di Simona Musco
Il Dubbio, 1 giugno 2021
Ira di procura e Anm per il no della giudice agli arresti. L'Anm accusa la Camera penale di voler fare pressioni sulla procura. Ma le loro osservazioni sull'illegittimità del fermo sono identiche a quelle della gip, che ha scarcerato gli indagati. Non si può giustificare un fermo con il clamore mediatico. E non si può ipotizzare il pericolo di fuga solo sulla base della gravità del reato contestato, per quanto odioso e per quanto tragiche siano state le sue conseguenze.
Si racchiude tutta qui, in soldoni, la decisione del gip di Verbania, Donatella Banci Buonamici, che ha definito "irrilevanti" le ragioni alla base della richiesta di convalidare il fermo per le tre persone indagate per la strage della funivia di Stresa-Mottarone. Si tratta, come noto, di Gabriele Tadini, responsabile del funzionamento dell'impianto e reo confesso, per il quale il gip ha disposto i domiciliari, Enrico Perocchio, direttore di esercizio dell'impianto e Luigi Nerini, amministratore unico di Ferrovie del Mottarone, per i quali invece il gip ha disposto la scarcerazione.
Tutti rimangono indagati per gravi reati: rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, omicidio colposo e lesioni colpose, mentre il solo Tadini risulta anche indagato per falsità ideologica, non avendo segnalato nell'apposito registro il malfunzionamento del sistema frenante della cabina numero 3, che il 23 maggio, è precipitata a folle velocità verso valle, sganciandosi dalla fune e schiantandosi a terra, fino ad impattare contro gli alberi, provocando la morte di 14 persone e lesioni gravi all'unico sopravvissuto, un bimbo di 6 anni.
La degenerazione mediatica - La vicenda è subito diventata un caso mediatico: "Gli inquirenti - denunciava domenica l'Osservatorio sull'informazione giudiziaria dell'Unione delle Camere penali -, in sole 48 ore, hanno affermato pubblicamente di aver individuato e fermato i primi (ma non gli unici) responsabili della tragedia. Non solo: diffondono le loro dichiarazioni che portano a proclami di responsabilità in quanto "la cabina era a rischio. E lo sapevano".
Ma non solo: nelle motivazioni del fermo disposto dalla procura veniva tirato in ballo, come motivazione, "l'eccezionale clamore a livello anche internazionale", giustificando, di fatto, la privazione della libertà di tre persone con la risonanza della stessa indagine sui media. Una tesi totalmente bocciata dalla gip e, prima, dai penalisti del Piemonte occidentale e della Valle d'Aosta, che attraverso il presidente Alberto De Sanctis avevano analizzato l'uso dello strumento del fermo.
"Lo abbiamo fatto prescindendo completamente dai fatti - spiega De Sanctis al Dubbio. Ci era sembrato singolare, in una vicenda come questa, pensare di applicare un istituto che consente di portare un uomo in carcere soltanto per il pericolo di fuga, dal momento che non c'erano prove a riguardo. Si tratta di un'ipotesi di reato molto grave, ma colposa, che riguarda persone che hanno risorse economiche, famiglie e lavoro qui: è difficile che siano pronti a fuggire a poche ore dalle indagini". La seconda riflessione riguarda, invece, la gogna: "C'è stata una ricostruzione accusatoria fatta in pochi giorni e comunicata con plurime conferenze stampa, nelle quali si spiegava la ricostruzione delle ipotesi di reato con la logica del profitto - aggiunge.
La vicenda merita forse un maggiore approfondimento prima di dare in pasto ai giornalisti ricostruzioni già cristallizzate. Ci teniamo molto ad affermare un principio che è nella direttiva dell'Ue sul principio di non colpevolezza, inteso non solo in senso endoprocessuale, ma anche per quanto riguarda la comunicazione giornalistica. Le informazioni, in una fase così delicata, vanno centellinate".
L'ira dell'Anm - Ma l'esternazione di De Sanctis non è andata bene alla giunta dell'Anm del Piemonte, che si è schierata in difesa della procuratrice Bossi poche ore dopo la decisione del gip, che pure dava ragione ai penalisti. "Piena solidarietà ai colleghi della procura di Verbania che, con costante impegno ed indiscutibile spirito di servizio, si dedicano da giorni ad un'indagine complessa quanto dolorosa", si legge nella nota, con la quale l'Anm "stigmatizza come inopportune e fuorvianti le pesanti critiche portate ad un'indagine in corso", tali da insinuare "inaccettabilmente il sospetto che siano state adottate scelte processuali al limite della legalità o addirittura per compiacere il sentire popolare".
Affermazioni che, secondo i magistrati, rappresenterebbero un "inaccettabile strumento di pressione e condizionamento dell'attività giudiziaria, vieppiù in quanto provenienti da organo in nessun modo chiamato istituzionalmente ad esprimere giudizi sulle modalità di indagine ed anzi sistematicamente impegnato nella delegittimazione dei pubblici ministeri, che si vorrebbero sottrarre alle garanzie della giurisdizione". Accuse respinte al mittente dai penalisti, che hanno definito "fuori luogo" la polemica, in quanto "non c'è stato nessun attacco ai magistrati". "È singolare che l'Anm, associazione rappresentativa dei pubblici ministeri ma anche - è bene ricordarlo - dei giudici, esprima indignazione per una nostra legittima riflessione giuridica, per nulla "inopportuna e fuorviante", sull'uso dell'istituto del fermo di indiziato di delitto, stando attenti a non entrare nel merito delle responsabilità, tutte da accertare nel processo - afferma De Sanctis -. È doppiamente singolare perché il giudice, che l'Anm dovrebbe rappresentare, scrive nel suo provvedimento che "il fermo è stato eseguito fuori dai casi previsti dalla legge". Non lo scrive la Camera penale, lo scrive un magistrato. La gogna mediatica è stata riservata ad altri e su questo invitiamo tutti ad una pacata riflessione".
La reazione della procuratrice - La procuratrice Bossi, commentando la decisione del gip, ha invece evidenziato due cose: da un lato che la decisione proverebbe l'indipendenza del giudicante dall'inquirente e, dunque, la superfluità della separazione delle carriere. Ma ciò non senza tradire la propria delusione, affermando che "prendevamo insieme il caffè, per un po' lo berrò da sola".
Una dimostrazione, secondo l'Ucpi, che l'indipendenza professata poco prima si tramuta in "un atto di inimicizia": "La regola che ci si aspetta debba essere di norma rispettata è l'adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che per tutelare e proteggere, dichiara la dottoressa Bossi, "l'enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri". Un ulteriore spot, secondo i penalisti, per la "ormai imprescindibile necessità della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 1 giugno 2021
Lascia definitivamente il carcere l'ex boss collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, il capomafia che azionò il telecomando della strage di Capaci e poi decise l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito che per primo svelò i segreti della stagione stragista del 1992. Ieri pomeriggio, ha lasciato il penitenziario di Rebibbia per fine pena. Il fedelissimo di Totò Riina era stato arrestato dalla polizia il 20 maggio 1996, un mese dopo era già davanti i magistrati della procura di Palermo per svelare i segreti di Cosa nostra. In questi anni, Giovanni Brusca ha continuato a testimoniare in tanti processi, da ultimo davanti ai giudici di Palermo che si sono occupati della "Trattativa Stato-mafia".
Come anticipato ieri dal sito dell'Espresso, adesso l'ex boss è un uomo libero, continua ad essere sottoposto al programma di protezione. Tecnicamente ha però ancora da scontare quattro anni di libertà vigilata, così ha deciso la corte d'appello di Milano, l'ultima a pronunciarsi sul conto del collaboratore in relazione al processo più recente. Nei mesi scorsi, una sua richiesta di scarcerazione anticipata aveva creato tante polemiche. Nonostante da anni usufruisse di permessi premio ogni 45 giorni. Due anni fa, la Corte di Cassazione aveva detto no agli arresti domiciliari per il pentito, nonostante il parere favorevole della procura nazionale antimafia.
Adesso, arriva la scarcerazione per fine pena. Dura la reazione di Tina Montinaro, la vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone: "Sono indignata, lo Stato ci rema contro, noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l'uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero". Maria Falcone, sorella del giudice, argomenta: "Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell'ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso".
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 1 giugno 2021
Fedelissimo di Totò Riina e tra i responsabili della strage di Capaci, sarà sottoposto al regime di libertà vigilata per 4 anni. Era detenuto a Rebibbia. La vedova del caposcorta di Falcone: "Indignata".
È tornato a vedere il cielo da uomo libero, dopo venticinque anni, Giovanni Brusca: uno degli uomini più spietati e fedeli di Totò Rina, allora capo di Cosa Nostra. Grazie all'ultimo abbuono, previsto dalla legge, di 45 giorni, il sessantaquattrenne di San Giuseppe Jato, nel Palermitano, ha pagato il conto con la giustizia italiana e ha lasciato il carcere romano di Rebibbia. Come ha stabilito la Corte d'Appello di Milano, l'ultima a pronunciarsi su di lui, sarà sottoposto a controlli, protezione e a quattro anni di libertà vigilata. Brusca, noto anche come "'u verru" (il porco), è stato fra i protagonisti della stagione stragista dei Corleonesi.
Figlio di Bernardo, alleato fin dai tempi in cui il capo era Luciano Leggio, prese il suo posto come capo mandamento dopo l'arresto del vecchio boss nel 1985 che in cella morì senza mai aprire bocca. Fu tra i responsabili di delitti "eccellenti" come la strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i loro agenti di scorta. Per sua stessa ammissione fu responsabile di centinaia di omicidi. Un numero così alto che lui stesso non è mai riuscito a dire con esattezza.
Fra di questi anche quello barbaro del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino: un bambino di 11 anni quando lo afferrarono, tenendolo sotto sequestro fra Palermo e Agrigento per due anni. Per indurre il padre a ritrattare ciò che aveva iniziato a mettere a verbale con l'allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, fu rapito il 23 novembre 1993 con uno stratagemma: uomini travestiti da agenti della Direzione investigativa antimafia. Giuseppe fu tenuto in ostaggio, tra vari covi, fino alll'11 gennaio 1996 quando decisero di strangolarlo e poi sciogliere il cadavere nell'acido nell'ultima "prigione" nelle campagne di San Giuseppe Jato. Brusca, dopo gli anni di sangue, volta le spalle a quell'infame codice mafioso e sceglie di diventare un collaboratore di giustizia.
Tantissime le reazioni, già a poche ore dalla notizia (potete leggerle tutte qui). Molte sdegnate, come quella di Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone, ucciso nella strage di Capaci: "Sono indignata - ha detto all'agenzia AdnKronos. Dopo 29 anni non conosciamo la verità sulla strage e Brusca è libero". Maria Falcone, sorella di Giovanni, ha commentato: "Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello, e quindi va rispettata". Poi ha aggiunto: "Mi auguro solo che magistratura e le forze dell'ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere".
Sulla stessa lunghezza d'onda è Luigi Savina, ex vice capo della polizia di Stato e dirigente della Mobile che catturò Brusca: "Faccio mie le parole di Maria Falcone e ne condivido ogni virgola". La notizia della scarcerazione ferisce chi è stato vittima di quella mafia stragista e non è morto per un soffio. "È un'offesa per le persone che sono morte in quella strage - ha detto Giuseppe Costanza, autista del giudice Falcone scampato alla strage di Capaci- e per me dovevano buttare via le chiavi". Giovanni Paparcuri, autista di Falcone nei primi anni Ottanta, rimasto ferito nell'attentato in cui morì il giudice Rocco Chinnici è indigato: "Non ho mai creduto al suo pentimento e mai ci crederò, io l'avrei fatto marcire in galera per tutta la vita per gli innumerevoli morti che ha sulla coscienza ma essendo in uno Stato di diritto e se la legge prevede che a questi assassini poi divenuti collaboratori spettano dei benefici, da buon soldato, ma a malincuore ne prendo atto e me ne faccio una ragione, anche se è molta dura, durissima".
Brusca, latitante, fu arrestato insieme al fratello Enzo a Cannatello, una frazione di Agrigento, il 20 maggio 1996 grazie a una rocambolesca operazione delle forze dell'Ordine. Erano da poco passate le 21 quando, davanti a un villino così vicino al mare da poter sentire lo iodio sfreccia una moto rumorosa: è il segnale. Gli uomini della Squadra mobile di Palermo, pronti a fare l'irruzione, captano lo stesso rumore mentre lo intercettano al telefono. La sua cattura è stata preparata a lungo, a partire dal ritrovamento di un'agenda con codici e numeri di telefono, a cui seguono indagini serrate, intercettazioni, appostamenti e l'obbligo di massima segretezza. Lui, un gradino sotto il capo dei capi di Cosa Nostra, viene colto di sorpresa e prova una fuga disperata dal retro. Inutile. Gli uomini della catturandi lo ammanettano e a tutta velocità lo trasferiscono in Questura a Palermo. Brusca non proferirà una parola lungo tutto il viaggio.
Neanche quando passano sotto casa di Falcone. L'euforia degli agenti che arrivano a Palermo dopo l'arresto viene proiettata nelle televisioni di tutto il mondo: i mitra alzati, le urla di gioia, le sirene e i clacson che suonano all'impazzata. Dopo migliaia di ore di appostamenti, rischi corsi, false piste, il responsabile della morte di tanti poliziotti era finalmente stato assicurato alla giustizia. A Palermo il clima sembra cambiato. La notizia si è diffusa in città e gli agenti sono accolti dagli applausi dei palermitani che, invece, riserverà all'arrestato insulti.
Mentre affronta il primo interrogatorio, impassibile, con le manette ancora ai polsi che dovranno esser segate dai pompieri perché la chiave si ruppe nel tentativo di aprirle, altri agenti passano al setaccio il suo "covo": troveranno un guardaroba zeppo di indumenti firmati come si addiceva a un boss di prima grandezza, i giochi del figlio, biglietti e bloc notes con annotati i numeri delle estorsioni e del traffico di droga che Brusca continuava a controllare da lontano, coperto dalla mafia agrigentina. Poi verrà la partenza per il carcere dell'Ucciardone, dove resterà per sette giorni in isolamento totale, controllato a vista 24 ore su 24, nella stessa cella che ospita Totò Riina quando deponeva nei processi a Palermo.
Il percorso di collaborazione è stato complicato. Prima una "falsa" partenza che fu subito sventata dagli inquirenti e, poi, la scelta vera di vuotare il sacco arrivata nel 2000. L'alternativa sarebbe stata quella di scontare in carcere il resto della vita: proprio come era accaduto al padre Bernardo per via delle condanne ricevuto al maxiprocesso di Palermo istruito dai giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. "La mia non è una scelta facile - aveva detto a proposito della sua scelta - pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri". Dalle sue rivelazioni sono arrivate sentenze su tanti omicidi di mafia, sugli attentati del 1993 a Roma e Firenze. Ha parlato anche sulla presunta "trattativa" tra Stato e mafia, dei rapporti con la politica e le connivenze con parte della burocrazia collusa.
Ha raccontato anche che avrebbe dovuto uccidere l'ex pluriministro democristiano Calogero Mannino. Il "golden boy" dello scudocrociato siciliano si salvò perché ci fu un contrordine: bisognava prima far fuori un monumento della giustizia italiana: Paolo Borsellino. Brusca è sempre stato uno che ha diviso l'opinione pubblica.
Negli anni scorsi non sono mancate le polemiche legate ai suoi "permessi premio" ottenuti grazie ai benefici riservati ai "pentiti" e alle richieste di uscita definitiva anticipata dal carcere. Per via degli sconti di pena riservati ai "pentiti affidabili" alla fine è stato condannato non a ergastoli ma a 26 anni di carcere. A conti fatti sarebbe dovuto uscire nel 2022 ma la pena si è accorciata ulteriormente grazie alla sua "buona condotta".
Da oggi, però, si apre l'iter per la gestione della sua libertà del boss e di quella dei familiari: dai servizi di vigilanza a quelli di protezione che gli spettano per legge. Tra l'altro Brusca con le sue dichiarazioni ha dato il via anche alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, parlò del papello con le richieste del boss consegnato ai rappresentanti delle istituzioni che "si erano fatti sotto" per chiedere che cosa voleva, e dei successivi rapporti con la politica.
Sempre discusso, ma sempre ritenuto sostanzialmente attendibile, Brusca godeva da tempo di permessi premio, talvolta sospesi quando ne ha approfittato per violare qualche regola ma poi sempre ripristinati. Più volte ha chiesto gli arresti domiciliari, puntualmente negati dai giudici. Fino alla fine della pena, arrivata ieri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 giugno 2021
I difensori degli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, Basilio Milio e Francesco Romito, si sono dovuti rivolgere di nuovo alle Istituzioni per protestare contro la trasmissione di Rai 3. Taglia e cuci di alcuni passaggi delle intercettazioni di Totò Riina, omissione delle sentenze di assoluzione che hanno decostruito in modo capillare le accuse portate avanti in merito alla cosiddetta mancata cattura di Bernardo Provenzano o sulla vicenda della mancata perquisizione dell'abitazione di Totò Riina. Non solo. Omissione nel raccontare di come è effettivamente andata la vicenda di Mario Mori, quando da giovane fu cacciato dal piduista Maletti, all'epoca capo del servizio segreto militare (Sid). Non è stato raccontato a cosa ha portato l'indagine dell'allora procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi: la difesa degli ex Ros ha recuperato tutto il lavoro del magistrato, ben prima della procura di Palermo, e grazie ad esso è stato possibile ottenere una sentenza di assoluzione per Mori e Obinu.
Gli avvocati degli ex Ros costretti a rivolgersi alle Istituzioni - Parliamo dell'ennesima puntata di Report che ha avuto come scopo, quello di sostenere la tesi della presunta trattativa Stato-mafia e colpire gli ex Ros, in particolare Mario Mori, imputati al processo d'appello oramai agli sgoccioli. Anche in questo caso, durante la trasmissione, sono intervenuti i magistrati che rappresentano l'accusa nell'Appello di Stato-mafia quando il processo è ancora in corso. Gli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito, rispettivamente difensori degli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, riguardo alla puntata di Report, andata in onda su Rai3 il 24 maggio scorso, per la seconda volta si sono ritrovati costretti a rivolgersi al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, al vice presidente del Csm, David Ermini, al presidente della commissione Vigilanza Rai, Alberto Barachini, a quello della commissione Antimafia, Nicola Morra e al presidente della Rai, Marcello Foa.
I difensori di Mori avevano chiesto il rinvio della trasmissione per l'imminenza della fine del processo Stato-mafia - I legali ci vanno giù duro. In premessa fanno sapere che, nonostante la loro espressa richiesta di rinviare la trasmissione di qualche settimana, attesa l'imminente definizione del processo di Appello della presunta trattativa Stato-mafia, nell'ambito del quale, proprio il 24 maggio è iniziata la requisitoria, e "nonostante la piena e incondizionata disponibilità dei sottoscritti a fornire ogni risposta a quesiti posti e/o documento utile alle vicende da trattare al fine di garantire un'informazione completa ed obiettiva", osservano che nessuno degli autori e dei giornalisti ha ritenuto di contattarli ai suddetti fini.
"Ci si domanda - scrivono i legali nella lettera alle autorità - se le ragioni siano da rinvenire nel fatto che l'obiettivo esclusivo era quello di realizzare un'intervista da inserire, ad usum delphini, nella ricostruzione teorematica e faziosa già premeditata, quasi a mo' di "legittimazione" della trasmissione".
Per i difensori di Mori l'inchiesta di Report "non aveva i requisiti di completezza e imparzialità" - La denuncia è chiara. Secondo gli avvocati Milio e Romito, Report ha trasmesso un servizio dove hanno dato per certo i rapporti tra Cosa Nostra e il generale Mori. Secondo gli avvocati, l'inchiesta giornalistica è stata realizzata ancora una volta "con un approccio - scrivono - rivelatosi del tutto deficiente dei necessari requisiti di completezza ed imparzialità, tratta talune vicende che hanno interessato il generale Mori, utilizzando alcuni documenti smentiti da altri mai citati, manipolando intercettazioni, omettendo di citare sentenze ormai irrevocabili anche da circa un ventennio, così determinando oggettivamente una indebita interferenza sul processo in corso".
In trasmissione magistrati che sostengono l'accusa nel processo Stato-mafia - Ma la denuncia più grave è rivolta a quei magistrati inquirenti, rappresentanti l'accusa nel processo d'Appello sulla presunta trattativa Stato-mafia, tuttora in corso, che continuano a rilasciare interviste a Report, propinando - scrivono gli avvocati alle autorità - "le proprie ipotesi, peraltro smentite da documenti a loro conoscenza che non vengono mai menzionati".
Documenti che gli avvocati descrivono accuratamente nella lettera. Partono dall'accusa che il conduttore di Report fa nei confronti di Mori. "Dai verbali, dai documenti, da informative segrete - dice Sigfrido Ranucci in trasmissione - emerge il passato del giovane Mori. Un passato che se fosse vero sarebbe imbarazzante e anche inquietante. Emerge un giovane impegnato, aderente ad un'organizzazione paramilitare come la "Rosa dei Venti" della quale facevano parte uomini dei Servizi segreti, neofascisti, uomini legati alla destra eversiva e poi un Mori che avrebbe fatto opera di proselitismo per iscrivere nuovi adepti ad una loggia riferibile alla P2 di Licio Gelli. Una lista segreta".
Mario Mori fu solo un teste nell'indagine sulla "Rosa dei venti" - È vero? La risposta è no. Dai documenti, che gli avvocati hanno e avrebbero messo volentieri a disposizione se fossero stati interpellati nel merito, emerge che il coinvolgimento di Mori nell'indagine della Procura di Padova sulla "Rosa dei Venti" fu limitato alla sua escussione come teste da parte dell'allora magistrato Tamburino. Quest'ultimo cercava di identificare un giovane capitano dei Carabinieri che aveva fatto servizio a Conegliano Veneto e che stato tirato in ballo dalle dichiarazioni di Amos Spiazzi. Per questo sono stati escussi diverse persone per identificare il personaggio. Ebbene è stato certificato che il giovane capitano in questione non era Mario Mori, ma Mauro Venturi. Quest'ultimo era l'ufficiale di cui parlava Spiazzi (e che Tamburino voleva identificare) come colui dal quale attendeva direttive in relazione al Golpe Borghese.
Il Venturi fu indagato, gli fu perquisita l'abitazione, e poi venne prosciolto con sentenza ordinanza del giudice di Roma.
Mario Mori non risulta in alcun elenco della P2 - Assodato che Mori non c'entrava nulla con la "Rosa dei venti" e il tentato golpe Borghese, c'è da domandarsi se fosse iscritto alla P2. Ovviamente non compare nella lista. A quel punto si disse che molto probabilmente esiste una lista riservata con i nomi di tutti i personaggi aderenti ai servizi segreti. Ovviamente mai trovata, ma soprattutto inesistente da un punto di vista logico. Gli avvocati, infatti, scrivono che, in quelle ritrovate a Castiglion Fibocchi, "vi erano i vertici dei Servizi (Miceli, Maletti, Santovito), ufficiali superiori e inferiori delle Forze Armate e dell'Arma dei Carabinieri (anche diversi capitani tra cui il noto Antonio Labruna), parlamentari, ministri e perfino magistrati". E Mori, infatti, non vi compare.
Le intercettazioni di Riina trasmesse sono il frutto di fusione di momenti diversi - Degne di nota, tra le varie decostruzioni fatte con documenti in mano delle suggestioni portate avanti da Report, sono le intercettazioni di Totò Riina. Per corroborare l'ipotesi, del tutto smentita da sentenza definitiva, che Mori non avrebbe perquisito il covo di Riina per fare in modo di far sparire documenti compromettenti conservati in cassaforte, Report trasmette alcune intercettazioni del capo dei capi mentre era al 41-bis.
Ebbene, tra le altre, a un certo punto mettono in onda questa intercettazione: "Minchia, furbu, furbu, furbu. Sono uno più vigliacco dell'altro perché io non ho potuto mai capire perché non vennero a fare la perquisizione". Non esiste: secondo gli avvocati è frutto fusione di affermazioni fatte in momenti diversi. Per dimostrarlo, hanno trascritto tutti i passaggi delle intercettazioni.
Sant'Agostino: "La verità è come un leone; non avrai bisogno di difenderla. Si difenderà da sola" - Dal testo originario emerge l'esatto contrario, ossia che Riina appella Mori "furbo" in relazione all'affermazione che secondo lui, Riina, non tenesse documenti a casa. Infatti, Riina stesso parla chiaro, senza però che Report lo riporti: "Io, onestamente, devo dire la verità, non scrivevo niente non tenevo niente dentro la casa". Ancora più avanti svela pure cosa aveva in cassaforte: "Lo sapete che cosa ci tenevo nella ... là dentro? ... spagnolo ... questi... un revolver ci tenevo".
Gli avvocati concludono stigmatizzando la citazione di Pennac fatta da Report, "L'uomo non si nutre di verità, ma si nutre di risposte", quali che siano. "Preferiamo - concludono nella lettera - Sant'Agostino - "La verità è come un leone; non avrai bisogno di difenderla. Si difenderà da sola" - pur dovendo prendere atto che, purtroppo, in Italia c'è ancora bisogno di qualcuno che difenda la verità, costantemente vilipesa".
di Marco Lignana
La Repubblica, 1 giugno 2021
Sono accusati di omicidio volontario, l'autopsia ha evidenziato ferite incompatibili con il suicidio. Si sospetta un tentativo di nascondere i fatti, gli inquirenti stanno battendo la strada dei debiti fra detenuti.
I due compagni di cella, che continuano a sostenere di essere innocenti, indagati per omicidio volontario. E una autopsia che evidenzia ferite incompatibili con il suicidio. L'indagine sulla morte di Emanuele Polizzi, 46enne trovato impiccato alle sbarre della finestra in una cella in carcere a Marassi sabato scorso, ieri ha preso una strada ben precisa.
Quantomeno per l'accusa, che sospetta una messa in scena per coprire un assassinio. L'autopsia sul corpo dell'uomo, eseguita dal medico legale Sara Lo Pinto, ha detto che alcune ferite sul capo di Polizzi sono del tutto incompatibili con il suicidio. Così il pubblico ministero Giuseppe Longo, che sabato scorso aveva fatto un sopralluogo a Marassi insieme al procuratore capo Francesco Cozzi, ha iscritto due dei quattro compagni di cella che si trovavano detenuti con lui, i 36enni M.R. e G.G. (fra gli avvocati difensori, Ferruccio Barnaba, Celeste Pallini e Mauro Morabito). Il primo è in carcere per motivi di droga, il secondo per scippi.
Nel suo passato anche una serie lunghissima di rapine. Inquirenti e squadra mobile, diretta dal primo dirigente Stefano Signoretti, stanno indagando su possibili debiti fra i detenuti. Problemi di soldi che potrebbero aver portato a una violenta lite, fino all'assassinio di Polizzi. Erano stati proprio i due 36enni a chiamare gli agenti della penitenziaria sabato scorso: "Dormivamo e non abbiamo sentito nulla", hanno detto agli investigatori della squadra mobile nel corso degli interrogatori. Una versione che fin dall'inizio non ha convinto completamente gli investigatori. "L'iscrizione è un atto dovuto - sottolinea l'avvocato Ferruccio Barnaba - ora ci riserviamo di leggere quanto scriverà il medico legale nella sua relazione".
Polizzi è stato trovato impiccato alle grate del locale adibito a cucina e servizio della cella che divideva insieme ad altri quattro detenuti. Gli altri due detenuti con lui erano usciti presto per andare a lavorare, mentre i due indagati hanno dato l'allarme alle 9.30, quando si sarebbero svegliati e non avrebbero sentito alcun rumore. Un secondino ha detto agli investigatori della squadra mobile di avere visto Polizzi sveglio alle 8.45: una circostanza, però, incompatibile sia con l'ipotesi del suicidio che con quella dell'omicidio, visto che la morte sarebbe avvenuta prima.
C'è di più. La maglietta sporca di sangue di Polizzi è stata trovata dentro un sacchetto nel lavandino. Mentre il suo avvocato, Silena Marocco, ha detto di aver visto il suo cliente "un po' giù di morale negli ultimi giorni, tanto che avevo segnalato la cosa anche al medico del carcere. Il giorno precedente la morte però avevamo parlato al telefono e ci eravamo dati appuntamento per la mattina successiva. Solo quando mi sono presentato davanti a Marassi ho saputo di quel che era successo". Polizzi era stato condannato in primo grado a 10 anni di carcere per rapina. Aspettava il processo di appello. Aveva una moglie e due figli.
di Michele Varì
primocanale.it, 1 giugno 2021
Suicidio possibile, ma scatta l'avviso di garanzia per i due compagni di cella. Il pm Cozzi: "Faremo luminol nella cella". La ferita rinvenuta sulla testa del detenuto Emanuele Polizzi è solo un taglio e non nasconde una frattura cranica. Sul corpo del recluso trovato impiccato nella sua cella del carcere di Marassi inoltre non ci sono altre ferite o lesioni che possano spiegare la sua morte, avvenuta per soffocamento, compatibile con l'impiccagione.
Sono questi i primi responsi trapelati dall'autopsia svolta sul corpo del detenuto di 45 anni dal medico legale Sara Lo Pinto per conto del sostituto procuratore Giuseppe Longo che dopo il rinvenimento del cadavere in una cella della seconda sezione di Marassi ha avviato un'indagine affidata alla squadra mobile per omicidio volontario. L'esito dell'autopsia lascia senza risposta molti punti interrogativi: come ha fatto Polizzi a ferirsi alla testa? Perché ha pulito la ferita con una maglietta poi richiusa in un sacchetto trovato nel lavandino? E perché su uno sgabello e in più parti della cella c'erano tracce di sangue?
Per questo due reclusi che hanno trovato Polizzi senza vita sono stati indagati. Un atto dovuto, raccontano i legali dei detenuti. Ma è indubbio che le indagini sono ancora aperte. Fra le poche certezze quella che detenuto era depresso, per questo era in terapia con uno psicologo del carcere. Fra i motivi che hanno destabilizzato Polizzi la notizia di essere stato condannato a dieci anni per una rapina commessa con un complice che invece era riuscito a fuggire. Ma nell'ultimo colloquio con il suo legale Silene Marocco il quarantenne era apparso più tranquillo.
Al momento del suicidio nella cella c'erano solo due dei cinque reclusi che occupavano la camera con Polizzi. Gli altri tre erano usciti circa un'ora prima perché impegnati in alcune attività all'interno dell'istituto. I due reclusi presenti, Mattia Romeo e Giovanni Genovese, tutti e due di 36 anni, agli agenti della sezione omicidi della squadra mobile hanno detto che stavano dormendo e quando si sono svegliati hanno trovato Polizzi impiccato. L'avviso di garanzia gli permetterà di spiegare meglio e di difendersi da ogni accusa.
Il procuratore Francesco Cozzi, che subito dopo il decesso aveva svolto il primo sopralluogo a Marassi con il pm Giuseppe Longo e il dirigente della squadra Mobile Stefano Signoretti, ammette che i primi responsi dell'esame autoptico non cambiano lo scenario iniziale "ma ci sono ancora incognite, come quella delle tante macchie di sangue nella cella. Per questo effettueremo altre indagini, fra cui l'esame del luminol, ad esempio".
Dunque il mistero rimane, ma in attesa di altri rilievi della scientifica e degli esiti degli accertamenti tossicologici l'ipotesi del suicidio sembra prevalere perché la morte, come detto, è avvenuta per soffocamento. Se la vittima fosse stata uccisa a bastonate o con colpo di sgabello e poi impiccata l'autopsia avrebbe svelato che le cause della morte erano diverse dal soffocamento.
In linea teorica Polizzi potrebbe essere stato soffocato con un cuscino e l'impiccaggione essere stata simulata dopo: ma appare poco verosimile che due detenuti possano uccidere in quel modo un uomo di una cella di pochi metri quadrati senza provocare rumori e senza metterla sottosopra, mentre la camerata all'arrivo degli agenti invece appariva in ordine.
Emanuele Polizzi aveva 45 anni ed originario di Vittoria (Ragusa), era in galera da quasi due anni per una rapina a sprangate al titolare di una sala giochi. Il detenuto si sarebbe impiccato con dei legacci formati con le lenzuola prima delle nove del mattino di venerdì 28 maggio nell'antibagno della cella: si sarebbe chiuso la porticina alle spalle e poi appeso ad una finestra. Senza lasciare nessun messaggio di addio, né ai familiari, né al suo avvocato Silena Marocco. Altra stranezza visto che il legale proprio quel giorno era andato a Marassi perché aveva appuntamento con Polizzi: sono stati gli agenti a rivelargli che il suo assistito si era ucciso.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2021
La consumazione si realizza solo con la riscossione al contrario della ricarica della postepay che è definitiva. In materia di truffe on line la modalità di pagamento del prezzo determina il radicamento della competenza giurisdizionale. La Cassazione - con la sentenza n. 21357/2021 - riafferma le regole per individuare il giudice competente in una fattispecie dove spesso i luoghi del truffatore e del truffato non coincidono viste le modalità a distanza non solo delle contrattazioni, ma soprattutto del pagamento del prezzo di vendita. E sono proprio queste ultime a determinare la competenza in base alla considerazione del momento in cui si consuma il reato e in quale luogo va intravista tale consumazione.
Di norma negli acquisti on line vengono in evidenza due modalità di pagamento che si realizzano entrambe a distanza: la ricarica di una prepagata o il bonifico bancario telematico. Nel primo caso la percezione del prezzo da parte del venditore è immediata a prescindere dal momento dell'accredito della cifra mentre nel secondo rimane a disposizione di chi ordina il pagamento la possibilità di revoca fino alla materiale riscossione effettuata dalla controparte.
Nel caso specifico i giudici di legittimità fanno rilevare che il pagamento era stato realizzato tramite banca on line sul conto corrente postale abbinato alla carta postepay del venditore e non attraverso la ricarica della prepagata presso un ufficio postale o un esercizio pubblico. Ciò determina secondo la Cassazione - ai fini dell'individuazione del giudice competente - la rilevanza del luogo di apertura del conto corrente. Il momento di consumazione del reato è quello in cui si determina l'impoverimento del soggetto passivo del reato di truffa a fronte del concreto illecito arricchimento dell'autore del reato. Il bonifico non consuma il reato per la possibilità che ha il disponente di revocarlo fino alla materiale riscossione di chi riceve la provvista.
di Francesco La Licata
La Stampa, 1 giugno 2021
Fa un certo effetto immaginare Giovanni Brusca che varca la soglia del carcere di Rebibbia da uomo libero, seppure sottoposto a qualche vincolo di controllo e, soprattutto, di protezione che lo terrà ancora per qualche anno sotto osservazione da parte di magistratura e investigatori.
Già, Brusca "u verru" (il maiale), per dirla col terribile nomignolo riservatogli da qualcuno dei suoi detrattori dentro Cosa nostra, il killer di fiducia della "cupola" di Totò Riina, il mafioso mai completamente emendato, neppure dopo il clamoroso "pentimento", il figlio di don Bernardo torna uomo libero dopo 25 anni trascorsi in carcere. E la mente, quasi per riflesso condizionato, torna all'autostrada di Punta Raisi sventrata dal tritolo da lui innescato. Tornano quelle terribili immagini del 23 maggio 1992: Giovanni Falcone con le gambe tranciate, la moglie, Francesca, che chiede, prima di spirare, "dov'è Giovanni?".
Le blindate accartocciate come scatolette e i resti di Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, la fedele scorta, sparsi per centinaia di metri. Può essere dimenticato tanto dolore? E può ancora soltanto impallidire il ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo? Era un bambino quando Brusca lo prese in ostaggio per usarlo come "argomento convincente", nel tentativo di indurre Santino, padre del piccolo divenuto collaboratore dello Stato, a ritrattare le rivelazioni già verbalizzate sulla strategia stragista di Totò Riina.
E non era ancora adolescente, Giuseppe, quando Brusca ordinò di strangolarlo (lo chiamavano "u canuzzu"). Fu Enzo Brusca, fratello di Giovanni, insieme con altri due animali, ad eseguire l'ordine e poi sciogliere nell'acido quel piccolo corpo denutrito. Ecco, tutto ciò basterebbe a classificare come "porcheria" la liberazione di Giovanni Brusca. Ma non è l'emotività, e non poteva esserlo, che ha guidato la mano dei giudici che hanno firmato la liberazione del mafioso divenuto collaboratore. Il dato certo, al di là del comprensibile smarrimento del cittadino spettatore, è che Giovanni Brusca esce dal carcere per fine pena. Cioè ha espiato le sue colpe, secondo un processo regolarmente celebrato e giunto a sentenza definitiva.
Certo una pena non pesantissima (rispetto alle accuse provate e confessate), ma giustificate da una legge che offre sconti ai pentiti. Una legge, correttamente applicata dai giudici, che nel conteggio fra costi e ricavi ha portato vantaggi allo Stato. Basti pensare alle conoscenze, giudiziarie e non, acquisite da tante collaborazioni e a quante vite sono così state salvate.
di Anna Giorgi
Il Giorno, 1 giugno 2021
L'allarme del Garante Maisto: l'Icam è in bilico per pochi ospiti. Eppure la struttura di via Melloni è un modello per altre città italiane. L'Icam, l'Istituto di custodia per detenute madri, presidio indispensabile per aiutare le mamme e soprattutto i bambini, rischia la chiusura.
A lanciare l'allarme è Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune, durante la commissione consiliare Educazione e Carceri che si è tenuta ieri a Palazzo Marino. Maisto, per ora, è riuscito ad ottenere una proroga della chiusura, che slitterà a settembre, ma spera in un ripensamento ed è fiducioso in un cambiamento della situazione complessiva che ha risentito della pandemia. L'Icam è nato nel 2006, la struttura modello, costruita per far in modo che somigli il meno possibile a un carcere, si trova in via Macedonio Melloni. Ad oggi, secondo l'amministrazione, il problema principale è la mancanza di ospiti.
Per Maisto, però, questa criticità dipende dall'emergenza sanitaria contingente: "Attraversiamo una fase difficile - spiega - in cui è prevedibile che un contesto di pandemia abbia diminuito la microcriminalità e quindi gli arresti". Per questo motivo, quindi, gli ospiti dell'Icam si sarebbero ridotti troppo per tenere vivo il servizio. Con il calo fisiologico dei reati, dovuto al lockdown, non ci sono mamme con bambini da mettere in istituto, minori sono stati anche gli interventi delle forze dell'ordine. "Abbiamo fatto diversi incontri per evitare la chiusura - continua il garante -. Siamo riusciti a ottenere che l'esperienza venga prolungata fino a settembre. Poi si vedrà (anche in base ai proventi "della legge 285", aggiunge Maisto). Attualmente nell'istituto è presente una sola detenuta. In tutta Italia, oltre all'Icam di Milano, ci sono solo altri quattro istituti a custodia attenuata per detenute madri.
Inevitabilmente il Comune, cerca di destinare il personale attualmente impiegato all'Icam in altri servizi, ma per Maisto si tratterebbe solo di avere la pazienza di tornare alla normalità, per non "rovinare un modello di recupero" che ha fatto scuola anche in altre città, una struttura che aiuta i bambini a non subire il trauma di una mamma in carcere.
E sul piatto, in Commissione, è finita anche l'urgenza di consentire ai bambini minori di 12 anni di poter rivedere i genitori che si trovano in cella, usufruendo degli spazi verdi dei quattro istituti di pena. Solo da ieri è tornata la possibilità di vederli dietro un plexiglass, ma mancano gli abbracci, e mancano da febbraio. I tempi si sarebbero accorciati, se fosse stato possibile per i minori vedere i genitori all'aperto, nei giardini del carcere, attualmente inaccessibili.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 1 giugno 2021
L'accusa di Rita Bernardini dopo la morte di un 25enne dietro le sbarre: "In certi penitenziari lo Stato calpesta quotidianamente diritti e garanzie. Sì alla proposta di Giachetti per ridurre il numero dei reclusi".
"Il suicidio è qualcosa di imponderabile, eppure qualche domanda occorrerebbe porsela se nelle carceri italiane si decide di farla finita diciassette volte di più che fuori e se anche nella polizia penitenziaria si registrano molti più suicidi che nelle altre forze dell'ordine".
Per Rita Bernardini, anima del partito radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, la notizia di un nuovo suicidio in carcere, avvenuto sabato a Poggioreale dove un detenuto di 25 anni si è tolto la vita, non può essere archiviata come un semplice gesto di disperazione che attiene alla sfera esclusivamente personale di chi lo ha commesso. Per Rita Bernardini episodi come questo sono la spia di un sistema che non funziona.
"Di uno Stato fuorilegge" dice, elencando i dati sul sovraffollamento che, anche in questo anno e mezzo di pandemia, continuano a essere allarmanti. "Vogliamo vedere alcuni dati di illegalità del carcere di Poggioreale?", afferma prima di elencare i numeri delle risorse che mancano e dei detenuti che sono invece in esubero. Il carcere di Poggioreale ha una capienza regolamentare di 1.465 posti ma nelle celle si contano, secondo dati aggiornati a un mese fa, 2.125 detenuti, "con un sovraffollamento del 145%: una vergogna".
E a fronte di detenuti in eccesso ci sono risorse risicatissime: dei 22 educatori previsti in pianta organica quelli effettivi sono 12, dei 911 agenti previsti in pianta organica quelli effettivi sono 747, dei 68 amministrativi previsti in pianta organica quelli effettivi sono 54. "È una vergogna", ripete Bernardini.
"Non ho i dati riguardanti gli psicologi ma ho motivo di ritenere che siano pochi, considerato lo sfacelo della sanità in carcere dove - sottolinea ancora la leader radicale - il 30% dei detenuti è tossicodipendente e almeno il 25% ha problemi psichiatrici".
Per Bernardini occorre adottare misure per ridimensionare il livello di sovraffollamento, perché il sovraffollamento è la madre di tutte le criticità in carcere: "Sovraffollamento significa strutture che si deteriorano, significa che non si può garantire il diritto alla salute, significa scarsità di possibilità di lavoro, di studio, di attività culturali e/o sportive, scarsità di rapporti con i pochi educatori, i pochi psicologi, i pochi assistenti sociali, i pochi direttori, chiamati quest'ultimi spesso ad occuparsi di più istituti penitenziari o, negli istituti più grandi, a non avere il supporto necessario di vice-direttori.
Significa enormi difficoltà ad assicurare il rapporto dei detenuti con i loro familiari e difficoltà di rapporti del detenuto con la magistratura di Sorveglianza la quale dovrebbe, in collaborazione con l'equipe trattamentale, frequentare e conoscere uno per uno i detenuti per prevedere un piano individualizzato di progresso e di reinserimento sociale. Anche la penuria di agenti si ripercuote negativamente sulle attività trattamentali, che devono comunque svolgersi in sicurezza".
Di qui l'appello: "Si approvino subito le proposte normative del deputato Roberto Giachetti per ridurre drasticamente la popolazione detenuta in tutte le carceri italiane - aggiunge la leader radicale - I garanti Samuele Ciambriello e Pietro Ioia fanno l'impossibile per tutelare i diritti dei detenuti a Napoli e in Campania, ma lo Stato continua a girare la testa dall'altra parte".
"Anzi - tuona Bernardini - continua a trarre profitto dalla gestione di questa macchina che costa tre miliardi, perché tanto si spende per l'amministrazione penitenziaria ogni anno". Un pachiderma che schiaccia diritti e garanzie, dunque. "Pensiamo ai tossicodipendenti - ragiona la leader dei radicali - non dovrebbero stare in carcere ma in altri istituti per essere aiutati e non accade perché il problema è che non ci sono tante strutture di questo tipo sul territorio e alla fine si opta sempre per il carcere, dove ci finiscono anche i casi psichiatrici". Criticità che si sommano a criticità: "Si buttano tre miliardi per creare strutture che creano recidiva e disperazione", conclude Bernardini.
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