casertanews.it, 29 maggio 2021
I colloqui vengono permessi solamente con la separazione da un plexiglass o in videochiamata. "È un qualcosa di inumano". Il Garante dei detenuti Samuele Ciambriello, scrive al Provveditore regionale del ministero della giustizia: "Uniformare le linee guida per i colloqui in tutte le carceri campane". L'altra sera e per tutta la mattinata di martedì scorso (25 maggio), i detenuti del carcere di Aversa hanno ripetutamente battuto sulle sbarre pentole e altri oggetti per protestare contro la limitazione dei colloqui con i familiari in tempi di Covid. "La battitura" ha creato allarme e attenzione anche all'esterno del carcere, perché il rumore arrivava fin nelle case circostanti la casa di reclusione.
I detenuti protestano perché attualmente sono impediti gli abbracci tra familiari. I colloqui in presenza vengono fatti separando familiari e detenuti con un vetro di plexiglass. Per chi, invece, non può fare il colloquio in presenza, è consentita la videochiamata. Nel carcere di Aversa vi sono attualmente 162 detenuti, di cui solo 10 non sono vaccinati.
L'istituto penitenziario di Aversa è anche una "casa-lavoro" per più di 42 detenuti. Un istituto normativo nato negli anni 30, che oggi dovrebbe essere largamente superato. Infatti consente che chi ha finito di scontare una pena e viene ritenuto ancora "socialmente pericoloso" può essere internato nella casa di lavoro per altri due anni. Di solito capita agli ex detenuti, internati nelle cosiddette R.E.M.S (Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza) che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Attualmente vi sono 325 persone in tutta Italia nelle "case lavoro".
La protesta, che è finita nella tarda mattinata, grazie anche alla mediazione della direttrice Stella Scialpi, era indirizzata verso la magistratura di sorveglianza. I detenuti chiedono anche permessi di uscita all'esterno, così come avviene negli altri istituti di pena, considerato anche che ad Aversa transitano detenuti che sono ormai a fine pena o che scontano piccole condanne. Ma il magistrato di sorveglianza ha fatto sapere, attraverso una missiva indirizzata anche ai detenuti, che finché non sono tutti vaccinati o fino a quando non c'è una normalizzazione all'esterno del carcere, le disposizioni per i colloqui restano sempre le stesse.
Intanto la direzione del carcere sta organizzano la possibilità di fare dei colloqui all'aperto negli ampi spazi del carcere nei giardini, senza il plexiglass. Sta predisponendo un'area attrezzata dedicata proprio ai colloqui, ma ci vuole ancora del tempo per renderla operativa. Intanto il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha scritto al Provveditore Campano per l'Amministrazione Penitenziaria, chiedendo che dal primo giugno ci sia una uniformità nelle linee guida per il numero dei familiari che i detenuti possono incontrare sia per le modalità in presenza che videochiamata.
"Se non c'è uniformità si creano disagi, perché attualmente ad Aversa - spiega Ciambriello - la direttrice ha consentito che chi non può fare colloqui in presenza farà i colloqui in videochiamata. A Poggioreale, per esempio, ciò non è consentito. Anche per questo ho scritto al provveditore regionale delle carceri perché detti linee guida uniformi per tutte le carceri della Campania. Questo può evitare ulteriori tensioni nelle carceri". "La protesta, è rientrata - dice un familiare all'esterno del carcere di Aversa, mentre esce dall'istituto di pena - ma la tensione resta. Speriamo che tutto si possa tranquillizzare".
"Sono contento di apprendere che la mediazione della Direzione del carcere - dice Samuele Ciambriello, Garante regionale dei detenuti - sta portando a creare anche situazioni tali che consentano di fare i colloqui all'aperto con una distanza fisica tale da rendere sicuri gli incontri. E poi sono ulteriormente contento che ad una quindicina di detenuti si darà la possibilità di reinserimento sociale perché è stata sottoscritta una convenzione tra il carcere, l'ufficio del garante e il Comune di Aversa per utilizzare all'esterno questi detenuti. È una possibilità concreta di reinserimento sociale. Non solo ma ci sarà la possibilità di utilizzare anche altre borse lavoro, di cui 7 messe disposizione da questo Ufficio, che consentiranno ad altri detenuti di utilizzare il diritto al lavoro per reinserimento sociale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 maggio 2021
I servizi sociali non intendono più farsi carico dei costi per il suo mantenimento. Rimane quindi senza residenza, né i suoi parenti possono occuparsi di lui. Parliamo di un uomo che rischia di trovarsi in strada dal primo giugno, senza un alloggio, dopo alcuni anni passati prima in una sezione psichiatrica carceraria e poi in una comunità terapeutica, nel Forlivese. La vicenda, resa pubblica dall'agenzia Ansa, riguarda un 40enne finito nei guai con la giustizia per reati commessi da tossicodipendente e che, durante la carcerazione, iniziò a manifestare problemi psichiatrici per cui venne trasferito nel reparto Salute mentale del carcere di Reggio Emilia.
Ora il suo difensore, l'avvocata Nicoletta Garibaldo del foro di Bologna, sta tentando di trovare una soluzione, ma il tempo a disposizione è breve e si rischia di vanificare un percorso di recupero che aveva dato buoni risultati. Quali? I magistrati di Sorveglianza chiamati a valutare la sua situazione ne disposero il collocamento in una comunità psichiatrica, in affidamento terapeutico. Parliamo del settembre del 2019, nel frattempo la pena si è estinta, anche per l'esito positivo dell'affidamento, valutato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna.
A questo punto, rimane il discorso del dopo. Fino a quando la persona resta sottoposta alla misura, il pagamento della retta della comunità, in base alla normativa successiva all'abrogazione degli Opg, dovrebbe essere in carico ai servizi di ultima residenza, per il 40enne il Sert di Castelvetrano (Trapani). Teoricamente il percorso punterebbe a una gradualità, cioè prima il passaggio in una struttura più aperta e poi in un "gruppo appartamento", per dare autonomia al paziente. Ma per il 40enne, riferisce l'avvocata Garibaldo, i servizi si sono rifiutati di continuare a sostenere il pagamento e dopo alcuni mesi hanno comunicato alla comunità, con 10 giorni di preavviso, che dal 31 maggio non salderanno più.
Un dramma. L'uomo ha due fratelli e una madre, che però non hanno la possibilità di farsi carico di un paziente psichiatrico. E così, sottolinea l'avvocata, è "concreta la possibilità di trovarsi in strada, vanificando gli anni di terapia svolti e l'investimento finanziario dello Stato e del Servizio sociale, e a questo si aggiunge il rischio di ricadute. E non stiamo parlando di una persona con patologie irreversibili, ma recuperabile con i corretti supporti".
L'avvocata ora proverà a rivolgersi, come ultima spiaggia, ai servizi sociali di Forlì e al dipartimento di Salute mentale, sperando in un intervento. Eppure la legge parla chiaro. L'inserimento in strutture riabilitative a gestione diretta dell'Azienda Ulss o indiretta, prevede la ripartizione della retta in una quota sanitaria a carico dell'Azienda Ulss ed in una quota sociale a carico dell'utente. Nel caso in cui i redditi dell'utente non siano sufficienti a coprire l'intero importo della quota sociale, il Comune di residenza integra la quota sociale totalmente o parzialmente.
In sede di Unità Valutativa Multidimensionale Distrettuale, insieme al progetto di inserimento, viene definita la ripartizione della retta giornaliera delle strutture socio-sanitarie, stabilita dalla normativa sui Livelli Essenziali di Assistenza, divisa tra quota sanitaria e quota sociale. È decisiva l'importanza di non interrompere: solo così si potrà accompagnare l'ospite a un processo graduale di cambiamento, nel quale si attraversano diverse fasi. Interrompere il percorso vuol dire rendere vano il recupero psichico, fisico e relazionale. Solo proseguendo, si prefigge l'obiettivo di un reinserimento efficace e duraturo.
di Federico Zappino
Il Manifesto, 29 maggio 2021
Il ddl Zan non menziona gli specifici rapporti etero-patriarcali di forza da cui dipendono le discriminazioni e le violenze di genere e sessuali. Nonostante sia comune riferirsi al disegno di legge Zan come a una legge contro l'omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia, è bene precisare che di tutta questa panoplia di fobie il testo non parla. Il dettato di legge (sulla scia della legislazione genericamente antidiscriminatoria di matrice neoliberista) si limita infatti a introdurre generiche misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità. L'unico articolo in cui compaiono le fobie (ma di misoginia non c'è traccia) non concerne integrazioni al codice penale, bensì l'istituzione di una Giornata nazionale, il 17 maggio.
È quasi assurdo se si considera la quantità di corifei schierati dalle destre contro la legge, ma il ddl Zan non punisce le discriminazioni e le violenze subite dalle minoranze di genere e sessuali, bensì qualunque discriminazione e violenza, come se qualunque sesso, genere o orientamento sessuale ne fosse soggetto.
Il ddl, in altre parole, non menziona gli specifici rapporti etero-patriarcali di forza da cui dipendono le discriminazioni e le violenze di genere e sessuali. Se l'avesse fatto, avrebbe dovuto indicare che a subire discriminazioni e violenze fondate sul sesso, sul genere e sull'orientamento sessuale sono solo le donne, le persone trans, bisessuali, intersex, le lesbiche, i gay. Non gli uomini cisgenere eterosessuali, che invece sono quasi sempre gli autori delle violenze contro tutti quei gruppi. Con questa legge, invece, anche loro potrebbero lamentare discriminazioni o violenze subite in quanto uomini etero.
Come mai una legge che si propone di combattere discriminazioni e violenze specifiche, alla fine dei conti produce un testo così ambiguo affidando ampi margini di manovra alla discrezionalità delle corti? E come mai anziché segnalare compatte, e far correggere, i pericoli di questa mistificazione dei rapporti di forza, le minoranze si lacerano al loro interno, drogando il dibattito a volte con menzogne e calunnie? Perché se è vero che tagliare corto sul fatto che la legge non riconosca i rapporti di forza di genere e sessuali, e accontentarsi di ciò che viene, è un ingenuo servizio reso agli oppressori, è vero anche che paventare la minaccia di un'imminente legittimazione della gestazione per altri serve solo ad allargare il fossato tra gay e femministe; che mobilitare il pensiero della differenza sessuale per sollevare criticità sul gender, serve solo a negare il fatto che le vite trans subiscono ogni giorno discriminazioni e violenze; e che fare scempio del "femminismo radicale" per propugnare concezioni essenzialiste e reazionarie - sorrette da dubbie complicità con le destre estreme - serve solo a inquinare la storia e ad alimentare (inconsapevolmente?) inedite forme di antifemminismo.
Questo "dibattito" segnala forse il fallimento dei migliori propositi di alleanza fra tutte quelle minoranze politiche che l'occasione di una legge perfettibile avrebbe potuto rinsaldare ai fini di una visione comune, specialmente nel momento in cui il tasso di violenza di genere e sessuale non è mai stato così elevato come nell'anno della pandemia - e questo è solo uno dei motivi per i quali il ddl avrebbe anche dovuto prevedere massicci investimenti per i centri antiviolenza, per le case protette, e per chiedersi perché le minoranze di genere e sessuali ingrossino le file delle povertà estreme.
Ma tutto ciò testimonia anche cosa resta del dibattito una volta che viene sussunto dai social network e dalle sue dinamiche relazionali, che al termine di un anno di pandemia - e specialmente per le minoranze escluse dalla società - hanno finito per affermarsi quali infelicissimi surrogati di una socialità lancinata e di spazi di elaborazione politica forse volti al termine. Ma è proprio in questa infausta circostanza che potremmo chiederci con più forza: chi trae il maggiore godimento dalle gogne sui social tra le minoranze? Sono gli stessi che dalla loro oppressione derivano la totalità dei benefici e dei privilegi. E sanno, da tempo, che affinché l'oppressione possa continuare indisturbata è necessario che i gruppi oppressi non si uniscano fra loro.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 29 maggio 2021
La cooperazione italiana nasce negli anni 60 all'interno di clima culturale di grande effervescenza e rinnovamento. Si viveva con un grande entusiasmo, una grossissima gioia, sicuramente sproporzionata, molto naive. "Pensavamo - racconta Gino Filippini in Uomo per gli altri (Gabrielli editore) - di andare a risolvere i problemi del Terzo Mondo e della fame, sull'ondata della generosità di chi dal Nord dava aiuti e andava con soldi, tecniche, fede.
Questo clima di grande entusiasmo era reale e ha portato quei primi anni a una certa dimensione di protagonismo, di trionfalismo che era propria di quel tempo. Un'epoca che poi si è rannuvolata. Il che ha fatto spazio ad un'altra fase, non solo del volontariato, ma più generale, che era quella della messa in discussione di tutto".
In estrema sintesi l'idea iniziale era: siamo noi che sappiamo, conosciamo, abbiamo i mezzi, abbiamo tutto, andiamo là e facciamo lo sviluppo. Negli anni 70, c'era stato un completo ribaltamento: "... adesso non bisogna più andare giù! Perché il problema è qui". Come il problema è qui? "Eh sì, perché il problema lo si osserva là nelle sue manifestazioni, sottosviluppo povertà ecc., ma le radici del problema non stanno là, stanno qui, per cui bisogna lavorare sulle radici e non sugli effetti. Quindi è inutile andar giù, bisogna impegnarsi qui!".
Si riteneva che la povertà del Terzo Mondo fosse sostanzialmente causata dal fatto che i rapporti internazionali fra i popoli sono costituiti da relazioni di dipendenza. Inoltre, molti progetti non facevano che reiterare modelli di sviluppo capitalistico, con l'impiego di tecnologie non adeguate alle realtà locali: non appropriate, non intermedie, non sostenibili. La cooperazione poi era non cooperativa, ogni ente andava per sé, così succedeva che in una zona c'era due tre organismi impegnati a fare pozzi e in un'altra non c'era nessuno. Si arriva alla costruzione dei progetti, dove da una scrivania di una città del nord si stabiliscono durata, obiettivi e metodologia di lavoro: il sapere è tutto in occidente.
Con gli anni è sempre più cresciuto il contributo delle comunità locali. Con un numero crescente di domande utili a determinare il progetto: chi è il proprietario del progetto di sviluppo? La comunità locale? Il donatore? Metà e metà? Ma poi esiste una comunità locale? Dove inizia e dove finisce? Chi la rappresenta? Come la rappresenta? Quando inizia la partecipazione della comunità locale? All'inizio, alla fine, mai?
È nato, così, un vero e proprio settore di cooperazione dove vi è la compresenza di piccoli gruppi che sostengono piccoli progetti a fianco di organizzazioni che hanno un budget annuale di alcuni miliardi di dollari. Ma anche le tipologie di chi fa cooperazione sono cambiate: le multinazionali fanno cooperazione, i governi fanno cooperazione, le chiese, i sindacati e persino i partiti fanno cooperazione.
Quindi qual è la differenza tra queste cooperazioni? Che differenza c'è se una strada (o un ambulatorio) vengono fatti dalla Fondazione Bill e Melinda Gates rispetto a Mani Tese o Amani? Dov'è che il volontariato si distingue?
Oggi siamo nell'epoca dei progetti con monitoraggio e valutazione dei risultati. In due/tre anni devi risolvere un problema e dimostrare che è stato decisivo l'apporto del progetto attraverso una valutazione indipendente. I progetti vanno, tuttavia, "guadagnati" devi vincere la gara con decine di concorrenti, questo ha fatto sì che tutti gli enti di cooperazione e volontariato abbiano assunto figure dedicate alla sola scrittura dei progetti (e introiettato logiche sempre più aziendali). In genere in tre anni si risolve poco, a volte le situazioni addirittura peggiorano, non per via del progetto, ma per i processi economici, sociali e politici del Paese. Ad esempio se lavori per il risanamento urbano e cerchi di dare casa ai baraccati ti accorgerai che nonostante i tuoi sforzi il numero dei baraccati dopo tre anni di lavoro è aumentato perché è cresciuta la pressione migratoria dalle campagne e perché la condizione di chi stava un po' meglio nel frattempo è peggiorata. È necessario fare un altro progetto, ma perché se finanziato deve essere innovativo. Il problema non risolto non può essere riproposto perché "vecchio" e con poco appeal.
C'è poi la contraddizione dei Paesi donatori che con una mano prendono e con l'altra danno attraverso i progetti. Con una mano vai in Congo e ti riempi le "tasche" di coltan, diamanti, oro, tantalio, terre rare e con l'altra (più timida) metti su un dispensario, distribuisci aiuti alimentari e paghi i Caschi Blu. Più in generale agisci attivamente sulla generazione del riscaldamento globale e poi pianti alberi per fermare la desertificazione.
In tutti questi fattori si è ridotto il pensiero autonomo degli organismi internazionali piegati nella ricerca fondi e fagocitati nel dibattito politico solo in riferimento al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. Ma la cooperazione è molto di più, non è un progetto e nemmeno un processo di cambiamento, è il sogno di cambiare il mondo (senza prendere il potere), è la creazione di legami di lungo periodo che in qualche modo esprimono la negazione stessa del progetto che per definizione è a termine. Una follia, come provare a spezzare il Sars-Cov-2 a mani nude. Precipitare, buttarsi verso il fondo della Storia per essere parte di una catena vitale che trasforma il dolore in bellezza e trasformando si trasforma.
Ristretti Orizzonti, 29 maggio 2021
Un restyling svolto da alcuni ospiti dell'istituto, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera e numerosi partner. Riparte lo sport, anche in carcere. Sarà inaugurata lunedì 7 giugno, alle ore 14.30, la nuova palestra allestita nell'istituto penitenziario di Opera. Il restyling della Sala attrezzi è stato realizzato, con la disponibilità dell'area tecnica della Casa di Reclusione e dei responsabili della palestra, durante i mesi della pandemia.
I lavori sono stati svolti da alcuni ospiti della casa di reclusione, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera, il gruppo Scout "Talenti all'Opera" e numerosi donatori, tra cui l'Università Bocconi, Leone 1947, la Ditta Liuni, Daw Italia, Progetto Legno, Grifal, F.lli Brumana, la società sportiva di Inveruno SOI.
Ora la palestra dispone di nuovi vogatori, nuove panche, butterflies, scottbench, bike da spinning e da technogym e tanti altri macchinari d'avanguardia per i cultori del fitness.
"Un dono di tale entità non arriva tutti i giorni - ha commentato la Presidente dell'Associazione INOpera, Giovanna Musco - e solo il lavoro di squadra ha fatto sì che tutto ciò fosse possibile. In un periodo così complesso non era certo scontato che questa operazione si potesse realizzare".
L'iniziativa è nata su segnalazione di alcune persone detenute che erano a conoscenza che l'Università Bocconi stava rinnovando la palestra degli studenti ed era disposta a donare all'istituto di Opera gli attrezzi, tutti in ottimo stato. Poi, complice il lockdown, il progetto si era arenato.
A partire da gennaio 2021, l'Associazione InOpera, insieme agli Scout, coordinati dal responsabile Capo Scout Matteo Borsari, si è attivata riuscendo non solo a risistemare i vecchi attrezzi ma anche a verniciare e pavimentare la palestra. Grazie all'apporto della Ditta Liuni è stato possibile pavimentare la "palestra zona cardio", Daw Italia ha fornito la vernice azzurra per riverniciare le pareti della palestra, Grifal ha rinnovato tutte le imbottiture per le attrezzature esistenti, F.lli Brumana ha completato le bacheche in legno realizzate dagli ospiti della casa di reclusione con la fornitura di pannelli in plexiglass.
Per completare quest'opera di "restyling", è stato possibile acquistare dei nuovi specchi e, grazie al supporto logistico della ditta Progetto Legno, inserire una struttura in legno nella quale riporre il cambio e altri oggetti, oltre a delle nuove reti da calcetto. Il mitico brand Leone 1947 ha regalato 5 nuovi, bellissimi sacchi da boxe, insieme a numerosi guanti da boxe, paradenti, fasce, scarpette, e corde e infine la società Sportiva Oratoriana Inverunese (SOI) ha donato ulteriori attrezzature sportive.
"L'operazione restyling della palestra è stata l'occasione per apprezzare la generosità e la sensibilità di tante persone verso il mondo della reclusione - hanno concluso la Presidente Musco e il Capo-Scout Borsari. Tutti i comparti organizzativi hanno funzionato al meglio, nonostante i pesanti limiti imposti dall'emergenza Coronavirus. Un grazie particolare va ai detenuti che, con il loro lavoro volontario, la loro cura ed il loro entusiasmo hanno contribuito alla realizzazione di questa bella realtà. Sono tutte virtù preziosissime e mai scontate, soprattutto in un periodo così complesso come quello che stiamo vivendo".
di Henry John Woodcock
Corriere del Mezzogiorno, 28 maggio 2021
L'11 maggio 2021 sono state depositate le motivazioni dell'ordinanza n. 97/2021 con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata sull'annosa questione della legittimità costituzionale del così detto "ergastolo ostativo", nozione coniata dalla dottrina (cui peraltro il Legislatore non fa mai testuale riferimento) per indicare la disciplina dettata dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, elaborata nei primi anni 90 nel contesto di quella "legislazione di emergenza" - che rappresentò la risposta dell'ordinamento alle stragi di mafia e, prima ancora, del terrorismo che avevano insanguinato il paese. Si tratta di una normativa che prevede una serie di limitazioni alla concessione di benefici per i detenuti condannati all'ergastolo per delitti commessi con metodo o finalità mafiose.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
Firmato un Protocollo d'intesa tra il Garante privacy e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Garante privacy e Garante dei diritti delle persone private della libertà personale potranno attivare ispezioni e istruttorie congiunte, avviare indagini conoscitive, scambiare informazioni su possibili violazioni di pertinenza dell'altra Autorità. Ma anche supportare progetti formativi comuni per condividere esperienze e migliorare specifiche competenze nel settore. È quanto prevede il Protocollo d'intesa sulla tutela di soggetti privati della libertà personale firmato dai Presidenti Pasquale Stanzione e Mauro Palma.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 28 maggio 2021
Sono persone di grande esperienza e con idee moderne. Le prime proposte di riforma della Giustizia della commissione presieduta da Lattanzi sono molto sagge e realistiche. È il metodo giusto, intanto, per affrontare il nodo della durata eccessiva dei processi.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 maggio 2021
Il tribunale civile di Roma aveva dichiarato ineleggibili il presidente del Cnf Andrea Mascherin e sette consiglieri. Ora sono stati reintegrati per ragioni procedurali, in attesa di una sentenza. Si apre lo scontro nella categoria. La crisi della giustizia non riguarda solo la magistratura, ma passa anche attraverso i vertici dell'avvocatura.
Anche in questo caso è una questione legata ai ruoli, anche se per gli avvocati lo scontro si sta svolgendo alla luce del sole e davanti al giudice civile.
Il caso trae origine dal limite dei due mandati previsto per legge come vincolo di eleggibilità negli organismi rappresentativi ed è deflagrato all'interno del Consiglio nazionale forense, l'organo istituzionale che rappresenta i 250mila avvocati italiani al ministero della Giustizia e che dunque siede a tutti i tavoli delle riforme, oltre che giudice d'appello nei procedimenti disciplinari dei legali. Dopo più di un anno di sospensione imposto prima da un provvedimento d'urgenza e poi da una sentenza di merito del tribunale civile di Roma, infatti, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e altri sette componenti del consiglio, tutti al terzo mandato, sono rientrati nell'organo. Il reintegro è stato possibile non per il ribaltamento nel merito della sentenza di primo grado, ma per ragioni procedurali. Su ricorso dei consiglieri, infatti, la Corte d'appello ha dichiarato che la sentenza di primo grado non è immediatamente esecutiva perché la pronuncia riguarda uno status, dunque è necessario aspettare che la decisione passi in giudicato.
Per questo, Mascherin e gli altri plurimandatari (uno solo dei nove si è dimesso alcuni mesi fa) hanno ripreso i loro posti: uno al vertice del Cnf, dopo che per un anno le sue funzioni erano state svolte dalla vicepresidente Maria Masi, gli altri nei rispettivi ruoli nell'ufficio di presidenza e nelle commissioni interne. Il 26 maggio, inoltre, Mascherin in qualità di presidente reinsediato ha portato i saluti istituzionali a un convegno in materia di deontologia forense promosso dall'ordine degli avvocati di Catanzaro. Segno evidente della sua volontà di riprendere la sua presidenza da dove la aveva interrotta un anno fa, a cui avrebbe fatto seguito anche una mail a tutti i consiglieri del Cnf e ai consigli degli ordini.
Le proteste - La decisione di Mascherin e degli altri consiglieri di reinsediarsi ha suscitato immediate proteste tra gli avvocati, che si sono scatenati sul web, ma anche reazioni da parte di associazioni nazionali come l'Associazione nazionale forense (Anf), Movimento forense e l'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga). "Il 23 e 24 luglio a Roma, al suo congresso straordinario, l'avvocatura, delegittimata nei suoi organi istituzionali, si appresta a parlare di riforma della giustizia", ha detto il segretario di Anf, Luigi Pansini. "Occorre giungere all'appuntamento spazzando via ogni incertezza, ogni interesse personalistico e ogni degenerazione del carrierismo politico forense".
Sulla stessa linea anche Antonino La Lumia e Antonio de Angelis, che in un comunicato congiunto di Mf e Aiga hanno ribadito la "necessità che l'Avvocatura tutta sia rispettosa della disciplina della propria vita istituzionale. Il chiarissimo dictum del tribunale non può che chiamare tutte le rappresentanze forensi a un definitivo e convinto gesto di responsabilità". Tradotto: sarebbe auspicabile che i plurimandatari si dimettano, per non tenere sotto scacco il Consiglio proprio in questa fase così delicata in cui l'avvocatura dovrebbe interfacciarsi con voce autorevole con il ministero della Giustizia e interloquire sulle riforme dell'ordinamento civile e penale.
Sul web le proteste si esprimono in toni molto più forti: da quattro giorni l'avvocato Giuseppe Caravita di Toritto è in sciopero della fame contro il reinsediamento dei vertici del Cnf. Nel gruppo Facebook Politica forense, tra i più seguiti dalla categoria, si discute in termini accesi di "desolazione" del Cnf e ci si chiede se "l'avvocatura può essere rappresentata in un momento simile da un Cnf decapitato e, comunque, sotto la spada di Damocle di una decisione che ne potrebbe definitivamente sancire l'ineleggibilità".
L'interrogativo, infatti, non riguarda tanto la legittimità formale al rientro dei consiglieri plurimandatari, quanto l'opportunità che le redini dell'organo di rappresentanza istituzionale dell'avvocatura, che ha sede presso il ministero della Giustizia, siano nelle mani di una presidenza su cui pende un giudizio di eleggibilità. A occhi esterni, un Cnf coi vertici sotto processo non è certamente in una posizione agevole. Sul fronte interno, il rischio è che potrebbero venire invalidate le loro decisioni, nel caso in cui prevalga la tesi giuridica che la loro sospensione è ancora valida.
Politicamente, tuttavia, la situazione è delicata: i consiglieri dichiarati ineleggibili, infatti, sono stati eletti con i voti del loro distretto e dunque - fintanto che non c'è una sentenza definitiva - la loro legittimazione verrebbe da lì. Quanto al loro tornare in carica, sarebbe la corte d'appello stessa a stabilire che loro sono tutt'ora consiglieri a tutti gli effetti, quindi il loro ritorno nelle funzioni non sarebbe discrezionale, ma un dovere. L'obiettivo, anche nel merito giuridico, sarebbe quindi quello di esercitare il loro diritto di difesa con tutti gli strumenti che l'ordinamento gli offre.
Il doppio mandato - Tuttavia, le norme e la giurisprudenza recente non sembrano lasciare margini di vittoria per i plurimandatari, che già in primo grado sono stati considerati ineleggibili. La riforma dell'ordinamento forense del 2012 e l'articolo 3 della legge del 2017 che disciplina l'elezione dei consigli degli ordini sono esplicite: "I consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi" e "la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un numero di anni uguale agli anni nei quali si è svolto il precedente mandato".
Sulla retroattività si è pronunciato anche il legislatore, che in un decreto legge del 2018 ha chiarito che l'articolo 3 va applicato tenendo conto "dei mandati espletati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all'entrata in vigore della legge 247". I consiglieri del Cnf, tuttavia, hanno interpretato la norma come non retroattiva e comunque non applicabile all'elezione del Consiglio nazionale forense, perché il riferimento sarebbe solo ai consigli degli ordini. Sul punto si è espressa anche la Corte costituzionale, escludendo "che il divieto in questione violi il diritto di elettorato passivo degli iscritti" e considerando la previsione come espressione del principio di "un ragionevole bilanciamento con le esigenze di rinnovamento e di parità nell'accesso alle cariche forensi".
Quanto all'estensibilità al Cnf del principio, le sezioni unite civili della Cassazione hanno recentemente ribadito la portata generale del principio di divieto di terzo mandato affermato dalla Corte costituzionale, "estensibile alla previsione di ineleggibilità relativa alle elezioni dei componenti del Consiglio nazionale forense". In questa direzione si è mosso il tribunale di Roma, che prima ha sospeso cautelarmente l'elezione di Mascherin e dei consiglieri, poi nel merito ha confermato la loro ineleggibilità che pure, secondo la corte d'appello, non è immediatamente esecutiva. Difficile dunque immaginare che nel merito i giudici d'appello (e poi la Cassazione, se i consiglieri decideranno di proporre ulteriore ricorso) si discostino da questa interpretazione. Nell'attesa, tuttavia, i consiglieri intendono rimanere ai loro posti e resistere, continuando a sostenere l'irretroattività della norma nei loro confronti: il divieto di più di due mandati esiste, il punto però sarebbe il momento temporale da cui iniziare ad applicarlo.
Del resto, il regolamento interno del consiglio non prevede un meccanismo di sfiducia del presidente, ora protetto dall'ombrello della non esecutività della sentenza non definitiva. L'unica eventualità possibile sarebbe che tutti gli altri consiglieri si dimettessero, con conseguente commissariamento dell'ente da parte del ministero della Giustizia. In ogni caso, il presente dell'avvocatura sembra complicato quanto quello della magistratura, proprio nel momento più delicato delle riforme ordinamentali.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 28 maggio 2021
L'ex guardasigilli detta la linea sulla riforma della Giustizia. Persino Giuseppe Conte se ne lava le mani e dopo l'incontro dei 5S con Cartabia sceglie la strada del silenzio. Mentre Giuseppe Conte studia le mosse per sottrarre l'elenco degli iscritti a Davide Casaleggio, il Movimento 5 Stelle procede per conto proprio. Senza una guida, senza una direzione, senza un senso politico preciso. Succede così che la "linea" viene spezzettata per ambiti di competenza e appaltata di volta in volta al capocordata di turno.
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