di Milena Gabanelli e Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Carriere che avanzano anche in casi di minacce e lesioni a cittadini e forze dell'ordine. Come funzionano le sanzioni disciplinari. le responsabilità del Csm.
Credibili e capaci di riscuotere fiducia. Così il capo dello Stato, vorrebbe i giudici. Senza ombre e sospetti. E pronti ad affrontare le proprie responsabilità. Ma chi sbaglia, ora, paga? I magistrati che commettono reati affrontano i tre gradi di giudizio, come tutti i cittadini. Ma nel frattempo è il Consiglio superiore della magistratura a decidere se trasferirli, sospenderli, radiarli, o lasciarli al loro posto fino a sentenza definitiva. Ed è sempre il Csm a decidere se, e come, sanzionare i comportamenti che non onorano la toga. Vediamo come funziona il sistema.
Rimozione: chi decide e quando - In casi gravi la rimozione arriva anche in tempi brevi. Silvana Saguto, presidente delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo è stata radiata nel marzo 2018 per l'uso della "posizione di magistrato per ottenere vantaggi ingiusti", 2 anni prima della condanna a 8 anni per il "patto corruttivo permanente" con avvocati, funzionari e ufficiali sulla gestione dei beni sequestrati ai mafiosi. Per rimuovere Luca Palamara, accusato di "manovre occulte" per condizionare il Csm, sono bastate 9 sedute. Ma in altri casi, altrettanto gravi, si viaggia più lenti. La legge Castelli concede al ministro della Giustizia e al Procuratore generale della Cassazione un anno di tempo dalla notizia del fatto per promuovere l'azione disciplinare; un altro anno al Pg per le richieste; un altro ancora alla sezione disciplinare per pronunciarsi. In più, tra ricorsi e contro-ricorsi, in Cassazione, il meccanismo si inceppa. E intanto la toga infangata resta indosso.
Da processato, processa gli altri - La sospensione da funzioni e stipendio è obbligatoria solo in caso di arresto. È facoltativa, invece, per chi è sotto procedimento penale. Così c'è chi, anche con accuse gravi pendenti, continua ad esercitare. Come Maurizio Musco, pm di Siracusa, accusato di favorire nelle indagini l'amico avvocato Piero Amara e i suoi amici. Il Guardasigilli, Paola Severino, aveva chiesto e ottenuto "con urgenza" il suo trasferimento cautelare a Palermo già a fine 2011. Nel 2014 il Gup lo assolve, la Procura impugna, ma il Csm lo rimanda a Siracusa, dove 8 magistrati su 11 denunciano il "rischio di inquinamento dell'azione della Procura". Viene ritrasferito, a Sassari. Intanto fioccano le condanne in Appello, in Tribunale a Messina (concussione da cui poi sarà assolto) e alla Corte dei conti. Il Csm lo radia solo nel 2019. La Cassazione conferma nel 2020. In quegli 8 anni Musco ha continuato a processare gli altri.
O come Ferdinando Esposito, accusato per le pressioni improprie fatte tra il 2012 e il 2014 per avere un attico a due passi dal Duomo di Milano a canone stracciato. Per lui ci fu solo il trasferimento per abuso dei poteri. Chi avrebbe potuto chiederne la sospensione da funzioni e stipendio era la Procura generale della Cassazione, dove a capo, fino al 2012 c'era lo zio Vitaliano. Ma non lo fece, e Ferdinando Esposito ha esercitato fino alla radiazione, avvenuta tre mesi fa. Il problema è che se una pratica arriva istruita male, il Csm non può che archiviare. Per questo dovrebbero esserci magistrati senza ombre. Ecco perché ha fatto scalpore che il Pg Mario Fresa dopo aver sferrato, durante il lockdown, un pugno alla moglie, non sia stato trasferito dal Csm lo scorso 19 maggio (9 voti pro, 8 contro, 8 astenuti). Lei ritira la querela e ritratta.
Ai magistrati del Tar e Consiglio di Stato invece la legge Castelli non si applica. La Procura di Catania nel 2020 ha chiuso le indagini accusando il giudice del Tar Dauno Trebastoni di corruzione in atti giudiziari. Ma la richiesta di sospensione al Cpga, l'omologo del Csm, è stata respinta. Andrea Migliozzi, presidente Tar di Bologna, non viene sospeso, malgrado sia indagato, in quanto il suo nome compare nella condanna per sentenze pilotate del consigliere di Stato Nicola Russo, come presunto responsabile di concorso negli stessi reati. E infatti continua a fare il giudice amministrativo.
Quando infine le sentenze disciplinari arrivano, e sono pubblicate, non si possono leggere. Gli omissis oscurano nomi e luoghi. Il giudice che sbaglia può nascondersi dietro una privacy negata ai comuni cittadini.
Al magistrato sono richieste "imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio, e rispetto della dignità". Ma spesso si chiude un occhio, come con Nicola Mazzamuto. Nel 2005 va in farmacia, e se la prende con due poliziotti che facevano portar via le auto in doppia fila, come la sua. Ne afferra uno per il collo procurandogli lesioni. Il Csm gli commina la censura, ma nel 2013 lo promuove presidente del Tribunale di sorveglianza di Messina. Comprensione anche per Federico Sergi, che ne 2009, ubriaco, ha un incidente e prende a calci e pugni due carabinieri. Lo arrestano (sarà assolto).
Scatta la sospensione cautelare per 2 anni. Rientrato in Tribunale viene trovato dai colleghi in bagno sotto effetto di sostanze. Il Pg di Cassazione ne chiede la rimozione. Il Csm gli dà solo la sospensione perché ravvisa una "cesura" col passato. Ora è giudice a Potenza. Anche Luciano Padula, ex pm di Reggio Emilia, viene fermato alla guida della Bmw "in piena notte, barcollante, vestito da cavallerizzo". Insulta i vigili e ne strattona una minacciandola. Due condanne per lesioni aggravate, poi prescritte in Cassazione. Ma la carriera non viene bloccata, e va a fare il giudice penale a Spoleto. Lo scorso anno (10 anni dopo i fatti) dal Csm arriva la sospensione per due anni.
Persino la valutazione negativa viene assegnata con tormento, visto che chi ne riceve due viene espulso. Giulio Cesare Cipolletta, giudice di Pisa, squarcia le gomme dell'auto di una collega nel parcheggio del Tribunale. Condannato per danneggiamento e porto ingiustificato d'arma, nel 2009, se la cava con una censura. Tre anni dopo riperde le staffe, sempre con una signora. Per un alterco sul traffico le dice: "Maledetta", e calciando lo sportello dell'auto da cui lei stava scendendo, la ferisce al ginocchio. La risarcisce con 3mila euro. Il Csm, nel 2017, lo censura di nuovo. Ma pochi mesi fa la valutazione per l'avanzamento di carriera è positiva "anche in ordine al prerequisito dell'equilibrio".
Francesco Mollace, ex pm di Reggio Calabria di valutazione negativa ne aveva già una. Imputato di corruzione in atti giudiziari per i rapporti con Luciano Lo Giudice, accusato di 'ndrangheta, viene assolto per insufficienza di prove. Ma i giudici definiscono alcune sue scelte investigative "censurabili in altra sede". Ovvero al Csm, dove arriva il fascicolo con la confessione del fratello, che si autoaccusa degli attentati ai magistrati di Reggio, e racconta l'amicizia tra i due.
Viene trovato il numero di Mollace (mancante di una cifra), appuntato come "Don Ciccio", in casa di Luciano che, intercettato, in carcere dice all'avvocato "mandagli un bacetto a don Ciccio". Alla fine il "no" alla promozione passa, ma solo a maggioranza. C'è anche chi, come l'ex pm dei reati sessuali Davide Nalin, sotto inchiesta al Csm per un ruolo nello scandalo Bellomo (il consigliere di Stato destituito che imponeva la mini alle aspiranti magistrate) tenta il piano "B": il concorso al Tar. Scritto superato, orali a luglio.
Le colpe del sistema - C'è infine chi la passa liscia. Come la giudice del Tribunale Civile di Rovigo che ai suoi ospiti al party di compleanno aveva proposto come regalo una "lista di viaggio": loro versavano denaro e lei sognava mari caldi. Peccato che fra gli invitati c'erano anche avvocati o periti: potenziali controparti in giudizio che avevano interesse a compiacerla. Pagando. Finisce sui giornali ma non al Csm. Le riforme, che il presidente Mattarella auspica rapide, partono anche da qui. Il Csm e i titolari dell'azione disciplinare non offrono sempre una risposta veloce ed adeguata, ed è un errore grave, perché contribuendo alla perdita di credibilità della magistratura aiutano chi "lavora" per ridurne l'autonomia e l'indipendenza. Oltre ad essere un danno per i tanti magistrati integerrimi e uno sfregio per quanti sono morti onorando la toga.
di Giampaolo Cirronis
sardegnaierioggidomani.com, 31 maggio 2021
La compagnia Cada Die Teatro apre le porte del Centro d'Arte e Cultura la Vetreria di Pirri a ex detenuti che hanno da poco scontato la pena e che desiderano, anche attraverso il teatro, riprendere in mano i fili della loro vita sociale. Parte martedì 1 giugno il nuovo laboratorio gratuito ideato e diretto dagli attori e registi Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu che parallelamente alle esperienze artistiche vissute dentro le carceri (anche in questo anno di pandemia), hanno deciso di fare un passo ulteriore partendo da una semplice domanda "che ne sarà di loro finito il percorso detentivo?". Si cercherà di favorire l'acquisizione di tecniche e competenze teatrali in un contesto protetto dove tutti potranno mettersi in gioco e dove verranno incentivati la collaborazione e l'ascolto reciproco.
Compagni di viaggio irrinunciabili per la realizzazione del progetto sono i docenti del Cpia 1 Karalis (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti di Cagliari), grazie ai quali sono coinvolti studenti e giovani e adulti che hanno avuto esperienze carcerarie, di affidamento, o che abbiano vissuto o vivano situazioni di particolare disagio. Sarà fatta una selezione tra le domande dei partecipanti per un massimo di sette allievi. Se in questa prima fase gli incontri si svolgeranno a Pirri, da settembre ci si sposterà all'interno di un edificio scolastico dove opera il Cpia e si concluderà a dicembre con un saggio finale.
Il laboratorio sarà incentrato su un testo inedito della scrittrice sarda d'origine, danese d'adozione, Maria Giacobbe che suggella una volta di più la collaborazione con i Cada Die. Ci si concentrerà sulla realtà della Sardegna degli anni 60 e 70 quando, attraverso il Piano di Rinascita, venne finanziata l'industrializzazione dell'Isola e nacquero poli chimici e petrolchimici a Ottana, Porto Torres, Sarroch. In tanti si illusero che quei grandi investimenti sarebbe stati un'opportunità di crescita e di riscatto; altri, già da allora, temevano che un'improvvisa trasformazione della millenaria economia agropastorale in economia incentrata sul petrolio e i suoi derivati avrebbe avuto effetti devastanti sul territorio, sulla salute, sull'identità di un intero popolo.
di Francesco Bechis
formiche.net, 31 maggio 2021
Ben vengano le conversioni garantiste della politica, ma è sulla riforma della Giustizia che si passa dalle parole ai fatti. Prescrizione Bonafede, reati contro la Pa, processo civile e penale, Csm. Ora mettiamoci all'opera, sul serio. Parla l'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio. Carlo Nordio è come San Tommaso, vedere per credere. L'ex procuratore aggiunto di Venezia si rallegra della svolta garantista annunciata dal volto di punta del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio. Ora, dice a Formiche.net, è il momento della prova del nove.
Conversione un po' tardiva?
Meglio tardi che mai. Mi sembra sia una conversione sincera, che sia anche operosa. Ora bisogna passare ai fatti.
Come?
Aderendo al nuovo referendum sulla separazione delle carriere. Riformando la giustizia. Enunciando un proclama contro l'uso dell'informazione di garanzia e dell'esercizio dell'azione penale per estromettere una persona dalla vita politica. Poi la ciliegina sulla torta.
Sarebbe?
Una radicale riforma delle intercettazioni. Perché hanno devastato la dignità personale e la carriera politica di centinaia di persone che con le indagini non avevano nulla a che fare. Il caso Guidi dovrebbe aver insegnato qualcosa.
Sulla riforma della giustizia è al lavoro la ministra Marta Cartabia. Che idea si è fatto del rapporto della commissione Lattanzi?
La riforma della Cartabia deve avere come oggetto primario il processo civile. Da questo dipendono i fondi europei, è una priorità assoluta.
E il processo penale?
Mi accontenterei di una riforma minima che abolisce il reato d'abuso d'ufficio e il traffico di influenze. Cioè i due reati che più impattano sulla Pubblica amministrazione, ne rallentano l'attività, compromettono l'economia.
Pensa al caso di Chiara Appendino?
Ce ne sono tanti. Appendino è vittima di un sistema avallato dal suo partito. I Cinque Stelle sono i primi a voler mantenere in piedi un modello repressivo e anche evanescente, perché, a parte la corruzione e la concussione, i reati contro la Pa come l'abuso d'ufficio consentono di incriminare chiunque. Non hanno nessun effetto pratico, né deterrente.
E rendono meno appetibile il ruolo. Sarà per questo che si fatica a trovare candidati per le prossime amministrative?
Temo che lì intervengano altre dinamiche (ride, ndr). Di certo questi reati, così disegnati, danno vita a un'amministrazione difensiva. Infatti i sindaci non firmano più nulla.
Non toccherebbe altro del processo penale?
La verità è che gli interventi settoriali non servono a nulla. Il sistema penale è fallito, il codice di procedura penale è ancora quello di Vassalli, tutta la parte generale del codice penale risale al 1930 e porta la firma di Mussolini. Queste riformine sono solo pillole palliative, è come curare il cancro con l'aspirina.
Nel rapporto Lattanzi viene rilanciata una vecchia proposta delle Camere Penali: deve essere il Parlamento a dare ogni anno agli uffici inquirenti l'indirizzo delle priorità d'indagine. È d'accordo?
Sono perfettamente d'accordo. Oggi l'azione penale non è né obbligatoria né discrezionale, è semplicemente arbitraria. Ogni Pm indaga quando e come vuole, spesso inventandosi le indagini.
Quindi?
Quindi o togli l'obbligatorietà dell'azione penale, ma per farlo devi prima cambiare la Costituzione, oppure inserisci dei criteri di discrezionalità vincolata o di precedenza della trattazione. Solo un organo politico come il Parlamento può assumersi questa responsabilità.
Vent'anni fa la bicamerale D'Alema fece una proposta non molto diversa...
Certo, faceva parte della bozza Boato. La magistratura ha posto il veto. La politica, con il solito cuor di leone, si è chinata di fronte alle toghe, perché ne aveva paura. E ne ha ancora molta.
Sulla scia della riforma di Gaetano Pecorella, il testo della commissione Lattanzi rafforza il divieto del ricorso in appello del pm ma limita anche il diritto di impugnazione da parte dell'imputato...
Il diritto di impugnazione per l'imputato è sacro, tant'è che esiste in tutti i Paesi civili. È altresì assurdo dare la possibilità al Pm di impugnare una sentenza di assoluzione, a meno che non intervengano nuove prove di colpevolezza, ma in quel caso si deve rifare il dibattimento. E poi c'è un principio costituzionale a garanzia: la condanna viene erogata solo al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nordio, non ci staremo dimenticando la prescrizione? Ci sono le condizioni politiche per cambiare il modello Bonafede?
Una certa discontinuità è necessaria, altrimenti la coalizione di governo esplode. Temo che non sarà radicale, una crisi di governo sulla giustizia ora non è politicamente tollerabile. Sarà una discontinuità edulcorata.
Chiudiamo sul Csm. Da dove si parte per riformarlo?
Serve un intervento radicale. Da vent'anni sostengo l'idea del sorteggio. All'epoca ero un eretico isolato, ora di fronte agli ultimi scandali in tanti, anche fra i giuristi di sinistra, si sono accodati. Hanno capito che non c'è altro rimedio: la magistratura non si può autoriformare attraverso le correnti.
Chi dovrebbe essere sorteggiato?
Io immagino un canestro fatto di persone competenti. Composto da magistrati di Cassazione, docenti universitari di materie giuridiche, presidenti dei Consigli forensi e delle Camere penali, avvocati.
Ma la Costituzione prevede l'elezione del Csm...
Per evitare di metterci mano si può prevedere un'elezione ex post, fra i sorteggiati. In qualche modo si deve arginare il potere delle correnti. Spero che i fatti recenti abbiano convinto anche gli ultimi scettici.
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2021
Si chiama "giustizia predittiva" ma con i giudici-robot e le decisioni automatizzate che il nome sembra evocare non ha (per ora) nulla a che vedere. Piuttosto l'obiettivo, a cui stanno lavorando più menti, con collaborazioni tra uffici giudiziari e Università, è quello di usare l'intelligenza artificiale per aiutare la giustizia, creando una banca dati della giurisprudenza aperta non solo ai tecnici ma anche ai cittadini, che potrebbero consultarla per valutare le chance di successo e i tempi di un contenzioso.
Un progetto - con ricadute in termini di accelerazione dei processi, riduzione delle liti e impulso a soluzioni concordate - a cui la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa prova ora a far fare un passo (scientifico e tecnologico) in avanti. "Stiamo annotando semanticamente una serie di decisioni negli ambiti del danno alla persona e dell'assegno di separazione e divorzio", spiega Giovanni Comandé, docente di diritto privato comparato e responsabile scientifico del Lider-Lab, laboratorio interdisciplinare diritti e regola del Sant'Anna, che dal 2019 lavora al progetto con il Tribunale di Genova e ora anche con quello di Pisa.
"Lo scopo è allenare un algoritmo ad annotare in modo automatico le decisioni in quelle materie, per poi estendere la tecnologia ad altri ambiti". Ma cos'è l'annotazione semantica? Si tratta di individuare delle espressioni-chiave (non singole parole ma frasi o formule), che permettano di "etichettare" una pronuncia, di modo che il sistema possa distinguere, ad esempio, un decreto ingiuntivo per l'affitto non pagato da un altro per gli alimenti non versati. "Entro fine anno - prosegue Comandé - intendiamo validare la tecnologia dell'algoritmo per l'annotazione semantica automatica. L'obiettivo è costruire una base dati semanticamente annotata, ricercabile con linguaggio naturale, consultabile da tutti".
Una piattaforma che è la materia prima per poi elaborare gli algoritmi predittivi. Ma già di per sé può avere applicazioni pratiche significative: "Intanto - osserva Comandé - facilitala gestione dei flussi del contenzioso e l'assegnazione di un caso a una sezione del tribunale o all'altra. E poi dalle pronunce, che fotografano i problemi della vita reale, possono emergere indicazioni peri decisori". Nella stessa direzione va il progetto portato avanti a Brescia da Corte d'appello, Tribunale e Università sotto la regia del Presidente della Corte d'appello, Claudio Castelli, da sempre sensibile ai terni che incrociano diritto e tecnologia.
Sul sito dell'Università di Brescia è online da novembre una piattaforma che raccoglie in due categorie, economia e lavoro, poi articolate in titoli e sottotitoli, le sentenze più significative degli uffici giudiziari di Brescia. Online ci sono gli abstract delle pronunce: non solo le massime per giuristi, ma anche elementi del caso concreto, che rendono il messaggio comprensibile a tutti.
Ma si tratta "di un'esperienza artigianale - ragiona Castelli - e con un numero limitato di pronunce. La base dati va creata a livello centrale con la banca dati nazionale di tutte le sentenze, a cui tutti devono poter accedere. E sarebbe necessario creare un laboratorio sulle applicazioni dell'intelligenza artificiale alla giustizia mettendo in rete le diverse esperienze".
di Osservatorio Ucpi sull'informazione giudiziaria
Il Dubbio, 31 maggio 2021
L'Ucpi: la tragedia di Mottarone diventa un altro caso emblematico di come le distorsioni del processo mediatico nuocciano all'accertamento della verità, alla giustizia, ai cittadini e alle stesse vittime. Quella di Mottarone è una catastrofe immane. Nessuno può accettare che si possa morire così, non è giusto, non dà pace. È giusto iniziare immediatamente la ricerca di un nesso causale e del responsabile e quando si muove la macchina della giustizia si ha la pretesa di seguirne i passi e anticiparne i tempi, per l'esigenza di placare angoscia, rabbia, dolore, paure.
Come si fa a mettere in discussione il diritto dei cittadini di essere informati su una tragedia come questa? Mentre la domanda più diffusa su Google era: "come funzionano le funivie?" gli inquirenti, in sole 48 ore, hanno affermato pubblicamente di aver individuato e fermato i primi (ma non gli unici) responsabili della tragedia. Non solo: diffondono le loro dichiarazioni che portano a proclami di responsabilità in quanto "la cabina era a rischio. E lo sapevano". Articoli di testate locali online vengono postati su Facebook con tanto di commento: "La svolta": 8,8 mila visualizzazioni e 4568 condivisioni in poche ore.
C'è modo e modo di dare le notizie. Ma soprattutto ci sono circostanze che non devono essere diffuse, pena la commissione di un illecito penale.
Gli inquirenti non possono fare il processo da soli, in mondovisione, per direttissima, con le indagini ancora in corso. Non si possono pubblicare gli esiti degli interrogatori degli indagati.
Non ha senso ed è nocivo per l'accertamento della verità declamare i prossimi programmi investigativi, esprimere giudizi sulle condotte degli indagati, anticipare le ipotesi di reato contestabili e le richieste cautelari addirittura prima di celebrarne gli interrogatori, soprattutto quando la ricerca principale è quella di una prova scientifica, in mano a tecnici veri, chiamati a dare un contributo essenziale in Tribunale e non al bar.
Eppure, accade lo stesso a dispetto di direttive europee, circolari del Consiglio superiore della magistratura, codici deontologici, in un clima di odio diffuso alla velocità della luce che richiede risposte punitive immediate condite da tempestive reazioni.
Ed è così che se il Pubblico ministero riversa il materiale istruttorio nel fascicolo de Il Corriere della Sera e de "La Stampa" e decide di disporre il fermo dei primi indagati per chiederne la misura cautelare quando i presupposti per l'adozione di tali misure sono insussistenti agli occhi di qualsiasi studente di giurisprudenza, nessuno si adombra ed anzi scatta con ancora più violenza il linciaggio morale collegato alla pretesa "logica del profitto". Gli inquirenti annunciano infatti alla stampa anche l'odioso movente senza operare alcun raffronto tra le dichiarazioni dei vari soggetti provvisoriamente coinvolti: "è stato subito evidente, chiaro, categorico che vi sia stata colpa dell'uomo a causa della sua avidità".
"Le tre persone arrestate nella notte per il disastro alla funivia del Mottarone, infatti, hanno ammesso le responsabilità loro contestate", come ha spiegato il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani. "Il freno non è stato attivato volontariamente? Sì, sì, lo hanno ammesso". "C'erano malfunzionamenti nella funivia, - ha spiegato l'ufficiale - è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la "forchetta", che impedisce al freno d'emergenza di entrare in funzione".
Lo show continua: il titolare delle indagini viene presentato dalla stampa come un eroe infallibile che, indomito, si batte per ottenere giustizia e si ripercorrono i passi salienti della sua carriera.
Gli indagati sono tutti consapevoli e quindi colpevoli, criminali, mostri, avidi, con buona pace dei principi che informano il nostro sistema penale, ma anche i codici deontologici di ogni soggetto protagonista delle numerose e continue esternazioni e pubblicazioni.
E finisce che il "clamore mediatico" assurge a presupposto per la privazione della libertà personale.
Strano paese l'Italia. Un paese in cui il recente recepimento di una direttiva europea - quella in tema di presunzione d'innocenza - viene salutata urbi et orbi come un ulteriore, importante, puntello nell'architettura di fondamentali principi di civiltà giuridica, per essere un attimo dopo messa da parte come un fastidioso orpello.
Alla prima prova sul campo abbiamo assistito nuovamente - e se possibile con forza ancora maggiore - al solito canovaccio: la telecronaca - minuto per minuto - dello sviluppo delle indagini con rivelazione di segreti istruttori, in un clima di progressiva ingravescenza delle "contestazioni", il linciaggio mediatico e la folla plaudente per l'individuazione dei responsabili, da mettere subito in galera.
Invece no!
Oggi due dei tre indagati sono stati scarcerati dal giudice per le indagini preliminari. Ed infatti si apprende che non è vero che tutti e tre gli indagati abbiano ammesso le proprie responsabilità e che, anzi, agli atti vi sono elementi di tutt'altro segno.
Ecco che la tragedia di Mottarone, da occasione per correggere il tiro, diventa un altro caso emblematico di come le distorsioni del processo mediatico nuocciano all'accertamento della verità, alla giustizia, ai cittadini e alle stesse vittime.
Vediamo per una volta di far sì che quel soggetto terzo di cui tutti si sono dimenticati, il giudice, non diventi per l'opinione pubblica un "morbido lassista del cazzo", come si legge in qualche post su Facebook che meriterebbe anch'esso un'iniziativa onde far comprendere a certe persone che c'è un limite a tutto. Il processo mediatico non è e non deve prevalere sul processo vero.
Qualcuno deve destarsi e prendere provvedimenti perché domani, potrebbe capitare a chiunque di noi di finire nel tritacarne. Noi, naturalmente, speriamo mai.
Perché per lui, come per chiunque altro, sarebbe troppo tardi per invocare garanzie e principi di salvaguardia. Non gli resterebbe che affidarsi al televoto.
Con questi auspici l'Osservatorio Informazione Giudiziaria, ancora una volta, censura le modalità di diffusione e di comunicazione di notizie espressione di un'ottica inquisitoria ormai superata da anni ed auspica che -in ossequio alle direttive europee- il Parlamento possa finalmente intervenire per fissare una volta per tutte delle regole a tutela delle indagini oltre che di coloro che vi sono sottoposti.
dire.it, 31 maggio 2021
Nel carcere bolognese della Dozza "c'è una percezione di complessivo deterioramento delle condizioni al secondo piano del reparto giudiziario", già focolaio della rivolta dello scorso anno e teatro, nelle ultime settimane, di vari episodi di violenza, culminati nella violenza sessuale denunciata da un giovane detenuto poco meno di due settimane fa. A dirlo, intervenendo in una seduta di commissione in Comune, è il Garante comunale dei detenuti, Antonio Ianniello.
Per quanto riguarda i fatti di violenza più recenti, in primis la violenza sessuale dello scorso 14 maggio, Ianniello spiega che "la mattina dopo mi sono recato a colloquio con il detenuto, e la sera stessa ho inviato una nota a tutte le autorità e le istituzioni competenti, anche riguardo ad altri episodi che si sono verificati recentemente al secondo piano del reparto giudiziario".
Sempre lì, ricorda infatti il Garante, nelle scorse settimane "un detenuto ha subito un pestaggio da parte di altri detenuti ed è finito in ospedale", e non mancano i casi di distillazione in cella di alcolici, il cui abuso "porta ad atteggiamenti aggressivi o auto-aggressivi".
Infine, spiega Ianniello, "risultano domande di colloquio pendenti da parte di detenuti di quel piano, che chiedono di incontrarmi, e sarà mia premura dare un riscontro al più presto, anche per capire meglio che clima si respira in quell'ambiente". Per far sì che la situazione migliori, il Garante è convinto che serva "un consolidamento del regime delle "celle aperte" e della sorveglianza dinamica", regime a cui, invece, vengono spesso imputati "in maniera potenzialmente molto fuorviante, gli episodi critici".
Tuttavia, riconosce Ianniello, per far funzionare al meglio questo sistema occorrerebbero "ampliamenti dell'offerta trattamentale e il miglioramento delle condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari, attraverso investimenti in strumentazioni tecnologiche", mentre "per varie ragioni questo processo non ha ancora raggiunto la sua pienezza, anche a Bologna".
Ad esempio, dettaglia il Garante, "a causa del sovraffollamento manca un'adeguata offerta trattamentale, gli spazi detentivi sono inadeguati, e ci sono carenze di organico, specialmente tra gli educatori". Come se non bastasse, non ci sono nemmeno stati "i necessari investimenti nei sistemi di videosorveglianza, che potrebbero agevolare il lavoro degli operatori penitenziari", e sarebbe auspicabile "anche un'intensificazione delle visite in istituto da parte dei magistrati di Sorveglianza, che però soffrono a loro volta di carenze di organico".
Infine, Ianniello ritiene "necessaria un'intensificazione degli interventi multidisciplinari, in particolare nei confronti dei detenuti che manifestano più accentuate problematiche personali": in particolare, conclude, sarebbe opportuno "attivare incontri sull'uso responsabile delle sostanze alcoliche".
di Vito Califano
Il Riformista, 31 maggio 2021
Quello del detenuto 25enne che si è tolto la vita nel carcere di Poggioreale, a Napoli, è il terzo caso dall'inizio del 2021 nelle carceri della Regione Campania. Luca E. era originario Pollena Trocchia, provincia di Napoli. A Poggioreale era arrivato lo scorso 7 marzo. Era passato per i reparti Firenze e Roma, quest'ultimo dedicato ai tossicodipendenti, prima di arrivare il 19 al padiglione Salerno.
Poggioreale ospita (dati di fine 2020) 1.991 reclusi, 286 stranieri, a fronte di 1.571 posti disponibili. È considerato il carcere più sovraffollato, in termini assoluti, d'Europa. In tutti gli Istituti della Campania sono ristrette 6.403 persone a fronte di una capienza di 6.052, con un tasso che oscilla tra il 119 e il 120%. Nel 2020 le persone che si erano tolte la vita nelle carceri campane erano state otto, due a Poggioreale e uno a Secondigliano. I detenuti che invece hanno tentato il suicidio sono stati invece 47, delle quali 33 a Poggioreale.
"Lacerati dall'angoscia e dal senso di colpa, siamo entrati in mattinata nel padiglione Salerno del carcere di Poggioreale, dove Luca E. 25 anni si è suicidato. Era arrivato a marzo a Poggioreale. Era accusato di maltrattamenti in famiglia e lesioni. Domenica scorsa era andato anche a messa ed aveva parlato con un cappellano. Il dolore, come la morte, sono la grande scuola della vita. Lo capiscono anche i politici che pensano al carcere solo come luogo di custodia?", questa la nota diffusa da Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, e Pietro Ioia, Garante dei detenuti di Napoli.
"Quando arrivano le denunce per maltrattamenti occorre subito non trascurare che questi atteggiamenti, come nel caso di Luca, possono essere procurati da disturbi psichici e dalla tossicodipendenza. L'accertamento immediato sulla capacità di intendere e volere è prioritario per evitare il carcere, ma qualora si arrivasse a questa estrema ratio occorre fare di più. Ci vogliono più figure sociali nel carcere per ascoltare, capire, amare, liberare". Il Garante campano Ciambriello ricorda inoltre che: "Dall'inizio dell'anno siamo già a tre suicidi nelle carceri campane (a santa Maria Capua Vetere, Avellino e Poggioreale), più un adolescente in una comunità residenziale in provincia di Caserta. I suicidi in Italia dall'inizio dell'anno sono già 22. Parliamo di uomini che in carcere dovevano ricevere una prestazione rieducativa. Tutti dobbiamo lavorare per far crescere più fili d'erba tra i sassi delle carceri".
Il Dubbio, 31 maggio 2021
Il marito dell'avvocata attivista per i diritti umani ricorda le condizioni di detenzione della donna. "Oggi, 30 maggio, è il compleanno di Nasrin. Questo è il sesto compleanno che trascorre in custodia negli ultimi dieci anni. Uno dei migliori regali che Nasrin ha ricevuto oggi è stata una serie di messaggi vocali dei bambini registrati per lei da un gruppo dei nostri carissimi amici e colleghi di Nasrin presso le Ong. Sentire la loro dolce voce l'ha fatta annegare nella gioia".
Sono le parole di Reza Khandan, marito di Nasrin Sotoudeh, avvocato e difensore dei diritti umani in Iran, in carcere dal 14 giugno 2016 e condannata, nel 2018, a 33 anni di prigione e 148 frustate. L'accusa è di "propaganda sovversiva" per aver difeso alcune donne che avevano sfidato il divieto di non portare l'hijab (il tradizionale velo femminile obbligatorio nella Repubblica sciita) in pubblico. Sotoudeh, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre detta innocente, dicendo di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
La situazione nelle carceri iraniane è disumana: "I prigionieri che hanno problemi fisici e malattie tollerano condizioni più difficili - ha spiegato Khandan. La prigione di Qarchak è un disastro per centinaia di donne prigioniere. La maggior parte delle stanze di Gharchak sono di 10 metri quadrati, compresa la stanza dove Nasrin e altri 40 prigionieri sono imprigionati in un salone chiamato "Counseling Hall 2".
Queste stanze della prigione definite "capanna" hanno 12 posti letto e mancano le finestre. Questa è la struttura progettata dai costruttori di questa prigione. L'orribile odore di questa prigione assomiglia al fetore dei cadaveri".
In un recente post su Facebook Khandan ha descritto ulteriormente la terribile condizione del carcere. "L 'odore delle fognature è talmente forte che sembra di vivere dentro una fogna. Lettere e denunce diverse sulla situazione del carcere di Qarchak sono rimaste finora senza risposta.
I servizi sanitari in carcere sono un'altra triste storia che non può essere descritta. Ho scattato una foto di un bagno con sede in un parcheggio della prigione di cui possono usufruirne soldati, autisti di servizio e avventori, compresi gli avvocati. Questo bagno (wc) è così sporco e distruttivo che non può essere immaginato. Un amico che ha avuto l'esperienza solitaria della prigione di Qarchak ha detto che i bagni solitari di Qarchaka sono molto peggiori di questo - ha scritto suo profilo. Il mese del Ramadan ha dato il pretesto di non concedere il pranzo ai prigionieri. I prigionieri non hanno mezzi per riscaldare il cibo. Il pranzo si mangia a mezzogiorno dalle 10 alle 12 ore dopo la consegna, senza possibilità di riscaldamento (se non è marcio). Naturalmente il cibo carcerario non è mangiabile nemmeno in condizioni normali".
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 31 maggio 2021
Per chi si oppone al dominio del gruppo armato huthi nelle zone dello Yemen sotto il suo controllo, non c'è scampo: attivisti politici, giornalisti, credenti di religioni minoritarie vengono arrestati, condannati e, una volta rilasciati, espulsi o esiliati in altre zone del paese. Un rapporto di Amnesty International racconta le vicende di 12 yemeniti - sette giornalisti, un funzionario civile e quattro fedeli baha'i - rilasciati nell'ottobre 2020 dopo anni di carcere a seguito di un accordo politico con gli huthi negoziato dalle Nazioni Unite e dal Comitato internazionale della Croce Rossa che aveva riguardato 1056 detenuti, quasi tutti ex combattenti.
I resoconti forniti ad Amnesty International dai 12 ex detenuti sono agghiaccianti: pestaggi, scariche elettriche, obbligo di rimanere a lungo in posizioni dolorose, minacce di morte, estenuanti periodi di isolamento, diniego di cure mediche. I baha'i sono stati espulsi dallo Yemen, gli altri sono stati obbligati all'esilio in altre parti del paese controllate dal governo riconosciuto a livello internazionale. Tutti separati dalle loro famiglie. Era già successo mesi prima.
Il 30 luglio 2020, sei baha'i erano stati rilasciati dopo sette anni di carcere, portati direttamente all'aeroporto della capitale San'a e fatti salire a bordo di un aereo delle Nazioni Unite diretto in Etiopia. Non è ancora terminato l'incubo di un gruppo di giornalisti condannati a morte per avere, secondo un tribunale huthi, passato informazioni al nemico (la coalizione guidata dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti che nel marzo 2015 ha avviato una campagna militare contro gli huthi). Potrebbero rientrare anche loro in qualche negoziato per lo scambio di prigionieri.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Michele Farina
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Dopo 27 anni la Francia ha riconosciuto le sue "enormi responsabilità". Il Ruanda applaude. Ferita chiusa? Emmanuel Macron depone una corona di fiori al Memoriale del Genocidio a Kigali il 27 maggio scorso. A sinistra in alto, François Mitterrand con il presidente ruandese Juvénal Habyarimana. Sotto, un soldato con i resti dell'aereo di Habyarimana, abbattuto con due missili la sera del 6 aprile 1994: ancora ignoti gli autori dell'attentato, che fu la scintilla per il genocidio.
Cento giorni per compiere un genocidio, 27 anni per chiedere scusa.
La Francia riconosce le sue "enormi responsabilità" nello sterminio di 800 mila persone (in stragrande maggioranza di etnia tutsi) avvenuto in Ruanda nel 1994. L'ammissione di colpa arriva ora, manco fosse una lettera smarrita per un quarto di secolo nei meandri dell'Eliseo.
Quel messaggio mai scritto l'ha "consegnato" con voce commossa ai ruandesi Emmanuel Macron, giovedì 27 maggio. Con le parole pronunciate a Kigali, davanti al memoriale dove sono sepolti i resti di 250 mila vittime, Macron ha ammesso per la prima volta il ruolo svolto prima e durante lo sterminio, pur affermando che il suo Paese "non fu complice" del genocidio. Ma "volendo fermare un conflitto regionale o una guerra civile", ha detto Macron, Parigi "sostenne di fatto un regime genocida".
Il gesto di Macron è diretta conseguenza del rapporto di 1.200 pagine presentato a fine marzo dalla commissione d'inchiesta da lui voluta. Dopo aver studiato ottomila documenti (rimasti troppo a lungo segreti) fra cui telegrammi, manoscritti, note diplomatiche, gli storici guidati da Vincent Duclert hanno puntato il dito contro la "cecità" dimostrata dalla Francia verso "il regime razzista, corrotto e violento" di Juvénal Habyarimana, il grande protetto di François Mitterrand. Fu l'allora inquilino dell'Eliseo a dare sostegno alla cerchia governativa dell'"Hutu Power" a Kigali.
La missione militare francese supervisionò il potenziamento dell'esercito ruandese, che nell'anno precedente il genocidio passò da 5 mila a 30 mila effettivi, con l'aggiunta di miliziani che di lì a poco avrebbero guidato le stragi dei tutsi con mezzo milione di machete nuovi di zecca. Sostenendo "i razzisti" al potere, Mitterrand pensava di salvaguardare il ruolo della Francia in Africa contro l'espansionismo americano che a suo dire, attraverso il vicino Uganda, appoggiava i ribelli tutsi del Fronte Patriottico guidato da Paul Kagame.
All'epoca dei fatti l'attuale capo dell'Eliseo, che oggi parla con il presidente Kagame in inglese, aveva 16 anni. Perché non ha chiesto chiaramente perdono ai ruandesi? "Solo coloro che hanno attraversato la notte possono forse perdonare - ha detto Macron davanti al memoriale delle vittime che ha nome Kwibuka ("Ricorda"). Io sono qui al vostro fianco oggi, umilmente, per riconoscere l'ampiezza delle nostre responsabilità". Kagame, liberatore e dopo 27 anni ancora padre-padrone del Ruanda, ha definito il discorso di Macron "un atto di grande coraggio", perché "più delle scuse è la verità che conta".
Il disgelo tra i due Paesi sul terreno duro e spaventoso della memoria è un evento significativo, non soltanto per la Francia. Come riconobbe molti anni dopo Kofi Annan, che nel 1994 da New York guidando le forze di peacekeeping dell'Onu non seppe fermare i massacri, "nell'ora del bisogno più grande, il mondo voltò le spalle al Ruanda".
Un fallimento internazionale, certo. Ma è pur vero che gli occhi del "mondo", nell'ex colonia belga nel cuore dell'Africa, nei primi anni Novanta erano soprattutto quelli della Francia. E quando fu abbattuto l'aereo di Habyarimana il 6 aprile 1994 (da chi non si è mai saputo), prima di bruciare gli archivi in giardino e chiudere la sede diplomatica, fu l'ambasciatore di Parigi a seguire da vicino la nascita del governo che stava per scatenare un genocidio a lungo accarezzato. Già alla fine del 1990, il capo della missione di cooperazione militare francese a Kigali, il generale Jean Varret, fece rapporto all'Eliseo dopo i colloqui con il responsabile della polizia, colonnello Rwagafilita, che chiedeva alla Francia più mortai e mitragliatrici. Varret pensava servissero per contrastare i ribelli, ha raccontato il generale poche settimane fa a Le Monde. Ma il colonnello ruandese fu chiaro: "Le armi ci servono per risolvere il problema dei tutsi. Li spazzeremo via tutti dal territorio, non sono molti, sarà una cosa veloce".
Varret fece rapporto. E il suo mandato durò meno del previsto. Il colonnello Rwagafilita azzeccò le previsioni. Tre anni dopo, bastarono 100 giorni per uccidere 800 mila persone nel genocidio più veloce della storia: in gran parte tutsi, ma anche hutu "non allineati" con i piani del governo amico della Francia. Secondo alcune stime, un centinaio di ruandesi implicati nei massacri vivono oggi Oltralpe. Impunemente. Proteggere i carnefici, piccoli o grandi che siano: non è anche questa, 27 anni dopo, una forma di complicità?
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