di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 10 luglio 2021
La riforma della prescrizione lacera il M5S. Conte e Bonafede contro i ministri del loro partito che hanno accettato la mediazione. La scissione è a un passo. Il giorno dopo l'ok alla riforma Cartabia, che di fatto cancella la prescrizione targata Bonafede, il Movimento 5 Stelle esplode. Quello che fino al giorno prima era solo carbone sotto la cenere pentastellata, ventiquattro ore dopo si trasforma in un incendio che nessuno sembra essere in grado di domare. Da un lato i seguaci di Giuseppe Conte, ostili alle modifiche sulla Giustizia e allo stesso Mario Draghi, dall'altro i fedelissimi di Beppe Grillo, decisi a proseguire nell'esperienza di governo e inclini al compromesso con le altre forze di maggioranza.
E la prescrizione era lo "sparo di Sarajevo" che tutti aspettavano per lanciarsi in uno scontro fratricida dagli esiti incerti. Per il Movimento 5 Stelle e per lo stesso esecutivo, visto che una folta pattuglia grillina sembra intenzionata a ribaltare in Aula il compromesso sulla giustizia raggiunto in Consiglio dei ministri. Un proposito bellicoso che potrebbe velocizzare la scissione, al momento congelata, e l'uscita dal governo di un consistente numero di deputati e senatori contiani, come auspicato dal Fatto quotidiano e dall'ex onorevole Alessandro Di Battista, l'asse Conte-Bonafede contro i ministri M5S.
Il clima insomma non è dei più sereni e il primo ad aprire le ostilità è un peso da novanta come l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, l'ideologo del "processo a vita" tramutato in legge, che dal suo profilo Facebook rompe il silenzio per dissociarsi dalla scelta dei colleghi ministri di accettare la mediazione al ribasso.
"Qualcuno approfitta della riforma del processo penale passata ieri in consiglio dei ministri, con il timoroso e ossequioso benestare dei ministri M5S (che non hanno avuto nemmeno il tempo e la possibilità di analizzare la proposta), per attaccare me e le battaglie che ho portato avanti", scrive l'ex ministro, che - fanno notare alcuni parlamentari grillini dello schieramento avverso - ai tempi in cui rivestiva i panni di capo delegazione del Conte due non avrebbe mai permesso un simile attacco nei confronti di ministri 5S da parte di esponenti pentastellati. Ma il Conte due non esiste più e Bonafede si sente libero di sparare sui compagni di partito senza troppi fronzoli: "Purtroppo, ieri il M5s è stato drammaticamente uguale alle altre forze politiche nonostante fosse trapelata la volontà di un'astensione", scrive l'ex ministro con piglio movimentista.
Lo stesso stile con cui Di Battista qualche ora prima suona la carica dalle colonne di Tpi, con un editoriale al vetriolo contro l'ala moderata del suo ex partito: "Il fallimento dell'ala governista del M5S è un dato di fatto e solo chi è "interessato" al governo o chi ormai ha la carta intestata ministeriale davanti agli occhi non riesce ad ammetterlo", scrive Dibba, convinto che impunità e prescrizione siano tornate a causa di chi ha scelto di calarsi "le braghe" in Cdm. "Mai vista una débâcle tale nella storia repubblicana", aggiunge, riferendosi a tutti i provvedimenti pentastellati smantellati dall'attuale maggioranza. "Una prova di grave irresponsabilità", tuona l'ex 5S, chiedendo al gruppo parlamentare una "presa di posizione netta".
A prendere posizione però è Giuseppe Conte, aspirante leader da mesi, che intervenendo al convegno dei Giovani industriali, ne approfitta per lanciare la sua bordata: "Ho apprezzato molto il lavoro della ministra Cartabia. Ma io non canterei vittoria oggi, non sono sorridente in particolare sull'aspetto della prescrizione. Siamo ritornati a quella che era nel passato ed è un'anomalia italiana", sentenzia l'ex premier, che pure assicura di non avere alcuna intenzione di bombardare Palazzo Chigi. Ma l'artiglieria pesante è ormai schierata.
Ci pensa il Fatto quotidiano, da mesi critico col "governo dei migliori" e ancora molto influente su una parte di elettorato grillino, a cannoneggiare. Questa volta nel mirino del giornale di Marco Travaglio finisce direttamente il garante, il fondatore, l'elevato: Beppe Grillo. Poco prima dell'ora di pranzo sull'homepage del quotidiano spunta una notizia "esclusiva": a obbligare i ministri ad accettare la mediazione sulla prescrizione sarebbe stato il comico in persona, dopo un colloquio telefonico con Mario Draghi, di cui ormai sarebbe quasi intimo. È lui, è il sotto testo dell'articolo, il responsabile del tradimento. Apriti cielo. Molti parlamentari cominciano a mugugnare e chiedono spiegazioni alla pattuglia ministeriale. Ma tutto tace.
A sorpresa però si rianima il nuovo sito del M5S (movimento5stelle.eu) su cui compare una durissima nota per smentire ogni retroscena giornalistico e rinnegare gli attacchi del mattino lanciati da Conte e Bonafede. "Stiamo sentendo e leggendo ricostruzioni d'ogni tipo. Ma, per fortuna, ci sono i fatti", recita il comunicato postato sulla pagina ufficiale del partito. E i fatti, l'anonimo estensore dell'articolo (secondo i ben informati istruito da Luigi Di Maio) dicono che "la nostra riforma della prescrizione vige fino al primo grado di giudizio: l'alternativa era cancellarla". Non solo: "I tempi della prescrizione per i reati dei potenti, quelli contro la collettività (vedi la corruzione) sono stati allungati: non a caso rappresentanti di alcune forze politiche ieri hanno avuto forti mal di pancia".
E "i pm potranno proporre appello anche di fronte a un'assoluzione in primo grado: nel progetto originario non potevano farlo". Questo è ciò che la comunicazione pentastellata, oggetto del contendere nella disputa Conte-Grillo ma ancora in mano al comico, intende rivendicare. "Se non ci fossimo stati noi, l'esito sarebbe stato molto diverso. Ma attenzione: questo testo dovrà andare in Parlamento. E ci proveranno, state sicuri, tutti, a smantellare le conquiste che abbiamo ottenuto. Dobbiamo farci trovare pronti, ancora una volta a difendere col coltello fra i denti quanto conquistato", conclude il post, ribaltando la narrazione della debacle sostenuta da Dibba e dai contiani.
La presa di posizione però non basta a calmare gli animi. scissione in vista Lo scontro è andato troppo oltre per siglare una tregua. E lo "spettacolo" della frammentazione del Movimento è troppo divertente per gli avversari storici che colgono al balzo l'occasione per girare il coltello nella piaga. Come fa il leader di Italia viva Matteo Renzi, soddisfatto per aver archiviato "l'era Bonafede" e sicuro che il M5S sia "finito, morto, non glielo hanno detto, non lo sanno, lasciamoli, fare", dice, giocando coi nervi degli alleati di governo, ormai dilaniati da una scissione di fatto. Renzi spera in qualche reazione scomposta e viene subito accontentato.
A reagire a viso aperto è ancora l'ala contiana, sempre più convinta della necessità di uscire dalla maggioranza. A parlare pubblicamente dell'opzione è più di un esponente pentastellato, tra cui spicca Vittorio Ferraresi, ex vice di Bonafede in via Arenula. "Al governo in questo Paese ci devi stare, che sia con uno o con l'altro, per impedire che le idee spesso identiche da "sinistra" a "destra", che muovono su interessi estranei ai cittadini possano dilagare. Ma non ci puoi stare per starci, non combattendo", dice l'ex sottosegretario, prima di aggiungere serio: "Se non conti nulla meglio stare fuori".
Ma ancora più dura del collega è Giulia Sarti, grillina della prima ora e membro della commissione Giustiza alla Camera: "L'unica cosa da fare adesso è essere coerenti: non ci sono più le condizioni per restare nel governo Draghi. Fine", scandisce Sarti, aprendo ufficialmente un dibattito pubblico sull'opportunità di posizionare il Movimento all'opposizione.
Ma uscire dal governo equivale ad uscire dal partito. Ed è proprio lungo questo confine che si gioca la partita anche interna tra Grillo e Conte. Il primo, ex comico del Vaffa diventato garanzia di stabilità per Draghi, il secondo, ex premier con equilibrio avvocatizio, trasformato nell'intransigente custode del verbo originario. Il futuro del governo è offuscato dalle nubi, quello del Movimento sembra un po' più definito: la scissione, a questo, punto resta l'unica strada percorribile.
di Francesco Olivo
La Stampa, 10 luglio 2021
Il segretario del Pd: essenziale per attrarre nuovi investimenti e soprattutto per garantire i cittadini. "È la riforma della giustizia più importante degli ultimi 30 anni", Enrico Letta è appena sceso dal palco dei giovani di Confindustria al porto antico di Genova. Stringe mani, si intrattiene a lungo con il presidente Riccardo Di Stefano e con i vice di Bonomi, Orsini e Pan.
È soddisfatto della riforma e non è il solo da queste parti. C'è un buon clima, l'accoglienza è stata positiva e il segretario del Pd coglie l'opportunità per mandare messaggi al mondo delle imprese. Passano pochi minuti ed ecco che, nella stessa sede, sebbene da remoto, arrivano le parole ben diverse di Giuseppe Conte sulla riforma della giustizia.
L'ennesimo scossone M5S può avere ricadute sul Pd, che non può permettersi di restare al governo da solo con il centrodestra. Letta alterna prudenza a comprensione: "La natura di questa maggioranza fa sì che ci siano dei passaggi oggettivamente delicati, i licenziamenti è stato uno di questi, ora c'è la giustizia. Capisco quindi le difficoltà dei Cinque Stelle - dice prima di lasciare Genova - ma i loro ministri giovedì sera hanno votato a favore ed è un risultato positivo".
Il segretario del Pd è uno dei leader politici arrivati ai Magazzini del Cotone, invitati al congresso annuale dei giovani industriali che, per esigenze di protocollo sanitario, si è spostato da Santa Margherita al capoluogo ligure. Nell'agenda del segretario del Pd questo appuntamento era segnato con una certa evidenza. A Genova infatti Letta è arrivato con un messaggio per gli imprenditori, un'offensiva per riallacciare il rapporto con il mondo delle imprese ("che pure non si era mai interrotto"), che rischiava di apparire trascurato nei primi cento giorni da segretario, vista la rilevanza di alcuni provvedimenti più "identitari", ("di bandiera" attacca Renzi), come il ddl Zan. Oggi però si parla d'altro.
L'operazione Genova, alla quale farà seguito una conferenza con le piccole e medie imprese giovedì prossimo a Roma, si fonda di tre parole d'ordine: Europa, ("non si può stare con i nemici del Next Generation Eu"); tasse ("il cuneo fiscale è un'anomalia italiana") e, appunto, giustizia. L'ennesima tormenta in casa degli alleati non offusca la soddisfazione per il via libera del Consiglio dei ministri, solo qualche ora prima, della riforma Cartabia: "Questa mediazione ha portato a un grande risultato, anche per le imprese è un punto fondamentale. È essenziale per attirare nuovi investimenti e soprattutto per proteggere e garantire i nostri cittadini". Letta è attento a smarcare il Pd dalla polemica del giorno: "La precedente riforma della prescrizione era del governo gialloverde. Lo dico perché è stato fatto un discorso come se ci fossimo noi di mezzo".
Poco prima di lui al porto antico si era visto Matteo Salvini, meno entusiasta del risultato ottenuto in Consiglio dei ministri, "è solo un primo passo, Draghi ha fatto un miracolo visto che ha dovuto mediare con il M5S. La partita vera si gioca con i referendum". Letta la pensa diversamente: "La verità è che Salvini è rimasto spiazzato, lui aveva scommesso sul fatto che non sarebbe passata, e quindi ha cominciato un'altra partita. Ora si trova in una situazione di ambiguità, come su altre materie". L'altra ambiguità che Letta vuol fare emergere è quella europea, qui il messaggio che rivolge al mondo delle imprese è molto netto: "O si sta di qua o di là". La partita politica italiana la dovete giudicare anche rispetto a con chi si sta in Europa. O si sta con i governi che hanno fatto il Next Generation Eu o con quelli che erano contro. Il riferimento è chiaro: "Meloni e Salvini sono ambigui anche su questo punto, dicono di stare con le imprese ma poi appoggiano quelli che hanno messo il veto sullo strumento più importante che l'Europa abbia messo a disposizione".
L'altro punto che a Letta interessava far passare davanti a questa platea è smentire la teoria, "Pd partito delle tasse", alla quale Salvini aveva fatto riferimento in mattinata: "C'è una totale sintonia con il presidente dei giovani di Confindustria su un punto: la vera anomalia italiana è rappresentata dal cuneo fiscale. Ho apprezzato molto la sua relazione e credo che una riforma delle tasse debba partire da qui". Il tema verrà sviluppato giovedì prossimo a Roma, nella conferenza del Pd con le Piccole e medie imprese, organizzata da Cesare Fumagalli, ex leader della Confartigianato che Letta ha voluto come collaboratore. La giornata è intensa, nel pomeriggio arrivano anche le nomine Rai: "Sono contentissimo di questa soluzione. È autorevole e in linea con la nostra richiesta di vertici indipendenti e autonomi dai partiti. Ciampi nominò, Sellerio, Demattè e Locatelli, oggi Draghi si muove sullo stesso terreno".
di Francesco Olivo
La Stampa, 10 luglio 2021
Tensione dentro il Movimento. L'ex premier: "Non sono contro Mario Draghi". Ma Sarti incalza: "Non ci sono più le condizioni per stare al governo".
Dopo una settimana di silenzio, Giuseppe Conte torna e parla (ma non solo) del suo possibile ruolo alla guida del M5s, chiarendo che "la leadership è una premessa indispensabile" e confermando che bisogna ancora "chiarire i ruoli". Se questo schema verrà "pienamente condiviso, io ci sono", avverte, "altrimenti no".
Una settimana dopo che Beppe Grillo ha dato vita ad un comitato di sette mediatori incaricati di dirimere la contesa sul nuovo statuto dei 5 stelle proposto dall'ex premier, il punto di caduta nella disputa tra il Garante e "l'avvocato del popolo" ancora non è stato individuato. In collegamento con il convegno nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Conte allora ribadisce: "Non sono il leader al momento, ci stiamo lavorando".
Le sue parole arrivano al termine di una settimana travagliata nel Movimento, con le fibrillazioni interne che hanno pesato sull'attività parlamentare e su quella del governo, dalla richiesta di rinvio sulle nomine nel Cda Rai alla ricerca di una mediazione sulla riforma della giustizia, che supera quella varata dall'ex ministro grillino Alfonso Bonafede.
Conte parla anche dei prossimi appuntamenti elettorali. "Veniamo da un'esperienza di lavoro di governo che ritengo molto proficua con il Pd e Liberi e Uguali. Ma non ha senso oggi, nel quadro politico attuale, ragionare di alleanza precostituita anteponendola ai contenuti" ribadisce l'ex premier. Che specifica: "Stavamo lavorando su tanti appuntamenti amministrativi, Pd e LeU sono gli interlocutori privilegiati". Tra tre mesi si vota a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli, e nessuno tra i 5 stelle vuole attribuirsi la titolarità di una tornata elettorale che - stando ai sondaggi - potrebbe vedere una frenata del Movimento e dei suoi candidati. Capitolo riforma della Giustizia.
Conte non nasconde il suo disappunto sulla modifica delle norme relative alla prescrizione, una delle bandiere del Movimento al governo. "Non canterei vittoria, non sono sorridente sulla prescrizione, siamo tornati all'anomalia italiana. Se un processo svanisce per nulla per una durata così breve non può essere una vittoria per lo stato di diritto", incalza Conte.
"Non è una - puntualizza - questione di me contro Draghi. Delle mediazioni erano state offerte, ci sono mille espedienti per assicurare una durata ragionevole dei processi accertando la verità". Poi, un'apertura sul suo orizzonte per rifondare il Movimento: "Se ci sarò con il M5s, il progetto politico sarà chiaro, avrà una forte identità e con dei principi forti. Nessuno dovrà permettersi di dire che il M5s sarà il partito dei No, dei veti ideologici. Sarà la forza più innovatrice ed ecologica".
Sarti: "Non ci sono più le condizioni per stare al governo" - In casa 5Stelle - tema giustizia - la tensione resta alta. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate sui social da Giulia Sarti, componente della Commissione Giustizia alla Camera: "Ieri si è consumato in Consiglio dei ministri il tradimento di tutto ciò per cui abbiamo lavorato duramente subendo insulti, pressioni e attacchi personali pesantissimi. Una delle condizioni principali per il nostro ingresso nel governo Draghi era quella di non toccare le leggi e i risultati faticosamente ottenuti da tutti noi, durante i governi Conte. Ora, le condizioni che avevamo posto per restare in questo Governo sono state tutte completamente disattese".
E ancora: "Non esiste nessuna transizione ecologica e non si fanno passi verso la tutela dell'ambiente. I nostri decreti vengono fatti a pezzi, vedi il decreto dignità o le buone misure come il cashback. Ciliegina sulla torta: il Consiglio dei ministri di ieri. Smantellamento totale della giustizia penale e della nostra riforma sulla prescrizione, una riforma in vigore per tutti i reati commessi dal 1 gennaio 2020. Cancellata dopo un anno e mezzo dalla Cartabia con il placet di tutti i ministri nel Cdm di ieri, prima ancora che inizi a dispiegare i suoi effetti", attacca la parlamentare riminese. Che aggiunge: "Ora, è ovvio che la battaglia si sposterà in Parlamento ma il punto è un altro. Non si distrugge in pochi minuti il lavoro di una vita fregandosene dei propri colleghi. Deve essere chiaro che quanto è successo ieri avrà delle conseguenze e deve essere altrettanto chiaro che la resa di ieri sulla prescrizione, non è stata una decisione di tutto il M5S".
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2021
O muoiono (senza colpevoli) o si allungano. Ecco perché. Il nuovo meccanismo sull'improcedibilità inserito nella legge delega penale applica al processo d'appello una data di scadenza. In questo modo gli imputati saranno incentivati a fare ricorso, puntando alla "morte" stessa del procedimento. E per fare "morire" il processo l'unica alternativa è puntare sulle tattiche dilatorie, che qualsiasi penalista di esperienza sa bene come mettere in campo.
Processi più veloci e che durano meno tempo. Era questa la richiesta all'Italia da parte della commissione Europea per avere accesso ai fondi del Recovery plan. Un obiettivo che sembra difficile da raggiungere con la legge delega licenziata giovedì sera dal Consiglio dei ministri del governo di Mario Draghi. Il motivo? Sono molteplici. Per esempio mancano elementi concreti che incentivino in modo sostanziale la scelta dei riti alternativi. Ma soprattutto ad apparire non particolarmente efficace è la nuova riforma della prescrizione della guardasigilli Marta Cartabia. La norma, nei fatti, soppianta la legge di Alfonso Bonafede, che dall'1 gennaio del 2020 blocca la prescrizione del reato dopo il primo grado di giudizio. Quella riforma, a suo tempo bandiera dei 5 stelle, produrrà i suoi effetti solo a partire dal 2025: sarebbe dunque prematuro cercare di tracciarne un bilancio. Di sicuro, però, chi si è visto applicare una norma che congela la prescrizione dopo la prima sentenza, non ha molto interesse a fare ricorso in appello. Soprattutto quando è stato magari condannato a pene molto lievi.
La tagliola di Cartabia - Il nuovo meccanismo studiato da Cartabia, invece, mantiene la prescrizione esistente solo fino al primo grado. Nel secondo subentra un altro concetto, quello dell'improcedibilità. Se l'Appello non si conclude entro due anni, il processo non può più andare avanti, cioè muore in via definitiva. Lo stesso vale per quello in Cassazione, dove la tagliola scatta entro un anno. I ministri dei 5 stelle hanno assicurato il sostegno al testo dopo che la guardasigilli ha modificato leggermente la riforma. Cartabia ha previsto l'allungamento (ma solo a discrezione del giudice) del termine entro cui si devono completare i gradi di giudizio - a pena di improcedibilità - a tre anni in Appello e 18 mesi in Cassazione per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione: concussione, corruzione, istigazione alla corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità. Tempi più lunghi sono previsti anche per reati gravi come la mafia e il terrorismo, mentre sono completamente esclusi da questo meccanismo quelli puniti con l'ergastolo, come l'omicidio e la strage. I 5 stelle rivendicano la minuscola modifica inserita nella riforma come una loro personale vittoria: "I tempi della prescrizione - sostengono in una nota - per i reati dei potenti, quelli contro la collettività (vedi la corruzione) sono stati allungati: non a caso rappresentanti di alcune forze politiche ieri hanno avuto forti mal di pancia".
Processi più veloci del 25%? "Previsione irrealistica" - Una verità parziale. Intanto perché un sistema simile crea una discriminazione tra imputati e quindi può prestare il fianco a una questione di legittimità costituzionale. Ma soprattutto perché è evidente che in questo modo i processi non dureranno di meno. Non è un caso se un insigne giurista e celebre legale come Ennio Amodio ha definito la riforma come "un'occasione mancata".
A sentire Draghi le norme introdotte da Cartabia accorceranno del 25 percento i tempi dei processi penali, ma Amodio non è d'accordo. "Non mi sembra una previsione realistica perché si basa su un pensiero pieno di prospettive ma lontano dalla realtà", ha detto tranciante il professore alla Stampa.
Il giudice in pensione: bisogna sostituirlo entro 60 giorni - Senza considerare che applicando sul processo d'appello una data di scadenza gli imputati saranno incentivati a fare ricorso, puntando alla "morte" stessa del procedimento. E per fare "morire" il processo l'unica alternativa è puntare sulle tattiche dilatorie, che qualsiasi penalista di esperienza sa bene come mettere in campo. In effetti basta addentrarsi tra gli articoli della legge delega per accorgersi che mancano una serie di norme per disincentivare i tentativi di dilazione. A cominciare da eventuali sanzioni per i giudici e il personale amministrativo dei procedimenti che andranno in fumo. Ma non solo.
La norma contenuta nell'ultima bozza della legge delega prevede che "i termini di durata massima del processo sono sospesi, con effetto per tutti gli imputati nei cui confronti si sta procedendo, nei casi previsti dall'articolo 159, primo comma, del codice penale e, nel giudizio di appello, anche per il tempo occorrente per la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale". Che cosa vuol dire? Che nel caso in cui occorresse far ripartire il dibattimento - succede per esempio quando cambia il giudice - il tetto dei due anni viene congelato. La stessa norma però prescrive che "in caso di sospensione per la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, il periodo di sospensione fra un'udienza e quella successiva non può comunque eccedere i sessanta giorni". Quindi se, per fare un esempio, un giudice va in pensione, bisognerà sostituirlo entro 60 giorni: in alternativa le lancette dell'improcedibilità riprenderanno a correre. In più, scritto in questa maniera, sembra che dal momento in cui il processo ripartirà, bisognerà concluderlo nel tempo rimasto.
Tattiche dilatorie e tempi morti: più processi più lunghi - Ma non solo. L'articolo 159, primo comma, del codice penale, citato nella norma precedente, disciplina eventuali impedimenti di difensori e imputati: prevede che in caso di assenza giustificata ogni rinvio deve essere fissato entro 60 giorni dalla cessazione dell'impedimento. Se per esempio l'imputato presenta un certificato medico che ne testimonia l'impedimento per 30 giorni, il giudice potrà fissare una nuova udienza anche tre mesi dopo (si sommano 30 giorni di impedimento ai 60). In questo lasso di tempo la "tagliola" dell'improcedibilità viene congelata ma è evidente che un sistema del genere non produrrà certo processi più veloci. Anzi: ne produrrà molti di più e più lenti.
Senza considerare che, come si legge sempre nella bozza, la nuova disciplina sulla prescrizione si applica per reati commessi dopo l'1 gennaio 2020, data di entrata in vigore della riforma Bonafede, e non per quelli precedenti. Ma perché un imputato per un reato commesso il 31 dicembre del 2019, che magari è ancora in attesa di giudizio, deve essere giudicato con la vecchia legge sulla prescrizione - in questo caso la riforma Orlando - e non con la nuova, molto più favorevole al reo? È solo uno dei tanti interrogativi che pesano su una riforma nata per velocizzare i processi. Ma che rischia o di ucciderli o di rallentarli. Di sicuro ne produrrà di più.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Oggi il forcaiolismo nostrano è listato a lutto. La riforma (sia detto senza offesa) della prescrizione firmata 5 stelle è deceduta. Piangono, i poveretti, la dipartita di una grande conquista di incompresa civiltà. Quella per la quale se uno Stato, per propria incapacità strutturale, non sa impiegare meno di una decina di anni per stabile se sei innocente o colpevole, beh chissenefrega. Devi rimanere prigioniero del tuo processo fino a quando ci aggrada. Stai lì e aspetta, quando stiamo comodi te lo diremo, se la tua presunzione di innocenza (che palle con ' sta storia, suvvia!) debba trovare conferma o smentita. Nel frattempo, la tua vita è maciullata, divorata dal pubblico discredito. Sei un presunto colpevole d'altronde, la prossima volta imparerai a non metterti in condizione di essere sospettato.
Sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli alfieri di questa roba - i Caselli, i Davigo, i Travaglio e travaglini vari, nonché i sommi giuristi di comesichiama Appula - della recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che in tema di prescrizione ha appena finito di ribadire i seguenti principi: "Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell'applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata". Ed ancora, che il rispetto del principio di legalità esige "la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale".
Sapete cosa significa questo, illustri signori? Che la vostra conquista di civiltà è, molto semplicemente, un obbrobrio fuori dalla Costituzione. Firmato: Corte costituzionale. Senonché il Paese è così malridotto, che da due mesi stiamo impazzendo per capire come non irritare gli artefici e i corifei di una simile porcheria. Invece di come si diceva un tempo - mandarli a ripetizione di diritto costituzionale, tocca rispettarne "l'identità politica", che si risolve ormai solo in quella robetta incostituzionale lì. E poiché questo non è più oltre possibile e tollerabile, è toccato dargli il contentino forcaiolo buono per tutte le stagioni.
Inseriamo qualche reato "identitario" nel famoso catalogo (mafia, terrorismo, violenza sessuale eccetera) per i quali il giudice, a determinate condizioni, potrà prorogare di un annetto il nuovo termine di prescrizione processuale (due anni per l'appello, un anno per la Cassazione). Quindi dentro corruzione, concussione, peculato. Per questi eroi del nostro tempo, la cosa riveste evidentemente una funzione analgesica, balsamica. Almeno questo! Hanno frignato.
E il governo li ha dovuti accontentare, a quanto pare contro la volontà degli altri partner di maggioranza, ma quando devi quadrare un cerchio può accadere anche questo. Quindi ora un processo - per dire - a carico di un vigile urbano che ha preteso mille euro dal barista per chiudere un occhio sui tavolini messi fuori senza licenza, può finalmente durare un po' di più del processo al bancarottiere miliardario che ha depredato migliaia di risparmiatori. Sono soddisfazioni, diciamoci la verità. È confortante sapere che ci sono costoro - i Di Battista, i Crimi, quell'altra dello scatarro (mi sfugge il nome), gli Scanzi e i Barbacetto eccetera - a vegliare su ciò che resta della pubblica moralità. Certo, hanno dovuto arrendersi alla Corte costituzionale, ma almeno qui hanno tenuto il punto caspita.
Questo, amici miei, è il Paese nel quale, al momento, ci tocca vivere. Quale "riforma della giustizia" potevamo e possiamo seriamente attenderci da queste macerie del diritto, della ragione, e anche del senso del ridicolo? E infatti il prodotto di una simile "mission impossible" è una cosa mezza sì e mezza no, costellata da qualche buona idea, da tante altre abortite a svuotate, e da altre ancora contro le quali occorrerà che il Parlamento si impegni molto seriamente.
Oggi possiamo dire questo: la obbrobriosa riforma Bonafede della prescrizione è alle spalle; il tentativo di stravolgere il processo di appello è stato in larga parte sventato; qualche altra buona idea, di schietta ispirazione costituzionale, è stata incartata dal Governo in una legge delega che, non dimentichiamolo, era da brividi. È la riforma del processo che vorremmo, e che scriveremmo noi? Nemmeno lontanamente, ed il nostro impegno per migliorarla ora dovrà moltiplicarsi. Ma, questo essendo il Paese che abbiamo democraticamente scelto di darci, almeno salutiamo come merita la fine di una stagione che non avremmo mai voluto vivere, e che ora comincia davvero a scivolarci dietro le spalle.
Che quella della ministra Cartabia sia più o meno una "mission impossible" è chiaro a tutti. I temi della giustizia penale sono radicalmente identitari per tutte le parti in gioco. I pentastellati sono avvinghiati al loro mostriciattolo - la riforma Bonafede della prescrizione - come le cozze allo scoglio; la Lega continua a voler essere il partito del "buttate le chiavi" delle galere, dunque strepita appena si mette mano a riti alternativi e pene diverse dal carcere; Forza Italia appena fiata viene sospettata di essere il partito degli avvocati di Berlusconi; il Pd, come da tradizione, si occupa solo di interpretare i desiderata più minuti e dettagliati della magistratura associata. Lavoro quest'ultimo, del tutto inutile: ci pensa già l'Ufficio Legislativo del ministero, da sempre consegnato agli avamposti della magistratura distaccati, come una falange oplita, presso le felpate stanze di via Arenula.
Siamo l'unico Paese al mondo - ripeto: l'unico in tutto il mondo - che affida la amministrazione qualificata della politica di governo sulla giustizia al potere giudiziario, e non è certo un caso che quella del sacrosanto divieto di distacco dei magistrati nell'esecutivo sia l'unica riforma sulla quale non si riesce nemmeno ad iniziare una parvenza di discussione.
Siamo tutti in attesa di conoscere il testo degli emendamenti governativi alla legge delega, frutto di questo generoso tentativo di quadratura del cerchio. Siamo solidali con l'immane sforzo della Ministra, apprezziamo molto che - almeno da quanto ci dicono le cronache - abbia concreta considerazione di alcune delle obiezioni fondamentali che i penalisti hanno sollevato nelle loro interlocuzioni con il Governo (no al blocco della prescrizione, no alla compressione del diritto di impugnazione delle sentenze), e ne valuteremo gli esiti. Ma intanto, sarebbe il caso che nessuno dimentichi che le sentenze della Corte costituzionale, almeno quelle, debbano prevalere sulle testarde pretese identitarie delle forze politiche.
Mi riferisco alla sentenza che la Corte costituzionale ha pronunziato solo qualche giorno fa in tema di prescrizione. In soldoni, si è dichiarata incostituzionale la norma emergenziale Covid che prevedeva la sospensione del decorso della prescrizione determinata da imprevedibili esigenze organizzative di ciascun ufficio giudiziario. Ebbene, nel motivare la decisione la Corte ha statuito un principio le cui ricadute sulla sciagurata riforma Bonafede appaiono inesorabili. Afferma infatti la Corte che "la garanzia del principio di legalità richiede che la persona incolpata di un reato deve poter avere previa consapevolezza della disciplina della prescrizione concernente sia la definizione della fattispecie legale, sia la sua dimensione temporale".
Per conseguenza, "Il rispetto del principio di legalità richiede, quindi, che la norma, la quale in ipotesi ampli la durata del termine di prescrizione (art. 157 cod. pen.), ovvero ne preveda il prolungamento come conseguenza dell'applicazione di una regola processuale, sia sufficientemente determinata".
La riforma Bonafede ha esattamente introdotto una "regola processuale" (sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) che comporta come conseguenza un prolungamento assolutamente indeterminato di un termine che la Corte ritiene invece indispensabile sia prefissato. Quale? "la predeterminazione per legge del termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale". Difficile essere più chiari di così nel dire che il principio barbaro sancito da quella riforma, per il quale il cittadino, dopo la sentenza di primo grado, resta prigioniero del proprio processo fino a quando lo Stato non deciderà, con tutto comodo, di concluderlo, si colloca al di fuori di ogni parametro di legalità costituzionale.
Morale: capisco le questioni di identità politica, capisco i rapporti di forza in Parlamento, capisco tutto. Ma a quel tutto c'è un limite: nessuno può pretendere il rispetto di un principio di inciviltà giuridica così esplicitamente qualificato come incostituzionale da un pronunciamento fresco fresco della Corte costituzionale. Se qualcuno avesse la bontà di spiegare ai 5S, con parole semplici, il senso di questa sentenza (n. 140/ 2021), in modo che alla fine riescano anche a comprenderlo, faremmo tutti un bel passo avanti.
*Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane
di Paolo Riva
Corriere della Sera, 10 luglio 2021
Compie 30 anni la legge sulle "infiltrazioni", applicata 356 volte. E la percentuale annua dei Comuni colpiti non è cambiata di molto. Strumento utile ma da aggiornare, specie su appalti e trasparenza.
L'ultimo in ordine di tempo è stato Marano, in provincia di Napoli. A metà giugno questo Comune campano di quasi sessantamila abitanti è stato sciolto per infiltrazioni della camorra e ha portato le amministrazioni fermate nel nostro Paese a quota 205. Il 20 per cento di queste, pari a 41 Comuni, è stato sciolto per mafie. E cioè, dice la legge, perché sono emersi "concreti, univoci e rilevanti elementi sui collegamenti degli amministratori con la criminalità organizzata".
Come ben spiegato da Openpolis, che su questo tema ha istituito un osservatorio specifico, si tratta di "una misura di prevenzione straordinaria" che "si applica quando esiste il reale pericolo che l'attività di un Comune o di un'altra amministrazione locale sia piegata agli interessi dei clan mafiosi". Lo strumento è stato introdotto nell'ordinamento italiano nel 1991, trent'anni fa esatti. Da allora sono stati 356 gli scioglimenti, distribuiti su 262 Comuni. Non è raro infatti che alcuni vengano commissariati anche più volte, come nel caso di Marano, che era stato già toccato dal provvedimento in altre tre occasioni.
Ma cosa succede esattamente quando un'amministrazione viene sciolta per mafia? Sindaco, assessori e consiglieri comunali perdono le loro cariche e vengono sostituiti nella gestione provvisoria del Comune da una commissione straordinaria di tre funzionari statali, che resta in carica per un periodo che va da un minimo di un anno a un massimo di due, in casi eccezionali. Poi si torna a votare. Nel prendere questo provvedimento, quindi, le autorità devono prendere in considerazione sia la doverosa lotta alla criminalità organizzata sia il rispetto della volontà popolare, decidendo quando la prima prevale sulla seconda. Quest'anno, è successo cinque volte. Lo scorso, undici. Nel 2019, ventuno. E numeri simili si sono registrati anche negli anni precedenti, con il picco massimo raggiunto nel 1993, con 34. Trovare una tendenza nel corso degli anni però è difficile: i valori spesso oscillano e i fattori che influenzano l'andamento sono numerosi. La pandemia per esempio ha posticipato la data delle elezioni amministrative e quindi ha prolungato alcuni commissariamenti ma, al tempo stesso, ha anche complicato le attività delle prefetture, uno degli organi con il compito di proporre gli scioglimenti. A livello geografico invece la situazione è più chiara. I dati di Avviso Pubblico, associazione di enti locali contro la corruzione, evidenziano come la stragrande maggioranza dei comuni sciolti si trovi al Sud. Calabria, Campania e Sicilia contano per quasi il 90 per cento dei provvedimenti dal 1991 ad oggi.
"Eppure, ormai è noto, la presenza mafiosa esiste anche al nord. L'hanno sancito inchieste e commissioni", commenta Simona Melorio, ricercatrice di criminologia all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Conferme A confermarlo è anche il Ministero degli Interni che, nell'ultima relazione annuale sul tema, scrive: "Lo scioglimento del consiglio comunale di Saint Pierre in Valle D'Aosta, disposto nel 2020, è il nono provvedimento dissolutorio disposto nei confronti di un Comune del Nord e il primo cha ha interessato la Regione". La geografia dei comuni sciolti, quindi, potrebbe cambiare, ma secondo Melorio andrebbe cambiata anche la legge, in meglio.
"La normativa del 1991 nasce da un'idea molto giusta: la forza delle mafie sta nel loro saper dialogare con pezzi di politica e di stato. Dopo 30 anni e alcune modifiche, però, la legge andrebbe ulteriormente aggiornata per combattere meglio le mafie anche al nord. Lì la presenza della criminalità organizzata è più legata all'economia, più subdola e meno riconoscibile", sostiene la ricercatrice, che ha collaborato con Avviso Pubblico. Una definizione ancora più precisa degli elementi "concreti, univoci e rilevanti" che collegano mafie e amministrazioni sarebbe quindi un modo per migliorare la situazione. Un altro potrebbe essere una più efficace applicazione della legge 190 del 2012, che prevede la rotazione dei dirigenti pubblici per abbassare il rischio di corruzione.
Infine, aggiunge Melorio, sarebbe importante anche una maggiore trasparenza nei documenti delle commissioni, che oggi non sono pubblici. "Se, per esempio, un Comune viene sciolto per appalti dati a una certa azienda l'opinione pubblica non sa se questa ha continuato a lavorare anche in seguito. Più trasparenza - conclude la ricercatrice - potrebbe portare anche a più fiducia dei cittadini nelle istituzioni".
di Giulia Merlo
Il Domani, 10 luglio 2021
Al via il XXIII congresso di Magistratura democratica a Firenze. L'evento segna un passaggio fondamentale per il gruppo associativo, chiamato a discutere non solo il contenuto delle riforme della giustizia, ma anche la propria collocazione dentro Area. Sul tema del ruolo dei gruppi associativi e della crisi della magistratura è intervenuto il professor Luigi Ferrajoli, con una lectio magistralis che si è chiusa con un lungo applauso. A seguire, la relazione della segretaria Maria Rosaria Guglielmi e le tavole rotonde dedicate al Csm e all'ordinamento giudiziario, al diritto e al processo penale.
La colpa è del carrierismo - Ferrajoli ha ragionato su quali misure sono idonee a garantire indipendenza e imparzialità della giurisdizione, e "perciò da un lato a garantire e a rifondare la legittimazione e la credibilità della magistratura e, dall'altro, a porre riparo ai guasti dell'autogoverno rivelati dagli scandali recenti". Quanto all'indipendenza, Ferrajoli ha richiamato la prima battaglia di Md, negli anni Sessanta, "contro le carriere e le gerarchie". Contro il carrierismo suggerisce tre rimedi. La prima, "la regola deontologica, per così dire di stile, dovrebbe consistere nel rifiuto della carriera: nell'aspirazione, più che ai ruoli dirigenti, al miglior esercizio dei ruoli giurisdizionali, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone".
La seconda, "ridurre quanto più possibile i poteri dei dirigenti degli uffici - a cominciare dai poteri di assegnazione dei processi, che andrebbero sempre sostituiti, anche nell'organizzazione delle procure, da meccanismi automatici - onde ridurre le ragioni delle ambizioni a ricoprirli" con l'abolizione dunque della riforma Castelli del 2006. La terza, "riabilitare, quale criterio di conferimento degli incarichi direttivi, il vecchio principio oggettivo dell'anzianità, ovviamente salvo che il più anziano abbia chiaramente demeritato. I giudizi di professionalità potrebbero quindi limitarsi alla sola segnalazione dell'inidoneità del magistrato. Certamente il criterio dell'anzianità può apparire un prezzo. Ma tutte le garanzie hanno un prezzo". In sintesi, se l'indipendenza interna è minacciata "allora il rimedio deve essere radicale: la riduzione sia dei poteri dei capi degli uffici che dei poteri di chi designa i capi".
I tre rifiuti - Per garantire l'indipendenza, infine, i magistrati dovrebbero attenersi ad altre tre regole. "Il rifiuto di ogni atteggiamento partigiano o settario, non solo da parte dei giudici ma anche dei pubblici ministeri. La giurisdizione non conosce - non deve conoscere nemici, neppure se terroristi o mafiosi o corrotti - ma solo cittadini. È chiaro che questa concezione del processo esclude non solo qualunque spirito partigiano o settario, ma anche l'idea, frequente nei pubblici ministeri, che il processo sia un'arena nella quale si vince o si perde".
"Il rifiuto del protagonismo giudiziario, oggi favorito dai media televisivi. L'imparzialità è incompatibile con il protagonismo dei magistrati. Dobbiamo riconoscere che ogni forma di protagonismo dei giudici nei rapporti con la stampa o peggio con la televisione segnala sempre, inevitabilmente, partigianeria e settarismo, incompatibili, ripeto, con l'imparzialità. Di qui il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare".
Infine, Ferrajoli elenca "l'etica del dubbio quale elemento essenziale della deontologia giudiziaria, e perciò il rifiuto di ogni arroganza cognitiva, cioè della convinzione di essere in possesso della verità, la prudenza del giudizio - da cui il bel nome "giuris-prudenza" - come stile morale e intellettuale della pratica giudiziaria, la disponibilità all'ascolto di tutte le diverse ed opposte ragioni e alla rinuncia alle proprie ipotesi di fronte alle loro smentite".
La relazione di Guglielmi - È seguita la relazione della segretaria di Md, Maria Rosaria Guglielmi. I temi principali: la crisi della magistratura e dell'autogoverno; le riforme e l'autonomia di Md per il futuro. Sulla crisi della magistratura, Guglielmi ha detto che "la crisi innescata dallo scandalo delle nomine ha mostrato in questi mesi pericolosi segnali di avvitamento intorno a un intreccio, sempre piu' inestricabile, fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute, analisi incompiute e letture strumentali, proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente. Dopo l'iniziale rivolta venuta dalle assemblee autoconvocate, la magistratura appare immobile, percorsa da divisioni e contrapposizioni al suo interno, incapace di dare segnali riconoscibili di una svolta unitaria verso il necessario cambiamento".
Il clima nel paese, infatti, è quello "della più recente stagione di imperante populismo: la volontà del popolo contro i giudici-nemici del popolo, l'interesse dei cittadini contro privilegi della corporazione, i giudici che se vogliono interpretare le leggi devono farsi eleggere. È un argine che sta cedendo sotto il peso di questi attacchi ripetuti. È l'argine che in democrazia protegge le istituzioni dalle pericolose delegittimazioni".
Secondo Guglielmi, la crisi innescata dallo scandalo delle nomine "ha mostrato in questi mesi pericolosi segnali di avvitamento intorno a un intreccio, sempre più inestricabile, fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute; analisi incompiute e letture strumentali; proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente".
Il rapporto con Area - Infine, Guglielmi è entrata nel merito della posizione di Md rispetto al gruppo di Area. "Dopo il mandato ricevuto a Bologna, abbiamo cercato di riavviare il percorso di Magistratura democratica, ritrovando slancio e presenza come soggetto collettivo nella societa?, nella magistratura, e come parte importante del fronte progressista rappresentato da AreaDG" ma, ha aggiunto, "l'impegno a continuare nel percorso unitario, anche come gruppo non ha portato ai risultati attesi".
La critica è chiara: "Chi in questi anni piu? ha lavorato a questo progetto, e con questa prospettiva, ha scommesso sulla capacita? di aggregazione che nasce dall'unita? nei valori e ha scommesso sul pluralismo interno di AreaDG, come tratto caratterizzante di un nuovo soggetto", tuttavia "nessuna delle proposte che hanno in seguito variamente declinato l'opzione di cedere sempre più soggettività a favore di AreaDG, e di arrivare ad una unita? di voce anche all'esterno, ha mai chiaramente teorizzato lo scioglimento di Magistratura democratica. E la richiesta di maggiore investimento politico in AreaDG si e? sempre fondata sull'assunto dell'irrilevanza dei contenitori rispetto alla preminenza dei contenuti".
Volendo ricostruire il percorso passato, "le ragioni dell'evoluzione dei nostri rapporti interni sono strutturali ma sempre piu? chiaramente nel tempo ne e? emersa la cifra politica. Il mancato scioglimento dei gruppi fondatori, per molti necessario punto di approdo del progetto di fare uscire AreaDG dallo stato di liquidita?; in parallelo, la scelta di AreaDG di strutturarsi nelle forme di gruppo, di cui in origine voleva rappresentare il superamento, con la sua dirigenza e i suoi iscritti; quella di Magistratura democratica di non assecondare la prospettiva".
In conclusione, le perplessità sono emerse in modo sempre più evidente, anche a causa di quelli che Guglielmi chiama "processi paralleli a quelli dichiarati e ribaditi nelle mozioni congressuali unitarie. Percorsi non esplicitati nei nostri luoghi di discussione e di confronto". La richiesta di Guglielmi è di "giudicare se questa dirigenza ha represso il dissenso interno, guidando il gruppo verso l'autoreferenzialita? e la chiusura, dividendo e indebolendo il percorso di AreaDG, o se invece la linea unitaria ha dato sempre concretissima prova di se? con il sostegno unitario, decisivo e convinto al progetto di AreaDG, e a tutti i candidati chiamati ad attuarlo nell'autogoverno e in ANM".
L'interrogativo sarà il filo rosso che guiderà gli interventi congressuali dei prossimi tre giorni, in cui Md è chiamata a scegliere il suo futuro. La sensazione tra i congressisti è che la linea probabile sia quella di una dichiarazione di indipendenza da Area in virtù proprio di una divaricazione di intenti tra i due gruppi associativi. I primi interventi della giornata, infatti, si sono focalizzati su questo punto e hanno confermato una volontà di chiarificazione tra due gruppi, dopo che da anni il rapporto non era più funzionale. Dovrebbe rimanere, però, la possibilità per i magistrati di iscriversi a entrambe le correnti. Incognita, invece, rimane la formazione eventuale di un gruppo autonomo in Anm e Csm.
di Simona Giannetti
Il Riformista, 10 luglio 2021
La decisione dei magistrati di sorveglianza di Milano, che hanno scarcerato Ambrogio Crespi il 23 giugno scorso, ha un valore che scavalca i confini del singolo caso. "Nei lunghi anni trascorsi dal fatto oggetto della condanna, ad oggi Crespi Ambrogio non solo ha condotto la sua esistenza nei binari della legalità, in una dimensione ... che non ha registrato ombre, ma ha indirizzato le proprie capacità professionali verso produzioni pubblicamente riconosciute come di alto valore culturale di denuncia sociale e impegno civile, ed efficaci strumenti di diffusione di messaggi di legalità e di lotta alla criminalità. Proprio questo impegno, che lo ha portato via via ad essere identificato come esempio positivo dal pubblico delle sue opere e da chi gli ha conferito vari riconoscimenti, appare come elemento eccezionale nella valutazione delle ripercussioni di una pena detentiva applicata a distanza di molti anni per un reato riconducibile proprio alla criminalità organizzata".
Questo è quanto scrivono nell'accogliere la richiesta del differimento della pena, che scadrà il 9 settembre prossimo, a sei mesi dall'irrevocabilità della sentenza. A distanza di una decina di anni dal fatto, pur senza aver mai smesso di rivendicare la sua innocenza, Crespi accettava la decisione definitiva e l'11 marzo scorso si costituiva nel carcere di Opera. Dello "stile di comportamento tale da apparire certamente al di fuori del contesto detentivo" scrive la relazione dell'istituto penitenziario; l'assenza di collegamenti con la criminalità è l'esito delle rituali note delle direzioni nazionale e distrettuale antimafia. Evidente è l'anacronismo giuridico di una pena in carcere a ogni costo, che si scontra con l'urgenza di un correttivo in nome della giustizia sostanziale. Diversamente significherebbe accettare il rischio di trasformare la pena in una duplicazione del percorso di riabilitazione: se il carcere è rieducazione, la sua inutilità nei confronti di una persona chiaramente reinserita socialmente diviene trattamento inumano e degradante, seppur ritualmente disposto con una sentenza di condanna.
È qui che il caso Crespi fa i conti con un ordinamento, che non prevede l'ipotesi della rieducazione inesigibile al di là dell'automatismo della pena a ogni costo: cosa che fa il paio con l'irrinunciabile pretesa punitiva dello Stato, che utilizza l'alibi della rieducazione senza prevedere gli anticorpi a una pena ingiusta nei confronti del condannato che, durante l'attesa di un processo che duri ben oltre i tempi della funzione risocializzante della pena, abbia già dato prova di aver riparato nei fatti e di essersi riabilitato. È qui che si esprime tutta l'urgenza di riparare nell'ordinamento al rigorismo legislativo della pena che si presenti illogica: il fatto che Crespi fosse stato letteralmente dimenticato dallo Stato per quasi nove anni e che, solo a sentenza definitiva, fosse stato costretto a fare le valigie per entrare in una cella, era già un anacronismo. Del resto anche l'impegno artistico dei suoi film costituirebbe una forma di riparazione. La domanda di grazia è stata per Crespi la richiesta di un atto di clemenza che, come scrivono anche i magistrati nel considerarla non manifestamente infondata ai fini del differimento della pena, risponde a "un'esigenza di rimedio agli anacronismi legislativi".
Ciò avviene in un contesto normativo, in cui la irrinunciabile pretesa punitiva dello Stato, in termini di carcere ad ogni costo, va a braccetto con l'automatismo della pena detentiva per condanne al di sopra dei 4 anni - soglia che non ha limiti nel caso si versi nell'ipotesi dei reati dell'art 4 bis dell'ordinamento penitenziario. Nel suo ultimo Congresso, Nessuno tocchi Caino dedicò un'ampia discussione al tema del diritto penale e della pena in una sessione dal titolo, appunto, "Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale". Oggi, anche in attesa del Congresso che si terrà a dicembre, conforta sapere che la Guardasigilli Marta Cartabia, emerita Presidente della Consulta, abbia dichiarato di recente che una riforma del sistema penale non possa lasciar fuori, senza essere incompleta, la materia dell'esecuzione della pena: sullo sfondo c'è la sua idea di un sistema sanzionatorio che si orienti verso il superamento del carcere, come unica risposta al reato, e che dia spazio all'incremento del valore delle condotte riparatorie.
Vogliamo essere speranza e augurarci che il caso Crespi possa costituire fonte di ispirazione per un rinnovamento dell'esecuzione penale, che non consideri più il carcere come l'unica via della rieducazione. L'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano è una traccia perfetta per una riforma legislativa, tanto necessaria quanto urgente, volta ad affrontare e risolvere le migliaia di altri casi di condannati in via definitiva per i quali la pena carceraria può rivelarsi in concreto non solo inutile, ma anche dannosa.
di Alessandro Pirozzi
internapoli.it, 10 luglio 2021
Si chiama Rosario Toriello il detenuto che, due giorni fa, ha tentato il suicidio nel carcere di Avellino. L'uomo, 63 anni, ha utilizzato un lenzuolo per compiere l'estremo gesto, procurandosi anche un taglio alla gola. Ora è in coma, dopo i primi soccorsi della Polizia Penitenziaria e poi del personale sanitario.
La storia di Rosario, il 63enne aveva già tentato una volta il suicidio - A quanto pare non è la prima volta che il detenuto ha tentato di uccidersi. Ma iniziamo dalla sua storia e, per fare questo, bisogna tornare indietro a 25 anni fa. L'uomo è accusato di associazione a delinquere e contraffazione. Rosario lavorava in un deposito che realizzava prodotti 'pezzotti'. Dopo 25 anni, a dicembre 2020, la causa finisce in Cassazione e quando la sentenza diventa definitiva, con fine pena nel 2031, tra 10 anni, Rosario si costituisce nel carcere di Secondigliano. Lì resta per un mese, fino a quando non scatta il trasferimento nella casa circondariale di Avellino.
Per il 63enne non è facile. L'uomo, infatti, combatte anche contro un tumore alla prostata. Dopo un primo tentativo di suicidio, sono allertate le autorità, sia per le sue condizioni di salute sia per il supporto psicologico di cui ha bisogno: fuori dal carcere, infatti, Rosario era seguito da psichiatri e psicologi. Nel corso della permanenza l'uomo ha espresso costantemente il suo malessere e, in diverse occasioni, avrebbe accennato anche al folle gesto commesso poi lo scorso 7 luglio.
Lo sfogo del figlio - "Dopo 25 anni la causa è finita in Cassazione e mio padre avrebbe dovuto scontare una pena fino al 2031. Nel carcere è stato lasciato da solo, perché aveva già tentato il suicidio e noi lo abbiamo fatto presente alle autorità. Abbiamo tutto documentato". Inoltre, sulle condizioni di Rosario: "Adesso è ricoverato all'ospedale Moscati di Avellino, dove si trova in coma. Inoltre - spiega il figlio Luigi - i medici ci hanno riferito che potrebbe uscirne anche in stato vegetativo. Non riesco a darmi un perché". Anche nelle chiamate di famiglia, Rosario dimostrava il suo malcontento: "Ci diceva che ogni giorno lottava contro i suoi demoni, e che prima o poi avrebbe tentato il folle gesto". Adesso non resta altro che tanta rabbia nei familiari di Rosario, convinti che la vicenda poteva concludersi diversamente. L'uomo adesso è costretto a lottare per restare accanto alle persone di cui ha bisogno, strette nel dolore e nella rabbia per quanto accaduto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2021
Nel Cpr di Via Corelli a Milano sono in aumento i migranti con patologie psichiche. Lo denuncia l'associazione Naga, alla quale le cooperative che gestiscono il Cpr hanno chiesto un aiuto. C'è bisogno di medici volontari che effettuino visite specialistiche.
"Tale richiesta sarebbe un'ulteriore conferma dell'assenza di un protocollo d'intesa tra Prefettura e strutture pubbliche sanitarie sul territorio, previsto all'art. 3 del Regolamento CIE 2014. Questa assenza risulta a nostro avviso di estrema gravità, considerando soprattutto l'apertura del Cpr a settembre 2020 e il conseguente vuoto di tutela della salute di chi si ritrova rinchiuso all'interno", scrive il Naga sulla sua pagina Facebook.
Tale mancanza di protocollo è stata denunciata anche dal senatore Gregorio De Falco che ha fatto visita al Cpr di Milano il 5 e 6 giugno scorso. Il senatore ha denunciato di aver trovato all' interno del centro una situazione di abbandono, mala gestione e assenza di tutele nei confronti delle persone, stranieri e migranti, che vi sono ospitate. "È peggio di un carcere: in un carcere ci sono delle regole. (...) Non c'è tutela per le persone. Come facciamo a dirci un paese civile? Noi critichiamo l'Egitto quando reitera in maniera indefinita la carcerazione di Patrick Zaki. Bene, noi facciamo la stessa cosa in tutti i Cpr!", così ai microfoni di Radio Popolare ha raccontato il senatore De Falco.
Per capire meglio, è interessante leggere la sua diffida al gestore del Cpr e prefettura. Sabato 5 giugno, intorno alle 13 subito dopo aver fatto accesso nella struttura del CPR di via Corelli a Milano, il senatore si è trovato nella sala di controllo nella quale sono posti gli schermi che mostrano quanto ripreso dalle numerose telecamere distribuite nel Centro stesso.
Su uno degli schermi ha visto il sig. B. che in un cortile stava compiendo atti di autolesionismo praticandosi numerosi tagli su braccia e tronco, mentre un gruppo di agenti in tenuta antisommossa, introdottisi nel corridoio che conduceva al cortile, si dirigevano nella sua direzione, salvo tornare sui propri passi al cenno di altro componente, verosimilmente superiore gerarchico.
Il sig. B veniva quindi condotto nella sala d'ingresso, dove il senatore De Falco lo ha potuto incontrare dinanzi all'accesso dell'infermeria. "Egli era a torso nudo e sul suo corpo erano visibili lunghi e numerosi tagli sanguinanti che coprivano l'intero addome ed entrambe le braccia. Presentava segni di sutura alle labbra. Parlava in modo confuso e piuttosto incoerente, ripetendo in modo ossessivo ' Voglio uscire da qui, se non esco mi ammazzo, mi impicco'", scrive il senatore nella diffida. Sottolinea, inoltre, che gli atti di autolesionismo di quel giorno non erano i primi da quando era trattenuto, avendone egli già messi in atto molti altri, come ebbe ad ammettere.
Non è l'unico caso, ma la gestione di questi casi avverrebbe soltanto tramite la somministrazione di sedativi. Il senatore De Falco, sempre nella lettera di diffida, sottolinea che il signor B gli ha anche elencato i farmaci che ufficialmente servirebbero per dormire ma che, come osservava lo stesso interessato, erano eccessivi. "Egli stesso - si legge nella diffida - denunciava di esserne ormai dipendente. Il sig. B. evidenziava un modo di parlare sconnesso e grosse difficoltà di concentrazione, non riuscendo nemmeno a ricordare la propria data di nascita e continuando a chiedere di essere rilasciato, minacciando insistentemente il suicidio".
Ma ritorniamo alla denuncia dell'associazione Naga. "Nel maggio scorso - si legge nella nota su Facebook -, il direttore del Cpr, Federico Bodo, ha scritto una mail al Garante Nazionale dei diritti delle persone private e delle libertà personali e al Garante Diritti Milano del Comune di Milano in cui denuncia che sono soprattutto le condizioni psicologiche e psichiatriche dei rinchiusi a destare preoccupazione". Il direttore stesso conferma "la mancanza di un protocollo di intesa tra l'Ats Città Metropolitana di Milano e la Prefettura di Milano". Una mancanza che "fa sì che gli ospiti del Cpr possano accedere a visite specialistiche e presa in carico da parte del Sistema Sanitario Nazionale con i tempi previsti per i cittadini italiani, e quindi con lunghe liste di attesa".
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