di Giordano Stabile
La Stampa, 14 luglio 2021
Gli uomini del colonnello Sohrab Azimi, a capo dell'unità delle forze speciali più decorate dell'Afghanistan, hanno combattuto fino all'ultima pallottola. Circondati da centinaia di taleban nella loro base a Dawlat Abad, provincia settentrionale di Faryab, si sono arresi soltanto quando hanno finito le munizioni. I guerriglieri jihadisti li hanno fatti uscire e hanno preso le loro armi. Poi è cominciato il massacro. Li hanno portati al centro della cittadina e uccisi uno a uno, al grido di "Allah Akhbar", Dio è il più grande. Almeno 22 valorosi soldati sono morti così, lo scorso 16 giugno.
Ieri sono emersi i video dell'eccidio, arrivati ai media americani. Un filmato mostra i corpi trascinati attraverso il mercato. In un altro, di 45 secondi, si sente uno degli abitanti che dice in pashto, la lingua più diffusa nel Paese: "Non uccideteli, vi prego, non sparategli, perché voi pashtun ammazzate gli afghani?".
Il massacro nella provincia di Faryab, al confine con il Turkmenistan, e la morte del colonnello Azimi, erano stati un duro colpo per il morale dell'esercito. Poche settimane dopo i taleban hanno preso quasi tutta la frontiera. Hanno diffuso un loro video dei combattimenti, mostrato mezzi e armi catturate e denunciato "i commando addestrati dalla Cia". Ma questi nuovi filmati gettano un'ombra sinistra. Dalle zone riconquistate dagli studenti barbuti continuano a filtrare denunce di abusi, imposizione della sharia. I taleban smentiscono, come hanno smentito l'eccidio dei soldati. Hanno detto di avere nelle loro mani "24 prigionieri", senza però mostrarli, e che la notizia "falsa" delle esecuzioni serve a "scoraggiare quelli che vogliono arrendersi". Testimoni locali sentiti dalla Cnn hanno confermato che i militari "sono stati condotti in mezzo alla strada e uccisi a sangue freddo".
È un assaggio di quello che potrebbe succedere su larga scala, mentre il cerchio si stringe attorno a Kabul. Ieri i jihadisti hanno pubblicato sui social media le foto di una base militare disertata dai soldati a soli 40 chilometri dalla capitale. Poi immagini di un elicottero governativo in fiamme all'aeroporto di Kunduz. E ancora della villa abbandonata dal governatore di Kandahar, alla periferia della città. Infine una potente esplosione ha devastato il primo distretto di Kabul, con almeno quattro morti e decine di feriti. Da quando è cominciato il ritiro americano, ad aprile, i seguaci del defunto Mullah Omar hanno conquistato, secondo il centro studi Afghanistan Analysts Network, il "40 per cento dei distretti del Paese". Con l'esercito afghano allo sbando, sono tornati in pista gli ex signori della guerra, protagonisti della vittoria dell'Alleanza del Nord nel 2001. Il primo è Abdul Rashid Dostum, già mujaheddin anti-sovietico, protagonista del bagno di sangue a Kabul fra il 1992 e il 1996 contro il "macellaio" Hekmatyar, poi ex vicepresidente. Dostum, a capo della minoranza turcofona uzbeka, vive adesso ma si è detto pronto a tornare e a "morire da martire".
La situazione è molto diversa rispetto a vent'anni fa e i proclami del vecchio guerriero, noto anche per la sua corruzione, rischiano di cadere nel vuoto. Gli studenti barbuti si sono infiltrati anche nelle regioni uzbeke, offrono paghe più alte e hanno convinto molti combattenti locali a passare con loro. La loro avanzata nel Nord ha colto impreparato il governo del presidente Ashraf Ghani. Tanto che adesso è minacciata la regione strategica di Mazar-e-Sharif, a forte popolamento tagiko. I leader locali sono in allarme e hanno mobilitato anche Ahmad Massoud, figlio del comandante Ahmed Shah Massoud, assassinato da Al-Qaeda il 9 settembre 2001. Con il prestigio ereditato dal padre, potrebbe essere il nome giusto per rimettere in piedi l'Alleanza del Nord e sconfiggere di nuovo i taleban, che appartengono in gran parte all'etnia maggioritaria pashtun, quella che ha fondato il primo regno afghano nel 1747. Il vero motore della mobilitazione è Atta Mohammad Noor, ex governatore di Mazar-e-Sharif. È lui ad aver lanciato la campagna di arruolamento nel Nord. Ha denunciato "il ritiro affrettato" delle truppe statunitensi, che ha lasciato l'esercito afghano "impreparato dal punto di vista logistico" e con il morale a terra.
Tutte le minoranze, oltre al ritorno di pratiche medievali come proibizione di musica e aquiloni, frustate e lapidazioni, temono anche vendette. Un abitante di Khwaja Bahauddin nel distretto di Takhar, caduto a giugno, ha detto alla tivù locale Tolo News che la popolazione "è depressa, parla a bassa voce, non può più ascoltare musica, mentre le donne non vanno più al mercato del venerdì". I più terrorizzati sono gli sciiti Hazara, che nell'estate del 2001 subirono uno dei peggiori massacri da parte di Al-Qaeda proprio vicino a Mazar-e-Sharif. Gli hazara sono armati dagli iraniani e hanno ricostituito le loro milizie, e hanno respinto un primo assalto talebano nel distretto di Malestan. L'altra fetta di popolazione più esposta sono le donne. Sotto il regno del terrore del Mullah Omar, nel 1999, soltanto 9 mila ragazze andavano a scuola. Oggi sono 3,4 milioni, e un terzo degli iscritti all'Università. È una delle conquiste più importanti negli ultimi vent'anni e adesso è appesa a un filo.
di Claudio Sarzotti
micromega.net, 13 luglio 2021
Molte cose si possono fare in chiave di prevenzione per evitare che il conflitto tra custodi e custoditi sfoci nella violenza e nella vendetta reciproca. "È stato un massacro. (...) Cento detenuti sono passati lungo i cordoni che cominciavano al secondo piano e finivano nei cortili: tre rampe di scale e tutta la rotonda del piano terra (...). La festa è stata organizzata a freddo. (...) Mi preparo ad uno spettacolo che conosco. A uno a uno veniamo fatti alzare da terra e sospinti verso la rotonda del secondo piano. (...) Urla, spintoni, colpi. Minacce di morte. Finte fucilazioni. "Sporchi rossi. Adesso vi ammazziamo".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2021
Sono quasi 190mila i procedimenti penali pendenti nei distretti di Corte d'appello che non rispettano i due anni di tempo che la riforma della giustizia penale assegna come limite tollerato per la definizione, pena l'improcedibilità. E pesano per quasi il 75% di tutte le pendenze. Si tratta di 10 distretti in tutto, anche se in realtà Firenze, Bari e Bologna, oltrepassano il limite di poco. In 19 distretti su 29 la durata è comunque inferiore ai 2 anni: a Milano, è inferiore ad un anno, 335 giorni la media dell'appello; Genova, 680 giorni; Palermo, 445; Perugia, 430; Potenza, 699; Salerno, 340; Torino, 545.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 luglio 2021
La legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri. È la conclusione del recente 12esimo Libro Bianco sulle droghe. Un rapporto indipendente promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgol, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud.
di Matteo Picconi
Polizia e Democrazia, 13 luglio 2021
Intervista a Stefano Anastasìa. Per mesi sotto i riflettori con l'avvento della pandemia, ad oggi gli istituti di pena sembrano nuovamente dimenticati dai media. Ne abbiamo parlato con Stefano Anastasìa, il Garante delle persone private della libertà per le regioni Lazio e Umbria.
di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril
lavoce.info, 13 luglio 2021
I fatti di Santa Maria Capua Vetere hanno aperto una ferita nel tessuto della nostra democrazia. Ora l'obiettivo più importante è evitare che si ripetano. Dopo l'introduzione del reato di tortura, servono altre misure. Sono note, basta realizzarle.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 13 luglio 2021
M5S, Conte: "La prescrizione così non va". E prepara lo scontro sulla riforma. Sulle agende dei "big" del Movimento la nuova data segnata in rosso è quella di domani 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e giorno in cui a Roma dovrebbe arrivare Beppe Grillo. Se confermata, sarà la prima apparizione dell'"elevato" dopo l'accordo che, salvo altri incidenti di percorso, porterà Giuseppe Conte alla presidenza del M5S. Lo scontro furibondo sulla giustizia e, ancor prima, le parole urticanti del fondatore sul leader in pectore, hanno lasciato il segno e le diplomazie degli ex duellanti sono al lavoro per favorire un incontro che consenta di scattare la foto della pace.
Grillo a caldo non si è fatto sentire e ha lasciato aleggiare il dilemma sui poteri del presidente e quelli del garante. Ma Conte si mostra sicuro che il nuovo statuto, limato e approvato dai sette "saggi" del M5S, non preveda alcuna diarchia, altrimenti non avrebbe accettato di siglare l'intesa: sarà lui a decidere la linea politica, lui a compilare le liste elettorali e sempre lui a nominare tutti gli organi politici, a cominciare dai vicepresidenti. Saranno tre e uno dei temi è se ne farà parte Luigi Di Maio, che ha voluto e guidato la mediazione e vuole continuare a dare il suo contributo. Il punto che fa discutere è che Grillo resta pienamente garante e potrà pronunciare l'ultima parola su temi cruciali come le espulsioni. Per dirla con un esponente del governo "Beppe ha sempre inciso e continuerà a farlo, ma non perché sta scritto nello statuto". Insomma, il dualismo è nelle cose.
La prima prova per la tenuta del patto sarà la sfida parlamentare sulla giustizia, questione identitaria per il Movimento. La riforma Cartabia della prescrizione ha già messo a durissima prova il governo Draghi e scatenato la reazione dei parlamentari del M5S contro i ministri, rei di avere ascoltato Grillo e dato un sofferto via libera al testo. Cosa accadrà quando arriverà in Parlamento? I 5 Stelle si spaccheranno tra grillini e contiani, o voteranno compatti contro un provvedimento che Conte giudica "inaccettabile"? Intanto la novità è che la riforma Cartabia, attesa alla Camera il 23 luglio, sembra destinata a slittare a settembre, rinvio che potrebbe spuntare l'arma con cui Conte spera di rilanciare il Movimento e ricompattare le truppe parlamentari. "Così com'è, noi la riforma Cartabia non la votiamo", è il grido di battaglia dell'avvocato pugliese, convinto che la soluzione approvata in Cdm con la benedizione di Grillo non sia praticabile, rischi di far morire migliaia di processi e renda le vittime doppiamente tali.
Nella maggioranza sono in molti a temere che il leader designato voglia andare alla guerra e scatenare un "Vietnam" tra commissioni e aule, cavalcando il dissenso di quanti vorrebbero uscire dalla maggioranza già ai primi di agosto, quando inizia il semestre bianco. Ipotesi che Conte smentisce: "Uscire dal governo? Non è mia intenzione".
Quello che però il giurista di Volturara Appula non accetta è di veder cancellate o affievolite una dopo l'altra le riforme dei suoi due governi, dal decreto dignità al cashback. E nelle prossime settimane farà sentire la voce della "forza più grande del Parlamento e della maggioranza" su giustizia, fisco, reddito di cittadinanza. Il debutto del Giuseppe Conte di lotta e di governo si avrà (a distanza) nella commissione Giustizia, dove il M5S cercherà l'asse con il Pd.
L'ex premier è in contatto con i deputati che lavorano agli emendamenti e quello che a Conte sta più a cuore propone la prescrizione su modello tedesco. Partendo dalla riforma dell'ex Guardasigilli Bonafede, che la stoppa dopo il primo grado di giudizio, la prescrizione continua a correre per gli assolti, mentre i condannati hanno due anni per l'appello. Se il processo non viene celebrato entro i tempi non scatta l'improcedibilità, ma c'è uno sconto di pena,
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 13 luglio 2021
Via libera al processo penale telematico, che ha dovuto aspettare la pandemia Covid per muovere i primi veri passi: la modalità online è la regola per deposito degli atti, comunicazioni e notifiche, mentre il cartaceo resta solo come alternativa per gli atti che le parti compiono personalmente. E l'imputato non detenuto può dichiarare domicilio per le notifiche anche presso la sua mail.
È quanto emerge dagli emendamenti della guardasigilli Marta Cartabia al ddl delega As 2435 per la riforma Cpp all'esame della Camera. Ancora. Il giudizio si svolge in assenza dell'imputato soltanto quando ci sono elementi certi per ritenere che l'interessato sappia della pendenza del processo e non sia presente per scelta volontaria e consapevole. Ma quando non ci sono le condizioni per il giudizio in assenza scatta la sentenza inappellabile di non luogo a procedere.
Transizione graduale - Atti e documenti processuali possono essere formati oltre che conservati in modalità telematica, ma ne va garantita l'integrità: sarà un decreto del ministro a definire le regole tecniche per depositi, comunicazioni e notifiche, mentre per la normativa di dettaglio basterà il provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi automatizzati della Giustizia. Il tutto con una disciplina transitoria ispirata alla gradualità, che consideri l'adeguatezza delle strutture: Csm e Consiglio nazionale forense contribuiscono a indicare i tipi di atti per i quali conservare l'alternativa del cartaceo e i termini per il passaggio al nuovo regime. In caso di malfunzionamento dei sistemi vanno predisposte alternative valide e comunicazioni tempestive per gli utenti.
Conoscenza effettiva - L'imputato che non si trova non ristretto in carcere o in altri istituti deve dare all'autorità che procede il numero di cellulare e l'indirizzo email fin dal primo contatto. E la posta elettronica può essere il recapito cui il suo difensore inoltra le comunicazioni: il professionista va avvisato di eventuali cambiamenti, ha diritto a conoscere i numeri telefonici dell'assistito e non risulta passibile di inadempimento degli obblighi che derivano dal mandato se la comunicazione omessa o ritardata è dovuta a un fatto del cliente. Sono eseguite direttamente con la consegna al legale tutte le notifiche all'imputato successive alla prima e diverse dalla citazione in giudizio: al primo contatto è previsto un avviso in tal senso. E vengono previste opportune deroghe quando l'interessato è assistito da un difensore d'ufficio e non ha ricevuto il primo atto di persona oppure con consegna a un familiare convivente o al portiere dello stabile. Insomma: l'obiettivo è garantire l'effettiva conoscenza del procedimento.
Ricerca e latitanza - Veniamo al processo in assenza. L'imputato deve essere citato a giudizio a mani proprie o con altre modalità che gli rendano per certo noti il luogo e la data del processo. Ma soprattutto l'interessato va avvisato che la decisione può essere adottata anche se lui non partecipa alla causa. Per la notifica dell'atto introduttivo è consentito utilizzare la polizia giudiziaria. Il giudice ha facoltà di procedere in assenza dell'imputato quando ritiene provato che l'interessato sappia che pende il processo, ad esempio in base alle modalità con cui risulta compiuta la notifica: la decisione va assunta all'udienza preliminare o, in mancanza, alla prima udienza fissata nel giudizio. Ma non ci sono le condizioni per il processo in assenza, il giudice pronuncia il non doversi procedere.
Finché non scadono i termini, tuttavia, le ricerche dell'interessato continuano e durante questo periodo le prove non rinviabili si assumono a richiesta di parte con le forme previste dal dibattimento. E quando la persona ricercata viene rintracciata? Il giudice deve revocare il non luogo a procedere e fissare una nuova udienza: nel processo di primo grado non si tiene conto ai fini della prescrizione del periodo compreso fra la sentenza di non doversi procedere e il momento in cui l'interessato viene trovato. Il reato è comunque dichiarato estinto quando risulta superato il doppio dei termini ex articolo 157 Cp. Scattano deroghe ad hoc per l'imputato nei cui confronti risulta emessa ordinanza di custodia cautelare senza che vi fossero i presupposti della dichiarazione di latitanza, che deve peraltro essere motivata sulla consapevolezza della misura e sulla volontà del destinatario di sottrarsi.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 13 luglio 2021
Intervista a Stefano Musolino, prossimo segretario di Magistratura democratica. "Non mi chiami, per favore, segretario in pectore: l'elezione sarà a settembre". Fra i giuristi la forma è sostanza, e quindi dietro la richiesta di Stefano Musolino, pm antimafia a Reggio Calabria, c'è "una questione importante: il rispetto della democrazia interna a Magistratura democratica. Per ora sono solo uno dei 12 membri del consiglio nazionale", il direttivo eletto a conclusione del congresso di Firenze.
Dottor Musolino, per voi la riforma Cartabia del processo penale va bene. Ma ci sono i dubbi di Giuseppe Santalucia, presidente Anm, sulla prescrizione...
Giudico positivo l'impianto culturale garantista della riforma. L'idea di giustizia penale che ne sta alla base coglie nel segno, perché afferma che processo e carcere devono essere l'extrema ratio. Capisco le preoccupazioni sulla prescrizione, ma bisogna guardare al quadro complessivo: con le novità a regime, le cause che andranno davanti al giudice dibattimentale (e, poi, in appello) saranno molte di meno delle attuali. L'ispirazione di fondo è corretta: l'inefficienza del sistema non può essere scaricata su imputati e parti offese. Ed è proprio perché il cambiamento possa dare i suoi frutti che auspichiamo l'amnistia per una serie di reati che, per la loro rilevanza e il tempo trascorso dal fatto, sono solo una zavorra che congestiona le corti: serve un coraggio politico coerente con l'obiettivo culturale della riforma.
Potrebbe servire anche la depenalizzazione delle norme sulle droghe?
Io credo sia utile, se inserita in un generale ripensamento delle modalità con cui fronteggiare il fenomeno sociale, senza ricorrere allo strumento penale quale unico o principale metodo di intervento. L'attuale normativa sicuramente non funziona, il "diritto penale della marginalità" porta solo al sovraffollamento carcerario.
Con la riforma sarà il giudice al termine del processo a comminare le pene sostitutive al carcere, mentre ora lo fa il magistrato di sorveglianza. Non sarà un problema?
Si tratta di fare investimenti per riformare il sistema dell'esecuzione penale: bisogna redistribuire le risorse, insieme ad un rinnovamento culturale e professionale del giudice dibattimentale e, con lui, del pm.
Di giustizia civile si parla generalmente di meno, ma anche lì si annunciano riforme...
Saremo molto vigili. Faremo attenzione alla tutela dei soggetti più deboli, come quelli coinvolti nelle amministrazioni di sostegno verso le persone con fragilità sanitarie e psicologiche, e nelle procedure di protezione internazionale verso i richiedenti asilo. Per capire la portata dei problemi, mi permetto di consigliare l'ascolto sul nostro sito dello straordinario intervento al congresso di Matilde Betti, giudice (del tribunale di Bologna, ndr) di grande esperienza e umanità.
Qual è la vostra posizione sui referendum promossi da radicali e Lega?
Bisogna darne una lettura complessiva. La narrazione che ne sta alla base è questa: la magistratura è nemica della buona giustizia. Non possiamo accettarlo. Non perché la magistratura sia perfetta, anzi: abbiamo bisogno delle critiche esterne, ma non di quelle che hanno la finalità di deteriorare ruolo e funzione costituzionale della magistratura. E in questo caso l'obbiettivo è mettere la magistratura "sotto il trono" in funzione di una progressiva concentrazione dei "pieni poteri" nelle sole mani di chi governa. Invece la magistratura deve restare un potere scomodo, in funzione anti-maggioritaria, a tutela dei diritti fondamentali.
Almeno il quesito sulla presenza degli avvocati nelle procedure di valutazione dei magistrati dovrebbe piacerle: è anche una bandiera di Md...
Io credo che la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari aiuti la trasparenza delle nostre valutazioni interne. E la maggiore trasparenza è fondamentale per evitare le derive come quelle messe in luce dal "caso Palamara".
A proposito: come pensate di recuperare la fiducia dei vostri colleghi verso le correnti?
Uno dei modi per far ripartire le correnti è quello di far percepire a ciascun magistrato la rilevanza del suo contributo per il futuro dell'associazionismo giudiziario e la tutela della magistratura costituzionale. Dobbiamo restituire la percezione, a chiunque si voglia impegnare, di potere influenzare "dal basso" le scelte delle dirigenze di tutti i gruppi per combattere le derive elitarie. Noi di Md vogliamo impegnarci in tal senso: per questo le chiedo di non dare per scontato che il prossimo segretario sia io.
E la fiducia dei cittadini verso la magistratura tutta?
Quella si riconquista ponendosi in una posizione di ascolto del punto di vista esterno, marchio di fabbrica di Md, essenziale per non cadere nel corporativismo autoreferenziale: indipendenza e autonomia della magistratura non sono privilegi di casta, ma sono funzionali alla tutela dei diritti fondamentali delle persone, in funzione "anti-maggioritaria" come ci ha ricordato Luigi Ferrajoli al congresso. Interpretare questo ruolo nell'esercizio quotidiano della giurisdizione significa intendere la giustizia come servizio al cittadino, recuperandone la fiducia.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 13 luglio 2021
La ministra della Giustizia Marta Cartabia sarebbe stata "avvertita" che l'introduzione dell'istituto dell'improcedibilità avrebbe potuto creare alcuni problemi, almeno nella fase iniziale, al regolare svolgimento dei processi in Appello. Fonti qualificate hanno riferito al Dubbio che alla Guardasigilli, in occasione delle interlocuzioni preliminari in Parlamento, era stato suggerito di rivalutare il testo proposto a suo tempo da Andrea Orlando (Pd) che prevedeva delle interruzioni di fase al posto dello stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado voluto da Alfonso Bonafede.
L'antefatto è noto: per dare all'Italia i soldi del Recovery fund, l'Europa pretende la riduzione del 25 per cento dei tempi del giudizio penale, soprattutto nel secondo grado di giudizio.
La riforma approvata all'unanimità nell'ultimo Consiglio dei ministri e che approderà in Aula il 23 luglio prossimo ha allora previsto, per ridurre questi tempi, un paletto temporale di due anni per celebrare l'Appello. Il termine perentorio, con il carico di lavoro che giace nei Palazzi di giustizia e come evidenziato sia dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, e sia, in alcune recenti interviste, dall'avvocato Franco Coppi e dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, rischia però di creare grande confusione.
Fermo restando, infatti, il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado previsto dalla riforma del 2019 voluta da Alfonso Bonafede, le nuove disposizioni inseriscono nel codice di procedura penale l'articolo 344 bis: "Improcedibilità per superamento dei termini di durata massima del procedimento penale". In pratica, il reato non si estinguerà per prescrizione ma ed essere cancellato sarà direttamente il processo se non dovesse terminare con una sentenza nel tempo di due anni in Appello e di un anno in Cassazione (purchè non riguardi reati puniti con l'ergastolo).
Ciò significherà l'emissione di una sentenza di non doversi procedere, sia per i casi di condanna che di assoluzione. Salvo, comunque, il diritto dell'imputato di chiedere di proseguire, ovviamente con il non trascurabile né irrealizzabile rischio di non vedere la fine del processo. Fra le criticità evidenziate, dunque, il venir meno della regola del favor rei della successione di leggi penali nel tempo, principio che non conta sul piano delle norme di natura processuale, dove vale la regola del tempus regict actum.
Per superare l'impasse servirebbe una adeguata previsione transitoria, che "copra" tali contrasti. Salvato il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado, che abrogherebbe il secondo comma dell'art 159 del codice penale, servirà introdurre nel codice il nuovo articolo 161 bis: "Cessazione del corso della prescrizione". ' Scambiare' l'estinzione del reato con l'estinzione del processo rischia, infatti, di portare con sé serie conseguenze al diritto di difesa. La Cedu aveva evidenziato ultimamente violazioni della presunzione di innocenza nell'ordinamento quando questo prevede la legittimità della pretesa risarcitoria della parte civile in caso di intervenuta prescrizione. La riforma Cartabia, introducendo un correttivo di natura processuale, sposta in caso di improcedibilità nella sede civile la pretesa risarcitoria, di fatto impedendo all'imputato di far valere la sua innocenza. Inoltre, non sono stati adeguatamente valutati gli effetti derivanti dall'esecuzione della pena - di natura sostanziale e attinente al reato - rispetto alle conseguenze meramente processuali della improcedibilità. Collocando l'effetto estintivo della prescrizione non più nel codice penale ma nel codice di procedura penale, la prescrizione è sparita per lasciare il passo all'improcedibilità. Il colpo di penna potrebbe sembrare ai teorici un bel modo di salvare l'accordo con i pentastellati, ma i dubbi interpretativi che si addensano su questa riforma sono tanti. Si spera solo che, con la discussione in Aula, vengano presto dissolti. Nell'interesse di tutti.
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