di Sharon Nizza
La Repubblica, 1 giugno 2021
La dichiarazione di Yahya Sinwar arriva dopo l'incontro tra il capo dell'intelligence egiziana con il premier Netanyahu e la leadership dell'organizzazione palestinese. In precedenza il vice capo aveva affermato che l'accordo sui detenuti non dovrebbe essere collegato alle questioni palestinesi. La mediazione egiziana per consolidare la tregua tra Israele e Hamas dopo 11 giorni di conflitto potrebbe portare a una svolta anche rispetto alla trattativa in corso da anni tra le parti su uno scambio di prigionieri. Israele pone come condizione che, nei negoziati in corso, vengano consegnati i corpi dei due soldati Oron Shaul e Hadar Goldin - uccisi a Gaza durante l'Operazione Margine Protettivo del 2014 - nonché rilasciati Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, due civili mentalmente instabili che hanno attraversato il confine con Gaza e sono detenuti in ostaggio da anni. Hamas finora si è rifiutato di legare la questione alle trattative per la ricostruzione di Gaza in seguito all'ultimo conflitto, sostenendo che faccia parte di un dossier separato che deve includere il rilascio di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Negli anni sono fallite numerose mediazioni in merito. Negli ultimi giorni, che hanno visto un picco di intensità nell'interventismo del Cairo per cementare il cessate il fuoco, la questione sembra essere tornata di primo piano. Ieri il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha affermato che Hamas è pronto a condurre negoziati immediati e indiretti con Israele in merito a un accordo per lo scambio di prigionieri. "Ricordatevi il numero 1111, capirete più avanti cosa significa", ha detto Sinwar, in un chiaro riferimento al "Shalit deal", con il quale nel 2011 Israele ha rilasciato 1.027 prigionieri palestinesi, tra cui centinaia di condannati per atti terroristici, in cambio del soldato Gilad Shalit, rapito nel 2006 da una forza di commando di Hamas infiltratasi in Israele attraverso un tunnel sotterraneo.
Secondo fonti riportate dal Canale israeliano Kan 11, Israele avrebbe consegnato a Hamas un mese e mezzo fa - quindi prima dell'ultimo conflitto - un elenco con nomi di prigionieri che sarebbe disposto a rilasciare come parte di un nuovo accordo, senza ricevere riscontro. L'elenco comprendeva "più di qualche dozzina e meno di centinaia di prigionieri". Non è noto se includesse prigionieri "con sangue sulle mani". Sinwar sostiene che i contatti si sono interrotti a causa dello stallo politico in cui si trova Israele da mesi.
Domenica il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi ha affrontato il dossier prigionieri durante l'incontro al Cairo con il suo omologo Sameh Shoukry. Si è trattato della prima visita alla luce del sole di un ministro degli esteri israeliano dal 2008: un chiaro segnale - diretto in primis all'amministrazione Biden - della volontà del presidente al-Sisi di porsi come figura chiave nello scacchiere mediorientale.
di Sara Creta
Il Domani, 1 giugno 2021
La delega ai libici per il controllo delle frontiere europee ha riportato forzatamente a Tripoli oltre 10mila persone dall'inizio dell'anno. Sono circa una decina i centri ufficiali di detenzione nel paese, e oltre 5mila le persone arbitrariamente detenute, tra cui centinaia di bambini. Impossibile riformare il sistema di detenzione. I rapporti europei parlano ancora di stupri, estorsioni e lavoro forzato. E negli ultimi mesi sono stati aperti nuovi centri nel deserto libico, lontani dalla capitale e delle visite ufficiali delle organizzazioni internazionali. Stretta del Governo di unità nazionale libico sulle organizzazioni internazionali che operano nel paese. Bloccati i voli di evacuazione di rifugiati fuori dal paese. Centinaia di eritrei, etiopi e somali trattenuti nel centro di detenzione di Kufra. Rischiano l'espulsione nel deserto.
Il pavimento del centro di detenzione di Tarik Al-Sika è ricoperto di materassi, uno spiraglio di luce entra nel grande capannone principale dove sono rinchiuse oltre 400 persone, così strette da non riuscire nemmeno a sdraiarsi. L'aria è irrespirabile, impossibile camminare senza calpestare i corpi. Centinaia sono condannati alle malattie e alla fame, rinchiusi da mesi. Un gruppo di subsahariani è arrivato da poche ore, intercettato dalla guardia costiera libica al largo. Sui vestiti strappati e intrisi di salsedine, i resti del viaggio verso l'Europa. Interrotto. A più riprese.
Respinti all'inferno - Nel centro di Tarik Al-Sika vige l'arbitrio. "Ci fanno uscire se riusciamo a pagare il riscatto", sussurra Ibrahim, un ragazzo nigeriano imprigionato da oltre 3 mesi. Una donna di origine Etiope chiede di poter tornare a casa. Lo sguardo indifferente, nel vuoto. Continua a ripetere "I am sick, help me, help me". Sono malata, aiutami. Per uscire, le guardie del centro chiedono 700 dollari, ma il prezzo varia a seconda delle nazionalità.
Le pratiche di estorsione nei centri di detenzione libici sono note anche ai funzionari della delegazione dell'Unione europea a Tunisi. "I riscatti vengono pagati a un libico attraverso uno schema circolare: arresto, riscatto, pagamento, rilascio", si legge nel verbale interno di una riunione dello scorso maggio. La delega ai libici per il controllo delle frontiere europee ha riportato forzatamente a Tripoli oltre 10mila persone dall'inizio dell'anno. Una partita truccata da accordi e protocolli operativi stipulati dall'Italia con la Libia. Formazione, finanziamenti e attrezzature alla Guardia costiera libica per intercettare richiedenti asilo e migranti che tentano di lasciare il paese via mare. E in particolare, alimentare il sistema di estorsione e traffico.
Frontex: "Salviamo vite", ma i nuovi video mostrano le violenze libiche - "L'Europa ha preferito trasferire il problema sulle nostre spalle anziché farsene carico", accusa Nabil Abdallah Elsaro, 28 anni, una delle guardie del centro di Tarik Al-Sika di Tripoli. Il centro, utilizzato come "modello" per le visite ufficiali di giornalisti e delle delegazioni europee, è controllato dalla milizia di al-Khoja sotto il comando dal comandante Naser Hazam: i pasti, le distribuzioni di kit-igienici delle organizzazioni umanitarie, un container per le visite mediche finanziato dalla cooperazione italiana. Tutto come da copione.
E a qualche metro di distanza, la base della milizia di Mohamed al-Khoja, vice capo del Dcim, l'agenzia governativa responsabile dei centri di detenzione. Al-Khoja è la dimostrazione delle logiche libiche nella distribuzione del potere locale. Rappresenta come le politiche inefficienti della Libia, siano troppo abituate a legittimare attraverso l'etichetta del controllo della migrazione. Negli ultimi anni, il vice del Dcim, ha guadagnato milioni di euro in contratti per cibo e aiuti ai migranti, ma anche legittimità ed inviti a Roma per partecipare a riunioni ufficiali con le Nazioni Unite e il governo italiano sulla migrazione.
La riforma del sistema di detenzione - In Libia al momento ci sono una decina di centri di detenzione ufficiali dove - secondo alcune stime - sarebbero rinchiuse arbitrariamente circa cinquemila persone, tra cui centinaia di bambini. L'incapacità - e continua riluttanza - di migliorare le condizioni disastrose nei centri di detenzione ha da sempre creato un problema di immagine negli sforzi europei per contenere la migrazione. Nonostante le visite ufficiali e i tentativi di riabilitare la reputazione dell'agenzia governativa responsabile dei centri di detenzione - cercando di renderla un partner più attraente per i donatori internazionali, in particolare l'UE - i gruppi di milizie che controllano i centri e le aree circostanti continuano ad opporre resistenza.
Mondo
"Prove concrete di respingimenti illegali" nei documenti contro Frontex - I cartelli delle milizie di Tripoli lottano per mantenere il controllo delle risorse statali, i gruppi rivoluzionari continuano a chiedere risarcimenti e sanzioni per i crimini di guerra commessi dal Haftar. Il Consiglio presidenziale libico - che dovrebbe portare il paese ad elezioni il prossimo 24 dicembre - ha ancora sede all'Hotel Corinthia a Tripoli. Le agenzie delle Nazioni Unite presenti nel paese incapaci di imporre il loro mandato. E i migranti: restano l'arma di ricatto tra lotte di potere locale, ritorsioni internazionali e nuovi equilibri di potere.
In Libia, - per ora - il conflitto si è placato, ma i gruppi armati continuano a plasmare la politica. Lo scorso 28 febbraio, un tentativo di fuga dal centro di Abu Salim è costato la vita ad un minore sudanese, morto con un colpo alla testa. Il comandante Abdel Ghani al-Kikli, a capo dell'Autorità di sostegno alla stabilità di Tripoli e anche uno dei combattenti tripolini più noti, è alla testa della milizia di Abu Salim che controlla il centro di detenzione. Il Dcim ha promesso che avrebbe aperto un'indagine per punire i responsabili. Poche settimane più tardi, l'8 aprile, un'altra sparatoria; questa volta all'interno del centro di detenzione Al-Mabani di Tripoli inaugurato a fine anno. Il bilancio: un morto e due feriti, di cui un minore.
Il Centro di Al-Mabani, nella zona di Ghut Shaal, a ovest di Tripoli è ufficialmente sotto il controllo del Dcim, ma a pochi metri c'è la sede l'Agenzia di Pubblica Sicurezza, gestita da una milizia affiliata al governo. L'area è quella della ex-fabbrica di tabacco, conosciuta a Tripoli come un luogo losco, dove i libici stessi vengono fatti sparire. A gestire il centro - nella pratica - il colonnello NourEddine al-Gritli, descritto come una persona all'avanguardia da chi lo conosce personalmente, un ufficiale legittimo, ma necessario per allontanare l'attenzione indesiderata.
Il capo del Dcim, il colonnello Mabrouk Abd al-Hafiz, ha provato a ristrutturare la gerarchia della sua agenzia, almeno sulla carta, e promosso quella che lui chiama una rivoluzione all'interno del DCIM. "Il problema non sono solo i miliziani o gli individui che approfittano della situazione, ma la lobby che è ancorata alle istituzioni statali. Questo include persone nella mia stessa agenzia", ha raccontato durante un'intervista a Tripoli lo scorso dicembre.
Negli ultimi mesi, il DCIM ha sviluppato un piano per la chiusura di alcuni noti centri di detenzione tra cui Al-Khoms, Zintan e Zawya. L'ultimo è da sempre conosciuto come il centro di Osama Milad Rahuma, il cugino del guardacoste libico più noto in Italia, Abd al Rahman Milad detto al-Bija. Negli anni, individui delle due famiglie più influenti a Zawiya, il clan dei Buzriba e dei Koshlaf hanno lavorato a braccetto nell'amministrazione del centro di detenzione Al-Nasr di Zawya e nella gestione delle partenze.
Dalla costa al deserto, oggi nessuna autorità libica ha il pieno controllo dei suoi uomini. Il colonnello Mabrouk Abd al-Hafiz lo sa bene; alle spalle ha una carriera nella polizia libica. "Stiamo aprendo centri in aree fuori dal controllo delle milizie o fuori città dove sono attivi trafficanti di esseri umani", ha raccontato dal suo ufficio nella periferia di Tripoli. Ma come sempre la realtà è più complessa.
Tra le scelte di al-Mabrouk, la creazione di un'unità di pattugliamento nel deserto per fermare i migranti che transitano sulle montagne occidentali della Libia, e l'apertura di centri ancora più lontani dalla costa. Il piano prevede l'utilizzo di centri isolati nel deserto - a Gharyan e Batn al-Jabal, e la ristrutturazione di un vecchio centro a Tuwaysha. I pattugliamenti nel deserto fino alle città di Derji e Ghadames sono iniziati ufficialmente il 25 ottobre, ma i mezzi sono stati consegnati dall'Italia il 9 luglio scorso, conferma una fonte del Ministero degli interni libico. Trenta Toyota Land Cruiser, modello GRJ76 e GRJ79 forniti dall'impresa italiana Tekne e costati all'Europa quasi 2 Milioni di Euro tramite il Fondo Fiduciario per l'Africa, nell'ambito del quale l'Italia accresce il proprio ruolo. La logica di controllo prevede sostegno per intercettare i richiedenti asilo: sorvegliare i confini marittimi e terrestri, fornire motovedette, creare il centro di coordinamento marittimo di Tripoli, e progettare la famosa polizia del deserto.
Un rapporto commissionato dalle Nazioni Unite all'istituto olandese di relazioni internazionali Clingendael ha evidenziato come la maggior parte dei membri dell'unità di pattugliamento nel deserto provenga da gruppi armati di Zintan. Il documento segnala che membri delle pattuglie sono in coordinamento con le reti locali di trafficanti per garantire un flusso costante di arresti e detenzioni. Le Nazioni Unite hanno inoltre espresso preoccupazioni che questi pattugliamenti possano aumentare le deportazioni forzate nel deserto.
"I migranti intercettati nel deserto vengono portati in un centro di detenzione a Dirj", si legge in un documento interno redatto dalla delegazione europea a Tunisi. Secondo quanto emerge dal documento ottenuto da Domani "le condizioni a Dirj sono squallide, non ci sono coperte, materassi, acqua potabile, cibo. I migranti sono costretti a pagare il riscatto per essere liberati".
Le condizioni sono note e non hanno l'aria di scioccare le delegazioni europee in Tunisia.
Nel centro di Gharyan, riaperto da qualche mese con il piano di riforma del Dcim, i migranti sono raddoppiati nel giro di poche settimane. "Due sudanesi sono rimasti feriti durante un tentativo di fuga lo scorso primo aprile. Le guardie ora si concentrano sui nuovi detenuti arrivati, in particolare su quelli più redditizi come gli eritrei, gli etiopi e i bengalesi", si legge nel documento interno.
E nelle ultime settimane sono aumentate le restrizioni per le agenzie delle nazioni unite che lavorano nel paese. Anche sui corridoi umanitari dalla Libia verso altri paesi, altro elemento che il governo e l'Europa promette di potenziare, ci sono tensioni. Una lettera di aprile inviata dal Dcim alle organizzazioni internazionali in Libia impone nuove procedure per le visite ai centri di detenzione. "Dall'inizio dell'anno sono stati evacuati solo 201 richiedenti asilo e rifugiati. Sono state bloccate le evacuazioni di rifugiati dalla Libia verso altri Paesi. Ora il rischio è che più persone si affidino ai trafficanti", ha detto un funzionario delle Nazioni unite. Ci sarebbero 3 voli per il Rwanda e il Niger, oltre a un volo verso l'Italia: 600 persone pronte per essere evacuate e 300 con i documenti di viaggio in attesa per andare in altri paesi.
Non solo arresti arbitrari, abusi fisici, detenzioni prolungate e arbitrarie in condizioni precarie. Le deportazioni forzate nel deserto continuano. Ci sono 191 eritrei, etiopi e somali trattenuti nel centro di detenzione di Kufra. Rischiano l'espulsione nel deserto. L'anno scorso, oltre 5.000 persone sono state espulse dal deserto. Abbandonati in una remota città alla frontiera con il Ciad o riportati in Sudan. Il direttore del centro, Mohamed Ali al-Fadil, ha ribadito, "deportiamo più persone e più velocemente che mai".
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 1 giugno 2021
Sono migliaia i militanti passati nelle celle del regime dei militari dopo le grandi proteste dell'88 e del 2007. E ora la prigione, costruita dagli inglesi a fine Ottocento, si riempie nuovamente di oppositori della giunta golpista. La più infame prigione birmana, tristemente celebre nel mondo col nome del quartiere Insein dove sorge fuori Rangoon, fu costruita dagli inglesi nel 1887. A quel tempo la vecchia Central Gaol, anche questa di loro costruzione, era stracolma e sebbene non ci fossero indipendentisti o dissidenti come i giovani della disobbedienza civile di oggi, l'alto numero di truffatori, assassini e banditi di strada richiedeva sempre nuovi spazi. I detenuti di Insein vivevano come ora ammassati in cameroni di cemento che formavano tante fette di un complesso circolare, una sorta di grande pizza architettonica - o Panopticon - ispirata al filosofo e teorico sociale britannico del XVIII secolo Jeremy Bentham, secondo il quale si poteva così controllare ogni movimento con una sola guardia di vedetta e truppe pronte all'esterno della "pizza".
Situata al termine di una strada ribattezzata col nome dell'eroe e martire della patria Aung San, padre di Suu Kyi che oggi è agli arresti in luogo sconosciuto, Insein è ancora la stessa prigione con le stesse strutture murarie e gli stessi gironi infernali divisi a spicchi. Si dice che qualche ripulitura e ritocco è avvenuto dopo l'avvento 6 anni fa del governo civile di Aung San Suu Kyi, che autorizzò una tv in ogni cella da 20, 30 ospiti e qualche ora d'aria in più. Anche sotto la sua fugace gestione durata 5 anni c'erano però detenuti politici soprattutto a Insein: 36 arrestati a maggio 2018 e 57 in attesa di giudizio, come rivelò quell'anno il leader dell'Associazione di assistenza ai prigionieri politici U Bo Kyi al Frontier Post. Ma era un numero risibile rispetto a quello delle migliaia e migliaia di militanti passati nelle celle del regime dei generali specialmente dopo le grandi proteste dell'88 e del 2007, anche quelle domate nel sangue.
Lo stesso Bo Kyi ha detto al New York Times che "ci sono più dissidenti ora rispetto a decenni fa", ovvero nei tempi più bui del regime. Tra questi risultano anche tre stranieri, due giornalisti americani tra i quali il direttore del Frontier Post e un consigliere economico australiano di Suu Kyi. Da qui la riaccesa attenzione del mondo sul luogo di detenzione e tortura per eccellenza dell'esercito, che ha cancellato molte vestigia del passato coloniale, ma non Insein e certe severe leggi imperiali inglesi, prese a modello come certe estreme discipline militari apprese dagli ex alleati giapponesi e ancora oggi insegnate nelle caserme.
Suu Kyi non è mai stata a lungo a Insein, la cui strada è intitolata proprio a suo padre "Bogyoke" Aung San, se non di passaggio e sempre in una cella speciale più confortevole. Gran parte del tempo lo ha passato agli arresti domiciliari presso la sua casa di famiglia sul lago Inya dove riceveva la Bbc e - a differenza di allora - le è precluso ogni contatto col mondo esterno nella località segreta della nuova capitale Naypyidaw dov'è rinchiusa, forse vicino al quartier generale dell'esercito. Secondo i legali è tenuta all'oscuro di ciò che sta accadendo nel Paese.
Non sa degli 800 morti in strada uccisi dai militari golpisti perché chiedevano la sua liberazione e la democrazia, né del gran numero di arrestati, tra i 5000 e i 10mila, o delle torture che molti di loro subiscono per aver partecipato al movimento di rivolta cominciato fin dai primi giorni di febbraio.
Attorno alla metà di quel mese la giunta militare - che aveva appena preso il potere arrestando leader e parlamentari della lega per la democrazia - concesse un'amnistia a ben 23mila detenuti perlopiù "criminali comuni" poi utilizzati per azioni di intimidazione contro i disobbedienti. Anche le celle di Insein come quelle di altre 55 carceri del Paese improvvisamente si svuotarono e molti presagirono che sarebbero presto state riempite da giovani della cosiddetta Generazione Z, scesi coraggiosamente in piazza a rischio non solo dell'arresto ma anche della vita. Infatti così sta accadendo.
Le perquisizioni casa per casa in cerca di ribelli continuano giorno e notte e le celle di Insein hanno ripreso ad affollarsi di nuovi ospiti, spesso ancora sanguinanti per le percosse o le ferite d'arma da fuoco subite in questi mesi di repressione violenta dell'esercito. Molti degli interrogatori avvengono ancora nell'apposito centro del carcere dove si utilizzano parecchi metodi di tortura senza curarsi troppo delle conseguenze. Il poeta Khet Thi è morto durante una di queste crudeli sessioni a Shwebo e il suo corpo è stato restituito alla famiglia con gli organi asportati per nascondere ogni evidenza.
In attesa di dettagli sulle nuove storie di orrore che racconteranno tanti altri detenuti del Movimento di questi mesi, per capire ciò che sta avvenendo basta rivedere i rapporti, le denunce e i racconti degli ospiti di Insein negli anni '80, 90 e inizio 2000, come il celebre U Win Tin, ex giornalista, fondatore della Lnd e confidente "critico" di Suu Kyi, che ha passato in carcere ben 19 anni. "Mi svegliavano continuamente per interrogarmi e sia che rispondessi o meno mi picchiavano al volto, così ho perso tutti i miei denti". Altri come l'ex monaco leader della Rivoluzione di Zafferano del 2007 sono usciti dal carcere con severi problemi mentali.
Nella sede dell'associazione degli ex prigionieri c'è un modello di Insein che ha 7 grandi reparti. In uno di questi, il numero 5 venne imprigionato U Bo Kyi con 140 detenuti in 30 metri per 15, ma in genere ogni stanza aveva ed ha circa 15 o 20 prigionieri. "C'era pochissimo spazio per dormire - ricorda Bo - dovevamo tutti stare coi corpi dritti e talvolta dormire sempre sui fianchi. C'erano solo 5 o 6 materassini in tutta la stanza, e dormivamo tutti sul pavimento di cemento". Senza parlare del cibo, "brodaglie con le ossa del pollo e riso della più infima qualità".
Oggi molte delle famiglie dei ribelli anti-dittatura fanno avanti e indietro con la lontana prigione per portare cibo ai parenti in cella senza la garanzia assoluta che gli sarà consegnato. Dei loro cari sanno poco o nulla, inghiottiti nell'inferno di Insein dopo averli visti portare via o aver saputo del loro arresto da altri testimoni. È la storia che si ripete, già raccontata con indignazione dalla stessa Suu Kyi nelle sue "Lettere dalla Birmania" parlando dei molti compagni di lotta tenuti anni in celle e spesso usciti morti. Ma nonostante il suo ruolo di capo de facto del governo non fece o potè fare ben poco quando ad esempio nel 2018 vennero arrestati e tenuti 16 mesi a Insein nel 2018 i giornalisti della Reuters U Kyaw Soe Oo e U Wa Lone. Erano gli autori di uno scoop da premio Pulitzer che rivelò almeno uno dei massacri di musulmani Rohingya compiuti dall'esercito nello Stato di Rakhine durante il governo del'Lnd.
Il New York Times riporta la storia del poeta satirico U Paing Ye Thu mandato a Insein nel 2019 - con Suu Kyi ancora al potere - per aver preso in giro i generali e condannato a sei anni. Quando è uscito di prigione ha raccontato dell'incessante arrivo di nuovi detenuti anche di alto profilo, compresi funzionari governativi estromessi. Ha visto decine di manifestanti della disobbedienza civile in attesa di cure mediche ed è rimasto scioccato nel vedere "così tante persone con ferite da arma da fuoco arrestate e mandate direttamente in prigione".
Di tutte le storie dei prigionieri politici passati dalle infami celle di Insein poche sono rimaste nella memoria dei più anziani e trasmesse ai giovani disobbedienti come quella di Tin Maung Oo. Era uno dei leader degli studenti che nel '74 trafugarono il corpo dell'ex segretario delle Nazioni Unite U Thant per rendergli gli onori che il regime negava. I carcerieri offrirono di risparmiargli la vita se avesse accettato di abbandonare l'attivismo politico e ammettere l'errore delle proteste, ma rispose con le parole divenute celebri e riprese da molti militanti di oggi: "Puoi uccidere il mio corpo ma non puoi mai uccidere le mie convinzioni e ciò che ho rappresentato. Non mi inginocchierò mai davanti ai vostri stivali militari!".
di Davide Madeddu
Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2021
In un anno cresce del 30% il numero di detenuti che sceglie di prendersi la laurea durante la reclusione - In rialzo la componente femminile. Una laurea in carcere per una seconda chance. Dall'area politico sociale alle materie artistiche e letterarie passando per l'economia, la giurisprudenza e le discipline ambientali. È in crescita il numero dei detenuti che si iscrivono ai corsi universitari in carcere. I dati elaborati dalla Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari parlano chiaro: si è passati passato dai 796 dello scorso anno agli attuali 1.340, che significa una crescita del 29,9 per cento.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 maggio 2021
Il caso della bozza di sentenza trovata nel fascicolo di un processo in Corte d'appello a Napoli spinge l'Anm a riconoscere le ragioni dell'avvocatura ma divide le posizioni dei penalisti sulle iniziative da intraprendere. Dopo due giorni di riunioni e confronti serrati, la Camera penale di Napoli ha deciso di non proclamare astensione mentre le altre sei Camere penali del distretto (Napoli Nord, Nola, Torre Annunziata, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Irpina) si asterranno dalle udienze il 16 giugno prossimo e per quella data hanno indetto un'assemblea pubblica per una riflessione sui temi che il caso della sentenza in Corte d'appello solleva: la giurisdizione in appello, il ruolo dell'avvocato, le garanzie e i pregiudizi nei confronti del cittadino.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 maggio 2021
Dopo aver dato l'Ok all'emendamento di Costa, il governo stanziò una cifra ridicola. E ora via Arenula non sa come evitare che una norma sacrosanta si riduca a una beffa. È una legge giusta. Lo sanno tutti. Lo riconoscono tutti. Quando nel novembre 2020 il deputato di Azione Enrico Costa, primo firmatario dell'emendamento sui rimborsi agli assolti, ne parlò con l'allora guardasigilli Alfonso Bonafede, non si trovò affatto dinanzi a un interlocutore distante e scettico.
di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante
Il Domani, 31 maggio 2021
Le polemiche di questi giorni seguite alla piena assoluzione del sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato con accuse di corruzione nel 2016 e allora fatto oggetto di una violenta campagna di odio personale nella quale si distinse il Movimento cinque stelle, investe un tema assai serio: l'urgenza di rimettere al centro dell'idea di giustizia penale i diritti degli imputati a cominciare dalla presunzione di innocenza, principio che tutti - politici, giornalisti - devono riconoscere e rispettare.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 maggio 2021
"Superare i toni del passato, ma legalità ed etica valori inossidabili". In un post su Facebook l'ex premier replica a Di Maio e tende una mano agli ortodossi del suo partito. E sui fondi alla Lega attacca Durigon.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 31 maggio 2021
Cominciamo dai fatti. Dopo il disastro della funivia del Mottarone, la Procura della Repubblica di Verbania ha disposto il fermo, cioè la carcerazione, di tre indagati: l'amministratore unico Luigi Nerini, il direttore di esercizio Enrico Perocchio e il responsabile del servizio Gabriele Tadini. Era un provvedimento assai ardito, perché l'arresto di una persona può avvenire solo quando è colta in flagranza di reato oppure quando vi è la probabilità che reiteri il delitto, o inquini le prove o predisponga la fuga.
Ma in questi tre casi la custodia cautelare deve essere disposta dal Giudice delle indagini preliminari: soltanto eccezionalmente, se proprio l'indagato ha le valigie in mano, il fermo può essere disposto dal Pubblico Ministero, che però deve chiederne subito la convalida al Gip. Nel caso in questione, il Gip ha dichiarato illegittimo il fermo, ha mandato Tadini agli arresti domiciliari e ha disposto la liberazione degli altri due indagati, perché nei loro confronti non c'erano né indizi di colpevolezza né tantomeno sospetti di fuga. Nella lunga motivazione, il Gip critica in modo severo l'iniziativa del Pm, che aveva spedito tutti in galera "anche in considerazione dell'eccezionale clamore mediatico suscitato dalla vicenda".
Una circostanza che il Giudice considera "irrilevante e inconferente". E ora il commento. Giuridicamente parlando, la decisione del Gip è ineccepibile. Piuttosto è da domandarsi come un Procuratore della Repubblica abbia potuto esprimersi con espressioni così eccentriche, del tutto estranee alla lettera del codice. E qui le questioni sono molte, ed è bene che siano emerse in un procedimento di "eccezionale clamore mediatico" perché fanno emergere alcuni dei tanti difetti del nostro sistema penale.
Primo. Il Pm di Verbania ha messo inavvedutamente per iscritto quello che i suoi colleghi fanno assai spesso senza dirlo: incarcerare gli indagati non perché stiano scappando o inquinando le prove, ma per placare l'allarme sociale. Ci sono cioè dei delitti che suscitano una tale reazione emotiva da stimolare il superamento della legge formale. Si pensi al caso di un uxoricidio dovuto a un impeto di gelosia: il (la) colpevole si costituisce e confessa. In teoria non potrebbe essere arrestato, perché non può reiterare il reato - avendo ammazzato l'unico coniuge - né inquinare le prove (perché ha confessato) né tantomeno scappare, perché si è, appunto, costituito. Ma potrebbe la società sopportare la liberazione immediata di una persona che ha strangolato la moglie, o sparato al marito? Evidentemente no. E allora si ricorre a un surrogato di motivazione, e si inventa qualcosa.
Nel caso di Verbania, il Pm ha assecondato l'ira funesta del popolo che chiedeva la consueta libbra di carne di un colpevole purchessia. Fortuna ha voluto che trovasse, come si dice, un giudice a Berlino. Ma oltre a Berlino c'è anche Mosca, o Il Cairo.
Secondo. Se il Pm ha commesso un grave errore, molti dei mass media ne sono stati gli ispiratori. Quando, nell'immediatezza del fatto, scrivemmo su queste pagine che la tragedia poteva anche imputarsi all'affrettata riapertura di impianti paralizzati dalla parentesi del Covid, avevamo messo in conto anche quella che si chiama "colpa con previsione": cioè la violazione di norme anti-infortunistiche per recuperare introiti perduti. Ma proprio perché la responsabilità penale è cosa seria, avremmo auspicato maggiore prudenza nell'individuare le cause del disastro e le relative responsabilità.
E invece si è subito scatenata una caccia crudele, nella peggior tradizione di voler trovare, subito e ad ogni costo, un capro espiatorio. Ancora una volta la presunzione di innocenza ha ceduto all'emotività popolare, e mentre persino Di Maio recita un salmo penitenziale per il suo regresso giacobinismo, questo vizio della condanna a mezzo stampa ritorna sotto altre sembianze.
Terzo e ultimo. Anche un solo giorno di galera ingiustificata è un trauma indelebile che condiziona la vita, la salute e l'onore. Se il Pm di Verbania ne ha fatto un uso improprio, è stato perché la legge glielo consentiva. E poco importa se un Gip entro poche ore, o il tribunale del riesame entro pochi giorni, o la Cassazione entro alcuni mesi vi pongono riparo. Il danno è fatto, ed è irrimediabile.
Ebbene non è possibile, non deve essere possibile che - salvo i casi di flagranza - questo nostro bene primario possa essere affidato alla discrezionalità di un singolo magistrato. La carcerazione preventiva deve essere l'eccezione dell'eccezione, e come tale deve essere affidata a un organo collegiale, meglio se distante anche topograficamente dall'Ufficio che la richiede. Ad esempio una sezione presso la Corte d'Appello, composta da tre giudici esperti. Una modesta proposta per la ministra Cartabia, che purtroppo sta cercando di curare il cancro del nostro sistema fallito con modeste cure palliative.
di Giulia Merlo
Il Domani, 31 maggio 2021
La fase preliminare delle indagini è sempre oggetto di grande attenzione da parte dei media. Nel caso di Stresa, però, il diritto di cronaca è spesso esondato in una morbosità che viola i principi deontologici.
Preoccupa il cortocircuito che si è generato tra procura e stampa. In questi giorni la pm che sta indagando sul disastro della funivia ha rilasciato interviste a buona parte dei quotidiani nazionali. A indagini appena avviate e dunque senza prove circostanziate ancora in mano, è necessario e soprattutto auspicabile che il pm parli con la stampa? Per fortuna a difesa di tutti i cittadini opera il sistema delle garanzie processuali. In questo caso, un giudice terzo che supervisiona la fase delle indagini preliminari, verificando i presupposti e controllando l'operato del pm.
I tre indagati della tragedia della funivia di Stresa-Mottarone sono stati scarcerati. Tutti erano stati fermati e portati in carcere nel cuore della notte di quattro giorni fa, ma la gip di Verbania Donatella Banci Buonamici non ha convalidato il fermo disposto dalla pm Olimpia Bossi. Il gestore dell'impianto Luigi Nerini e il direttore d'esercizio Enrico Perocchio sono liberi. Il caposervizio Gabriele Tardini, che ha ammesso di aver inserito il blocco ai freni della funivia, è ai domiciliari.
Breve e inesaustivo quadro di come funziona questa fase processuale: siamo nel corso delle indagini preliminari, durante le quali il pubblico ministero è chiamato a indagare i fatti, formulare ipotesi di reato e individuare eventuali indagati. Il pm può disporre il fermo degli indagati, nel caso in cui esistano le condizioni previste dal codice di procedura penale: i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, che sono il pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. La misura, però, deve essere confermata dal giudice delle indagini preliminari, che valuta se sia proporzionata e sufficientemente motivata dal pm. Questa fase preliminare delle indagini è sempre quella oggetto di maggiore attenzione da parte dei media: si analizzano i dettagli, si cercano i colpevoli, si delimitano le circostanze. Spesso, i media invadono questo delicatissimo momento processuale, ma è il complesso equilibrio tra diritto di cronaca, diritto di difesa degli indagati, principio di segretezza delle indagini penali.
Nel caso della tragedia di Stresa, però, questo diritto di cronaca è spesso esondato in una morbosità che viola i principi deontologici della nostra professione, che prevedono per esempio di non offrire elementi non utili al racconto della notizia che violino la privacy delle persone. Invece, su molti giornali sono state pubblicate le foto della villa del proprietario della funivia, esponendo i suoi familiari e chiunque lì vivesse a subire una violazione della loro dimensione privata. A far preoccupare di più, tuttavia, è il cortocircuito che si è generato tra procura e stampa. La gip, infatti, ha scarcerato i tre indagati sulla base di motivazioni precise: il fermo per i tre "è stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge". Non esisterebbe il pericolo di fuga indicato dalla pm come presupposto dell'esigenza cautelare nemmeno "tenendo conto dell'eccezionale clamore anche a livello mediatico nazionale e internazionale".
"Suggestivo ma assolutamente non conferente è il richiamo al clamore mediatico", ha scritto il gip nell'ordinanza, definendo "di totale irrilevanza" questo dettaglio. Questo che sembra un dettaglio, invece, è l'epicentro del problema. Il crollo della funivia è avvenuto il 23 maggio e nel corso della settimana da poco trascorsa la pm ha rilasciato interviste a buona parte dei quotidiani nazionali, oltre che molte dichiarazioni alle agenzie di stampa di cui sono stati riportati ampi stralci. Questo produce alcune domande. A indagini appena avviate e dunque necessariamente senza prove circostanziate ancora in mano, è davvero necessario e soprattutto auspicabile che il pm parli con la stampa? Soprattutto nel caso in cui la stessa pm motiva, tra le altre ragioni, la richiesta della misura cautelare maggiormente afflittiva - quella del carcere - con il "clamore mediatico"? Un clamore mediatico che lei stessa ha contribuito a generare con le sue dichiarazioni.
Dettaglio amaro: in fondo ad alcuni articoli che tracciano il profilo della pm, come quello del Corriere della Sera del 27 maggio, si legge che Bossi "non ama il clamore della stampa, anche se in questi giorni non si è sottratta ai cronisti", che hanno anche dato conto dei suoi due figli, del suo amore per i viaggi e del suo sogno di fare una "lunga crociera intorno al mondo".
Per fortuna a difesa di tutti i cittadini - soprattutto gli indagati che si trovano davanti all'autorità giudiziaria - opera il sistema delle garanzie processuali. In questo caso, un giudice terzo che supervisiona la fase delle indagini preliminari, verificando i presupposti e controllando l'operato del pm. Un sistema forse imperfetto, ma che va difeso dagli attacchi di chi vorrebbe sbilanciarne l'equilibrio, considerando le garanzie agli indagati un inutile orpello che allunga i tempi della giustizia. Soprattutto oggi che il processo non si svolge più solo nelle aule di giustizia, ma anche e spesso prima di tutto sulle pagine dei giornali.
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