di Emanuel Pietrobon
it.insideover.com, 10 luglio 2021
Carceri, luoghi di punizione e di correzione. Carceri, luoghi che possono rivelarsi una condanna nella condanna o che, al contrario, possono condurre alla redenzione. I carceri sono tutto questo: luoghi in cui il bene e il male si mescolano, diventando un tutt'uno indistinto e inscindibile, e dove sono presenti persone aventi a cuore il fato dei detenuti, come operatori sociali, psicologi, insegnanti e religiosi.
Nell'intrico delle carceri, quando si spengono le luci e vengono chiuse le celle, emergono dall'ombra anche degli altri operatori: gli operatori del male. Detenuti, e talvolta personale carcerario - come gli imam -, che lavorano notte e giorno, senza sosta e instancabilmente, per persuadere gli Ultimi a trasformare l'odio covato nei confronti della società in un'idea, o meglio in un'ideologia: il jihadismo.
Carceri, focolai di radicalizzazione - Il divenire del mondo un villaggio globale interconnesso - e connesso (ad Internet) - ha avuto delle implicazioni profonde per l'internazionale del terrorismo islamista, una realtà oggi più che mai de-territorializzata e internetizzata. Moschee e luoghi di ritrovo fisici, come scuole coraniche, centri culturali, palestre, bar e ristoranti, continuano a rivestire un ruolo centrale all'interno delle agende di proselitismo degli apostoli dell'islam radicale, ma la loro rilevanza va scemando di pari passo con l'incremento dell'internetizzazione delle relazioni sociali. Oltre alla cosiddetta "radicalizzazione a cielo aperto", però, c'è (molto) di più: un mondo fatto di camere da letto che diventano luoghi di autoradicalizzazione in rete, cullando futuri lupi solitari e aspiranti tagliagole, e di camere detentive esposte al rischio che i loro ospiti vengano introdotti ad una delle varie scuole dalla sfaccettata galassia dell'islam radicale - come il qutbismo, il salafismo e/o il wahhabismo - e si convertano in assassini una volta rimessi in libertà.
Quello della radicalizzazione religiosa nelle carceri è un problema di rilevanza mondiale, sentito e radicato in ognuna delle terre emerse, dall'Asia all'Africa, passando per Americhe e Oceania. Ed Europa e Stati Uniti, cuori pulsanti dell'Occidente, hanno scoperto di avere delle serpi in seno a partire dall'11 settembre 2001, il giorno che ha sancito l'inizio di una nuova epoca - macchiata dal sangue del terrorismo islamista e alimentata dal carburante offerto da periferie e carceri - che quest'anno compie esattamente vent'anni.
I numeri del fenomeno - Il fenomeno della radicalizzazione religiosa tra i detenuti delle carceri di Europa e Stati Uniti è ampio e datato - le sue origini risalgono, verosimilmente, agli anni della guerra fredda - e può essere illustrato chiaramente per mezzo dei numeri. Numeri che, in quanto imparziali e neutri, possono essere senz'altro utili a comprendere la vastità e l'effettiva pericolosità del problema. Numeri che, stando alle ricerche e alle indagini più recenti, sono i seguenti:
Una ricerca del King's College di Londra, analizzando le biografie di 79 jihadisti europei - nati e cresciuti in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi - allo scopo di studiare il presunto legame intercorrente tra incarcerazione e radicalizzazione, ha concluso come un terzo di loro fosse stato introdotto all'islam radicale durante la permanenza in carcere.
La Francia conta, attualmente, 505 detenuti condannati per reati di terrorismo islamista e 702 detenuti per reati comuni che vengono monitorati ufficialmente perché in odore di radicalizzazione religiosa. Sorvegliare chiunque e separare radicalizzati noti dal resto della popolazione carceraria, però, è impossibile per una semplice questione numerica: i detenuti di fede islamica costituiscono stabilmente il 60% del totale dai primi anni Duemila - una sovra rappresentazione statistica di proporzioni enormi, indicativa di un grave problema di (mancata) integrazione, considerando che i musulmani compongono circa il 9% della popolazione totale francese.
Il Belgio, le cui prigioni hanno cullato alcuni degli attentatori di Parigi 2015 e Bruxelles 2016, presenta un problema molto simile a quello dei cugini francesi: la sovra rappresentazione dei detenuti musulmani, che costituiscono circa il 6% della popolazione nazionale e il 20-30% di quella carceraria. Sovra rappresentazione che, unitamente al sovraffollamento, complica il compito della sorveglianza dei carcerati a rischio e inibisce il funzionamento dei programmi di reintegrazione sociale e de-radicalizzazione. Gli ultimi dati, relativi al 2020, dipingono un quadro cupo, ma certamente migliore di quello francese: "soltanto" 220 detenuti indicati come terroristi islamisti, combattenti di ritorno e/o radicalizzati noti.
In Spagna, nel periodo compreso fra il 2015 e il 2019, è più che raddoppiato il numero dei detenuti condannati per terrorismo islamista e/o monitorati perché in odore di radicalizzazione religiosa: da 118 a 254. Negli Stati Uniti, dove i musulmani costituiscono dal 9% al 20% della popolazione carceraria - una sovra rappresentazione rassomigliante a quelle di Belgio e Francia, dato che i musulmani formano circa l'1% della popolazione totale -, le strutture penitenziarie sono da più di quarant'anni al centro dell'agenda evangelizzatrice della Nazione dell'Islam e sono considerate dei veri e propri incubatori di conversioni all'islam: una media di 35mila "ritornati ad Allah" su base annua, cioè l'80% di tutte le conversioni religiose che avvengono dietro alle sbarre. Quanti di questi convertiti vivano la loro fede in armonia e quanti cadano nella trappola del radicalismo non è noto, ma le autorità ne sono sicure: "[i gruppi islamisti] dominano nel reclutamento carcerario di musulmani".
I numeri di cui sopra sono la conferma della natura intrinsecamente antipodica delle carceri: luoghi che offrono contemporaneamente correzione e corruzione e all'interno dei quali si possono conseguire la redenzione o la perdizione. Luoghi in cui si può riconquistare la fiducia nella società o nei quali si può imparare ad odiarla profondamente, a seconda dell'operatore che il detenuto ha la (s)fortuna di trovare. Luoghi che perscruteremo nel corso di questa rubrica dedicata al fenomeno della radicalizzazione religiosa nelle carceri di Europa e Stati Uniti.
di Elena Basso
Il Manifesto, 10 luglio 2021
La Corte di Cassazione di Roma ha condannato in via definitiva 14 ex militari e gerarchi delle dittature cilene e uruguaiane. "La decisione ha un significato profondo per la giustizia sovranazionale", dice al manifesto l'avvocato dei familiari delle 43 vittime italiane.
Nel primo pomeriggio del 9 luglio a Roma i giudici della Corte di Cassazione hanno letto una sentenza storica: sono stati tutti condannati all'ergastolo gli imputati del maxi-processo Condor. Iniziato nel 2015, riguarda 43 cittadini italiani che sono state vittime delle sanguinose dittature sudamericane degli anni 70.
Sono 14 imputati tra militari e gerarchi dei regimi militari cileni e uruguaiani che ora sono stati condannati all'ergastolo dalla giustizia italiana, fra cui spicca l'ex fuciliere della Marina uruguaiana Jorge Nestor Troccoli. Fuggito nel nostro Paese quando in Uruguay si è aperto un processo contro di lui, vive in Italia dal 2007 e ha la cittadinanza italiana. Sarebbe ricoverato da due giorni in ospedale, per cui non sarebbe possibile al momento arrestarlo. È il primo importantissimo caso in cui un torturatore delle dittature sudamericane residente nel nostro Paese viene processato in Italia. Un precedente fondamentale per avviare nuovi processi contro altre persone, accusate di torture e omicidi avvenuti durante le dittature sudamericane degli anni '70, che oggi vivono in Italia.
Come Carlos Luis Malatto, ex tenente argentino accusato del sequestro e della tortura di decine di militanti, che vive nel nostro Paese da oltre 10 anni e per il cui caso il 26 maggio del 2020 il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha autorizzato a istruire un processo nei suoi confronti. O come don Franco Reverberi, ex cappellano militare accusato di aver assistito alle torture di vari detenuti in un campo di sterminio argentino nella cittadina di San Rafael. Reverberi oggi celebra messa a Sorbolo, un piccolo comune in provincia di Parma e lo scorso aprile dall'Argentina è stata richiesta per la seconda volta l'estradizione nei suoi confronti.
In aula c'è stata enorme commozione tra i familiari e gli avvocati che portano avanti il processo da oltre sette anni. Giancarlo Capaldo, l'ex pubblico ministero che ha dato il via alle indagini per iniziare il processo, ha dichiarato al manifesto: "La sentenza di oggi è un importantissimo traguardo per l'Italia, uno sforzo di civiltà giuridica che potrà essere un insegnamento per tutti gli altri Paesi. È una pagina storica per l'Italia. È stato un percorso lungo e difficile per arrivare alla sentenza pronunciata oggi, un cammino reso possibile dall'incredibile collaborazione umana che si è sviluppata tra i familiari, i sopravvissuti e gli avvocati". È dello stesso parere Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari, che dice: "Questa sentenza è importantissima sia per l'Italia che per l'America latina perché si appura una colpevolezza per imputati che si sono macchiati di reati atroci e gravissimi che hanno condizionato la storia di un intero continente. Ora si deve valorizzare il senso di questa sentenza che ha un significato profondo che riguarda sicuramente la giustizia italiana, ma anche quella sovranazionale".
La sentenza è arrivata ieri a conclusione di due intensi giorni di discussione di fronte ai giudici della Corte di Cassazione nell'Aula Magna a Roma. Per molte ore giovedì si sono susseguite le discussioni degli avvocati dei familiari delle vittime, seguiti dagli avvocati difensori degli imputati. L'ultimo a parlare è stato Francesco Guzzo, legale dell'ex fuciliere uruguaiano Jorge Nestor Troccoli, che ha definito l'imputato un "bersaglio". La presidente della Corte, Maria Stefania di Tommasi, ha preso la parola: "Gli unici bersagli sono state le vittime del processo che con le loro dichiarazioni hanno fatto piangere tutti noi, anche lei avvocato Guzzo, ne sono sicura".
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 10 luglio 2021
Lukashenko è riuscito a spegnere le proteste anti-regime con la forza: in carcere oltre 530 prigionieri politici, gli altri costretti all'esilio all'estero. Perquisizioni, arresti, manganellate, oppositori rinchiusi in galera o costretti a fuggire all'estero. Poco più di un anno fa in Bielorussia la gente cominciava a manifestare contro "l'ultimo dittatore d'Europa" Aleksandr Lukashenko e il regime tornava a premere sull'acceleratore della repressione pur di non mollare le redini del potere che tiene in pugno da oltre un quarto di secolo. Dopo le presidenziali dello scorso agosto e l'improbabile trionfo di Lukashenko, ritenuto frutto di massicci brogli elettorali, migliaia e migliaia di persone hanno inondato le strade delle città bielorusse con le bandiere bianche e rosse dell'opposizione chiedendo le dimissioni del satrapo di Minsk. Le proteste sono andate avanti per mesi, nonostante la brutale repressione della polizia.
Divieto di voto - Tutti i principali oppositori oggi sono in carcere o oltreconfine e la persecuzione di dissidenti e giornalisti non accenna a diminuire. Tra ieri e giovedì le forze di sicurezza hanno effettuato dei blitz nelle sedi di diversi media locali e hanno perquisito le case di alcuni reporter. Il sito della testata indipendente "Nasha Niva" è stato bloccato e secondo l'Afp il direttore Yegor Martinovich è stato picchiato e ha riportato delle ferite alla testa quando è stato fermato. Risale a pochi giorni fa anche la pesantissima condanna a Viktor Babaryko. Martedì la Corte Suprema ha inflitto 14 anni di reclusione per corruzione e riciclaggio all'ex capo di BelGazpromBank, ma le accuse contro di lui sono ritenute politiche. L'ex manager era infatti considerato il principale rivale di Lukashenko alla vigilia delle presidenziali del 2020, ed è stato arrestato nel giugno dell'anno scorso, due mesi prima del voto. Non si è potuto candidare neanche l'ex ambasciatore negli Usa, Valery Tsepkalo, che temendo ritorsioni è andato a Mosca e poi in Europa.
E la candidatura è stata negata pure a Mikola Statkevich e a Sergey Tikhanovsky, entrambi in carcere. Statkevich è uno dei leader storici dell'opposizione bielorussa. Sfidò Lukashenko alle presidenziali del 2010 e finì dietro le sbarre per cinque anni. È stato arrestato di nuovo nel maggio dell'anno scorso e ora rischia un'altra dura condanna. Tikhanovsky è invece il videoblogger che ha paragonato Lukashenko alla Grande Blatta, il prepotente scarafaggio coi baffi nato dalla penna di Korney Chukovsky, e ha così ispirato le "proteste della pantofola", con i manifestanti che agitavano simbolicamente una pantofola contro il despota. Anche Tikhanovsky è finito in carcere alla fine di maggio dello scorso anno, ed è stato allora che sua moglie Svetlana Tikhanovskaya ha deciso di sostituirlo e di candidarsi. Tikhanovskaya ha unito il fronte del dissenso alleandosi con la responsabile della campagna elettorale di Babaryko, Maria Kolesnikova, e con la moglie di Valery Tsepkalo, Veronika, e dando vita a un terzetto tutto femminile che è stato uno schiaffo morale a Lukashenko, secondo cui la Bielorussia non era pronta per una presidente donna.
Veronika Tsepkalo ha lasciato la Bielorussia ad agosto e lo stesso hanno poi fatto l'ex ministro della Cultura, Pavel Latushko, e Olga Kovalkova, che racconta di essere stata portata alla frontiera dai servizi di sicurezza. La stessa Tikhanovskaya è stata costretta dal regime ad andare in Lituania subito dopo il voto di agosto. Maria Kolesnikova invece a settembre è stata fatta salire su un pulmino scuro da degli uomini a volto coperto, probabilmente agenti del Kgb, ma pare che pur di non essere portata in Ucraina contro la propria volontà abbia fatto a pezzi il passaporto. Ora è in carcere, così come Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, due giornaliste della tv Belsat condannate a due anni per aver compiuto il loro dovere coprendo le manifestazioni antiregime. Erano state arrestate a novembre dopo aver filmato la violenta repressione di un corteo in memoria del manifestante Roman Bondarenko, morto dopo essere stato picchiato da degli sconosciuti sospettati di essere agenti in borghese.
Detenuti politici - Nelle mani del regime sono finiti anche Roman Protasevich e la sua fidanzata Sofia Sapega. Protasevich è l'ex direttore e il cofondatore di Nexta, un canale Telegram che è stato un punto di riferimento durante le proteste. A maggio lui e la sua ragazza sono stati arrestati dopo che l'aereo sul quale viaggiavano è stato costretto dalle autorità bielorusse ad atterrare a Minsk per un allarme bomba rivelatosi infondato e in cui molti vedono un tranello del regime per arrestare il dissidente. Secondo l'Onu, sono circa 530 i detenuti considerati "prigionieri politici" rinchiusi nelle famigerate carceri bielorusse. Uno di loro era Vitold Ashurak, condannato a 5 anni per aver partecipato alle proteste e morto in cella in circostanze poco chiare.
di Filippo Giordano*
Avvenire, 9 luglio 2021
Gli accadimenti drammatici al Carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020 emersi nei giorni scorsi hanno riportato la questione carceraria sulle prime pagine dei giornali. Difficile non essere turbati da quelle immagini e sostenere tesi negazioniste su quegli episodi di violenza restituiteci in tutta la loro crudeltà dai video delle telecamere di sorveglianza.
di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2021
C'è una nota del 10 aprile 2020 del coordinatore dei magistrati di sorveglianza, Giuseppe Provitera, che forse è il primo atto ufficiale a mettere nero su bianco la mattanza dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenuta il 6 aprile.
di Valentina Stella
Left, 9 luglio 2021
La mattanza di Santa Maria Capua Vetere ha radici profonde e rivela problemi strutturali nel sistema carcerario, dice il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. "Occorrono radicali interventi nella formazione della Polizia penitenziaria".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 9 luglio 2021
Incontro tra i garanti di Caserta, Napoli e della Campania con il provveditore. I reclusi del reparto Nilo, pestati il 6 aprile 2020, spostati a 600 chilometri da casa dopo le misure cautelari disposte dal gip per gli indagati. Incontro ieri tra il provveditore reggente dell'amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, subentrato ad Antonio Fullone (sospeso perché indagato) e il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, quello napoletano Pietro Ioia e la garante di Caserta Emanuela Belcuore.
Al centro del colloquio soprattutto l'inchiesta sulla "perquisizione straordinaria" del 6 aprile 2020 al reparto Nilo del carcere di S. Maria Capua Vetere, quella che il gip ha descritto come "un'orribile mattanza" disponendo le misure cautelari per 52 indagati, i reati vanno da tortura a maltrattamenti, lesioni, falso e depistaggio. I garanti hanno messo sul tavolo la questione dei detenuti trasferiti dopo l'esplosione dell'inchiesta, la scorsa settimana.
Per oltre un anno "maltrattanti e maltrattati sono stati nello stesso istituto", hanno spiegato, in un clima difficile poiché i detenuti ai magistrati hanno raccontato delle percosse e hanno fatto mettere a verbale i nomi degli agenti che hanno riconosciuto. Da venerdì scorso, di notte, sono cominciati gli spostamenti fuori regione, fino a 600 chilometri di distanza. Per ora sono in 42 a essere finiti a Modena, Sollicciano, Civitavecchia, Rieti, Palermo, Palmi. La disposizione è arrivata su segnalazione della procura, ha spiegato Cantone. "Ma la procura - la replica di Ciambriello - non ha specificato che dovessero essere tradotti così distanti". E Belcuore: "L'allontanamento danneggia le famiglie e rende difficile il rapporto con il difensore. Poi è strano che chi ha fatto domanda di trasferimento sia rimasto e proprio loro, solo ora, siano stati spostati". Da Cantone l'impegno a verificare il rientro.
Sono rimasti 15 mesi nello stesso carcere con gli indagati perché né il Dap né il provveditore campano hanno preso iniziative prima che arrivassero le misure cautelari. Eppure la notizia che qualcosa fosse successo è iniziata a circolare anche sulla stampa dopo i post sui social dei detenuti pestati, siamo all'8 aprile 2020. Lo stesso giorno Ciambriello fa un esposto in procura. Il magistrato di sorveglianza Marco Puglia il 9 fa un'ispezione, inoltra la relazione e, sulla base di quanto riscontrato, l'11 vengono sequestrate le telecamere. A giugno arrivano gli avvisi di garanzia. I pm negli atti raccontano il clima in carcere. Pasquale Colucci (comandante del nucleo traduzioni e piantonanti), Gaetano Manganelli (comandante della polizia penitenziaria), Anna Rita Costanzo (responsabile del Nilo) con altri ispettori e agenti sono accusati di "minacce gravi, azioni crudeli, degradanti e inumane, prolungatesi per circa 4 ore del giorno 6 aprile e nei giorni successivi".
Al detenuto Ciro Motti è stato riscontrato "un trauma policontusivo, principalmente localizzato al dorso, ai glutei, alla mano destra e al piede sinistro e un trauma psichico consistente in "disturbo da stress post-traumatico". Il 6 aprile era nella cella 3, IV sezione del Nilo. Arrivano gli agenti e lo mettono faccia al muro, si deve spogliare per essere perquisito: flessioni con colpi inferti ai fianchi e la minaccia "mo' ti mettiamo il manganello nel culo e ti facciamo uscire il telefono". Lo portano nella sala socialità tra pugni, calci e schiaffi fino a farlo cadere al suolo. Nella stanza finisce ancora faccia al muro, in ginocchio. Il pestaggio è talmente forte da fatargli mancare l'aria. Nel ritorno in cella altre botte tra due file di agenti.
Dopo il 6 il regime cambia: rasatura quotidiana della barba per tutti, inibite le videochiamate con i familiari o comunque il contatto con l'esterno. La conta si deve fare in piedi, le mani dietro la schiena, lo sguardo basso. Gli agenti commentano: "Chiusura per sempre e non possono fermarsi vicino a nessuna cella, solo passeggio, nessuno parla, solo grazie scusate e per favore, non vola una mosca. E chi non lo fa giù al gabbione".
Il 9 aprile, in occasione della conta, un agente trova Motti seduto a leggere la corrispondenza. Lo preleva e lo porta al piano terra, difronte all'infermeria. In quattro lo prendono a schiaffi e pugni. Il 17 aprile il medico del carcere riporta in cartella clinica "riferito trauma cranico da percosse". Motti ha spiegato che i disturbi alla testa e alla vista sono una conseguenza delle aggressioni del 6 e 9. Dopo 2 o 3 giorni, due agenti lo invitano a modificare la versione resa: "Il verbale fatto dal medico non va bene - gli dicono -, perché non si capisce le lesioni da chi sono state fatte" e gli suggeriscono di dire che sono opera di altri detenuti. A dare manforte arrivano altri 10 poliziotti: "Farai una brutta carcerazione - aggiunge uno di loro - e ti cito per diffamazione perché non hai niente. Guarda che qui devi stare 3 anni". Il 25 aprile nuova visita con un altro medico, che chiama il 118. Due agenti dirottano l'ambulanza verso un altro detenuto. Si ripete la minaccia: "Ti denunciamo per diffamazione se continui a sostenere di stare male".
di Angela Stella
Il Riformista, 9 luglio 2021
L'accusa del Garante Ciambriello: "Non ci sono alibi per aver lasciato gli agenti al proprio posto. I detenuti hanno raccontato di essere stati minacciati, ora trasferiscono loro a 600 km da casa. Insisto: serve un indulto". Le indagini sull'orribile mattanza del 6 aprile 2020 avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono nate grazie ad un esposto presentato due giorni dopo dal Garante regionale dei diritti dei detenuti Samuele Ciambriello, con cui facciamo il punto della situazione.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 9 luglio 2021
Il presidente emerito della Corte costituzionale: "Si riesce a trasformare in un conflitto politico una constatazione di tradimento della Costituzione". "Ci si stupisce di questi fatti come fossero un caso eccezionale, mentre il meccanismo fa parte della quotidianità e della mentalità. Ci si indigna per tre giorni e poi ricomincia tutto daccapo, fino alla prossima volta". L'ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, interviene sulle violenze ai danni di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Giusto condannare ma ora c'è bisogno di agire per recuperare una fiducia nella giustizia perduta prima con le vicende elettorali e del Consiglio superiore della magistratura, e con quelle della correntocrazia e degli incarichi direttivi, ora con le vicende dell'organizzazione e dell'esecuzione della pena e con la tortura".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 luglio 2021
Inchiesta sull'universo delle rappresentanze. Stefano Anastasia: "Manca la consapevolezza di un ruolo che li rende differenti dalla polizia di Stato". Gennarino De Fazio (Uilpa Pp): "Il nostro punto debole è che troppo spesso ci facciamo orientare dalla pancia del Corpo, da esigenze estemporanee e dalla campagna di tesseramento. Invece di avere uno sguardo ampio e lungo per migliorare le forze di polizia al servizio del Paese".
Santa Maria Capua Vetere è solo la punta di un iceberg? La domanda risuona da giorni, di nuovo, come ogni volta che, forza maggiore, siamo costretti ad aprire gli occhi su quel mondo separato e apparentemente lontano da noi che è l'universo carcerario. Dal 5 luglio 2017, quando il reato venne introdotto nel nostro codice penale, sono molti i procedimenti per tortura attualmente aperti in Italia: San Gimignano, Ferrara, Firenze, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi e Pavia, secondo l'associazione Antigone. Ogni volta che le cronache ricalcano "non solo la definizione giuridica ma anche quella letteraria e cinematografica di tortura", per usare le parola del pm di Santa Maria, assistiamo allo stesso rituale: da un lato i processi mediatici, dall'altro i sindacati di polizia penitenziaria che si chiudono a riccio a difesa quasi incondizionata della "purezza" del corpo, rifiutando persino a volte di ammettere ciò che è ormai sotto gli occhi di tutti. Un universo nell'universo carcerario, quello delle sigle sindacali degli agenti penitenziari (almeno una ventina), all'interno del quale si fa fatica a distinguere destra o sinistra, ispirazioni, programmi, orientamenti politici. Sembrano tutti uguali, ma non lo sono.
Solitamente però, e forse non a caso, ogni agente è iscritto a più sindacati contemporaneamente. Le sigle ammesse alla contrattazione nazionale dal ministero della Pubblica amministrazione (quelle che hanno una rappresentatività non inferiore al 5% del dato associativo complessivo) sono il Sappe con 8 distacchi sindacali, l'Osapp e la Uilpa con 5, il Sinappe con 4 sindacalisti a tempo pieno, l'Uspp e la Cisl Fns con 3, la Cgil Fp/pp e la Fsa Cnpp con due distacchi.
Ma l'altro giorno ad essere convocati dalla ministra Cartabia erano in 24, perché nell'universo detentivo hanno un peso, seppur minore, anche i medici e gli operatori socio-sanitari. E naturalmente i dirigenti, che nell'amministrazione penitenziaria rappresentano una selva a sé stante: "Solitamente ai vertici del Dap siedono persone provenienti da altre dirigenze, spesso in conflitto con la dirigenza della polizia penitenziaria - riflette Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Pp che conta 4600 agenti iscritti -. Proprio riguardo i fatti di S.M. Capua Vetere abbiamo fatto presente che nell'amministrazione penitenziaria ci sono sei dirigenze, con cinque carriere diverse, con regimi e determinazioni giuridiche diverse. Per dirla in termini banali, alla fine non si sa chi comanda".
E non è mica facile comandare un corpo di 37.181 unità, di cui realmente operativi solo 32.545. Secondo il XVII rapporto di Antigone, "la differenza fra personale previsto e effettivamente presente è pari al 12,5%. La carenza di agenti non è però equamente distribuita a livello nazionale. Abbiamo infatti provveditorati con un sotto organico superiore al 20%, come in Sardegna e in Calabria, e altri invece con un numero di unità effettive leggermente superiore a quelle previste, come in Campania e in Puglia-Basilicata". Dati smentiti però dal Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "Nella mia regione mancano 700 agenti ma né i governi gialloverdi né quelli giallorossi hanno risolto il problema. Gli agenti fanno turni massacranti, dovrebbero essere di 6 ore e ne fanno 8 o anche 10. Nessuno si preoccupa della loro salute mentale, del burnout provocato da quel tipo di lavoro (Ciambriello è uno dei pochi ad aver organizzato un corso, ndr), dei suicidi che sono più frequenti che in ogni altro corpo di polizia (circa 12 l'anno, ndr). Poi c'è da dire che almeno da dieci anni, dei 4500 agenti penitenziari campani, per vari motivi, ogni giorno nei 15 istituti della regione mancano all'appello tra le 300 e le 500 unità".
Perché i poliziotti vengono allocati anche in altre funzioni: scorte, picchetti ai varchi dei tribunali e in altri posti di sicurezza (circa 6 mila). Poi ci sono quelli impiegati nell'amministrazione (circa mille), un numero imprecisato di persone che ogni giorno si occupano delle traduzioni, delle matricole, del sopravvitto, dei conti correnti e così via, ed alcune centinaia che gestiscono i bar, le mense e gli spacci interni agli istituti. "Tutti ruoli istituzionali", tiene a precisare Donato Capece, segretario generale del Sappe (9350 iscritti, di cui 86 dirigenti). Sì, perché nel 2020 è stato corretto il decreto legislativo 95/2017 che separava i compiti amministrativi da quelli istituzionali dando così agli agenti la possibilità di "evadere" dal contatto diretto con i detenuti. Il Dap di Basentini aveva comunque calcolato un fabbisogno a livello nazionale di 17 mila nuove unità.
"Il problema - evidenzia Capece - è che il nostro è un Corpo di persone anziane, il personale che non ce la fa più. E lo stress, la sopportazione quotidiana di aggressioni fisiche e verbali - azzarda - può portare qualcuno a perdere il controllo". Capece è tra i più accaniti difensori della teoria delle "poche mele marce", considera Fratelli d'Italia e la Lega i partiti più vicini, parla di "grande inflazione di Garanti, che a mio avviso non dovrebbero neppure esistere" perché "già ci sono i magistrati di sorveglianza", dei detenuti dice che gli unici che sicuramente "non creano problemi" sono i mafiosi e i camorristi, e crede che sui fatti di Santa Maria "bisogna essere garantisti" con gli agenti ritratti in video. I migliori ministri di Giustizia? Per lui sono stati "Martelli, Vassalli, Conso, ma pure Orlando".
Di tutt'altro orientamento, De Fazio: "Non si può parlare di mele marce o schegge impazzite: è un sistema che non funziona e va riformato. Punto", dice. Il problema, spiega, è il reclutamento, e il grado di istruzione: solo da quest'anno agli aspiranti agenti di penitenziaria viene richiesto almeno il diploma superiore e "fino al 2017 si accedeva solo per il tramite delle forze armate, cosicché gli agenti avevano una formazione militaresca, abituati più a teatri di guerra che a compiti di "riabilitazione" nei quali il rapporto umano ha una grande importanza". Di per sé, ragiona il segretario Uilpa, "l'ostacolo potrebbe anche essere superabile, ma i corsi di formazione post-concorso dovevano durare un anno, sono subito stati ridimensionati a 9 mesi e l'altro giorno ho sentito perfino chiedere di ridurli a 3 soli mesi".
Dunque, una grande differenza di vedute, tra le sigle sindacali. Anche se, come ricorda Ciambriello, "il vecchio motto degli agenti penitenziari era "Vigilare per reprimere", che tradiva una concezione custodiale. Adesso, da anni, è "Infondere speranza", che è più adatto al dettato costituzionale. Anche se col tempo c'è stata un'evoluzione, però, purtroppo l'imprinting è rimasto". "La riforma della penitenziaria è arrivata nel 1990, dopo quella della polizia di Stato che risale al 1981 - spiega il portavoce dei Garanti territoriali Stefano Anastasia - Per loro il processo di democratizzazione e sindacalizzazione è iniziato tardi, e da allora per quel sindacato, caratterizzato sempre più da dinamiche corporative, è stata sempre una rincorsa ad ottenere ciò che avevano già ottenuto gli altri. Ed è questo che rischia di caratterizzarli come un Corpo di serie B. Mi sembra che manchi in loro la consapevolezza di un ruolo che li rende differenti dalla polizia di Stato, mentre la loro importante qualificazione professionale è essere operatori del trattamento penitenziario".
Certo, l'immagine del provveditore campano Fullone che spiega a Basentini perché era "indispensabile riportare la calma e dare un segnale al personale", mostra che la catena di comando è al contrario: il vertice del Dap più che comandare sembra essere comandato. Dal sindacato. Che a sua volta, come riconosce lo stesso De Fazio, "è troppo spesso disposto a farsi orientare dalla pancia del Corpo, da esigenze estemporanee e dalla campagna di tesseramento. Invece di avere uno sguardo ampio e lungo per migliorare le forze di polizia al servizio del Paese".










