laquilablog.it, 28 maggio 2021
Riceviamo e pubblichiamo da Giulio Petrilli, portavoce Comitato per il risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti: "Lunedì 7 giugno, dalle ore 10, sit-in davanti il ministero della giustizia, in via Arenula a Roma, nell'incrocio di Largo Cairoli, per ribadire che l'ingiusta detenzione va garantita a tutti.
Va abolito il comma che rende ostativo il risarcimento per ingiusta detenzione, il primo dell'art. 314 del c.p.p. per coloro "avrebbero contribuito al loro arresto" con frequentazioni non idonee o per essersi avvalsi della facoltà' di non rispondere o per valutazioni che i magistrati stabiliscono sulla "moralità" degli assolti e non sull'assoluzione "penale" che hanno avuto.
Invito tutti a partecipare a una grande manifestazione per la libertà contro ogni sequestro di persona illegale. Richiederò nell'occasione alla Ministra della giustizia la possibilità di una interlocuzione. Visto che in questo periodo è in discussione la riforma della giustizia, questo dovrebbe essere un tema centrale, l'inviolabilità ingiusta della libertà personale va risarcita sempre. Solo in Italia esistono dei filtri per concederla completamente anticostituzionali dove si danno giudizi morali e non giuridici, tipici metodi dell'inquisizione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 maggio 2021
La Suprema Corte ha accolto l'istanza, con rinvio al Riesame di Caltanissetta, di un detenuto in attesa di giudizio in chemioterapia e che risulta, di fatto, incompatibile con la detenzione penitenziaria. Non è sufficiente basarsi sull'assenza nell'istituto di casi di contagiati e sulla previsione dell'allocazione in luoghi separati dei detenuti positivi al Covid 19, ma bisogna soffermarsi sull'incompatibilità tra il regime detentivo carcerario e le condizioni di salute del detenuto. Si tratta di un passaggio, decisivo, della sentenza della Corte di Cassazione numero 19653 del 2021 appena depositata.
Decisivo, perché parliamo di un detenuto in attesa di giudizio in chemioterapia, quindi gravemente malato, e che risulta, di fatto, incompatibile con la detenzione penitenziaria. Tante, troppe volte, è accaduto che i giudici competenti hanno rigettato l'istanza per i domiciliari, trincerandosi dietro il poco rischio contagio da Covid e la possibilità di essere assistito al livello sanitario. E tante troppe volte, è accaduto che i detenuti sono morti.
L'istanza era stata rigettata dal Tribunale - Il Tribunale che aveva rigettato l'istanza dei domiciliari, ha ritenuto che l'indagato non rientra in una delle categorie di soggetti la cui condizione di salute pregressa rende certa o altamente probabile l'evento morte in caso di contagio da Covid 19. "Siffatta valutazione si appalesa però errata - scrive la Cassazione -, essendosi trascurata la documentazione medica agli atti da cui risulta che l'indagato è affetto da una grave patologia oncologica ed è attualmente sottoposto a trattamento chemioterapico". E aggiunge che "trattasi di patologia che rientra tra quelle segnalate dal Dap come statisticamente collegate a un elevato rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19".
Per questo motivo, secondo la Corte Suprema, "ne discende che la valutazione sulla ricorrenza di un rischio concreto per il detenuto di contrarre il coronavirus, nel carcere in cui è ristretto, deve essere effettuata alla luce delle sue reali condizioni di salute".
La Cassazione fa riferimento agli articoli 27 e 32 della Costituzione - La Cassazione, ha inoltre sottolineato che, in nome degli articoli 27 e 32 della Costituzione, bisogna tenere conto della valutazione sull'incompatibilità del regime carcerario con lo stato di salute del recluso, ovvero "sulla possibilità che il mantenimento della detenzione di una persona ammalata costituisca un trattamento inumano o degradante".
E tale valutazione di compatibilità o meno con il carcere, deve essere effettuata comparativamente, tenendo conto delle condizioni di detenzione del condannato, "verifica clinica, questa - aggiunge la Corte - che comporta un giudizio non soltanto di astratta idoneità dei presidi posti a disposizione del detenuto all'interno del circuito penitenziario, ma anche di adeguatezza del trattamento terapeutico, che, nella situazione concreta, è possibile assicurare al carcerato, tenuto conto delle patologie che lo affliggono, nel valutare le quali non si può non tenere conto della possibile influenza su di esse dell'emergenza sanitaria di Covid-19".Il tribunale che aveva rigettato l'istanza ha giustificato tale decisione osservando che in carcere c'era assenza rischi contagi e che, in ogni caso, era previsto l'allocazione in luoghi separati dai detenuti positivi al Covid 19.
La Cassazione è stata categorica sul punto: Il tribunale deve tener conto "sia dell'astratta idoneità dei presidi sanitari fruibili dal detenuto all'interno del circuito penitenziario sia dell'adeguatezza concreta del percorso terapeutico, apprestato per assisterlo nelle sue esigenze". La Cassazione ha quindi chiesto di tenere conto i principi e le considerazioni fatte. Ciò ha imposto l'annullamento dell'ordinanza, con il conseguente rinvio al Tribunale del riesame di Caltanissetta per un nuovo esame, che dovrà essere eseguito nel rispetto dei principi che la Corte ha enunciato.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
In un caso di presunto stupro, ingiustificati i riferimenti della Corte di appello di Firenze alla biancheria intima indossata dalla donna e commenti sulla sua bisessualità. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di una "presunta vittima di stupro" con una sentenza che contiene "dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima", "dei commenti ingiustificati" e un "linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana". È quanto si legge nella documentazione diffusa oggi dalla Corte che ha sede a Strasburgo. Il caso riguarda una sentenza della Corte d'appello di Firenze del 2015 che assolse 7 imputati accusati di uno stupro di gruppo avvenuto nella Fortezza da Basso nel 2008.
A ricorrere alla Cedu è stata la "presunta" vittima della violenza. Nel suo ricorso non ha chiesto alla Corte di Strasburgo di esprimersi sull'assoluzione degli imputati, ma sul contenuto della sentenza, che secondo lei ha violato la sua vita privata e l'ha discriminata. Oggi la Corte di Strasburgo le ha dato ragione accordandole un risarcimento per danni morali di 12 mila euro.
"Gli argomenti e le considerazioni contenute nella sentenza della Corte d'appello di Firenze sono inutili per vagliare la credibilità della ricorrente, né determinanti per risolvere il caso". È una delle critiche della Cedu. La Corte ritiene "ingiustificato il riferimento alla biancheria intima che la ricorrente indossava la sera dei fatti, come i commenti sulla sua bisessualità, le sue relazioni sentimentali o i rapporti sessuali che aveva avuto prima dei fatti presi in esame".
I giudici di Strasburgo inoltre giudicano "inappropriate le considerazioni fatte sull'attitudine ambivalente rispetto al sesso della ricorrente" desunte dalle attività artistiche che ha svolto prima dei fatti. E infine ritengono "fuori contesto e deplorevole" il giudizio contenuto nella sentenza sui motivi che hanno indotto la ricorrente a denunciare i fatti. Così come tutti i riferimenti alla "sua vita non lineare".
La Corte di Strasburgo afferma che questa violazione della vita privata e dell'immagine della ricorrente non può essere considerata "pertinente per vagliare la credibilità dell'interessata e la responsabilità penale degli accusati". Né può essere giustificata "dalla necessità di garantire il diritto alla difesa degli imputati".
La stessa Corte evidenzia anche che la legge italiana e diversi trattati internazionali impongono ai giudici di proteggere l'immagine e la vita privata delle persone coinvolte nel processo. La Cedu sostiene che è "essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze di genere ed esporre le donne a una vittimizzazione secondaria usando argomenti colpevolizzanti e moralizzanti che possono scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia".
"Sono soddisfatta che la Corte europea dei diritti umani abbia riconosciuto che la dignità della ricorrente è stata calpestata dall'autorità giudiziaria". Così all'Ansa l'avvocato Titti Carrano, che ha rappresentato la 'presunta' vittima dello stupro di gruppo della Fortezza da Basso. "La sentenza della Corte d'appello di Firenze - ha poi aggiunto - ha riproposto stereotipi di genere, minimizzando cosi la violenza, e ha rivittimizzato la ricorrente, usando anche un linguaggio colpevolizzante. Purtroppo, questo non è l'unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale. Questo succede spesso nei tribunali civili e penali italiani". "Per questo mi auguro che il governo italiano accetti questa sentenza della Cedu e non ricorra in Grande Camera ma intervenga affinché ci sia una formazione obbligatoria dei professionisti della giustizia per evitare che si riproducano stereotipi sessisti nelle sentenze", ha detto ancora Carrano.
Gazzetta del Sud, 28 maggio 2021
Un 43enne messinese operato a Milano che porta al braccio una struttura metallica. "Condizione disumana che si protrae in maniera inaccettabile". Un detenuto operato di recente all'avambraccio destro che dietro le sbarre versa "in assoluto abbandono terapeutico". Che ha bisogno di una specifica serie di controlli post operatori e rischia invece di rimanere con un braccio atrofizzato. È questo il caso del 43enne messinese Tommaso Ferro, che ora registra un esposto inviato dal suo difensore, l'avvocato Salvatore Silvestro, al ministro della Giustizia, alla Corte d'appello di Messina e al Garante nazionale dei detenuti.
Durante la detenzione a Messina - spiega il suo avvocato - Ferro ha avanzato istanza alla Corte d'appello per essere autorizzato a sottoporsi ad un intervento chirurgico per la risoluzione della "pseudoartrosi dell'ulna prossimale destra in osteosintesi con placca spezzata" al Centro Humanitas di Rozzano, ed ha allegato una certificazione del prof. Alexander Kirienko in cui il medico precisava che "dopo l'intervento i controlli successivi dovevano essere eseguiti a Roma presso Villa Stuart due volte al mese e poi mensilmente".
La Corte d'Appello di Messina, preso atto della necessità e dell'indifferibilità dell'intervento, ha autorizzato Ferro a sottoporsi all'intervento chirurgico, per cui è stato trasferito nel carcere di Milano-Opera e, dopo due giorni, ricoverato all'Istituto Clinico Humanitas.
Dopo due giorni dall'esecuzione dell'intervento, avvenuta il 14 aprile scorso, Ferro è stato dimesso e il 16 aprile nuovamente trasferito nel carcere di Opera. Nella relazione di dimissioni oltre ad una serie di prescrizioni era evidenziato come fosse necessario eseguire il primo controllo post-intervento da parte dello specialista che l'ha operato, l'8 maggio 2021.
Ebbene, scrive il legale che "nonostante la necessità che, dopo l'intervento, l'imputato venisse assunto in cura presso la Clinica Villa Stuart fosse già stata prospettata nella certificazione allegata all'istanza a seguito della quale la Corte d'appello di Messina ha autorizzato l'intervento chirurgico, ad oggi, nonostante i numerosi solleciti effettuati ed il tempo trascorso, il Ferro si trova ancora ristretto presso la casa circondariale di Milano-Opera. Peraltro - prosegue i legale -, la stessa Corte d'appello di Messina aveva "autorizzato l'imputato a recarsi con scorta e piantonamento presso la Clinica Villa Stuart per essere sottoposto alla visita di controllo fissata il 08 maggio 2021"". Visita che è inspiegabilmente "saltata".
Purtroppo, nonostante tutti i solleciti ed i provvedimenti emessi dalla Corte d'appello di Messina siano stati puntualmente trasmessi al Dap "gli stessi sono rimasti ineseguiti ed il Ferro si trova ancora ristretto presso la casa circondariale di Milano-Opera, rendendo di fatto impossibile la gestione del post-operatorio e determinando l'esposizione al gravissimo rischio prospettato dal prof. Kierienko", cioé "una situazione irrecuperabile".
A Ferro è stato installato nell'avambraccio un "fissatore di Ilizarov", che "è una pesante struttura metallica fissata all'esterno del braccio mediante bulloni che devono giornalmente essere regolati e che rende di fatto impossibile la gestione del detenuto in ambiente intramurario, atteso che lo stesso è impedito nel realizzare gli elementari atti della vita quotidiana".
Conclude amaramente l'avvocato Silvestro: "Quella riservata al Ferro è certamente una condizione disumana che si sta protraendo in maniera assolutamente inaccettabile, determinando difficoltà di intensità superiore all'inevitabile livello di sofferenza inerente alla "comune" detenzione".
lecceprima.it, 28 maggio 2021
Lo annuncia Maria Mancarella, garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Una campagna informativa per convincere chi ancora non ha prestato consenso. Entro la giornata di oggi si dovrebbe arrivare a coprire con la vaccinazione l'80 per cento dell'intera popolazione detenuta nel penitenziario di Borgo San Nicola. Lo annuncia Maria Mancarella, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Lecce, esprimendo soddisfazione per l'andamento.
"Il 25 maggio sono stata nel carcere di Lecce per fare il punto sulla situazione vaccinale", spiega Mancarella. "Ho parlato con il comandante della Polizia penitenziaria che ha condiviso con me il prospetto della situazione delle vaccinazioni sezione per sezione. Il programma di vaccinazione ha avuto una accelerata nei primi giorni di maggio. Dopo la breve interruzione della fine di aprile, le vaccinazioni sono infatti riprese regolarmente al ritmo di 60/70 al giorno".
"L'arrivo del vaccino Pfizer-BioNTech, che è quello utilizzato al momento, ha diminuito il numero delle rinunce e stemperato le diffidenze purtroppo generate dal vaccino di Astrazeneca", aggiunge la garante, che aggiunge: "Le persone vaccinate superavano il 73 per cento e, sulla base delle adesioni già espresse, si arriverà entro giovedì 27 maggio a coprire l'80 per cento dell'intera popolazione detenuta.
Resta, dunque, una porzione del 20 per cento e riguarda in particolare quella fetta che non ha prestato consenso. Per arrivare a quella quota, è prevista, come già avvenuto dopo il primo turno di vaccinazioni, un'attività di presentazione dei vantaggi che si ottengono dall'immunità grazie ai sieri. L'obiettivo è arrivare entro la fine di giugno ad una copertura del 90 per cento, vicina a quella degli operatori penitenziari che è del 92 per cento, e di aprire ai colloqui con i familiari in presenza, se pur dimezzando il numero delle postazioni in ogni singola sala.
"Ho poi parlato con i medici e gli infermieri che stanno effettuando le vaccinazioni e con alcuni detenuti appena vaccinati", prosegue la garante. "Ho trovato persone attente, impegnate nel loro lavoro e giovani detenuti consapevoli dell'importanza della vaccinazione soprattutto al fine di rendere più facile e più vicino il rientro del mondo esterno nel carcere. Esprimo pertanto la mia soddisfazione per il risultato ottenuto: le difficoltà e i problemi di un carcere grande, superaffollato come quello di Lecce sono tantissimi e non sempre facili da affrontare e risolvere, ma almeno questa volta possiamo dire che l'obiettivo sia stato raggiunto".
"Vaccinare celermente tutta la popolazione detenuta e tutti gli operatori penitenziari - conclude Maria Mancarella - è principio di equità sociale fondamentale, anche in considerazione del fatto che si tratta di gruppi sociali particolarmente a rischio per le note situazione di sovraffollamento e di difficile accesso al servizio sanitario ma anche perché con i vaccini il carcere può tornare a vivere".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 28 maggio 2021
Il Garante dei detenuti Bincoletto respinge gli attacchi di Tarzia. Non conosce tregua la polemica sulla nomina di Antonio Bincoletto a Garante dei detenuti. Protagonista il consigliere della lista Giordani Luigi Tarzia che, in occasione dell'elezione, ha avuto parole molto dure.
"Sarebbe servita più partecipazione e più moderazione nella scelta di questa figura - aveva tuonato Tarzia al momento del voto in consiglio - con questo provvedimento andiamo a penalizzare chi meritava di più. Il confronto con le associazioni che lavorano in carcere lo ha fatto solamente Coalizione. 11 garante avrebbe dovuto essere equidistante tra la direzione carceraria e le associazioni. Così, purtroppo, non è".
Ieri, sulla questione, ad intervenire è stato Bincoletto. "La mia è una funzione istituzionale super partes che mancava alla nostra città e che mi trovo ad avviare da solo e in forma volontaria, senza retribuzione o indennità di alcun tipo - ha premesso il garante - l'orizzonte in cui mi muovo è quello dei diritti umani, il mio faro è l'articolo 27 della nostra Costituzione, aldilà di ogni schieramento di parte. Ho subito constatato la grande complessità della realtà carceraria e l'enorme aspettativa che la mia nomina ha creato nella popolazione ristretta.
I contatti con le autorità, gli amministratori, le istituzioni, le associazioni coinvolte e con gli operatori e i detenuti sono stati fitti", il Garante non ha rinunciato ad una stoccata nei confronti di Tarzia. "Credo che in questo momento chiunque non sia direttamente coinvolto in questo lavoro dovrebbe astenersi da critiche come quelle che ho letto, specie se non supportate da alcuna conoscenza delle problematiche, né del diretto interessato, né di quanto sta facendo - ha concluso - desidererei che la sobrietà e l'equilibrio che giustamente mi si richiedono nell'esercizio della funzione fossero presenti anche in chi, da posizione pubblica e senza conoscermi, si arroga il diritto di criticarmi aprioristicamente. Se si vuol aumentare la propria visibilità politica si usino altri mezzi e argomenti".
ansa.it, 28 maggio 2021
Paziente psichiatrico. "Servizi non si fanno carico delle spese". Rischia di trovarsi in strada dal primo giugno, senza un alloggio, dopo alcuni anni passati prima in una sezione psichiatrica carceraria e poi in una comunità terapeutica, nel Forlivese. Questo perché i servizi sociali non intendono più farsi carico dei costi per il mantenimento e lui non ha una residenza, né i suoi parenti possono occuparsi di lui.
È la storia di un 40enne finito nei guai con la giustizia per reati commessi da tossicodipendente e che, durante la carcerazione, iniziò a manifestare problemi psichiatrici per cui venne trasferito nel reparto Salute mentale del carcere di Reggio Emilia. Ora il suo difensore, l'avvocato Nicoletta Garibaldo del foro di Bologna, sta tentando di trovare una soluzione, ma il tempo a disposizione è breve e si rischia di vanificare un percorso di recupero che aveva dato buoni risultati.
Lo dimostra che i magistrati di Sorveglianza chiamati a valutare la sua situazione ne disposero il collocamento in una comunità psichiatrica, in affidamento terapeutico. Questo avvenne a settembre 2019. Nel frattempo la pena si è estinta, anche per l'esito positivo dell'affidamento, valutato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna.
A questo punto si è posto il problema della prosecuzione del percorso e di chi debba sostenerlo. Fino a quando la persona resta sottoposta alla misura, il pagamento della retta della comunità, in base alla normativa successiva all'abrogazione degli Opg, dovrebbe essere in carico ai servizi di ultima residenza, per il 40enne il Sert di Castelvetrano (Trapani).
In seguito, non è del tutto chiaro chi debba farsene carico. In questi casi il percorso punterebbe a una gradualità, cioè prima il passaggio in una struttura più aperta e poi in un 'gruppo appartamento', per dare autonomia al paziente. Ma per il 40enne, riferisce l'avvocato Garibaldo, i servizi si sono rifiutati di continuare a sostenere il pagamento e dopo alcuni mesi hanno comunicato alla comunità, con 10 giorni di preavviso, che dal 31 maggio non salderanno più.
L'uomo ha due fratelli e una madre, che però non hanno la possibilità di farsi carico di un paziente psichiatrico. E così, sottolinea l'avvocato, "è concreta la possibilità di trovarsi in strada, vanificando gli anni di terapia svolti e l'investimento finanziario dello Stato e del Servizio sociale, e a questo si aggiunge il rischio di ricadute. E non stiamo parlando di una persona con patologie irreversibili, ma recuperabile con i corretti supporti". Il legale ora proverà a rivolgersi, come ultima spiaggia, ai servizi sociali di Forlì e al dipartimento di Salute mentale, sperando in un intervento.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 28 maggio 2021
"In attesa dell'espulsione rilasceremo su cauzione". Dopo le polemiche per i cittadini europei chiusi in prigione prima di essere costretti a lasciare il Paese, parla il vice della titolare dell'Interno Priti Patel: "Nulla contro la Ue. Dopo la pandemia torneremo alla normalità, ma controllate le norme sanitarie e migratorie prima di mettervi in viaggio. Chi vive già nel Regno Unito non rischia niente. Record di italiani regolarizzati"
"Sì al rilascio su cauzione dei cittadini Ue in attesa dell'espulsione dal Paese, la detenzione è solo l'ultima alternativa", "europei e italiani sono benvenuti ma bisogna controllare le regole anche sanitarie, e non solo migratorie, prima di arrivare al confine Uk". E poi il record di italiani che si sono regolarizzat; se si rischia l'espulsione nel caso in cui non lo si faccia; e cosa fare per i colloqui di lavoro nel Regno Unito.
Kevin Foster è il viceministro dell'Interno con delega all'immigrazione, il secondo in lizza di comando all'Home Office dietro la falca euroscettica Priti Patel. In questa intervista esclusiva a Repubblica, Foster parla dopo il caso dei cittadini italiani ed Ue detenuti al confine britannico. Una vicenda che ha generato scalpore e inquietudine, come nel caso della 24enne italiana Marta Lomartire, detenuta per diverse ore in una prigione e senza effetti personali perché sequestrati, cellulare incluso "per non scattare foto". Ora però, nel giorno del record di applicazioni di cittadini italiani per il permesso di soggiorno post Brexit "Settlement Scheme" nel Regno Unito, per la prima volta parla un alto responsabile del Ministero dell'Interno britannico.
Viceministro Foster, ci conferma dunque che i cittadini italiani ed europei che arrivano al confine senza la giusta documentazione per lavorare non saranno detenuti in carcere?
"La "border force" decide sugli ingressi a seconda dei casi e normalmente prevediamo la detenzione di un migrante irregolare solo come ultima risorsa affinché l'espulsione si realizzi, o qualora fosse assolutamente necessario come nel caso di atti di criminalità. È qualcosa che accade in molti Paesi, Italia. inclusa. In più sono state a lungo in vigore le regole e restrizioni anti Covid, che tra l'altro hanno complicato ancora di più gli ingressi".
Quindi, una volta usciti dall'emergenza pandemica, questi episodi saranno molto più rari?
"Di norma, quando viene rifiutato l'ingresso per lavoro, si viene messi sul primo aereo di ritorno nel proprio Paese, a meno che non ci siano gravi reati o attività criminali legate alla persona che fa richiesta di entrare nel Regno Unito. Quando torneremo a una certa normalità post Covid, torneranno anche i tornelli automatici "e-gates" per i cittadini europei con passaporto per superare la frontiera britannica. Ma l'ultimo anno, oltre che per la fine della libera circolazione dopo la Brexit, è stato ancora più complesso anche per le norme e restrizioni sanitarie legate all'ingresso. Quindi invito i cittadini italiani ed europei, prima di viaggiare verso il Regno Unito, di controllare non solo le regole dell'immigrazione ma anche quelle di contenimento del Covid".
Ma il problema è che ragazzi e cittadini italiani ed europei incensurati come Marta sono stati trattati alla stregua di criminali alla frontiera, messi in prigione con cellulari e persino le medicine sequestrati. Perché tutto questo?
"Le regole in prigione sono diverse dai centri di detenzione. Detto questo, ciò non è capitato solo ai cittadini europei e italiani, per le cause che ho spiegato sopra, ma anche a canadesi, australiani, neozelandesi, cittadini di Paesi stretti alleati del Regno Unito. Non c'è nulla contro la Ue. Ma il ritorno alla normalità post Covid aiuterà anche questi processi alla frontiera ad essere più fluidi".
Nelle ultime settimane ci sono stati anche casi di cittadini europei e italiani respinti alla frontiera britannica nonostante avessero un colloquio di lavoro già fissato in Regno Unito.
"Sì, ma ripeto, i cittadini in ingresso devono anche controllare le restrizioni anti Covid in vigore. Se in questo momento non è permesso il turismo dalle nazioni in "lista gialla" (come Italia, Francia, Spagna, ndr) o rossa, anche se si arriva per un colloquio di lavoro bisogna sottoporsi a quarantena, ad alcuni test molecolari privati, esclusa qualche rara eccezione per tipologie di lavoratori (che potete trovare sul sito www.gov.uk, ndr). Per questo bisogna attenersi anche alle regole sanitarie in vigore, non solo di immigrazione, in questo caso legale per un colloquio. Altrimenti si rischia di essere respinti".
I cittadini italiani ed europei residenti in Regno Unito già prima della Brexit ma che, per un motivo o per un altro, non si sono ancora iscritti al programma "Settlement Scheme" per ottenere il permesso di soggiorno negli anni a venire, rischiano di essere incarcerati ed espulsi come i migranti Ue considerati irregolari negli ultimi mesi?
"No. Voglio essere chiaro su questo. Le regole per i nostri amici europei che vivevano qui in Regno Unito prima della concretizzazione della Brexit del 1 gennaio scorso le abbiamo scritte in modo flessibile proprio per evitare tutto questo. C'è tempo fino al 30 giugno per iscriversi e invitiamo tutti a farlo, anche se si è momentaneamente all'estero, perché è semplice e rapido mantenere i diritti acquisiti. Per coloro che non ce la facessero, in casi particolari possiamo essere flessibili anche per 10, 12, 13 anni, come per esempio nel caso di bambini europei che hanno sempre vissuto qui ma che per qualche motivo non sono stati registrati dai loro genitori o tutori. Questo per dire che, se qualcuno ha il diritto di rimanere in Regno Unito e dimostra di avervi vissuto qui prima del 1 gennaio 2021, non sarà di certo cacciato, anche se sarà in ritardo".
Ma perché agli oltre 5 milioni di cittadini Ue che si sono già iscritti al Settlement Scheme non concedete anche un documento cartaceo che attesti la loro residenza regolare (di almeno 5 anni) nel Regno Unito?
"Perché abbiamo deciso di informatizzare il sistema come accade in molti altri Paesi, vedi Australia. I documenti cartacei potrebbero essere falsificabili. Con il nostro sistema, il proprio status è direttamente legato al passaporto o altro documento di identità, quindi non c'è problema".
Quanti italiani si sono iscritti sinora alla piattaforma "Settlement Status" per rimanere nel Regno Unito senza problemi e con tutti i diritti?
"Il dato che ho ricevuto oggi è oltre mezzo milione, una soglia cruciale. Per la precisione: 500.550. Il 56% di questi come residenza per almeno cinque anni e il resto di residenze permanenti. Siamo decisamente soddisfatti".
Oltre cinquecentomila è un numero enorme se pensiamo che fino a un anno fa italiani iscritti all'Aire nel Regno Unito erano "solo" in 350mila, il resto erano dunque "invisibili". Quante persone mancano all'appello secondo lei, ministro?
"Difficile dirlo. Prima della Brexit, con la libertà di movimento europea, non c'era un obbligo di registrarsi. Ma di certo la stragrande maggioranza degli italiani ora si è regolarizzata. E stiamo facendo di tutto, anche tramite associazioni che abbiamo finanziato come Stato, per raggiungere anche coloro più restii o che non lo hanno ancora fatto perché anziani in case di riposo o altri casi limite. Faremo il massimo per far regolarizzare tutti gli italiani già residenti nel Regno Unito per farli rimanere con noi"
di Vladimir Rozanskij
asianews.it, 28 maggio 2021
Entro giugno, 600 detenuti stenderanno i binari della ferrovia tra il lago Bajkal e il fiume Amur. L'uso dei detenuti è apparso necessario dopo il crollo delle migrazioni di lavoratori stagionali kirghisi e tagiki. Saranno necessari almeno 15mila operai. Intanto si discute sul progetto di "ripulitura ecologica" del Circolo polare artico. Membri del partito di Putin denunciano un possibile ritorno al sistema staliniano.
A partire dal prossimo mese di giugno, un gruppo di circa 600 detenuti dei lager verrà utilizzato per stendere i binari della tratta tra il lago Bajkal e il fiume Amur in Siberia. L'invio del primo contingente di "lavoratori forzati" al servizio delle ferrovie statali RŽD, è stato deciso ieri. L'utilizzo di detenuti per le opere pubbliche, ove sono necessari lavori particolarmente pesanti, è in discussione ormai da diversi mesi nel governo e a vari livelli dell'amministrazione. Ciò avviene a causa della grave diminuzione di lavoratori migranti dai Paesi centrasiatici, soprattutto kirghisi e tagiki, per le misure anti-Covid e la diffusa crisi economica, che rende la Russia meno attraente per i lavoratori stranieri stagionali.
I lavori in Siberia sono stati affidati alla compagnia semi-pubblica Promstroj, a cui verrà affidato il contingente con un contratto concesso dal centro correzionale federale FSIN sul lavoro di due gruppi, uno di 150 e uno di 430 persone per lavori generici, cementisti e addetti alle armature. La compagnia ha rifiutato di rilasciare commenti ai giornalisti. Il capo del FSIN, Aleksandr Kalašnikov, ha invece appoggiato pubblicamente l'iniziativa, affermando che "non sarà come il GULag del passato: saranno condizioni di lavoro assolutamente nuove e dignitose".
Il GULag (Glavnoe Upravlenie Lagerej, "amministrazione generale dei campi di lavoro") era il sistema staliniano di utilizzo della forza-lavoro dei detenuti. Tra i 20 e i 40 milioni di persone, hanno sostenuto per decenni l'industria, i lavori pubblici, e ancor più l'industria bellica durante la Seconda guerra mondiale. La grande opera staliniana più famosa fu il Belomorkanal, il canale tra il Mar Bianco e il Mar Baltico, inaugurato nel 1933. Ad esso lavorarono oltre 300 mila detenuti, molti dei quali persero la vita durante i lavori, a causa delle estreme condizioni climatiche.
Entro il 2030, le autorità russe progettano di ricostruire ben 146 obiettivi lungo la magistrale ferroviaria Bajkal-Amur, tra cui lunghe tratte di binari, stazioni, ponti ecc. Per tutti questi lavori saranno necessari almeno 15mila operai, che in parte saranno coperti dai dipendenti delle Ferrovie e dai soldati delle armate ferroviarie (una sezione già esistente dell'esercito russo), ma la parte principale dovrà essere integrata dai detenuti. Anton Gorelkin, deputato della Duma di Stato, membro del partito putiniano "Russia Unita", è intervenuto contro il progetto.
Sui suoi canali social egli afferma di ritenerlo "un'idea pericolosa, che riporterebbe il nostro Paese al passato del GULag e dei lavori forzati, e farebbe venire la tentazione di mettere in carcere sempre più persone". In effetti, il sistema staliniano prevedeva arresti "mirati" di massa per mantenere le quote dei detenuti-schiavi nelle opere pubbliche. Tale sistema è stato rivelato al mondo con l'opera "Arcipelago Gulag" di Alexandr Solzenicyn. Il progetto pare non limitarsi alle ferrovie siberiane. Una proposta ancora in discussione prevede di inviare i detenuti a "ripulire" i territori dell'Artico, anche al di sopra del Circolo Polare, dai cumuli di rifiuti accatastati fin dai tempi sovietici.
Il governo russo ha intenzione di stanziare oltre 15 miliardi di rubli (circa 200 milioni di euro) per "lo sviluppo della zona Artica", trasformando i suoi territori entro il 2024 per attrarre investitori e turisti, creare posti di lavoro e preparare le necessarie infrastrutture. Per tale progetto, la "ripulitura ecologica" dell'Artico appare assolutamente prioritaria.
Una decina d'anni fa si è tentato invano di intervenire sui territori dell'estremo nord, che la Russia considera assolutamente strategici. Secondo varie stime, sulle rive dell'Oceano Glaciale Artico si trovano tra i 6 e i 12 milioni di grandi fusti per carburante, trasportati fin lassù ai tempi dell'Urss, oltre a circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti industriali ed edilizi. Lungo le rive si trovano anche migliaia di navi abbandonate da proprietari non identificati. Il tutto richiede un'enorme mano d'opera non qualificata per la raccolta, il trasporto, la compressione dei rifiuti e altri lavori pesanti, tanto da far impallidire i numeri dei "lavoratori forzati" dei tempi di Stalin.
di Alessandro Leone
Il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2021
Dopo la nomina di Pere Aragonés alla presidenza della Catalogna, il premier spagnolo si è mosso subito per lanciare un segnale d'apertura a Barcellona. Contro di lui non ci sono solo l'opposizione e una parte del suo partito, ma anche la Corte Suprema, che reputa l'indulto "inaccettabile".
I politici catalani in carcere per il referendum indipendentista del 2017 potrebbero tornare in libertà tra non molto. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha espresso chiaramente la sua intenzione di concedere l'indulto appellandosi ai valori costituzionali della "concordia e della comprensione". Le sue parole hanno provocato l'ira dell'opposizione e sono state accolte con scetticismo anche da alcuni colleghi del Partito socialista. Ma il rifiuto più netto proviene dalla Corte Suprema, che reputa l'idea "inaccettabile".
Sánchez non ha perso tempo e ha cominciato ad agire qualche giorno dopo l'inizio del mandato di Pere Aragonés come presidente della Catalogna. Gli obiettivi del nuovo esecutivo regionale restano sempre gli stessi: amnistia per i "prigionieri politici" e referendum pattuito con lo Stato sullo stile scozzese. Il secondo punto verrà affrontato soprattutto dalla mesa de diálogo, una tavola rotonda tra Madrid e i partiti indipendentisti; per il primo invece la via prediletta è l'indulto. Contrariamente all'amnistia, che annulla il delitto, manterrebbe l'inabilitazione politica e restituirebbe la libertà ai prigionieri grazie a uno sconto di pena.
Da parte dell'esecutivo si tratta di un messaggio di apertura che vuole ribadire il carattere democratico della Spagna, spesso paragonata dagli indipendentisti catalani alla Turchia quanto a repressione degli oppositori interni. Per questa ragione Sánchez ha chiesto la comprensione dell'opposizione ricordando quando nel 2017 appoggiò il governo di Mariano Rajoy nella risposta al referendum perché "era una questione di Stato".
Ma la risposta di Pablo Casado, leader dei popolari, è stata feroce: "Fare un colpo di Stato non è un valore costituzione", ha scritto su Twitter. Nulla paragonato alla dettagliata stroncatura della Corta Suprema, che ha parlato all'unanimità di "soluzione inaccettabile". Per i giudici - tra cui Manuel Marchena, che ha condotto il procés - non esiste alcun argomento che giustifichi l'indulto. In nessun caso: né per i nove condannati da 9 a 13 anni di carcere per sedizione, come il presidente di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, né per i tre che non sono finiti in carcere ma sono stati inabilitati per disobbedienza. Una delle basi dell'indulto è che ci sia pentimento da parte dei condannati, ma non è questo il caso. Chi si è espresso, come il presidente dell'associazione Omnium Jordi Cuixart, ha ribadito che rifarebbe tutto perché ritiene di non aver commesso nessun illecito.
Il testo della Corte Suprema non è vincolante ma limita l'applicazione dell'indulto, che può essere solo parziale. Le opzioni sul tavolo per il governo Sánchez sono quindi due: ridurre la pena, quella più probabile, o commutarla. La decisione era prevista per l'estate, ma si parla di un possibile anticipo. Adesso spetta al ministero della Giustizia elaborare una proposta e mandarla al Consiglio dei Ministri, che prenderà la decisione finale. Precedentemente anche la Procura si era opposta, segnalando l'indulto come "moneta di scambio per l'appoggio parlamentario".
Gli stessi colleghi socialisti non sono convinti della scelta di Sánchez e temono che il loro elettorato possa reagire negativamente. L'ex premier Felipe González ha dichiarato che "in queste condizioni" non concederebbe l'indulto e così anche il presidente della Castiglia e La Mancia Emiliano García-Page. L'unico che finora si è espresso a favore è un altro ex premier, José Luis Zapatero: "Dobbiamo fare le cose che importano davvero, pensando nell'interesse generale e non nel breve periodo. La democrazia - ha detto - deve prendere l'iniziativa, altrimenti cosa vogliamo fare? Vogliamo tornare alla lezione del 2017?".
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