di Davide Madeddu
Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2021
In un anno cresce del 30% il numero di detenuti che sceglie di prendersi la laurea durante la reclusione - In rialzo la componente femminile. Una laurea in carcere per una seconda chance. Dall'area politico sociale alle materie artistiche e letterarie passando per l'economia, la giurisprudenza e le discipline ambientali. È in crescita il numero dei detenuti che si iscrivono ai corsi universitari in carcere. I dati elaborati dalla Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari parlano chiaro: si è passati passato dai 796 dello scorso anno agli attuali 1.340, che significa una crescita del 29,9 per cento.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 maggio 2021
Il caso della bozza di sentenza trovata nel fascicolo di un processo in Corte d'appello a Napoli spinge l'Anm a riconoscere le ragioni dell'avvocatura ma divide le posizioni dei penalisti sulle iniziative da intraprendere. Dopo due giorni di riunioni e confronti serrati, la Camera penale di Napoli ha deciso di non proclamare astensione mentre le altre sei Camere penali del distretto (Napoli Nord, Nola, Torre Annunziata, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Irpina) si asterranno dalle udienze il 16 giugno prossimo e per quella data hanno indetto un'assemblea pubblica per una riflessione sui temi che il caso della sentenza in Corte d'appello solleva: la giurisdizione in appello, il ruolo dell'avvocato, le garanzie e i pregiudizi nei confronti del cittadino.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 maggio 2021
Dopo aver dato l'Ok all'emendamento di Costa, il governo stanziò una cifra ridicola. E ora via Arenula non sa come evitare che una norma sacrosanta si riduca a una beffa. È una legge giusta. Lo sanno tutti. Lo riconoscono tutti. Quando nel novembre 2020 il deputato di Azione Enrico Costa, primo firmatario dell'emendamento sui rimborsi agli assolti, ne parlò con l'allora guardasigilli Alfonso Bonafede, non si trovò affatto dinanzi a un interlocutore distante e scettico.
di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante
Il Domani, 31 maggio 2021
Le polemiche di questi giorni seguite alla piena assoluzione del sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato con accuse di corruzione nel 2016 e allora fatto oggetto di una violenta campagna di odio personale nella quale si distinse il Movimento cinque stelle, investe un tema assai serio: l'urgenza di rimettere al centro dell'idea di giustizia penale i diritti degli imputati a cominciare dalla presunzione di innocenza, principio che tutti - politici, giornalisti - devono riconoscere e rispettare.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 maggio 2021
"Superare i toni del passato, ma legalità ed etica valori inossidabili". In un post su Facebook l'ex premier replica a Di Maio e tende una mano agli ortodossi del suo partito. E sui fondi alla Lega attacca Durigon.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 31 maggio 2021
Cominciamo dai fatti. Dopo il disastro della funivia del Mottarone, la Procura della Repubblica di Verbania ha disposto il fermo, cioè la carcerazione, di tre indagati: l'amministratore unico Luigi Nerini, il direttore di esercizio Enrico Perocchio e il responsabile del servizio Gabriele Tadini. Era un provvedimento assai ardito, perché l'arresto di una persona può avvenire solo quando è colta in flagranza di reato oppure quando vi è la probabilità che reiteri il delitto, o inquini le prove o predisponga la fuga.
Ma in questi tre casi la custodia cautelare deve essere disposta dal Giudice delle indagini preliminari: soltanto eccezionalmente, se proprio l'indagato ha le valigie in mano, il fermo può essere disposto dal Pubblico Ministero, che però deve chiederne subito la convalida al Gip. Nel caso in questione, il Gip ha dichiarato illegittimo il fermo, ha mandato Tadini agli arresti domiciliari e ha disposto la liberazione degli altri due indagati, perché nei loro confronti non c'erano né indizi di colpevolezza né tantomeno sospetti di fuga. Nella lunga motivazione, il Gip critica in modo severo l'iniziativa del Pm, che aveva spedito tutti in galera "anche in considerazione dell'eccezionale clamore mediatico suscitato dalla vicenda".
Una circostanza che il Giudice considera "irrilevante e inconferente". E ora il commento. Giuridicamente parlando, la decisione del Gip è ineccepibile. Piuttosto è da domandarsi come un Procuratore della Repubblica abbia potuto esprimersi con espressioni così eccentriche, del tutto estranee alla lettera del codice. E qui le questioni sono molte, ed è bene che siano emerse in un procedimento di "eccezionale clamore mediatico" perché fanno emergere alcuni dei tanti difetti del nostro sistema penale.
Primo. Il Pm di Verbania ha messo inavvedutamente per iscritto quello che i suoi colleghi fanno assai spesso senza dirlo: incarcerare gli indagati non perché stiano scappando o inquinando le prove, ma per placare l'allarme sociale. Ci sono cioè dei delitti che suscitano una tale reazione emotiva da stimolare il superamento della legge formale. Si pensi al caso di un uxoricidio dovuto a un impeto di gelosia: il (la) colpevole si costituisce e confessa. In teoria non potrebbe essere arrestato, perché non può reiterare il reato - avendo ammazzato l'unico coniuge - né inquinare le prove (perché ha confessato) né tantomeno scappare, perché si è, appunto, costituito. Ma potrebbe la società sopportare la liberazione immediata di una persona che ha strangolato la moglie, o sparato al marito? Evidentemente no. E allora si ricorre a un surrogato di motivazione, e si inventa qualcosa.
Nel caso di Verbania, il Pm ha assecondato l'ira funesta del popolo che chiedeva la consueta libbra di carne di un colpevole purchessia. Fortuna ha voluto che trovasse, come si dice, un giudice a Berlino. Ma oltre a Berlino c'è anche Mosca, o Il Cairo.
Secondo. Se il Pm ha commesso un grave errore, molti dei mass media ne sono stati gli ispiratori. Quando, nell'immediatezza del fatto, scrivemmo su queste pagine che la tragedia poteva anche imputarsi all'affrettata riapertura di impianti paralizzati dalla parentesi del Covid, avevamo messo in conto anche quella che si chiama "colpa con previsione": cioè la violazione di norme anti-infortunistiche per recuperare introiti perduti. Ma proprio perché la responsabilità penale è cosa seria, avremmo auspicato maggiore prudenza nell'individuare le cause del disastro e le relative responsabilità.
E invece si è subito scatenata una caccia crudele, nella peggior tradizione di voler trovare, subito e ad ogni costo, un capro espiatorio. Ancora una volta la presunzione di innocenza ha ceduto all'emotività popolare, e mentre persino Di Maio recita un salmo penitenziale per il suo regresso giacobinismo, questo vizio della condanna a mezzo stampa ritorna sotto altre sembianze.
Terzo e ultimo. Anche un solo giorno di galera ingiustificata è un trauma indelebile che condiziona la vita, la salute e l'onore. Se il Pm di Verbania ne ha fatto un uso improprio, è stato perché la legge glielo consentiva. E poco importa se un Gip entro poche ore, o il tribunale del riesame entro pochi giorni, o la Cassazione entro alcuni mesi vi pongono riparo. Il danno è fatto, ed è irrimediabile.
Ebbene non è possibile, non deve essere possibile che - salvo i casi di flagranza - questo nostro bene primario possa essere affidato alla discrezionalità di un singolo magistrato. La carcerazione preventiva deve essere l'eccezione dell'eccezione, e come tale deve essere affidata a un organo collegiale, meglio se distante anche topograficamente dall'Ufficio che la richiede. Ad esempio una sezione presso la Corte d'Appello, composta da tre giudici esperti. Una modesta proposta per la ministra Cartabia, che purtroppo sta cercando di curare il cancro del nostro sistema fallito con modeste cure palliative.
di Giulia Merlo
Il Domani, 31 maggio 2021
La fase preliminare delle indagini è sempre oggetto di grande attenzione da parte dei media. Nel caso di Stresa, però, il diritto di cronaca è spesso esondato in una morbosità che viola i principi deontologici.
Preoccupa il cortocircuito che si è generato tra procura e stampa. In questi giorni la pm che sta indagando sul disastro della funivia ha rilasciato interviste a buona parte dei quotidiani nazionali. A indagini appena avviate e dunque senza prove circostanziate ancora in mano, è necessario e soprattutto auspicabile che il pm parli con la stampa? Per fortuna a difesa di tutti i cittadini opera il sistema delle garanzie processuali. In questo caso, un giudice terzo che supervisiona la fase delle indagini preliminari, verificando i presupposti e controllando l'operato del pm.
I tre indagati della tragedia della funivia di Stresa-Mottarone sono stati scarcerati. Tutti erano stati fermati e portati in carcere nel cuore della notte di quattro giorni fa, ma la gip di Verbania Donatella Banci Buonamici non ha convalidato il fermo disposto dalla pm Olimpia Bossi. Il gestore dell'impianto Luigi Nerini e il direttore d'esercizio Enrico Perocchio sono liberi. Il caposervizio Gabriele Tardini, che ha ammesso di aver inserito il blocco ai freni della funivia, è ai domiciliari.
Breve e inesaustivo quadro di come funziona questa fase processuale: siamo nel corso delle indagini preliminari, durante le quali il pubblico ministero è chiamato a indagare i fatti, formulare ipotesi di reato e individuare eventuali indagati. Il pm può disporre il fermo degli indagati, nel caso in cui esistano le condizioni previste dal codice di procedura penale: i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari, che sono il pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. La misura, però, deve essere confermata dal giudice delle indagini preliminari, che valuta se sia proporzionata e sufficientemente motivata dal pm. Questa fase preliminare delle indagini è sempre quella oggetto di maggiore attenzione da parte dei media: si analizzano i dettagli, si cercano i colpevoli, si delimitano le circostanze. Spesso, i media invadono questo delicatissimo momento processuale, ma è il complesso equilibrio tra diritto di cronaca, diritto di difesa degli indagati, principio di segretezza delle indagini penali.
Nel caso della tragedia di Stresa, però, questo diritto di cronaca è spesso esondato in una morbosità che viola i principi deontologici della nostra professione, che prevedono per esempio di non offrire elementi non utili al racconto della notizia che violino la privacy delle persone. Invece, su molti giornali sono state pubblicate le foto della villa del proprietario della funivia, esponendo i suoi familiari e chiunque lì vivesse a subire una violazione della loro dimensione privata. A far preoccupare di più, tuttavia, è il cortocircuito che si è generato tra procura e stampa. La gip, infatti, ha scarcerato i tre indagati sulla base di motivazioni precise: il fermo per i tre "è stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge". Non esisterebbe il pericolo di fuga indicato dalla pm come presupposto dell'esigenza cautelare nemmeno "tenendo conto dell'eccezionale clamore anche a livello mediatico nazionale e internazionale".
"Suggestivo ma assolutamente non conferente è il richiamo al clamore mediatico", ha scritto il gip nell'ordinanza, definendo "di totale irrilevanza" questo dettaglio. Questo che sembra un dettaglio, invece, è l'epicentro del problema. Il crollo della funivia è avvenuto il 23 maggio e nel corso della settimana da poco trascorsa la pm ha rilasciato interviste a buona parte dei quotidiani nazionali, oltre che molte dichiarazioni alle agenzie di stampa di cui sono stati riportati ampi stralci. Questo produce alcune domande. A indagini appena avviate e dunque necessariamente senza prove circostanziate ancora in mano, è davvero necessario e soprattutto auspicabile che il pm parli con la stampa? Soprattutto nel caso in cui la stessa pm motiva, tra le altre ragioni, la richiesta della misura cautelare maggiormente afflittiva - quella del carcere - con il "clamore mediatico"? Un clamore mediatico che lei stessa ha contribuito a generare con le sue dichiarazioni.
Dettaglio amaro: in fondo ad alcuni articoli che tracciano il profilo della pm, come quello del Corriere della Sera del 27 maggio, si legge che Bossi "non ama il clamore della stampa, anche se in questi giorni non si è sottratta ai cronisti", che hanno anche dato conto dei suoi due figli, del suo amore per i viaggi e del suo sogno di fare una "lunga crociera intorno al mondo".
Per fortuna a difesa di tutti i cittadini - soprattutto gli indagati che si trovano davanti all'autorità giudiziaria - opera il sistema delle garanzie processuali. In questo caso, un giudice terzo che supervisiona la fase delle indagini preliminari, verificando i presupposti e controllando l'operato del pm. Un sistema forse imperfetto, ma che va difeso dagli attacchi di chi vorrebbe sbilanciarne l'equilibrio, considerando le garanzie agli indagati un inutile orpello che allunga i tempi della giustizia. Soprattutto oggi che il processo non si svolge più solo nelle aule di giustizia, ma anche e spesso prima di tutto sulle pagine dei giornali.
di Milena Gabanelli e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Carriere che avanzano anche in casi di minacce e lesioni a cittadini e forze dell'ordine. Come funzionano le sanzioni disciplinari. le responsabilità del Csm.
Credibili e capaci di riscuotere fiducia. Così il capo dello Stato, vorrebbe i giudici. Senza ombre e sospetti. E pronti ad affrontare le proprie responsabilità. Ma chi sbaglia, ora, paga? I magistrati che commettono reati affrontano i tre gradi di giudizio, come tutti i cittadini. Ma nel frattempo è il Consiglio superiore della magistratura a decidere se trasferirli, sospenderli, radiarli, o lasciarli al loro posto fino a sentenza definitiva. Ed è sempre il Csm a decidere se, e come, sanzionare i comportamenti che non onorano la toga. Vediamo come funziona il sistema.
Rimozione: chi decide e quando - In casi gravi la rimozione arriva anche in tempi brevi. Silvana Saguto, presidente delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo è stata radiata nel marzo 2018 per l'uso della "posizione di magistrato per ottenere vantaggi ingiusti", 2 anni prima della condanna a 8 anni per il "patto corruttivo permanente" con avvocati, funzionari e ufficiali sulla gestione dei beni sequestrati ai mafiosi. Per rimuovere Luca Palamara, accusato di "manovre occulte" per condizionare il Csm, sono bastate 9 sedute. Ma in altri casi, altrettanto gravi, si viaggia più lenti. La legge Castelli concede al ministro della Giustizia e al Procuratore generale della Cassazione un anno di tempo dalla notizia del fatto per promuovere l'azione disciplinare; un altro anno al Pg per le richieste; un altro ancora alla sezione disciplinare per pronunciarsi. In più, tra ricorsi e contro-ricorsi, in Cassazione, il meccanismo si inceppa. E intanto la toga infangata resta indosso.
Da processato, processa gli altri - La sospensione da funzioni e stipendio è obbligatoria solo in caso di arresto. È facoltativa, invece, per chi è sotto procedimento penale. Così c'è chi, anche con accuse gravi pendenti, continua ad esercitare. Come Maurizio Musco, pm di Siracusa, accusato di favorire nelle indagini l'amico avvocato Piero Amara e i suoi amici. Il Guardasigilli, Paola Severino, aveva chiesto e ottenuto "con urgenza" il suo trasferimento cautelare a Palermo già a fine 2011. Nel 2014 il Gup lo assolve, la Procura impugna, ma il Csm lo rimanda a Siracusa, dove 8 magistrati su 11 denunciano il "rischio di inquinamento dell'azione della Procura". Viene ritrasferito, a Sassari. Intanto fioccano le condanne in Appello, in Tribunale a Messina (concussione da cui poi sarà assolto) e alla Corte dei conti. Il Csm lo radia solo nel 2019. La Cassazione conferma nel 2020. In quegli 8 anni Musco ha continuato a processare gli altri.
O come Ferdinando Esposito, accusato per le pressioni improprie fatte tra il 2012 e il 2014 per avere un attico a due passi dal Duomo di Milano a canone stracciato. Per lui ci fu solo il trasferimento per abuso dei poteri. Chi avrebbe potuto chiederne la sospensione da funzioni e stipendio era la Procura generale della Cassazione, dove a capo, fino al 2012 c'era lo zio Vitaliano. Ma non lo fece, e Ferdinando Esposito ha esercitato fino alla radiazione, avvenuta tre mesi fa. Il problema è che se una pratica arriva istruita male, il Csm non può che archiviare. Per questo dovrebbero esserci magistrati senza ombre. Ecco perché ha fatto scalpore che il Pg Mario Fresa dopo aver sferrato, durante il lockdown, un pugno alla moglie, non sia stato trasferito dal Csm lo scorso 19 maggio (9 voti pro, 8 contro, 8 astenuti). Lei ritira la querela e ritratta.
Ai magistrati del Tar e Consiglio di Stato invece la legge Castelli non si applica. La Procura di Catania nel 2020 ha chiuso le indagini accusando il giudice del Tar Dauno Trebastoni di corruzione in atti giudiziari. Ma la richiesta di sospensione al Cpga, l'omologo del Csm, è stata respinta. Andrea Migliozzi, presidente Tar di Bologna, non viene sospeso, malgrado sia indagato, in quanto il suo nome compare nella condanna per sentenze pilotate del consigliere di Stato Nicola Russo, come presunto responsabile di concorso negli stessi reati. E infatti continua a fare il giudice amministrativo.
Quando infine le sentenze disciplinari arrivano, e sono pubblicate, non si possono leggere. Gli omissis oscurano nomi e luoghi. Il giudice che sbaglia può nascondersi dietro una privacy negata ai comuni cittadini.
Al magistrato sono richieste "imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio, e rispetto della dignità". Ma spesso si chiude un occhio, come con Nicola Mazzamuto. Nel 2005 va in farmacia, e se la prende con due poliziotti che facevano portar via le auto in doppia fila, come la sua. Ne afferra uno per il collo procurandogli lesioni. Il Csm gli commina la censura, ma nel 2013 lo promuove presidente del Tribunale di sorveglianza di Messina. Comprensione anche per Federico Sergi, che ne 2009, ubriaco, ha un incidente e prende a calci e pugni due carabinieri. Lo arrestano (sarà assolto).
Scatta la sospensione cautelare per 2 anni. Rientrato in Tribunale viene trovato dai colleghi in bagno sotto effetto di sostanze. Il Pg di Cassazione ne chiede la rimozione. Il Csm gli dà solo la sospensione perché ravvisa una "cesura" col passato. Ora è giudice a Potenza. Anche Luciano Padula, ex pm di Reggio Emilia, viene fermato alla guida della Bmw "in piena notte, barcollante, vestito da cavallerizzo". Insulta i vigili e ne strattona una minacciandola. Due condanne per lesioni aggravate, poi prescritte in Cassazione. Ma la carriera non viene bloccata, e va a fare il giudice penale a Spoleto. Lo scorso anno (10 anni dopo i fatti) dal Csm arriva la sospensione per due anni.
Persino la valutazione negativa viene assegnata con tormento, visto che chi ne riceve due viene espulso. Giulio Cesare Cipolletta, giudice di Pisa, squarcia le gomme dell'auto di una collega nel parcheggio del Tribunale. Condannato per danneggiamento e porto ingiustificato d'arma, nel 2009, se la cava con una censura. Tre anni dopo riperde le staffe, sempre con una signora. Per un alterco sul traffico le dice: "Maledetta", e calciando lo sportello dell'auto da cui lei stava scendendo, la ferisce al ginocchio. La risarcisce con 3mila euro. Il Csm, nel 2017, lo censura di nuovo. Ma pochi mesi fa la valutazione per l'avanzamento di carriera è positiva "anche in ordine al prerequisito dell'equilibrio".
Francesco Mollace, ex pm di Reggio Calabria di valutazione negativa ne aveva già una. Imputato di corruzione in atti giudiziari per i rapporti con Luciano Lo Giudice, accusato di 'ndrangheta, viene assolto per insufficienza di prove. Ma i giudici definiscono alcune sue scelte investigative "censurabili in altra sede". Ovvero al Csm, dove arriva il fascicolo con la confessione del fratello, che si autoaccusa degli attentati ai magistrati di Reggio, e racconta l'amicizia tra i due.
Viene trovato il numero di Mollace (mancante di una cifra), appuntato come "Don Ciccio", in casa di Luciano che, intercettato, in carcere dice all'avvocato "mandagli un bacetto a don Ciccio". Alla fine il "no" alla promozione passa, ma solo a maggioranza. C'è anche chi, come l'ex pm dei reati sessuali Davide Nalin, sotto inchiesta al Csm per un ruolo nello scandalo Bellomo (il consigliere di Stato destituito che imponeva la mini alle aspiranti magistrate) tenta il piano "B": il concorso al Tar. Scritto superato, orali a luglio.
Le colpe del sistema - C'è infine chi la passa liscia. Come la giudice del Tribunale Civile di Rovigo che ai suoi ospiti al party di compleanno aveva proposto come regalo una "lista di viaggio": loro versavano denaro e lei sognava mari caldi. Peccato che fra gli invitati c'erano anche avvocati o periti: potenziali controparti in giudizio che avevano interesse a compiacerla. Pagando. Finisce sui giornali ma non al Csm. Le riforme, che il presidente Mattarella auspica rapide, partono anche da qui. Il Csm e i titolari dell'azione disciplinare non offrono sempre una risposta veloce ed adeguata, ed è un errore grave, perché contribuendo alla perdita di credibilità della magistratura aiutano chi "lavora" per ridurne l'autonomia e l'indipendenza. Oltre ad essere un danno per i tanti magistrati integerrimi e uno sfregio per quanti sono morti onorando la toga.
di Giampaolo Cirronis
sardegnaierioggidomani.com, 31 maggio 2021
La compagnia Cada Die Teatro apre le porte del Centro d'Arte e Cultura la Vetreria di Pirri a ex detenuti che hanno da poco scontato la pena e che desiderano, anche attraverso il teatro, riprendere in mano i fili della loro vita sociale. Parte martedì 1 giugno il nuovo laboratorio gratuito ideato e diretto dagli attori e registi Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu che parallelamente alle esperienze artistiche vissute dentro le carceri (anche in questo anno di pandemia), hanno deciso di fare un passo ulteriore partendo da una semplice domanda "che ne sarà di loro finito il percorso detentivo?". Si cercherà di favorire l'acquisizione di tecniche e competenze teatrali in un contesto protetto dove tutti potranno mettersi in gioco e dove verranno incentivati la collaborazione e l'ascolto reciproco.
Compagni di viaggio irrinunciabili per la realizzazione del progetto sono i docenti del Cpia 1 Karalis (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti di Cagliari), grazie ai quali sono coinvolti studenti e giovani e adulti che hanno avuto esperienze carcerarie, di affidamento, o che abbiano vissuto o vivano situazioni di particolare disagio. Sarà fatta una selezione tra le domande dei partecipanti per un massimo di sette allievi. Se in questa prima fase gli incontri si svolgeranno a Pirri, da settembre ci si sposterà all'interno di un edificio scolastico dove opera il Cpia e si concluderà a dicembre con un saggio finale.
Il laboratorio sarà incentrato su un testo inedito della scrittrice sarda d'origine, danese d'adozione, Maria Giacobbe che suggella una volta di più la collaborazione con i Cada Die. Ci si concentrerà sulla realtà della Sardegna degli anni 60 e 70 quando, attraverso il Piano di Rinascita, venne finanziata l'industrializzazione dell'Isola e nacquero poli chimici e petrolchimici a Ottana, Porto Torres, Sarroch. In tanti si illusero che quei grandi investimenti sarebbe stati un'opportunità di crescita e di riscatto; altri, già da allora, temevano che un'improvvisa trasformazione della millenaria economia agropastorale in economia incentrata sul petrolio e i suoi derivati avrebbe avuto effetti devastanti sul territorio, sulla salute, sull'identità di un intero popolo.
di Francesco Bechis
formiche.net, 31 maggio 2021
Ben vengano le conversioni garantiste della politica, ma è sulla riforma della Giustizia che si passa dalle parole ai fatti. Prescrizione Bonafede, reati contro la Pa, processo civile e penale, Csm. Ora mettiamoci all'opera, sul serio. Parla l'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio. Carlo Nordio è come San Tommaso, vedere per credere. L'ex procuratore aggiunto di Venezia si rallegra della svolta garantista annunciata dal volto di punta del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio. Ora, dice a Formiche.net, è il momento della prova del nove.
Conversione un po' tardiva?
Meglio tardi che mai. Mi sembra sia una conversione sincera, che sia anche operosa. Ora bisogna passare ai fatti.
Come?
Aderendo al nuovo referendum sulla separazione delle carriere. Riformando la giustizia. Enunciando un proclama contro l'uso dell'informazione di garanzia e dell'esercizio dell'azione penale per estromettere una persona dalla vita politica. Poi la ciliegina sulla torta.
Sarebbe?
Una radicale riforma delle intercettazioni. Perché hanno devastato la dignità personale e la carriera politica di centinaia di persone che con le indagini non avevano nulla a che fare. Il caso Guidi dovrebbe aver insegnato qualcosa.
Sulla riforma della giustizia è al lavoro la ministra Marta Cartabia. Che idea si è fatto del rapporto della commissione Lattanzi?
La riforma della Cartabia deve avere come oggetto primario il processo civile. Da questo dipendono i fondi europei, è una priorità assoluta.
E il processo penale?
Mi accontenterei di una riforma minima che abolisce il reato d'abuso d'ufficio e il traffico di influenze. Cioè i due reati che più impattano sulla Pubblica amministrazione, ne rallentano l'attività, compromettono l'economia.
Pensa al caso di Chiara Appendino?
Ce ne sono tanti. Appendino è vittima di un sistema avallato dal suo partito. I Cinque Stelle sono i primi a voler mantenere in piedi un modello repressivo e anche evanescente, perché, a parte la corruzione e la concussione, i reati contro la Pa come l'abuso d'ufficio consentono di incriminare chiunque. Non hanno nessun effetto pratico, né deterrente.
E rendono meno appetibile il ruolo. Sarà per questo che si fatica a trovare candidati per le prossime amministrative?
Temo che lì intervengano altre dinamiche (ride, ndr). Di certo questi reati, così disegnati, danno vita a un'amministrazione difensiva. Infatti i sindaci non firmano più nulla.
Non toccherebbe altro del processo penale?
La verità è che gli interventi settoriali non servono a nulla. Il sistema penale è fallito, il codice di procedura penale è ancora quello di Vassalli, tutta la parte generale del codice penale risale al 1930 e porta la firma di Mussolini. Queste riformine sono solo pillole palliative, è come curare il cancro con l'aspirina.
Nel rapporto Lattanzi viene rilanciata una vecchia proposta delle Camere Penali: deve essere il Parlamento a dare ogni anno agli uffici inquirenti l'indirizzo delle priorità d'indagine. È d'accordo?
Sono perfettamente d'accordo. Oggi l'azione penale non è né obbligatoria né discrezionale, è semplicemente arbitraria. Ogni Pm indaga quando e come vuole, spesso inventandosi le indagini.
Quindi?
Quindi o togli l'obbligatorietà dell'azione penale, ma per farlo devi prima cambiare la Costituzione, oppure inserisci dei criteri di discrezionalità vincolata o di precedenza della trattazione. Solo un organo politico come il Parlamento può assumersi questa responsabilità.
Vent'anni fa la bicamerale D'Alema fece una proposta non molto diversa...
Certo, faceva parte della bozza Boato. La magistratura ha posto il veto. La politica, con il solito cuor di leone, si è chinata di fronte alle toghe, perché ne aveva paura. E ne ha ancora molta.
Sulla scia della riforma di Gaetano Pecorella, il testo della commissione Lattanzi rafforza il divieto del ricorso in appello del pm ma limita anche il diritto di impugnazione da parte dell'imputato...
Il diritto di impugnazione per l'imputato è sacro, tant'è che esiste in tutti i Paesi civili. È altresì assurdo dare la possibilità al Pm di impugnare una sentenza di assoluzione, a meno che non intervengano nuove prove di colpevolezza, ma in quel caso si deve rifare il dibattimento. E poi c'è un principio costituzionale a garanzia: la condanna viene erogata solo al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nordio, non ci staremo dimenticando la prescrizione? Ci sono le condizioni politiche per cambiare il modello Bonafede?
Una certa discontinuità è necessaria, altrimenti la coalizione di governo esplode. Temo che non sarà radicale, una crisi di governo sulla giustizia ora non è politicamente tollerabile. Sarà una discontinuità edulcorata.
Chiudiamo sul Csm. Da dove si parte per riformarlo?
Serve un intervento radicale. Da vent'anni sostengo l'idea del sorteggio. All'epoca ero un eretico isolato, ora di fronte agli ultimi scandali in tanti, anche fra i giuristi di sinistra, si sono accodati. Hanno capito che non c'è altro rimedio: la magistratura non si può autoriformare attraverso le correnti.
Chi dovrebbe essere sorteggiato?
Io immagino un canestro fatto di persone competenti. Composto da magistrati di Cassazione, docenti universitari di materie giuridiche, presidenti dei Consigli forensi e delle Camere penali, avvocati.
Ma la Costituzione prevede l'elezione del Csm...
Per evitare di metterci mano si può prevedere un'elezione ex post, fra i sorteggiati. In qualche modo si deve arginare il potere delle correnti. Spero che i fatti recenti abbiano convinto anche gli ultimi scettici.
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