di Lisa Di Giuseppe
Il Domani, 13 luglio 2021
Grillo, fin dai tempi dei suoi spettacoli negli anni Novanta, non ha mai nascosto una grandissima simpatia per le toghe, soprattutto all'epoca di Mani pulite. Con tutti loro, chi prima e chi dopo, i rapporti si sono incrinati dopo traumatiche rotture o annacquati. Nel 2017, i capisaldi della linea Cinque stelle sulla giustizia erano le indicazioni di due magistrati importanti come Nino Di Matteo e Piercamillo Davigo, all'epoca in buoni rapporti anche con Sebastiano Ardita, con cui poi ha rotto sulla vicenda della loggia Ungheria.
La storia tra grillismo e un pezzo di magistratura è finita. Eppure l'intesa era solidissima, anzi, legalità e giustizia erano valori fondanti del Movimento della prima ora. La pietra, forse tombale, l'ha messo giovedì l'accordo sulla riforma della giustizia penale: un passo indietro sulla riforma Bonafede che non è piaciuto a una buona parte dei grillini. Ma oltre agli screzi interni che ha provocato la decisione di sostenere ancora una volta un'iniziativa del governo Draghi, aggravando la faida tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo e aprendone un'altra tra Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio, il via libera del Movimento al ripristino di fatto della prescrizione rappresenta la fine dei buoni rapporti con tutto il mondo della giustizia.
Grillo, fin dai tempi dei suoi spettacoli negli anni Novanta, non ha mai nascosto una grandissima simpatia per le toghe, soprattutto all'epoca di Mani pulite. Stima ricambiata, con molti pm che, soprattutto all'inizio del progetto di Grillo, guardavano con interesse ai V-Day e ai primi passi dei Cinque stelle. La lista di fan è lunga, da Antonio Di Pietro, passando per Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, senza dimenticarsi di Antonio Ingroia e Luigi de Magistris. Del pantheon dei grillini facevano parte anche Nino Di Matteo e ancor di più Antonio Esposito, presidente del collegio che ha condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi nel 2013.
Con tutti loro, chi prima e chi dopo, i rapporti si sono incrinati dopo traumatiche rotture o annacquati. Vale la pena anche ricordare il caso del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, antenato del grillismo con la sua Rete nei primi anni Novanta: un paio di giorni fa ha ripreso la tessera del Pd dopo un lungo distacco che lo aveva visto passare per l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, altro incubatore del grillismo di protesta. "Dopo alcuni anni rinnovo la mia iscrizione al Pd che è punto di riferimento importante alternativo alla destra, capace di tenere coesi diritti e doveri in base a una visione che mette al centro la persona e afferma principi di comunità". I rapporti di Orlando con il Movimento sono altalenanti e indicativi delle diverse stagioni del grillismo: si passa da una mozione di sfiducia presentata dai grillini nel 2020 a un sostegno insperato alla giunta palermitana negli ultimi mesi. In cambio, Orlando è sempre stato un sostenitore del campo di alleanze larghissimo del centrosinistra.
Sempre parlando di amministratori locali, è interessante guardare a come è evoluto il rapporto tra il Movimento e Luigi de Magistris. Ex sostituto procuratore di Catanzaro, quando ha deciso di tentare la propria fortuna in politica candidandosi alle Europee con Idv ha catalizzato le simpatie di chi si raccoglieva intorno al Blog di Grillo: nel 2009 veniva pubblicato un appello scritto di suo pugno dal candidato. "Faccio questo appello perché ritengo che ognuno di noi, candidati indipendenti a questa competizione elettorale all'interno di Italia dei valori, ha bisogno dei suggerimenti, delle idee, dell'entusiasmo di tutti". Appena un anno dopo, la sconfessione. Sul blog, il profilo Movimento Cinque stelle scaricava già il neodeputato: "Luigi de Magistris è stato eletto con i voti dell'Italia dei valori e del blog. L'obiettivo era di avere un eurodeputato a Bruxelles e non in televisione (...) È stato eletto come indipendente e poi ha preso la tessera Idv. Parla a nome del Movimento 5 stelle senza averne l'autorità. Il popolo viola (chi è?) con le manifestazioni sovvenzionate dai partiti è per lui un punto di rifermento". Insomma, un amore finito ancor prima di cominciare, anche perché poi il Movimento a Napoli ha seguito tutt'altre strade (il primo grillino che lo ha sfidato nella corsa a sindaco è stato un giovanissimo Roberto Fico).
Se la magistratura ricopre un posto speciale nella lista degli affetti dei Cinque stelle, a governare il pantheon c'è Antonio Esposito. Giudice coinvolto in molti casi di rilevanza nazionale, è entrato nel cuore dei grillini nel 2013, quando a 71 anni ha pronunciato la sentenza di condanna per frode fiscale nei confronti di Berlusconi nel processo Mediaset. Dato addirittura per arringatore di folle nelle piazze Cinque stelle (una notizia smentita poi dallo stesso Movimento), Esposito dalla pensione non ha perso occasione per commentare le attività dei grillini, non risparmiando critiche.
Se la linea della norma Bonafede sulla corruzione lo vedeva d'accordo, non è mai stato un estimatore delle consultazioni sulla piattaforma Rousseau, che in un intervento del 2019, quando si stava formando il Conte II e mancava solo il via libera degli iscritti, bollava addirittura come "gravissimo vulnus ai principi costituzionali che regolano la democrazia parlamentare e rappresentativa".
Ancora diversa è stata l'evoluzione del rapporto con i magistrati prestati alla politica Ingroia e Di Pietro. Se all'inizio della sua carriera il Movimento poteva contarli tra i più accesi sostenitori del progetto, tanto che Di Pietro era addirittura intervenuto in occasione di uno dei meeting di Ivrea dedicati al ricordo di Gianroberto Casaleggio dopo la sua morte, sintomo della grande stima che il Movimento nutriva nei suoi confronti, oggi i simboli dei due partiti da loro creati sono in mano ai gruppi d'opposizione al Senato formati da ex Cinque stelle che hanno lasciato il Movimento.
Mentre l'Italia dei valori è diventato il riferimento di Elio Lannutti (in ottimi rapporti con Di Pietro fin dai tempi delle piazze del popolo viola), Elisabetta Trenta e Piera Aiello, la Lista del popolo per la Costituzione di Ingroia è andata a fondersi con L'alternativa c'è, la formazione dei quattro senatori Mattia Crucioli, Bianca Angrisani, Bianca Laura Granato e Margherita Corrado.
Ingroia oggi spiega che solo nei loro programmi "si riscontrano gli obiettivi originali del M5s", ma lascia la porta aperta a un ritorno alle origini del Movimento: "Negli ultimi anni sono stati sconfessati numerosi punti fermi e pilastri, i Cinque stelle di oggi hanno tradito il Movimento delle origini. Ma se dovesse esserci un ripensamento verso le istanze originali come la legalità", secondo l'ex pm c'è uno spazio da occupare. Il cavallo su cui punterebbe è senz'altro Alessandro Di Battista, una "risorsa per il paese per il modo d'interpretare le cose, che permetterebbe al Movimento di recuperare consensi". Per lui, Bonafede "si è trovato in una situazione difficile", davanti a cui si è trovato "forse un po' impreparato, circondato da consiglieri sbagliati".
Grillo invece è "incomprensibile, dopo avermi sostenuto da pm ha poi disatteso ogni mia proposta politica ed è diventato mio oppositore". Insomma, Conte prima di Conte: "Quello che sta subendo lui adesso a me è successo dieci anni fa", dice l'ex pm. Stesso discorso per Di Pietro: se a dicembre 2020 parlava in un'intervista al Fatto Quotidiano dei grillini come "miei figli" e diceva di preferire "un Movimento granitico come quello che aveva ideato Grillo con capo Di Battista piuttosto che questa Dc", ad aprile sul suo profilo Facebook scriveva che "se Gianroberto (Casaleggio, ndr) fosse ancora vivo ci sarebbe ancora il M5s, oggi c'è il partito M5s".
Gli screzi più recenti - Nel 2017, i capisaldi della linea Cinque stelle sulla giustizia erano le indicazioni di due magistrati importanti come Nino Di Matteo e Piercamillo Davigo, all'epoca in buoni rapporti anche con Sebastiano Ardita, con cui poi ha rotto sulla vicenda della loggia Ungheria. Il nome di Di Matteo nell'immediata prossimità delle elezioni del 2018 girava anche come potenziale ministro della Giustizia per un ipotetico governo Cinque stelle, mentre Davigo ha preso parte a numerose iniziative del M5s (anche l'appuntamento a Ivrea del 2017), ma non ha mai dato la propria disponibilità per ricoprire una carica.
Ma anche con loro i rapporti del Movimento al governo si sono progressivamente guastati. Davigo, dopo aver smontato alcune iniziative del governo gialloverde, come il Daspo per i condannati, definito "inutile", o la pace fiscale di Matteo Salvini, che a parere del magistrato segnalava che "fare l'evasore in Italia conviene", è incorso di recente addirittura nel "tradimento" di Nicola Morra. Il presidente della commissione Antimafia a lui da sempre vicino non si è fatto scrupoli di raccontare in televisione delle confidenze che gli aveva fatto Davigo "in un sottoscala".
Non è andata molto meglio a Di Matteo. Basta guardare lo scontro con Bonafede: nel 2018 il ministro gli avrebbe offerto la guida del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), salvo tirarsi indietro nel giro di pochi giorni a causa delle reazioni che la notizia aveva provocato in un gruppo di mafiosi. Nella versione del grillino, la questione sarebbe andata diversamente, con Di Matteo pronto ad accettare un altro incarico e la decisione sul Dap che non sarebbe dipesa in maniera alcuna dalle reazioni dei boss. Lo strappo si è consumato in prima serata, nell'Arena di Massimo Giletti davanti a milioni di spettatori, con due telefonate a cui sono poi seguite repliche in studio, ulteriori interventi e altre valutazioni. Un divorzio in televisione, il modo peggiore per chiudere le storie.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 13 luglio 2021
Per l'avvocato non ci sono alternative: il M5S darà battaglia in Parlamento per cambiare la legge, correndo il rischio accendere da subito la tensione con Draghi. La pax pentastellata è stata imposta, o almeno accelerata, dalla necessità di evitare una deflagrazione che non avrebbe lasciato in piedi nessuno dei contendenti. Chi ha parlato con Giuseppe Conte, domenica sera, lo descrive più che soddisfatto, convinto che la crisi sia superata e che ora si possa partire nella costruzione della coalizione che in vista delle prossime elezioni politiche. È possibile che abbia ragione, che il peggio sia passato e che l'accordo nei 5S sia destinato davvero a reggere. Non è certo però, perché Conte ha lasciato in ombra un particolare allo stesso tempo determinante ed eloquente non solo nel caso particolare ma in generale: come comportarsi di fronte alla riforma della giustizia.
Per gli eletti, per gli elettori e i potenti consiglieri, prima fra tutti l'influente squadra del Fatto, il punto chiave è quello. Senza la provvidenziale notizia dell'ancor più provvidenziale accordo Grillo- Conte, i ministri che avevano accettato quella riforma sarebbero stati messi in croce. La pace ha solo in parte stemperato. Essenzialmente ha riposto la dolorosa faccenda nel congelatore per un po'. Non solo fino al 23 luglio, quando la riforma arriverà alla Camera. Lì c'è già pronta una formuletta che pare fatta apposta per l'insaziabile fame di rinvii che è tipica di Conte: "Faremo battaglia parlamentare".
L'ultima parola non è ancora detta. Il testo può essere emendato, modificato, stravolto. Perché fasciarsi la testa quando ancora non è certo che sia rotta?
Non è quello che chiedeva Draghi, che al contrario aveva reclamato con toni severi "lealtà e responsabilità" insistendo perché la legge fosse votata così come uscita dal Cdm. Non sarà accontentato e la cosa non gli farà certo piacere. Non è facile che la accetti senza tentare di forzare la mano. Perché addentrarsi su quel sentiero vuol dire esporsi a incidenti di ogni tipo: Lega, Fi e FdI non lasceranno infatti che a cercare di modificare la riforma sia solo il fronte giustizialista. Una volta apertosi il torneo degli emendamenti cercheranno di spostare gli equilibri anche loro, ma in senso opposto. Per Conte dare battaglia in Parlamento è un obbligo ma è uno di quegli obblighi che potrebbe far impennare subito la tensione con Draghi e riflettersi a strettissimo giro sul fragile equilibrio interno.
Ingaggiare una battaglia, inoltre, non vuol dire vincerla. Anche se Draghi accetterà di rendere la riforma della giustizia un campo di battaglia, i numeri non sono favorevoli all'M5S: certamene non al Senato ma neppure alla Camera. Di certo Conte farà l'impossibile per convincere Letta, che al momento non ci pensa per niente, a spalleggiarlo nella richiesta di emendamenti che gli permettano almeno di salvare la faccia di fronte alle file infuriate degli ex grillini ora contiani. Non è detto che Letta possa farlo, perché non sfiderà certo Draghi su una riforma che il Pd ha già esaltato. Non è detto che Draghi lo permetta, anche perché il pollice verso di mezza maggioranza almeno sarà comunque irremovibile. Quand'anche andasse tutto bene e qualche modifica di facciata fosse accolta, l'ex premier dovrebbe tener conto dei suoi supporter giustizialisti, sia all'interno che all'esterno del Movimento, che lo esaltano sì ma vogliono tornare nell'essenziale alla riforma per davvero, non solo come bandiera da agitare nello scontro con Grillo.
Come spesso capita quando Conte punta sul rinvio, stavolta le cose non si risolveranno da sole col tempo. Il nodo della giustizia, che per i 5S è infinitamente più importante di altre questioni che al paragone sono robetta come il Mes, arriverà al pettine. Se non riuscirà a strappare modifiche sostanziali Conte dovrà decidere se arrendersi e votare comunque la legge, strada a questo punto quasi ostruita, se bocciarla uscendo dal governo o se astenersi, mossa che suonerebbe come ennesimo rinvio perché dopo l'astensione i rapporti sarebbero comunque compromessi.
Il vero bivio, la prova per Conte e per la tenuta dei 5S sarà quella. Il grosso dei "contiani" sia tra gli eletti che tra gli elettori mira all'uscita dal governo, o comunque non ne farebbe un dramma. L'ex premier potrà tenerli a bada per un po' ma non per molto. Ma a quel punto tutti i nodi sciolti per finta ora, dallo scontro con Grillo a quello con il Pd, riemergeranno tutti insieme.
di Enzo Sossi*
Il Tirreno, 13 luglio 2021
Sono un "Civil Servant", un servitore dello Stato da diversi lustri. Lavoro nel carcere di Porto
Azzurro come funzionario da poco più di un anno. Desidero portare il mio contributo al Mondo difficile del pianeta carcere. Non è mia intenzione parlare di quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere, quel 6 aprile 2020, in piena pandemia di Covid 19, vi sono delle indagini in corso, i media hanno riempito pagine e pagine dei giornali, le televisioni hanno fatto vedere immagini "crude", non piacevoli, purtroppo vere. La ministra Marta Cartabia ha definito quanto accaduto "tradimento della Costituzione: l'articolo 27 esplicitamente richiama il senso di umanità che deve connotare ogni momento di vita in ogni istituto penitenziario".
Appare lapalissiano che il sistema carcerario italiano ha fallito, che la volontà dei padri costituenti non è stata realizzata. Troppe recidive (su 10 detenuti 7 tornano in carcere), sovraffollamento, strutture fatiscenti, stanze detentive che non consentono di avere un proprio spazio fisico e mentale, il carcere inteso come strumento di tortura e non di rieducazione, mancanza di lavoro, carcere come regno dell'ozio. Sembra che nessuno creda più all'articolo 27 della Costituzione, secondo il quale la pena deve tendere alla riabilitazione e al reinserimento del condannato. "Buttare le chiavi" "Marcire in galera", sono espressioni che risuonano troppo spesso e troppo impunemente per non stroncare all'origine il senso stesso di quell'articolo.
Sono diversi anni che si discute e si dibatte sull'opportunità di una riforma delle carceri che coinvolga il personale dirigente, amministrativo e di polizia penitenziaria. Dobbiamo tornare alle origini, alla volontà dei padri costituenti, che hanno garantito la dignità del condannato di qualsiasi reato, e imponeva allo Stato repubblicano appena formatosi la rieducazione. Articolo 27 comma 3 della Costituzione.
Oggi siamo in presenza di un drammatico vuoto di potere nelle carceri e, come sintetizza un dirigente penitenziario, Santa Maria Capua Vetere è figlia di un progetto sicuritario, per utilizzare un'immagine iconica, un complotto delle divise verso i civili dell'amministrazione penitenziaria.
Con il riordino dell'amministrazione penitenziaria del 2019, viene riconosciuta la funzione dirigenziale ai comandanti di reparto, anche se non si specifica il mandato loro assegnato. Il primo passo, nei fatti, che la funzione di garante del direttore sia stata cancellata. E anche la subordinazione gerarchica della polizia penitenziaria nei confronti dei direttori viene messa in pensione. Poi con la circolare Gabrielli del 2021, dove vi è un passaggio, al suo interno, che sancisce la coabitazione di due figure responsabili della struttura carceraria: il direttore è il responsabile della struttura, il comandante di reparto della polizia penitenziaria è il responsabile della sicurezza. Sempre la circolare Gabrielli richiama il regolamento del corpo della polizia penitenziaria, in ordine ai compiti e all'autonomia del comandante di reparto, e in ordine all'intervento delle forze di polizia, affida in via esclusiva al comandante di reparto il mantenimento dell'ordine e della sicurezza all'interno dell'istituto e al direttore la residuale facoltà di chiedere al prefetto l'intervento delle forze di polizia in caso di gravi eventi, non gestibili con le risorse a disposizione. La circolare Gabrielli, emanata dopo le rivolte in 22 istituti carcerari dell'aprile 2020, è nei fatti la conclusione del riordino dell'amministrazione penitenziaria.
La demolizione di un'idea della risorsa carcere quale luogo di sperimentazione, continua e ostinata, all'educazione del principio di responsabilità, individuale e collettiva, rivolta al rispetto delle norme costituzionali e dell'ordinamento penitenziario, avviene ben prima, coinvolgendo in modo bipartisan, le forze politiche che si sono avvicendate nel tempo. Basti pensare a quali ministri hanno dato vita ai Gruppi operativi mobili (Gom), hanno favorito la conversione dell'articolo 41bis da misura straordinaria e a tempo, in strumento definitivo nella lotta, senza mai epilogo e sempre farcita da teoremi, alle criminalità organizzate, hanno avviato e imposto la costruzione di sempre grandi carceri (per le quali il tempo medio di realizzazione è sempre superiore ai 10 se non 20 anni), non hanno imposto la periodica e costante assunzione di direttori penitenziari, educatori e la stabilizzazione degli psicologi, con la giustificazione del blocco delle assunzione, che però non valeva per le forze armate, forze di polizia e magistrati, quasi come se le carceri fossero dei dormitori, per comprendere a chi intestare, per quote le responsabilità politiche e di alta amministrazione.
In conclusione, si rende opportuna un'autopsia di un'amministrazione penitenziaria che andrebbe resuscitata, inalando l'ossigeno della Costituzione. Il pianeta carcere è un Mondo difficile, ma deve prevalere la legalità.
*Funzionario carcere Porto Azzurro
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 luglio 2021
Le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale che ha sancito l'incostituzionalità del carcere obbligatorio in caso di diffamazione. Punire con il carcere il reato di diffamazione è incostituzionale, perché mina una libertà fondamentale qual è quella di manifestazione del pensiero, tutelata sia dalla Costituzione sia dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ma ciò non autorizza il giornalista a diventare un pericolo per la democrazia, attraverso la diffusione di campagne di diffamazione che minano un altrettanto importante diritto: quello alla reputazione. Solo in casi gravi come questo, dunque, la pena carceraria è compatibile con la Costituzione, in attesa che il legislatore dia seguito all'invito formulato dalla Consulta lo scorso anno, invito caduto nel vuoto.
È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale la Corte costituzionale, lo scorso 22 giugno, ha sancito l'incostituzionalità dell'articolo 13 della legge sulla stampa (n. 47 del 1948), che prevedeva la necessaria applicazione della reclusione da uno a sei anni per la diffamazione a mezzo della stampa aggravata dall'attribuzione di un fatto determinato. La sentenza, dunque, definisce ulteriormente i limiti del diritto di cronaca, che mai può sfociare in in condotte "caratterizzate dalla diffusione di addebiti gravemente lesivi della reputazione della vittima, e compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della - oggettiva e dimostrabile - falsità degli addebiti stessi. Chi ponga in essere simili condotte - eserciti o meno la professione giornalistica - certo non svolge la funzione di "cane da guardia" della democrazia - si legge nella sentenza - che si attua paradigmaticamente tramite la ricerca e la pubblicazione di verità "scomode"; ma, all'opposto, crea un pericolo per la democrazia".
I giudici si sono pronunciati sulle questioni sollevate dai Tribunali di Salerno e di Bari, trattate già a giugno dello scorso anno, ma la cui decisione è stata rinviata di un anno per dare tempo al legislatore di approvare una nuova disciplina in grado di bilanciare meglio il diritto alla libertà di cronaca e di critica con la tutela della reputazione individuale. Riforma che, però, non è arrivata, "costringendo" il giudice delle leggi ad intervenire con la pronuncia di un mese fa. Stando alla sentenza, "per quanto (...) la sanzione detentiva non possa ritenersi sempre costituzionalmente illegittima nei casi più gravi di diffamazione, la sua necessaria inflizione, prevista dalla disposizione censurata in tutte le ipotesi da essa previste - che abbracciano, in pratica, la quasi totalità delle diffamazioni commesse a mezzo della stampa, periodica e non -, conduce necessariamente a esiti incompatibili con le esigenze di tutela della libertà di manifestazione del pensiero, e in particolare con quella sua specifica declinazione costituita dalla libertà di stampa". Dichiarare incostituzionale l'articolo 13 "non crea, del resto, alcun vuoto di tutela al diritto alla reputazione individuale contro le offese arrecate a mezzo della stampa, diritto che continua a essere protetto dal combinato disposto del secondo e del terzo comma dello stesso art. 595 cod. pen.".
Ma se è vero che "la libertà di espressione - in particolare sub specie di diritto di cronaca e di critica esercitato dai giornalisti - costituisce pietra angolare di ogni ordinamento democratico, non è men vero che la reputazione individuale è del pari un diritto inviolabile, strettamente legato alla stessa dignità della persona", prosegue la sentenza. Per tale motivo, "aggressioni illegittime a tale diritto" attraverso la stampa o altri mezzi di pubblicità "possono incidere grandemente sulla vita privata, familiare, sociale, professionale, politica delle vittime. E tali danni sono suscettibili, oggi, di essere enormemente amplificati proprio dai moderni mezzi di comunicazione, che rendono agevolmente reperibili per chiunque, anche a distanza di molti anni, tutti gli addebiti diffamatori associati al nome della vittima.
Questi pregiudizi debbono essere prevenuti dall'ordinamento con strumenti idonei, necessari e proporzionati, nel quadro di un indispensabile bilanciamento con le contrapposte esigenze di tutela della libertà di manifestazione del pensiero, e del diritto di cronaca e di critica in particolare". Non può escludersi, tra questi strumenti, la sanzione detentiva, purché la stessa sia stabilita sulla base di "cautele idonee a schermare il rischio di indebita intimidazione esercitato su chi svolga la professione giornalistica".
La diffamazione deve, dunque, essere di eccezionale gravità, come stabilito anche dalla Cedu più volte anche in riferimento a casi italiani, ritenendo integrate simili ipotesi con riferimento ai discorsi d'odio e all'istigazione alla violenza, ma casi egualmente eccezionali "potrebbero ad esempio essere anche rappresentati da campagne di disinformazione". Atteggiamenti simili creano, dunque, "un pericolo per la democrazia, combattendo l'avversario mediante la menzogna, utilizzata come strumento per screditare la sua persona agli occhi della pubblica opinione. Con prevedibili conseguenze distorsive anche rispetto agli esiti delle stesse libere competizioni elettorali". Proprio per tale motivo, la Corte ha escluso il contrasto con la Costituzione dell'articolo 595, terzo comma, del Codice penale, che prevede, in alternativa fra loro, la pena della reclusione da sei mesi a tre anni ovvero della multa in caso di condanna per diffamazione commessa a mezzo della stampa o di altro mezzo di pubblicità
Nei casi su elencati, infatti, il carcere non può essere inteso come "indebita intimidazione nei confronti dell'esercizio della professione giornalistica, e della sua essenziale funzione per la società democratica. Al di fuori di quei casi eccezionali, del resto assai lontani dall'ethos della professione giornalistica, la prospettiva del carcere resterà esclusa per il giornalista, così come per chiunque altro che abbia manifestato attraverso la stampa o altri mezzi di pubblicità la propria opinione; restando aperta soltanto la possibilità che siano applicate pene diverse dalla reclusione, nonché rimedi e sanzioni civili o disciplinari, in tutte le ordinarie ipotesi in cui la condotta lesiva della reputazione altrui abbia ecceduto dai limiti del legittimo esercizio del diritto di cronaca o di critica".
La Corte ha infine ribadito la necessità "di una complessiva riforma della disciplina vigente, allo scopo di "individuare complessive strategie sanzionatorie in grado, da un lato, di evitare ogni indebita intimidazione dell'attività giornalistica, e, dall'altro, di assicurare un'adeguata tutela della reputazione individuale contro illegittime aggressioni poste in essere nell'esercizio di tale attività".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 luglio 2021
La denuncia dei familiari dei detenuti. "Chi sta in carcere è veramente l'ultima ruota del carro". Lo dice con amarezza Emanuela Belcuore, Garante casertana dei detenuti. In questi giorni sta vigilando su tutto quanto sta accadendo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e per questo motivo denuncia un'altra situazione per lei critica. Quella del carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto.
"Lì ci sono detenuti che provengono dal napoletano - racconta - i loro familiari si sono rivolti a me preoccupati per la situazione in cui versano: non sono rispettati i loro diritti. In particolare la famiglia di un quarantenne casertano denuncia che l'assistenza sanitaria è carente e gli fanno fare colloqui di 30 minuti e non di un'ora come previsto da regolamento. Non sempre gli spediscono la posta. In più ha avuto coliche forti e non è stato soccorso adeguatamente. Questa persona ha una figlia minore e una moglie malata. Come potranno rincontrarsi in questa situazione, considerata anche la lontananza? Ho scritto spesso al garante della regione Sicilia e al carcere, per far luce affinché non ci sia un Santa Maria Capua Vetere due".
Il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto nasce nel 1925 come manicomio criminale volto ad ospitare autori di reato affetti da patologia psichiatrica. Con la riforma dell'ordinamento penitenziario diventa ospedale psichiatrico giudiziario. Oggi è una Casa Circondariale con sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile, una Casa di Lavoro. Ed è proprio in questa ultima sezione che si trova internato il quarantenne di origine napoletana.
"Hanno detto che il mio assistito è stato mandato lì per garantirne il recupero e il reinserimento nella società. Ma di tutto questo non ne vedo assolutamente la possibilità", spiega l'avvocato Sosio Capasso. La misura della casa lavoro è poco conosciuta ma potrebbe essere una buona occasione di reinserimento e recupero, almeno come idea o comunque secondo i dettami della Costituzione. La sua definizione precisa è la seguente: "Misura di sicurezza personale detentiva prevista nel codice penale: vi si riuniscono i condannati per far svolgere loro attività di tipo artigianale o industriale".
"La struttura è assolutamente inadeguata a tutto ciò - dice l'avvocato Capasso - Questa misura dovrebbe avviare il detenuto a un lavoro. Ma lì lavoro non ce n'è. A questo si aggiunge la piaga di molte carceri, il sovraffollamento". Ma per l'avvocato c'è ancora un'altra criticità: "Questo tipo di pena vuole che vengano favoriti i contatti con la famiglia con permessi di vario tipo. Invece il mio assistito non ne ha mai avuti". Se dovesse essere avvicinato a casa, rimanendo internato in una casa lavoro, la più vicina sarebbe quella di Aversa. "Il paradosso è che anche lì il lavoro manca completamente", aggiunge la garante Belcuore. "Il giovane che difendo ha avuto problemi di tossicodipendenza - continua Capasso - Ma è stato mandato lì per reinserirsi attraverso il lavoro. Invece per lui non ci sono attività educative di nessun tipo, dalla scuola al giardinaggio. Nulla. È una persona fragile e il suo stato di detenzione peggiora la sua situazione invece di migliorarla".
vocedinapoli.it, 13 luglio 2021
È morto a 65 anni, stroncato da un arresto cardiocircolatorio, il boss dell'ex clan Partenio Amedeo Genovese. Le sue condizioni di salute erano già molto precarie, al punto che era stato trasferito da alcuni giorni nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Poi il quadro clinico è improvvisamente precipitato e Genovese è deceduto per un infarto fulminante.
In regime di 41 bis dal 2010, il 65enne, che aveva fondato assieme al cugino Modestino il clan che dagli anni 90 e fino ai primi anni del 2000 controllava tutte le attività di spaccio, di usura e di racket delle estorsioni ad Avellino e nell'Hinterland, stava scontando la condanna all'ergastolo. Prima di affermarsi come boss era stato molto vicino al clan Cava di Pago Vallo Lauro, in particolare ad Antonio Cava, detto 'Ndo 'Ndo.
Diverse le condanne a suo carico, in particolare quella per l'omicidio di un pregiudicato di Serino, Walter De Cristoforo, che stava tentando di mettersi in proprio per la gestione della piazza di spaccio. Genovese fu riconosciuto come mandante di quel delitto avvenuto il 12 luglio del 2000. Ultimamente la sua storia criminale è tornata alla ribalta dopo la decisione del figlio Damiano di candidarsi al Consiglio comunale di Avellino nel 2018, riuscendo anche a essere eletto nella lista della Lega per poi comunicarlo al padre durante un colloquio.
Mentre, proprio nell'ambito nella maxi-inchiesta sul nuovo clan Partenio, era stato l'ex boss, durante un'altra visita in carcere del figlio, recentemente condannato a tre anni di reclusione per possesso di armi illegali e ricettazione, a suggerirgli di "fare pace" con i nuovi vertici del gruppo criminale, i fratelli Pasquale e Nicola Galdieri, ritenuti da Amedeo particolarmente pericolosi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 13 luglio 2021
Possibile rinvio a settembre. Salvini: "Vado a Roma per bloccarlo" Renzi: "Non ho messo il Pd all'angolo, ma i voti non ci sono". Da adesso gli occhi di tutti saranno puntati su di loro, i 17 senatori di Italia viva. Prima ancora di vedere - quando sarà il momento - cosa accadrà con il voto segreto sugli emendamenti, le scelte che verranno fatte a partire da oggi dal drappello di parlamentari renziani potrebbero essere rivelatrici della sorte che spetta al ddl Zan.
Tre gli appuntamenti della giornata che vede il testo contro l'omotransfobia approdare finalmente nell'aula del Senato dopo mesi in cui è rimasto impantanato in commissione Giustizia. Alle 15 il presidente della commissione, il leghista Andrea Ostellari, tenterà ancora una volta di far passare la sua mediazione, una riscrittura delle norme contro l'omotransfobia fatta tenendo conto delle modifiche chieste da Lega e Italia viva e la cui principale novità è la cancellazione delle parole "identità di genere". Dato per scontato il fallimento del tentativo, il passo successivo sarà alle 16,30 con l'avvio della discussione in aula dove verranno presentate le pregiudiziali di costituzionalità, ma soprattutto dove probabilmente la Lega proporrà di rimandare il testo in commissione. "Se si insiste con la calendarizzazione in aula si rischia di allungare i tempi e si rischia anche l'affossamento", ha spiegato Ostellari nel tentativo di convincere i renziani.
Ma mentre sulle pregiudiziali Italia viva non seguirà la Lega, visto che ha già votato il ddl alla Camera, sulla seconda proposta resta da vedere cosa farà, per quanto sia improbabile che accetti di rimandare il testo in commissione, cosa che confermerebbe l'esistenza di un asse con i leghisti: "Domani (oggi, ndr) sarà il Vietnam", avvertiva ieri il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto (Iv). "Noi stiamo cercando di trovare un accordo che permetta di approvare il provvedimento, il rischio è che in questo momento il ddl Zan non diventi legge".
Se tutto filerà liscio, se la prima serie di ostacoli verrà superata, la presidente del Senato Elisabetta Casellati convocherà i capigruppo per decidere i termini entro i quali gli emendamenti dovranno essere presentati, dando così il via libera allo scontro parlamentare.
E che sarà scontro non ci sono dubbi. Ieri Matteo Salvini era in Calabria, a Lamezia Terme, ma prima di partire ha rilasciato dichiarazioni che suonano come una dichiarazione di guerra: "Domani (oggi, ndr) torno a Roma in aula perché c'è il ddl Zan da bloccare o quanto meno da cambiare in parlamento", ha annunciato mettendo da parte i toni da mediatore delle ultime settimane.
Una delle prime questioni da affrontare riguarderà i tempi: il dibattito in aula non prenderà meno di tre settimane, finendo inevitabilmente con l'incrociarsi con altri provvedimenti come il voto sul Cda Rai, la legge sul processo civile e una serie di decreti da convertire. Nulla di più probabile, quindi, che tutto slitti a settembre quando il semestre bianco, che comincia il 2 agosto, eviterà che un'ulteriore lacerazione della maggioranza possa preoccupare il governo. E del resto Draghi ha già spiegato che il testo contro l'omotransfobia riguarda solo il parlamento, che quindi dovrà sbrigarsela da solo.
Pd, LeU e M5S restano saldi sulle loro posizioni e insistono perché si vada al voto senza toccare il ddl Zan. Al dunque nessuno chiederà il voto segreto, e non lo farà neanche Italia viva, anche perché è sicuro che lo farà il centrodestra. "Non ho messo all'angolo il Pd. Se si vuole trovare un accordo - ha spiegato Matteo Renzi - io sarei contento di portare a casa la legge. Se poi invece si vuole andare alla conta per tenere in mano la bandierina identitaria come fu per le unioni civili e poi si va sotto sappiamo la colpa di chi è".
Al leader di Iv ha risposto indirettamente Nicola Zingaretti. "In questo momento ci sono esseri umani che camminano per le strade e rischiano di essere picchiati o insultati o discriminati per l'orientamento sessuale. Li vogliamo difendere o non ce ne frega niente? È questo il punto", ha detto il governatore del Lazio. "Penso che sia giusto mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità, gli italiani vogliono capire perché gli altri sono contrari e perché all'improvviso si vuole rimandare la decisione".
di Francesco Seghezzi
Il Domani, 13 luglio 2021
Negli scorsi mesi sono circolate molte stime sul numero di occupati che avrebbero lavorato da remoto durante la pandemia. Sondaggi, analisi e altri focus che parlavano del 30/35 per cento sul totale degli occupati, con cifre tra i 5 e gli 8 milioni. La media nel corso del 2020 si fermerebbe invece al 14 per cento, poco sopra i 3 milioni. Cifra di certo maggiore rispetto agli anni precedenti ma che è lontana dal far pensare che la "remotizzazione" del lavoro sia l'inevitabile futuro della maggioranza dei lavoratori.
Negli scorsi mesi sono circolate molte stime sul numero di occupati che avrebbero lavorato da remoto durante la pandemia. Sondaggi, analisi e altri focus che parlavano del 30/35 per cento sul totale degli occupati, con cifre tra i 5 e gli 8 milioni. Numeri importanti, soprattutto per un paese in cui i lavoratori che potevano vantare di eseguire da remoto la loro prestazione erano veramente pochi e all'ultimo posto in Europa. E numeri che hanno fatto parlare più e più osservatori, nell'ultimo anno e mezzo, di una rivoluzione in atto, di una incredibile accelerazione di un trend organizzativo che rispondeva allo zeitgeist del mondo del lavoro in età digitale.
Negli scorsi giorni però il Rapporto annuale Istat ha invece ridimensionato molto la cifra parlando del 19 per cento come picco durante il secondo trimestre 2020, un numero che si aggira quindi intorno ai 4,5 milioni di persone. E questo è appunto il picco, perché la media nel corso del 2020 si fermerebbe invece al 14 per cento, poco sopra i 3 milioni. Cifra di certo maggiore rispetto agli anni precedenti ma che è lontana dal far pensare che la "remotizzazione" del lavoro sia l'inevitabile futuro della maggioranza dei lavoratori.
Ci sarà modo di verificare prossimamente quanto questa cifra sia poi rimasta tale o se nel corso del 2021 sia cresciuta o diminuita, ma è difficile pensare che in una fase di normalizzazione delle condizioni organizzative del lavoro i numeri possano discostarsi eccessivamente da quanto osservato nei mesi più duri della pandemia. Mesi in cui erano in vigore norme in virtù delle quali o si lavorava da remoto o non si lavorava, questo almeno in molti settori produttivi. Sono cifre che frenano abbastanza l'entusiasmo, soprattutto se si entra nei dettagli e si vede come Istat osservi che la maggioranza di coloro che hanno lavorato da remoto l'ha fatto per non più del 50 per cento delle ore lavorate settimanali. E sono cifre che ci allontanano da performance osservate in altri paesi in cui il 30 per cento è stato raggiunto o superato.
Non tutto è smart - Al di là del mero dato quantitativo è interessante però cercare di capire il perché di questo andamento. Da un lato ci sono ragioni strutturali legate alla composizione economica del tessuto produttivo italiano che vede una maggioranza di servizi di prossimità (retail, ristorazione, servizi alla persona) nei quali la dimensione fisica è essenziale per poter lavorare. Minore è invece la presenza di servizi di nuova generazione legati al settore bancario, finanziario, della consulenza ecc. Questo riduce la quota di lavoratori che possono svolgere lavoro da remoto. C'è poi un tema organizzativo che vede molte delle imprese italiane legate a modelli tipici dell'impostazione taylorista fondata su ordini e direttive da parte del datore di lavoro e dei responsabili intermedi e sul controllo della prestazione, controllo spesso esercitato in forma visiva e quindi sulla presenza fisica.
Questo può condurre da un lato le imprese a non consentire il lavoro a distanza o a limitarlo al massimo e, dall'altro, i lavoratori a non voler lavorare sottoposti ad eccessive forme di controllo a distanza che sanno essere più invasive di quelle esercitate in presenza. Un ulteriore fattore è più in generale la polarizzazione dei livelli di innovazione e digitalizzazione delle imprese italiane, polarizzazione sia territoriale che soprattutto dimensionale.
Ma non si può escludere, e diverse indagini più recenti sembrano suggerirlo, che vi sia stata anche la volontà da parte dei lavoratori di tornare, non appena è stato possibile, in presenza. Questo a causa dell'emersione di numerose condizioni di disagio individuale connesse all'eccessiva solitudine, all'aumento dei carichi di lavoro, al venir meno della separazione tra momenti di vita e momenti di lavoro. Rischi psico-sociali di cui si era a conoscenza in astratto ma che la diffusione massiccia e repentina del lavoro a distanza, senza una vera innovazione organizzativa che li limiti, ha fatto emergere.
Non è così scontato quindi che questa modalità di lavoro sia il futuro, se non in una quota importante ma marginale. I processi di digitalizzazione in parte lo suggeriscono se si proiettano i trend attuali nel futuro, ma le preferenze individuali delle persone non possono essere ignorate. Questi numeri ci suggeriscono di mettere a tema uno dei punti deboli del nostro paese: l'organizzazione del lavoro. Ma di farlo senza innamorarci dei modelli ma rinnovando e innovando le fondamenta, liberando il lavoro dai lacci del novecento senza intervenire solo sulle forme esteriori.
regione.basilicata.it, 13 luglio 2021
Le donne nel mondo lavorativo penitenziario, dentro e fuori le mura del carcere. Sarà questo il tema al centro della presentazione del volume fotografico "Una bellezza prigioniera" promosso dall'Ufficio della Consigliera regionale di Parità della Basilicata, dal Ministero della Giustizia- dipartimento Amministrazione penitenziaria e sostenuto dalla Bcc Basilicata, che sarà presentato giovedì 15 luglio a Potenza, nella Sala degli Specchi del Teatro Stabile alle ore 11.
Il volume racconta uno spaccato del lavoro femminile nella Casa circondariale di Potenza ancora poco conosciuto, documentato dalla fotografa Claudia Marone e dalla dirigente della Polizia penitenziaria e referente delle pari opportunità Anna Cestaro. Interverranno Ivana Pipponzi, consigliera regionale di Parità, il sindaco di Potenza Mario Guarente, la presidente della Bcc Basilicata Teresa Fiordelisi e il Procuratore generale della Corte d'Appello di Potenza Armando D'Alterio. Previste le testimonianze di Antonella Paloscia, dirigente dell'Amministrazione penitenziaria e presidente del comitato Pari opportunità della Polizia penitenziaria e di Giuseppe Martone dirigente generale dell'Amministrazione penitenziaria e Provveditore regionale di Puglia e Basilicata.
Avvenire, 13 luglio 2021
NeN lancia il progetto "IntegrazioNeN assieme alla cooperativa Bee4, finalizzato al reinserimento nel mondo lavorativo. Può un detenuto far parte di una start up? La risposta è sì, è possibile, e sta già accadendo nel carcere di Bollate (Milano), grazie all'incontro tra NeN, la prima azienda EnerTech in Italia, e Bee4, l'impresa sociale nata all'interno del carcere di Bollate che occupa oggi circa 90 detenuti (la prima per numero di impiegati tra quelle nate all'interno della struttura).
Qui, la partnership tra le due aziende ha dato vita a "IntegrazioNeN", un progetto di Csr con una doppia finalità, sociale e "di business": da un lato - quello sociale - contribuire al reinserimento lavorativo dei detenuti della struttura; dall'altro - quello operativo - migliorare la qualità del servizio clienti di NeN, affidando a un gruppo di detenuti alcune attività di "controllo qualità" nel processo di sottoscrizione delle nuove forniture di energia.
A Bollate, dopo un periodo di formazione e affiancamento, i detenuti che lavorano insieme a NeN si occupano di data entry, validazione documentale, controllo e inserimento delle autoletture. Il tutto percependo uno stipendio che quasi sempre viene destinato alle proprie famiglie fuori dal carcere (si chiama "mercede" e rispetta le retribuzioni minime previste dai contratti collettivi). Ma, soprattutto, costruendo per sé stessi un efficace percorso di rieducazione e reinserimento nel mondo del lavoro e nella società civile.
"Il carcere di Bollate è, sin dalla sua apertura, un'eccellenza nell'ambito delle politiche di rieducazione dei detenuti. E gli effetti di questo modello si vedono: qui il tasso di recidiva è del 30%, contro il 70% di media nazionale. In altre parole, è la dimostrazione che far lavorare i detenuti abbatte sensibilmente la possibilità che questi tornino a delinquere una volta scontata la loro pena - spiega Pino Cantatore, il presidente di Bee4, che ha in prima persona vissuto un percorso di formazione professionale in carcere prima di fondare la cooperativa.
A Bollate la Direzione lavora per garantire percorsi di rieducazione e opportunità di reinserimento, e i detenuti si impegnano attivamente in percorsi individuali di responsabilizzazione e formazione professionale. In questo contesto, Bee4 agisce come ponte con il mondo esterno e favorisce l'interazione con la comunità territoriale in tutte le sue forme: la cooperativa impiega già oggi circa 120 persone, di cui 90 con problemi di giustizia, ma puntiamo a raggiungere i 200 occupati entro il prossimo triennio. Abbiamo anche un gruppo di detenuti che la mattina si svegliano, raggiungono un ufficio e a fine giornata lavorativa tornano "dentro".
E di lavoro si tratta, a tutti gli effetti, con tanto di obiettivi di performance e attività di team. L'avere affidato al team di Bee4 alcune attività di controllo e validazione documentale sulle attivazioni di nuove forniture ha permesso di ottimizzare alcuni processi e migliorare la qualità del servizio clienti. Le persone che lavorano a Bollate sono considerate parte integrante del team, con cui spesso vengono organizzati momenti di interazione che vanno a beneficio della crescita di tutti: dei detenuti, dei dipendenti NeN e del team nel suo complesso.
- Modena. I morti e le testimonianze inascoltate
- Messina. Violenze in carcere, la denuncia di un detenuto a Barcellona Pozzo di Gotto
- Libia. La proroga della missione è questione di trasparenza (e violazione di diritti umani)
- L'incubo fame per 811 milioni di persone
- Diritti civili, perché è giusto tifare per la legge Zan










