di Alberto Sardo
radiocl1.it, 29 maggio 2021
I familiari dell'ex collaboratore di giustizia Emanuele Puzzanghera non riescono a trovare una ragione valida per cui il loro congiunto il 14 maggio scorso si è tolto la vita dentro una cella del carcere di Augusta. Il 41enne doveva scontare altri 18 mesi prima di essere libero avendo saldato il suo debito con la giustizia. In queste settimane aveva goduto di permessi premio ottenuti grazie alla sua condotta carceraria.
La procura di Siracusa ha iscritto quattro persone nel registro degli indagati tra amministrativi, educatori e appartenenti alla polizia penitenziaria che hanno ricevuto un'informazione di garanzia prima che si procedesse con l'autopsia sul corpo del 41enne nisseno. L'esame è stato condotto nei giorni scorsi dal medico legale Giuseppe Ragazzi e gli esiti saranno depositati nelle prossime settimane.
A seguire la vicenda per conto dei familiari è l'avvocato nisseno Ernesto Brivido. "Siamo in attesa degli sviluppi - spiega il legale - i familiari non si danno una ragione, la pena residua era bassa. Per loro è stato un fulmine a ciel sereno anche perché aveva scontato il carcere con serietà". Il sostituto procuratore di Siracusa Stefano Priolo ha iscritto il fascicolo con l'ipotesi di omicidio colposo con riferimento alla fattispecie di reato omissivo improprio.
A ridosso della tragedia il sindacato di polizia penitenziaria Sippe aveva parlato di "disorganizzazione del lavoro" con "un solo agente che deve vigilare su tre reparti". L'indagine dovrà chiarire molti aspetti, in primis come sia stato possibile che un detenuto avesse in cella una cintura. Soprattutto dopo la bufera che aveva coinvolto il carcere di Augusta a metà aprile quando la Guardia di Finanza eseguì 16 arresti per un giro di telefoni e droga introdotti all'interno della casa di reclusione con il coinvolgimento di un sovrintendente della polizia penitenziaria.
Emanuele Puzzanghera in passato aveva collaborato con la giustizia prima di vedersi revocare il programma di protezione a inizio 2011 quando fu coinvolto in un'inchiesta riguardante dei furti commessi al nord Italia. Ma le sue dichiarazioni, in molti casi frutto di quanto appreso durante i periodi di reclusione, hanno spesso trovato riscontri e contribuito ad emanare condanne.
di Marco Lignana e Massimiliano Salvo
La Repubblica, 29 maggio 2021
Per il procuratore capo Francesco Cozzi "si tratta di un caso degno di approfondimenti". Del resto, non capita tutti giorni che lo stesso Cozzi effettui un sopralluogo in carcere insieme al pubblico ministero di turno (in questo caso Giuseppe Longo) dopo un presunto suicidio avvenuto in cella. E invece questo è avvenuto ieri mattina: E.P., 46 anni genovese condannato per rapina in primo grado e in attesa del processo di appello, è stato trovato senza vita con una corda intorno al collo, legata alle sbarre di una piccola finestra a Marassi.
Se gli stessi sindacati di polizia penitenziaria hanno subito parlato dell'ennesimo gesto di disperazione avvenuto in spazi sovraffollati e carichi di tensione, alcune lesioni sulla testa del 46enne e tracce di sangue hanno insospettito la Procura. Così, gli inquirenti hanno incaricato la polizia scientifica e il medico legale Sara Lo Pinto di effettuare approfondimenti sul corpo dell'uomo e sulla stessa cella, che ovviamente E.P. condivideva con altre persone. Le stesse, quattro, che hanno chiamato le guardie penitenziarie per segnalare la morte del detenuto. Tecnicamente, il fascicolo affidato alla polizia è aperto per omicidio e nessun nome al momento è stato iscritto sul registro degli indagati.
Secondo Silena Marocco, l'avvocato che assisteva l'uomo, sposato e con due figli, ultimamente E.P. sembrava giù di morale, circostanza che era stata anche segnalata al medico del carcere. Ma proprio il giorno prima della morte il 46enne aveva parlato con la propria legale, e i due si erano dati appuntamento per un colloquio in carcere la mattina seguente.
"Quando mi sono presentata a Marassi - spiega lei - mi è stata riferita la notizia. Al momento è impossibile, per me, capire come sono andate le cose". Il procuratore capo si limita a dire che "si tratta di accertamenti doverosi per capire se quanto riscontrato è compatibile con il suicidio".
L'esito delle indagini su questo specifico caso non cancellano, comunque, il significato del messaggio lanciato da Michele Lorenzo, segretario regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, su un tema troppo spesso trascurato: "Il suicidio è sempre una sconfitta per lo Stato, il fatto è grave se si colloca in un quadro ben più grave degli istituti liguri dove c'è l'assoluta indifferenza del provveditorato alle nostre richieste di intervento. Ricordo che Marassi è stato già protagonista di varie proteste, di vari tentati suicidi, vari atti offensivi verso la polizia penitenziaria. C'è da rivedere tutto il sistema penitenziario".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 29 maggio 2021
ma i Centri per il Rimpatrio hanno gravi problemi strutturali. Il Garante dei diritti delle persone private delle libertà personali e quello per la protezione per i dati personali firmano un protocollo. Le ONG denunciano le condizioni di vita nei Centri per il rimpatrio. La notizia di un nuovo protocollo d'intesa a protezione delle persone senza libertà personale arriva a pochi giorni da un'altra notizia, quella del suicidio di Musa Balde nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Torino. Il ragazzo, originario del Gambia aveva 23 anni ed era detenuto nel centro in attesa di rimpatrio. La decisione dei Garanti sembra essere legata a questa ennesima tragedia annunciata. Si legge infatti nel comunicato diffuso il 26 maggio 2021 che "le due Autorità coopereranno per proteggere la dignità e i diritti dei detenuti e di altre persone sottoposte a forme di limitazione della libertà, come i migranti trattenuti nei CPR e gli ospiti delle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza).
Cooperazione tra Garanti. Le Autorità potranno attivare ispezioni e istruttorie congiunte su casi di reciproco interesse, avviare indagini conoscitive, scambiare informazioni su possibili violazioni di pertinenza dell'altra Autorità. I due Garanti supporteranno anche progetti formativi comuni per condividere esperienze e migliorare specifiche competenze nel settore. Ci sarà insomma coordinamento e una maggiore sinergia nel difendere i diritti delle persone private della libertà. I problemi relativi ai CPR, però, sono molti e molto gravi.
Centri di detenzione. Due settimane prima di togliersi la vita, Musa Balde aveva subito un durissimo pestaggio da parte di tre italiani. Era finito in ospedale. E poi di nuovo in isolamento nel CPR di Torino. Incredulo, aveva chiesto al suo avvocato come mai lui fosse rinchiuso e i suoi aggressori a piede libero. Il dibattito sulle condizioni di vita all'interno dei CPR non si è mai placato. Prima si chiamavano CPT, poi CIE, ma il succo non cambia: i migranti irregolari sono in stato di detenzione amministrativa in attesa di essere rimpatriati per un periodo che va dai 30 ai 90 giorni. Sono isolati, senza telefono, in condizioni definite da molte ONG ai limiti dell'umanità. Un carcere per innocenti, con ancora meno tutele e servizi del carcere penale.
Rapporto del Garante sui CPR. Non sono solo le ONG a denunciare la situazione. L'ultimo Rapporto sulle visite effettuate nei CPR negli anni 2019 e 2020 divulgato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale definisce queste strutture "involucri vuoti", luoghi dove "l'individuo è ridotto a corpo da trattenere e confinare", spogliato di dignità e umanità. Oltre alla detenzione di minori, vengono riportate condizioni igieniche insalubri con docce e gabinetti non funzionanti, bagni senza porte e incuria generale. I migranti, rinchiusi e privati del contatto con il mondo, non fanno nulla.
L'isolamento totale dal resto della società. Il rapporto denuncia anche il totale isolamento delle strutture dalla società civile, per esempio ONG e giornalisti. Le notizie arrivano all'esterno solo in caso di tragedie o di ribellioni. Negli ultimi periodi ce ne sono state molte, così come sono aumentati i casi di autolesionismo, riporta il Garante. Nel 2020 ci sono stati ben 5 morti. La società civile si mobilita ormai da tempo, in particolare attraverso la rete "Mai più lager - NO ai CPR", che qualche settimana prima della morte di Balde aveva rilasciato un'intervista a Melting Pot sulla situazione penosa dei migranti detenuti nei CPR.
di Vito Carucci
Il Domani, 29 maggio 2021
All'incontro durato un'ora e mezza non ha preso parte il presidente del Consiglio Mario Draghi nonostante fosse stato chiesto a lui: "È stato un incontro di aggiornamento reciproco, speriamo ne seguano altri", racconta Valentina Brinis, responsabile advocacy di Open Arms. Hanno chiesto che il governo intervenga per il soccorso in mare dei migranti.
Le Ong hanno incontrato la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Bloccare le partenze, a scapito della tutela dei diritti umani e delle continue morti in mare, non potrà mai essere la soluzione" si legge nella nota congiunta delle organizzazioni diramata al termine, un riferimento ai piani recentemente resi noti dal presidente Mario Draghi.
Le Ong hanno chiesto alla ministra di riportare agli altri ministeri competenti, soprattutto il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la necessità di ristabilire il soccorso in mare e un intervento sui fermi amministrativi, infine che il ministero della Salute intervenga sui protocolli Covid e la gestione delle quarantene.
L'incontro - All'incontro hanno partecipato Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, ResQ, Sea-Eye, Sea-Watch, Sos Méditerranée Italia. Dopo l'ennesima strage nel Mediterraneo costata la vita a 130 persone a fine aprile, le organizzazioni umanitarie avevano richiesto un incontro urgente al presidente del consiglio per discutere quali iniziative intraprendere per evitare altri naufragi. Il premier non ha preso parte al confronto. In un'ora e mezza, la ministra ha riferito ai rappresentanti delle Ong del soccorso in mare qual è la situazione italiana in merito alla gestione dei flussi migratori, resa più complicata dalla pandemia.
Le Ong hanno sollecitato il coordinamento della Guardia costiera italiana nel Mediterraneo e hanno ribadito che fermi e quarantene sono misure che bloccano le ong per tanto tempo, mentre le partenze dal nord Africa non si arrestano. "È stato un incontro di aggiornamento reciproco, speriamo ne seguano altri. - racconta Valentina Brinis, responsabile advocacy di Open Arms - Ci siamo trovati concordi sul fatto che tutti gli Stati europei devono fare la propria parte nell'accoglienza dei profughi›". Le ong registrano un'apertura alle istanze presentate: "La ministra si è detta disponibile a farsi portavoce presso gli altri ministeri".
Finanziamenti - Sulla questione libica, le Ong hanno toccato anche il tema dei fondi concessi dal governo italiano: "Questa forma di supporto e finanziamento - scrivono nel comunicato - va interrotta il prima possibile. Vanno trovate soluzioni di medio-lungo periodo per costruire canali sicuri di accesso regolare verso l'Europa. Ma, nel frattempo, non si può continuare a lasciare che le persone muoiano in mare o vengano riportate in un Paese dove sono costrette a subire abusi di ogni genere".
Nel 2021 almeno 500 persone sono annegate nel Mediterraneo centrale quest'anno (rispetto ai circa 150 morti registrati nello stesso periodo del 2020) secondo l'Organizzazione mondiale per le migrazioni. Una cifra senz'altro sottostimata, vista l'assenza di testimoni nel Mediterraneo da diverso tempo. Attualmente sono solo due le navi operative della flotta civile: la Aita Mari della ong spagnola Salvamento Maritimo Humanitario e la Geo Barents di Medici senza frontiere.
di Elisabetta Rosaspina e Farid Adly
Corriere della Sera, 29 maggio 2021
In cella da 2 mesi, nonostante il pagamento di 400 mila euro. I carcerieri: "Pensa alla fine di Giulio Regeni". Dieci settimane agli arresti, di cui le ultime otto in una cella soffocante, a 45 gradi, con altri trenta detenuti che parlano soltanto arabo, un gabinetto in comune e neppure una branda. E non è ancora finita per Marco Zennaro, l'imprenditore veneto prigioniero in Sudan dove era andato a metà marzo per risolvere una grana commerciale che pareva conclusa con il pagamento di 400 mila euro. Invece era il principio del peggio. Per sbrogliare la matassa, la Farnesina ha deciso di inviare dopodomani a Khartoum Luigi Vignali, direttore generale per gli italiani all'estero e per le politiche migratorie.
La vicenda ha preso una pessima piega il primo aprile, quando Marco Zennaro, 46 anni, amministratore unico della Zennaro Trafo, piccola fabbrica veneziana, era all'imbarco del volo Egyptair MS 856 in partenza dalla capitale sudanese alle 19 e 30. Stava per tornare a casa dopo due settimane da incubo. Era atterrato a Khartoum per risolvere con il suo distributore in città un'insolita vertenza su una partita di trasformatori elettrici, ritenuta non conforme al contratto. Ma all'Hotel Corinthia Zennaro aveva trovato ad attenderlo alcuni miliziani e un'atmosfera tutt'altro che conciliante. Gli era stato requisito il passaporto e notificata una denuncia per frode.
Per Zennaro era stato uno choc: prima di lui, suo padre e suo nonno avevano avuto rapporti commerciali impeccabili con il Sudan, anzi, "con mezza Africa e con tutto il Medio Oriente, da 25 anni - testimonia da Venezia il fratello minore, Alvise. Grazie all'intervento dell'ambasciata italiana, all'inizio Marco aveva potuto aspettare gli sviluppi in albergo, seppure piantonato da uomini armati". I trasformatori contestati erano destinati alla Sedec, la società elettrica nazionale sudanese. Ma analisi di laboratorio di un'azienda locale del settore (quindi potenziale concorrente) avevano bocciato il prodotto italiano. Dunque si pretendeva il rimborso immediato, senza restituire la merce e senza controperizie da parte di tecnici indipendenti. Il negoziato è stato condotto, sempre sotto sorveglianza armata, con il figlio del titolare della ditta distributrice, Ayman Gallabi, che parla inglese. Parlava. Il suo corpo è stato ripescato dalle acque del Nilo sabato scorso.
Ma il primo aprile quando Gallabi aveva ormai incassato il denaro e ritirato la denuncia, i miliziani hanno sbarrato il passo all'imprenditore, che l'ambasciatore Gianluigi Vassallo aveva accompagnato all'aeroporto. La transazione non soddisfaceva Abdallah Esa Yousif Ahamed, finanziatore della Gallabi Company e militare vicino al generale Mohamed Hamdan Dagalo, vice presidente del Consiglio Sovrano che guida il Paese dopo il colpo di Stato del 2019. "Abdallah Ahamed reclama altri 700 mila euro, ma Marco Zennaro non ha mai avuto alcun rapporto commerciale con lui" spiega l'avvocato della famiglia a Venezia, Aldo Silanos. L'unico interlocutore era quel Gallabi ritrovato nel Nilo.
"In quasi due mesi di detenzione nella camera di sicurezza di un commissariato il trattamento è diventato sempre più duro", si angoscia il fratello Alvise. Tra minacciose allusioni dei sorveglianti, "Regeni, Regeni, paga!", e rischio di infezioni. "Quando ha avuto la febbre è stato portato in ospedale e subito rimandato indietro - aggiunge l'avvocato Silanos. Al personale dell'ambasciata è concesso di visitarlo due volte a settimana". Tre giorni fa il procuratore generale ha accolto il ricorso dell'avvocato difensore, Ayman Khaled, e disposto la liberazione immediata dell'imprenditore. Ma mentre un'auto della polizia lo portava a firmare i documenti del rilascio, una telefonata dall'alto ha ingiunto agli agenti di fare dietrofront: Zennaro è tornato ad accovacciarsi sul pavimento di un torrido stanzone. "Questa non è più una controversia commerciale, ormai è un caso politico" sostiene il deputato Nicola Pellicani che segue la vicenda dai primi di maggio. Il viaggio di Luigi Vignali sembra confermarlo.
di Luca Tancredi Barone
Il Manifesto, 29 maggio 2021
Non solo la destra, contro anche una parte del Psoe. Voci critiche tra gli indipendentisti. La questione catalana continua a causare grattacapi all'esecutivo spagnolo. Con l'insediamento del nuovo governo catalano, presieduto da Pere Aragonés, si è riaperto il fascicolo "indulto" per i politici catalani incarcerati dopo i fatti del 1 ottobre 2017: il referendum di autodeterminazione che il governo di Rajoy tentò di fermare con tutti i mezzi, comprese le manganellate a anziani che depositavano un voto (senza valore, secondo il tribunale costituzionale).
Le pene che toccarono a diversi politici e attivisti coinvolti furono spropositate: fino a 13 anni di carcere e di interdizione dai pubblici uffici (per esempio al leader di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, che oggi occuperebbe il posto di Aragonés). Esaurite tutte le vie legali in Spagna, alcuni condannati si sono già appellati alle istanze europee per chiedere una revoca della condanna. Ma come sapevano anche i muri dei palazzi della politica, nell'agenda dell'esecutivo socialista era scritto da tempo che sarebbe arrivato il momento di sbloccare l'impasse concedendo l'indulto, che cancella, del tutto o in parte, le pene. Unidas podemos lo chiede dalla sentenza del 2019, mentre, formalmente, i partiti indipendentisti catalani chiedevano l'amnistia, cioè la cancellazione del reato (che però richiede una legge). Ma Aragonés, ora che non è sotto pressione elettorale, si è affrettato a far sapere a Madrid che "qualsiasi misura che alleggerisca la situazione dei prigionieri e delle loro famiglie sarà benvenuta".
In Spagna, anche se formalmente è il re a concederli, deve essere il Consiglio dei ministri ad approvare le misure di indulto. Non che sia raro: dal 1996 a oggi ne sono stati approvati più di 10 mila, secondo i dati pazientemente raccolti dai giornalisti di Civio. Ma l'indulto ai politici catalani, come previsto, ha scatenato un finimondo politico: prevedibilmente, nella destra di Pp, Vox e Ciudadanos, che della questione catalana ha sempre fatto carne da macello elettorale. Ma anche all'interno del partito socialista, dove alcuni nomi pesanti (fra cui alcuni presidenti regionali e l'ex presidente Felipe González, che fra i molti altri, concesse l'indulto anche a un vero golpista, il generale Alfonso Armada) hanno alzato la voce contro Sánchez. Tanto che il suo luogotenente, il ministro delle infrastrutture Ábalos, ha dovuto ricordare ai baroni regionali che la decisione è competenza del governo e non loro.
Fra i politici esplicitamente a favore, a parte i socialisti catalani come il ministro Miquel Iceta e il leader socialista catalano ed ex ministro della Salute Salvador Illa, anche l'ex presidente José Luís Rodríguez Zapatero o il presidente valenziano Ximo Puig. Anche la sindaca Ada Colau e il suo partito Barcelona en comú si sono sempre espressi a favore.
Ma la destra ha tutta l'intenzione di montare le barricate: il 13 giugno i tre partiti si rivedranno nella simbolica Plaza de Colón in Madrid per mobilitare le piazze contro l'odiato Sánchez, sulla falsariga di quanto successo nel 2019 quando i tre partiti per la prima volta unirono gli sforzi contro il governo, sdoganando i fascisti. Dopo quella manifestazione, Sánchez convocò le elezioni anticipate che portarono per la prima volta Vox alle Cortes di Madrid.
Gli sforzi di Pedro Sánchez questa settimana sono dedicati a fornire giustificazioni per un passo che è inevitabile se il governo vuole normalizzare la situazione in Catalogna: parla di "concordia" e "comprensione", di "valori costituzionali" e di necessità di "voltare pagina", mentre i suoi avversari nel partito sottolineano che non c'è stato "pentimento", che però non è una condizione necessaria per ottenere misure di grazia. La destra invece si straccia le vesti in difesa della "giustizia", quando fra i delitti indultati finora ci sono stati criminali di tutti i tipi senza che nessuno alzasse un sopracciglio. Il Pp ha iniziato a raccogliere firme contro gli indulti, proprio come fece contro lo Statuto catalano 10 anni fa (cosa che segnò l'inizio della crisi catalana). Ma nel movimento indipendentista ci sono voci contrarie all'indulto: da quella di Jordi Cuixart, presidente di Òmnium cultural, in carcere, che ha ribadito che "tornerebbe a praticare disobbedienza civile" e che non chiede misure di grazia; a quella della presidente dell'altra associazione indipendentista, l'Anc, Elisenda Palusie, che avverte che l'indulto "disarma politicamente l'indipendentismo".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 29 maggio 2021
Sette giorni "in prigione" per capire il senso della pena. Quanti francesi credono che, sotto sotto, in prigione non si stia così male e che la vita di un detenuto in fondo sia migliore di quella di un disoccupato? Vent'anni fa erano appena il 18%, nel 2019 il 50%, oggi più della metà come rivela un sondaggio ipsos (il principale istituto statistico transalpino) su come il sistema carcerario viene percepito dall'opinione pubblica. Una deriva che, anche oltre la Alpi, è stata nutrita dai processi mediatici messi continuamente in scena sulle colonne dei giornali e sugli schermi televisivi. Che si tratti di un macabro fatto di cronaca o di un'accusa di corruzione nei confronti del politico di turno, la privazione della libertà è considerata una pena "dolce".
"La gente invoca spesso punizioni esemplari per i criminali, ma in pochi sanno quanto sia orribile la vita in galera", racconta Valentine giovane procuratrice ne tra i protagonisti de Le Systeme, una serie di toccanti podcast consacrati al carcere trasmessi online dal sito slate. fr Per evitare che i futuri magistrati vengano influenzati dalla vox populi o siano del tutto sconnessi dalla realtà, l'Ècole nationale de la magistrature prevede degli stage penitenziari obbligatori. Il corso dura quasi tre anni ma per una settimana gli allievi vivono all'interno di una prigione assieme alle guardie carcerarie, un'immersione che lascia il segno nei futuri magistrati e che sgombra la mente da pregiudizi e stereotipi sulla "comodità" delle carceri.
"Vivere come un secondino per sette giorni e sette notti, dormire su una scomoda branda, consumare pasti immangiabili, osservare i detenuti ammassati nelle celle, passare il tempo negli spazi comuni è stata un'esperienza fondamentale, per poter capire il senso del mio mestiere. Ogni volta che chiediamo la reclusione per un imputato dobbiamo avere chiaro in mente il luogo dove vanno a finire i condannati, mentre vedo che il racconto sociale che si fa della prigione è del tutto distorto, si ha quasi l'impressione che si tratti di un villaggio turistico dove le persone dormono, mangiano e fanno sport", continua Valentine che, della sua esperienza, ricorda un aspetto che potrebbe erroneamente sembrare un dettaglio: "La cosa che mi ha colpito di più nella mio stage penitenziario è il rumore, onnipresente, continuo, alienante. In particolare il rumore metallico, quasi un clangore senza sosta di sbarre percosse, di porte che si aprono e chiudono, vivere anni in quel rumore sfibra lo spirito dei detenuti".
Un'altra piccola, grande tortura è la luce che per 24 ore al giorno assedia i prigionieri. Come spiega Karim, un ex detenuto che ha deciso di collaborare alla serie di podcast del Systeme "gli asciugamani sono un bene prezioso, l'unico oggetto autorizzato con cui tentiamo di tappare le finestre per non far penetrare la luce, avere qualche ora di buio è necessario per non diventare pazzi".
Comprendere il significato e la portata delle proprie decisioni e uscire dalla torre d'avorio delle procure è un aspetto centrale del lavoro di magistrato e una condizione necessaria per avere, fuor di retorica, una giustizia né vendicativa, né accademica ma "vicina alle persone". E ogni allievo uscito dalla stage racconta quanto la sua visione dell'universo carcerario sia stata del tutto sconvolta. L'intreccio ferale tra isolamento e promiscuità, la violenza quotidiana, la solitudine e la rabbia, qualcosa che non puoi capire se non l'hai vissuta. E che, come spiega ancora Valentine, ti fa riflettere sul senso stesso della propria missione: "Qual è la giusta pena, quella che soddisfa la vittima, quella che soddisfa l'imputato o quella che fa brillare gli occhi ai tuoi superiori?".
di Carlo Bonini
La Repubblica, 29 maggio 2021
A Guantánamo restano ancora oggi quaranta detenuti. Ma che quella prigione fosse nata per sete di vendetta e non di giustizia era già chiaro troppi anni fa. Il 18 maggio scorso, il cittadino pachistano Saifullah Paracha, 73 anni, diabetico e con un cuore malato, si è voltato un'ultima volta verso la prigione in cui aveva trascorso gli ultimi 18 anni della sua vita. Era il prigioniero più anziano di Guantánamo. E, in un'altra vita, quella pre 11 settembre 2001, aveva vissuto da uomo di affari, quale era, a New York e quindi in Tailandia, dove, nel 2003, era stato catturato e inghiottito dalla war on terror. Con lui, Uthman Abd al-Rahim Uthman, yemenita, detenuto da 19 anni senza che nei suoi confronti fosse mai stata formalizzata alcuna accusa.
Un commiato silenzioso, il loro. Annotato a margine dalle cronache. Primo rilascio di prigionieri autorizzato dall'amministrazione Biden dopo quattro anni di presidenza Trump in cui una sola era stata la partenza dall'isola. E che porta la contabilità del carcere in questa baia nell'angolo sud-est dell'isola di Cuba, scoperta da Colombo nel 1494 e concessa agli Stati Uniti durante le guerre ispano-americane per un assegno annuo di 4 mila dollari, a 40 reclusi. Uomini piegati dal nulla ossessivo di anni di isolamento, feriti nel corpo e nella psiche dalla memoria di torture, fisiche e psicologiche. Soprattutto, prigionieri due volte. Perché chiamati a camminare sul filo sottile della pazzia che è peculiare di chi non sa quale sarà il proprio destino. Se ci sarà cioè, prima ancora di un perché alla propria pena, anche un quando che le metta fine.
Già, perché nella nemesi della Guerra al Terrore, Guantánamo ha finito per fare prigionieri vittime e carnefici insieme. Le prime, in balìa di un diritto penale sostanziale e processuale speciale, battezzato dall'amministrazione Bush nella stagione successiva al martedì di sangue delle Torri gemelle e del Pentagono che, consegnandoli alla condizione di enemy combatants (combattenti nemici), li ha sottratti alle coordinate del diritto internazionale, alle convenzioni di guerra, scaraventandoli in un limbo giuridico che solo raramente ha avuto il suo naturale sbocco in un processo. I secondi, vittime della loro stessa macchina di detenzione che doveva essere, nelle intenzioni, il più formidabile, crudele, ed esemplare deterrente globale del terrorismo jihadista. Ma che è diventata una macchia indelebile nella reputazione della più grande democrazia del mondo libero, incubatrice di sistematiche violazioni dei diritti umani. Fantasma di ogni presidente Usa nel giorno del suo insediamento: Barack Obama (nel 2008 e nel 2012); Donald Trump (2016) e ora Joe Biden. Tutti pronti a promettere la chiusura di quelle gabbie tropicali. Nessuno in grado di tenere fede all'impegno.
Passi da marionette - Eppure, a voler leggere i segni, la premonizione della fine era scritta nel principio. Nelle prime immagini che, l'11 gennaio 2002, le televisioni americane recapitarono a domicilio nei tinelli di un Paese che aveva mosso guerra all'Afghanistan, che colpirono come un pugno l'alleata Europa culla del diritto, per rimbalzare nelle periferie di Asia, Medioriente, Africa, dove Al Qaeda giocava la partita decisiva del proselitismo e della Jihad. In quegli uomini in tuta arancione, costretti dalle catene ai polsi e alle caviglie a un movimento dinoccolato da marionette, resi ciechi da occhiali da saldatore che ne trasfiguravano il volto in qualcosa che ricordava quello di giganteschi insetti, mentre venivano infilati nella pancia di aerei militari per essere scaricati in un inferno caraibico agli antipodi della loro terra di origine, erano le stimmate di una vendetta più che di un atto di giustizia. E la loro ostensione dal vivo avrebbe poi reso quella sensazione una certezza.
Capitò una prima volta nel 2002, quando scortato dai marines, arrivai per Repubblica sull'isola insieme a un pool di giornalisti internazionali. Quando la prigione si chiamava "Camp X-Ray" e altro non era se non un'immensa stia di rete metallica e filo spinato, dove uomini in ginocchio sotto un sole assassino si offrivano allo sguardo di chi non potevano vedere dietro i loro occhiali da saldatore. Ma a cui potevano gridare nella loro lingua parole che potevano essere una maledizione, piuttosto che un'invocazione.
E capitò ancora nel 2003, quando, tornato a Guantánamo, potei documentare come l'ingegneria concentrazionaria, di fronte a un numero di prigionieri salito quell'anno a 700 (un picco mai più raggiunto), avesse trasformato nel nome (Camp Delta) e nella struttura (cemento armato, celle, reparto ospedaliero, sezione per minorenni) la sterrata della disperazione in una meticolosa macchina dell'afflizione. Di cui ogni dettaglio - quelli ostensibili, evidentemente, e non quelli chiusi nel segreto delle camere di interrogatorio riservate al personale della Cia, del Fbi e dell'Intelligence militare - veniva mostrato.
Dal contenuto calorico delle razioni di cibo per i prigionieri, alla consunta biblioteca di volumi e dvd in lingua inglese e araba, alle statistiche sull'incidenza dei disturbi psichiatrici negli "ospiti" in tuta arancione e, da quell'anno, anche bianca. Secondo una scala cromatica ritagliata sull'indice di pericolosità del prigioniero che voleva il colore più chiaro indice di avvenuta pacificazione con la condizione di detenuto sine die.
Per scrivere la vera storia di Guantánamo ci sono voluti anni e un paziente lavoro di svelamento. E dunque i rapporti della Croce Rossa Internazionale, quelli di Amnesty, le testimonianze di whistleblower (carcerieri e addetti agli interrogatori). E, naturalmente, la verità dei prigionieri che, nel tempo, sarebbero stati rilasciati, restituiti ai Paesi di origine. Molti, come Mohamedou Ould Slahi, per essere riconsegnati alla vita. Altri per constatarne il ritorno sui fronti della Jihad, nel perpetuarsi di quella maledizione della guerra che vuole che l'odio chiami odio.
padovaoggi.it, 29 maggio 2021
"Dialoghi sulla costituzione". Nella tarda mattinata di venerdì 28 maggio, dalle ore 12,00 alle ore 13,30 il prof. Luca Antonini, giudice della Corte Costituzionale ha tenuto una lectio magistralis sul principio di uguaglianza, inaugurando il progetto voluto dal direttore del Due Palazzi, Claudio Mazzeo, dal titolo "Dialoghi sulla Costituzione".
Costituzione - Il progetto condiviso con l'Università di Padova, il Cpia e l'itc Einaudi/Gramsci, ha interessato oltre gli studenti delle scuole di Padova e i detenuti iscritti all'università, anche gli alunni di alcuni classi 4 e 5 del liceo Curiel e gli iscritti al master di criminologia. Hanno partecipato, l'incontro si è tenuto online, quindi virtualmente ma attivamente, anche i magistrati di sorveglianza e il terzo settore che da anni opera nell'istituto.
Progetto - "Il progetto - spiega il direttore Claudio Mazzeo - mira a promuovere la conoscenza di principi della carta costituzionale e prevede approfondimenti con la partecipazione di personalità in grado di offrire ulteriore spunti di riflessione e analisi sui valori fondanti la nostra carta costituzionale". Durante l'incontro, che è stato aperto proprio dal direttore Mazzeo, c'è stata la possibilità di interagire con il giudice Antonini, opportunità molto gradita dai partecipanti tanto che l'incontro si è chiuso tra applausi scroscianti.
gnewsonline.it, 29 maggio 2021
A conclusione del progetto "Trasformare le dipendenze patologiche in dipendenze generative" curato dall'Ufficio di esecuzione penale esterna di Caltanissetta e nato con l'obiettivo di promuovere strategie di prevenzione rivolte sia al mondo giovanile, sia alla presa in carico dei soggetti in esecuzione penale esterna affetti da dipendenze comportamentali e da sostanze, si è tenuto oggi, 28 maggio, un webinar in cui la rete costituitasi con questa iniziativa, e comprensiva dei Servizi per le tossicodipendenze, della Polizia stradale e della Polizia postale di entrambe le province di Caltanissetta ed Enna, ha incontrato gli studenti di quattordici classi di scuole superiori cittadine.
Hanno aperto i lavori Anna Internicola, direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Sicilia, e Filippo Ciancio, dirigente dell'ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna - Ufficio scolastico regionale per la Sicilia. Ha concluso i lavori Maria Grazia Vagliasindi Presidente della Corte di Appello di Caltanissetta.
- Aversa (Ce). Protesta dei detenuti nel carcere: "negati abbracci ai familiari"
- Forlì. Paziente psichiatrico rischia di finire in strada perché i servizi sociali non pagano
- Omofobia. Un Ddl perfettibile, un dibattito drogato dai social network
- Uomini che aiutano gli altri
- Milano. Carceri, riparte lo sport: inaugurazione nuova palestra in Casa di reclusione di Opera











