di Daniela De Robert*
Il Manifesto, 28 maggio 2021
L'idea di base della sua storia è che il rispetto dei diritti delle persone non è delegabile, coinvolge ognuno di noi e unendo le forze può diventare movimento globale. Sono due gli elementi che caratterizzano l'impegno e l'azione di Amnesty International, due aspetti che sono al cuore della sua filosofia.
Il primo, ovviamente, è la centralità dei diritti umani, quei diritti sanciti dalla Dichiarazione universale delle Nazioni Unite, adottata a Parigi il 10 dicembre del 1948, all'indomani della Seconda guerra mondiale sull'onda di quel "mai più" riferito alle violenze, discriminazioni e orrori da cui uscivano i Paesi coinvolti. Si tratta di un obiettivo segnato negli anni da tappe significative, non solo in termini di vite salvate o tornate alla libertà e alla dignità - oltre 50 mila secondo Amnesty ma anche rispetto a conquiste collettive a tutela di tutti.
Basti pensare alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 o all'istituzione ne11998 della Corte penale internazionale e, ancora, ai tanti Paesi che hanno abolito la pena di morte dal loro ordinamento o ne hanno sospeso le esecuzioni. Conquiste realizzate, certamente, anche con il contributo di altri. Il secondo aspetto riguarda il coinvolgimento di tutti, della società civile in primo luogo, di ogni donna e di ogni uomo.
Perché "ogni ingiustizia ci riguarda", come dice uno slogan di Amnesty: da quelle prime lettere inviate nel 1961 per chiedere la liberazione dei due studenti portoghesi imprigionati per aver brindato alla libertà, alle campagne mondiali portate avanti negli anni e ancora oggi, come quella per la liberazione di Patrick Zaki, per il contrasto all'hate speech offline, per la liberazione dei giornalisti turchi incarcerati. L'idea di base è che il rispetto dei diritti delle persone non può essere delegato ad altri, ma coinvolge ognuno di noi e unendo le forze la società civile può diventare un elemento di cambiamento importante.
Insomma, i cittadini di ogni parte del mondo che si assumono in prima persona l'impegno di pretendere il rispetto della libertà e della dignità di tutti possono diventare un movimento globale capace di ottenere anche ciò che sembra impossibile raggiungere. Ma c'è un aspetto che deriva dai primi due e che contribuisce al cambiamento globale.
Ed è la diffusione di una cultura dei diritti. Perché la democrazia, la libertà e i diritti non sono conquistati una volta per tutte. Essi rappresentano un patrimonio da tutelare, rafforzare e consegnare alle generazioni future. Lo vediamo anche oggi in un momento in cui principi come quelli dell'uguaglianza tra persone e popoli o della solidarietà, su cui è nata la stessa Unione europea, vacillano. In cui il linguaggio dell'esclusione e dell'odio trova anche nel discorso pubblico uno spazio che non aveva mai avuto.
In cui in nome della 'sicurezza' della collettività si ritiene poter giustificare la privazione dei diritti di alcuni. Si pensi al recente contrasto alle detenzioni domiciliari concesse per consentire al sistema penitenziario di fare fronte alle esigenze di prevenzione del contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari. La nascita e la storia di Amnesty International ricordano quella di un'altra associazione, l'Apt, l'Associazione per la prevenzione della tortura fondata da Jean-Jacques Gautier. Anche in questo caso, tutto è nato da un articolo pubblicato nel 1976 in cui Gautier proponeva la prevenzione come arma contro la tortura, affiancando al classico modello sanzionatorio un approccio preventivo.
L'idea di istituire degli organismi che conducano visite regolari nei luoghi di privazione della libertà, al fine di intercettare preventivamente fattori di rischio che possono degenerare in forme di maltrattamenti o tortura, ha trovato applicazione nove anni dopo quando il Consiglio d'Europa istituisce nel 1987 il Comitato per la prevenzione della tortura che agisce proprio in questo modo, avendo potere di accesso a luoghi, persone e documentazione di tutte le situazioni di privazione della libertà. Successivamente, analoghi organismi sono stati previsti dalle Nazioni Unite sia a livello internazionale che a livello nazionale. Per l'Italia è il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
*Ufficio del Garante nazionale dei Diritti dei detenuti
tgvercelli.it, 28 maggio 2021
Lanciato a fine gennaio, il progetto del Soroptimist "L'Oasi delle Api" adesso è una realtà. E stamattina è stato presentato ufficialmente in un'area esterna alla casa circondariale di Billiemme: quella degli orti e delle serre creata su idea di Mirella Casalone, colonna della Caritas cittadina, e cresciuta negli anni grazie all'operosità di alcuni detenuti e alla lungimiranza dei direttori del carcere che si sono via via succeduti.
In questo spazio ad hoc, curato quotidianamente da quattro detenuti col pollice verde e tanta, tanta passione, sono stati messi a dimora, secondo le intenzioni del Soroptimist vercellese presieduto da Rita Manuela Chiappa Silvestri, 650 cespugli di lavanda e 15 piante di albizia, anche nota come l'"acacia di Costantinopoli".
E lì, in un un'arnia realizzata dagli studenti del Liceo Artistico "Alciati", è stata collocata una famiglia di api. Il tutto, come si augurano le socie del Soroptimist vercellese, per far sì che, sotto la supervisione dell'agente della Penitenziaria Ettore D'Errico (che organizza l'attività negli orti e nelle serre dell'area attigua al carcere) e con la collaborazione dell'apicoltore Alberto Guarnier, i detenuti possano produrre miele e venderlo in appositi vasetti. Sul cartello che indica l'Oasi spicca un bellissimo disegno emblematico a cura di Claudia Ferraris.
Questo progetto occuperà anche le detenute che attualmente frequentano i corsi interni di sartoria, che produrranno i sacchettini profuma-biancheria conterranno la lavanda coltivata nell'Oasi. Alla presentazione di questa mattina, con numerose socie del Soroptimis attorno alla loro presidente, erano presenti la direttrice del carcere Antonella Giordano, il comandante del Corpo di Polizia Penitenziaria, commissario Nicandro Silvestri e la responsabile del Settore Educativo della casa circondariale vercellese Valeria Climaco, con la collega Antonietta Pisani.
Particolarmente gradita la presenza di Giulio Pretti, per quasi un quarto di secolo volontario dell'assistenza ai carcerati di Billiemme. Valeria Climaco ha ricordato che, alla ripresa delle scuole, l'Oasi delle Api sarà visitata dagli alunni delle seconde medie cittadine, che andranno a studiare lì, sul campo, la produzione del miele da parte delle api. Per il Club vercellese fondato nel 1964 da Laura Sereno e oggi guidato dalla presidente Chiappa un ulteriore fiore all'occhiello, profumatissimo.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 28 maggio 2021
Il parlamento ha votato in aprile la mozione sulla cittadinanza. Il governo invece tace sul destino dello studente egiziano. Rimandata a martedì l'udienza sulla custodia cautelare. E poi, per ultimo, ci sarebbe il caso Zaki e il problemino della credibilità parlamentare. Zaki chi? Ma sì, quel ragazzo egiziano che era venuto in Italia a studiare e che al ritorno in patria per una vacanza è stato inghiottito dal peggior carcere del suo Paese.
Colpa presunta: troppo interesse per i diritti civili. Ma un'accusa vera a suo carico ancora non c'è. Senza processo, né celebrato né alle viste, questo signor Zaki se ne sta a marcire, e l'effetto sul corpo e sulla mente è letterale, in una cella senza letto al Cairo dal 7 febbraio 2020. Più di 15 mesi, durante i quali sono state raccolte centinaia di migliaia di firme per la sua liberazione e si è creata una tale pressione sociale, a cominciare dall'infaticabile impegno dell'Università di Bologna che l'aveva accolto, da spingere il nostro Parlamento a votare all'unanimità una mozione importante, con due impegni: apertura di un negoziato con l'Egitto sul rispetto della convenzione Onu contro la tortura e, soprattutto, concessione a questo straniero torturato la cittadinanza italiana, una leva diplomatica in più per fare cessare uno sfregio al diritto internazionale e anche al dovere minimo di umanità.
Succedeva il 14 aprile, alla presenza in Senato di Liliana Segre, scesa apposta a Roma da Milano, che disse parole indimenticabili e che invece, parrebbe, sono state prestamente rimosse. Le parole, rese ancora più definitive dall'essere state pronunciate da una vittima della Shoah, erano queste: "Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno".
È passato un mese e mezzo, e niente s'è mosso. Anzi, probabilmente infastidite dall'ingerenza, le autorità egiziane hanno fatto saltare anche la farsa dei 45 giorni, il termine da loro stabilito per decidere se prolungare o meno la detenzione preventiva. L'ultima udienza era stata il 6 aprile (prolungamento senza motivazioni, come in tutte le precedenti); la prossima avrebbe dovuto tenersi intorno al 20 maggio ma è slittata al primo giugno, senza spiegazioni, davanti a un tribunale che sembra uscito da Il processo di Kafka. D'altronde il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ci aveva avvertito: "Tutte le iniziative sono meritorie ma più aumenta la portata mediatica e più l'Egitto reagisce irrigidendosi". Seguendo questo principio, e la conseguente strategia del silenzio, difficilmente si sarebbe arrivati all'inizio del processo ai quattro agenti della Sicurezza egiziana accusati del sequestro, la tortura e l'omicidio di Giulio Regeni. Ci sono voluti 64 mesi di lotta, di indagini, di clamore dolorosamente pubblico, perché i familiari di Giulio ottenessero il primo atto dovuto a fronte del calvario del figlio: 25 maggio 2021, Tribunale di Roma, con una morte consumata il 3 febbraio 2016. Più di cinque anni tra l'assassinio e la comparsa dei più che probabili assassini davanti alla Giustizia.
Non c'è così tanto tempo per Patrick Zaki (in realtà ce n'è poco viste le sue condizioni di salute). Oppure, volendo, c'è tutto il tempo che si vuole. Basta che si smetta di fingere un interesse di facciata e si scelga di depennare dalla lista degli impegni il ragazzo che sogna ancora di tornare nella "sua"Bologna per dare gli esami e abbandonarlo commossi al suo destino, per tante cattivissime ragioni. Per esempio, non pregiudicare i buoni affari tra Roma e Il Cairo, compresa la nutritissima cooperazione militare che ha visto proprio in questi giorni un'esercitazione congiunta tra la fregata Al Galala, che gli abbiamo di fresco venduta, e la nostra Margottini, "che ha incluso lanci di trappole esplosive e l'intercettazione di una nave sospetta", come informa con soddisfazione il ministero della Difesa egiziano.
In realtà, se passa più o meno esplicitamente la linea del "Zaki chi?", una questione non da poco resta comunque aperta e riguarda il rapporto tra Parlamento e Esecutivo. Fino a che punto il secondo può ignorare una richiesta plebiscitaria del primo? Qualche giorno dopo la votazione pro Zaki, il premier Draghi, richiesto di un commento, rispose: "È un'iniziativa parlamentare. Il governo non è coinvolto, al momento".
La domanda è come può non coinvolgersi, visto che a chiedergli di farlo è la maggioranza stessa che lo esprime e lo sostiene. Vero che siamo in tempi di emergenza prolungata e quindi di scelte dove la rapidità d'azione ha spesso la meglio sulla condivisione. Ma resta il punto di principio: o deputati e senatori dell'alleanza di governo hanno aderito a una richiesta molto impegnativa sul piano della diplomazia nazionale soltanto perché sembrava brutto esimersi (con tante scuse al fervore messo in campo da Liliana Segre) e non si spingeranno oltre la parata di coscienza, oppure il governo stesso una qualche risposta la dovrebbe dare, trovando il momento, ci mancherebbe.
Giusto per dare un orizzonte temporale, Patrick Zaki compirà 30 anni il prossimo 16 giugno. La cosa peggiore che possa ancora capitargli è scoprire di essersi illuso che la sua seconda casa, l'Italia, stesse battendosi per lui e invece era tutta una finta. Sentirsi abbandonato è una condanna senza rimedio.
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 28 maggio 2021
Nel caso dei migranti riportati a Tripoli il primo luglio 2018 tutti gli elementi in gioco erano italiani, nonostante l'esecutore finale sia stato la "guardia costiera" libica. Mediterraneo centrale, 1 luglio 2018. I minorenni Ato e Cris, la dolce ma battagliera ventenne Kissa, Dahia con la sua pancia di otto mesi e quasi un centinaio di loro compagni eritrei e sudanesi viaggiano verso nord, su un gommone, nel tentativo di fuggire dalla Libia. La mattinata è trascorsa con un solo momento di tensione: un aereo di EunavforMed, nel suo quotidiano volo di ricognizione per individuare imbarcazioni sulla rotta Malta-Khoms, passa poco lontano, ma pare non averli visti, perché vola subito oltre. Poco dopo l'aereo europeo individua un altro gommone più vicino alla Libia e, tramite il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) di Roma, lo segnala alla cosiddetta "guardia costiera" libica. Ato, Cris, Kissa e Dahia, però, non possono saperlo e continuano a navigare verso la loro meta, sperando per il meglio.
Nel primo pomeriggio il mare si alza e il motore si rompe. Mentre provano a riavviarlo arriva un elicottero. Viene da nord, indugia su di loro con cabrate continue. È un mezzo militare e li punta dall'alto, come se non voglia perderli di vista. "Lo abbiamo avuto sulla testa per almeno un'ora", raccontano oggi i naufraghi. Quando l'elicottero finisce il carburante ritorna dove è partito. Pochi minuti più tardi, però, sulla scena compare la motovedetta libica Zwara. Abborda i migranti e li cattura.
Dall'incrocio tra le testimonianze dei sopravvissuti e di fonti della Marina oggi sappiamo che quell'elicottero era italiano. Era EliDuilio, dell'incrociatore Caio Duilio. La nave madre si trovava poco lontano, ma non era intervenuta a soccorrere il gommone, preferendo che lo facesse la motovedetta libica.
L'odissea dei rifugiati non terminò con la cattura. Come abbiamo già raccontato su il manifesto, sulla motovedetta Zwara si ruppero le pompe di sentina, l'imbarcazione iniziò ad imbarcare acqua e i 276 rifugiati che aveva a bordo si ritrovarono di nuovo in pericolo, con le condizioni del mare che, nel frattempo, erano divenute drastiche. Rimasero in quelle condizioni per oltre sei ore. Dahia, incinta di otto mesi, continuava a vomitare.
La nave militare Caio Duilio non aiutò la motovedetta libica, restò nell'ombra, a pochissime miglia di distanza, e continuò a coordinare quello che è stato uno dei più grandi respingimenti collettivi in Libia degli ultimi anni. Pur di non fare intervenire attivamente una sua nave, la Marina italiana preferì chiamare una nave cargo che si trovava a quattro ore di navigazione: l'italiana Asso Ventinove. Gli stessi militari italiani supervisionarono tutte le operazioni di trasbordo dei migranti dalla Zwara alla Asso Ventinove. Lo sbarco, la mattina seguente, avvenne nel porto di Tripoli, sotto lo sguardo dei militari della nave Caprera, ormeggiata a pochi metri. I 276 migranti vennero rinchiusi nei lager libici di Tarek al Mattar e Triq al Sikka. Almeno due di loro morirono di stenti nei mesi successivi. Nonostante le decine di comunicazioni ufficiali tra varie istituzioni e unità militari e civili italiane, l'evento rimase segreto finché le stesse vittime non lo denunciarono. Oggi c'è una causa civile al Tribunale di Roma.
Nell'estate 2018 i respingimenti collettivi illegali Hirsi e Orione erano già finiti in tribunale arrivando poi a sancire un principio importante: navi europee non possono respingere collettivamente stranieri in Libia. Il Governo italiano aveva recepito il messaggio ma sembrerebbe aver trovato una nuova strategia: fornire ogni tipo di mezzo ai libici, delegando loro il lavoro finale. Il mare era coperto da decine di motovedette regalate dall'Italia alla Libia, il problema rimaneva il cielo.
Il ruolo dei mezzi aerei è cruciale: un evento Sar può essere aperto solo dopo un contatto visivo, non basta una chiamata di soccorso. I libici non hanno assetti aerei in grado di fare ricerca e soccorso nel Mediterraneo, così l'Europa, con Eunavfor Med ha intensificato i voli di pattugliamento sulle rotte dei migranti, ovvero le direttrici Zwara-Lampedusa e Khoms-Malta. Gli avvistamenti sono trasmessi ai libici secondo un iter preciso: si comunica con tutti gli Mrcc (Italia, Malta, Tunisia, Libia), ma i libici sono gli unici a rispondere assumendo il coordinamento dell'evento Sar. Visionando alcuni rapporti dell'estate 2018 salta all'occhio il sistema: il flusso di informazioni parte da avvistamenti di aerei europei, transita per le istituzioni italiane (Operazione Mare Sicuro, Mrcc di Roma, navi militari come la San Giusto ormeggiata ad Augusta e la Caprera ormeggiata a Tripoli) e termina sempre alla cosiddetta Guardia Costiera Libica, che effettua materialmente i respingimenti.
Accadde così anche il primo luglio 2018: dei tre gommoni coinvolti nel respingimento segreto, i primi due vennero individuati da un aereo di Eunavfor Med, il terzo da EliDuilio, l'elicottero della Caio Duilio. Al Tribunale civile di Roma cinque rifugiati sopravvissuti hanno fatto causa all'Italia e l'Italia tenta di scaricare la colpa sui libici. Ma, a ben vedere, il gommone dei rifugiati fu individuato da un elicottero italiano; la motovedetta libica che li prese a bordo fu chiamata dalla Marina italiana; la nave italiana Caio Duilio rimase a poche miglia senza dare assistenza al mezzo libico che imbarcava acqua, mettendo i rifugiati in ulteriore pericolo; la Marina italiana chiamò un'altra nave italiana, la Asso Ventinove, che li prese a bordo rifiutando loro la richiesta di asilo; al momento dello sbarco a Tripoli vennero fatti scendere usando la motovedetta 648, Ras El Jadir, regalata dall'Italia alla Libia; vennero deportati nei lager di Tarek al Mattar e Triq al Sikka, finanziati da progetti del ministero dell'Interno italiano.
di Sara Creta
Il Domani, 28 maggio 2021
I documenti degli ispettori dei diritti fondamentali di Frontex riportano "prove concrete" di respingimenti illegali di migranti nelle acque dell'Egeo. E l'Agenzia ammette: in alcuni casi le violazioni non sono state segnalate. Aumenta la pressione sulla più potente agenzia dell'Ue che si occupa del controllo dei confini terrestri e marittimi dell'Unione, ancora sotto indagine dall'Ufficio europeo antifrode (Olaf). Legali europei hanno presentato un'azione legale presso la Corte Europea di Giustizia e denunciato gravissime violazioni dei diritti umani dei migranti.
L'agenzia europea che si occupa della difesa delle frontiere esterne dell'Ue è stata negli ultimi tempi al centro di un'indagine del parlamento europeo per la scarsa trasparenza e per non rispettare i diritti umani di migranti e rifugiati; dal diritto alla vita, a quello di chiedere asilo in frontiera, come sancito dalla Convenzione di Dublino e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. In particolare, come emerso dall'inchiesta giornalistica di Lighthouse Reports, Bellingcat, Der Spiegel, Frontex è stata complice del respingimento illegale e violento di migranti nel mar Egeo, tra Turchia e Grecia.
Una recente inchiesta di Domani ha rivelato inoltre come ufficiali di Frontex, sarebbero in contatto con la guardia costiera libica, a cui verrebbero mandate le coordinate delle imbarcazioni da intercettare via WhatsApp. Recentemente Frontex ha commissionato uno studio a Rand Europe, per implementare l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nella gestione dei confini europei. Il report, reso pubblico in questi giorni, identifica le aree di intervento e quali nuove tecnologie verranno impiegate per i controlli dei confini.
Mentre a Bruxelles rimane sul tavolo la proposta della Commissione Ue che prevede rimpatri e frontiere impermeabili, e chiede di aumentare risorse della stessa Frontex, gli eurodeputati socialdemocratici, di sinistra, verdi della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del parlamento europeo hanno già interrogato il direttore dell'agenzia Fabrice Leggeri: in molti ne hanno chiesto le dimissioni.
Il capo dell'agenzia europea è accusato di avere coperto i respingimenti illegali di rifugiati nell'Egeo tra Turchia e Grecia. Un gruppo di lavoro, composto da 14 eurodeputati - due per gruppo politico - è stato istituito dopo le rivelazioni giornalistiche sul ruolo di Frontex nei respingimenti con lo scopo di vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali, nonché sul rispetto dei principi di trasparenza e responsabilità nella gestione dell'Agenzia.
Quattro mesi per stendere un rapporto con conclusioni e raccomandazioni. Il gruppo del parlamento Ue per lo scrutinio dell'Agenzia Ue - istituto per verificare l'operato di Frontex e presidiato da Roberta Metsola, deputata maltese del partito Popolare europeo - sarà in missione a Varsavia nella sede dell'agenzia il 14 e 15 giugno. "Ci sono stati gravi errori, rimane cruciale esaminare non solo le presunte violazioni dei diritti umani, ma anche la struttura interna dell'agenzia", ribadisce la verde olandese Tineke Strik in commissione.
Sono state segnalate espulsioni collettive e abusi, ma anche altre dinamiche interne che l'agenzia non rispetta. L'Ombudsman europeo Emily O'Reilly ha aperto un'inchiesta formale per verificare la trasparenza del Complaint Mechanism, lo strumento interno che permette di segnalare eventuali casi di violazione dei diritti umani.
"Mancano gli strumenti per avere risposte tempestive da parte delle autorità nazionali, e temo che la divisione interna di Frontex dedicata ai diritti fondamentali non riesca a svolgere il proprio ruolo in modo indipendente", ha ribadito Emily O'Reilly durante un'audizione alla commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo.
Frontex può decidere di non avviare alcuna attività alle frontiere se esistono timori che questa possa provocare possibili violazioni dei diritti fondamentali o degli obblighi di protezione internazionale. A deciderlo possono essere gli ispettori dei diritti fondamentali di Frontex, ovvero i fundamental rights officers, che si occupano di monitorare che tutte le operazioni siano in linea con i diritti fondamentali. Ma per mesi l'agenzia ha ritardato l'assunzione di personale incaricato a sorvegliare il rispetto dei diritti umani e dei valori dell'Ue. Nonostante erano previsti quaranta responsabili, finora ne sono stati reclutati solo venti.
Secondo gli europarlamentari Frontex è complice delle violazioni del diritto europeo e internazionale. Altri documenti interni consultati da Domani, confermano che nel 2020, alcune potenziali violazioni dei diritti fondamentali non sono state segnalate alla divisione interna di Frontex. E la mancata conformità con il regolamento dell'agenzia stessa viene ancora una volta dimostrato con le prove che gli avvocati della ong olandese Front-Lex, Iftach Cohen e Omer Shatz hanno presentato alla Corte di giustizia dell'Unione Europea con sede a Lussemburgo.
Il ricorso contro Frontex è stato promosso per conto di due richiedenti asilo, un minore non accompagnato e una donna che, mentre chiedevano asilo sul suolo dell'Ue, sono stati arrestati violentemente, aggrediti, derubati, rapiti, detenuti, trasferiti con la forza in mare, espulsi collettivamente, e infine abbandonati in mare, senza cibo o acqua. "Confidiamo che la Corte ascolti le vittime, veda ciò che tutti vedono, chieda conto all'agenzia di frontiera dell'Ue e ripristini lo Stato di diritto sulle terre e sui mari dell'Ue", ha ribadito Omer Shatz.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 27 maggio 2021
I nodi da sciogliere riguardano sempre le visite di parenti e volontari, oltre al tema del reinserimento attraverso il lavoro. Persone "spezzate", come la loro vita dietro le sbarre. La pandemia ha acuito le condizioni di sofferenza e disagio da sempre presenti nelle carceri italiane: le limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria, insieme al sovraffollamento, hanno reso più vulnerabili - e più isolati ai contatti con l'esterno - i reclusi nei 190 istituti penitenziari del nostro Paese. Ed è da Napoli e dalla Campania che arriva il grido d'allarme.
dire.it, 27 maggio 2021
Le due Autorità coopereranno per proteggere la dignità delle persone sottoposte a forme di limitazione della libertà. Stanzione: "Passo in avanti per l'effettiva tutela della riservatezza".
Garantire maggiore protezione ai soggetti privati della libertà personale. È questo l'obiettivo del protocollo di intesa firmato oggi tra il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, e il Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 maggio 2021
Rita Bernardini denuncia: "Nonostante le condanne in sede europea e la pandemia la popolazione è superiore ai posti disponibili". Nei 189 istituti ci sono, infatti, 6.141 detenuti in più. "In 100 posti regolamentari, il nostro Stato ci sistema 113 detenuti!", così denuncia l'esponente del partito Radicale Rita Bernardini.
"Non siamo i fissati del sovraffollamento!", precisa sempre l'esponente radicali. E questo perché, "Accade ancora oggi - spiega Bernardini - nel 2021, nonostante le condanne seriali in sede europea e la pandemia da Covid che ha costretto ciascuno dei 189 istituti penitenziari sparsi sul territorio a sottrarre ulteriori spazi per garantire zone di isolamento destinate ai ristretti contagiati o ai detenuti che entrano o a quelli che vengono trasferiti in altre carceri".
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 maggio 2021
Il sottosegretario alla Giustizia: "La rieducazione è un dovere per l'amministrazione e un'opportunità per chi esegue la pena. Nessuno deve dubitare che il percorso sia una pena certa accompagnata dalla certezza della rieducazione". Porre il detenuto "al centro del percorso trattamentale" perché il periodo passato in esecuzione pena sia un'"opportunità di cambiamento". Questo il nodo centrale messo in evidenza dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, sentito oggi in audizione dalla Commissione Bilancio del Senato in relazione alle misure sul mondo penitenziario contenute nel dl fondo complementare al Pnrr.
Un "new deal della fase di rieducazione della pena", ha detto Sisto, in cui viene "ipervalorizzato il dato della rieducazione in linea con l'articolo 27 della Costituzione".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 27 maggio 2021
Ho profondo rispetto per la Giustizia, per le vittime dei reati e per il dolore dei loro familiari. Tuttavia, ancora prima svolgere il mio servizio di cappellano in carcere, avevo dei dubbi sulla costituzionalità e sull'effettiva utilità dell'ergastolo. Pur avendo nel cuore il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso a pugnalate in maniera assurda, e sentendomi vicino alla sua famiglia, la condanna all'ergastolo dei due ragazzi californiani non mi ha procurato alcun senso di soddisfazione. Perché l'ergastolo non favorisce il cammino di recupero, di riparazione, di riconciliazione e di reinserimento sociale di chi ha commesso un crimine così grave.
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