di Sarah Crespi
La Prealpina, 30 maggio 2021
Subito trasferiti d'urgenza a San Vittore. In settimana nuova tornata di tamponi a tappeto. Ormai è conclamato. In carcere è arrivata la quarta ondata di Covid-19, il focolaio è esploso e con esso anche la tensione tra i detenuti. Venti, tutti della quarta sezione, quelli risultati positivi al tampone.
Un numero preoccupante tanto che la direzione ha deciso di prendere subito il provvedimento più drastico: trasferirli in blocco nel penitenziario di San Vittore, a Milano, dove nei mesi scorsi era stata predisposta l'area dedicata ai contagiati. L'operazione è stata quasi immediata. Poco prima delle 15 il pullman della polizia penitenziaria era già pronto nel piazzale interno della casa circondariale, ma il clima era davvero pesante anche perché quando si vive in reclusione ogni pretesto diventa buono per sollevare una rivolta: dalle celle risuonavano urla e invettive, il personale della polpen si è preparato per fronteggiare gli elementi più instabili e irascibili ("si sono messi i guanti", gira voce e in genere è una cautela che non lascia presagire niente di buono), in supporto sono arrivati i colleghi di altri penitenziari. Insomma una mattinata difficile, anche se gestita senza che il controllo sfuggisse di mano a nessuno, con strascichi organizzativi e logistici per tutta la giornata.
Cosa succederà ora? Ripartiranno con ogni probabilità le restrizioni in vigore durante la fase di massima emergenza sanitaria. Quarantena per gli ospiti sani con l'obbligo di effettuare il doppio test a distanza di quindici giorni, colloqui con i parenti (che erano ripresi da pochi giorni anche se non a pieno regime) sospesi, inaccessibili gli spazi comuni, quelli del passeggio, quelli delle attività ricreative e rieducative. Da lunedì tutto il personale che gravita nell'ambiente carcerario verrà sottoposto all'esame del "cotton-fioc", dagli amministrativi ai volontari, passando per poliziotti e cappellano. Rigidi controlli per i pochi che avranno l'autorizzazione all'ingresso.
Capire per arginare - Non è semplice risalire all'untore e individuarlo non equivale a una caccia alle streghe. Significa evitare che via per Cassano si trasformi in un lazzaretto. Mercoledì, quando la notizia è trapelata, sembrava che l'infezione potesse essere riconducibile a un ospite uscito per un permesso e rientrato malato. Ma l'uomo è stato subito messo in isolamento e quindi non dovrebbe essere lui il veicolo. Sta di fatto che un paio di giorni dopo un detenuto che il mondo esterno non lo vede da tempo e che quindi non può aver importato il Covid dietro le sbarre, ha iniziato ad avvertire i sintomi tipici del coronavirus e ha domandato lui stesso un tampone di verifica. Era positivo e con lui altri diciannove concellini. L'unica spiegazione è che il contagio sia avvenuto per il tramite di un esterno che in via per Cassano entra per lavorare. Settimana scorsa, a quanto pare, un agente è risultato malato. Quale che sia il mezzo di diffusione, resta da capire quali misure adottare per evitare che l'epidemia prenda il sopravvento in un ambiente già di per sé ammorbante.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 30 maggio 2021
Subito dopo l'ora d'aria è tornato nella sua cella e si è tolto la vita. Aveva solo 30 anni ed era detenuto nel carcere di Poggioreale di Napoli. Il giovane ha raccolto gli stracci che aveva in cella e li ha arrotolati fino a creare un cappio che poi ha attaccato alla finestra. A darne annuncio è stato l'Osapp, il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria. Inutile è stato il tentativo di salvataggio da parte del poliziotto della penitenziaria di turno che insospettito da rumori è corso nella cella per vedere cosa fosse successo.
L'ennesima tragedia che si perpetra nelle carceri. Nel 2020 altri otto detenuti si siano tolti la vita nelle carceri campane, due dei quali a Poggioreale e uno a Secondigliano; in totale, però, le persone che hanno tentato di togliersi la vita sono state addirittura 47, di cui 33 a Poggioreale e 14 a Secondigliano. "Tra le problematiche del carcere di Poggioreale - afferma il segretario regionale dell'Osapp Vincenzo Palmieri - vi è la forte carenza di organico più volte segnalata. Mancano. rispetto alle piante organiche oltre 200 unità di Polizia Penitenziaria, manca personale amministrativo del comparto funzioni centrali, mancano psicologi ed altre figure professionali e pedagogiche idonee a gestire una popolazione detenuta così vasta".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
Martedì l'udienza per il rinnovo della custodia cautelare. L'appello di Celentano: caro Draghi, fai qualcosa. Una lettera per Liliana Segre. Per ringraziarla di quell'impegno mostrato in Parlamento durante il voto per chiedere il riconoscimento della cittadinanza. Ma anche per esprimere gratitudine per l'amore e sostegno espresso. Scrive dal carcere Patrick Zaki mentre si avvicina l'ennesima - e questa volta ancora più crudelmente ritardata - udienza per il rinnovo della sua custodia cautelare che dura ormai da 478 giorni. Ma si ripromette di consegnare quella lettera di persona, quando potrà incontrare la senatrice da uomo libero, in Italia.
La notizia arriva dopo una visita in carcere della madre e della fidanzata, un incontro durante il quale lo studente dell'Università di Bologna ha regalato alle due donne dei succhi di frutta per combattere il caldo. Poi, in dono anche una piccola chiesa intagliata nel sapone per la mamma e il nome inciso per la fidanzata. Minuscoli ma preziosi segni di speranza che commuovono e che ricordano quanto crudele e feroce sia la sua detenzione. E se, come raccontano gli attivisti e i sostenitori via Facebook, "Patrick appare positivo e pensa che tornerà ai suoi studi presto mentre manda il suo amore, la sua gratitudine e il suo apprezzamento ad amici, insegnanti e alla sua università per il loro continuo sostegno", nessun interesse invece pare dimostrare per l'udienza di martedì. "Patrick ha detto di aver capito che le sessioni di udienza non contano e non lo faranno uscire", spiegano gli attivisti. Difficile infatti sperare che Zaki possa festeggiare il suo trentesimo compleanno a casa, il 16 giugno.
"Quanti altri giorni di festa, quanti altri giorni di studio, quanti altri giorni di vita devono essere rubati a Patrick? Non indietreggeremo di un passo, come non l'ha fatto Amnesty International-Italia ieri in occasione del suo sessantesimo compleanno e continueremo a far pressione ad ogni livello. Patrick libero", ha commentato su Facebook il deputato di LeU Erasmo Palazzotto.
Un messaggio è arrivato anche da parte di Adriano Celentano che si è rivolto direttamente al premier Mario Draghi per sollecitare l'impegno del governo. "Caro Mario, è questa la sfida più importante della tua vita. Qualcuno mi sa dire per quale motivo dovremmo lasciar morire lo Studente Zaki pur di non pregiudicare i buoni affari tra Roma e il Cairo?", scrive il cantautore in una lettera pubblicata sui social. Un altro appello della società civile, che Celentano conclude così: "No ragazzi. È meglio soffrire un po' la fame ma poterci guardare negli occhi. Perché così nascono le idee per salvare il mondo. E io sono certo che anche il "Drago" è d'accordo".
di Marco Panzarella
agi.it, 30 maggio 2021
Il suo reportage "Habibi" ha trionfato al World Press Photo Story of the Year 2021. Nelle immagini le storie di palestinesi detenuti che per avere figli sono costretti a 'contrabbandare' il loro sperma fuori dalla prigione. C'è tanta Italia nell'edizione 2021 del World Press Photo, il concorso internazionale di fotogiornalismo giunto quest'anno alla 64ª edizione e ospitato in anteprima nazionale nelle sale di Palazzo Madama, a Torino. Antonio Faccilongo (Getty), con il reportage Habibi ("Amore mio") ha trionfato nella sezione "World Press Photo Story of the Year 2021", il primo italiano a riuscirvi, racconta all'AGI, una storia d'amore e di speranza, sullo sfondo del conflitto tra israeliani e palestinesi.
Migliaia di palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane e le visite coniugali, così come qualsiasi altro contatto fisico, sono negati. A partire dai primi anni Duemila, ai detenuti che desiderano avere dei figli non resta quindi che contrabbandare il loro sperma fuori dalla prigione, nascondendolo nei regali destinati agli altri figli. Una fotografia, in particolare, mostra una provetta di fortuna ricavata da una penna e nascosta in uno snack. "Molti uomini hanno partecipato ad azioni militari durante la seconda Intifada - spiega Faccilongo - sono considerati dei martiri viventi e i bambini nati con l'inseminazione in vitro sono il frutto dell'amore tra questi prigionieri e le loro mogli. Sono figli di combattenti, ma i genitori non li stanno crescendo insegnandogli a fare la guerra. Vanno a scuola, imparano a conoscere la storia del loro paese, potrebbero semmai diventare futuri leader culturali".
Il reportage di Faccilongo va avanti da anni ed è destinato a proseguire nel tempo. Il fotografo ha conquistato a piccoli passi la fiducia degli interlocutori, rispettando le usanze del luogo. "Sono quasi diventato un membro della famiglia, l'ho capito quando una delle donne che ho fotografato mi ha abbracciato e dentro casa si è tolta il velo. Con le donne è vietato qualsiasi contatto, non si può stringere loro la mano. Il fatto che si fidassero di me mi ha reso orgoglioso".
Nel corso degli anni Faccilongo ha instaurato un legame molto intenso con alcuni protagonisti del suo lavoro, come nel caso della famiglia Rimawi. "Il figlio di Abdul Karim e Lydia, Madj, oggi ha sette anni ed è uno dei primi bambini nati in Cisgiordania con l'inseminazione in vitro. Tra le immagini ne ho scelto una che ritrae la mia mano che tiene uno smartphone. Sul display c'è la fotografia di Madj, che mostra il numero sette. Me l'ha inviata il giorno del suo compleanno, purtroppo con il Covid è stato impossibile raggiungerlo, ma ho voluto comunque inserire il selfie tra i contenuti del reportage. Per questi bambini compiere sette anni è importante, perché i prigionieri possono incontrare i loro figli solo fino ai sei anni, dopo non ci sarà più alcun contatto come avviene con le mogli".
Le fotografie di Faccilongo sono tecnicamente valide, ma ciò che colpisce lo spettatore è la forza narrativa. "Credo che la storia sia fondamentale, ma bisogna anche saperla interpretare, evitando gli stereotipi. In Habibi l'amore ha un ruolo centrale, ci sono una serie di immagini apparentemente vuote che però raccontano momenti e stati d'animo". Il lungo reportage di Faccilongo è destinato a diventare anche un documentario video, ma i tempi sono ancora acerbi. "L'idea è seguire uno di questi bambini fino a quando diventerà padre. È un lavoro pensato per il cinema, che mi auguro di portare a termine".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 30 maggio 2021
Il 12 giugno al voto. In tre settimane oltre 2mila arresti, frutto della nuova legge per limitare le manifestazioni. Per il terzo venerdì consecutivo le autorità algerine hanno impedito lo svolgimento della settimanale manifestazione di protesta del movimento Hirak, che portò alla caduta dell'ex presidente Abdelaziz Bouteflika nel 2019. "Più di 2mila manifestanti sono stati arrestati, di cui oltre 180 sono in detenzione, in queste tre settimane dall'ingresso della nuova legge del ministero dell'interno" - ha riferito Saïd Salhi, vicepresidente della Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Laddh), descrivendo una situazione "allarmante sul progressivo livello di repressione della protesta".
Il riferimento è legato al tentativo da parte del governo centrale di vietare e riprendere il controllo delle manifestazioni di piazza dei manifestanti con la presentazione di una nuova legge, adottata ad inizio mese dal ministero dell'interno, che prevede "la richiesta preventiva per l'autorizzazione di nuove manifestazioni con l'indicazione di inizio e fine corteo, del tragitto e degli slogan utilizzati". Tutti gli attivisti e giornalisti fermati e arrestati in queste settimane hanno gli stessi capi di accusa: "indebolimento dell'unità nazionale", "istigazione a riunioni disarmate" e, dopo il divieto di raduni non autorizzati, "mancato rispetto delle misure amministrative".
Una repressione, imposta in queste settimane da un imponente apparato di polizia, che ha colpito in maniera indiscriminata noti attivisti del movimento - come Slimane Hamitouche - oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Il più recente caso riguarda Kenza Khatto, giornalista politica dell'emittente Radio M, arrestata lo scorso 14 maggio mentre documentava le violente cariche della polizia contro gli attivisti che tentavano di manifestare ad Algeri.
Un duro inasprimento del livello di controllo legato anche dall'avvio, la settimana scorsa della campagna elettorale, e dal tentativo del presidente Abdelmajid Tebboune di limitare qualsiasi manifestazione di dissenso. Un chiaro segnale della volontà del governo di escludere qualsiasi contestazione durante la campagna elettorale confermato dalle dichiarazioni del capo di stato maggiore, il generale Saïld Chengriha, che ha messo in guardia chiunque dal "tentativo di minare l'unità nazionale preservando il calendario elettorale previsto". Una campagna elettorale molto complessa e non accettata all'unanimità dalle forze politiche algerine, visto che tutti i partiti di opposizione laici o di sinistra e l'Hirak contestano quelle che considerano "una nuova mascherata del regime".
Come confermato in questi giorni dall'autorità nazionale indipendente per le elezioni (Anie) sono circa 1500 le liste accettate e legate, principalmente, ai partiti pro-potere all'epoca di Bouteflika come il Fronte di Liberazione Nazionale (Fnl) e il Raggruppamento Nazionale Democratico (Rnd), con alcune eccezioni di candidati indipendenti. Le formazioni islamiste, si presentano con una coalizione che raduna tutte le principali correnti come il Fronte per la giustizia e lo sviluppo (Fjd) di Abdallah Djaballah o il Movimento per la Società e la Pace (Msp) di Abderazzak Makri.
Il fronte islamista di Makri, che tenta di approfittare del boicottaggio delle formazioni politiche progressiste e del netto calo di consensi nei confronti dei partiti dell'epoca Bouteflika, ha già fatto sapere di essere pronto "a governare una nuova Algeria in caso di vittoria". "Gli arresti di queste settimane confermano, nonostante il fallimento delle presidenziali del 2019 e il referendum costituzionale del 2020 segnati da un'astensione record - afferma Salhi - la determinazione del regime di applicare la sua strategia elettorale, senza tener conto delle richieste del popolo algerino per una transizione democratica, partecipata e una giustizia indipendente".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
Nel 2014 l'Isis nel Kurdistan iracheno mise in atto il genocidio della piccola minoranza: furono le donne le più colpite. Oggi un progetto italiano dà loro l'opportunità di ricominciare coltivando e rivendendo fiori mentre gli uomini producono funghi. Dice Gul: "Raccontate la nostra storia".
"Quando sono arrivati stavo raccogliendo i cocomeri nei campi". Halida ha 25 anni, gli occhi chiari, sulla pelle i segni del sole e del dolore. "Era il 3 agosto. Siamo scappati, siamo scappati tutti. Ma c'è chi non c'è riuscito". Sono passati quasi sette anni da quel giorno. E non c'è notte in cui ad Halida venga concesso di dimenticare. Le urla delle sorelle strappate via dalle braccia l'una dell'altra, la paura, la corsa, le auto in colonna per fuggire da quella che era casa, Sinjar.
Il genocidio yazida: lo inizia a chiamare così oggi la comunità internazionale, mentre alle Nazioni Unite è stata istituita una squadra per indagare sui crimini di guerra commessi dai miliziani dell'Isis contro le donne e gli uomini di questa minoranza. "Sono adoratori del diavolo, da sottomettere e convertire, fate quello che volete di quella gente", dissero i comandanti dello Stato islamico ai loro miliziani, pensando così che si potessero giustificare migliaia di donne ridotte in schiavitù, uomini uccisi, bambini rapiti, come se la guerra potesse mai avere un torto o una ragione. Ora le ferite di quella violenza sono ancora tutte lì, aperte, nel nord dell'Iraq, sotto il sole di primavera che già promette caldo feroce, mentre il mondo dimentica in fretta.
Una lacrima scivola piano sulla pelle di Halida e cade sulla terra scura del campo di Essyan, 180 chilometri a est di Sinjar, dove vivono ancora in 15 mila, anche oggi che l'Isis è dichiarato sconfitto. Tornare a casa non si può, ancora troppo pericoloso. Le mine, la lotta tra le diverse fazioni curde, le mire turche, le vendette. Un gruppo di donne cammina lento verso la collina. Sono arrivate qui nel 2014. "Vedi queste piantine? Le ho coltivale io", sorride Assia mentre accarezza i petali di una pelargonia. "Due mie sorelle e gran parte della mia famiglia, quella che è rimasta, sono andati in Germania. Mi mancano, vorrei raggiungerli. Ma ho nostalgia di casa".
Otto serre, un progetto nato a metà 2019 che cerca di ridare a queste donne un'occupazione e tenta di offrire un poco di sollievo a una comunità resa fragile dal conflitto. A volerlo la Ong Avsi. "Grazie a un finanziamento di mezzo milione di euro di Aics, l'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, siamo riusciti a fare prima corsi di training, poi già con l'aiuto delle famiglie beneficiarie, tutte yazide, e quasi tutte provenienti da Sinjar, abbiamo installato le serre, dove le donne ora lavorano ogni mattina", sottolinea Giulia Cegani, project manager dell'organizzazione italiana.
Ad aiutare Avsi nella realizzazione delle serre è stata Adar, una donna curda originaria di Duhok. Un dottorato negli Stati Uniti in botanica, esperta di erbe e medicinali della regione del Kurdistan, Adar conosce a memoria i nomi di tutte le piante e di tutte le donne con cui lavora. "Guarda questa foto". Adar mostra il telefono. Una delle "sue" ragazze, Haula, "è tornata a vivere a Sinjar. E dopo avere imparato qui a seminare e far crescere le fragole, ora ci sta provando a casa", spiega orgogliosa. La interrompono Husein e Sherazade, marito e moglie.
Dopo aver saputo delle serre da un post su Facebook pubblicato da un amico emigrato in Gran Bretagna, hanno deciso di sostenere la comunità yazida. E sono venuti a comprare le piante all'ingrosso per il loro negozio di fiori. "L'obiettivo del progetto è proprio questo: vendere le piante ai vivai di Duhok, in modo che si crei un commercio. Con alcuni negozi, i beneficiari hanno stretto accordi: i primi forniscono i semi, i secondi li fanno crescere nelle serre e poi li rivendono a un prezzo di favore che permette di riconoscere alle donne un piccolo corrispettivo mensile", sottolinea ancora Cegani. Un passo simbolico in avanti in una zona dove la disoccupazione dilaga, aiutata dalla pandemia, e dove i membri della comunità yazida vivono ancora quasi tutti nei campi sfollati, senza un impiego né una casa.
"Un proverbio della mia gente dice: se incontri una persona che ha bisogno, aiutala senza chiedere la sua religione". È appena iniziato il Ramadan, il mese sacro per i musulmani, sta per finire l'anno yazida. La coda di automobili verso Lalish, il tempio più importante per questa minoranza antica e misteriosa, si allunga a vista d'occhio. Ci sono le mascherine per proteggersi dal virus. Ma c'è anche la voglia di rendere omaggio. Le ragazze sono vestite a festa, i bambini portano le corone di fiori e le uova dipinte a mano. I ragazzi hanno sui capelli ancora più gel del solito. "Qui tutti hanno perso qualcuno".
Jamal ha 34 anni, lo sguardo fiero. Ma a fare male non sono solo i ricordi. "Di mio fratello non so più nulla da sette anni. Lo hanno ucciso. Ma come faccio a piangerlo se nessuno mi dice che è davvero così? Non ho mai visto il suo corpo. E l'ho cercato, sapeste quanto l'ho cercato". Dopo l'invasione di Sinjar, Jamal è riuscito a mettersi in salvo. "Ho lavorato per i soldati americani come traduttore, ero orgoglioso del mio impiego. Ma ora che se ne sono andati non so come trascorrere la maggior parte del giorno", racconta. La fila per entrare nel tempio si snoda a fianco del serpente di pietra che occhieggia sullo stipite della porta. Jamal prova a sorridere, a piedi scalzi supera il gradino di ingresso senza calpestarlo, come vuole la tradizione e poi entra nella parte più antica dell'edificio per il rito del lancio della sciarpa. "Prova tre volte a occhi chiusi, se riuscirai a fare in modo che non cada il tuo desiderio si avvererà". Poi abbassa gli occhi e dice piano: "Il mio sogno è di avere, un giorno, giustizia. Solo questo".
A Old Sharya, la strada sale verso una collina rocciosa. All'orizzonte, l'acqua della diga di Mosul, la stessa che l'Isis ha messo in pericolo dopo che Al Baghdadi salì sul pulpito della moschea di Al Nuri, brilla al sole. Più sotto, in una piccola grotta, Sheik Heshyar - che appartiene a una delle "caste" più alte della comunità yazida, quelle che custodiscono i segreti del culto - si muove veloce. Intorno a lui sacchi di funghi sembrano galleggiare tra il vapore delle spore e la luce fioca della lampada a olio.
"In queste stesse grotte si nascondevano i peshmerga durante gli anni di Saddam. Oggi, dopo la guerra con Isis, abbiamo scoperto che c'è un'altra cosa che possiamo fare qui, oltre a nasconderci". Così ora gli uomini della comunità yazida riescono a vendere i funghi oyster nei mercati della zona, guadagnando qualche soldo. "Siamo in Iraq dal 2014 - spiega Lorenzo Ossoli, country director Avsi - e quello che abbiamo capito lavorando con le minoranze, quella cristiana prima e quella yazida dopo, è l'importanza di realizzare progetti che incoraggino la coesione sociale e l'inclusione, come del resto ha ribadito Papa Francesco durante il suo primo viaggio in queste terre, nel marzo scorso". Appigli e segnali di speranza cui aggrapparsi. "La chiave, soprattutto per sostenere le donne, è partire dal basso puntando sulla resilienza di queste comunità", gli fa eco Laura Cicinelli, responsabile Aics in Iraq.
Il sole tramonta dietro la collina al campo di Essyan. Tre bimbi giocano vicino alle serre mentre le pecore pascolano tranquille e le madri iniziano a preparare la cena con quel poco che c'è. Uno di loro impugna una spada di plastica. Fa il gesto di tagliare la gola a sua sorella. Sono entrambi nati qui, lontano da casa, di quel 3 agosto hanno sentito parlare dagli adulti, a bassa voce, nelle sere d'inverno intorno al fuoco. Poco più in là una giovane sorride e fa cenno con la mano. Stringe un quaderno sul cuore. "Mi chiamo Nasrin, sto studiando inglese, vorrei diventare un dottore e lavorare qui, un giorno".
La raggiungono le sorelle, lo stesso sguardo, gli stessi capelli castani lucidi. "Io sto provando a imparare il tedesco per raggiungere mio marito in Germania", spiega Assia. Piano piano esce dalla tenda anche lei, nonna Gul. Prende una sedia di plastica e si siede. Oggi Gul, le sue figlie e le sue nipoti vivono tutte insieme. Hanno paura. A proteggerle è rimasto solo uno dei figli. Vivere, in mezzo alla guerra, è difficile. Se sei una donna è ancora peggio. Gul guarda lontano verso l'orizzonte. Il sole è ormai andato. Strizza gli occhi per un secondo, poi sposta lo sguardo dritto negli occhi di chi le parla. Alza il mento. "Raccontate la nostra storia. Io sono Gul e il mio nome significa rosa".
di Nello Scavo
Avvenire, 30 maggio 2021
Dopo le "rassicurazioni" del governo italiano alle Ong, da Tripoli le agenzie umanitarie precisano: "Quasi nessun accesso ai centri di detenzione. Questo sistema è un abominio". Provando a rassicurare le Ong, che chiedono il ripristino di un meccanismo di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, anche il Viminale ha parlato della "preziosa opera dell'Unhcr e dell'Oim, per il rispetto dei diritti umani nei centri allestiti nel Paese nordafricano".
Ma dalla Libia fonti delle Nazioni Unite smentiscono: "Non abbiano nessuna possibilità di cambiare la situazione rispetto ai diritti umani". Contrariamente alla narrazione ufficiale, alle due agenzie è impedito di fare granché. "Il nostro intervento, come diciamo da tempo, è di assistenza pratica". Di più non è consentito. In Libia i conti non tornano mai. Specialmente quando si parla di diritti umani. Lunedì il nuovo premier Dbeibah sarà in Italia per la prima volta, dopo la nuova visita lampo a Tripoli del ministro degli Esteri Di Maio e in vista del forum per il rilancio degli affari tra le due sponde del Canale di Sicilia.
"Circa 5.100 persone - ha detto ad "Avvenire" una fonte delle agenzie umanitarie - sono attualmente detenute in 28 siti ufficiali, in condizioni disastrose". Non solo non c'è stato alcun progresso nella gestione di queste strutture, ma gli operatori Onu "attualmente hanno scarso o nessun accesso a questi centri e sono solo in grado - aggiunge la fonte - di monitorare la situazione o fornire assistenza". E perché sia chiara la posizione, dalle agenzie Onu ribadiscono "l'appello affinché le autorità competenti garantiscano il rilascio ordinato di tutta la popolazione detenuta e il libero accesso ai centri di detenzione".
Non è la prima volta che i funzionari delle Nazioni Unite si vedono costretti a rimettere ordine fra le ottimistiche ricostruzioni fornite da Italia e Ue. Ancora nelle settimane scorse sia il capo della missione dell'Organizzazione dei migranti in Libia (Oim), sia l'alto commissario per i rifugiati Filippo Grandi, avevano dovuto spiegare come davvero stanno le cose. Il 10 maggio Grandi ha ricordato, a proposito dei guardacoste libici, che "i migranti vengono soccorsi e poi rimandati in un sistema che abusa delle persone".
A sostenere che la gestione dei flussi migratori non sia mai stato il primo pensiero dei governi di Tripoli è anche Sami Zaptia, direttore del quotidiano "Libya Herald". "In Libia il tema dell'immigrazione illegale non è mai stato veramente visto come un problema - ha spiegato in un'intervista all'agenza Agi -. La sensazione è invece che l'Italia e l'Europa siano concentrate solo su quello, anche a costo di fare accordi con le milizie".
Nelle prossime settimane il Parlamento italiano dovrà discutere il rinnovo del sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica, costata fino ad ora oltre 800 milioni di euro, e che non di rado ha ricambiato l'interessato favore con ambigue manovre in mare, omissioni di soccorso, diverse stragi e un certo numero di raffiche sparate all'indirizzo di pescherecci italiani. Anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha insistito nel chiedere ai partner Ue di potenziare la missione navale europea Irini nel ruolo di addestramento dei guardacoste di Tripoli. "Nella Guardia Costiera libica non sono tutti degli angeli - ha osservato il direttore del "Libya Herald" -. Inoltre riportare i migranti in Libia, dove non abbiamo la capacità di rispettare gli standard internazionali, porta ad ulteriori crimini".
I clan hanno affinato le tecniche di taglieggiamento dei Paesi europei. E le frequenti partenze di queste settimane, proprio in vista del vertice a Roma con Dbeibah, fanno parte della trattativa a colpi di barconi. Un sistema di vera criminalità organizzata che Safa Msehli, portavoce dell'Oim da Ginevra, riassume in un tweet nel quale denuncia la sparizione di migliaia di persone: "Più di 10mila migranti sono stati intercettati quest'anno da "entità libiche" e sono stati portati in prigione. Ma oggi solo la metà di loro si trova in questi centri. Questo sistema è un abominio".
Il Gazzettino, 30 maggio 2021
Un piatto, un tetto e lavoro per riconciliarsi con la vita. La generosità di Claudia Francardi e Irene Sisi ha segnato il senso dell'apertura della Casa d'accoglienza Oasi 2, in via Seduzza, quasi sette anni fa. Claudia è la vedova dell'appuntato Antonio Santarelli.
Nel 2011 una pattuglia di carabinieri fermò alcuni ragazzi che stavano andando a un rave party, in provincia di Grosseto. Mentre controllavano i documenti, uno di loro ha preso un bastone, ha colpito i due carabinieri ed è scappato. Antonio, il marito di Claudia, è morto dopo un anno di coma. Nel frattempo è stato individuato il responsabile di quell'atto così violento, un ragazzo giovanissimo, Matteo Gorelli, che fu arrestato, processato e condannato all'ergastolo; la pena all'appello è stata ridotta a vent'anni. Irene è, invece, proprio la madre di Matteo. Fu un evento testimonianza di giustizia riconciliativa.
Le due mamme si cercarono, si incontrarono e si sentirono capaci di condividere la loro storia di ascolto vicendevole e di sintonia spirituale. In noi c'era il bisogno di "sentire" come sia stata possibile, e lo possa essere ancora, un'esperienza di riconciliazione e perdono così importante: una giustizia riconciliativa, quindi, e non solo punitiva.
Per questo stava nascendo a Cordenons la Casa di Accoglienza Oasi 2, per imparare a ricomporre esistenze sconvolte, dal punto di vista individuale e sociale. Oggi sono 5 gli "ospiti", ma presto saranno 8. Una provvidenziale collaborazione e intesa con Sandro Castellari, responsabile della Coop Oasi e iniziatore dei processi di accoglienza e reinserimento sociale, rende possibile ravviamento, nel mondo del lavoro, delle persone accolte all'Oasi 2. Lo slogan di Sandro è "dare un piatto, un tetto e un lavoro".
Il vescovo, Giuseppe Pellegrini, oltre a incoraggiare questi progetti, ne è un fervente sostenitore: "Invito le parrocchie e le persone di buona volontà a guardare con delicata attenzione e ragionevole speranza a queste iniziative".
L'Oasi 2 ha bisogno attualmente di una lavatrice, se non nuova, usata e in buono stato, e di un box metallico per custodire gli attrezzi da lavoro. Il riferimento per eventuali donazioni è don Piergiorgio Rigolo, cappellano del carcere e responsabile dell'Oasi 2, che risponde al numero 335.1874835.
di Paolo Salom
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
L'Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei. Denunciare l'antisemitismo, oggi, appare una fatica pleonastica. Difficile trovare qualcuno che non sia d'accordo nel ritenere l'odio nei confronti degli ebrei un sentimento che appartiene ai momenti più bui della Storia. Eppure ci troviamo, in questi difficili giorni, di fronte a un aumento esponenziale degli episodi che è davvero faticoso definire in altro modo. L'Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei.
Sui social questa campagna aggressiva raggiunge livelli sconcertanti. Per fare solo un esempio: la frase "Hitler doveva finire il lavoro", in varie declinazioni, è comparsa di recente in 17 mila messaggi su Twitter. La ragione di tutto questo? Il conflitto tra Hamas e Israele, ennesimo confronto in un Medio Oriente dove la pace appare in fuga ogni volta che sembra a portata di mano. Ora, senza entrare nelle ragioni di una guerra che prosegue da oltre un secolo né proclamare che Israele - o meglio il suo governo - sia esente da critiche, dobbiamo però chiederci perché ogni volta che la parola, in quel difficilissimo contesto, passa alle armi, nel mondo si crei uno tsunami di invettive (e azioni) contro Israele e gli ebrei.
E non sono solo le frange islamiste il motore di tutto questo: larga parte della politica e anche dell'opinione pubblica, non importa in quale Paese, rilancia regolarmente il veleno. Dunque: cos'è l'antisemitismo? Come distinguerlo da una legittima critica dello Stato ebraico? La risposta è semplice. È antisemitismo qualunque affermazione che, partendo dall'irrisolta questione palestinese, nega agli ebrei - e solo a loro - il diritto a vivere come una nazione indipendente. Così come il pugno scagliato contro un ebreo incontrato per caso a diecimila chilometri da Tel Aviv o Gerusalemme.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
La morte dell'operaia 22enne Luana D'Orzio, quelle di Christian, schiacciato da un tornio meccanico, e di Maurizio, colpito da una lastra di cemento armato, e tante altre. Vittime che devono spingerci a riflettere su quanto avevano scritto i padri costituenti, "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro": questo è l'inizio dell'inizio, il principio del principio, le prime parole dell'Articolo 1 della Costituzione italiana. Quante volte le avrete lette o sentite... Vi siete mai chiesti perché, proprio dove viene stabilita la forma di governo, troviamo l'inciso sul lavoro? Perché il lavoro è un diritto, certo, ma non è solo per dire questo che i padri costituenti hanno messo lì quell'inciso. Mi sono dato un'altra spiegazione. La forma più "naturale" di lavoro è lo sfruttamento, perché il lavoro, prima di essere un diritto, è da sempre soprattutto una necessità vitale. Quanto spazio esiste per chi approfitta di una necessità altrui? E quanto poco ne resta a chi è disposto a tutto pur di portare a casa uno stipendio? Vi sembrerà che io stia descrivendo realtà marginali, ma non è così.
La pratica del lavoro è sottratta all'arbitrio da leggi che, se non vengono rispettate, riportano tutto a uno stato di natura più o meno evidente, una natura che è matrigna, fatta di sfruttati e di sfruttatori. La foto che ho scelto questa settimana è totalmente fuori fuoco e ritrae un cameriere che non è riconoscibile perché è un lavoratore a nero, senza contratto e quindi senza tutele. Vedere le cose leggermente fuori fuoco, come suggeriva il fotografo Robert Capa, significa avere la giusta vicinanza, ma a vederle totalmente sfocate si corre il rischio di non comprendere cosa accade, dove siano i torti e dove le ragioni. Datemi pure del buonista, ma non riesco a puntare il dito sui lavoratori.
In una delle sue solite dirette sui social, il governatore della Campania Vincenzo De Luca se la prende con quei lavoratori che, dice, preferiscono i 700 euro del reddito di cittadinanza al lavoro. De Luca conosce bene la realtà nel Sud Italia - anzi nell'Italia intera! - del lavoro nero; sa bene che spesso la scelta tra 12 ore di lavoro - con stipendio di neppure 700 euro - e qualcosa di più accettabile non esiste. Si può criticare il reddito di cittadinanza, ma non attribuire al lavoratore la responsabilità di preferirlo a un lavoro mal retribuito e spesso senza garanzie e diritti. La morte di Luana D'Orazio, l'operaia di 22 anni rimasta intrappolata nel macchinario su cui lavorava, ha gettato luce sul dramma non solo delle morti sul lavoro in Italia, ma anche sull'arbitrio a cui è sottoposto questo mondo: se lo Stato non controlla, il rispetto delle regole è demandato alla sola coscienza del datore di lavoro.
Dopo la morte di Luana, i media si sono accorti anche di Christian, schiacciato da un tornio meccanico; di Maurizio, colpito da una lastra di cemento armato; di Andrea, travolto da 14 quintali di mangime; di Samuel, studente lavoratore di 19 anni, morto nell'esplosione di un capannone con la collega Elisabetta; di Marco, caduto da un ponteggio; di Mario precipitato dall'impalcatura di un viadotto su cui faceva manutenzione. Dal clamore scatenato dalle morti, pareva ci si fosse accorti dell'emergenza. Ma una settimana dopo già non se ne parla più. In media muoiono in Italia sul lavoro 3 persone al giorno, calcolo per difetto perché il lavoro nero non è tracciabile. E in Italia si stimano almeno 3 milioni e 600mila lavoratori in nero, altro numero calcolato per difetto: trattandosi di lavoro sommerso, vediamo solo la punta dell'iceberg. Io sono cresciuto in una terra dove per farsi assumere regolarmente nei cantieri bisognava morire: quando qualche operaio in nero moriva, per coprire l'illecito lo assumevano.
Nel 2020 l'Ispettorato nazionale del lavoro ha controllato tutela della salute e sicurezza in 10.069 aziende: 8.068 sono risultate irregolari, il 79,3%, non a norma 8 su 10. Le politiche a tutela dei lavoratori sono ritenute un costo, non un investimento in qualità del lavoro. E il primo a non investire nel lavoro è lo Stato. Negli ultimi 10 anni tagli alla spesa pubblica hanno ridotto gli ispettori del lavoro e gli addetti Asl per i controlli nelle imprese di oltre la metà: 2.000 ispettori vigilano oggi su circa 4 milioni e mezzo di imprese. Se le cose stanno così, allora è offensivo dover ascoltare politici di lungo corso affermare che il lavoratore deve rinunciare al reddito di cittadinanza e mettersi sul mercato, un mercato nero, spesso senza garanzie e senza diritti. Questa è davvero la fine della politica.
- Cagliari. Laboratorio teatrale per gli ex detenuti: progetto del Cada Die col carcere di Uta
- Lecce. Un patto per la legalità e per superare il disagio giovanile
- Migranti. Caporali italiani sfruttano braccianti stranieri: a Mondragone nulla cambia
- Migranti. La Libia non è mai stata un porto sicuro e ormai neppure l'Ue lo è più
- La legge che vigila sull'export di armi è sotto attacco











