di Matteo Pucciarelli
La Repubblica, 30 maggio 2021
Il ministro fa tutto da solo e si muove come fosse ancora leader del Movimento. Malumori fra i parlamentari grillini: "La questione morale resti una priorità". Buffagni propone di candidare l'ex sindaco di Lodi nel collegio di Siena lasciato libero da Pier Carlo Padoan.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 30 maggio 2021
Per capire il rapporto causa-effetto dopo la conversione garantista di Luigi Di Maio sul caso Uggetti, il sindaco piddino di Lodi assolto con le pubbliche scuse del ministro della Giustizia per l'atteggiamento assunto da M5s nei suoi confronti, andrà monitorata la trattativa sulla riforma del processo penale. Il centrodestra e il Pd si aspettano ora un ammorbidimento delle posizioni da parte dei pentastellati.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 maggio 2021
Scettici contro ottimisti, dopo la svolta garantista di Luigi Di Maio c'è chi punta su una nuova stagione del Movimento e chi resta cauto. "Se partiamo da questa base, arrivare a una riforma del processo penale che metta al centro tempi certi e garanzie, diventa un obiettivo raggiungibile", si augura Anna Rossomando (Pd).
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 30 maggio 2021
Parla il costituzionalista Stefano Ceccanti: "È una soluzione a doppia chiave: una spetta al Parlamento in dialogo col Csm e la seconda spetta agli uffici giudiziari". Con la consegna alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, della relazione finale redatta dalla Commissione di studi sul processo penale e sulla prescrizione del reato si è aperto il dibattito tra i giuristi e tra i parlamentari su quella che potrebbe essere la giustizia penale.
Sarà adesso la Guardasigilli a valutare le conclusioni alle quali sono giunti Giorgio Lattanzi, presidente della Commissione tecnica e presidente emerito della Corte costituzionale, con gli altri esperti nominati lo scorso 16 marzo. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli. La relazione di 76 pagine porterà alla presentazione da parte della ministra Cartabia degli emendamenti governativi al disegno di legge che mira a rendere più efficiente il processo penale e a definire più velocemente i procedimenti giudiziari prendenti davanti alle Corti di appello.
L'articolo 3 della relazione finale, in materia di indagini preliminari e udienza preliminare, attribuisce al Parlamento un ruolo rilevante. Avrà, infatti, il compito di determinare periodicamente, anche sulla base di una relazione presentata dal Consiglio superiore della magistratura, i criteri generali necessari a garantire efficacia e uniformità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi.
È previsto, inoltre, che, nell'ambito dei criteri generali adottati dal Parlamento, gli uffici giudiziari, previa interlocuzione tra uffici requirenti e giudicanti, "predispongano i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi". Tutto ciò tenuto conto della specifica realtà criminale e territoriale, nonché del numero degli affari e delle risorse disponibili. Dunque, le singole realtà giudiziarie - e le condizioni in cui versano - verranno direttamente connesse alle Camere.
Abbiamo interpellato il costituzionalista Stefano Ceccanti, che è anche deputato del Pd, per conoscere il suo punto di vista rispetto a quanto appena partorito dalla commissione Lattanzi. "Ragionando da costituzionalista - dice al Dubbio Ceccanti - e non tanto da tecnico della materia, la proposta sull'azione penale mi sembra ragionevole in termini di modello. Sono largamente in sintonia con il commento di Vladimiro Zagrebelsky.
È una soluzione a doppia chiave, per così dire. Una spetta al Parlamento in dialogo col Csm, perché in effetti alcuni profili richiamano una responsabilità politica, però esso non può esser l'unico attore, altrimenti tutto ricadrebbe, comunque, anche senza dare prerogative esplicite al Governo su una maggioranza politica pro tempore. La seconda spetta agli uffici giudiziari, che però agiscono dentro un quadro, non sono sovrani. Si tratta quindi di una logica di opportuna corresponsabilità".
Le conclusioni alle quali è giunta la Commissione istituita dalla ministra Cartabia convincono Ceccanti per il modus operandi dal quale sono scaturite proposte dettate da equilibrio. "Una soluzione tutta spostata sulla politica - prosegue - andrebbe in tensione con gli articoli 101 e 104 della Costituzione, ossia con la soggezione del giudice solo alla legge e con l'autonomia della magistratura, mentre una tutta spostata sul giudiziario finirebbe per ratificare non un'autonomia, ma una discrezionalità sovrana che scardinerebbe la logica dell'equilibrio dei poteri".
Il modello proposto dalla commissione Lattanzi è perfettibile, per questo saranno preziose le valutazioni finali che verranno formulate dalla Guardasigilli. A tal riguardo l'onorevole Ceccanti si pone pure degli interrogativi. "Ovviamente - evidenzia - una volta vista la positività del modello ci possono essere problemi nel modello per garantire anche al suo interno, nelle conseguenze pratiche, l'equilibrio promesso. Il primo è che partecipano alla decisione gli uffici requirenti e quelli giudicanti. Possono essere considerati un unico potere, anche a questo fine? Il secondo, più importante, è sui meccanismi di responsabilizzazione. Al momento non mi è chiaro cosa succede se le procure non dovessero attuare gli indirizzi. Cosa succederà? Può essere considerata sufficiente la responsabilità disciplinare da parte del Csm?".
di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
Dopo le scuse del ministro M5S al sindaco Uggetti (Pd) per la "gogna", secondo round su Il Foglio: "Luigi sostenga la consultazione per riformare la giustizia assieme a noi e radicali". La svolta garantista di Luigi Di Maio innesca un duplice effetto politico: da una parte avvia la conta interna tra la vecchia guardia giustizialista grillina e i governisti; dall'altra riaccende gli animi sulla riforma della giustizia. Le scuse (presentate con una lettera a Il Foglio) per la gogna riservata nel 2016 all'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) segnano, insomma, uno spartiacque storico nel M5S, avviando un profondo lifting in vista delle alleanze (con il Pd e non solo) per le Amministrative ormai alle porte. Se la mossa del ministro degli Esteri è piaciuta all'ex premier Conte, sul fronte opposto pesa il silenzio, gelido, degli ortodossi.
Uscendo dal recinto grillino, registrato il mea culpa di Di Maio, sempre tramite le pagine de Il Foglio, Matteo Salvini invita il ministro M5S, come passo conseguente, a procedere con la riforma della giustizia, ma non nella sede parlamentare, come aveva esortato a fare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, bensì sostenendo i referendum sulla giustizia che Lega e Partito Radicale lanceranno la prossima settimana. E Salvini invita pure lo stesso Uggetti a sostenere la stessa consultazione.
Una vera e propria sfida, quella avviata dal leader della Lega, che preoccupa le altre forze della maggioranza, con il segretario del Pd Enrico Letta che - pur tenendo le redini del dialogo - chiede piuttosto di "aiutare" la Guardasigilli Marta Cartabia a portare avanti la mediazione con il Parlamento. "Credo - dice però Salvini - che i tempi siano finalmente maturi per mettere mano a un settore vitale per la nostra democrazia e che non può più andare avanti come se nulla fosse".
Un impegno in sede di commissione Giustizia della Camera dove si sta affrontando la riforma del processo penale? Non proprio, visto l'invito di Salvini: "Propongo a Di Maio di sostenere i referendum che la Lega e il Partito Radicale stanno preparando: mirano prima di tutto a restituire ai magistrati indipendenza". E tra questi c'è quello sulla separazione delle carriere, che però non è nell'agenda della ministra Cartabia, più impegnata semmai con la riforma del Csm.
Dal Nazareno filtra intanto preoccupazione. Perché il segretario Letta, pur dicendo di aver "molto apprezzato" la svolta garantista di Di Maio, rilancia la necessità di sostenere Cartabia a portare avanti la riforma incardinata: "Dobbiamo superare l'attuale sistema di autogoverno della magistratura, che non significa minare l'autonomia delle toghe, ma rafforzarla". E riguardo i roventi rapporti con il Carroccio: "Ho trovato un volto vero in Salvini, tutt'altro che finto - conclude il leader dem -. In politica ci sono molte maschere, è vero. Con lui ho rapporti franchi, sappiamo che rappresentiamo due Italie diverse e contrapposte, ma tutti e due sappiamo che abbiamo una grande responsabilità nella gestione del Recovery".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 30 maggio 2021
I detenuti vaccinati in Campania ad oggi sono 4.848 su una popolazione di 6.570. "Il carcere è una comunità dolente che accomuna agenti, operatori, volontari e ristretti, spesso in grado di insegnare a chi sta fuori senso di sacrificio, responsabilità e speranza di riscatto. È un luogo di comunità nel quale il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti. Se c'è una storia che abbiamo imparato dalla pandemia è che la storia di ciascuno non può prescindere dalla storia di tutti", così Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti che poi snocciola i dati dei detenuti vaccinati in Campania.
I detenuti vaccinati in Campania ad oggi sono 4848 su una popolazione di 6570. Si sono vaccinati anche 33 giovani di Nisida ed Airola e 52 su 54 detenuti del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. E poi 31internati delle Rems di Calvi Risorta e San Nicola Baronia A Poggioreale 1143 detenuti su 2124, a Secondigliano 973 su 1082, al carcere femminile di Pozzuoli 132 detenute su 144. Ed ancora al carcere di Benevento 305 detenuti su 352, ad Avellino 383 su 430, mentre a Salerno 259 su 401e a santa Maria Capua Vetere 799 detenuti su 928.
Il garante Ciambriello così conclude:" Sono grato alle strutture sanitarie per il lavoro che hanno fatto e stanno facendo, anche utilizzando il codice Stp (stranieri temporaneamente presenti) per far vaccinare tantissimi immigrati e tanti detenuti senza documenti, presenti nelle carceri. Le clausure imposte dal Covid-19 hanno alimentato nelle carceri ansie, paure, forme di autolesionismo. Ne esce fuori un mondo molto spesso dimenticato, a volte rimosso, forse considerato marginale, ma che a ben pensarci rappresenta lo specchio dei vizi e delle virtù della nostra società".
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 30 maggio 2021
Sulle mani della vittima tracce di lotta. Detenuto morto a Marassi, interrogati i quattro compagni di cella: "Stavamo dormendo". Sotto analisi la maglia sporca di sangue. Sulle mani di Emanuele P., il detenuto di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina in circostanze misteriose all'interno della sua cella della seconda sezione del carcere di Marassi, sono stati trovati lividi, traumi e ferite. Compatibili, viene evidenziato in una nota interna, "con segni di colluttazione".
Ma non solo. I quattro detenuti che si trovavano nella cella stessa al momento della morte di Emanuele (due erano usciti per andare a lavorare), interrogati a lungo dalla sezione omicidi della squadra mobile non hanno certo collaborato alle indagini. E hanno detto "di non aver visto e sentito nulla venerdì mattina".
Nonostante il corpo dell'uomo sia stato trovato accanto al suo letto a castello a pochi metri di distanza da loro. "Stavamo dormendo", è la loro versione, ribadita ai detective della Questura da tutti e quattro. Atteggiamento omertoso quantomeno sospetto secondo gli investigatori. Visto che, secondo il medico legale, Emanuele P. si è tolto la vita intorno alle nove del mattino e un agente della polizia penitenziaria ha messo a verbale di averlo visto "in vita almeno alle 8.45".
A quell'ora è difficile ipotizzare che tutti stessero dormendo e non abbiano visto o sentito nulla. E ancora. Durante il sopralluogo nella cella, la squadra mobile oltre allo sgabello insanguinato ha trovato la maglietta di Emanuele sporca di sangue e nascosta in fretta e furia in un sacco di biancheria. E altra sostanza ematica sulle lenzuola ma non ne ha rinvenuto invece nessuna traccia sulle braccia o sulle mani della vittima. Insomma, come avrebbe potuto compiere un atto di autolesionismo Emanuele senza sporcarsi di sangue? Si chiedono gli investigatori. Spuntano, dunque, altri elementi dalle carte dell'inchiesta che spostano l'asse degli accertamenti verso l'omicidio allontanando l'ipotesi del suicidio.
L'autopsia sul corpo della vittima (prevista per lunedì mattina e affidata al medico legale Sara Lo Pinto), dovrà stabilire dire se Emanuele P. abbia perso o meno conoscenza dopo il colpo alla testa. Per non lasciare nulla al caso, il sostituto procuratore Giuseppe Longo, di concerto con il procuratore capo Francesco Cozzi, dopo aver aperto un'inchiesta per omicidio volontario, ha firmato un ordine di sequestro della cella dove è avvenuta la tragedia. Questo per permettere nelle prossime ore di svolgere un importante esame di polizia scientifica. E si tratta dell'esame del luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIX una qualificata fonte della polizia scientifica. Questo accertamento insieme all'esame autoptico dovrebbe permettere di chiudere il cerchio. Anche perché il vantaggio negli inquirenti in questo caso sta nel fatto di avere già sia il dna dei quattro detenuti che le loro impronte digitali. Si tratta di una schedatura che viene effettuata su tutti i detenuti. Insomma, nelle prossime ore l'auspicio è quello di capire con certezza cosa sia avvenuto nella cella del carcere di Marassi e se si sia trattato di un omicidio oppure di un suicidio.
Emanuele P., condannato a dieci anni di reclusione per aver compiuto una rapina ai danni di un commerciante in un portone nel centro di Genova, era molto preoccupato per il processo di appello che avrebbe dovuto cominciare nelle prossime settimane. In carcere dopo la condanna di primo grado dall'ottobre del 2019, voleva uscire per vedere le due figlie alle quali era molto legato. Proprio a causa dello stato emotivo di Emanuele, il suo legale Silene Marocco aveva chiesto nelle scorse settimane che il detenuto venisse seguito da uno psicologo.
Erano così cominciati una serie di colloqui che avevano migliorato lo stato di salute psicofisica di Emanuele. "Lo avevo trovato meglio rispetto al passato - ha spiegato al Secolo XIX l'avvocato - tanto che ci eravamo dati appuntamento la mattina della tragedia per incontrarci e preparare l'udienza. Ma quando sono arrivata in carcere mi hanno detto che era successa una disgrazia e il cliente era morto". Emanuele P., già noto alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio, lavorava come artigiano nel campo della compravendita dei metalli.
di Michele Varì
primocanale.it, 30 maggio 2021
Sangue su uno sgabello e su una maglietta, una ferita alla testa. Sono le anomalie di un suicidio per impiccagione avvenuto nel carcere genovese di Marassi che potrebbe nascondere un omicidio volontario. È l'ipotesi di accusa con cui il pubblico ministero della procura di Genova di Giuseppe Longo ha avviato le indagini sulla morte violenta in cella di Emanuele Polizzi, 45 anni.
L'uomo era arrivato a Genova tanti anni fa da Vittoria (Ragusa) per fare l'operaio ai cantieri navali di Sestri Ponente, ma poi era finito in brutti giri: l'ultimo di una lunga serie di arresti a fine 2019 per una rapina a sprangate al titolare di una sala giochi che stava rientrando a casa, a San Teodoro, con l'incasso. Un'aggressione commessa insieme un complice albanese poi sparito dall'Italia.
Polizzi è stato incastrato dalle impronte nel portone dell'aggressione e dalle telecamere che hanno filmato il suo furgone ed è stato condannato a 10 anni: lui non si aspettava una pena così pesante, per questo era depresso e il suo avvocato Silene Marocco aveva chiesto e ottenuto che fosse tenuto d'occhio da uno psicologo.
Per il dirigente della squadra mobile Stefano Signoretti non si può escludere che possa essersi ucciso, ma quelle due macchie di sangue e la ferita alla testa avvallano l'ipotesi dell'omicidio. Perché la morte per impiccagione non lascia ferite o tracce di sangue. Sott'accusa potrebbero finire i due detenuti, due italiani, che lo hanno trovato senza vita nell'antibagno della cella. La soluzione del giallo lunedì pomeriggio con l'esito dell'autopsia che svelerà se Polizzi è morto perché si è impiccato o se invece è stato ucciso.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 maggio 2021
Intervista a Cesare Mirabelli, giurista e presidente emerito della Corte costituzionale, che non condivide la parte della proposta sul processo penale elaborata dalla commissione Lattanzi in cui si ipotizza, per il giudizio di secondo grado, una sorta di vaglio preliminare di ammissibilità dei motivi.
Per Cesare Mirabelli, giurista e presidente emerito della Corte costituzionale, "l'appello è una garanzia forte per l'imputato": non condivide dunque la parte della proposta sul processo penale elaborata dalla commissione guidata da Giorgio Lattanzi in cui si ipotizza, per il giudizio di secondo grado, una sorta di vaglio preliminare di ammissibilità dei motivi.
Presidente, che giudizio dà complessivamente della proposta di riforma?
Positivo, si coglie l'idea di semplificazione e di ricerca di maggiore efficienza. Vedremo poi l'implementazione di queste indicazioni.
Quindi non condivide il pensiero di Nordio per cui la riforma sarebbe troppo timida, in quanto non tocca nodi centrali come la separazione delle carriere?
Ogni riforma può essere più incisiva. Ci sono aspetti di forte carattere politico e altri più tecnici. Ho l'impressione che la commissione si sia mossa più su questo secondo versante.
In un altro punto della relazione si ipotizza di modificare la regola di giudizio per la richiesta di archiviazione, prevedendo che il pm chieda l'archiviazione quando gli elementi acquisiti nelle indagini non sono tali da determinare la condanna...
In generale la fase delle indagini è quella clamorosamente presente nell'attenzione dell'opinione pubblica: quanti conoscono i nomi dei giudici che emettono le sentenze e quanti invece quelli dei pm che avviano l'iniziativa penale? In merito alla sua domanda, sono d'accordo con la proposta perché occorre una deflazione processuale, evitando di intasare il sistema con azioni penali non sostenute da elementi che ci si attende possano ragionevolmente portare ad una condanna.
Torna anche il tema dell'obbligatorietà dell'azione penale: "Le valutazioni di politica criminale non possono che essere affidate al Parlamento, si prevede che sia tale organo a stabilire, periodicamente (al legislatore delegato l'onere di indicare il periodo), i criteri generali necessari a garantire efficacia e uniformità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi, facendo riferimento anche ad un'apposita relazione del Csm"...
L'obbligatorietà dell'azione penale apre in realtà ad un largo margine di discrezionalità nella selezione o nell'impegno nelle indagini da effettuare. Non può divenire lo strumento che giustifica non già l'obbligo di indagini per verificare la notizia di reato, bensì la ricerca a scandaglio di possibili reati, che è prassi purtroppo diffusa. Questo è un elemento distorsivo. Venendo al merito della proposta, rilevo anzitutto che non può essere il Csm, le cui funzioni sono quelle stabilite dalla Costituzione, a decidere i criteri per l'esercizio dell'azione penale. Deve essere solo il Parlamento, attraverso una legge che determini i criteri generali e uniformi in maniera permanente, e non con un atto di indirizzo alla giurisdizione, che potrebbe essere improprio. Sui criteri: va evitata una sorta di depenalizzazione implicita, che di fatto escluda o sospenda la punibilità di alcuni tipi di reato. Non ci può essere la rinuncia dello Stato a perseguire condotte che ha qualificato come reato. Sarebbe piuttosto opportuna una depenalizzazione sostanziale. Non ci può essere neanche una diversità di criteri per i diversi territori. Di fatto alcuni reati verrebbero perseguiti o meno a seconda del luogo dove sono stati commessi e sarebbe leso il principio di eguaglianza. I criteri potrebbero riguardare l'ordine di trattazione dei processi, trascurando sin dalla fase iniziale quelli che prevedibilmente si concluderebbero con una pronuncia di prescrizione.
Un altro nodo intricato riguarda la riforma dell'appello: si va verso una profonda e organica riforma del sistema delle impugnazioni...
L'appello in generale è una garanzia. Io sono d'accordo sul fatto che si possa prevedere una limitazione all'impugnazione del pm qualora la sua domanda di punizione sia stata pur parzialmente accolta. Un appello solo per rideterminare la pena al rialzo o per contestare la derubricazione del reato mi sembrerebbe fuori luogo. Il nodo però riguarda l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Se si considera che vi possa essere condanna solo quando la colpevolezza dell'imputato è provata "al di là di ogni ragionevole dubbio", si dovrebbe ritenere che, se il giudice di primo grado ha assolto, quantomeno c'è un dubbio ragionevole sulla responsabilità dell'imputato. Tuttavia l'esperienza concreta ci mostra che diverse volte si arriva alla condanna in virtù di un ribaltamento del giudizio in appello, o addirittura dopo la decisione della Cassazione. Sarebbe opportuno avere una analisi dei dati: conoscere il numero delle impugnazioni dei pm nei confronti di sentenze di assoluzione e il numero di quelle che hanno trovato soddisfazione in appello. Non è un elemento decisivo ma può far capire quanto occorra una autovalutazione da parte dei pm per impugnare solamente quando vi siano le esigenze che portino ad un giudizio diverso. Direi che in generale occorra una riflessione più approfondita per determinare i motivi di appello per il pm. Mi chiedo se possa essere equilibrata una soluzione che limiti, con una operazione chirurgica, i motivi per i quali il pm può proporre appello.
Condivide i timori dei penalisti secondo cui la direzione è quella di introdurre anche per il giudizio di secondo grado un principio di inammissibilità preventivamente valutato dal giudice di appello?
Sarei favorevole a mantenere un'ampia possibilità di appello per la difesa. L'appello è una garanzia forte per l'imputato. Basti pensare a quante sentenze di condanna vengono poi ribaltate in appello. Poi, per quanto riguarda l'equilibrio tra le parti nel processo, occorre avere una visione complessiva e tener presente che esiste uno squilibrio tra la possenza dell'accusa per i mezzi dei quali dispone e la difesa, che spesso non ne ha proprio.
Diciamo che la limitazione di appellabilità per il pm è stata controbilanciata, nella proposta Lattanzi, dai mezzi più limitati di cui gode la difesa...
Con il rischio però che rendiamo la soluzione congegnata non adeguata né per il pm né per la difesa.
Uno degli aspetti più importanti riguarda la prescrizione. Secondo fra le due proposte - "recupero ponderato" della legge Orlando o interruzione del decorso della prescrizione del reato dopo l'esercizio dell'azione penale, con estinzione del processo in caso di durata eccessiva di una sua singola fase - qual è più fattibile?
La prescrizione è una regola di civiltà. Non si può rimanere imputato a vita, e una pena inflitta dopo moltissimi anni non avrebbe la finalità rieducativa che la Costituzione prevede. E poi non dimentichiamo che per alcuni reati di particolare gravità i tempi per arrivare alla prescrizione sono lunghissimi. A me pare che sia più lineare la prima proposta, mentre la seconda trasferisce sul piano processuale quello è che l'effetto sostanziale della prescrizione.
L'ex ministro Bonafede sembra non voler cedere sulla prescrizione. L'attuale guardasigilli, in questo clima politico, riuscirà ad abbattere le ritrosie Credo che debba prevalere la complessiva ragionevolezza e occorra abbandonare posizioni "non negoziabili". Bisogna innanzitutto valutare cosa risponda meglio ai principi costituzionali e poi cosa garantisce una efficacia del processo di cui abbiamo necessità ed urgenza. Mi pare quindi che la soluzione prospettata dalla commissione sia equilibrata e ragionevole.
Si torna a parlare di valutazione professionale dei magistrati: il sistema andrebbe riformato?
In tutte le amministrazioni le valutazioni di professionalità sono assai scarse; esiste un vizio diffuso. Si potrebbe avere nel settore giustizia una migliore valutazione che tenga conto di dati sintomatici quantitativi e qualitativi. I primi potrebbero riguardare la laboriosità ponderata in base al peso dei procedimenti che si seguono; i secondi potrebbero essere espressi in parte da quante decisioni sono riformate in ulteriori gradi di giudizio o da quante iniziative penali sono smentite in giudizio.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 maggio 2021
Netto no del ministro degli Esteri a Salvini: "Non firmeremo i suoi referendum". I grillini sulla prescrizione sono pronti a discutere. Ma "dobbiamo garantire la certezza della pena". "Di Maio? Ma noi, sulle riforme della giustizia, abbiamo già detto a Marta Cartabia, con ben 48 ore di anticipo rispetto alla sua uscita, che il M5S non avrà alcun problema a sottoscrivere norme che rispettino pienamente la Costituzione. Detto questo, detto tutto".
- Busto Arsizio. Venti detenuti positivi al virus
- Napoli. Poggioreale, detenuto 30enne si impicca in cella con un cappio di stracci
- Egitto. Zaki dal carcere scrive a Liliana Segre: "Le darò la lettera di persona"
- Medio Oriente. Le paternità dietro le sbarre nelle immagini di Antonio Faccilongo
- Algeria. Campagna elettorale di protesta e repressione











