di Errico Novi
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Dalla responsabilità civile al voto degli avvocati sulle carriere dei giudici: la campagna renderà gli stessi ddl sul processo un grande evento che i partiti non potranno "boicottare". Salvini è un milanese atipico, cita Gaber ed è uno dei tanti piccoli segnali da non sottovalutare, nella sfida referendaria sulla giustizia lanciata ieri in conferenza stampa col Partito radicale.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
Non devono essere confusi gli aspetti degenerativi del corporativismo con quelli elevati dell'associazionismo. Se si intende preservare una effettiva indipendenza e imparzialità bisogna garantirne la autonomia culturale e l'indipendenza istituzionale.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 giugno 2021
La Lega ha presentato insieme al partito radicale sei quesiti referendari: responsabilità civile dei giudici, separazione delle carriere, custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abolizione della raccolta firme alle elezioni al Csm, voto per i membri non togati dei consigli giudiziari. Salvini ripete che la mossa è un aiuto a Cartabia, ma il timore della maggioranza è che la Lega punti a fare il partito di lotta pur rimanendo al governo, cavalcando il tema della giustizia nelle piazze ma senza di fatto affrontarlo nella sede parlamentare già avviata. I quesiti referendari, infatti, potrebbero essere incorporati in emendamenti ai testi già incardinati in parlamento, la cui approvazione è fondamentale per il piano di Recovery. Per ora, però, la Lega non ha seguito questa strada.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 2 giugno 2021
Dalle scuse di Di Maio (poco credibili) al caso del Mottarone, vacilla lo stato di diritto. Per questo sono importanti i referendum promossi da Radicali e Lega: non contro i magistrati ma a favore dello stato di diritto. Luigi Di Maio, chiedendo scusa all'ex sindaco Uggetti con una lettera pubblicata su II Foglio, ha riscosso un larghissimo consenso.
Tutti i commentatori, o almeno la più gran parte, ne hanno tratto il convincimento di un cambio di rotta così radicale, da parte del leader grillino, da segnare addirittura il tramonto di un'epoca ed il passaggio ad una fase nuova della politica italiana. Anche su questo giornale, Alberto Cisterna ha scritto che "l'analisi del ministro Di Maio segna uno scarto decisivo e irreversibile in un fronte politico che, troppo in fretta, era stato descritto come irrimediabilmente giustizialista".
È giustificato tanto entusiasmo? Le perplessità sono molte, troppe. Già l'analisi del testo della lettera suscita molti dubbi sulla sua reale portata. Vi sono, in particolare, due passaggi che vanno sottolineati. Con riferimento alla vicenda dell'ex sindaco Uggetti, afferma Di Maio che "l'arresto era senz'altro un fatto grave in sé, che allora portò tutte le forze politiche a dare battaglia contro l'ex sindaco, ma le modalità con cui lo abbiamo fatto, anche alla luce dell'assoluzione di questi giorni, appaiono adesso grottesche e disdicevoli".
È l'esito del processo, dunque, e cioè "l'assoluzione di questi giorni" che, siccome favorevole all'imputato, proietta una valutazione negativa su quanto avvenuto. Troppo facile! Non è questo il garantismo. Come ha scritto Sansonetti, con riguardo alla vicenda della funivia del Mottarone, il garantismo consiste in "quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l'imputato".
Non è, dunque, l'esito del processo il criterio per giudicare l'ordalia che si è scatenata durante le indagini. L'ordalia è inammissibile in sé e non ha niente a che vedere con la civiltà del diritto. Il secondo passaggio, che va sottolineato, è quello in cui si afferma che "la cosiddetta questione morale non debba essere sacrificata sull'altare di un cieco garantismo".
Cosa significa? Che il garantismo è legittimo se l'imputato è innocente, mentre se è colpevole deve prevalere la persecuzione moralistica? L'affermazione è tanto sconclusionata da rendere evidente il tentativo di conciliare l'inconciliabile e, soprattutto, di non mettere minimamente in discussione il diritto ad invocare la gogna pubblica, quando vi sia il sostegno di pretese ragioni morali. E questa sarebbe la "svolta garantista" dei 5Stelle?
Meglio, dunque, non crogiolarsi nell'illusione che, dopo la lettera di Di Maio, si siano sciolte, anche solo in parte, le difficoltà per una accettabile riforma della giustizia. Anzi, quello che sta accadendo in questi giorni indica che il percorso è tutto in salita. Già con riguardo alla assoluzione di Uggetti, non vi è stato nessuno che abbia levato con forza la voce per chiedere di verificare se vi sia stata superficialità nelle indagini, pregiudizio nelle valutazioni. Nessuno che si sia vergognato della vigliaccheria di non avergli dato solidarietà di fronte alla debolezza delle accuse. Inutile, come ha scritto Gian Domenico Caiazza, rifugiarsi oggi nella retorica consolatoria e mistificante della "giustizia che alla fine trionfa. Una retorica inutile e beffarda".
Emblematico dello stato in cui la giustizia si trova in Italia è anche quanto sta avvenendo con riguardo alla vicenda del Mottarone, cui si é già fatto cenno. Si è scatenata immediatamente una volontà di linciaggio, che ha visto i media, anche quelli che si propongono come moderati, guidare un'opinione pubblica, alla quale si evita accuratamente di ricordare che la civiltà di un paese, anche di fronte a fatti gravissimi, si misura sulla capacità di mantenere fermo il principio che ogni vicenda deve trovare soluzione attraverso una applicazione razionale del diritto e che morale e diritto si collocano su piani diversi.
A questa ondata di indignazione popolare ha fatto seguito la richiesta della Pm di carcerazione preventiva. Ebbene, la Gip ha rilevato che nelle carte dell'indagine mancava quello che tutti davano per scontato e, cioè, addirittura la esistenza di gravi indizi di colpevolezza per due dei tre imputati! Così confermando, per l'ennesima volta, che tra scandalismo moralista e razionale applicazione del diritto vi è un abisso. In proposito, è utile anche ricordare che nessuna richiesta di carcerazione preventiva ha fatto seguito alla tragedia del ponte Morandi, eppure nessuno dubita della estrema serietà della relativa indagine e del giudizio che seguirà.
Queste considerazioni consentono anche di cogliere meglio il significato e la portata dei referendum sulla giustizia, che Partito Radicale e Lega stanno per promuovere. Sbaglierebbe chi ritenesse che la posta più importante in gioco sia il ridimensionamento, approfittando della attuale perdita di credibilità, dei magistrati e, in particolare, delle procure.
Certamente l'ordine giudiziario si batte ormai da tempo, in modo compatto, per ostacolare qualsiasi riforma che limiti lo smisurato potere che oggi ha lo scassato sistema giustizia. In questo, dunque, sta svolgendo il ruolo di una forza conservatrice. La posta in gioco più importante è, tuttavia, costituita dal tentativo, attraverso il referendum, di ripristinare nella collettività il senso delle istituzioni e del diritto, la consapevolezza della complessità delle vicende umane e la totale inadeguatezza della rabbia e del rancore a governare una società.
Specie una società sempre più articolata, che deve affrontare le sfide della modernità. Spetta ai partiti ed agli altri gruppi intermedi intercettare e razionalizzare le istanze di trasformazione e di tutela che vengono dalla collettività, Strumentalizzarle per convogliarle in un disperato desiderio di spietata vendetta collettiva, come purtroppo è spesso accaduto in questi ultimi trenta anni, ha portato il paese sull'orlo del collasso. Ecco, allora, che l'iniziativa referendaria presenta il pregio di offrire l'occasione per aprire nel paese una stagione di dibattito sulla giustizia, e quindi sul diritto.
Il rischio, ovviamente, è che chi ha sinora lucrato su di una giustizia, usata come arma contro l'avversario, ostacoli il dibattito e cerchi di occultare la vicenda referendaria. Non sarebbe la prima volta. Ma significherebbe sottovalutare il rischio che un ulteriore degrado della attuale situazione può rappresentare per la tenuta delle istituzioni democratiche. Non è la rabbia popolare il fondamento di una democrazia.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 2 giugno 2021
Siamo stati per quasi trent'anni "garantisti pelosi", da quando Giorgio Bocca - era il 21 marzo 1993 - coniò l'epiteto contro l'avvocato Alfredo Biondi, beccandosi peraltro una risposta memorabile: "Che io sia peloso l'avrà saputo da sua sorella". A quanto pare oggi ci consentono di perdere il pelo (non il vizio, quello ce lo teniamo stretto) e ci propongono di scegliere tra due nuove opzioni: "garantisti ciechi" (Luigi Di Maio) o "impunitisti" (Enrico Letta).
di Adriano Sofri
Il Foglio, 2 giugno 2021
I cambiamenti rapidi e radicali a cui andiamo incontro tutti i giorni devono essere governati. Ma la classe politica e giudiziaria in Italia non sembra essere all'altezza in questo momento. Pannella, chi gli rinfacciasse di essere disposto a fare un patto col diavolo, si sarebbe offeso: "Il diavolo sono io". Matteo Salvini non è il diavolo, almeno non il diavolo in capo, ma è per il momento un tipo che dice: "marcire in galera" e che corre a farsi il selfie con gli agenti penitenziari accusati di torture. D'altra parte, iniziative strampalate - che il cielo le accompagni, del resto - non possono che fiorire nel momento in cui i pensieri forti si sono dimessi e il discredito simultaneo della classe politica e della classe giudiziaria ha spalancato le porte agli incursori.
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Strage della funivia, la giudice che ha scarcerato i tre indagati smonta le polemiche: "Dovreste essere tutti felici di vivere in uno Stato democratico". "Il pm fa il suo lavoro bene e io faccio il mio lavoro credo altrettanto onestamente. È il sistema, dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici. Perché non siete felici? L'Italia è un Paese democratico". Poche parole, rubate dai cronisti assiepati davanti al Tribunale di Verbania. Ma quanto basta al giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici per liquidare una polemica alimentata dai media che, che da giorni, non aspettano altro che l'ennesimo battibecco sulla giustizia, mettendo in secondo piano tutto: la tragedia, le vittime, le regole del diritto, gli equilibri del giusto processo. Così, nel teatrino che è diventata l'inchiesta sulla tragedia della funivia di Stresa-Mottarone, tocca alla giudice rimettere in ordine le cose. Ricordando che esiste lo Stato di diritto e che per tutti, giustizialisti compresi, è una garanzia che dovrebbe far dormire sonni tranquilli.
La decisione del giudice di rimettere in libertà due degli indagati e mandare a domiciliari il terzo ha, infatti, generato l'ennesimo vespaio di polemiche. Perché in tanti, ignari delle regole che stanno alla base del sistema accusatorio, hanno tratto un'unica conclusione: il giudice ha già assolto tutti, mandando in fumo un'inchiesta che, invece, aveva già trovato i colpevoli in pochi giorni, tradendo i familiari delle vittime che, intanto, aspettano giustizia.
Insomma, una sentenza già scritta stracciata in faccia all'opinione pubblica, per la quale quegli indagati non meritano - ovviamente - alcuna difesa. La gip, però, ha chiarito, probabilmente suo malgrado, i fatti: "Io ho osservato - ha detto - che non esisteva il pericolo di fuga, e non ho ritenuto per due persone la sussistenza dei gravi indizi non perché non abbia creduto a uno (Tadini, ndr), ma ho ritenuto non riscontrata la chiamata in correità.
La chiamata in correità - ha aggiunto - deve essere dettaglia e questa non lo era ed anzi era smentita da altre risultanze". Insomma: di elementi concreti, tra quelli - necessariamente parziali - portati dalla procura, non ce n'erano. Non abbastanza, di certo, per tenere tre persone in carcere ipotizzando un pericolo di fuga motivato con il clamore mediatico della vicenda.
Così, sabato sera, ha preso la propria decisione applicando semplicemente la legge, mandando ai domiciliari Gabriele Tadini, responsabile del funzionamento dell'impianto e reo confesso, e lasciando a piede libero Enrico Perocchio, direttore di esercizio dell'impianto e Luigi Nerini, amministratore unico di Ferrovie del Mottarone.
Tutti rimangono indagati per gravi reati: rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, omicidio colposo e lesioni colpose, mentre il solo Tadini risulta anche indagato per falsità ideologica, non avendo segnalato nell'apposito registro il malfunzionamento del sistema frenante della cabina numero 3, che il 23 maggio, è precipitata a folle velocità verso valle, sganciandosi dalla fune e schiantandosi a terra, fino ad impattare contro gli alberi, provocando la morte di 14 persone e lesioni gravi all'unico sopravvissuto, un bimbo di 6 anni.
La decisione non è piaciuta alla procuratrice Olimpia Bossi, che commentando l'esito dell'udienza di convalida si è lasciata andare ad un attimo di amarezza: "Prendevamo insieme il caffè - ha detto parlando della gip -, per un po' lo berrò da sola".
Insomma, la non conformità dell'azione del giudice a quella del magistrato è stata interpretata come "un atto di inimicizia", come ha osservato l'Unione delle Camere penali. Ma la procuratrice ha anche fatto una distinzione tra diverse categorie di diritti: "Quelli dei vivi" contro "quelli dei morti", come se appartenessero a due mondi diversi, quasi in conflitto. Delle due donne protagoniste di questa vicenda giudiziaria la stampa fornisce due ritratti opposti: amorevole ed empatica la procuratrice, "gelida" la giudice, diceva ieri La Stampa. E non è difficile immaginare che leggendo tali descrizioni non si finisca per simpatizzare per l'una anziché per l'altra, come se, appunto, la giustizia fosse questione di tifo.
Ma così non è, ricorda Banci Buonamici. La giustizia è fatta di diritti, di garanzie che valgono per tutti, buoni e cattivi, belli e brutti. E il suo provvedimento - che non tradisce alcuna convinzione personale sulla responsabilità degli indagati - ne è la dimostrazione più lampante. La giudice, infatti, non ha fatto altro che constatare la fragilità degli elementi a supporto della richiesta di convalida del fermo, sottolineando che lo stesso è stato eseguito "al di fuori dei casi previsti dalla legge". Illegittimo, dunque, e non avallabile in uno Stato di diritto. Perché illegittimo? Nessun elemento concreto è stato portato a sostegno del pericolo di fuga, "presupposto indefettibile per procedere al fermo di indiziati di reato".
E la richiesta non indica "alcun (scritto tutto maiuscolo nell'ordinanza del giudice, ndr) elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati". Non vale, giuridicamente, il richiamo al clamore mediatico della vicenda ("è di palese evidenza la totale irrilevanza", al punto da definirlo "suggestivo"), né la minaccia di una pesantissima sanzione detentiva ("le situazioni di concreto e attuale pericolo non possono essere desunte unicamente dalla gravità del titolo di reato").
Si tratta, cioè, solo di supposizioni, di ipotesi non riscontrate. Tant'è che il giudice evidenzia dati ovvi, in assenza di altri elementi: i tre vivono, lavorano e hanno famiglia in Italia, uno dei tre ha confessato, gli altri due si sono messi subito a disposizione degli inquirenti. Da cosa si poteva evincere il pericolo di fuga? Così come la chiamata in correità di Tadini nei confronti di Nerini e Perocchio non risulta riscontrata: gli operai sentiti a sit hanno anzi tutti confermato la responsabilità di Tadini, tranne uno, colui che avrebbe dovuto togliere i ceppi al sistema frenante e che, dunque, "ben sapeva del rischio di essere lui stesso incriminato per avere concorso a causare con la propria condotta, che avrebbe benissimo potuto rifiutare, la morte dei 14 turisti".
Insomma: non era totalmente credibile. Così come non lo sarebbe l'indagato principale, che ha mentito laddove ha negato di avere il potere di fermare l'impianto, possibilità, invece, prevista dalla legge. "Certamente - ha evidenziato il gip - tale normativa non poteva essere da lui ignorata trattandosi di perito tecnico con mansioni di responsabilità, operante da 36 anni nel settore dei trasporti su fune".
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Il sindacato delle toghe "dimentica" i giudici. "Sulla separazione delle carriere ci sono criticità che a me sembrano non superabili. Creare un corpo di pubblici ministeri separato da tutto è probabilmente più pericoloso dell'attuale assetto". La frase tra virgolette è stata pronunciata il 29 aprile scorso, poco più di un mese fa, da Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Una frase con la quale il numero uno del sindacato delle toghe ha ribadito la linea del no alla separazione delle carriere, considerata addirittura pericolosa, in quanto la conseguenza che ne deriverebbe sarebbe quella della dipendenza del pm dal potere politico. "È proprio necessario allontanarlo dalla giurisdizione, recidere quel legame di formazione comune e di condivisione di percorsi professionali, pur nella già accentuata separazione delle funzioni, che allo stato definiscono la cornice entro la quale il pubblico ministero può alimentarsi di una cultura delle garanzie?", aveva dichiarato in un'intervista al Riformista.
Per le toghe, d'altronde, è sciocco auspicare una divisione, perché l'indipendenza di inquirenti e giudicanti sarebbe garantita già oggi, senza bisogno di sconvolgere alcunché. Ne è certa, ad esempio, la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, che ha preso come esempio la decisione della gip Donatella Banci Buonamici - che ha smontato l'impianto accusatorio formulato dalla procura nelle indagini sulla tragedia di Stresa-Mottarone - per ribadire che, nonostante la vicinanza ("prendevamo sempre il caffè insieme"), ognuno riesce a fare il proprio lavoro con il dovuto distacco.
Eppure proprio questo caso ha dimostrato il contrario: non solo grazie al commento della stessa Bossi, che ha deciso di cambiare abitudini rimandando quel quotidiano caffè ad un domani non meglio specificato, come se le decisioni di un giudice contrarie alle posizioni di un pm fossero da considerare una sorta di sgarbo, ma anche grazie alla reazione dell'Anm. È lo stesso sindacato delle toghe, infatti, ad usare due pesi e due misure, difendendo a spada tratta i magistrati che hanno formulato le accuse dai presunti attacchi dei penalisti, accusati di voler esercitare indebite pressioni sulla procura (anzi, sulle procure in generale), solo per aver affermato che quel fermo è stato eseguito in maniera illegittima. Parole considerate un attacco e, dunque, respinte come una minaccia.
Ma la stessa giunta piemontese dell'Anm, che si è espressa dopo il provvedimento del gip, non ha tenuto in considerazione proprio quanto detto dal giudice, che non la sua decisione ha sconfessato il lavoro di quelle toghe, peraltro confermando le osservazioni ritenute "indebite" degli avvocati. "Il fermo è stato eseguito al di fuori dai casi previsti dalla legge", ha scritto Banci Buonamici, di fatto ribadendo quanto già detto dagli avvocati, che pure non erano entrati nel merito della questione. La domanda, formulata anche dalla Camera penale del Piemonte orientale, è d'obbligo: l'Anm non rappresenta, forse, anche i giudici? E perché la difesa d'ufficio è scontata per quei giudici che condannano o confermano le misure cautelari (aderendo alla tesi del pm) e per gli stessi organi inquirenti e non lo è per chi decide, con la stessa autonomia e indipendenza, di sconfessare le tesi dell'accusa? Il legame, allora, è già reciso. E l'Anm, ad oggi, appare proprio essere il sindacato dei soli pm. In caso contrario batta un colpo.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 2 giugno 2021
L'ormai lungo romanzo mediatico-giudiziario della cosiddetta trattativa Stato-mafia si arricchisce di un ulteriore capitolo, suggestivo forse sul piano drammaturgico, ma discutibile in punto di diritto: la memoria di 78 pagine depositata dai sostituti procuratori generali Fici e Barbiera nel processo-trattativa con rito ordinario attualmente in fase di appello per contestare la fondatezza dell'assoluzione definitiva dell'ex ministro Calogero Mannino nel processo parallelo con rito abbreviato già conclusosi anche in Cassazione.
Che la procura generale palermitana abbia interesse a tentare di smontare in profondità il predetto giudicato assolutorio è in sé comprensibile: l'accusa originaria rivolta a Mannino (di avere cioè sollecitato per primo il dialogo che esponenti delle istituzioni avrebbero avviato con i vertici mafiosi corleonesi per stipulare patti compromissori in vista dell'interruzione della strategia omicidiaria ai danni di uomini politici colpevoli, secondo Cosa nostra, di non aver voluto o saputo impedire l'avallo in Cassazione delle pesanti condanne piovute nel maxiprocesso) costituiva e continua infatti a costituire il presupposto di tutta la costruzione accusatoria della trattativa; per cui, se cade il primo pilastro, incombe il rischio concreto di un crollo dell'intera struttura argomentativa.
Nondimeno, rimane da chiedersi: è ammissibile che l'organo di accusa del processo-madre prenda in mano la matita blu per segnare i (presunti) numerosi errori motivazionali in cui sarebbero incorsi i giudici di un altro processo per giunta passato al vaglio del giudizio di legittimità? I sostituti procuratori generali ritengono di potersi ergere a super-censori del già deciso avvalendosi del ricorso all'art. 238 bis del codice di procedura penale, cioè di una disposizione normativa approvata subito dopo la strage di Capaci (in cui perse la vita Giovanni Falcone) e concepita appunto per essere applicata soprattutto nei processi di criminalità mafiosa: questa disposizione stabilisce che le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite in altri procedimenti ai fini della prova dei fatti da esse accertati e sono valutate a norma degli artt. 187 e 192, comma 3, dello stesso codice di procedura (vale a dire unitamente agli altri elementi di prova disponibili).
Evidentemente il legislatore del 1992, disponendo in questo modo, muoveva dalla premessa - funzionale ad una esigenza di economia probatoria - che, essendo Cosa nostra una realtà criminosa unitaria, ogni singolo processo già concluso potesse contenere acquisizioni utili ai fini della condanna di altri mafiosi in processi ancora in corso: insomma, ciascun processo come un tassello che contribuisce alla messa in stato di accusa e alla punizione dell'intera organizzazione criminale. Se così è, sembra allora quantomeno dubbio che lo stesso art. 238 bis possa essere senza obiezioni utilizzato per uscire dal vicolo cieco di giudizi contraddittori sugli stessi fatti, la cui esistenza indebolisce fortemente un'ipotesi accusatoria che si intende nonostante tutto perseguire, e ciò sino al punto di pretendere di ribaltare di fatto e nella sostanza l'esito di processi già legittimamente chiusi.
È vero che esiste pur sempre - come gli stessi procuratori riconoscono - lo sbarramento opposto dal principio del ne bis in idem, grazie al quale Mannino una volta assolto in via definitiva non può essere più formalmente riprocessato per gli stessi fatti. Ma è altrettanto vero che Mannino finisce, per effetto della mossa della procura, col subire ancora una volta la medesima imputazione su di un piano per così dire sostanziale, tornando a rivestire - anche agli occhi della pubblica opinione - il ruolo di un (presunto) colpevole fortunosamente sfuggito alla condanna a causa della (presunta) scarsa perizia dei suoi giudici. È tollerabile un tale accanimento accusatorio fuori tempo massimo, sia pure strumentale alla perseguita condanna di altri supposti protagonisti della trattativa, in uno Stato di diritto degno di questo nome?
Comunque sia, due assunti sembrano a questo punto ricevere una significativa conferma. Il primo è questo: l'esistenza di sentenze contrastanti riprova che l'impalcatura della trattativa è basata su di un teorema che non può in ogni caso essere provato oltre ogni ragionevole dubbio, per cui l'esito dovrebbe essere sempre assolutorio. Il secondo: l'auspicato salto di qualità della nostra giustizia penale esigerebbe, prima ancora che ennesime riforme legislative, un riorientamento culturale volto a contrastare la duplice patologia del teoremismo accusatorio e di un punitivismo oltranzista che tende, per di più, ad assimilare indebitamente giudizio penale, giudizio storico-politico e giudizio morale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Nella memoria, depositata alla Corte d'appello dove è in corso il processo trattativa, si criticano le sentenze di assoluzione di Calogero Mannino. Quasi a voler dire, parafrasando Orwell, che ci sono sentenze più uguali delle altre. "Travisamento dei fatti", "mancata assunzione di prova decisiva", "grave illazione fondata sul nulla", "mera illazione", "evidente abbaglio", sono una delle tante considerazioni che il procuratore Generale di Palermo riserva alle motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado che hanno assolto, con tanto di pronuncia definitiva della Cassazione, l'ex ministro democristiano Calogero Mannino. Parliamo della memoria depositata alla Corte d'appello di Palermo dove è in corso il secondo grado del processo trattativa Stato-mafia. Più specificatamente la procura generale è entrata nel merito della decostruzione della tesi trattativa e della gestione del procedimento del famoso dossier mafia-appalti, di cui uno dei pubblici ministeri titolari era proprio l'attuale procuratore generale di Palermo, che rappresenta oggi l'accusa nel processo trattativa.
Sono tre le giudici che - avrebbero omesso, travisato, fatto contradditorie motivazioni - In particolare, sono tre le giudici che - a detta del Pg - avrebbero omesso, travisato, fatto contradditorie motivazioni: la gup Marina Petruzzella, il collegio presieduto da Adriana Piras e la compianta Gip di Caltanissetta Gilda Loforti. Quest'ultima merita un ricordo. Era nata a Cefalù il 31 agosto del 1959 ed è scomparsa a soli 49 anni, per una grave malattia che l'aveva colpita nel 2000 e che pareva avere superato con grande energia, sino a un ultimo devastante episodio che il primo aprile del 2008 l'ha portato via. Nella sua breve ma intensa carriera, è stata prima giudice al Tribunale di Nicosia e, poi, al Tribunale e alla Corte di Appello di Caltanissetta. Oggi c'è un'aula del tribunale nisseno a lei dedicata.
Gilda Loforti aveva smentito la teoria della doppia informativa per mafia-appalti - Nella memoria della Procura generale viene citata anche la Loforti, poiché la giudice di primo grado Petruzzella ha reso noto la sua ordinanza di archiviazione del 15 marzo 2000. In particolare il riferimento è al capitolo relativo alla teoria della doppia informativa, ovvero l'accusa da parte dei titolari del procedimento mafia-appalti di allora (e rievocata nuovamente dall'accusa del processo Mannino) che consisteva nel dire che i Ros avrebbero depositato un dossier depurato appositamente dei nomi dei politici importanti.
La compianta Loforti, invece, attraverso un'analisi capillare dei fatti (con tanto di indagini svolte) aveva smentito tale teoria. La giudice Petruzzella l'ha fatto presente nelle motivazioni, respingendo le accuse del pm che, a detta della procura generale di Palermo - così come scrive nella memoria appena depositata - avrebbe fatto "ineccepibili e gravissime considerazioni". Per il Pg l'accusa è ineccepibile, per la giudice Petruzzella evidentemente no. Motivazioni che saranno confermate e ampliate dal collegio guidato dalla giudice Piras. Ma anche in quel caso, come si evince dalla memoria depositata dal Pg, evidentemente non ci hanno capito nulla.
La memoria del Pg è tutta concentrata sulla trattativa - Ma la memoria è tutta concentrata sulla trattativa. Una giudice e un intero collegio, secondo il Pg, non avrebbero assunto prove, a detta loro, decisive. Così come, sempre secondo la procura generale, ci sarebbe stata in più punti una "manifesta illogicità della motivazione assolutoria del Mannino". Tra gli altri rilievi compare anche "l'omessa e contraddittoria motivazione in merito alle dichiarazioni rese da Ferraro Liliana". In sostanza, la Corte d'Appello presieduta dalla Piras avrebbe dunque sbagliato concentrandosi sulle dichiarazioni dibattimentali della Ferraro del 28 settembre 2010, nel procedimento instaurato nei confronti dei carabinieri Mori e Obinu, imputati (e assolti definitivamente) della cosiddetta mancata cattura di Provenzano.
Secondo il Pg la Corte che ha assolto Mannino avrebbe dovuto bacchettare la Ferraro - Come mai questa obiezione? Secondo la memoria del Pg, concentrandosi solo su questo, la Corte presieduta dalla Piras "ha omesso di valutare significative divergenze, palesi omissioni ed evidenti contraddizioni in precedenti e successive audizioni della stessa nella fase delle indagini". Ed ecco che, secondo la procura generale di Palermo, la Corte che ha assolto Mannino avrebbe dovuto bacchettare la Ferraro. Sì, proprio colei che lavorò al fianco di Giovanni Falcone fino alla fine dei suoi giorni. Dedicò vent'anni della sua esistenza professionale alla collaborazione con gli uffici giudiziari, prima per la lotta contro il terrorismo, poi contro la mafia. Fu lei che contribuì alla ristrutturazione del carcere dell'Asinara per far rinchiudere le Brigate rosse, così come dopo, assieme all'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, fu sempre lei a far riaprire le carceri speciali per rinchiudere i mafiosi dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio.
Il ricorso rigettato dalla Cassazione - Una vita dedicata alla lotta alla criminalità organizzata. Parliamo della stessa Ferraro che nella sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato-mafia viene fortemente bacchettata, sottolineando che ha avuto "eclatanti dimenticanze". In questo caso nessuno ha avuto nulla da dire. Ma se delle giudici serie, come quelle del processo Mannino, che non si lasciano fuorviare dalle suggestioni e pressioni massmediatiche, decidono di restituire la giusta dignità a una donna che ha svolto con amore il proprio dovere - per questo rispettata da Falcone e Borsellino -, allora no, non va bene: arriva un pezzo, in realtà molto piccolo ma più rumoroso, della magistratura che si sente superiore ai giudici stessi e addirittura, come in questo caso, alla Cassazione che ha rigettato il loro ricorso.
Lo Stato di diritto e il giudice terzo - Una superiorità manifestata tramite una memoria che, di fatto, colpisce il lavoro del giudice che deve essere terzo e che si pone in una posizione di assoluta indifferenza e di effettiva equidistanza dalle parti contendenti. Questo recita la Costituzione e questo è il pilastro dello Stato di diritto. D'altronde, la memoria dei Pg, ironia della sorte, arriva proprio nel momento in cui è sotto tiro un'altra Gip. Parliamo di Donatella Banci Buonamici, "rea" di aver scarcerato sabato i tre fermati per l'incidente della funivia del Mottarone, mettendo ai domiciliari Gabriel Tadini. L'Associazione nazionale dei magistrati, invece di difendere lei, ha attaccato le Camere penali.
Secondo la memoria depositata la sentenza di primo grado sulla trattativa è l'unica via maestra - Ma ritorniamo alla memoria depositata dalla procura generale. Oramai siamo nella fase in cui si prende come unica via maestra la sentenza di primo grado sulla trattativa: tutte le altre sentenze, anche definitive, valgono come la carta straccia. Sbagliano i tre gradi giudizio sul processo a Mannino che smentiscono la trattativa, sbagliano le sentenze del Borsellino Quater che escludono categoricamente la presunta trattativa collegata con l'accelerazione della strage di Via D'Amelio, sbagliano le due decisioni del processo Capaci Uno e Capaci bis che individuano il movente mafia- appalti come causa della strage, escludendo teorie fantasiose come quelle del "doppio cantiere" nella fase di esecuzione della strage dove perse la vita Giovanni Falcone. Sembrerebbe proprio che gli unici a non sbagliare siano quelli che - inquirenti e giudicanti - da Palermo sostengono la tesi della trattativa.
Parafrasando Orwell "ci sono sentenze più uguali di altre" - Siamo arrivati quindi ad Orwell. In particolare parliamo del suo famoso libro "La fattoria degli animali". Un romanzo, tra l'altro, che aveva il compito di smascherare talune ipocrisie. Sì, perché, così ha affermato Orwell, "se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire". Ebbene, il libro parla di un regime che diventa ben presto dittatoriale. Al motto "tutti gli animali sono uguali" viene aggiunto "Ma alcuni sono più uguali degli altri".











