di Marika Ikonomu
Il Domani, 9 luglio 2021
Il testo approvato in commissione con i voti del centrosinistra può essere affinato, dice il relatore, ma serve una legge dopo la sentenza della Consulta del 2019. Le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera il 6 luglio scorso hanno approvato un testo base per regolare la pratica del fine vita. L'approvazione del testo "Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia" è un primo passo verso ciò che chiedeva la sentenza del 2019 della Corte costituzionale nel "caso Cappato-Dj Fabo": che il parlamento intervenisse in materia.
Hanno votato a favore il Partito democratico, il Movimento 5 stelle, Liberi e uguali, Italia viva, +Europa e Azione, contrari invece i partiti di centrodestra. Il testo prevede la facoltà della persona "di richiedere assistenza medica per porre fine volontariamente e autonomamente alla propria vita, alle condizioni, nei limiti e con i presupposti previsti". Si consente dunque il suicidio assistito, cioè il decesso prodotto con atto autonomo con cui si pone fine alla propria vita "in modo volontario, dignitoso e consapevole".
Il documento approvato riprende la sentenza: può fare richiesta una "persona maggiore di età, capace di prendere decisioni libere e consapevoli e affetta da sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili". Si aggiungono poi altre condizioni: avere una patologia irreversibile o a prognosi infausta, essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale ed essere assistito dalla rete di cure palliative o avere espressamente rifiutato tale percorso assistenziale.
Il testo poi traccia il procedimento per accedere al diritto e prevede la costituzione di Comitati per l'etica. Il fine vita, in questa prima versione, viene dunque legittimato con l'esclusione di punibilità: tutte le persone che abbiano agevolato e/o portato a termine la procedura non sono punibili. Non vengono dunque applicati gli articoli 580 (istigazione o aiuto al suicidio) e 593 (omissione di soccorso) del codice penale. Il relatore della legge sull'eutanasia, Alfredo Bazoli, ha commentato il voto specificando che "il testo rappresenta un punto di partenza, e non pregiudica in alcun modo ulteriori interventi di modifica, miglioramento e affinamento del testo". Il deputato sottolinea che "non è possibile rinviare ulteriormente il provvedimento, perché lasceremmo un inaccettabile ruolo di supplenza ai giudici, come sta accadendo, posto che i pazienti che ritengono di rientrare nelle condizioni individuate dalla Corte costituzionale si stanno rivolgendo ai tribunali per ottenere l'autorizzazione ad accedere al suicidio assistito". Negli ultimi anni la giurisprudenza si è sostituita al legislatore. Nonostante le numerose sentenze e proposte di legge, non si è mai arrivati a un compromesso. Nel 2019 la Corte si è espressa sulla costituzionalità dell'art. 580 del codice penale nel caso di Fabiano Antoniani e ha stabilito che, se sussistono le condizioni riprese dal documento approvato il 6 luglio, non è punibile "chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente".
Il referendum parallelo - "In astratto non ci sarebbe bisogno di questo progetto legislativo perché le sentenze hanno già valore di legge. Ma in concreto serve l'intervento del parlamento per individuare le procedure che rendano effettiva la decisione della Corte", ha commentato Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia Legale. Cappato ricorda la vicenda di Mario, affetto da tetraplegia, che ha chiesto di poter accedere al diritto nelle Marche ma, "pur sussistendo tutte e quattro le condizioni previste dalla Corte, in 10 mesi l'Asl non ha mai risposto. L'approvazione del testo impedirebbe di fatto il sabotaggio della sentenza della Corte costituzionale in corso. In un anno e mezzo nessuno è riuscito a esercitare questo diritto".
L'associazione Luca Coscioni, di fronte all'inerzia del legislatore, sta raccogliendo le firme con decine di associazioni e movimenti per depenalizzare l'eutanasia con un referendum abrogativo. L'iniziativa corre in parallelo al testo approvato dalle commissioni perché "ha l'obiettivo di abrogare una parte dell'articolo 579 del codice penale", spiega Cappato. Il testo in commissione, infatti, esclude due situazioni: non prevede che il medico possa somministrare il farmaco, "producendo di fatto una discriminazione per le persone che non possono assumerlo autonomamente e non include le persone che hanno una malattia terminale ma che non sono tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale.
Il referendum apre la strada alla vera e propria eutanasia attiva, sul modello di Spagna e Lussemburgo. È chiaro che con l'abrogazione di parte di quell'articolo cadrebbe anche il requisito dei "trattamenti di sostegno vitale", garantendo così il diritto anche alle persone che hanno un cancro terminale. In Olanda due terzi dei pazienti che richiedono l'eutanasia sono malati terminali di cancro". In Italia, è già possibile interrompere qualsiasi terapia, anche se provoca la morte. Dal 2017 è garantito il diritto di interrompere le cure anche qualora non si abbia più la capacità di intendere e di volere, potendo redigere il testamento biologico, ma mancano molti tasselli perché venga garantito a pieno il diritto.
di Luigina Ambrogio
lafedelta.it, 9 luglio 2021
Un laboratorio di trasformazione frutta e ortaggi all'interno del Santa Caterina. Vengono trasformati i prodotti coltivati a Cascina Pensolato; vi lavorano tre detenuti. Antipasto alla piemontese, zucchine marinate, pesche e albicocche sciroppate, preparato per il minestrone, verdure pronte da saltare in padella... tutto questo e molto altro si sta preparando nel nuovo laboratorio (Ap-Pena-lavorata) allestito nel carcere Santa Caterina in collaborazione con Cascina Pensolato. Il laboratorio, nuovo di zecca, è stato allestito nei locali della vecchia falegnameria - in disuso da circa vent'anni - e costituisce uno sviluppo del progetto di Cascina Pensolato, nata per dare un'opportunità di lavoro ai detenuti e ad altre persone in situazione di difficoltà.
Il progetto è stato realizzato in tempi molto rapidi. "I lavori sono stati eseguiti in gran parte dai detenuti. Tutto è stato realizzato in meno di un anno - dice il comandante della Casa di reclusione Lorenzo Vanacore". "Nel frattempo abbiamo provveduto a selezionare e formare i detenuti destinati a lavorare nel laboratorio" - spiega Antonella Aragno, responsabile dell'Area educativa.
La gestione del laboratorio è in capo a Cascina Pensolato a cui i locali sono stati assegnati in comodato d'uso. I detenuti selezionati dalla Casa di reclusione lavorano alle dipendenze di Cascina Pensolato tramite borsa lavoro. Il progetto del laboratorio di trasformazione è stato ampiamente sostenuto dalla direttrice della casa di reclusione, Assuntina Di Rienzo (vicedirettore anche presso il carcere di Torino) che ora punta alla realizzazione di un secondo laboratorio nei locali rimasti liberi della vecchia falegnameria; un obiettivo a cui si sta lavorando.
Il Consorzio La Granda e la certificazione simbiotica - Nel progetto è stato coinvolto il Consorzio La Granda. "Abbiamo accolto volentieri la proposta di collaborare perché apprezziamo molto l'idea di inclusione che ne è alla base - dice Sergio Capaldo, presidente del Consorzio -; il laboratorio all'interno del carcere è un'ottima opportunità in vista della rieducazione. Da parte nostra possiamo dare un contributo per quanto riguarda la qualità dei prodotti. Abbiamo condiviso con la coop. Pensolato la nostra filosofia di coltivazione, l'agricoltura simbiotica. "Siamo orientati a ottenere la certificazione simbiotica dell'azienda" - conferma Dario Armando. "Il nostro contributo per ora è esclusivamente di natura tecnica - prosegue Capaldo - un domani si potranno aprire altre opportunità. Stiamo lavorando per creare, nell'hinterland di Fossano un'area caratterizzata dall'agricoltura simbiotica e una filiera certificata. I prodotti di questo laboratorio, insieme ai prodotti realizzati in altre carceri d'Italia, potrebbero avere un marchio che li distingua ulteriormente all'interno di questa nostra filiera".
Nino Mana: "Si migliora attraverso le cose belle che sperimentano" - Il direttore della Caritas sottolinea il valore di questo nuovo progetto in collaborazione con il carcere. "Con Cascina Pensolato ci siamo posti l'obiettivo di aiutare, attraverso il lavoro, persone in condizione di disagio. In questo caso si tratta di detenuti che nella vita hanno magari commesso degli errori ma che ora, attraverso il lavoro, possono trovare un'alternativa. Chi entra in questo processo si deve sentire 'migliorare dentro'; attraverso le cose belle e positive che sperimenta deve poter migliorare sé stesso".
Beppe Beccaria, presidente della Fondazione Noi Altri, sottolinea la necessità di rendere partecipe la città di queste realtà"
Ricette particolari, con un occhio alla tradizione e alla cucina locale ma anche innovative - Grazia Oggero, responsabile del laboratorio (con anni di esperienza nel settore) ci presenta i primi vasetti di giardiniera, zucchini e marmellate di frutta realizzate durante il corso di formazione.
"Abbiamo fatto delle prove con una consulente esterna. Adesso, nel mettere in pratica le istruzioni, stiamo provando a realizzare nuove ricette sulla base delle indicazioni di un tecnico della Granda. Intendiamo tener conto dell'orientamento dei consumatori con un'attenzione particolare alla tradizione locale puntando anche a prodotti innovativi. Un punto di forza è la materia prima: i prodotti sono di sicura qualità". In cucina si è creato un buon clima. Uno dei tre detenuti, non nuovo al lavoro tra i fornelli avendo la qualifica di aiuto cuoco, ci dice di aver trovato molto interessante il corso e queste prime settimane di sperimentazione.
Il laboratorio a disposizione delle famiglie per marmellate e conserve - "Questo laboratorio - dice Dario Armando - trasformerà i prodotti di Cascina Pensolato ma potrà lavorare anche per altre aziende e per le famiglie che intendono fare la marmellata o la conserva ma non hanno lo spazio o il tempo per cuocerla in casa". Per informazioni e prenotazioni ci si può rivolgere al punto vendita di Cascina Pensolato in via Sacco 7/B (3511818612).
di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 9 luglio 2021
Martedì il testo in Aula: nel centrosinistra non c'è accordo e la Lega prepara gli emendamenti. La metafora della roulette russa è sicuramente abusata, sul ddl Zan, ma è anche quella che meglio descrive il clima che si sta creando in Senato sulle norme anti-omofobia e sono soprattutto due i protagonisti che rischiano di rimanere seduti al tavolo con la pistola puntata sulla tempia.
Basta leggere le dichiarazioni di ieri per capire che, alla fine, la faccenda sta diventando una questione tra Pd e Italia viva, tra Matteo Renzi ed Enrico Letta. Martedì, a palazzo Madama, inizierà un gioco che nessuno sarà in grado di controllare fino in fondo, la Lega già prepara un diluvio di emendamenti e la richiesta del voto segreto. In queste condizioni è difficile dire persino se si arriverà a un voto prima dell'estate o se tutto slitterà a settembre. Non a caso tra Pd e Iv è iniziato un rimpallo di responsabilità per cercare di scaricare sull'avversario la colpa dell'eventuale patatrac. "Se ognuno è coerente con quello che viene detto e fatto, il ddl Zan verrà approvato", attacca Letta. Il richiamo alla coerenza ha un destinatario ben preciso, ovviamente Renzi che alla Camera ha fatto votare il provvedimento e che ora chiede di cambiarlo perché - sostiene - bisogna tenere conto dei numeri al Senato. Ma il leader Iv replica alla sua maniera, provocatorio: "Non capisco la testardaggine con cui si dice "non si discute". Non mi ricordo di grandi previsioni di Letta che poi si sono realizzate negli ultimi anni... Il mio amico Enrico non è propriamente attendibile".
Salvini si gode lo scontro, scrive una lettera aperta ai parlamentari - "Concentriamoci su quello che ci unisce" - e assicura che lui è d'accordo a prevedere pene severe per "chi discrimina, offende o aggredisce due ragazzi o due ragazze che si amano". Poi conclude dicendo che "la responsabilità dell'eventuale bocciatura della legge è tutta della sinistra". Stessa linea di Licia Ronzulli, Fi: se tutto salta, "chi ha insistito per una prova muscolare rifiutando ogni mediazione dovrà assumersi la responsabilità".
Anche Renzi usa lo stesso argomento: "Martedì 13 io vado in Aula, chiedo la parola e dico che il Parlamento non è fatto per sputarsi addosso. Chi fa saltare la legge ha una responsabilità storica". Peccato che il Pd non creda affatto alla buona fede di Salvini. "Lega e FdI hanno votato contro la risoluzione che condanna la legge ungherese anti-Lgbtq. Davvero qualcuno crede che vogliano approvare una legge contro i crimini d'odio?", dice la capogruppo Simona Malpezzi.
L'obiettivo, è la convinzione di Letta, è modificare il ddl Zan per poi affossarlo alla Camera. Renzi assicura che non chiederà il voto segreto e che, comunque, i suoi voteranno a favore della legge. Ma lui stesso sa che i voti segreti ci saranno perché "basta la richiesta di 20 senatori". Impossibile, a quel punto, prevedere se davvero ci saranno i franchi tiratori dentro M5s e Pd, come dice Renzi, o se quelli di Iv affosseranno il provvedimento nel segreto dell'urna come temono i democratici. Una roulette russa, appunto.
noinotizie.it, 9 luglio 2021
È stata sottoscritta a Lecce, nella sala conferenze del Rettorato dell'Università del Salento, la convezione per il diritto agli studi universitari in carcere tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Provveditorato Regionale della Puglia e Basilicata (PRAP) e le Università pugliesi.
Firmatari: il Provveditore Regionale Giuseppe Martone, il Rettore dell'Università del Salento Fabio Pollice, il Rettore del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino; il Rettore dell'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", Stefano Bronzini, il Rettore dell'Università LUM "Giuseppe De Gennaro", Antonello Garzoni e, per il Rettore dell'Università di Foggia Pierpaolo Limone, la delegata professoressa, Anna Maria Campanale.
Con la firma della convenzione, gli Atenei pugliesi aderiscono alla CNUPP - Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari, istituita dalla CRUI - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e rappresentata nel corso dell'incontro dal Presidente nazionale Franco Prina. Presenti inoltre i delegati dei Rettori per i Poli Universitari pugliesi per studenti detenuti Ignazio Grattagliano (Università di Bari) e Marta Vignola (Università del Salento).
Obiettivo principale della convenzione è la collaborazione tra le istituzioni firmatarie, che si impegnano a individuare aree di intervento mirate a favorire lo sviluppo culturale e la formazione universitaria: per sostenere i detenuti negli istituti penitenziari della Puglia con l'obiettivo primario del reinserimento; per favorire la formazione universitaria del personale operante nel territorio di competenza del Provveditorato della Puglia; per giungere alla costituzione di un "Polo didattico universitario penitenziario Appulo-Lucano" quale sistema integrato di coordinamento delle attività volte a consentire ai detenuti e agli internati negli istituti penitenziari interessati il conseguimento di titoli di studio di livello universitario, secondo le modalità che saranno disciplinate negli atti regolamentari e le procedure e le condizioni vigenti presso ciascun Ateneo.
La realtà dei Poli Universitari Penitenziari italiani, iniziata più di venti anni fa a Torino e replicata, pur con differenze locali, in numerose altre sedi universitarie, coinvolge attualmente circa 40 Atenei che operano in oltre 80 istituti penitenziari. Nell'anno accademico in corso sono 1.034 gli studenti detenuti iscritti, dei quali 109 (10,5%) si trovano in regime di esecuzione penale esterna, 549 (53,1%) scontano una pena in carcere in circuiti di media sicurezza, 355 (34,3%) in alta sicurezza e 21 (2,1%) in regime 41bis. Le studentesse sono 64, quindi il 6,2% del totale degli studenti.
Nel primo triennio di vita della CNUPP - Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari, gli Atenei aderenti con studenti attivi sono passati da 27 nel 2018/19 a 32 nel 2020/21 (con un incremento del 18,5%); gli Istituti Penitenziari in cui operano i Poli Universitari Penitenziari da 70 a 82 (con un incremento del 17,1%); il numero di studenti iscritti da 796 a 1034 (con un incremento del 29,9%). Tra questi dati spicca il notevole incremento della componente femminile, che passa da appena 28 studentesse nel 2018-19 a 64 nel 2020-21, quindi con un incremento del 128,6%.
La costituzione della CNUPP ha permesso agli Atenei impegnati a garantire il diritto agli studi universitari per le persone private della libertà personale di agire in maniera coordinata e interloquire a una voce sia con il sistema universitario sia con quello penitenziario. Le interazioni avviate con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, in particolare con la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del DAP, competente per le attività formative, ha permesso di siglare nel settembre del 2019 un protocollo d'intesa che definisce le modalità per il confronto permanente tra CNUPP e DAP. A breve saranno emanate delle linee guida condivise per regolamentare le attività di studio universitario all'interno degli istituti penitenziari italiani.
La costituzione della CNUPP permette inoltre ai referenti delle singole università di confrontarsi continuamente su varie problematiche, scambiarsi buone pratiche, rivolgere istanze al DAP su singole situazioni e affrontare problematiche complesse come, per esempio, i disagi dovuti ai trasferimenti dei detenuti studenti universitari da un istituto penitenziario a un altro. In questi casi la CNUPP funge da network interconnesso, in cui docenti e uffici amministrativi collaborano tra loro e con l'Amministrazione Penitenziaria per facilitare il trasferimento degli studenti da un ateneo a un altro.
La CNUPP è quindi un esempio di rete istituzionale e inter-istituzionale promossa da Università che ritengono doveroso onorare il proprio ruolo garantendo l'accesso e lo svolgimento degli studi universitari anche a persone private della libertà, che in questo modo esercitano un loro diritto costituzionale. Non solo gli Atenei, ma anche singoli docenti, amministrativi e tutor svolgono la loro attività nell'ambito dei rispettivi ruoli istituzionali e della missione inclusiva che è propria delle Università. Impegni sono inoltre previsti sul fronte della formazione del personale dell'Amministrazione Penitenziaria (polizia penitenziaria e operatori dell'area trattamentale), nonché sullo sviluppo di attività di ricerca sulle problematiche carcerarie.
Come sottolineato nel corso dell'incontro, percorsi in sinergia con l'Amministrazione Penitenziaria possono consentire di trasformare la detenzione da un tempo "sospeso" a un periodo fecondo, in cui il cittadino condannato possa intraprendere percorsi formativi anche di alto livello, che gli consentano di investire sul proprio capitale umano - strumento indispensabile per ridurre i rischi di recidiva - con benefici sia per il singolo che per la società. La presenza delle Università nei luoghi di detenzione ha, in questo senso, una profonda valenza culturale per il Paese e per la più ampia discussione sul significato che possono avere la pena e l'esecuzione penale.
di Gianni Cuperlo
Il Domani, 9 luglio 2021
Le due date coincidono, o quasi. Martedì 13 luglio vedrà l'approdo nell'Aula del Senato della legge Zan. Su questo giornale Daniela Preziosi ha riassunto scena e retroscena, compresi numeri, insidie e future ritorsioni se, come parecchi temono e qualcuno spera, uno o più voti segreti dovessero impantanare il testo.
Due giorni più tardi, giovedì 15 luglio, sarà la volta della Camera dove arriverà il decreto governativo che rifinanzia le missioni internazionali, testo comprensivo dei rinnovati accordi tra l'Italia e la Guardia Costiera libica. Coincidenza? Può darsi, anche se i calendari del Parlamento non sono mai sino in fondo casuali. Talvolta dal loro incastro possono derivare effetti destinati a qualche incidenza sul clima d'opinione. Nel caso specifico conviene attenersi ai fatti, seppure in parte di là da compiersi. Sono tra quanti spera che la legge contro discriminazioni e violenze per motivi fondati "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità" venga approvata nella formulazione attuale.
I motivi sono noti. Si tratta di una mediazione giunta dopo un lungo lavoro che ha tenuto in conto rilievi di varia natura e provenienza, ma al netto di questo (poiché ogni cosa è perfettibile) sembra spericolato affidarsi a una mediazione con chi da sempre si è dichiarato ostile a quel provvedimento. Per altro, si tratta di forze che hanno sottoscritto una Carta dei valori dell'Europa assieme a una compagnia che su gay e transessuali la pensa come Orban. Anche per questo modificare la legge per rimandarla alla Camera in una staffetta senza garanzie di tagliare il traguardo atteso da moltissimi pare poco più che un impegno scritto sulla sabbia.
Come si è visto i numeri ci sono e se ciascuno dovesse fare la propria parte, cominciando da chi si dice a favore della norma, l'Italia a giorni quella legge potrebbe vedere licenziata.
Detto ciò, perché la coincidenza con l'altro dibattito alla Camera dovrebbe spingere a un allarme? Mettiamola così: perché è probabile che i riflettori puntati sul passaggio di verità del Senato distrarranno da un tema altrettanto serio: il rinnovo dell'accordo con quella Guardia Costiera libica che nel corso dei mesi ha proseguito un'azione complice nell'infinita strage che si consuma nel Mediterraneo centrale.
Le tragedie silenziate - Nelle scorse settimane dati e statistiche hanno confermato come l'avere impedito, con la sola eccezione della Ocean Viking, di agire in quello specchio di mare per il salvataggio di naufraghi e persone in difficoltà abbia determinato un incremento degli incidenti e delle vittime. Esistono testimonianze tragiche sul ruolo svolto da coloro che dovremmo assistere e formare nel riportare donne, uomini, bambini, in fuga da torture e violenze dentro l'incubo peggiore. Parliamo di centri di detenzione dove in tante e tanti vengono ricondotti dopo l'intercettazione in mare con i mezzi della Guardia Costiera libica a operare nella zona di competenza SAR senza i requisiti previsti dalle convenzioni internazionali a cominciare dall'esistenza di un porto sicuro dove sbarcare quanti vengono soccorsi.
Vi saranno deputate e deputati di gruppi diversi che leveranno la voce per segnalare questa e altre storture chiedendo che la proroga della missione di assistenza italiana alle istituzioni di quel paese non venga autorizzata. L'esito di quella battaglia, almeno sulla carta, pare a oggi scontato, ma tanto più sarebbe importante che sulla pagina non calasse il silenzio. Perché i diritti non hanno gerarchia e calpestando quelli umani si incrina tutta intera la loro impalcatura, al Senato come alla Camera. A conferma che almeno in questo, purtroppo, il bicameralismo funziona benissimo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 luglio 2021
Gli economisti Boeri e Perotti su "Repubblica" si avventurano in analisi e propongono soluzioni anacronistiche sul sistema carcerario. "Le misure alternative sono inutili, le depenalizzazioni sono una foglia di fico, bisogna costruire più carceri".
di Liana Milella
La Repubblica, 8 luglio 2021
Shock in via Arenula per le immagini delle violenze degli agenti contro i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Immagini definite "devastanti" dai vertici del Dap. Condanna ferma nei confronti di chi ha esercitato le violenze, ma fiducia negli agenti sani che rappresentano lo Stato. Agenti che vanno messi al riparo da possibili reazioni esterne che via via si stanno manifestando.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 luglio 2021
La ministra: "Non perdiamo l'occasione". Il 15 convocati i provveditorati. Coinvolto anche Draghi. "Non intendo lasciar cadere le riflessioni che stanno emergendo sul carcere in questi giorni, ne ho parlato anche con il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Non bisogna perdere l'occasione per il rinnovamento di un comparto così cruciale a vari livelli. Alcuni sull'immediato, altri richiedono riflessioni più ampie, a più lungo periodo". La ministra Cartabia ha spiegato così perché ha voluto convocare ieri le 24 organizzazioni sindacali dell'amministrazione penitenziaria (non solo quelle della sicurezza), per un incontro via web. In via Arenula, insieme a lei c'erano il capo del Dap Petralia, i due sottosegretari Sisto e Macina, il Garante dei detenuti Palma e il capo di Gabinetto Piccirillo. La settimana prossima, il 15 luglio, Cartabia convocherà tutti i provveditorati d'Italia.
di Don Gino Rigoldi*
Corriere della Sera, 8 luglio 2021
Per capire davvero quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere occorre conoscere le strutture, sapere ciò che c'è e ciò che manca. Le scene del pestaggio dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere (945 detenuti per una capienza di 809, dati del ministero al 31 maggio 2021) ha suscitato indignazione e tristezza in molti italiani, ma c'è molta sofferenza anche tra le persone che lavorano nelle carceri, sia come poliziotti che come educatori, psicologi, assistenti sociali, cappellani. Posso immaginare che dopo il ripetuto spettacolo del pestaggio molti cittadini si siano domandati se ci sono, e quanti sono, gli istituti penali dove la violenza prevale sul dialogo e, in generale, sulla impresa della riabilitazione come richiesto dalla Costituzione.
www.redattoresociale.it, 8 luglio 2021
L'autore della riforma che nel 2016 ridisegnava il volto dell'esecuzione penale interviene sui fatti di Santa Maria Capua Vetere: "Quello che è accaduto non è un caso isolato". E "quando i riflettori dei media si spegneranno su questa inquietante vicenda, il mondo del carcere tornerà nel buio di quella rimozione sociale in cui la nostra cultura l'ha relegato".
"Quello di Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato: è l'ultimo di episodi analoghi, alcuni dei quali soltanto accidentalmente sfuggiti all'omertà o all'insabbiamento". Glauco Giostra va dritto al punto. La realtà del carcere la conosce a fondo e non solo come ordinario di procedura penale alla Sapienza. Sa bene come funzionano certi meccanismi, lui che al sistema carcere aveva provato a mettere le mani seriamente 'guidando' una riforma che abbracciava tutta 'l'istituzione totale' con il fine primario di restituire dignità a detenuti e operatori, quella stessa dignità che ancora una volta è stata calpestata.
Aveva infatti presieduto la Commissione di riforma, istituita nel 2016 dal ministro Orlando, il cui prodotto venne abbandonato in un cassetto, dopo due anni intensi di lavoro e di ricerca, da un governo che non ebbe la volontà, e probabilmente anche il coraggio, di calendarizzare l'ultimo step.
Ora il professore assiste sconcertato a immagini "che offendono la retina del diritto e dell'umanità. Si tratta di un fenomeno la cui dimensione è ben più rilevante - sottolinea Giostra - come sa bene chiunque abbia una non prevenuta conoscenza del mondo penitenziario. Ed è proprio questa consapevolezza, verosimilmente, che ha indotto alcune forze politiche a opporsi all'introduzione del reato di tortura prima e ora all'adozione del numero identificativo per la riconoscibilità degli agenti della polizia penitenziaria".
Dall'altra parte, professore, ci sono tanti agenti e ufficiali di Polizia penitenziaria che indossano la divisa con onore e dedicano la vita a un lavoro tra i più usuranti..
"Di sicuro sarebbe ingiusta ogni generalizzazione. Il corpo della Polizia penitenziaria è prevalentemente formato da persone che assolvono il loro difficile e ingrato compito con abnegazione e senso della legalità. Comportamento anzi ancor più meritevole in un contesto in cui il rispetto della dignità delle persone recluse viene da alcuni deriso come imbelle buonismo, quando non come riprovevole connivenza".
Una mentalità diffusa anche all'esterno delle carceri, con parte dell'opinione pubblica convinta che la durezza della repressione sia un prezzo da pagare per la sicurezza collettiva..
"Sì, mentre credo che sia vero proprio il contrario: chi, oltre alla legittima privazione della libertà, ha subìto gratuite sopraffazioni, fisiche e psicologiche, dolorose e umilianti, ne ricaverà solo una sorta di legittimazione a far ancora del male, una volta tornato in libertà. Se persino coloro che dovrebbero rappresentare lo Stato e il diritto ricorrono a ogni forma di angheria per far valere le loro distorte ragioni, quale remora etica dovrebbe trattenere dal ricorrere alla violenza per raggiungere i propri obbiettivi colui che su questa strada si era già incamminato, incontrando lungo la stessa addirittura i tutori della legalità?".
L'emersione degli episodi di violenza ha suscitato un coro univoco di condanna da più ambienti. Non si rischia però, come già accaduto, che tutto torni alla 'normalità' se oltre a condannare non si agisce per intervenire sulle cause?
"Quando i riflettori dei media si spegneranno su questa inquietante vicenda, il mondo del carcere tornerà nel buio di quella rimozione sociale in cui la nostra cultura l'ha relegato. Un mondo lontano dall'occhio e dall'interesse pubblico, un mondo in cui, non vogliamo sapere con quali mezzi, uomini pagati poco e poco considerati hanno il compito di segregare soggetti che si sono resi responsabili di gravi reati per tenerli lontani il più possibile dalla società onesta. Il carcere come infetto angiporto del consesso civile è il contesto ideale perché alcune menti deboli cerchino un riscatto alla propria frustrazione professionale nella prevaricazione e nel sopruso. Se non cambiano davvero il valore e la funzione sociale del carcere, avremo altri episodi di violenza umiliatrice".
Più volte, non ultimo con il tentativo di riforma del 2016, lei ha indicato una rotta che però non è stata seguita fino alla fine. Che cosa prevedeva la riforma in merito al corpo della Polizia penitenziaria?
"Gli Stati Generali avevano prodotto una "miniera" culturale di riflessioni e di suggerimenti, in gran parte recepiti nel progetto di riforma penitenziaria. Ma il governo che aveva promosso questo tentativo di profondo cambiamento non ne difese i risultati. Chi arrivò dopo, fece il resto, asportando le parti più importanti. Se fosse stata sposata e realizzata l'idea che il carcere dovrebbe essere il luogo in cui le persone che hanno ferito la società, giustamente private della libertà, sono rispettate e possono godere della possibilità, da meritare con un impegno duraturo e inequivoco, di ricostruire la propria esistenza nel solco della giustizia e della legalità, anche la considerazione collettiva, e, quindi, l'auto-percezione professionale della Polizia penitenziaria sarebbe mutata completamente.
Sarebbe stata abbandonata la diffusa, quanto infondata, convinzione che la Polizia penitenziaria sia una forza dell'ordine di grado inferiore. Si sarebbe invece acquisita la consapevolezza del compito delicatissimo che è chiamata a svolgere. Gli appartenenti alla polizia penitenziaria sono donne e uomini impegnati quotidianamente nella custodia delle persone detenute e nella difesa della sicurezza degli operatori e degli stessi ristretti. Donne e uomini lontani dalle gratificazioni mediatiche che spesso accompagnano le operazioni di successo della Polizia giudiziaria.
Donne e uomini che affrontano sacrifici quotidiani in un ambiente doloroso e mortificante, che devono essere in grado di cogliere i primi indizi di rischio e i primi segnali di speranza, che devono riuscire a comprendere culture e storie individuali spesso lontane dalla propria mentalità e dal proprio vissuto. Non a caso dai lavori degli Stati Generali era emersa la necessità di assicurare al corpo di Polizia penitenziaria una specifica formazione multidisciplinare, per mettere questi operatori in grado di assolvere una così delicata e insostituibile funzione".
E ora?
"Ora, se trascorso il momento della sacrosanta condanna non interverranno cambiamenti sostanziali, se gli istituti di pena continueranno a essere, salvo, come oggi, lodevolissime eccezioni, contenitori in cui rinchiudere soggetti socialmente infetti, l'agghiacciante attualità che stiamo commentando sarà anche l'attualità di domani. E limitarci ancora allo sdegno non basterà ad assolverci".
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