di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 29 maggio 2021
La cooperazione italiana nasce negli anni 60 all'interno di clima culturale di grande effervescenza e rinnovamento. Si viveva con un grande entusiasmo, una grossissima gioia, sicuramente sproporzionata, molto naive. "Pensavamo - racconta Gino Filippini in Uomo per gli altri (Gabrielli editore) - di andare a risolvere i problemi del Terzo Mondo e della fame, sull'ondata della generosità di chi dal Nord dava aiuti e andava con soldi, tecniche, fede.
Questo clima di grande entusiasmo era reale e ha portato quei primi anni a una certa dimensione di protagonismo, di trionfalismo che era propria di quel tempo. Un'epoca che poi si è rannuvolata. Il che ha fatto spazio ad un'altra fase, non solo del volontariato, ma più generale, che era quella della messa in discussione di tutto".
In estrema sintesi l'idea iniziale era: siamo noi che sappiamo, conosciamo, abbiamo i mezzi, abbiamo tutto, andiamo là e facciamo lo sviluppo. Negli anni 70, c'era stato un completo ribaltamento: "... adesso non bisogna più andare giù! Perché il problema è qui". Come il problema è qui? "Eh sì, perché il problema lo si osserva là nelle sue manifestazioni, sottosviluppo povertà ecc., ma le radici del problema non stanno là, stanno qui, per cui bisogna lavorare sulle radici e non sugli effetti. Quindi è inutile andar giù, bisogna impegnarsi qui!".
Si riteneva che la povertà del Terzo Mondo fosse sostanzialmente causata dal fatto che i rapporti internazionali fra i popoli sono costituiti da relazioni di dipendenza. Inoltre, molti progetti non facevano che reiterare modelli di sviluppo capitalistico, con l'impiego di tecnologie non adeguate alle realtà locali: non appropriate, non intermedie, non sostenibili. La cooperazione poi era non cooperativa, ogni ente andava per sé, così succedeva che in una zona c'era due tre organismi impegnati a fare pozzi e in un'altra non c'era nessuno. Si arriva alla costruzione dei progetti, dove da una scrivania di una città del nord si stabiliscono durata, obiettivi e metodologia di lavoro: il sapere è tutto in occidente.
Con gli anni è sempre più cresciuto il contributo delle comunità locali. Con un numero crescente di domande utili a determinare il progetto: chi è il proprietario del progetto di sviluppo? La comunità locale? Il donatore? Metà e metà? Ma poi esiste una comunità locale? Dove inizia e dove finisce? Chi la rappresenta? Come la rappresenta? Quando inizia la partecipazione della comunità locale? All'inizio, alla fine, mai?
È nato, così, un vero e proprio settore di cooperazione dove vi è la compresenza di piccoli gruppi che sostengono piccoli progetti a fianco di organizzazioni che hanno un budget annuale di alcuni miliardi di dollari. Ma anche le tipologie di chi fa cooperazione sono cambiate: le multinazionali fanno cooperazione, i governi fanno cooperazione, le chiese, i sindacati e persino i partiti fanno cooperazione.
Quindi qual è la differenza tra queste cooperazioni? Che differenza c'è se una strada (o un ambulatorio) vengono fatti dalla Fondazione Bill e Melinda Gates rispetto a Mani Tese o Amani? Dov'è che il volontariato si distingue?
Oggi siamo nell'epoca dei progetti con monitoraggio e valutazione dei risultati. In due/tre anni devi risolvere un problema e dimostrare che è stato decisivo l'apporto del progetto attraverso una valutazione indipendente. I progetti vanno, tuttavia, "guadagnati" devi vincere la gara con decine di concorrenti, questo ha fatto sì che tutti gli enti di cooperazione e volontariato abbiano assunto figure dedicate alla sola scrittura dei progetti (e introiettato logiche sempre più aziendali). In genere in tre anni si risolve poco, a volte le situazioni addirittura peggiorano, non per via del progetto, ma per i processi economici, sociali e politici del Paese. Ad esempio se lavori per il risanamento urbano e cerchi di dare casa ai baraccati ti accorgerai che nonostante i tuoi sforzi il numero dei baraccati dopo tre anni di lavoro è aumentato perché è cresciuta la pressione migratoria dalle campagne e perché la condizione di chi stava un po' meglio nel frattempo è peggiorata. È necessario fare un altro progetto, ma perché se finanziato deve essere innovativo. Il problema non risolto non può essere riproposto perché "vecchio" e con poco appeal.
C'è poi la contraddizione dei Paesi donatori che con una mano prendono e con l'altra danno attraverso i progetti. Con una mano vai in Congo e ti riempi le "tasche" di coltan, diamanti, oro, tantalio, terre rare e con l'altra (più timida) metti su un dispensario, distribuisci aiuti alimentari e paghi i Caschi Blu. Più in generale agisci attivamente sulla generazione del riscaldamento globale e poi pianti alberi per fermare la desertificazione.
In tutti questi fattori si è ridotto il pensiero autonomo degli organismi internazionali piegati nella ricerca fondi e fagocitati nel dibattito politico solo in riferimento al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. Ma la cooperazione è molto di più, non è un progetto e nemmeno un processo di cambiamento, è il sogno di cambiare il mondo (senza prendere il potere), è la creazione di legami di lungo periodo che in qualche modo esprimono la negazione stessa del progetto che per definizione è a termine. Una follia, come provare a spezzare il Sars-Cov-2 a mani nude. Precipitare, buttarsi verso il fondo della Storia per essere parte di una catena vitale che trasforma il dolore in bellezza e trasformando si trasforma.
Ristretti Orizzonti, 29 maggio 2021
Un restyling svolto da alcuni ospiti dell'istituto, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera e numerosi partner. Riparte lo sport, anche in carcere. Sarà inaugurata lunedì 7 giugno, alle ore 14.30, la nuova palestra allestita nell'istituto penitenziario di Opera. Il restyling della Sala attrezzi è stato realizzato, con la disponibilità dell'area tecnica della Casa di Reclusione e dei responsabili della palestra, durante i mesi della pandemia.
I lavori sono stati svolti da alcuni ospiti della casa di reclusione, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera, il gruppo Scout "Talenti all'Opera" e numerosi donatori, tra cui l'Università Bocconi, Leone 1947, la Ditta Liuni, Daw Italia, Progetto Legno, Grifal, F.lli Brumana, la società sportiva di Inveruno SOI.
Ora la palestra dispone di nuovi vogatori, nuove panche, butterflies, scottbench, bike da spinning e da technogym e tanti altri macchinari d'avanguardia per i cultori del fitness.
"Un dono di tale entità non arriva tutti i giorni - ha commentato la Presidente dell'Associazione INOpera, Giovanna Musco - e solo il lavoro di squadra ha fatto sì che tutto ciò fosse possibile. In un periodo così complesso non era certo scontato che questa operazione si potesse realizzare".
L'iniziativa è nata su segnalazione di alcune persone detenute che erano a conoscenza che l'Università Bocconi stava rinnovando la palestra degli studenti ed era disposta a donare all'istituto di Opera gli attrezzi, tutti in ottimo stato. Poi, complice il lockdown, il progetto si era arenato.
A partire da gennaio 2021, l'Associazione InOpera, insieme agli Scout, coordinati dal responsabile Capo Scout Matteo Borsari, si è attivata riuscendo non solo a risistemare i vecchi attrezzi ma anche a verniciare e pavimentare la palestra. Grazie all'apporto della Ditta Liuni è stato possibile pavimentare la "palestra zona cardio", Daw Italia ha fornito la vernice azzurra per riverniciare le pareti della palestra, Grifal ha rinnovato tutte le imbottiture per le attrezzature esistenti, F.lli Brumana ha completato le bacheche in legno realizzate dagli ospiti della casa di reclusione con la fornitura di pannelli in plexiglass.
Per completare quest'opera di "restyling", è stato possibile acquistare dei nuovi specchi e, grazie al supporto logistico della ditta Progetto Legno, inserire una struttura in legno nella quale riporre il cambio e altri oggetti, oltre a delle nuove reti da calcetto. Il mitico brand Leone 1947 ha regalato 5 nuovi, bellissimi sacchi da boxe, insieme a numerosi guanti da boxe, paradenti, fasce, scarpette, e corde e infine la società Sportiva Oratoriana Inverunese (SOI) ha donato ulteriori attrezzature sportive.
"L'operazione restyling della palestra è stata l'occasione per apprezzare la generosità e la sensibilità di tante persone verso il mondo della reclusione - hanno concluso la Presidente Musco e il Capo-Scout Borsari. Tutti i comparti organizzativi hanno funzionato al meglio, nonostante i pesanti limiti imposti dall'emergenza Coronavirus. Un grazie particolare va ai detenuti che, con il loro lavoro volontario, la loro cura ed il loro entusiasmo hanno contribuito alla realizzazione di questa bella realtà. Sono tutte virtù preziosissime e mai scontate, soprattutto in un periodo così complesso come quello che stiamo vivendo".
di Henry John Woodcock
Corriere del Mezzogiorno, 28 maggio 2021
L'11 maggio 2021 sono state depositate le motivazioni dell'ordinanza n. 97/2021 con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata sull'annosa questione della legittimità costituzionale del così detto "ergastolo ostativo", nozione coniata dalla dottrina (cui peraltro il Legislatore non fa mai testuale riferimento) per indicare la disciplina dettata dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, elaborata nei primi anni 90 nel contesto di quella "legislazione di emergenza" - che rappresentò la risposta dell'ordinamento alle stragi di mafia e, prima ancora, del terrorismo che avevano insanguinato il paese. Si tratta di una normativa che prevede una serie di limitazioni alla concessione di benefici per i detenuti condannati all'ergastolo per delitti commessi con metodo o finalità mafiose.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
Firmato un Protocollo d'intesa tra il Garante privacy e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Garante privacy e Garante dei diritti delle persone private della libertà personale potranno attivare ispezioni e istruttorie congiunte, avviare indagini conoscitive, scambiare informazioni su possibili violazioni di pertinenza dell'altra Autorità. Ma anche supportare progetti formativi comuni per condividere esperienze e migliorare specifiche competenze nel settore. È quanto prevede il Protocollo d'intesa sulla tutela di soggetti privati della libertà personale firmato dai Presidenti Pasquale Stanzione e Mauro Palma.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 28 maggio 2021
Sono persone di grande esperienza e con idee moderne. Le prime proposte di riforma della Giustizia della commissione presieduta da Lattanzi sono molto sagge e realistiche. È il metodo giusto, intanto, per affrontare il nodo della durata eccessiva dei processi.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 maggio 2021
Il tribunale civile di Roma aveva dichiarato ineleggibili il presidente del Cnf Andrea Mascherin e sette consiglieri. Ora sono stati reintegrati per ragioni procedurali, in attesa di una sentenza. Si apre lo scontro nella categoria. La crisi della giustizia non riguarda solo la magistratura, ma passa anche attraverso i vertici dell'avvocatura.
Anche in questo caso è una questione legata ai ruoli, anche se per gli avvocati lo scontro si sta svolgendo alla luce del sole e davanti al giudice civile.
Il caso trae origine dal limite dei due mandati previsto per legge come vincolo di eleggibilità negli organismi rappresentativi ed è deflagrato all'interno del Consiglio nazionale forense, l'organo istituzionale che rappresenta i 250mila avvocati italiani al ministero della Giustizia e che dunque siede a tutti i tavoli delle riforme, oltre che giudice d'appello nei procedimenti disciplinari dei legali. Dopo più di un anno di sospensione imposto prima da un provvedimento d'urgenza e poi da una sentenza di merito del tribunale civile di Roma, infatti, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e altri sette componenti del consiglio, tutti al terzo mandato, sono rientrati nell'organo. Il reintegro è stato possibile non per il ribaltamento nel merito della sentenza di primo grado, ma per ragioni procedurali. Su ricorso dei consiglieri, infatti, la Corte d'appello ha dichiarato che la sentenza di primo grado non è immediatamente esecutiva perché la pronuncia riguarda uno status, dunque è necessario aspettare che la decisione passi in giudicato.
Per questo, Mascherin e gli altri plurimandatari (uno solo dei nove si è dimesso alcuni mesi fa) hanno ripreso i loro posti: uno al vertice del Cnf, dopo che per un anno le sue funzioni erano state svolte dalla vicepresidente Maria Masi, gli altri nei rispettivi ruoli nell'ufficio di presidenza e nelle commissioni interne. Il 26 maggio, inoltre, Mascherin in qualità di presidente reinsediato ha portato i saluti istituzionali a un convegno in materia di deontologia forense promosso dall'ordine degli avvocati di Catanzaro. Segno evidente della sua volontà di riprendere la sua presidenza da dove la aveva interrotta un anno fa, a cui avrebbe fatto seguito anche una mail a tutti i consiglieri del Cnf e ai consigli degli ordini.
Le proteste - La decisione di Mascherin e degli altri consiglieri di reinsediarsi ha suscitato immediate proteste tra gli avvocati, che si sono scatenati sul web, ma anche reazioni da parte di associazioni nazionali come l'Associazione nazionale forense (Anf), Movimento forense e l'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga). "Il 23 e 24 luglio a Roma, al suo congresso straordinario, l'avvocatura, delegittimata nei suoi organi istituzionali, si appresta a parlare di riforma della giustizia", ha detto il segretario di Anf, Luigi Pansini. "Occorre giungere all'appuntamento spazzando via ogni incertezza, ogni interesse personalistico e ogni degenerazione del carrierismo politico forense".
Sulla stessa linea anche Antonino La Lumia e Antonio de Angelis, che in un comunicato congiunto di Mf e Aiga hanno ribadito la "necessità che l'Avvocatura tutta sia rispettosa della disciplina della propria vita istituzionale. Il chiarissimo dictum del tribunale non può che chiamare tutte le rappresentanze forensi a un definitivo e convinto gesto di responsabilità". Tradotto: sarebbe auspicabile che i plurimandatari si dimettano, per non tenere sotto scacco il Consiglio proprio in questa fase così delicata in cui l'avvocatura dovrebbe interfacciarsi con voce autorevole con il ministero della Giustizia e interloquire sulle riforme dell'ordinamento civile e penale.
Sul web le proteste si esprimono in toni molto più forti: da quattro giorni l'avvocato Giuseppe Caravita di Toritto è in sciopero della fame contro il reinsediamento dei vertici del Cnf. Nel gruppo Facebook Politica forense, tra i più seguiti dalla categoria, si discute in termini accesi di "desolazione" del Cnf e ci si chiede se "l'avvocatura può essere rappresentata in un momento simile da un Cnf decapitato e, comunque, sotto la spada di Damocle di una decisione che ne potrebbe definitivamente sancire l'ineleggibilità".
L'interrogativo, infatti, non riguarda tanto la legittimità formale al rientro dei consiglieri plurimandatari, quanto l'opportunità che le redini dell'organo di rappresentanza istituzionale dell'avvocatura, che ha sede presso il ministero della Giustizia, siano nelle mani di una presidenza su cui pende un giudizio di eleggibilità. A occhi esterni, un Cnf coi vertici sotto processo non è certamente in una posizione agevole. Sul fronte interno, il rischio è che potrebbero venire invalidate le loro decisioni, nel caso in cui prevalga la tesi giuridica che la loro sospensione è ancora valida.
Politicamente, tuttavia, la situazione è delicata: i consiglieri dichiarati ineleggibili, infatti, sono stati eletti con i voti del loro distretto e dunque - fintanto che non c'è una sentenza definitiva - la loro legittimazione verrebbe da lì. Quanto al loro tornare in carica, sarebbe la corte d'appello stessa a stabilire che loro sono tutt'ora consiglieri a tutti gli effetti, quindi il loro ritorno nelle funzioni non sarebbe discrezionale, ma un dovere. L'obiettivo, anche nel merito giuridico, sarebbe quindi quello di esercitare il loro diritto di difesa con tutti gli strumenti che l'ordinamento gli offre.
Il doppio mandato - Tuttavia, le norme e la giurisprudenza recente non sembrano lasciare margini di vittoria per i plurimandatari, che già in primo grado sono stati considerati ineleggibili. La riforma dell'ordinamento forense del 2012 e l'articolo 3 della legge del 2017 che disciplina l'elezione dei consigli degli ordini sono esplicite: "I consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi" e "la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un numero di anni uguale agli anni nei quali si è svolto il precedente mandato".
Sulla retroattività si è pronunciato anche il legislatore, che in un decreto legge del 2018 ha chiarito che l'articolo 3 va applicato tenendo conto "dei mandati espletati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all'entrata in vigore della legge 247". I consiglieri del Cnf, tuttavia, hanno interpretato la norma come non retroattiva e comunque non applicabile all'elezione del Consiglio nazionale forense, perché il riferimento sarebbe solo ai consigli degli ordini. Sul punto si è espressa anche la Corte costituzionale, escludendo "che il divieto in questione violi il diritto di elettorato passivo degli iscritti" e considerando la previsione come espressione del principio di "un ragionevole bilanciamento con le esigenze di rinnovamento e di parità nell'accesso alle cariche forensi".
Quanto all'estensibilità al Cnf del principio, le sezioni unite civili della Cassazione hanno recentemente ribadito la portata generale del principio di divieto di terzo mandato affermato dalla Corte costituzionale, "estensibile alla previsione di ineleggibilità relativa alle elezioni dei componenti del Consiglio nazionale forense". In questa direzione si è mosso il tribunale di Roma, che prima ha sospeso cautelarmente l'elezione di Mascherin e dei consiglieri, poi nel merito ha confermato la loro ineleggibilità che pure, secondo la corte d'appello, non è immediatamente esecutiva. Difficile dunque immaginare che nel merito i giudici d'appello (e poi la Cassazione, se i consiglieri decideranno di proporre ulteriore ricorso) si discostino da questa interpretazione. Nell'attesa, tuttavia, i consiglieri intendono rimanere ai loro posti e resistere, continuando a sostenere l'irretroattività della norma nei loro confronti: il divieto di più di due mandati esiste, il punto però sarebbe il momento temporale da cui iniziare ad applicarlo.
Del resto, il regolamento interno del consiglio non prevede un meccanismo di sfiducia del presidente, ora protetto dall'ombrello della non esecutività della sentenza non definitiva. L'unica eventualità possibile sarebbe che tutti gli altri consiglieri si dimettessero, con conseguente commissariamento dell'ente da parte del ministero della Giustizia. In ogni caso, il presente dell'avvocatura sembra complicato quanto quello della magistratura, proprio nel momento più delicato delle riforme ordinamentali.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 28 maggio 2021
L'ex guardasigilli detta la linea sulla riforma della Giustizia. Persino Giuseppe Conte se ne lava le mani e dopo l'incontro dei 5S con Cartabia sceglie la strada del silenzio. Mentre Giuseppe Conte studia le mosse per sottrarre l'elenco degli iscritti a Davide Casaleggio, il Movimento 5 Stelle procede per conto proprio. Senza una guida, senza una direzione, senza un senso politico preciso. Succede così che la "linea" viene spezzettata per ambiti di competenza e appaltata di volta in volta al capocordata di turno.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 28 maggio 2021
Processo, prescrizione, sanzioni: le modifiche migliorano il ddl Buonafede ma non riesce a sciogliere i nodi più critici. È stata depositata la relazione della commissione Lattanzi istituita per formulare proposte di riforma al ddl n. 2435 presentato dal Ministro Buonafede. La sua immediata diffusione tra gli operatori consente di focalizzare gli aspetti più significativi dell'ipotesi di modifica che sono state avanzate.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 maggio 2021
Il trojan installato nel cellulare di Luca Palamara ha continuato a mandare segnali ai server fino al settembre 2019, quando il decreto di cessazione dell'intercettazione fissava la data al 30 maggio. A dirlo nel corso dell'udienza preliminare del processo di Perugia è stato un ufficiale della polizia, che ha spiegato che risulta un "contatto" inviato dal trojan risalente a settembre e che non è possibile escludere che siano dei file salvati. Ma il procuratore capo Cantone dice di ritenere "che la questione degli impianti sia stata chiarita e non c'è nessuna prova che sia stata fatta una registrazione".
Il trojan installato nel cellulare di Luca Palamara ha continuato a mandare segnali ai server fino al settembre 2019, quando il decreto di cessazione dell'intercettazione fissava la data al 30 maggio. Continuano dunque ad emergere anomalie nel funzionamento del trojan, le cui intercettazioni sono la base probatoria che sostiene il processo a suo carico di Perugia e anche il disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura dello stesso Palamara (già concluso), di Cosimo Ferri e di cinque ex consiglieri.
Nel corso dell'udienza preliminare del processo di Perugia, il viceispettore della polizia ha spiegato che, dall'ispezione effettuata dalla Polizia Postale sul server a Napoli della società Rcs, è emerso un "contatto" partito dal cellulare dell'ex magistrato a settembre 2019. Ben tre mesi dopo che le attività di intercettazione dovevano essere cessate.
"L'elemento eclatante, sul quale anche il giudice è rimasto colpito - ha spiegato l'avvocato Benedetto Buratti che difende Palamara - è che la configurazione del trojan inoculato nel cellulare di Palamara è iniziata il 2 maggio e dai file di log risulterebbe spento l'8 settembre 2019, mentre il decreto di cessazione delle attività di intercettazione è del 30 maggio 2019".
Il testimone ascoltato, inoltre, non ha potuto escludere la possibilità che le attività di intercettazione siano continuate anche al di fuori dei tempi indicati dall'autorità giudiziaria. "Loro fanno delle ipotesi, tra queste che potrebbe esserci stata un'indicazione di registrazione ovvero il trojan comunicava di essere ancora vivo e presente all'interno del telefono di Palamara", ha spiegato il legale. Ci sono una ventina di file riferibili al cellulare di Palamara, per ora l'accertamento è stato superficiale per non rendere irripetibile l'esame sui server. La difesa ha fatto sapere che chiederà una perizia approfondita.
Il procuratore capo Raffaele Cantone, invece, è di tutt'altro avviso: "Noi riteniamo che la questione degli impianti sia stata chiarita" e che è solamente "emerso un dato che può aprire una lettura ambigua, cioè il fatto che c'è un contatto di questo spyware a settembre che a nostro modo di vedere tuttavia è irrilevante.
Ovviamente non c'è nessuna prova che sia stata fatta una registrazione" e la procura non ritiene serva una perizia. Inoltre, secondo Cantone le intercettazioni sono da considerarsi "legittime perché rispecchiano i criteri e sono state fatte in modo rituale", nonostante sia stato dimostrato che i file siano passati attraverso un server terzo, situato a Napoli, e non siano confluite direttamente sui server di Roma come da previsione di legge.
Tanto che il rappresentante della società Rcs Duilio Bianchi e altri tre dipendenti sono indagati dalla procura di Napoli per accesso abusivo a un sistema informatico o telematico e frode nelle pubbliche forniture. E dalla procura di Firenze per falsa testimonianza e falso ideologico per induzione in errore dei magistrati di Perugia.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 28 maggio 2021
Tanto più grande è il reato tanto più serve il garantismo. La tragedia del Mottarone ci ha offerto uno spettacolo impressionante di fin dove può arrivare il forcaiolismo che unisce popolo ed élite.
Qualcuno di voi ha dato un'occhiata ai giornali di ieri? Erano tutti uguali. Titoli di scatola, a tutta pagina, più o meno identici, costruiti su tre parole: Avidi, Criminali, Colpevoli. Le tre persone - persone - che sono state arrestate dalla polizia giudiziaria su ordine di un Gip e su richiesta di un Pm, venivano indicate come colpevoli, spietate, sciacalle e, naturalmente, da punire senza tante discussioni e subito.
Con una pena severissima. La severità della pena veniva anticipata addirittura non da voce di popolo ma da dichiarazioni ufficiali del Pubblico ministero. Il quale, con incredibile disinvoltura, anticipava l'inchiesta, il dibattimento, il processo, l'appello e l'eventuale Cassazione e stabiliva la gravità della pena. Oltre che rilasciare svariate dichiarazioni.
In spregio aperto e sereno di tutte le disposizioni del ministro, del Procuratore generale della cassazione, e delle direttive europee sulla presunzione di innocenza recentemente recepite dal Parlamento italiano. Ci mette poco a sparire il principio che tutti hanno diritto a un processo e che gli indiziati e gli imputati non possono essere ritenuti colpevoli. Ci mette un minuto. Si apre subito la caccia. La corsa a chi riesce a innalzare più su possibile la gogna e la forca. Si scatena, in un'orgia, sostenuta da un'opinione pubblica compatta come non mai, la volontà del linciaggio. Il linciaggio è esattamente questo.
È la giustizia che si esprime attraverso la violenza popolare e di massa, e la verità che si accerta con la gravità del reato. Vedete, il problema è tutto qua. Ci vuole poco a essere garantisti verso un ladro di mele. O anche, magari, verso un politico. O addirittura verso una persona accusata e chiaramente, già a prima vista, innocente (ci vuole poco per modo di dire: il caso del sindaco di Lodi è emblematico; era chiaramente innocente ma fu linciato lo stesso dai giornali reazionari, vicini alla Lega e a Grillo. In quel caso però il linciaggio è solo di una parte politica, quella avversa all'imputato). Quando invece il reato è molto grave il garantismo sparisce. Ti dicono: ma hai visto che infamia ha combinato? A che serve un processo?
Ecco, il garantismo è esattamente questo. Quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l'imputato. Purtroppo, quasi sempre, questo non succede. Stavolta lo spettacolo è stato davvero impressionante. Si è avuta la sensazione che chiunque non mostri orrore e schifo per i tre arrestati sia complice della sciagura del Mottarone. Si invoca l'etica, la morale, la religione, magari. Nessuno parla di diritto. Hanno diritto o no, i tre imputati, a essere processati con umanità e in osservanza della legge e non degli anatemi?
Credo che siano pochissime le persone disposte a riconoscere questo diritto. Né nel popolo né nelle classi dirigenti, né tra gli intellettuali. Tranne pochissime eccezioni. Persino il Corriere della Sera, con un editoriale del mio amico carissimo, Antonio Polito, per il quale nutro da una quarantina d'anni affetto e una stima altissima, si è misurato ieri sul tema dell'etica, immaginando che un delitto così grave non possa che essere trattato con il libro dell'etica in mano. Lo ha fatto ricorrendo anche a Max Weber e alle sue teorie sull'etica del capitalismo, che da sole sarebbero sufficienti - pare - a gettare quei tre imputati nella Geenna. In realtà il povero Weber parlava di etica del capitalismo sostenendo che essa si identifica nel profitto. Più o meno - diciamo così - fotografava quelle che forse sono state le motivazioni del reato che i tre indiziati potrebbero aver commesso. Ma tutto questo conta poco, probabilmente.
L'importante è chiarire che stavolta ci troviamo di fronte a un problema morale e non giuridico. E la sentenza tocca ai moralisti. Ne hanno diritto. In nome di che cosa? In questi casi la risposta è semplice, ed è ispirata alla Sharia: all'onore delle vittime. A me che son vecchio, questo clima di unità nazionale attorno a un simbolico patibolo, ricorda un episodio simile avvenuto un po' più di mezzo secolo fa. 1969. Strage di Piazza Fontana.
Un paio di giorni dopo la tragedia, tutti i giornali - tutti - titolarono: preso il mostro. Avevano arrestato Pietro Valpreda, l'immondo ballerino anarchico. Poi sapemmo che era innocente. Ecco, siamo tornati lì.
P.S. È normale che una inchiesta sia diretta da un Pm che ha già deciso che la pena sarà severissima?
P.S 2. Perché sono stati arrestati se non esiste il rischio che ripetano il reato né che inquinino le prove ed è ridicolo pensare alla possibilità che fuggano? È una domanda molto scomposta la mia, però non ha una risposta.
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