di Gianfranco Pasquino
Il Domani, 8 luglio 2021
In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali?
La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all'effettivo funzionamento dell'ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull'impegno a mettere al bando l'odio e le campagne condotte in suo nome?
Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l'integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana? Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro?
Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società.
Insomma, secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi.
Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l'accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più.
Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off.
Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.
Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l'alternativa tra esporsi all'odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa.
Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.
di Glauco Giostra*
Avvenire, 7 luglio 2021
I fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere non sono un caso isolato, la dimensione del fenomeno è rilevante. Mi sono illuso che il trascorrere dei giorni allontanasse dalla mia retina quelle sconvolgenti immagini di violenza dietro le sbarre. Non è stato così. Mi ha confortato la sdegnata condanna di tantissimi commentatori. Di coloro che invece, ostentando rincrescimento di circostanza per l'accaduto, si premurano di sminuirne il significato ovvero di giustificarlo con gli antefatti o con la ingestibilità di talune modalità organizzative della vita intramuraria, non mette conto neppure di parlare. A loro tutela, direi.
di Tito Boeri e Roberto Perotti
La Repubblica, 7 luglio 2021
Bisogna affrontare il problema di fondo del nostro sistema: il sovraffollamento. Per rendere le condizioni dei detenuti più umane servono più posti in prigione. Le immagini agghiaccianti che continuano ad arrivare da Santa Maria Capua Vetere hanno suscitato una sacrosanta indignazione. Colpisce il senso di impunità con cui sono stati compiuti atti efferati davanti alle telecamere. Mentre la giustizia farà il suo corso dobbiamo pensare concretamente a come rendere più umane le nostre carceri. Bisogna finalmente affrontare i problemi di fondo del nostro sistema carcerario. La bomba a orologeria costituita dal sovraffollamento cronico delle nostre carceri non poteva che deflagrare in tempi di distanziamento sociale. Eppure in questi giorni di sovraffollamento si parla molto poco.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 7 luglio 2021
Al carcere di Santa Maria Capua Vetere sono arrivati gli ispettori ministeriali. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, li ha incaricati di far luce sulle responsabilità nella catena di comando del penitenziario casertano il 6 aprile 2020, giorno della perquisizione straordinaria degenerata in violenza di massa ai danni detenuti del reparto Nilo, per cui sono indagati 120 tra agenti della polizia penitenziaria e funzionari.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 7 luglio 2021
Considerando anche l'inefficacia della persecuzione vendicativa, si dovrebbe concepire la pena detentiva come "extrema ratio" organizzando misure praticabili che rispondano al bisogno di sicurezza. Le terribili immagini del pestaggio disumano organizzato ai danni dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere portano a riflettere, sia pure nel peggiore dei modi, sulla realtà del pianeta carcere.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2021
Davanti alle immagini vergognose e drammatiche delle violenze da parte della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato giustamente detto da più parti che, sotteso ai temi della prevenzione e della repressione degli abusi nelle carceri, vi è un problema culturale di fondo che l'Italia si porta dietro da decenni.
Fino a quando le istituzioni non daranno in maniera univoca, senza divisioni interne e senza tentennamenti, un messaggio chiaro contro ogni uso illecito della forza da parte di funzionari dello Stato; fino a quando i sindacati di polizia sentiranno di avere potere contrattuale anche mettendo sul piatto quello spirito di corpo che porta all'omertà e al depistaggio; fino a quando il singolo poliziotto si sentirà coperto da un'autorità superiore nell'usare la violenza, allora non si potrà parlare di mele marce ma di un problema sistemico che potrà riservarci ancora troppi deplorevoli episodi come quelli che abbiamo oggi sotto gli occhi.
Porto un esempio tratto dalla mia diretta esperienza che ben mostra questo problema culturale di fondo che ho menzionato. Nel 2010 pubblicai un mio libro, scritto insieme al presidente di Antigone Patrizio Gonnella, dal titolo eloquente Il carcere spiegato ai ragazzi. Nel 2020 ne è uscita una riedizione aggiornata con gli ultimi dieci anni di storia. Il libro si rivolgeva a ragazzi adolescenti, cercando di raccontare con un linguaggio semplice e diretto ma senza semplificazioni e scorciatoie la realtà delle carceri italiane e la distanza che a volte presentano dalle norme codificate. Lo scopo era quello di avvicinare anche le giovani generazioni a un tema difficile e spesso considerato scomodo, del quale è invece importante che l'opinione pubblica abbia consapevolezza, anche al fine di mettere in atto quel controllo sociale che concorre nel prevenire gli abusi.
Anni dopo, un brano tratto da quel libro venne inserito nelle prove nazionali Invalsi previste dalla legge italiana per gli studenti. Nel brano si diceva che le carceri non sono tutte uguali, che molte cose possono cambiare da istituto a istituto. In particolare si scriveva: "Il più rilevante elemento di differenziazione tra un carcere e l'altro resta tuttavia un elemento illecito, non previsto da qualsivoglia regolamento. Si tratta dell'uso della violenza da parte dei poliziotti penitenziari, che purtroppo in alcuni istituti viene riscontrata".
Se ne accorse un sindacato autonomo di polizia penitenziaria e si arrabbiò moltissimo. Era il marzo del 2018. Antigone aveva vinto processi per violenze e maltrattamenti in carcere, aveva ottenuto sentenze da corti nazionali e sovranazionali, raccoglieva da anni segnalazioni di abusi dagli stessi diretti interessati. Quel che scrivevamo era la realtà dei fatti. Naturalmente non ci saremmo mai permessi di dire che la polizia penitenziaria in generale è violenta. Abbiamo sempre sottolineato come, a fronte di una piccola parte di poliziotti che usano male la propria divisa, ce ne sono moltissimi che sono profondamente onesti, che mostrano grande rispetto per il proprio lavoro, che non calpesterebbero mai la legge né la dignità delle persone. Abbiamo sempre spiegato come, anche e proprio per tutelare questi ultimi, sia importante isolare i primi.
Il sindacato di polizia, dicevamo, si arrabbiò moltissimo. E fino a qui poteva anche essere immaginabile. Ciò che ci sorprese al tempo fu un comunicato stampa che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia emanò in data 29 marzo 2018. Il capo delle carceri italiane scriveva che il nostro libro forniva "una sintetica rappresentazione della realtà penitenziaria non basata su dati oggettivi, ma frutto di una interpretazione generica" e che le nostre affermazioni erano "profondamente offensive dell'onorabilità del Corpo di polizia penitenziaria".
Ecco: questo è il problema culturale di cui parlavo all'inizio. Un libro rivolto alle scuole, che non dice una parola che non sia vera, viene stigmatizzato dall'istituzione. Una sintetica rappresentazione? È un volume nel quale attraversiamo la storia, la normativa, la realtà delle carceri italiane in tutti i loro aspetti. Non basata su dati oggettivi? Antigone è uno dei più rilevanti centri di ricerca italiani sulla pena e siamo autorizzati dal 1998 a visitare tutte le carceri del Paese, cosa che facciamo in continuazione per scrivere i nostri rapporti annuali che sono consultati da studiosi, politici, funzionari. Profondamente offensive dell'onorabilità del Corpo? Il punto è proprio questo. Fino a quando le autorità pubbliche continueranno a credere che l'onorabilità del Corpo non si conquista con l'integrità morale ma con i silenzi, allora Santa Maria Capua Vetere resterà sempre possibile.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Alessandro Bergonzoni
La Repubblica, 7 luglio 2021
Voglio chiedere scusa, come artista, cittadino e uomo a tutti i carcerati picchiati e offesi nella dignità di esseri umani. Voglio chiedere perdono per quello che è stato perpetrato in quei giorni e chissà quante altre volte in altri istituti di pena senza che nessuno venisse a saperlo; e così sarà tristemente ancora fino a quando lo Stato userà certe mani armate per gestire i luoghi di pena senza fare nulla per fermare queste spedizioni punitive accettate e spesso decise proprio da chi le dovrebbe evitare e stroncare sul nascere, per non far morire.
di Isaia Sales
La Repubblica, 7 luglio 2021
In questi giorni abbiamo davanti le immagini vergognose delle sevizie subite dai detenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. E in Campania abbiamo conosciuto per anni anche il contrario: l'asservimento a un capo-camorra (Raffaele Cutolo) dei funzionari e delle guardie penitenziarie addette al suo controllo. Come se non fosse possibile coniugare rigore e umanità nel trattamento dei detenuti: o l'eterogenesi dei fini (i criminali che comandano nelle carceri) o la violenza e l'umiliazione nel tenere l'ordine all'interno.
Un bel libro di Antonio Mattone ("La vendetta del boss. L'omicidio di Giuseppe Salvia", Guida editori) uscito a 40 anni dall'assassinio del vice direttore del carcere di Poggioreale, ci racconta del tentativo di un funzionario dello Stato di coniugare il rispetto della legge con il rispetto dei diritti dei detenuti. Ci sono voluti cinque anni di intenso lavoro tra atti processuali, carte del ministero e testimonianze inedite per ricostruire il delitto e le circostanze in cui maturò. Antonio Mattone va ad intervistare lo stesso Cutolo nel carcere di Belluno poco tempo prima della sua morte, e il boss di Ottaviano ammette di essere stato il mandante del delitto Salvia dopo che in tutti i processi precedenti si era sempre dichiarato innocente.
Quella del vice direttore di Poggioreale è una "storia semplice" nella sua tragicità: Salvia non accettava che il capo di una banda criminale dettasse le regole nel carcere dove era rinchiuso e che i funzionari addetti alla sorveglianza si adeguassero, a partire dai vari direttori che si erano succeduti negli anni e di tante guardie penitenziarie. Non accettava che un capo-camorra venisse nei fatti riconosciuto come comandante del carcere.
Volle perquisire Cutolo al ritorno da un'udienza. Non era compito suo, ma le guardie si rifiutarono di farlo e lui non permise che l'avesse vinta. Cutolo gli diede due schiaffi, ma non gli bastò. A Mattone confessa che fu un "atto necessario" farlo ammazzare. Cutolo a Poggioreale aveva la sua cella singola anche nei momenti di massimo superaffollamento del carcere, ed era sempre aperta e lui in vestaglia poteva girare tra i padiglioni e ricevere visite dagli altri detenuti; nella sua cella teneva nascosta una pistola, riusciva a fare entrare numerose armi (in una perquisizione furono trovate 20 pistole, una mitraglietta, numerosi coltelli e diversi candelotti di esplosivo); altri detenuti gli facevano il caffè e gli riassettavano la stanza; diversi agenti di custodia andavano a raccomandarsi da lui per problemi personali. Insomma ciò che cantava De André nella canzone Don Rafaè era tutto vero: Cutolo veniva trattato come il signore di Poggioreale.
Lo sfacelo delle carceri italiane negli anni di Cutolo non fu problema limitato nel tempo o responsabilità di una sola persona. Concorsero più fattori, più circostanze e più persone: la qualità degli agenti di custodia, l'insipienza e la vigliaccheria di molti direttori, la clientela nel reclutamento del personale, la diffusa corruzione, le degenerazioni degli uffici centrali del ministero della Giustizia e le complicità politiche con alcuni capi mafia e capi camorra. Questa parte del libro è molto esplicita ed efficace. Certo ci furono agenti di custodia che cercarono di contrastare questo andazzo: ben 8 di loro furono uccisi mentre lavoravano a Poggioreale.
E la cosa più inaccettabile che hanno fatto i dirigenti del ministero è di avere autorizzato l'ingresso nel carcere di Ascoli Piceno di agenti dei servizi segreti per trattare con colui che era il mandante dell'uccisione di Salvia (cioè Cutolo) per salvare la vita a Ciro Cirillo, assessore della Campania rapito dalle Brigate rosse. Guardate le date: il 14 aprile 1981 viene ammazzato Salvia, il 18 i giudici indicano in Cutolo il mandante, il 27 viene rapito dalle Brigate rosse Ciro Cirillo e il 28 agenti dei servizi segreti vengono autorizzati dal ministero (di cui Salvia era dirigente) a trattare con il mandante del suo assassinio! Inchinarsi di fronte al mandante del delitto di un tuo collega, è quanto di peggio si è visto nell'Italia di quegli anni. Dice uno degli intervistati da Mattone: "Se all'epoca i camorristi prevalsero, fu perché i nostri furono omertosi".
Chi fossero "i nostri" e chi "i loro" in quell'epoca era davvero difficile stabilirlo. Negli ultimi anni molto si è fatto per chiudere con l'epoca di Cutolo a Poggioreale e negli altri carceri. Ma appena dopo l'intervento del presidente della repubblica Pertini, che lo fece trasferire all'Asinara, si passò dalla vigliaccheria alla disumanità, come ben documenta Mattone e come i fatti di Santa Maria Capua Vetere testimoniano ancora oggi.
Si costruì addirittura una cella speciale in cui venivano compiute vere e proprie torture. Come se fosse impossibile essere rigorosi e umani. Salvia lo era, era un mite come quasi sempre lo sono i coraggiosi, era rigoroso come quasi sempre lo sono i generosi. Non somigliava allo Stato per cui lavorava.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 luglio 2021
Suicidi e atti di autolesionismo sono in aumento all'interno delle carceri. Il dato è anche campano ed evidenzia che una percentuale alta arriva proprio dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'istituto attualmente sotto i riflettori per i pestaggi del 6 aprile 2020. Come mai sempre più detenuti cedono alla disperazione fino quasi a preferire la morte? Quale inferno si vive nel chiuso delle celle?
Di certo l'ultimo anno e mezzo è stato profondamente segnato dalla pandemia, dai lockdown, dalle misure anti-Covid che per i reclusi si sono tradotte in un aumento delle restrizioni, colloqui con i familiari per mesi sostituiti da videochiamate, sospensione di moltissime attività trattamentali. Nel carcere sammaritano il 2020 è stato anche l'anno del violento pestaggio nei confronti di 292 detenuti del reparto Nilo ora al centro di un'inchiesta della Procura.
In questi mesi di tensioni e timori legati al Covid gli atti di autolesionismo sono aumentati in maniera allarmante. In tutte le 15 carceri della Campania si sono contati 1.232 eventi critici (erano stati 1.175 nel 2019), 196 di questi casi risultano avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'istituto di pena casertano è dunque al secondo posto per numero di casi dopo Poggioreale (dove nell'ultimo anno si sono contati 323 atti di autolesionismo). Tuttavia, se si considera che a Poggioreale ci sono circa 2mila reclusi e a Santa Maria 889, è evidente la dimensione del fenomeno. Quello sammaritano è anche il carcere dove non c'è acqua potabile, perché i lavori per la realizzazione di una rete idrica sono stati avviati da alcuni mesi, dopo un'attesa lunghissima: il carcere è stato costruito nel 1996.
Ebbene, in questa struttura, secondo il garante regionale Samuele Ciambriello, il numero di atti di disperazione fra i detenuti è in aumento. Nel 2020 si sono contati, oltre a 196 atti di autolesionismo, 30 tentativi di suicidio sventati dal tempestivo intervento di agenti della penitenziaria o compagni di cella dei reclusi (tre in meno rispetto a Poggioreale che però è il carcere più grande e affollato di Italia), due suicidi (su un totale di 9 casi registrati nel 2020, numero quasi doppio rispetto al bilancio 2019 nel quale si erano contati cinque suicidi in tutte le carceri della Campania). E inoltre due decessi per morte naturale, 112 scioperi della fame, tre evasioni sventate, una evasione, 64 casi di isolamento sanitario correlati ad altre patologie, 198 provvedimenti di isolamento disciplinare, un isolamento giudiziario.
Le ragioni di tanta disperazione e di tanto disagio sono da ricercare nella storia personale di ciascun detenuto, ma anche nel contesto in cui simili tragici gesti sono maturati. Sempre prendendo come riferimento il carcere di Santa Maria, dal report del garante regionale emerge che, a fronte di una capienza regolamentare di 809 posti, c'è una popolazione carceraria di 889 detenuti (187 dei quali stranieri), mentre gli agenti della penitenziaria sono 463 a fronte di una pianta organica di 470 unità. La carenza maggiore, dunque, non è sul piano del controllo ma su quello della rieducazione, che poi è la funzione principale della pena secondo la Costituzione. Per quasi 900 detenuti ci sono sei funzionari giuridico-pedagogici, quattro psicologi, 60 volontari e nessun mediatore culturale stabile ma solo a chiamata.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 7 luglio 2021
Sono scene raccapriccianti quelle che arrivano dal carcere di Santa Maria Capua Vetere di quel 6 aprile in cui i detenuti furono sottoposti a quella che i giudici hanno definito "un ignobile mattanza". Repubblica e il Mattino pubblicano quei video pieni di violenza e dolore, taciuta per oltre un anno. E quelle immagini, depositate agli atti, cristallizzano tutto il male perpetrato in carcere per "punire" i detenuti che avevano protestato contro il covid in quella che la penitenziaria ha definito "una situazione sfuggita di mano".
Nelle immagini si vedono decine di operatori della Penitenziaria che accerchiano uno o due detenuti per volta: chi assesta un colpo alla testa, chi li prende a calci, chi li picchia sulla schiena o sulla nuca. Nei video pubblicati da Repubblica c' accanimento di tanti contro singoli detenuti che cadono sotto il peso delle botte e dei manganelli. Chinano la testa temono il colpo alle spalle da un momento all'altro. Poi il colpo arriva saldo e forte. Si muovono a passi lenti, piegati dalla paura, le mani in testa nel tentativo di parare i colpi. L'inchiesta ha già portato a 52 misure cautelari, a carico di funzionari, comandanti e agenti dell'amministrazione penitenziaria. "Operazione pulizia, non si è salvato nessuno", scrivevano nelle chat, poco dopo il fatto i protagonisti delle violenze come riportato da Repubblica.
E ancora Repubblica mostra un'altra drammatica scena cristallizzata dalle telecamere di videosorveglianza. All'improvviso un detenuto sviene, forse provato dalle botte. Gli agenti lo guardano, qualcuno lo smuove con un piede, nessuno sembra allarmarsi o chiamare prontamente i soccorsi. Uno degli agenti lo prende a calci. Poi arriva un medico con il camice e subito dopo una donna in camice. Lo rianimano.
E ancora un detenuto viene buttato per terra sulle scale, rialzato a forza e colpito. Si vede anche un recluso trascinato per terra mentre in un altro frame i detenuti sono in ginocchio con la faccia rivolta al muro mentre partono i colpi con i manganelli. Fermi, inermi, e intanto la penitenziaria continua a colpirti e a spintonarli.
Il Mattino pubblica un'altra drammatica scena. Lì nella sala della "socialità", accanto al biliardino i detenuti vengono colti alla sprovvista. I pestaggi avvengono con i manganelli. Poi, gli agenti cercano di rimettere ordine nella stanza. In un altro video si vedono i poliziotti penitenziari battere i manganelli sugli scudi, quasi a 'festeggiare' l'azione appena portata a termine.
Far luce sulla catena di comando in relazione alla perquisizione straordinaria ordinata per il 6 aprile 2020. Per questo motivo oggi sono arrivati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ispettori del ministero della Giustizia. Un'ispezione amministrativa per analizzare quanto accaduto il 5 aprile, durante la rivolta dei detenuti, e il giorno successivo, quando per gli inquirenti sarebbero avvenute le presunte violenze ai danni dei prigionieri. L'obiettivo è cercare di capire eventuali intoppi e cosa non ha funzionato nella catena di comando in quei giorni, quando la direttrice Elisabetta Palmieri era assente per motivi di salute.
Nei giorni successivi alle 52 misure cautelari, la ministra della Giustizia Cartabia, con il capo del Dap, chiesero una verifica approfondita sull'intera catena di informazioni e responsabilità. "Ben venga la visita ispettiva del ministero, anche se è un po' tardiva. Tutto questo caos doveva essere gestito all'inizio, non dopo 14 mesi. Questo ha aumentato i dubbi, le perplessità. Come ad esempio la sospensione delle persone indagate, presenti quel giorno ma che per gli inquirenti non sono coinvolti in modo attivo nei fatti. Intervenendo all'epoca, già si sarebbero potuti sgombrare dubbi che danno spazio a ricostruzioni fantasiose. Se fossero state disposte verifiche già lo scorso anno, oggi avremmo già delle risposte". Ha commentato così a LaPresse Emilio Fattorello, segretario nazionale del Sappe e responsabile della Campania, l'arrivo degli ispettori nel carcere sammaritano.
E, sempre per quanto riguarda i sindacati, oggi il Spp senza mezzi termini ha chiesto le dimissioni del garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "Alla nostra richiesta di abbassare i toni per consentire alla magistratura di lavorare in serenità, si risponde con una conferenza stampa dai toni allarmistici che non rispondono alla verità dei fatti accaduti. Ciambriello dovrebbe spiegare come fa a dire certe cose, come se avesse avuto accesso ai filmati, un'eventualità impossibile", ha dichiarato il segretario generale del Spp Aldo Di Giacomo in una nota, criticando le dichiarazioni in merito alla presenza di presunti video dei pestaggi ancora più raccapriccianti in possesso della procura.
Dal canto suo il garante ha spiegato a LaPresse di non aver visto nessun nuovo video: "Nell'ordinanza vengono elencati particolari raccapriccianti - spiega - dettagli e luoghi che nei filmati diffusi non compaiono. È tutto scritto, è ovvio quindi che gli inquirenti devono essere in possesso di altro materiale".
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