chiediamo che fine faranno. Ci dicono che con molta probabilità avranno un sostegno governativo, ma nel frattempo il flusso di pazienti diminuisce fino a scomparire. I movimenti dei civili sono ridotti al minimo per la vicinanza con la linea del fronte, per i posti di blocco militare e per le strade totalmente distrutte. Il risultato è che le cure sono dilazionate in modo preoccupante, con la cronicità dilagante di patologie altrimenti sanabili.
Il personale sanitario offre alcuni servizi a pagamento, come ecografie in gravidanza, esami di laboratorio, esami al microscopio. Alcuni distretti sanitari hanno all'interno farmacie private, i cui farmaci colorati come caramelle sono inconfondibilmente "made in China". L'escalation del conflitto, il deterioramento della situazione economica, l'insicurezza alimentare e le condizioni nutrizionali indicano un imminente collasso. Circa 20 milioni di persone nello Yemen, su una popolazione totale di 24 milioni, necessita di una qualche forma di assistenza umanitaria e protezione. Dal 2015, il conflitto ha costretto 4 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, rendendo il Paese la quarta più grande crisi, se si parla di sfollati interni, al mondo.
Il numero totale di vittime riportate è stimato a oltre 230 mila, principalmente nelle città di Taiz, Aden, Sana'a e Sa'adah. Le agenzie delle Nazioni Unite e le maggiori organizzazioni non governative hanno ripetutamente espresso preoccupazione per le violazioni dei diritti umani, esortando a fermare i bombardamenti indiscriminati. Secondo l'ultima dichiarazione, rilasciata dall'Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari, più di 16 milioni di yemeniti, due terzi della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tra questi più di 12 milioni sono in grave bisogno. Nel frattempo, le malattie prevenibili sono diventate pervasive e la morbilità e la mortalità stanno esponenzialmente aumentando. Sono 15 milioni i civili senza accesso all'assistenza sanitaria di base, 400 mila i bambini che necessitano di sostegno psicosociale e 75 mila quelli che contraggono malattie abbattibili con i regolari cicli di vaccinazione.
Il conflitto ha devastato i servizi sanitari. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, più della metà delle 5 mila strutture sanitarie dello Yemen non sono funzionanti o lo sono parzialmente, in 22 governatorati. Migliaia di professionisti sanitari sono sottoutilizzati a causa della distruzione delle strutture sanitarie, della mancanza di farmaci e dell'inaccessibilità della popolazione. Secondo il dataset 2020 dell'Health Resources and Services Availability Monitoring System (Herams), dei 333 distretti dello Yemen, il 18% non ha affatto medici. Ma una particella di vita continua a combattere l'ultima disperata battaglia, nell'ospedale di Medici Senza Frontiere.
A Al-Mokha ci sono sempre rumori: clacson, sirene, armi da fuoco, prove di artiglieria antiaerea, fuochi d'artificio. All'inizio sembra tutto un grande frastuono, tutto si confonde, ma poi inizi a riconoscere esattamente di cosa si tratta. Rumori di granate. Poi sirene. E già sai che devi correre a mettere la tua abaya per saltare nella macchina che ti porta in ospedale. Nell'aria c'è sempre odore di fumo, di polvere da sparo e di sabbia.











