sardiniapost.it, 30 maggio 2021
La compagnia Cada Die Teatro apre le porte della Vetreria di Pirri a ex detenuti che hanno da poco scontato la pena e che desiderano, anche attraverso il teatro, riprendere in mano i fili della loro vita sociale. Parte martedì primo giugno il nuovo laboratorio gratuito ideato e diretto dagli attori e registi Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu che, parallelamente alle esperienze artistiche vissute dentro le carceri (anche in questo anno di pandemia), hanno deciso di fare un passo ulteriore partendo da una semplice domanda "che ne sarà di loro finito il percorso detentivo?". Si cercherà di favorire l'acquisizione di tecniche e competenze teatrali in un contesto protetto dove tutti potranno mettersi in gioco e dove verranno incentivati la collaborazione e l'ascolto reciproco. "Compagni di viaggio irrinunciabili per la realizzazione del progetto sono i docenti del Cpia 1 Karalis (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti di Cagliari), grazie ai quali sono coinvolti studenti e giovani e adulti che hanno avuto esperienze carcerarie, di affidamento, o che abbiano vissuto o vivano situazioni di particolare disagio - si legge in una nota -. Sarà fatta una selezione tra le domande dei partecipanti per un massimo di sette allievi. Se in questa prima fase gli incontri si svolgeranno a Pirri, da settembre ci si sposterà all'interno di un edificio scolastico dove opera il Cpia e si concluderà a dicembre con un saggio finale".
"Il laboratorio sarà incentrato su un testo inedito della scrittrice sarda d'origine danese d'adozione, Maria Giacobbe, che suggella una volta di più la collaborazione con i Cada Die - spiegano gli organizzatori -. Ci si concentrerà sulla realtà della Sardegna degli anni 60 e 70 quando, attraverso il Piano di Rinascita, venne finanziata l'industrializzazione dell'Isola e nacquero poli chimici e petrolchimici a Ottana, Porto Torres, Sarroch. In tanti si illusero che quei grandi investimenti sarebbe stati un'opportunità di crescita e di riscatto; altri, già da allora, temevano che un'improvvisa trasformazione della millenaria economia agropastorale in economia incentrata sul petrolio e i suoi derivati avrebbe avuto effetti devastanti sul territorio, sulla salute, sull'identità di un intero popolo".
"L'iniziativa si inserisce nel più ampio progetto nazionale "Per Aspera ad Astra-Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", giunto alla sua terza edizione, finanziato nell'Isola dalla Fondazione di Sardegna. L'idea promossa da Acri (associazione di Fondazioni e di Casse di risparmio) e sostenuta da 10 fondazioni bancarie, da 3 anni coinvolge circa 250 detenuti di 12 carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro. In Sardegna è coinvolta la Casa Circondariale di Uta che ormai da diversi anni collabora con la compagnia cagliaritana.
lecceprima.it, 30 maggio 2021
L'accordo tra il Comune di Nardò e i servizi della Giustizia Minorile di Lecce sarà sottoscritto lunedì alle 12.30 in municipio. Diverse le iniziative e le attività previste su un fronte molto delicato. Combattere il disagio giovanile: è questo l'obiettivo del Comune di Nardò e dei servizi della Giustizia Minorile di Lecce (Ufficio di Servizio Sociale Minorenni e Centro di Prima Accoglienza - Centro Diurno Polifunzionale di Lecce) che lunedì sottoscriveranno un accordo operativo di collaborazione, finalizzato a rispondere al bisogno di legalità e al disagio sociale delle fasce giovanili correlate a forme di devianza, dando concretezza a strategie e azioni condivise, implementando la cultura del dialogo, della cittadinanza attiva e della convivenza civile e democratica.
L'accordo sarà siglato presso la sede del Comune alle 12:30 dal sindaco Pippi Mellone, dall'assessora alle Politiche Sociali Maria Grazia Sodero, dalla direttrice dell'Ufficio di Servizio Sociale Minorenni Antonella Giurgola e dal direttore del Cpa-Cdp Pietro Sansò. L'intento è quello di rafforzare le azioni e le attività di sostegno ai giovani (anche minori) e alle famiglie, monitorando e prevenendo il disagio giovanile con il coinvolgimento di tutte le risorse presenti sul territorio, intercettandone contestualmente di nuove.
Si procederà quindi ad istituire una sede recapito dei Servizi Minorili della Giustizia di Lecce (Ussm e Cdp) presso gli uffici del Comune di Nardò. Sarà costituita un'equipe locale per la rilevazione di bisogni e problematiche inerenti preadolescenti e adolescenti al fine di progettare efficaci attività congiunte di prevenzione dei fenomeni devianti.
Si progetteranno attività di prevenzione dei fenomeni del bullismo e cyber-bullismo nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, anche attraverso l'istituzione di uno sportello di ascolto per segnalazione e richieste di aiuto. E ancora, saranno attivati percorsi di educazione alla legalità, rivolti a gruppi di minori in carico all'Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni e al Centro Diurno Polifunzionale, sottoposti a percorsi di messa alla prova, condotti dalle figure professionali dei servizi coinvolti. Sarà valorizzata la prosecuzione della collaborazione già avviata e consolidata nel tempo per il trattamento dei minori in area penale esterna e delle loro famiglie. Il Comune di Nardò, in particolare potrà favorire il coinvolgimento nelle azioni proposte di giovani residenti nel comune, che necessitano di un supporto pedagogico.
Altra attività di interesse condiviso sarà l'individuazione di spazi pubblici presenti sul territorio neretino da recuperare e valorizzare con una partecipazione attiva degli adolescenti a rischio di devianza. Le attività saranno quindi co-programmate e co-progettate, tenderanno allo scambio di risorse e competenze, al fine di creare percorsi educativi, di autonomia, responsabilizzazione civica, in un'ottica preventiva a favore dell'adolescenza a largo raggio.
"Ci sono, anche nella nostra città, forme di devianza giovanile che poi portano a fenomeni illegali e a situazioni di disagio, di fronte alle quali sarà utilissima questa collaborazione. Parole d'ordine saranno "prevenzione" ed "educazione", antidoti straordinari contro queste problematiche così delicate", ha spiegato il sindaco Pippi Mellone. "Contro il disagio giovanile e tutto quello che comporta serve un lavoro di squadra e questa collaborazione sarà importantissima. Non è un fronte sul quale il Comune parte da zero, ma è evidente che la sinergia con i Servizi della Giustizia Minorile di Lecce può essere davvero decisiva", ha dichiarato l'assessora Sodero.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 30 maggio 2021
Tre anni fa l'inchiesta di Avvenire nei luoghi dello sfruttamento. E oggi nuovi arresti di imprenditori che fanno lavorare 12 ore al giorno per una paga tra i 2 e i 4 euro l'ora. A Mondragone lo sfruttamento dei braccianti immigrati non si è mai fermato. Neanche durante questo anno di pandemia. Anzi, è peggiorato. Non solo i lavoratori bulgari ma anche nordafricani. Ancora una volta moltissime donne. Al lavoro per 12 ore al giorno e pagate tra 2 e 4 euro l'ora. Schiave di imprenditori italiani senza scrupoli. Tre anni fa l'inchiesta di 'Avvenire' fece emergere questa realtà di gravissimo sfruttamento. Ma l'Italia la scoprì un anno fa quando nella comunità bulgara scoppiò un focolaio di Covid-19.
Un'attenzione durata pochissimo. E lo sfruttamento è ripreso come e peggio di prima. Lo conferma l'inchiesta dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, coordinati dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, che ha portato in carcere un imprenditore agricolo, molto importante e famoso, e un altro ai domiciliari, entrambi di Mondragone ma operanti anche a Falciano del Massico, accusati di associazione a delinquere dedita allo sfruttamento del lavoro e all'intermediazione illecita di manodopera (il cosiddetto caporalato) a beneficio delle proprie aziende e di altre. A due caporali sono state invece notificate le misure dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
"Gli immigrati sono gli sfruttati, gli sfruttatori e i caporali sono italiani. E quella dell'imprenditore arrestato non è una piccola azienda, ma ben strutturata", sottolinea il capitano Simone Vecchi, comandante della compagnia della Guardia di Finanza di Mondragone che ha proceduto all'esecuzione del sequestro preventivo dell'intero complesso aziendale di due imprese agricole utilizzate nelle attività criminose nonché di beni, denaro e valori ritenuti proventi diretti e/o indiretti delle medesime attività, per un valore complessivo di oltre 1,8 milioni di euro.
L'azienda dell'imprenditore finito in carcere era l'azienda 'madre', a cui si raccordavano le aziende satelliti dislocate sul territorio mondragonese e di altri paesi casertani come Castel Volturno, Grazzanise e Villa Literno. Lo sfruttamento ha riguardato centinaia di braccianti bulgari e nordafricani, prevalentemente donne, impiegati sia in serra che in campo aperto. "In condizioni di lavoro estreme - spiega ancora il capitano -. Dodici ore di lavoro sollevando casse di pomodoro da 20 chili è una condizione disumana. E con qualunque tempo".
Questo per 6-7 giorni alla settimana, con una retribuzione oraria media che non superava i 4 euro e in parte finiva nelle tasche dei caporali, peraltro loro stessi imprenditori. Condizioni che si è riusciti ricostruire tramite attività di intercettazione e di prolungati servizi di appostamento, osservazione occulta e pedinamento, svolti anche tramite l'utilizzo di 'droni' per monitorare dall'alto sia il lavoro nei campi che il trasporto su furgoni stipati di braccianti, 'arruolati' come sempre in alcune piazze di Mondragone. Venivano effettuati dai 20 ai 60 'trasporti' al giorno che sono stati seguiti dai droni che hanno offerto una precisa mappatura delle prestazioni lavorative illecite nei campi e delle condizioni di sfruttamento. Tutto reso possibile dalla legge 199 del 2016, la cosiddetta 'anti caporalato', ancora una volta rivelatasi strumento fondamentale. Anche perché, osserva il capitano, "nessuno dei braccianti ha denunciato. La denuncia è più unica che rara. La condizione dell'immigrato è una condizione precaria, soprattutto se ha qualche irregolarità nei documenti". E lo sfruttamento non si è fermato col Covid. "Questi imprenditori non sono tra quelli che si sono bloccati. Nessuna precauzione sanitaria, era l'ultimo dei problemi". Sfruttamento in una terra di agricoltura ricca e di qualità. Eppure, riflette ancora l'ufficiale, "purtroppo è un fenomeno molto diffuso che, al di là della brutalità del reato nei confronti dei lavoratori sfruttati, inquina il mercato. Crea una concorrenzialità disumana, un risparmio del 200% sul costo del lavoro, non pagando ovviamente sui lavoratori né tasse, né contributi".
di Maso Notarianni
Il Domani, 30 maggio 2021
Nell'indifferenza della civile Europa "ogni anno le persone affogano perché gli aiuti arrivano troppo tardi, o non arrivano mai". Sotto accusa anche l'agenzia europea Frontex. I sostegni europei, gli ingenti finanziamenti alla cosiddetta Guardia Costiera libica aumentano, mentre continuano a non cessare ma nemmeno a diminuire gli "orrori inimmaginabili che continuano a subire i migranti che intraprendono il viaggio attraverso la Libia".
Durissimo atto di accusa dell'Alto commissario per i diritti umani della Nazioni Unite all'Europa e alla Libia. "La vera tragedia è che gran parte delle sofferenze e delle morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono prevenibili", ha detto Michelle Bachelet presentando il nuovo rapporto dell'Unhcr intitolato "Lethal disgregard", perché nell'indifferenza della civile Europa "ogni anno le persone affogano perché gli aiuti arrivano troppo tardi, o non arrivano mai. E chi viene soccorso è costretto ad aspettare giorni o settimane per essere sbarcato in sicurezza o, come sempre più spesso, viene rimpatriato in Libia. Un Paese che, come è stato sottolineato in innumerevoli occasioni, non è un porto sicuro in questo periodo di violenze".
Anche l'Alto Commissariato per i diritti umani mette sotto accusa sia l'agenzia Frontex che Irini, la missione navale congiunta delle marine militari europee nel Mediterraneo: "Hanno sostenuto la guardia costiera libica nell'assumersi maggiori responsabilità nelle operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali, ma senza garanzie sul rispetto dei diritti umani, portando a un aumento delle intercettazioni e dei ritorni in Libia, dove i migranti continuano a subire gravi violazioni e abusi". "Nessuno - ha detto Michelle Bachelet - dovrebbe sentirsi obbligato a rischiare la propria vita o quella delle proprie famiglie su barche inadatte alla navigazione in cerca di sicurezza e dignità. Ma la risposta non può essere semplicemente impedire le partenze dalla Libia o rendere i viaggi più disperati e pericolosi".
I sostegni europei, gli ingenti finanziamenti alla cosiddetta Guardia Costiera libica aumentano, mentre continuano a non cessare ma nemmeno a diminuire gli "orrori inimmaginabili che continuano a subire i migranti che intraprendono il viaggio attraverso la Libia. Sopportano abitualmente disidratazione, fame, detenzione arbitraria, abusi sessuali e maltrattamenti. In mare, rischiano la vita su navi sovraffollate e non idonee alla navigazione e spesso vengono lasciate alla deriva per giorni senza cibo, acqua o cure mediche adeguate". E anche in mare, "Permane un modello di comportamento sconsiderato e violento da parte della Guardia costiera libica che spara contro o vicino alle navi dei migranti, a volte addirittura provoca collisioni volontariamente con le imbarcazioni dei migranti verso i quali spesso sono compiute violenze fisiche, intimidazioni e insulti razzisti". Per questo, l'Alto Commissariato chiede all'Unione europea e ai suoi stati membri, di "astenersi dall'incoraggiare il trasferimento della responsabilità delle operazioni SAR in acque internazionali alla guardia Costiera Libica" e di garantire, anche con il sostegno alle organizzazioni della società civile "un numero sufficiente di servizi marittimi dell'UE e degli Stati membri".
La Libia è orribile - "Devi capire - racconta all'Unhcr un uomo del Bangladesh - che la Libia è orribile. Nessuna parola può spiegare la nostra sofferenza lì. La situazione lì è così pericolosa, devi rischiare la tua vita nell'acqua". E la vita la si rischia sapendo, come ha detto una donna somala,che "In acqua le probabilità sono 50-50. Il mare non è facile, o finisci al sicuro o muori". Ma per troppi, nemmeno l'Europa è un arrivo al sicuro. Migliaia di persone - denuncia l'Alto Commissariato - sono sottoposte a detenzione prolungata o arbitraria e non sono in grado di accedere all'assistenza sanitaria fisica e mentale, ad alloggi adeguati, e persino al cibo, all'acqua e ai servizi igienici.
di Sofia Basso
Il Domani, 30 maggio 2021
Oltre trenta Ong, tra cui Rete Disarmo, Amnesty, Greenpeace e Save the Children, denunciano "un'azione concentrica per smantellare le norme che regolamentano le esportazioni di armi e di sistemi militari". A suscitare l'allarme delle organizzazioni pacifiste è stata in particolare l'inedita presa di posizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli che, nella relazione annuale sulle esportazioni militari trasmessa alle Camere ha criticato esplicitamente la scelta del secondo governo Conte di revocare alcune autorizzazioni. Il sottosegretario alla Difesa Mulé ha detto che bsiogna intervenire sulla legge. L'attacco alla legge sull'export di armi non è una novità, ma la simultaneità delle recenti prese di posizione ha allarmato i sostenitori.
La legge che vieta l'export di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani non si tocca: a lanciare un appello a tutela della 185/90 sono 33 Ong, tra cui Rete Disarmo, Amnesty, Greenpeace e Save the Children, che denunciano "un'azione concentrica per smantellare le norme che regolamentano le esportazioni di armi e di sistemi militari". In queste settimane, "diversi think tank e opinionisti del settore della difesa, insieme ad alcuni parlamentari ed esponenti militari, stanno facendo pressioni per rivedere le norme in vigore allo scopo di facilitare le esportazioni di armamenti e la competitività dell'industria militare".
A suscitare l'allarme delle organizzazioni pacifiste è stata in particolare l'inedita presa di posizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli che, nella relazione annuale sulle esportazioni militari trasmessa alle Camere il 27 aprile, ha criticato esplicitamente la scelta del secondo governo Conte di revocare alcune autorizzazioni: "Recenti interpretazioni in termini restrittivi delle esportazioni verso alcuni Paesi dell'area Mediorientale (in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno suscitato perplessità e rammarico da parte delle massime Autorità locali, configurando potenziali rischi trasversali per tutto il Sistema Paese". Subito dopo, l'affondo: "ipotizzare di poter confermare anche in futuro le posizioni ostative sopra citate, potrà comportare unicamente degli evidenti svantaggi per il nostro Paese che vanno assolutamente evitati". Senza troppi giri di parole, il capo delle Forze armate italiane chiede, insomma, a Governo e Parlamento un'interpretazione meno rigorosa della 185 e l'archiviazione dell'embargo sulla vendita di bombe e missili a Riad e Abu Dhabi. Netto il commento delle Ong: "È inaccettabile che esponenti delle istituzioni si facciano promotori di istanze per modificare le leggi e ridurre i controlli".
Non solo lo Stato Maggiore - La posizione dello Stato Maggiore non è certo isolata. Una pubblicazione dell'Istituto affari internazionali (Iai), uscita il 30 aprile, chiede urgenti "modifiche normative alla legge 185/90 per mantenere rapporti privilegiati ed efficaci con i Paesi partner e alleati esterni all'Unione". Lo spunto è la Brexit, che ha portato il Regno Unito fuori dall'Unione, ma nel contesto di un export militare orientato soprattutto a Paesi extra Nato e Ue, anche altre destinazioni potrebbero beneficiare del "grado di flessibilità e semplificazione" richiesto dal think tank.
Che il bersaglio sia proprio la legge nata 31 anni fa con il sostegno della società civile lo si evince anche da un articolo uscito poco prima a firma di Michele Nones, vice presidente dello Iai ed ex consulente del ministero della Difesa: "Pensare di regolamentare l'interscambio di equipaggiamenti militari con vecchie regole è come provare a regolamentare il traffico aereo con le norme e le procedure in vigore quando c'erano solo gli aerei a elica. Ma, avendo trasformato questa legge in un tabù e avendo ostracizzato ogni tentativo di adeguamento, l'impianto normativo è rimasto in gran parte lo stesso".
Ancora più esplicito Gianandrea Gaiani - direttore di Analisi Difesa e consigliere per le politiche di sicurezza del Viminale quando il ministro era Matteo Salvini - che di recente ha placidamente sottolineato che "con la sola logica dei diritti umani, sarebbero ben pochi i Paesi a cui esportare".
A quale altra bussola dovrebbe far quindi riferimento il nostro export secondo Gaiani? "L'unica valutazione legittima per un Paese che vuole essere potenza di riferimento, almeno nel Mediterraneo allargato", sostiene, è vendere armi "ai paesi che sosteniamo" e negarle "ai competitor, ai rivali e ai potenziali nemici". Senza, ovviamente, preoccuparsi dell'eventuale coinvolgimento dell'acquirente in conflitti armati o nella repressione del dissenso.
Il sottosegretario Mulé - Tra le prese di posizione più recenti, quella del sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè che il 21 maggio, nel corso di un webinar organizzato dalla testata Formiche, ha ribadito la necessità di una "riflessione, non più rinviabile, per aggiornare la legge 185/90", definita "antiquata". Obiettivo: permettere "un adeguato livello di flessibilità e semplificazione" per garantire l'interscambio dei materiali di armamento non solo con il Regno Unito post Brexit "ma anche con Paesi terzi affidabili".
A fargli eco, il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa ed ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, che ha auspicato la bonifica del percorso autorizzativo dalle "numerose trappole in cui si incagliano regolarmente ormai quasi tutte le iniziative commerciali della nostra industria del settore". Nel mirino del generale finiscono, in particolare, la giustizia, la politica e, ovviamente, la 185/90, ritenuta "la madre di tutte le controversie": "oltre 30 anni di vigenza la hanno resa difficilmente rapportabile agli odierni scenari di crisi interni e internazionali, nessuno dei quali è praticamente risparmiato dal dettato normativo italiano, soprattutto se applicato in maniera ottusa o da funzionari la cui firma potrebbe aprir loro le porte del tribunale".
L'attacco alla legge sull'export di armi non è una novità, ma la simultaneità delle recenti prese di posizione ha allarmato i sostenitori della legge. A scatenare la controffensiva, secondo le Ong, è stata la revoca delle autorizzazioni in corso per l'esportazione di missili e bombe verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti decisa dal Conte II e sostenuta da recenti sentenze della magistratura. "Per la prima volta in trent'anni, il complesso militare-industriale ha dovuto registrare la revoca di un'autorizzazione all'export armato, vedendo così messa a rischio la propria posizione privilegiata", fanno notare i pacifisti, che sottolineano come il comparto della Difesa, indicato spesso come "strategico per il sistema Paese", valga "meno dell'1 per cento sia del Pil sia delle esportazioni nazionali, così come per tasso occupazionale".
Un settore marginale per l'economia reale, ma con grande capacità di conquistare sostegno e finanziamento pubblico. Ecco perché, tra le richieste delle Ong, oltre all'applicazione rigorosa e trasparente della 185, c'è anche l'apertura di un approfondito confronto parlamentare sulle esportazioni militari che coinvolga anche le associazioni della società civile. Per evitare che a suggerire le politiche sull'export di armi siano sempre gli stessi.
di Roberto Gressi
Corriere della Sera, 29 maggio 2021
Di Maio e le scuse dopo l'assoluzione di Simone Uggetti. Sarebbe un errore da matita blu se la politica, ma anche la magistratura, non cogliesse l'occasione offerta da Luigi Di Maio, che in una lettera a Il Foglio, chiede scusa, senza giri di parole, per l'aggressione politica e mediatica al sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto dopo cinque anni per non aver commesso il fatto, dopo aver subito l'offesa del carcere e delle dimissioni.
di Luca Luparia Donati e Guido Sola
Il Domani, 29 maggio 2021
Festival della Giustizia penale. Tre giorni di lavoro intenso, 108 relatori in 36 sessioni, spettacoli di danza e di teatro, dibattiti e convegni. Tutti completamente a disposizione per essere visti o rivisti come contributo originale ed eredità del Festival. La seconda edizione del Festival della Giustizia Penale "Vittime di ieri, vittime di oggi", svolto a Modena e nella provincia (con eventi da Carpi, Sassuolo e Pavullo nel Frignano) dal 21 al 23 maggio, è stata trasmessa online in diretta streaming e ha già fatto registrare numeri lusinghieri (oltre 15mila visualizzazioni nella tre giorni), numeri che sono destinati a salire grazie al fatto che, appunto, la grande ricchezza di contenuti è interamente a disposizione online su www.festivalgiustiziapenale.it e sul canale Youtube, oltre che sulla pagina Facebook del festival.
di Valerio Spigarelli
Il Domani, 29 maggio 2021
Le proposte della commissione Lattanzi toccano molti aspetti del funzionamento della giustizia penale, ma non sono una vera e propria riforma della giustizia penale, che passa per un intervento profondo, che ritocchi il titolo IV della Costituzione. Si coglie lo sforzo verso un modello che non ponga la detenzione carceraria al centro del sistema.
Però occorrerebbe anche avanzare proposte di drastica riduzione delle ipotesi di custodia cautelare in carcere e abbandonare il sistema delle preclusioni oggettive. Giudizio negativo, invece, sull'appello. Se è condivisibile la scelta di escludere quello del pm in caso di assoluzione, la trasformazione dell'appello in un regime a critica vincolata, la scelta verso la cartolarizzazione del rito e quella non definitiva verso il mantenimento della collegialità, lasciano molte perplessità.
Le proposte presentate dalla commissione Lattanzi intervengono su molte questioni relative al funzionamento della giustizia penale.
Dalle notifiche, alle impugnazioni, passando per la prescrizione e i riti speciali, ci sono alcune novità di rilievo e molti ripensamenti rispetto alle soluzioni avanzate dal precedente ministro della Giustizia. Occorrerà del tempo per analizzare ogni singola previsione, per adesso è possibile proporre solo un giudizio complessivo, più legato alle scelte d'insieme che non alle specifiche proposte.
Peraltro, e questo viene ribadito espressamente anche nel testo della relazione, non siamo ancora di fronte al testo definitivo di quella che potrà essere definita "riforma Cartabia", poiché molto è ancora legato alle scelte "politiche" del ministro alle quali la commissione rinvia.
A tale proposito nell'ampia - e particolarmente composita sui temi della giustizia - maggioranza di governo, in queste ore si registra il rumor di sciabole, con i grillini già sul sentiero di guerra in difesa della prescrizione modello Buonafede, e fieramente avversi a qualsiasi tentativo di limitare la discrezionalità dei pm in tema di criteri di esercizio dell'azione penale. Insomma, siamo più ad un passaggio obbligato che non al traguardo finale, tenendo conto anche del fatto che lo strumento della legge delega permetterà aggiustamenti anche nel prosieguo dell'iter.
Non è una riforma di sistema - Ciò premesso, va subito sottolineato che questa non è, e non poteva essere, una vera e propria Riforma della Giustizia Penale. Una riforma sistemica è un'altra cosa, passa per un intervento profondo, che ritocchi il titolo IV della Costituzione coinvolgendo lo statuto del pm, l'obbligatorietà dell'azione penale, la conformazione del CSM, la costituzione di un'Alta Corte di Disciplina esterna all'organo di governo autonomo, la ventilazione della magistratura con reclutamento esterno.
Una riforma di struttura dovrebbe poi prevedere un'ampia depenalizzazione e comunque il ripensamento del vero e proprio delirio sanzionatorio che ha toccato le norme penali, sia sul piano delle sanzioni personali che su quello delle sanzioni reali, dall'altro. Una vera riforma di sistema non può prescindere dalla verifica e dal ripensamento degli eccessi della normativa di prevenzione, dallo debordante e generalizzato utilizzo delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, dall'incostituzionale utilizzo della custodia cautelare come anticipazione della pena, dalla ricostruzione di modalità di assunzione delle prove dichiarative degne dello statuto epistemologico di un codice che si vorrebbe ispirato a principi accusatori.
E poi, last but non least, un provvedimento di clemenza che permetta alla macchina di ripartire senza pesi. Insomma, oltre al messaggio rassicurante sul tema dei tempi della giustizia che l'Italia deve mandare all'Europa, per riformare la giustizia penale occorrerebbe comunicare anche qualcosa agli italiani in ordine alla qualità di un sistema giudiziario e del processo di cui, a ragione, si fidano sempre meno. Certo, per un intervento di questo genere sarebbe necessaria una fase costituente, prima ancora che una maggioranza coesa ed omogenea disposta a fare delle scelte politiche coraggiose, condizioni che non paiono realizzabili in un orizzonte prossimo ma che prima o poi si verificheranno.
Cosa contiene la riforma - Quanto alle proposte della commissione ministeriale si possono identificare alcune linee di tendenza: deciso promovimento del patteggiamento e di altre forme di fuoriuscita dal processo, come l'ampliamento dei casi di messa alla prova o di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto; riformulazione del sistema sanzionatorio, con un significativo ripensamento del sistema delle pene alternative al carcere ed introduzione di forme di giustizia ripartiva; ed infine cartolarizzazione e limitazione dei giudizi di impugnazione.
Analizzando le diverse aree appare assai significativa, anche se in taluni casi occorrerebbe spingere le scelte in maniera ancor più decisa, la decisa inversione di tendenza rispetto alla visione carcero-centrica che ha contraddistinto la legislazione penale negli ultimi anni. Del pari convincente è la parallela scelta di rinforzare quelle forme di conclusione anticipata del processo - con qualche perplessità sull'istituto dell'archiviazione meritata - ed anche la possibilità di anticipare l'affidamento in prova al servizio sociale al momento della sentenza di primo grado, ciò che potrebbe comportare un congruo effetto deflattivo sulle impugnazioni.
Al di là delle soluzioni adottate, si coglie lo sforzo - sottolineato anche dalla richiesta di riforme della legge 689/81, dalla introduzione di forme di giustizia ripartiva, e dall'ampliamento del patteggiamento - verso un modello che non ponga la detenzione carceraria al centro del sistema. Sul punto, però, e proprio per realizzare una sincronia complessiva del sistema, occorrerebbe anche avanzare proposte di drastica riduzione delle ipotesi di custodia cautelare in carcere e abbandonare il sistema delle preclusioni oggettive altrimenti si rischia una sorta di vera e propria schizofrenia legislativa. Lasciando da parte la questione prescrizione, che abbisogna di un'analisi particolare, e sulla quale la proposta della commissione è "aperta", posto che tratteggia soluzioni assai diverse tra loro, il primo giudizio è tendenzialmente negativo, invece, in ordine alle impugnazioni, in particolare sull'appello.
Giudizio negativo sull'appello - Mentre è infatti condivisibile la scelta di escludere quello del pm in caso di assoluzione, la trasformazione dell'appello in un regime a critica vincolata, la scelta verso la cartolarizzazione del rito e quella non definitiva verso il mantenimento della collegialità, lasciano molte perplessità. Nel ridurre l'appello a giudizio sui motivi, ciò che si intravede in controluce è l'opzione di falcidiare gli appelli con procedura semplificata in relazione alla inammissibilità per infondatezza manifesta dei motivi, come già avviene per il ricorso in cassazione.
Quando si parla di riforma dell'appello non si richiamano mai, ed anzi si tendono a celare, le statistiche sul rilevante numero di riforme di merito che in tale grado di giudizio di registrano. Il nostro modello processuale, con l'effetto pienamente devolutivo che lo contraddistingue, ancorché diverso da quello di altri paesi, andrebbe valutato anche sotto questo aspetto. Tanto più che, come proprio nella relazione si dimostra, la lunghezza dei tempi di questa fase dipende, esclusivamente, da disfunzioni di carattere organizzativo, altrimenti non si spiegherebbero i tempi siderali di smaltimento di certe sedi giudiziarie rispetto a quelli contenuti di altre. È facile prevedere che, come per la prescrizione la preclusione dell'appello del pm lo scontro sarà tutto sul terreno politico, per la riforma dell'appello la contrapposizione, sarà con l'avvocatura. Per concludere, come accennato, manca un rafforzamento dei diritti e delle garanzie nel corso del processo, a partire da una tutela effettiva dell'oralità, con la riscrittura delle regole della cross examination, interpretate in maniera autoritaria dalla giurisprudenza e nella prassi.
Insomma: ponti d'ora a chi scappa dal processo ma nessun rafforzamento delle garanzie a chi invece lo affronta nei diversi gradi di giudizio.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 maggio 2021
L'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, vittima della gogna grillina, replica alla lettera di scuse scritta da Di Maio dopo la sua assoluzione. "Sono contento. Perché le scuse di Luigi Di Maio non sono state rivolte solo a me, ma anche alla mia famiglia. E non è una piccola cosa: ci si dimentica troppe volte di questi aspetti umani, che la gogna colpisce anche loro. Dunque le accetto".
di Franco Insardà
Il Dubbio, 29 maggio 2021
Abbiamo vissuto anni di tempeste giustizialiste che, come cicloni, hanno travolto le vite di tanti cittadini. Da qualche tempo si sta affacciando timidamente una leggera brezza garantista, alimentata anche da chi fino a ieri aveva posizioni rigide e di tutt'altra natura. Uno di questi è Henry John Woodcock, pm napoletano noto alle cronache per inchieste in alcuni casi temerarie.











